La Formazione in servizio dei formatori del CNOS-FAP. Lo stato dell'arte e le prospettive

Autore: 
G. Malizia - M.P. Piccini - S. Cicatelli
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2015
Numero pagine: 
286
Codice: 
978-88-95640-63-1
Guglielmo MALIZIA Maria Paola PICCINI Sergio CICATELLI La Formazione in servizio dei formatori del CNOS-FAP Lo stato dell’arte e le prospettive Anno 2015 Università Pontificia Salesiana Facoltà di Scienze dell’Educazione Istituto di Sociologia Coordinamento scientifico: Dario Nicoli (Università Cattolica di Brescia) Hanno collaborato: Matteo D’ANDREA: Segretario Nazionale settore Automotive. Dalila DRAZZA: Sede Nazionale CNOS-FAP – Ufficio Metodologico-Tecnico-Didattico. FIAT GROUP Automobiles. Comunità professionale AUTOMOTIVE: Angelo ALIQUÒ, Gianni BUFFA, Roberto CAVAGLIÀ, Egidio CIRIGLIANO, Luciano CLINCO, Domenico FERRANDO, Paolo GROPPELLI, Nicola MERLI, Roberto PARTATA, Lorenzo PIROTTA, Antonio PORZIO, Roberto SARTORELLO, Fabio SAVINO, Giampaolo SINTONI, Dario RUBERI. ©2015 By Sede Nazionale del CNOS-FAP (Centro Nazionale Opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 Roma Tel.: 06 5107751 – Fax 06 5137028 E-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it SOMMARIO INTRODUZIONE ............................................................................................................... 5 PRIMO CAPITOLO Il quadro di riferimento (G. Malizia - S. Cicatelli)......................................................................................... 11 SECONDO CAPITOLO Operatori del CNOS-FAP e Formazione in servizio. Il Quadro dei Dati dell’Archivio dell’Ente (G. Malizia - M.P. Piccini)....................................................................................... 69 TERZO CAPITOLO A confronto sulla Formazione in servizio del CNOS-FAP. Delegati regionali, Direttori dei CFP e Segretari Nazionali dei Settori e delle Aree professionali (G. Malizia - M.P. Piccini)....................................................................................... 145 QUARTO CAPITOLO Soddisfazione per le attività di Formazione in servizio (M.P. Piccini)............................................................................................................ 187 QUINTO CAPITOLO Studio di dodici casi mediante focus group (S. Cicatelli - M.P. Piccini - G. Malizia) ................................................................. 205 CONCLUSIONI GENERALI (G. Malizia - M.P. Piccini - S. Cicatelli) ................................................................. 237 BIBLIOGRAFIA ................................................................................................................ 269 INDICE ........................................................................................................................... 277 3 5 INTRODUZIONE Se gli allievi sono i destinatari principali dell’attività educativa dei CFP del CNOS-FAP, il motore dei relativi processi va identificato in primo luogo nei formatori. Negli ultimi anni non sono mancate indagini sui giovani che frequentano i Centri di Formazione Professionale, come per esempio quella annuale sul loro successo nella IeFP (Malizia e Pieroni, 2013a e b; Marchioro, 2014; Malizia e Gentile, 2015) o quella del 2013 sui rapporti tra allievi, CFP e famiglia (Orlando, 2014)1, mentre l’ultima ricerca sui formatori risale a più di dieci anni fa (Malizia, Pieroni e Salatin, 2001); era perciò necessario e urgente avviare uno studio su di loro, non tanto su tutti gli aspetti del loro complesso ruolo, quanto su ciò che ne rende possibile l’esercizio efficace, la formazione specialmente in servizio. 1. OBIETTIVI Nella ricerca del 2000-01 lo scopo era sia di approfondire la conoscenza della situazione della formazione del personale del CNOS-FAP, sia di elaborare la proposta di un sistema di qualità per una preparazione più adeguata degli operatori, sia di predisporre un’ipotesi di standard formatori (Malizia, Pieroni e Salatin, 2001). L’indagine evidenziava un posizionamento professionale medio più che buono degli operatori CNOS-FAP (in rapporto ad altri enti italiani), ma segnalava più o meno indirettamente alcune criticità del sistema organizzativo. Quanto ai miglioramenti previsti, anzitutto si proponeva un dispositivo formativo con impianto flessibile; in secondo luogo, si suggeriva di elaborare un piano con una prospettiva poliennale che si sarebbe dovuto inserire nella missione di servizio della Federazione CNOS-FAP Nazionale alle sedi locali e integrare agli eventuali piani formativi dei CFP, ai piani formativi regionali e ai piani formativi individuali, anche in funzione della implementazione delle nuove normative in materia di formazione continua e dello sviluppo della contrattazione collettiva di comparto. Negli oltre dieci anni trascorsi da quella ricerca, la Federazione e in particolare la Sede Nazionale hanno maturato un’offerta molteplice: – corsi residenziali nazionali di carattere prevalentemente tecnologico svolti principalmente in collaborazione con le maggiori imprese del Settore che hanno sottoscritto Accordi di collaborazione; 1 Solo per richiamare le più recenti. 6 – corsi residenziali su tematiche metodologiche e tecnologiche realizzati a livello locale, per rispondere con più efficacia alle esigenze dei vari contesti e coinvolgere più facilmente l’intera équipe dei formatori; – corsi di formazione in FAD con proposta di certificazione finale delle competenze attuati in collaborazione con l’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (IUSVE); – proposta di seminari e giornate di studio annuali per i delegati regionali e, distintamente, per il personale direttivo; – giornate di coordinamento per i segretari nazionali dei Settori e delle Aree professionali; – una giornata di coordinamento, a ritmo annuale, con tutti i formatori che operano nei Settori e nelle Aree professionali per verificare e progettare per ciascun Settore/Area professionale le attività di aggiornamento. Indirettamente i risultati delle indagine sul successo formativo citate sopra hanno confermato il buon livello di preparazione dei formatori del CNOS-FAP. Mancavano però riscontri diretti e precisi sia sul piano quantitativo che qualitativo per cui si è deciso di affidare una indagine in proposito all’Istituto di Sociologia dell’Educazione dell’Università Salesiana che cercasse di evidenziare costi e benefici della offerta dell’Ente riguardo ai formatori nel quadro del complesso delle iniziative previste anche per gli altri dipendenti. Di conseguenza attraverso la ricerca di cui si riferiscono qui i risultati principali si è inteso perseguire i seguenti obiettivi: a) descrivere lo stato dell’arte della formazione dei formatori e, in connessione, di tutto il personale del CNOS-FAP, senza tralasciare di considerare con attenzione anche quelli che non partecipano alle offerte di corsi, per determinarne la consistenza quantitativa, la distribuzione territoriale e per settori, le motivazioni e i giudizi; b) valutare l’adeguatezza, l’efficienza e l’efficacia dell’offerta di formazione dei formatori e, in connessione, di tutto il personale, utilizzando una molteplicità di referenti come per esempio gli stessi formatori e gli altri operatori, i docenti dei corsi di aggiornamento, i direttori dei CFP, i segretari nazionali dei Settori, i delegati regionali; questa valutazione dovrebbe mettere in rilievo i punti di forza (eccellenze) e i punti deboli del sistema di formazione dei formatori CNOS-FAP; c) sulla base dei risultati delle analisi quantitative e qualitative e tenendo conto delle suggestioni dei referenti principali, elaborare una serie di proposte per correggere le possibili criticità, per adeguare la formazione dei formatori e degli altri operatori alle attuali esigenze, per introdurre le necessarie innovazioni e per potenziare l’efficienza e l’efficacia. Una specie di “buone prassi” da offrire a tutto il sistema attraverso i corsi nazionali e il sito web. 7 2. DISEGNO DI ANALISI La ricerca utilizza una pluralità di strumenti in relazione ai diversi referenti. In questa maniera si è pensato di poter assicurare un’analisi in profondità e una sufficiente oggettività nelle valutazioni. Invece di servirsi di un questionario dettagliato per la ricerca di sfondo, in quanto si tratta di dati che vengono già raccolti regolarmente da altri Enti, si è preferito elaborare i risultati delle schede di gradimento che sono applicate al termine di ogni corso. Dal momento che soltanto negli ultimi due anni sono state somministrate anche ai docenti dei corsi di formazione dei formatori e degli altri operatori, si è deciso di elaborare i dati delle schede dei formatori/operatori e dei docenti relative all’ultimo biennio, 2012-13. Si sono anche raccolti i risultati dell’esame delle competenze previsto nella FAD. Allo scopo di costruire il database di tutti i frequentanti i corsi di formazione e di quelli che non hanno mai partecipato, sono stati analizzati l’Archivio dei dipendenti e l’Elenco dei corsi e dei Seminari dei Settori professionali. Questa disamina ha permesso di delineare lo stato dell’arte della formazione dei formatori e più in generale dei dipendenti del CNOS-FAP sul piano soprattutto quantitativo e ha consentito di orientare i successivi approfondimenti di natura più qualitativa. Al fine soprattutto di valutare l’adeguatezza, l’efficacia e l’efficienza dell’offerta che viene effettuata dal CNOS-FAP in tema di formazione in servizio, ci si è rivolti anche a referenti particolarmente significativi. In particolare si sono raccolti i giudizi di operatori che occupano un posto centrale dal lato dell’offerta di formazione e cioè, i Delegati regionali, i Direttori dei Centri e i Segretari nazionali dei Settori e delle Aree professionali. Questa fase dello studio è stata condotta per mezzo della costruzione e somministrazione di un questionario ad hoc, allo scopo di rilevare e descrivere la percezione dei referenti appena indicati in merito al - l’adeguatezza dell’offerta di Formazione in servizio del CNOS-FAP degli ultimi due anni. Nel sondaggio sono stati coinvolti 70 intervistati: 11 Segretari nazionali, 47 Direttori di CFP e 12 Delegati regionali, dei quali 3 erano anche Direttori di CFP. Attraverso dei focus group si è realizzato uno studio di casi con cui si sono raccolte le opinioni delle componenti principali di un CFP. Per l’individuazione dei CFP da prendere in considerazione per questo studio si è assunto, in primo luogo, un criterio basato sulle dimensioni dei Centri e, in secondo luogo, un “criterio geografico”. In questo modo sono state rappresentate tutte le Regioni nelle quali si collocano CFP funzionanti e disponibili e, secondo la consistenza quantitativa dei Centri, situazioni di eccellenza e problematiche e, all’interno dei singoli CFP, opinioni diverse, favorevoli o sfavorevoli, dei diversi soggetti coinvolti. La scelta di condurre i focus group nei CFP più grandi è stata dettata da ragioni legate alla maggiore disponibilità del personale docente e non e, soprattutto, alla disponibilità di una potenziale ampia gamma di opinioni ed esperienze che potevano essere appro- 8 fondite per mezzo delle interviste di gruppo. Nelle Regioni più grandi e con un maggior numero di Centri sono state effettuate due visite a due CFP diversi. I CFP delle Regioni del Sud e delle Isole sono stati esclusi dalla selezione in ragione del perdurare della situazione problematica e precaria. La scelta dei CFP coinvolti in questa fase dello studio, dunque, ne ha compresi complessivamente dodici: due in Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio; uno in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Umbria. I focus group hanno visto la partecipazione di novantacinque operatori del CNOS-FAP, tra i quali formatori dei diversi settori, membri dello staff direttivo, coordinatori, personale amministrativo, operatori giovani e meno giovani, con diversa esperienza di partecipazione ai corsi, con differente atteggiamento nei confronti della formazione in servizio, con esperienza di partecipazione a vari tipi di attività. 3. DISTRIBUZIONE DELLE ATTIVITÀ PER TEMPI/FASI Il progetto si è sviluppato nelle seguenti crono-tappe: a) marzo-aprile 2014: messa a punto del progetto di ricerca; b) maggio-giugno 2014: elaborazione del questionario per i Delegati regionali, i Direttori dei Centri e i Segretari dei Settori professionali, sua applicazione a tali referenti ed elaborazione dei relativi dati; c) giugno-settembre 2014: preparazione della bozza del rapporto sul sondaggio appena ricordato e predisposizione degli strumenti di indagine per lo studio dei casi; d) ottobre-novembre 2014: realizzazione dei focus group ed elaborazione dei dati dell’archivio dipendenti del CNOS-FAP; e) dicembre 2014-marzo 2015: stesura del rapporto finale. 4. SCHEMA DELLA PRESENTE PUBBLICAZIONE Essa include cinque capitoli più l’introduzione, le conclusioni e la bibliografia. Il primo capitolo delinea il quadro teorico della ricerca. Esso ha come punto di riferimento principale la formazione in servizio nella FP del CNOS-FAP ma non si limita solo a questa: infatti, la formazione in servizio è strettamente connessa con due tematiche e cioè il ruolo dei formatori e la loro formazione iniziale. Pertanto, per una comprensione adeguata delle problematiche si è tenuto conto dei tre aspetti, come anche della loro contestualizzazione nel mondo della scuola cattolica, trattandosi di CFP di ispirazione cristiana. Il secondo capitolo analizza i dati dell’archivio dell’Ente che contiene le informazioni sugli operatori del CNOS-FAP e la loro formazione in servizio. Più precisamente, vengono illustrate la condizione degli operatori del CNOS-FAP nell’anno 9 formativo 2013-14 e la situazione della formazione in servizio nel 2012 e nel 2013, e questo non solo a livello nazionale e di circoscrizione geografica, ma anche per regioni e Centri. Nel capitolo terzo i Delegati regionali, i Direttori dei CFP e i Segretari nazionali dei Settori e delle Aree professionali si confrontano sulla formazione in servizio del CNOS-FAP. Le valutazioni di questi referenti significativi, raccolte mediante un questionario, vengono attentamente analizzate dai ricercatori in tutti i loro aspetti. Da quando ha ottenuto la certificazione, la Sede Nazionale CNOS-FAP provvede alla somministrazione di questionari di soddisfazione al termine degli interventi di formazione in servizio, al fine di ottenere suggerimenti e indicazioni utili per le azioni future. I questionari vengono applicati agli operatori a conclusione delle diverse iniziative e, nel caso dei corsi residenziali nazionali e regionali, dall’anno 2012, una versione modificata dello strumento è stata proposta anche ai docenti responsabili della conduzione delle iniziative. Il capitolo quarto esamina i risultati di questa rilevazione sistematica, evidenziando una ampia area di gradimento. Il capitolo successivo riporta in sintesi i risultati degli studi di caso realizzati attraverso il ricorso alla tecnica dei focus group. In particolare, con tutte le componenti dei Centri selezionati sono state approfondite tematiche centrali per la conoscenza e la valutazione della Formazione in servizio come la partecipazione alle iniziative, i loro punti di forza e di debolezza, le ricadute sull’attività formativa e didattica e le proposte di miglioramento. Le conclusioni evidenziano che la Sede nazionale del CNOS-FAP si è impegnata in maniera adeguata a realizzare le indicazioni della indagine del 2000-01 e i relativi esiti sono stati nel complesso soddisfacenti. Dalla ricerca attuale emerge che la Formazione in servizio dell’Ente merita in generale un giudizio di sufficienza, spesso anche di buono, mentre l’ottimo riguarda ancora un numero piuttosto contenuto di aree. È su queste soprattutto che si dovranno concentrare gli sforzi del CNOS-FAP nei prossimi anni, ma per raggiungere tale scopo sarà necessario anche un monitoraggio continuo delle iniziative realizzate: anche da questo punto di vista, la ricerca offre utili indicazioni, confermando quanto già realizzato e proponendo miglioramenti o il ricorso a nuovi strumenti. Il volume è completato da un’ampia bibliografia che non si limita al CNOSFAP, ma abbraccia anche la FP e il sistema dell’Istruzione. Terminiamo con i ringraziamenti. Anzitutto ai professori Orlando, Pieroni e Vettorato che hanno contribuito alla elaborazione del progetto di ricerca e alla conduzione dell’indagine con diversi apporti in differenti momenti dello svolgimento dello studio. Siamo anche riconoscenti alla Sede nazionale del CNOS-FAP nella persona del suo Presidente, professor Mario Tonini, non solo per averci affidato la presente investigazione, ma anche per il supporto offerto nelle varie fasi della sua attuazione. Ringraziamo da ultimo le dottoresse Beatrice Russo e Maria Cristina Monacchia per il loro ruolo di moderatrici nei focus group. 11 Primo capitolo Il quadro di riferimento Guglielmo Malizia - Sergio Cicatelli Incominciamo con una premessa. Il quadro che ci apprestiamo a delineare ha come punto di riferimento principale la Formazione in servizio nella FP del CNOS-FAP ma non si limita meramente ad essa; infatti, questa è strettamente connessa con il ruolo dei formatori e con la loro formazione iniziale. Pertanto, per una comprensione adeguata delle problematiche non potremo non tener contro dei tre aspetti, come anche della loro contestualizzazione nel mondo della scuola cattolica, trattandosi di CFP di ispirazione cristiana. È inoltre evidente che la formazione (iniziale e in servizio) del personale docente e la condizione del sistema di scuola cattolica sono tematiche che si collocano sullo sfondo della situazione complessiva della scuola italiana. Ad ogni teoria della formazione docente corrisponde infatti una teoria della scuola e le scuole cattoliche appartengono – in quanto paritarie – all’unico sistema educativo di Istruzione e di Formazione, che a sua volta comprende anche il settore dell’istruzione e formazione professionale di cui fanno parte i Centri del CNOSFAP. L’argomento è pertanto estremamente vasto e oggetto di continue riforme e trasformazioni. Nella pagine che seguono si cercherà di tratteggiare sia lo specifico problema della formazione dei formatori (e più in generale quella di tutto il personale docente italiano), sia l’evoluzione recente del sistema scolastico-formativo. L’articolazione fondamentale del capitolo è semplice. Nella prima parte si cercherà di presentare il quadro teorico che offre i parametri principali di riferimento della ricerca. La seconda sezione sarà focalizzata sulla contestualizzazione delle problematiche in esame: in altre parole, verrà delineata l’evoluzione che è avvenuta al riguardo in Italia. 1. LA BASE TEORICA Il paragrafo si articola in due sezioni principali. La prima illustra le tendenze a livello internazionale; la seconda è riservata alle posizioni specifiche della scuola cattolica. 12 1.1. Le tendenze a livello internazionale Per la distribuzione interna degli argomenti partiamo da due dei principali riferimenti indicati sopra, il ruolo e la formazione, ricordando che la seconda ha senso solo se funzionale al primo. 1.1.1. Il ruolo degli insegnanti L’innovazione principale che si registra in proposito nel corso degli ultimi decenni del secolo appena trascorso è rappresentata dall’evoluzione dal monopolio alla mediazione (Goble e Porter, 1977; Faure et alii, 1972; Avalos, 1991; Cresson e Flynn, 1995; Delors et alii, 1996; Rapporto mondiale sull’educazione. 2000, 2000; Apprendre et enseigner dans la société de la communication, 2005; Malizia, 2008). Secondo la concezione tradizionale l’insegnante detiene il monopolio delle conoscenze, le trasmette a chi non le ha e cessa dalla sua funzione quando l’allievo ha appreso tutto ciò che sa l’insegnante. Ciò presuppone a monte che le conoscenze abbiano una natura fissa, finita e quantitativamente misurabile, cioè che l’apprendimento consista nel deposito e nell’accumulazione di saperi, e che tra docente e allievo si riscontri un dislivello di conoscenze che viene colmato dal travaso di nozioni dal primo al secondo; una volta compiuto tale trasferimento, l’educando o si inserisce nella vita pratica o passa a un altro insegnante che ne sa più del primo. Inoltre, la condizione dell’insegnante si basa sul fatto di possedere maggiori cognizioni di altri, in specie dei propri allievi. Questo significa che il docente di un livello scolastico si vede riconosciuto uno status superiore a quello del collega del livello precedente e che esso aumenta con l’elevarsi dell’età dello studente. Da ultimo, il titolo di studio posseduto dal docente è inteso come misura (quantitativa) della lunghezza della formazione e della capacità di riprodurre dei modelli piuttosto che come indice (qualitativo) delle conoscenze e delle competenze acquisite. Alla fine degli Anni ‘60 il modello del monopolio è entrato in crisi soprattutto per effetto di due fattori. In primo luogo, va ricordata l’espansione enorme delle conoscenze, per cui nessuno può vantare il monopolio dei saperi in un determinato settore di studio. Il secondo fattore consiste nell’esplosione delle aspettative di eguaglianza che rende sempre meno accettabile l’esistenza di una gerarchia rigida di status tra le diverse categorie di insegnanti. La prima risposta alla crisi è consistita in un tentativo di modernizzare il modello del monopolio attraverso delle correzioni che però non ne hanno cambiato la sostanza. La soluzione è venuta dal riconoscimento agli insegnanti di un nuovo ruolo, quello della mediazione. In altre parole, l’insegnante si interpone tra l’educando e la massa delle informazioni frammentarie, prive di ordine e tra loro spesso contrastanti che tendono a sommergerlo, per aiutarlo a integrarle in un quadro coerente di conoscenze. Il compito di trasmettere le conoscenze perde la priorità, anche se non cessa di conservare la sua rilevanza; diviene invece essenziale il compito di formare nell’educando la capacità di individuare, verificare e assimilare le 13 conoscenze e le competenze che gli consentiranno di formulare e realizzare gli obiettivi delle sue azioni sulla base di una valutazione realistica della situazione in cui vive e nel rispetto degli interessi collettivi e dei diritti altrui. Ne consegue che il docente non è più tanto o principalmente la fonte delle informazioni, ma il suo ruolo consiste anzitutto nel guidare alle fonti delle conoscenze e nel predisporre le occasioni di apprendimento. 1.1.2. La formazione degli insegnanti Sulla formazione degli insegnanti è opportuno distinguere tra le indicazioni generali e quelle specifiche su formazione iniziale e formazione in servizio (Apprendre et enseigner dans la société de la communication, 2005; Malizia, 2008; Torres, 1996; Delors et alii, 1996; Blondel, Delors et alii, 1998; Rapporto mondiale sull’educazione. 2000, 2000; Bindé, 2002; Halperin e Ratteree, 2003; Silvestre Oramas, 2003). a) Indicazioni generali Tenuto conto nell’insieme del nuovo ruolo dei docenti e delle attese che la società nutre nei loro confronti, è opportuno tentare di definire le esigenze formative basilari degli insegnanti. – La prima è di coinvolgerli direttamente nella ricerca di una risposta a tutte le problematiche che li riguardano, comprese quelle della riforma dei sistemi educativi di Istruzione e di Formazione. – Un bisogno molto sentito è quello di una consonanza piena tra il curricolo della scuola e quello seguito dagli stessi insegnanti nella loro formazione. – È necessario evitare ogni dicotomia, ma al contrario si deve trovare nella formazione degli insegnanti una integrazione equilibrata, tra la preparazione in una o più discipline, la competenza pedagogica e l’educazione culturale generale di base. – La preparazione dei docenti dovrebbe comprendere non solo gli aspetti cognitivi, ma anche quelli emotivi e valoriali. – Le esigenze di apprendimento dei docenti sono diversificate e, pertanto, vanno trovate delle risposte altrettanto differenziate sul piano dell’offerta formativa. – Un’attenzione prioritaria dovrebbe essere prestata alle carenze nella preparazione di base degli insegnanti che vanno colmate con urgenza nel corso della loro formazione. – La stessa considerazione va data ad alcune aree del processo di insegnamentoapprendimento che si sono dimostrate particolarmente critiche come per esempio: l’insegnamento della lettura e della scrittura; le ripetenze e gli abbandoni con le loro cause e i loro effetti; la programmazione didattica; le difficoltà di apprendimento; la valutazione degli apprendimenti. – Si deve assolutamente evitare di presupporre negli insegnanti conoscenze e competenze che essi mai hanno ricevuto nella formazione iniziale o in servizio, come per esempio: la capacità di innovazione; la partecipazione a gruppi 14 di lavoro; le gestione dei compiti a casa; l’adattamento del curricolo; i criteri di valutazione; la promozione del coinvolgimento delle famiglie e della comunità nella scuola; la progettazione e l’attuazione delle attività extrascolastiche. Il problema nasce dal fatto che mentre a livello di formulazione le politiche educative delineano una figura di insegnante e un modello di formazione dei docenti che si muovono nell’ambito del quadro sopra delineato, al momento della loro realizzazione non vengono prese misure adeguate per rendere concreti gli obiettivi proclamati. Più in particolare: – la formazione dei docenti continua ad occupare una collocazione marginale nelle politiche educative; – agli insegnanti si chiede di assicurare buone prestazioni da parte degli allievi, ma non vengono posti nelle condizioni di garantire processi validi di insegnamento- apprendimento; – l’innovazione in campo scolastico continua ad essere concepita come un’operazione di breve termine da realizzarsi rapidamente; – le condizioni di lavoro dei docenti (stato giuridico, stipendi, orari, assicurazioni) non sono mai prese in seria considerazione per arrivare a delle soluzioni soddisfacenti dei relativi problemi. In conclusione, dalle argomentazioni fin qui presentate emergono le seguenti linee generali per un ripensamento della formazione degli insegnanti. 1. Essa non può essere ristretta ad un addestramento, ma deve offrire tutte le conoscenze e competenze richieste dalla complessità della vita sociale: non ci si può limitare a sviluppare le abilità necessarie per svolgere compiti specifici ma bisogna ripensare le relazioni tra teoria e pratica, tra dimensione organizzativa e pedagogica, tra scuola e comunità. 2. Va superato l’approccio tradizionale alle riforme che consiste nell’adeguare gli insegnanti e la loro formazione al piano di riforma già deciso. Al contrario le conoscenze, le esperienze e la partecipazione attiva degli insegnanti sono essenziali per l’elaborazione di proposte valide di innovazione e per il successo della loro attuazione. 3. Il compito di gestire e di riformare in modo efficace la formazione degli insegnanti si presenta molto complesso e, pertanto, non può essere assolto solo dallo Stato che, comunque, deve continuare a svolgere un ruolo principale. In aggiunta, vanno coinvolte le associazioni degli insegnanti, le organizzazioni non governative che si occupano di questo ambito, i centri e le istituzioni accademiche e di ricerca, il privato sociale e il mercato. 4. L’elevazione della qualità di tutto il sistema educativo attraverso la riforma è una misura più efficace e meno costosa che non quella di dover prevedere nella formazione degli insegnanti un settore consistente dedicato al recupero delle carenze nella formazione culturale generale di quanti usciti dalla scuola si iscrivono ai percorsi per la preparazione dei docenti. 15 5. La riflessione critica e la sistemazione delle proprie prassi rappresentano lo strumento più efficace di cui dispongono gli insegnanti per elevare il livello della loro professionalità. La formazione dei docenti deve preparare all’analisi della pratica dell’insegnamento e deve farne un pilastro del suo program - ma. 6. La formazione degli insegnanti va considerata come una strategia in se stessa e non semplicemente come parte di un disegno più grande di innovazione e ad esso funzionale. Infatti, essa costituisce un processo continuo, realizzato in varie modalità e passando attraverso diverse fasi. 7. Il punto di partenza deve essere identificato nelle esigenze degli insegnanti, anche se non ci si può fermare a queste perché molto spesso sono domande di breve respiro che curano i sintomi, ma non le cause di fondo. Esse vanno integrate nel complesso della domanda sociale per cui la formazione degli insegnanti deve tra l’altro abilitare i docenti a riorientare i loro bisogni di apprendimento verso un ruolo più professionale. 8. La formazione degli insegnanti rientra nell’ambito dell’educazione degli adulti e deve cercare di utilizzare le conoscenze e le esperienze più valide che tale livello del sistema educativo ha realizzato. 9. Per l’efficacia della formazione degli insegnanti è essenziale che le persone in formazione possano vedere le innovazioni in atto. A ciò potrebbero contribuire reti di scuole in grado di offrire buone pratiche. 10. Pur essendosi sviluppata inizialmente come una professione da realizzare individualmente, nel tempo è emerso prepotentemente il bisogno e il dovere di lavorare in gruppo. Per divenire realtà ciò richiede una formazione adeguata da parte dei docenti e la previsione di spazi negli edifici e, soprattutto, di tempi nel calendario scolastico. 11. La preparazione all’autoformazione e allo studio personale costituisce una carenza riconosciuta dei sistemi educativi, mentre rappresenta una precondizione essenziale per quell’apprendere per tutta la vita che nella società del cambiamento è richiesto a tutti per rimanere padroni della propria esistenza. Anche questo è un ambito da curare particolarmente nel ripensamento della formazione degli insegnanti. b) La formazione iniziale Le modalità principali di formazione iniziale possono essere sintetizzate in tre strategie. La prima consiste nel non prevedere nessuna formazione specifica per cui, ad esempio nei Paesi in via di sviluppo, si va a insegnare dopo la scuola secondaria o la primaria e in quelli sviluppati (ma è più storia che realtà) dopo il 1° ciclo dell’istruzione superiore. Certamente, non è una modalità appropriata di formazione e può essere accettata solo come ripiego in situazioni di mancanza di docenti a fronte di una domanda molto consistente di istruzione per evitare che tanti giovani rimangano senza l’educazione a cui aspirano legittimamente. 16 La seconda strategia è data dalla frequenza della preparazione specifica all’insegnamento dopo la formazione culturale generale e/o in un determinato settore scientifico (formazione consecutiva). Si situa dopo la scuola secondaria o dopo il 1° ciclo dell’istruzione superiore e consiste in almeno un anno che comprende insegnamenti come la teoria generale dell’educazione, la didattica, le scienze sociali (psicologia e sociologia dell’educazione...). La terza modalità è costituita dalla frequenza contemporanea e intrecciata della preparazione specifica all’insegnamento e della formazione culturale generale e/o in un determinato settore scientifico (formazione parallela). Tale tipo di offerta si situa di solito a livello post-scolastico. La formazione consecutiva e quella parallela sono ambedue strategie valide. Esaminiamo ora i programmi di formazione specifica alla funzione docente sia che essi assumano la modalità parallela, sia che si presentino in quella consecutiva. Si tratta di tre possibili strategie. La formazione orientata consiste in un programma coerente finalizzato fin dall’inizio esclusivamente all’insegnamento. I vantaggi sono diversi: facilita una progettazione coerente dell’offerta formativa, consente la predisposizione di un curricolo armonico e permette la costituzione di vere comunità educative. Non mancano, tuttavia, i problemi: essa offre possibilità più ridotte di scelta agli studenti, può mancare di stimoli e di varietà e dipende dalla domanda di insegnanti che si riscontra in ogni Paese. Al contrario la formazione aperta prevede per chi la frequenta una molteplicità di sbocchi professionali. In questo caso gli elementi positivi possono essere identificati nei seguenti aspetti: tale modalità di organizzare i programmi di formazione specifica permette agli studenti una maggiore flessibilità nelle scelte, consente una decisione più matura perché la scelta è ritardata rispetto al momento dell’inizio e assicura risorse migliori e maggiori opportunità di ricerca, essendo inserita in un contesto universitario e svolgendosi in un primo momento insieme a discipline di maggiore prestigio. I limiti possono essere visti nella mancanza di specificità dei programmi e nella difficoltà di conferire al curricolo una fisionomia professionale unitaria. Una terza strategia consiste nella formazione basata sulla scuola che è acquisita principalmente durante l’insegnamento. Le ragioni di questa modalità vanno ricercate nel bisogno urgente che i Paesi in via di sviluppo hanno di docenti. Dal punto di vista organizzativo, dopo la scuola secondaria superiore (o meno) il futuro insegnante svolge un breve periodo di formazione universitaria e successivamente viene assegnato a una scuola dove continua la formazione personale e la preparazione professionale. Tra i vantaggi si può ricordare che: viene valorizzata l’esperienza di insegnamento; lo studente si trova già nella situazione per la quale viene formato; questo tipo di programma stimola l’interesse e si caratterizza per un maggiore realismo; inoltre, favorisce l’allargamento dell’accesso all’istruzione, soprattutto di base. Il problema più grave consiste nel pericolo di un insuccesso del docente che viene im- 17 messo nell’insegnamento senza la dovuta preparazione, per cui rischia di danneggiare gravemente gli allievi. In ogni caso, questa modalità è ammissibile solo come transitoria. In conclusione, riguardo all’organizzazione dei programmi di formazione specifica non esiste una strategia totalmente buona o cattiva, ma la validità dipende dal contesto in cui ci si trova ad operare. Nelle sue realizzazioni più adeguate la formazione iniziale si articola solitamente in cicli. Il primo offre una formazione generale ed una eventuale preparazione di base nelle scienze dell’educazione. Di solito si situa a livello di istruzione superiore, ha un minimo di durata di un anno e di norma conduce a un primo diploma. Il secondo ciclo può essere organizzato in forma parallela o consecutiva e generalmente si articola in due parti: la prima è dedicata allo studio centrato sulle competenze professionali, si svolge a livello di istruzione superiore nella forma del dipartimento e richiede un’esperienza di insegnamento (diretta o simulata); la seconda parte consiste nell’iniziazione pratica guidata e viene realizzata in una scuola sotto la guida di un consigliere pedagogico (per cui cfr. sotto la sezione c). C’è anche bisogno di un aiuto esterno alla scuola (circoli pedagogici di cui alla sezione c; istituzione di istruzione superiore presso la quale si sono studiate le scienze dell’educazione). La durata è di almeno un anno. La valutazione per l’assunzione definitiva dovrebbe essere affidata a un collegio di esaminatori formato per esempio da un ispettore, dal direttore della scuola, dal consigliere pedagogico, da un professore universitario e da un insegnante della scuola. c) La formazione in servizio Si richiamano anzitutto le tendenze generali più significative. In primo luogo va segnalato l’orientamento a utilizzare prevalentemente le strutture e l’organizzazione delle istituzioni incaricate della formazione iniziale. Ciò consente tra l’altro di valutare i programmi della formazione iniziale e di renderli più concreti dato il feedback che può venire dagli ex-allievi che sono coinvolti direttamente nella pratica della docenza. Nei Paesi sviluppati la finalità principale consiste nell’aggiornare e modernizzare un personale invecchiato e tradizionalista. Al contrario nelle nazioni in via di sviluppo si mira in via prioritaria a completare la formazione iniziale dei docenti. A livello nazionale, l’autorità responsabile delle politiche educative dovrà garantire la rispondenza a mete generali nel quadro dello sviluppo del sistema nazionale di educazione: questo permette di agganciare la formazione in servizio alle priorità del governo. Quanto al finanziamento, la responsabilità ultima spetta ai ministeri competenti, ma al tempo stesso va realizzato un adeguato decentramento regionale della gestione. In alcuni Paesi (soprattutto la Francia e quelli dell’area francofona) funzionano centri pedagogici nazionali con compiti di ricerca, formazione, innovazione, aiuto e documentazione. La formula è valida se questi centri non si trasformano in strutture isolate, dedite solo all’investigazione teorica; al contrario esse sono chiamate a svolgere un ruolo importante di collegamento tra le istituzioni 18 per la formazione iniziale dei docenti, le scuole e la ricerca di base; un’altra funzione significativa è quella di diffondere prassi educative avanzate. Il livello regionale è quello dove dovrebbero concentrarsi i maggiori sforzi. In questo caso il perno consiste nell’istituzione incaricata della formazione iniziale dei docenti. A tale livello si raccomanda l’introduzione di circoli pedagogici locali (teachers’ centres) sia con compiti di promozione dell’innovazione pedagogica attraverso la partecipazione dei docenti migliori in veste di formatori, sia anche con funzioni sociali di aggregazione tra i docenti. Segue il livello della singola scuola che non solo non va trascurato, ma anzi deve assumere un’importanza primaria. Infatti, la formazione in servizio ha senso se i suoi effetti si fanno sentire positivamente in ciascun istituto, nelle singole classi e su ogni insegnante e allievo; altrimenti, è solo spreco di risorse e bisogna riconoscere che parte della formazione in servizio è in tali condizioni. Pertanto gli obiettivi a questo livello vanno identificati nel rinnovamento della scuola dall’interno e nel miglioramento della pratica pedagogica. Determinante per il successo della formazione in servizio nella singola scuola è la creazione di un ambiente che stimoli e sostenga le iniziative di aggiornamento; da questo punto di vista svolge un ruolo centrale la supervisione dei dirigenti che va concepita come un aiuto fornito da questi agli insegnanti allo scopo di migliorare la loro pratica nel rispetto della responsabilità primaria che essi hanno nel processo di insegnamento-apprendimento. Tale funzione può essere delegata (o il dirigente può essere affiancato da) a un consigliere pedagogico, docente esperto (che nel secondo caso ha soprattutto il compito di motivare gli insegnanti all’innovazione mediante la formazione e a organizzare la progettazione concreta di attività di aggiornamento). Attenzione adeguata va riservata al livello individuale del singolo insegnante. La formazione in servizio deve rispondere anche ai bisogni dei singoli docenti e non solo alle esigenze del sistema educativo di istruzione e di formazione o a quelle della scuola. Ciò implica la necessità di una partecipazione effettiva dei docenti alle decisioni relative alla formazione in servizio. 1.2. Ruolo e formazione degli insegnanti di scuola cattolica Essendo il CNOS-FAP un Ente di FP di ispirazione cristiana, non poteva mancare nel quadro teorico un riferimento importante alla riflessione pedagogica sugli insegnanti di scuola cattolica. Anche in questo caso adotteremo la tripartizione in ruolo, formazione iniziale e in servizio. 1.2.1. Essere insegnanti di scuola cattolica oggi Toccheremo in particolare tre aspetti che ci paiono centrali: il profilo, la relazione educativa e la diversità di carismi tra docenti religiosi e laici (Cicatelli, 2006; Cicatelli, 2009; Cicatelli, 2013; CNSC, 2008; CSSC, 2006; Malizia, Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006; Malizia e Cicatelli, 2005; Malizia, 2005). 19 a) Il profilo del docente di scuola cattolica Sull’identità del docente di scuola cattolica esiste da qualche anno un documento del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica (CNSC, 2008), che riteniamo possa essere un punto di riferimento utile e imprescindibile per delineare il profilo umano e professionale di coloro che scelgono di prestare la propria opera educativa in una scuola cattolica. Essi si qualificano come professionisti dell’educazione e dell’istruzione, come educatori cristiani, come mediatori di uno specifico progetto educativo e come persone impegnate in un cammino di crescita spirituale. Va inoltre ricordato che tra il settembre del 2005 e l’ottobre del 2006 il CSSC (Centro Studi per la Scuola Cattolica) della CEI ha condotto una ricerca a livello nazionale sui docenti di scuola cattolica, comprensiva anche dei formatori della FP di ispirazione cristiana (CSSC, 2006, in particolare pp. 225-232): è anche su questa indagine che si basano alcune delle osservazioni proposte qui di seguito. A nostro giudizio, punto di partenza di ogni discorso sul profilo formativo del docente di scuola cattolica non può che essere la secolare tradizione educativa cristiana nelle sue espressioni migliori (CEI, 2010; Nanni, 2006; Malizia, Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006). Di essa fa intrinsecamente parte anzitutto un concetto di azione educativa vista non solo come educare, cioè nutrire culturalmente l’alunno con la trasmissione della migliore paideia sociale (riletta cristianamente), ma anche, ed essenzialmente, come e-ducere, cioè “risveglio” e “maieutica” della persona: sulla base di una con cezione antropologico-cristiana dell’educando quale soggetto che non è da idolatrare, ma neanche semplicemente da plasmare, perché è individualità creata e redenta da promuovere, persona da suscitare e da sostenere nel suo processo di crescita e di qualificazione personale dell’esistenza propria, altrui e comune. Un secondo fattore intrinseco e portante è certamente l’idea della scuola e del CFP intesi come comunità educativa: sorretta idealmente da un progetto educativo cristianamente ispirato, supportata da un ambiente educativamente accurato, vissuta in un clima di “famiglia”, praticata in collaborazione con le famiglie e la comunità territoriale e ecclesiale (e magari con le rispettive forme associative), aperta a iniziative di volontariato e di impegno civile e ecclesiale (CSSC, 2008; Sergiovanni, 2000; Wenger, 2006). Parte integrante del progetto educativo sottostante alla scuola cattolica è inoltre anche la concezione della relazione personale come strategia prima dell’educare – con la tradizione di fiducia, di stima, di rispetto, di dialogo, di incontro, di proposta che ciò comporta, e pur nella saggia attenzione alle tecnologie educative che l’innovazione scientifico-tecnologica offre. In quarto luogo la scuola cattolica è sorretta dalla considerazione che l’istruzione è un’illuminazione della mente per irrobustire il cuore e che l’educazione scolastica e dei CFP è, sì, stimolazione e formazione intellettuale (o professionale), ma anche (e in un certo senso soprattutto) “affare di cuore”: cioè esperienza di tensione ideale e morale, testimonianza ed esempio di “vita buona”, di ragionevolezza, 20 amorevolezza e giustizia vissute in prima persona e di per se stesse “effusive” e “contagiose”. Infine, è riferimento fondativo e orientante dei progetti educativi delle scuole cattoliche una cultura ispirata ad un umanesimo integrale, inteso sia come forma che come contenuto dell’educare – nella prospettiva della “civiltà della verità e dell’amore”. Questi tratti comuni della tradizione ecclesiale dovranno essere rivissuti secondo le modalità peculiari di ciascuna esperienza carismatica, origine di nuove realtà scolastiche e formative, con tutta la freschezza, la creatività e lo spessore anche storico che le potrà connotare (ad esempio, secondo lo “spirito” del sistema preventivo salesiano o del sistema educativo lasalliano o ignaziano; oppure con l’accento tipico dei Movimenti e delle nuove Comunità ecc.). Entro questo quadro si tratterà di portare a livello di coscienza personalizzata, in ciascun docente, una concezione cristiana del mondo e della vita. Infatti, la scuola cattolica risulta fondata sul mistero di Gesù Cristo che «rivela e promuove il senso nuovo dell’esistenza e la trasforma abilitando l’uomo a vivere in maniera divina, cioè a pensare, volere e agire secondo il Vangelo, facendo delle beatitudini la norma della vita» (Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica, 1977, n. 34). È in Lui che si ha anche la rivelazione dell’amore misericordioso di Dio (di cui Cristo è il volto) e del rinnovamento umano nello Spirito. Tale concezione del mondo e della vita arriva a delineare una specifica visione del ragazzo/allievo: questi appare al contempo persona (come possono variamente affermare anche molte prospettive pedagogiche umanistiche contemporanee), immagine e somiglianza di Dio (come possono affermare anche pedagogisti di matrice ebraica o musulmana o comunque religiosa) ma, solo cristianamente, anche “figlio nel Figlio” e modello di quei “piccoli” che cercano evangelicamente il Regno di Dio e la sua verità-giustizia. Un altro punto da sviluppare, sia in sede di formazione iniziale che in sede di aggiornamento e formazione in servizio, consiste nell’approfondimento della testimonianza cristiana. In effetti l’ispirazione cristiana non si riduce a sola “referenza” o a solo quadro di riferimento ideale e valoriale. Essa pretende di essere – o perlomeno di poter essere – fonte di motivazione e ispirazione creativa di comportamenti e vissuti educativi peculiari. Per tale motivo lo stesso agire e rapportarsi educativo viene a risultare non solo come agire e relazione professionale, magari intrinsecamente connotati di dimensioni affettive, filantropiche, sociali, ma anche come un modo specifico di rapportarsi e vivere “agapicamente” (cioè secondo l’amore di Dio) la comune vicenda umana di liberazione e pienezza vitale, a cui tutti aspiriamo. La visione cristiana dell’educazione invita, da sempre, a pensare il proprio ruolo professionale di docenza come una vocazione e come una missione specifica, nel contesto della globale vocazione cristiana e della comune responsabilità sociale educativa: sia come sensibilità nativa e coltivata, sia come espressione e modo particolare di essere nella vita e nel processo di crescita del Corpo di Cristo 21 che è la Chiesa. L’indispensabile cura per questi aspetti di fondo della professione docente si rivela in grado di integrare armonicamente e sinteticamente anche ogni altra componente della professione docente. A livello personale, essa può promuovere l’integrazione tra vita, cultura e fede, come richiesto da tutto il magistero ecclesiale fin dal Vaticano II; tra personalità e ruoli; tra continuità e differenza di genere, di appartenenze vitali, di stagioni di vita; tra prima formazione ed aggiornamento continuo, tramite opportune iniziative e momenti. A livello di competenza culturale, può porsi come integrazione di esperienza soggettiva, di tradizione culturale ed ecclesiale, di ispirazione ideale e/o di fede, di conoscenza scientifica, di tecniche pedagogiche e didattiche, di operatività personale e comunitaria. A livello di azione educativa, è capace di tradursi nella integrazione tra mediazione e stimolazione per una globale ed unitaria formazione personale e sociale degli individui e delle aggregazioni comunitarie; o nell’integrazione tra azione individuale ed azione comunitaria, tra docenza disciplinare e connessione interdisciplinare e trasferimenti culturali e vitali (spingendo a essere professionisti dei nessi, delle disciplinarità e delle trasversalità, della ricerca analitica e di quella comprensiva, dell’approfondimento e dell’unificazione culturale e vitale). A livello di stili di apprendimento, essa può dar luogo all’opportuna coniugazione di sentire, osservare, teorizzare, progettare, operazionalizzare, valutare e verificare per un’azione comprensiva, referenziata, giustificata: con l’intenzione ultima di risultare al contempo valida, efficiente ed efficace, ma anche all’altezza dei bisogni, delle aspettative e del futuro dei ragazzi e delle ragazze, singoli e gruppi-classe, con cui si entra in relazione educativo-didattica. Nei docenti appare poco evidenziata l’attenzione specifica al compito educativo- sociale. Eppure questo aspetto della funzione docente è ineludibile. Rispetto ad un recente passato gli insegnanti di oggi sono chiamati a concorrere all’educazione alla convivenza civile e democratica di tutti e di ogni nuovo cittadino che viene alla ribalta della vita sociale adulta, fortemente segnata dalla multicultura. Essi debbono saper esprimere, all’interno della istituzione e della prassi scolastica, atteggiamenti e comportamenti in qualche modo riferibili a quell’etica civile collegata ai diritti umani e alle richieste di uno sviluppo sostenibile, equo e solidale, a cui i governi nazionali e gli organismi internazionali intendono (o perlomeno dicono di) ispirarsi e cercare di attuare. E a tali ideali civili si chiede che gli insegnanti educhino gli alunni, sia individualmente sia collegialmente come comunità di apprendimento. Questa attenzione ad una competenza educativa al sociale appartiene a pieno titolo alle scuole cattoliche e ai CFP di ispirazione cristiana, che da sempre hanno congiunto intenti di evangelizzazione e educazione della fede con sensibilità e promozione umana e sociale: con una particolare attenzione per gli “ultimi”. b) Il docente di scuola cattolica e la relazione educativa La capacità di coinvolgimento personale nella relazione educativa è parte costitutiva della professionalità docente (CNSC, 2008; La Marca, 2006; Malizia, 22 Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006). All’insegnante occorrono sia competenze cul - turali e didattiche, indispensabili per consentire la conquista personale del sapere da parte degli alunni, sia competenze relazionali, necessarie per interagire correttamente con gli allievi stessi, i colleghi, i genitori e soprattutto per instaurare delle relazioni educative profonde, significative ed efficaci. In particolare, sembra che nella relazione educativa l’insegnante di scuola cattolica debba curare in parti - colare: il modo di fare lezione in classe; l’attenzione alle caratteristiche peculiari di ogni persona; il dialogo fitto e intenso, fatto di ascolto attento e di comunicazione vibrante; l’esercizio dell’autorevolezza morale in un clima di libertà interiore; la coerenza tra i principi religiosi e morali insegnati e la propria testimonianza di vita; lo sviluppo della cooperazione tra gli alunni nello svolgimento del lavoro scolastico; la guida e l’orientamento degli allievi da accompagnare nella loro crescita umana. La lezione svolta è realmente educativa non solo quando rende possibile la conoscenza, la comprensione intellettuale, ma anche quando promuove l’atto della volontà, vale a dire l’adesione alla verità scoperta e riconosciuta. La lezione, prodotto o risultato dell’insegnamento, svolge una funzione educativa quando suscita l’apprendere come azione immanente o formativa. Per la formazione dello studente non è tanto importante e decisiva l’esposizione ex cathedra di conoscenze, quanto il loro apprendimento reale. Il docente non può essere un ripetitore o un lettore delle nozioni già presenti nei trattati o nelle riviste scientifiche, ma una persona che stimola la curiosità e l’interesse dello studente. La relazione educativa è centrata sul rispetto reciproco e sulla chiara definizione degli obiettivi da raggiungere insieme; tutto ciò rende possibile muoversi all’interno del paradigma di una formazione che non consente fughe nell’anonimato. Al di sopra della competenza tecnica o della conoscenza scientifica – la cui importanza nessuno nega o disdegna – ciò che maggiormente lascia un’impronta nell’alunno è l’entusiasmo, la vicinanza, la flessibilità personale, la disponibilità, la comprensione, l’empatia e il senso di giustizia dell’insegnante. La professione docente contiene già al suo interno una forte tensione etica ed ideale, come servizio alla persona nel suo processo di crescita e nello sviluppo guidato delle sue potenzialità (Damiano, 2007). L’essere un docente di scuola cattolica comporta in più la consapevolezza di svolgere un’attività rivolta all’uomo in quanto persona considerata nella sua integralità e nell’orizzonte che conferisce alla vita la sua piena e ultima destinazione. In classe dovrebbe realizzarsi una reciproca passione comunicativa, simpatetica e, per quanto possibile, una solidarietà dinamica tra insegnante e alunni, e degli allievi tra di loro, sulla base di un’affinità e di una condivisione più o meno estese, mediante il riconoscimento del valore della persona come essere libero e responsabile, da difendere e da promuovere. La convivenza quotidiana offre molte opportunità di incontro e condivisione, come una breve conversazione in corridoio, alla fine di una lezione o in un momento di pausa. Questi contatti sporadici brevi, 23 quando sono di appoggio al colloquio formale, hanno un grande valore per stimolare ed incoraggiare l’alunno, per risolvere un problema occasionale, per congratularsi con chi ha raggiunto l’obiettivo che perseguiva, insomma per dimostrare ad ogni allievo che all’insegnante interessa la sua persona, la sua situazione, i suoi desideri, i problemi, gli hobby, il suo mondo, la sua esperienza. Dalla natura della scuola cattolica discende anche uno degli elementi più espressivi dell’originalità del suo progetto educativo: la sintesi tra cultura e fede. Infatti il sapere, posto nell’orizzonte della fede, diventa sapienza e visione di vita. Le singole discipline non presentano solo conoscenze da acquisire, ma verità da scoprire e valori da assimilare. Tutto ciò esige un ambiente caratterizzato dalla ricerca della verità, nel quale gli educatori – competenti, convinti e coerenti – aiutano gli allievi ad operare una sintesi personale tra verità di fede e verità naturali. Per giungere ad una autentica relazione educativa in classe è necessario anche creare una piattaforma apprenditiva, che permetta agli allievi di instaurare significative relazioni socio-affettive e socio-operative all’interno della classe, al fine di raggiungere positivi risultati scolastici e, allo stesso tempo, una maggiore maturazione e integrazione delle loro personalità in via di formazione. Per questo è necessario che l’insegnante prenda in considerazione le condizioni personali e sociali degli allievi e, nei limiti delle sue possibilità, favorisca il loro apprendimento attraverso una programmazione personalizzata che faciliti il lavoro di gruppo, il gioco collaborativo e altre forme di educazione sociale. La meta ideale rimane il pieno sviluppo della capacità di autovalutazione nell’allievo, il quale, riconoscendosi per come effettivamente è in un certo momento del suo sviluppo e acquisendo consapevolezza delle sue effettive possibilità di miglioramento, dovrebbe così prendere le decisioni giuste nell’orientare il suo impegno nel lavoro scolastico. Sarà dunque necessario creare i presupposti che, da un lato, permettano all’allievo di non vedere la valutazione come una sentenza sul proprio valore, facendo in modo che la possa invece sperimentare come momento utile alla propria crescita, in cui conoscere i propri punti di forza e comprendere in che modo far fronte agli eventuali insuccessi, e che, dall’altro, garantiscano le migliori condizioni di esercizio della sua responsabilità individuale. Fondamentalmente, infine, l’insegnante di scuola cattolica accetta di essere la guida e l’orientatore che accompagna l’alunno nel suo cammino verso la conquista della piena identità cristiana mediante l’acquisizione personale delle conoscenze e delle competenze necessarie per vivere da cittadino solidale e responsabile nella “città terrena”, senza dimenticare che la meta finale e definitiva è la “città celeste”. c) La diversità dei carismi dei docenti religiosi e laici nella scuola cattolica Dato che siamo di fronte a una contrazione quantitativa molto marcata dei religiosi, non solo nella scuola ma anche nell’immaginario vocazionale delle nuove generazioni, diventa ancor più necessario interrogarsi criticamente sulla natura e sulle caratteristiche educative di questa specifica “figura” di docente. In sostanza: il religioso insegnante dispone di valori educativi specifici e propri, unici e insostitui- 24 bili – e perciò è necessario alla identità della scuola cattolica, e mai potrà essere “supplito” dal docente laico – oppure può oggi cedere le sue funzioni educative alla mediazione dei nuovi ministeri laicali – o perlomeno condividerle? A nostro parere, ogni membro della comunità educante costituisce una ricchezza con il carisma umano e cristiano che gli è proprio (Congregazione per l’educazione cattolica, 2007; De Giorgi, 2006; Malizia, Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006). Non sembra essere quindi una sostituzione meramente funzionale, quella che si opera in tante scuole con il subentro di docenti laici ai docenti religiosi, ma un fenomeno che può comportare quasi una vera e propria mutazione nell’identità e nel modello educativo della scuola cattolica. In essa, infatti, entrambe le presenze sono a loro modo significative: quella dei docenti laici rappresenta una ricchezza per la testimonianza che essi possono offrire di una fede vissuta nel pieno contatto con le realtà secolari; ma anche quella dei docenti religiosi è una ricchezza che sarebbe doloroso perdere, per la loro testimonianza di un modo diverso di relazionarsi con quelle stesse realtà (testimonianza che, del resto, costituisce un richiamo costante nella vita dell’intera Chiesa). Per quanto riguarda il religioso docente nella scuola cattolica, il punto nodale della sua specificità educativa sta nel saper trasformare il proprio carisma congregazionale e i tre voti religiosi da criterio di appartenenza personale a criterio del fare cultura critica specifica nella scuola/FP. Il voto di povertà nella scuola cattolica diventa metodologia scientifica di sobrietà e quindi capacità di produrre risultati più profondamente conoscitivi della realtà, con il minimo possibile di mezzi materiali. È proprio in quest’ottica che il servizio agli ultimi, tipico del religioso, acquista una nuova ed esemplare significatività. Riprogettare una disciplina a partire dalle situazioni reali dei più svantaggiati significa che l’ascolto di chi è “povero” può suggerire una migliore organizzazione persino del “sapere” e delle discipline, a servizio più della vita che della “cultura” o delle “strutture” in senso stretto. Il voto di castità è la capacità di parlare alla razionalità di una persona, e perciò di fare educazione di natura scolastica o formativa, senza giocare ambiguamente sulla sua emotività e sensibilità. Si educa meglio la persona, quanto meno si cerca di condizionarla, possederla e perfino usarla nei suoi elementi di più facile vulnerabilità, e quanto più si insiste appassionatamente sulla natura e sul dinamismo razionale che la costituiscono – fin nella loro dimensione affettivamente più intima e profonda. Il voto di obbedienza nella scuola cattolica diventa capacità di proposta culturale di valori e di significati, senza finalizzare tale proposta alla cattura del consenso e al possesso delle volontà – e quindi senza volere “strumentalizzare” o “convertire” le coscienze, ma mirando semplicemente alla loro crescita veramente libera, attraverso il paragone con ciò che è oggettivamente vero e valido. In questa prospettiva, la presenza del religioso di vita consacrata nella scuola cattolica viene quindi ad assumere tre funzioni specifiche: 25 a) si pone come l’oltre profetico rispetto a qualsiasi educazione prodotta dalla sola mediazione culturale; b) si colloca entro la cultura stessa della scuola/FP, come portatrice di criteri di giudizio critico contenuti nella sua identità e nella sua esperienzialità di vita; e quindi come criterio “diverso e altro” del fare cultura, rispetto alla tradizionale cultura umanistico-scientifico-tecnica-professionale della scuola/FP; c) proprio per questo, diventa capace di valutare la reale portata educativa della razionalità espressa nello statuto epistemologico di ogni singola disciplina, ponendosi così come coscienza critica della razionalità disciplinare rispetto alla più vasta e complessa razionalità della persona umana. Se il docente religioso diventa il soggetto che assume la funzione di proporre alla educatività il valore del “radicalmente oltre” rispetto allo sviluppo coerente dei valori umani esistenti (e quindi diventa capacità di attingere il senso del vivere anche oltre rispetto a qualsiasi cultura), il docente credente laico ha come impegno specifico la mediazione tra il suo insegnamento e la capacità (introdotta in lui dal battesimo) di promuovere a completezza i valori umani già esistenti attraverso la loro finalizzazione al regno di Dio. «La scuola cattolica, come comunità educativa che ha per aspirazione ultima di educare alla fede, sarà tanto più idonea a compiere il suo mandato quanto più rappresenterà la ricchezza della comunità ecclesiale. La presenza simultanea in essa di sacerdoti, religiosi, religiose e laici costituisce per l’alunno un riflesso vivo di questa ricchezza che gli facilita una maggior assimilazione della realtà della Chiesa» (Sacra Congregazione per l’educazione cattolica, 1982, n. 43). Il rischio attuale è che tale ricchezza sia sempre meno percepibile per via del progressivo diminuire dei docenti sacerdoti o religiosi/e, soprattutto nei livelli più alti. Cresce perciò la responsabilità dei laici nel testimoniare la loro appartenenza ecclesiale ed i carismi propri della vita laicale. È non solo il profilo della scuola cattolica ma quello della stessa Chiesa che va cambiando con il progressivo ampliamento del protagonismo laicale. Ciò non può significare appiattimento sul modello più o meno “neutrale” delle scuole statali o comunque non cattoliche, ma deve tendere a conservare e ravvivare il carisma educativo originario di una scuola/centro o eventualmente ad introdurne di nuovi, comunque sempre autenticamente ecclesiali. Essenziale sarà sempre conservare una spiritualità di comunione come tratto caratteristico delle scuole cattoliche. «Giova sottolineare che il contributo peculiare che gli educatori laici possono apportare al cammino formativo, scaturisce proprio dalla loro indole secolare, che li rende particolarmente capaci di cogliere “i segni dei tempi”. Essi, infatti, vivendo la loro fede nelle condizioni ordinarie della famiglia e della società, possono aiutare l’intera comunità educativa a distinguere con più precisione i valori evangelici e i controvalori che questi segni racchiudono» (Congregazione per l’educazione cattolica, 2007, n. 31). Sarà proprio la presenza dei laici, perciò, con il loro costitutivo radicamento nel “secolo”, a favorire una preziosa apertura della comunità educativa al mondo. 26 1.2.2. La formazione iniziale degli insegnanti di scuola cattolica La domanda fondamentale da porsi in questo ambito è se l’insegnante di scuola cattolica debba possedere ulteriori competenze in aggiunta a quelle richieste ad ogni insegnante o debba possederne semplicemente di diverse. In relazione alla formazione iniziale, a seconda della risposta, deriva la scelta di puntare su percorsi semplicemente aggiuntivi rispetto a quello comune o su percorsi già a monte differenziati (Cicatelli, 2006a; Malizia, Cicatelli e Fedeli, 2006; Malizia, Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006; Malizia e Cicatelli, 2005; Malizia, 2005). La preferenza teorica andrebbe forse alla seconda ipotesi (con un impegno operativo non indifferente delle università cattoliche o dei pedagogisti cattolici presenti nelle università statali oppure con percorsi integrati tra università statali e istituti di studi teologici), ma con maggiore realismo ci si deve orientare per ora su una più praticabile aggiunta di formazione curata post lauream nelle sedi opportune, ivi incluse le scuole cattoliche, le associazioni professionali o le semplici associazioni cattoliche. In relazione ai contenuti di questa formazione iniziale, però, si riscontra una sostanziale unanimità nel sottolineare l’importanza e la priorità della formazione umana e spirituale dei docenti che andranno ad insegnare nelle scuole cattoliche. Retta dottrina e probità di vita sono già richieste dal diritto canonico (can. 803 § 2), ma ad esse devono aggiungersi una serie di “competenze” ulteriori, che vanno ben oltre l’ambito professionale e attingono la sfera delle doti personali. Anche le qualità umane devono essere sostenute da una cultura professionale coerente: da un lato occorre recuperare una formazione pedagogica generale di fronte alla riduzione dell’insegnamento ai suoi aspetti tecnici, come se una buona ricetta didattica possa surrogare l’attenzione all’educativo; dall’altro, si deve nutrire questa cultura pedagogica della migliore antropologia cristiana e della riflessione sulla dimensione valoriale troppo spesso trascurata. Insomma, il fattore umano sembra essere la chiave di volta del progetto educativo della scuola cattolica; quindi la formazione dei docenti acquista un valore strategico essenziale nel processo di riqualificazione della scuola cattolica stessa. Sul piano culturale la formazione degli insegnanti di scuola cattolica va indirizzata: – verso forme di umanesimo integrale che sappiano intercettare le domande di educazione (nonché le difficoltà personali) di alunni e famiglie; – verso la ricostruzione di una Weltanschauung cristiana che sia in grado di attribuire senso ai diversi contenuti culturali insegnati; – verso un consolidamento dell’appartenenza ecclesiale dei docenti, affinché essi avvertano la propria opera come autentica espressione di un’azione della Chiesa (ma anche la comunità cristiana dovrebbe riscoprire il valore della scuola cattolica); – verso un approfondimento della responsabilità educativa come impegno che ci si assume in risposta ad una specifica vocazione che sappia nutrire affettivamente la relazione interpersonale di ciascun docente con i propri allievi; 27 – verso la consapevolezza del valore educativo insostituibile che hanno la testimonianza di vita e l’esemplarità umana e professionale dell’insegnante. Sul piano operativo, fin da ora è possibile attivare, all’interno delle procedure in vigore, appositi spazi formativi finalizzati ai docenti che poi andranno a svolgere il proprio servizio nella scuola cattolica. In particolare si tratterebbe di garantire: – alle scuole paritarie una quota di partecipazione alle iniziative formative promosse istituzionalmente dal Ministero o dall’Indire, – agli studenti dei corsi di laurea magistrale la possibilità di svolgere il tirocinio anche all’interno delle scuole cattoliche paritarie, – ai medesimi studenti la possibilità di utilizzare i crediti liberi nel corso di laurea magistrale presso istituti o facoltà teologiche per acquisire anche competenze in campo religioso, – alle scuole paritarie l’accesso ai fondi statali per la formazione che vorranno promuovere in proprio o in rete, – ai docenti dell’Istruzione e Formazione Professionale una competenza pedagogico- didattica equivalente a quella dei colleghi della scuola liceale, mediante apposite iniziative formative. A questo punto è opportuno anche evidenziare alcuni aspetti della sfera di azione del docente di scuola cattolica che possono essere oggetto di attenzione all’interno di un percorso formativo specifico. Si tratta di tematiche che ci sembra di poter catalogare come approfondimenti o precisazioni all’interno delle linee generali sopra indicate. 1. La dimensione europea non può essere più solo un riferimento di circostanza. Il contesto in cui ci troviamo oggi ad operare supera i meri confini nazionali e richiede un’attenzione più ampia, che abbia almeno le dimensioni continentali. L’educazione è ormai oggetto di attenzione in varie sedi internazionali e non si può fare a meno di prendere in considerazione i richiami che provengono dai documenti internazionali e in particolare dai modelli offerti in sede europea. 2. La famiglia deve essere sempre considerata un interlocutore privilegiato per la scuola cattolica, non solo per il fatto che la scelta compiuta dai genitori pone alla scuola l’obbligo morale di curare in modo particolare i rapporti con le famiglie di origine degli alunni, ma anche e soprattutto perché la continuità educativa tra scuola e famiglia è uno dei cardini del progetto educativo della scuola cattolica in quanto sede di una attiva ed integrata comunità educante. 3. La scuola cattolica deve tornare a puntare ad una formazione di eccellenza, per affiancare alla capacità di offrire servizi accessori e garanzie di sicurezza una formazione che si distingua anche e soprattutto per la qualità dei suoi contenuti e per l’equilibrio che riesce a realizzare tra tutte le componenti della cultura personale, senza concedere nulla a concezioni elitarie della scuola cattolica che non corrispondono alla sua genuina vocazione. 28 4. Occorre inoltre investire anche sulla formazione dei dirigenti di scuola cattolica. Vista la complessità del progetto, è sempre più importante trovare persone che sappiano dirigere e coordinare il lavoro dell’intero corpo docente, sapendo indirizzarne l’azione in maniera coerente e nel costante equilibrio tra domanda sociale di educazione, rispetto delle norme generali, adesione sincera al progetto educativo di scuola e spirito di servizio alla persona. 5. Da un punto di vista metodologico, una pedagogia che sembra essere particolarmente funzionale al progetto educativo di scuola cattolica è quella che si fonda su una seria ermeneutica, cioè sulla capacità di interpretare e mettere in relazione il vissuto dei singoli alunni con i modelli culturali contemporanei e con la proposta di fede che alimenta l’intera azione educativa della scuola cattolica. 6. Tra le proposte operative in materia di reclutamento, sembra riscuotere particolare interesse quella dell’albo regionale degli abilitati, cui le scuole cattoliche vorrebbero poter attingere liberamente per scegliere gli insegnanti realmente più in sintonia con la propria proposta educativa. La flessibilità del sistema di formazione iniziale e la complessità del processo di reclutamento lasciano sperare nel superamento di meccanismi formali che vanificano la libertà di educazione. 1.2.3. La formazione in servizio In questo ambito gli obiettivi da perseguire possono essere identificati principalmente nei seguenti due (Malizia, 2005; Malizia e Cicatelli, 2005; Di Agresti, 2005). Il primo è quello di aiutare a cogliere e a sostenere il significato delle istituzioni educative in quanto tali e il ruolo che ogni docente è chiamato a svolgere in esse. Il secondo riguarda la condivisione di un progetto educativo che si alimenta dei valori forti dell’antropologia cristiana, ne traduce le istanze in termini culturali e si offre al confronto per la costruzione di una società più umana e più giusta, attenta alla difesa del primato dell’uomo e del diritto alla piena realizzazione di tutte le sue potenzialità. La formazione in servizio riferita al primo obiettivo, essendo centrata sull’aggiornamento metodologico-culturale, organizzativo, partecipativo, è più agevole, dato l’interesse generale che coinvolge tutti gli insegnanti, di scuole cattoliche e non. Sicuramente non va dato per scontato, e va perseguito con cura e costanza, ma c’è meno esigenza di renderlo presente. Il secondo obiettivo presenta una doppia difficoltà: la prima riguarda, per la maggior parte degli insegnanti con una formazione iniziale del tutto estranea alla problematica educativa della dimensione religiosa, una vera iniziazione in situazione; la seconda è determinata dalle richieste di alto profilo umano-cristiano che il lavoro in una scuola cattolica propone ed esige. Comunque, una formazione specifica coinvolge molti aspetti qualificanti che riguardano tanto il pensare quanto il vivere: la dimensione della fede nel progetto di vita personale, la consapevolezza del ruolo da svolgere nel piano della salvezza, la 29 condivisione del progetto educativo, la partecipazione alla vita comunitaria fondata su relazioni umane arricchenti, la corresponsabilizzazione nella gestione dei processi, la preparazione culturale solida e critica secondo un’ottica cristiana, la capacità di dialogo tra espressioni culturali e fedi diverse e così via. In questo ambito non si parte da zero e vale la pena richiamare le proposte e gli interventi già in atto: 1. i numerosi corsi di aggiornamento/riqualificazione professionale nati dalle continue provocazioni provenienti dai recenti processo riformatori; 2. l’esperienza laboratoriale di ricerca-azione che sta già coinvolgendo scuole cattoliche a livello regionale; 3. le prime esperienze di formazione mirate all’assunzione di responsabilità e a cogliere le implicanze valoriali che derivano dall’accettazione di un incarico nelle scuole cattoliche; 4. lo spazio che nella formazione in servizio viene riservato alla dimensione etica e deontologica dell’operatore della FP e alle iniziative di supporto dell’identità cristiana e carismatica degli enti; 5. lo sviluppo della realtà associativa che si propone di costruire reti e di ottimizzare la qualità degli interventi, anche attraverso il coinvolgimento diretto degli operatori. Gli Enti di FP considerano la formazione dei formatori un’azione fondamentale per l’animazione e l’affermazione della propria “proposta formativa” (Tonini, 2005). Generalmente le aree che sono oggetto di tali iniziative sono quelle tecnico-professionali che hanno come obiettivo principale l’aggiornamento tecnologico proprio delle varie comunità/famiglie professionali e quelle metodologico-didattiche che mirano al potenziamento e all’arricchimento delle competenze metodologiche, didattiche, psico-pedagogiche ed educative. La formazione dei formatori in servizio tiene conto anche dei destinatari diretti quali gli adolescenti, i giovani, gli adulti, le persone in vario modo svantaggiate, le famiglie. L’attuazione delle iniziative di formazione può avvenire a livello locale (nel singolo CFP), a livello regionale o interregionale (iniziative promosse dalle Regioni o dall’Ente o da Enti associati) e a livello nazionale. Le attività di carattere nazionale, destinate a tutti i formatori operanti nelle Regioni, sono generalmente organizzate nella forma residenziale, nella forma mista (residenziale e a distanza), nella forma on-line e nella forma off-line. Uno dei problemi più delicati e importanti che gli Enti debbono affrontare è l’animazione della loro identità cristiana e carismatica sia per i formatori neoassunti che per quelli in servizio. In proposito sono state segnalate due iniziative (i percorsi “Insieme per un nuovo progetto di formazione” ed “Etica e deontologia dell’operatore della FP”) che si caratterizzano per essere state concepite come un servizio di accompagnamento per formatori in ingresso e in servizio nella Formazione Professionale e svolte in modo integrato (residenziale e on line) (Tacconi, 2003; Fontana, Tacconi, Visentin, 2003). Per quanto riguarda il formatore della formazione in servizio, la proposta è stata pensata come un utile strumento per aiutarlo a leggere e a 30 interpretare la propria esperienza e la realtà organizzativa in cui opera e di cui è parte negli aspetti della sua storia, della sua cultura interna e della sua mission e a sviluppare la capacità di guardare le cose da diversi punti di vista (capacità multiprospettica), ricorrendo a modelli interpretativi ed operativi flessibili. Il progetto promuove una vera e propria “comunità di apprendimento” che, durante il percorso formativo, consente di confrontare continuamente teoria e pratica, riflessioni ed esperienze, modelli interni e modelli esterni. Dalla comunità di apprendimento, poi, si passa al termine del percorso alla costituzione di una stabile e vitale “comunità di pratica” (Wenger, 2006), in cui ciascuno può ricorrere alle risorse consulenziali di esperti e di colleghi per affrontare casi reali e quotidiani. Un aspetto da considerare specificamente mette a fuoco l’attenzione che i responsabili della scuola cattolica hanno verso le persone dei docenti in quanto tali, nei loro compiti di insegnamento (Bissoli, 2005). Ciò comporta un venir a toccare anche la loro collocazione di fronte all’opzione religiosa, concretamente la religione di Chiesa, ovviamente non per sindacarla, ma per metterla a fuoco nel contesto scolastico educativo. Sarà quindi un’attenzione che, motivandosi sul terreno del patto professionale, interpella il docente per il suo dovere nei riguardi dei fini dell’istituzione. Il discorso si fa concreto aiutando il docente ad acquisire le competenze necessarie per quanto concerne la componente religiosa (conoscenze, atteggiamenti, indicazioni di metodo), in due direzioni: spiegando (sovente si tratta di una vera alfabetizzazione) cosa è, come si realizza, una ermeneutica dei contenuti disciplinari, sottolineando la centralità della persona umana come grande valore cristiano ed insieme evidenziando il rilevante spessore umanizzante della visione evangelica fino al dono della fede; in secondo luogo, si suggerirà ai docenti il modo di vivere una relazione educativa con gli alunni (e i genitori) adeguata all’ispirazione credente, mostrando il grande, innovativo contributo alla crescita dato dal sapersi confrontare sulla tavola di valori religiosi, spirituali e morali; dal farsi un giudizio cristiano sugli avvenimenti; dal compiere scelte di vita a favore degli altri. Ma il processo formativo deve poter effettuare un passo in avanti badando non solo alla collocazione religiosa del docente nei suoi doveri verso l’istituzione cristiana, ma anche alla condizione soggettiva del docente stesso riguardo alla religione. Qui si mostra al meglio il valore della scuola cattolica quando assume come potenziali allievi gli stessi docenti esprimendo la sua valenza formativa nei loro confronti. Si dirà che vi è nella scuola cattolica una specifica cura dei docenti, fatta di incontri stabiliti, di conferenze formative, anche di momenti di preghiera e di convivialità. Sono cose da mantenere e migliorare, liberandole dalla routine e dai luoghi comuni. Probabilmente c’è bisogno di qualcosa di più, una sorta di cura fuori degli schemi convenuti. Per diversi docenti si dovrà prevedere una forma di accompagnamento, fatto di incontro e dialogo personale, di percezione del travaglio inte- 31 riore e del doveroso rispetto che si deve, di condivisione dei momenti dolorosi, ma anche lieti, di proposte di esperienze qualificate. In una vera “comunità educante”, genitori e docenti hanno bisogno di fare formazione insieme, superando un certo protagonismo individuale, una certa auto-referenzialità (Tettamanti, 2005). La convinzione educativa della famiglia deve potersi confrontare con quella degli insegnanti, con una scuola non più intesa come una astratta istituzione, ma come una unità viva di persone che vivono un complesso di valori a loro affidati dalla storia per comunicarli ai più piccoli. Ciò significa assumere la responsabilità educativa nei confronti di ciascun ragazzo, nell’ambito di una relazione, certamente di gruppo, ma anche, se non particolarmente, individuale, che tenga conto del suo essere persona, con i problemi di crescita di ognuno e con il vissuto che ciascuno porta con sé dentro la scuola. Nasce quindi l’urgenza di creare alleanze tra adulti e di imparare a fare percorsi formativi ed educativi insieme. La connaturalità educativa e la conseguente esperienza dei genitori possono diventare cultura integrativa di natura scolastica e con ciò i genitori integrarsi culturalmente con i docenti nello stesso momento curricolare. Nella scuola ad ogni livello si educa insegnando: tuttavia se ciò comporta una valorizzazione della educatività delle discipline, una modalità didattica, una definizione dei criteri e degli strumenti di valutazione, si esige che il cammino educativo sia frutto anche, se non soprattutto, di una sinergia educativa tra gli adulti tutti che a diverso titolo sono nella scuola (docenti, genitori, personale direttivo e operatori vari), legati fra loro da uno scopo comune e da un quotidiano lavoro fatto insieme, capace di reggere il compito educativo, dove, appunto, la creatività di ognuno (e non soltanto dei docenti) è accolta, coltivata, provocata da una condivisione educativa in grado di rispondere ai bisogni delle giovani generazioni. È vero che da parte della famiglia vi è spesso una delega educativa alla scuola/ centro e che questi ultimi, di fronte a forti carenze formative di base, svolgono di fatto un ruolo di supplenza; tuttavia, loro compito è anche quello di rendere educativamente coscienti gli stessi genitori, dei quali il ricorrere alla scuola cattolica può essere inteso anche come una richiesta di aiuto nel ruolo di formatore dei figli. In aggiunta, è condizione ineliminabile di ogni educazione che questa operazione abbia all’origine una vita, una esperienza personale comunitaria capace di essere propositiva di valori e sollecitante alla loro verifica personale in un orizzonte sempre più vasto. E mettere in comune l’esperienza di ciascun adulto (ai quali i ragazzi guardano), in particolare dei genitori e dei docenti, favorisce il giudizio, lo sguardo e l’uso delle cose. Ecco che allora la ri-comprensione della professionalità dell’insegnante si pone come sintesi acuta ed equilibrata di vocazione e competenza, entro un soggetto educante composito. Pertanto, dovranno essere articolati momenti di analisi (temi ed obiettivi), spazi di confronto (assemblee di classe, di interclasse e di settore), gesti di impegno (non solo la conoscenza genera azione, ma è l’azione che spesso genera conoscenza): ciò presuppone – nella scuola – non soltanto instaurare 32 un rapporto con il sapere, ma soprattutto favorire un rapporto con la vita. Il tutto certamente lasciato alla creatività della comunità educante, ma tuttavia teso a coinvolgere e a rispondere ai bisogni formativi degli stessi allievi e a valorizzare un lavoro comunitario efficace ed efficiente. 2. L’EVOLUZIONE DELLA FORMAZIONE DEI FORMATORI IN ITALIA Dopo aver portato l’attenzione sulla situazione internazionale e sulla scuola cattolica, concentriamo ora la nostra analisi sulla situazione italiana in una prospettiva sia diacronica che sincronica. La disamina sarà articolata in due sezioni, una focalizzata sul sistema educativo in generale e l’altra sulla condizione specifica della FP. 2.1. Linee generali dell’evoluzione Incominceremo con il delineare le componenti tradizionali della questione insegnante nel nostro Paese. Passeremo poi a presentare sinteticamente le ultime riforme intervenute in proposito. 2.1.1. La questione insegnante «La “questione insegnante” appare come uno dei grandi temi irrisolti dell’intervento pubblico in Italia»: con questa affermazione prendevano l’avvio le conclusioni dell’indagine campionaria sugli insegnanti condotta dal Censis nel 1982 (La questione insegnante, 1983, p. 5; Malizia e Nanni, 2010). Dopo cinque anni, nel 1987, nonostante gli sforzi compiuti, la valutazione era confermata aspramente dalla rivolta dei Cobas, i comitati di base scolastici degli insegnanti. Quali le ragioni a monte di uno dei conflitti di lavoro più duri che abbiano riguardato la scuola nel periodo in esame (Cavalli, 1992 e 2000; Cavalli-Argentin, 2010; Damiano, 1982 e 2004; La questione insegnante, 1983; Cipollone, 1986; Corradini, 1987; Malizia, 1988; Rapporto di base..., 1998; Di Pol, 2002; Ribolzi, 2002; Nanni, 2003; Moscato, 2008)? Anzitutto si può osservare come nel decennio 1970-71/1980-81 il corpo docente abbia seguito un andamento divergente rispetto allo sviluppo della scolarità: alla contrazione della crescita degli allievi è corrisposta un’espansione elevata dei docenti (268.000 unità in cifre assolute, pari a 1 nuovo docente ogni 6 nuovi alunni). Nel quinquennio successivo la crescita è stata più contenuta. Tuttavia questa tendenza a un certo assestamento non ha potuto compensare gli effetti del calo della leva demografica degli alunni. Tale espansione ha corrisposto ad una politica dettata dalla esigenza di trovare un impiego per una forza lavoro sovrabbondante. Ma questa politica del personale della scuola, mirata soprattutto allo scopo sociale di far fronte alla disoccupazione intellettuale, è stata pagata con determinate contropartite. 33 Il rapporto alunni-insegnante in Italia si presentava come il più basso d’Europa e l’utilizzazione del personale docente sovrabbondante diveniva uno dei nodi della gestione della scuola. Un’altra contropartita è stata costituita dalla difficoltà per le nuove generazioni di accedere all’insegnamento. Un terzo effetto negativo va ricercato nell’appiattimento del livello retributivo dei docenti: gli stipendi mensili degli insegnanti italiani erano (e rimangono) molto inferiori a quelli di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Il problema si accresceva anche in connessione con i modi del reclutamento, quasi solo basato sul servizio prestato e sull’anzianità di lavoro precario, meno sulla preparazione effettiva e sulla qualità della competenza del futuro insegnante. Non si sa infine se considerarlo una causa o un effetto di questa situazione, ma in questi anni si andava consolidando il fenomeno della femminilizzazione del corpo docente: agli inizi degli scorsi Anni ‘90 si registrava ancora un 20% di insegnanti uomini di oltre 50 anni nella scuola primaria, ma la percentuale scendeva al 5% tra i maestri con meno di 35 anni; altrettanto, nelle scuole medie le donne non arrivavano al 60% nella fascia di età sopra i 50, ma superavano il 70% al di sotto dei 35; nelle superiori si confermava l’andamento con un 46% di donne ultracinquantenni e un 61% tra le più giovani (Cavalli, 1992). Meno di venti anni dopo (Dati MIUR 2007-08) le donne costituiscono il 99% del personale docente nella scuola dell’infanzia, il 95% di quello di scuola primaria, il 71% nella scuola secondaria di primo grado e il 60% in quella di secondo grado, segnalando perciò la stabilizzazione di una tendenza maturata negli ultimi decenni del secolo scorso. La politica di gestione del personale insegnante, negli Anni ‘70-‘80, si è caratterizzata per il garantismo estremo e la conseguente carenza di un’azione rivolta a stimolare la professionalità, a valutarne l’effettiva buona qualità e a tener conto delle differenziazioni in atto nel mondo degli insegnanti. L’appiattimento della carriera, unito al basso livello degli stipendi, ha contribuito tra l’altro alla caduta del prestigio della professione docente. Nonostante l’art. 7 del DPR n. 417/74, solo oltre venti anni dopo sarà realizzata un’adeguata e pertinente preparazione universitaria degli insegnanti della scuola dell’infanzia e delle elementari. La Formazione Professionale di tutti i docenti ha continuato a non essere del tutto soddisfacente. Rispetto alle richieste delle miniriforme del 1974 e quelle conseguenti ai nuovi programmi delle scuole medie e delle elementari del 1979 e del 1985, l’aggiornamento in servizio è venuto ad essere un’esigenza prioritaria e bisogna riconoscere che negli Anni ‘80-‘90 esso era diventato una prassi costante e diffusa nella scuola, con un soddisfacente tasso di partecipazione dei docenti alle varie iniziative. Tuttavia, il modello adottato in concreto risultò spesso troppo tradizionale: mancava in particolare un’adeguata capacità progettuale e di stimolazione motivazionale (oltre che un adeguato impegno di supporto strutturale ed economico). Ma, a nostro parere, il malessere degli insegnanti manifestatosi sul finire degli Anni ‘80 va spiegato anche con la crisi d’identità che ha attraversato in quegli anni il corpo docente. Gli insegnanti infatti non costituivano una categoria omogenea, e 34 al loro interno erano constatabili nette differenziazioni sia sulle convinzioni pedagogiche sia sulle diversità di status e di retribuzione sia sui problemi del potere e sulle questioni politiche. Tali contrapposizioni davano spesso luogo a divisioni tra sottogruppi occupazionali e a fenomeni di predominanza di un gruppo rispetto ad un altro. Non sempre le immagini dell’insegnante maggiormente accreditate a livello di opinione pubblica erano rappresentative di tutto il corpo docente. Nel momento considerato, l’ideale prevalente dell’insegnante si identificava con il professionista e la domanda di professionalizzazione sembrava maggioritaria; essa però conviveva con altre esigenze di segno diverso e, pertanto, rimaneva fondamentalmente ambigua. In molti casi si arrivava da parte di molti a sostenere pretese egualitariste (e non di merito) in tema di retribuzioni e a rifiutare ogni verifica di qualità sia nei docenti di ruolo sia nell’immissione in ruolo dei supplenti. I singoli provvedimenti necessari per risolvere la “questione insegnante” erano stati già proposti con chiarezza negli Anni ‘80. La formazione pre-servizio doveva prevedere la preparazione universitaria per i docenti della materna e delle elementari e occorreva potenziare la formazione pedagogico-didattica di tutti gli insegnanti. I meccanismi concorsuali andavano migliorati, come pure l’anno di prova iniziale. Le scuole dovevano assumere, accanto alla funzione di formare i giovani, anche quella di preparare a insegnare. In connessione con questa esigenza bisognava introdurre la figura del formatore dei formatori, o dell’esperto in formazione degli insegnanti, che però non doveva trasformarsi in un “super-professore”, comportare un salto di ruolo o costituire uno status definitivo, ma più semplicemente richiedeva esoneri o semiesoneri temporanei e indennità speciali. Un problema a sé, che rimase anch’esso irrisolto nel periodo che si sta analizzando e che mostrava a chiare note già allora i caratteri dell’urgenza era quello del precariato che, nonostante la Legge n. 270/82, era riemerso, anche se in forme meno imponenti che nel passato. Si trattava di una questione che non poteva essere lasciata alla gestione del solo Ministero della Pubblica Istruzione, ma che interpellava l’intera politica del lavoro del Paese. Si invocò allora (e dopo) di orientare il nuovo reclutamento verso aree di maggiore fabbisogno e potenziare gli strumenti di valutazione delle competenze e delle conoscenze degli insegnanti. Si richiese una politica di gestione del personale che assumesse una chiara finalità di stimolo, impulso e differenziazione e che puntasse decisamente a valorizzare la professionalità, a promuovere l’aggiornamento, a introdurre elementi di flessibilità nella carriera, nell’orario e nel profilo docente, evitando tuttavia di creare ruoli appositi e ricorrendo invece agli esoneri o semiesoneri parziali e temporanei, agli incentivi e al volontariato. 2.1.2. La formazione continua ed iniziale degli insegnanti nella riforma Berlinguer (Legge n. 30/2000) La cosiddetta riforma Berlinguer non entrerà mai in vigore, ma sembra opportuno parlarne brevemente perché è stata il punto di partenza di un processo riformatore che altri hanno poi condotto a termine. Un punto caldo della riforma riguar- 35 dava gli insegnanti che dovevano realizzare le indicazioni curricolari, elaborandole nella concreta offerta formativa della scuola (Malizia e Nanni, 2010; Programma quinquennale di progressiva attuazione, 2000; Malizia e Nanni, 1998, 2001 e 2002; Malizia e Stenco, 1999; Bertagna, 2000, 2001 a e b; Nanni, 2000a, 2000b e 2003; Speciale riordino, 2000; Niceforo, 2001; Bordignon, 2008). a) L’insegnante della riforma e la sua formazione in servizio Il punto di vista economico e professionale ha avuto certamente il suo peso. Del resto la riforma non avveniva fuori della storia. La scuola di base veniva ad avere un anno in meno rispetto alla durata delle elementari e della media pre-riforma; ciò era causa di problemi reali di impiego e di reimpiego, prima ancora che di timori psicologici o di perdita di status sociale da parte dei “professori” della scuola media rispetto ai “maestri” delle elementari. Il profilo dei docenti costituiva l’oggetto del titolo IV del “Programma quinquennale” di attuazione della riforma (2000). Fin dall’inizio si ricordava che «la legge di riordino prevede un impegno particolare rispetto alla questione degli insegnanti » e ne metteva subito in evidenza il carattere di «risorsa strategica ai fini del miglioramento della qualità del sistema scolastico» (2000, p. 33). Il testo proseguiva dicendo che «il piano quinquennale di attuazione rappresenterà un’occasione importante per avviare un progetto straordinario di promozione della professionalità docente» (2000, p. 34). In questo modo si dava indirettamente risposta alle tante questioni che negli ultimi tempi avevano portato la classe insegnante a mobilitarsi e a scendere a più riprese e con varie motivazioni in piazza, contro il Ministero e il Governo. Indubbiamente il contesto di riferimento era tutt’altro che semplice e pacifico. Oltre alle questioni relative alla stabilità occupazionale e alla retribuzione economica o all’immagine sociale del ruolo docente, gli insegnanti di ogni ordine e grado di scuola non condividevano del tutto la logica e gli effetti della riforma e costituivano un universo estremamente variegato con cui fare i conti. Già il “Regolamento dell’autonomia” del 1999, aveva prospettato un tipo di insegnante che non era visto come un puro “tecnico dell’apprendimento” il quale applicava un programma definito da altri, ma piuttosto come un professionista capace di interpretare le finalità della scuola, traducendole collegialmente in un progetto educativo efficace e assumendosene anche personalmente la responsabilità progettuale, attuativa e verificativa (Dpr 275/99, art. 16, c. 3). A riguardo, il “Programma quinquennale” disegnava un alto profilo professionale, che doveva fungere da quadro degli obiettivi della formazione iniziale e continua del docente della riforma. Egli – si dice – doveva essere: • «colto, in grado di padroneggiare la propria disciplina nei suoi continui mutamenti, di valutarne le potenzialità formative, di governarne i rapporti con le altre discipline, di collocarne, infine, le finalità e gli obiettivi di apprendimento all’interno delle finalità generali del sistema scuola; 36 • riflessivo, in grado di fare ricerca sulle proprie scelte didattiche e metodologiche e di saperne verificare i risultati, in un processo di continua valutazione e autovalutazione; • competente rispetto alle conoscenze socio-psico-pedagogiche necessarie per la corretta impostazione dei processi di insegnamento-apprendimento; • capace di interagire con tutti i soggetti, interni ed esterni, della vita della scuola, di lavorare in équipe, di dare il proprio contributo alla definizione e alla realizzazione dell’offerta formativa, di saper svolgere compiti specifici e differenziati» (2000, p. 34). È appena da osservare che rimanevano piuttosto in ombra – anche se non erano del tutto assenti almeno a livello implicito – gli aspetti della funzione docente relativi alla mentalità, alla coscienza critica circa i propri riferimenti ideali, istituzionali, civili e religiosi. Eppure essi non erano senza impatto sia nella conoscenza sia nell’azione didattica sia nella condotta scolastica degli insegnanti. E forse meritava almeno un accenno esplicito la rilevanza di una robustezza etica e civile, personale e di categoria, come pure l’importanza di comportamenti deontologicamente condivisi e praticati (Nanni, 2000a). Altrettanto era da dire per ciò che non dovrebbe mancare mai nell’ideazione del profilo dell’insegnante: vale a dire una sorta di disponibilità “generativa” (dal punto di vista professionale) nei confronti dei colleghi più giovani; come pure il sentire come centrale nella pratica professionale la preoccupazione per la funzione educativa e culturale, intesa come elemento di sintesi dei vari aspetti della professionalità docente, ultimamente finalizzata alla qualità dell’apprendimento degli studenti e della vita scolastica. Il Programma quinquennale evidenziava come venisse a prevalere un modello di formazione in servizio che mostrava una tendenziale preferenza per impostazioni basate sull’autoformazione e su un modello di formazione permanente legato alle singole istituzioni scolastiche. Più difficile restava individuare i criteri di valutazione e di certificazione per quanto riguardava esperienze professionali vissute nella scuola. b) La formazione iniziale degli insegnanti della riforma Molto più in là della prospettazione del problema non si andava neanche sulla questione della formazione iniziale degli insegnanti. Sulla struttura della formazione iniziale si avanzavano fondamentalmente tre ipotesi correlate con la riforma universitaria in atto: 1. una laurea triennale disciplinare più una laurea specialistica (triennio più biennio) seguita da una specializzazione annuale comprensiva del tirocinio. Era la cosiddetta “ipotesi Tranfaglia”. Per alcuni la laurea specialistica doveva rimanere ancorata a logiche disciplinari per rassodare la scientificità della formazione, sia pure con integrazioni significative con le scienze della formazione. Per altri si doveva dare, invece, maggior peso ai crediti dedicati all’approfondi- 37 mento delle scienze della formazione (la metà dei 120 crediti della laurea specialistica), pensando ad una laurea finalizzata alla professione docente; 2. una laurea triennale disciplinare e un corso biennale di specializzazione all’insegnamento, sul modello delle scuole di specializzazione all’insegnamento secondario (le cosiddette Ssis); 3. una laurea specialistica nella Facoltà di Scienze della Formazione aperta ad integrazioni con tutte le facoltà interessate, ma pensando per gli insegnanti della scuola dell’infanzia ad un percorso formativo specifico nella linea dell’attuale corso di laurea in scienze della formazione primaria. Le ipotesi si legavano a complicati giochi accademico-istituzionali universitari, oltre che a prospettive teoriche. Quel che restava assodato era che una scuola nuova richiedeva nuovi insegnanti; o, meglio, che una buona riuscita della riforma si affidava in primo luogo a insegnanti preparati, competenti, oltre che motivati e dedicati. A questo scopo si era unanimemente d’accordo che anche la professione docente andava proiettata nella linea di una formazione lungo tutto l’arco della vita professionale; e perciò che la formazione iniziale veniva a risultare come la base fondativa di un progressivo sviluppo professionale, sempre ulteriormente qualificabile e suscettibile di integrazioni, trasformazioni, modulazioni, riqualificazioni (debitamente sorrette dal punto di vista economico!). Pur ispirata a principi unitari per tutti i docenti, in coerenza con la prospettiva sistemica della Legge n. 30/2000, occorreva pensare a una formazione iniziale che avesse articolazioni e specificazioni interne ai cicli di istruzione e che prevedesse fin dall’inizio la possibilità di transitare nei diversi cicli scolastici, mediante studi integrativi, riconversioni, rientri in formazione (magari maturando periodi sabbatici o di aggiornamento concertati e stipendiati). Certo la specificità della formazione docente chiedeva non solo di collegare formazione iniziale e formazione in servizio, ma anche di caratterizzare già la formazione iniziale nel senso di una virtuosa congiunzione di teoria e pratica, di saperi scientifici e di saperi “curvati” didatticamente già nel loro apprendimento universitario, di disciplinarità e di aperture interdisciplinari e globalmente culturali, di metodologie e di “ragioni” ispirative. 2.1.3. Un nuovo modello di insegnante: la riforma Moratti e il Decreto legislativo n. 227/2005 La riforma Berlinguer rimane come testimonianza storica dello stadio in cui si era giunti nell’elaborazione teorica della politica scolastica (almeno da parte di una componente parlamentare). Quel progetto sarà abrogato formalmente dalla successiva riforma Moratti (Legge n. 53/2003), che si colloca nel contesto di un impianto istituzionale sussidiario (cioè dell’insegnante che aiuta, “sussidia”, “tutorizza” l’alunno nell’attuazione del suo piano di studio personalizzato). La scuola e l’insegnante presentano tratti ideali molto diversi dal modello statalista e centralista (che 38 aveva dominato fino a tempi recenti nella gestione dell’attività di apprendimento/ insegnamento scolastico) (Malizia e Nanni, 2010; Malizia, Cicatelli, Fedeli e Pieroni, 2006; Bertagna, 2006; Scurati, 2006; Malizia e Cicatelli, 2005; Malizia, Cicatelli e Fedeli, 2006). La Legge n. 53/2003 e il DLgs. n. 227/2005 propongono una serie di innovazioni profonde nella professionalità docente, che sembrano ancora oggi costituire acquisizioni definite e che tracciano importanti linee di tendenza per lo sviluppo futuro dell’intera scuola italiana. Il primo è il riconoscimento pedagogico e deontologico della centralità della persona umana e del suo pieno ed autonomo sviluppo. Il secondo è l’accento posto sulla libertà e sulla responsabilità personali. Il terzo principio, che qualifica la scuola e l’insegnante ideali, è quello della progettualità. In tale quadro di fondo si viene a insinuare l’idea, suggerita dalla normativa, di un insegnante che deve passare dalla centralità dell’insegnamento a quella dell’apprendimento. La riforma ipotizza inoltre un insegnante che sia anzitutto consapevole che l’apprendimento non è mai soltanto una questione cognitiva, di organicità logica e scientifica, ma sempre, e allo stesso tempo, anche affettiva, motoria, estetica, morale, socio-relazionale, espressiva della persona. Proprio per questo il docente deve essere in grado di organizzare un insegnamento che si fondi e si sviluppi su questa integralità, senza semplificarla: superando l’esasperazione lineare delle fasi della programmazione curricolare e al contempo riflettendo sulle ragioni dello scarto tra progettato e realizzato, per fare meglio in futuro. Ne segue l’invito a superare la prospettiva di un curricolo di istituto costruito in maniera deduttiva e gerarchica dal generale al particolare, dall’alto verso il basso, dal nazionale alla classe. Nazionale e locale, istituto e classe, gruppi e singoli valgono l’uno come vincoli per l’azione dell’altro, con processi di interazione e di retroazione continua. L’ulteriore messaggio proposto dalla normativa ai docenti riguarda la necessità di valorizzare in maniera sistematica, ai fini formativi, non solo gli apprendimenti formali, quelli che si costruiscono a scuola, ma anche quelli non formali e informali, tipici dell’extrascuola. Da questa funzione tutoriale di sistema, che compete a tutti i docenti, proprio a causa della complessità delle composizioni in gioco e del rischio che esse possano finire per essere autoreferenziali, la riforma ha ritenuto opportuno enucleare il ruolo specifico di un docente tutor per ogni studente. Egli, dopo apposita formazione, dovrebbe essere il garante, nei confronti degli allievi e delle loro famiglie, del diritto personale di ciascuno ad avere a scuola un’organizzazione degli apprendimenti formali tale che lo metta in grado di realizzare il suo piano di studio personalizzato. Allo stesso tempo, proprio per la sua funzione di holding, coaching e counselling nei confronti degli allievi e delle loro famiglie, il tutor è anche il docente dell’équipe di insegnamento più adatto a coordinare i compiti organizzativi, educativi e didattici che essa è chiamata a progettare e a realizzare, per combinare le esigenze di tutti e di ciascuno, e anche per rendere soddisfacente e produttivo il proprio lavoro di équipe. In questo senso è anche coordinatore. 39 Ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado è quindi richiesto il possesso di una buona cultura generale e la padronanza di una peculiare cultura professionale specialistica che si può riconoscere nelle seguenti cinque dimensioni: la prima riguarda il sapere in modo superiore (cioè universitario) una o più discipline; la seconda coinvolge il sapere sull’allievo in generale e il sapere sull’allievo particolare con cui ci si relaziona (ad esempio se si tratta di allievi con difficoltà o con particolari dotazioni personali); la terza dimensione implica il sapere e le competenze riguardanti l’organizzazione dell’apprendimento e della vita scolastica; la quarta si riferisce al sapere e alle competenze relative alla rete delle relazioni scolastiche; l’ultima dimensione, infine, è una sintesi delle precedenti e si può indicare come il sapere e la competenza sull’insegnamento nella sua portata più squisitamente educativa, cioè su ciò che capita quando si vuole insegnare la cultura generale e le conoscenze peculiari di una o più discipline ad un allievo tra altri allievi, in un’organizzazione e con determinate relazioni interpersonali e sociali. In questa linea, la nuova formazione del docente, prospettata dalla Legge n. 53/ 2003 e dal DLgs. n. 227/2005, presuppone anzitutto che le coordinate principali della cultura generale dei futuri docenti siano acquisite nel primo e nel secondo ciclo di studi. Si chiede, invece, all’università, questa volta in collaborazione con le istituzioni scolastiche, di fornire ai futuri docenti la cultura professionale specialistica e la competenza professionale di cui hanno bisogno. E le si chiede di fornire l’una e l’altra, rispettando e valorizzando, nel complesso, le sinergie che devono intervenire tra università e scuola, tra teoria (scientifica) e pratica (professionale). I nuovi percorsi formativi annunciano perciò da subito che l’abituale formazione dei docenti in due luoghi (università e scuola), in due tempi (prima la formazione iniziale e poi quella attiva, in servizio) e in due modalità (prima la teoria e la riflessione, poi la pratica e l’azione; prima si impara a fare il docente e poi si esercita questo apprendimento) va concettualmente e ordinamentalmente superata a vantaggio di un’integrazione continua e sistematica dei due elementi di ogni coppia ricordata. Il DLgs 227/2005 sarà formalmente abrogato con il successivo ministro Fioroni (Legge n. 244/2007) che punterà al ripristino di una procedura di formazione e reclutamento più tradizionale ma soprattutto più regolare. Per l’argomento che qui ci occupa, tra gli interventi di Fioroni può essere ricordata la disapplicazione delle norme relative alla funzione tutoriale, dettata dalla necessità di recuperare il consenso di buona parte degli insegnanti e il sostegno sindacale. Toccherà però al successore di Fioroni reimpostare la politica scolastica in termini dichiaratamente economici. 2.1.4. Insegnanti, risorse e razionalizzazione del sistema: il Ministero Gelmini Il ministro Gelmini (2008-11) si troverà infatti a fare i conti con la pesante crisi economica internazionale che determinava drastiche misure di ridimensionamento della spesa pubblica, in particolare per la scuola, considerata un settore sostanzialmente improduttivo. Il Decreto Legge n. 112, convertito nella Legge 40 n. 133/2008, prevede all’art. 64 una riduzione del personale docente che consenta entro un triennio di recuperare un punto nel rapporto alunni/docenti, tagliando inoltre il 17% della dotazione organica del personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). Nell’insieme si sarebbe trattato di oltre centomila posti di lavoro in meno. Per raggiungere l’obiettivo sarà necessario intervenire anche sui curricoli di ogni ordine e grado di scuola, diminuendone la consistenza. A parere del Ministro Gelmini, il sistema educativo di istruzione e di formazione si presenta mediocre nei risultati e nella speranza, un sistema in cui sembrano tramontati il senso della scuola e la cultura del merito (Malizia e Nanni, 2010). La scuola si è trasformata in un ammortizzatore sociale e ha rinunciato al suo ruolo di sviluppare la personalità dei giovani in tutte le dimensioni. Due logiche perverse hanno alimentato questa situazione: per favorire gli studenti si è ritenuto opportuno abbassare la qualità dei processi di apprendimento/insegnamento e si è creduto che una maggiore stabilità occupazionale potesse consentire di pagare poco i docenti e potesse compensare lo scadimento del loro ruolo e dello loro status, dimenticando che uno Stato che retribuisce male i suoi insegnanti non può esigere molto da loro in termini di qualità dell’educazione offerta. Il confronto con gli altri Paesi dell’OCSE (cioè l’organizzazione intergovernativa che associa tutte le nazioni più sviluppate del mondo) mette in evidenza la situazione di svantaggio dei nostri insegnanti sul piano degli stipendi. La media in questo raggruppamento di Stati si pone al di sopra dei 40.000 euro all’anno, mentre in Italia un insegnante della Secondaria di 2° grado, dopo un periodo di 15 anni di docenza, si situa sui 27.500 euro. Nelle parole del Ministro «abbiamo livellato le retribuzioni verso il basso. [...] Nella scuola abbiamo troppi dipendenti e poco pagati. Con una carriera pressoché piatta» (Gelmini, 10 giugno 2008, pp. 4-5). Le logiche perverse individuate dal Ministro vanno – anche a suo parere – senz’altro ribaltate. Ciò significa che bisogna puntare alla rivalutazione delle funzioni degli insegnanti, iniziando dal completo riconoscimento della loro condizione professionale. Questo tra l’altro richiede l’identificazione di nuove risorse attraverso uno sforzo di riqualificazione della spesa pubblica che, peraltro, si pone in un contesto di gravi difficoltà economiche e di crisi finanziaria a livello mondiale. Per parte loro, gli oppositori del Ministro vedono questo intervento come una grave riduzione del corpo insegnante con pericolo per l’efficacia dell’azione della scuola. In questo senso tali azioni di razionalizzazione della rete scolastica e di ridimensionamento del numero degli insegnanti (e il reinvestimento nell’istruzione solo di un 30% dei risparmi e non di tutto il risparmio, senza chiarire le finalità in positivo dei tagli) hanno scatenato le contestazioni dei sindacati e della piazza, con la larga partecipazione di studenti, di insegnanti e di genitori. Oggetto di contestazione è stato anche il decreto che ha abolito il “modulo” di più insegnanti nelle scuole primarie, al posto dei quali si è restaurata la figura del “maestro prevalente”, vale a dire un maestro unico per classe, affiancato solo dai docenti di inglese e di religione: il decreto è passato nell’opinione pubblica come il ri- 41 torno alla figura del maestro unico, ma la scuola primaria offrirà comunque quattro diverse opzioni orarie – 24, 27, 30 e 40 ore settimanali (tempo pieno) – e le scelte delle famiglie non premieranno affatto la soluzione del maestro prevalente (24 ore). Le innovazioni relative al primo ciclo sono state strutturate sistematicamente in un regolamento, Dpr n. 89/2009, che modifica l’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di 1° grado (Govi, 2009; Cicatelli, 2009a e 2009b). La scuola dell’infanzia costituisce il livello meno raggiunto da cambiamenti per cui l’impostazione finora seguita rimane sostanzialmente inalterata. L’orario settimanale resta ordinariamente di 40 ore, riducibili a 25 solo antimeridiane o prolungabili a 50. La funzione docente è maggiormente orientata verso l’educativo e tale spostamento di accento appare destinato a comportare un cambiamento importante e positivo sul piano professionale. La scuola primaria è il livello in cui sono state stabilite le innovazioni più ri - levanti. Anzitutto, è stata reintrodotta, come nell’infanzia, l’iscrizione in anticipo rispetto all’età ordinaria. Al posto del gruppo dei docenti è previsto un insegnante unico di riferimento che svolge l’intero servizio (22 ore) nella stessa classe e il cui orario viene completato a 24, 27 o 30 ore da altri insegnanti. Al contrario, la scuola secondaria di 1° grado presenta innovazioni limitate. L’orario obbligatorio è di 30 ore, cioè 29 più una di approfondimento in materie letterarie, anche per venire incontro agli alunni stranieri; non saranno più effettuati, invece, insegnamenti e attività facoltativo-opzionali che comportavano un orario aggiuntivo di 4 ore. Nelle classi a tempo prolungato, che possono essere attivate solo in presenza di condizioni strutturali e di servizi adeguati, si arriva a 36 ore settimanali, eccezionalmente a 40. Il secondo documento che cercheremo di analizzare è il regolamento per la formazione iniziale degli insegnanti. La legge finanziaria 2008 aveva abrogato il DLgs n. 227/05 e aveva ripristinato i tradizionali concorsi. Ma il DM 10-9-2010 n. 249, recante il nuovo regolamento sulla formazione iniziale degli insegnanti della scuola dell’infanzia, della primaria e della secondaria di 1° e 2° grado interviene in materia confermando la scelta di affidare a percorsi di natura universitaria la preparazione all’abilitazione all’insegnamento in ogni livello del sistema di istruzione (Malizia e Nanni 2010; Cisl Scuola, 2011, Corsi, 2011; Gobber, 2011; Luzzatto, 2011; Pellerey, 2011, Xodo, 2011 a e b). Per la docenza nelle scuole dell’infanzia e in quella primaria, si richiede la frequenza di un corso di laurea magistrale a ciclo unico quinquennale, attivato presso le facoltà di scienze della formazione o presso altre facoltà autorizzate dal Ministero, a cui potrà accedere solo un numero programmato di studenti sulla base di una prova di accesso. Il totale dei posti annualmente disponibili viene fissato in relazione alla programmazione regionale degli organici e del conseguente fabbisogno di personale docente nelle scuole statali, maggiorato del 30% in relazione al fabbisogno dell’intero sistema nazionale di istruzione. Ad iniziare dal secondo anno è 42 organizzato un tirocinio di 600 ore (24 crediti) che è parte integrante del corso e prevede una quota crescente di ore dal secondo al quinto anno. Inoltre, sono potenziate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è introdotto uno specifico percorso laboratoriale per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Al termine del quinquennio gli studenti ottengono un titolo abilitante per ambedue i tipi di scuola; il relativo esame comprende la discussione della tesi e della relazione finale di tirocinio davanti a una commissione accademica integrata da due docenti tutor e da un rappresentante dell’ufficio scolastico regionale (USR). La formazione degli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado richiede la frequenza di un corso di laurea magistrale biennale, successivo al completamento di un primo ciclo universitario in una disciplina coerente con la futura docenza. Anche in questo caso, l’accesso è previsto a numero programmato e nei termini indicati sopra. Parte essenziale dei percorsi formativi è l’acquisizione di competenze di inglese, digitali e didattiche per l’integrazione dei disabili. Dopo la laurea magistrale si dovrà seguire un tirocinio formativo attivo (TFA), abilitante, della durata di un anno e obbligatorio quanto alla frequenza: pertanto il percorso per l’insegnamento nella scuola secondaria è più lungo del precedente, occupando sei anni. Il tirocinio per l’insegnamento nella secondaria comprende 1.500 ore (pari a 60 crediti) di cui 1.025 (41 crediti) riguardano insegnamenti di scienze dell’educazione, didattiche disciplinari e laboratori pedagogico-didattici, mentre le rimanenti 475 ore (19 crediti) sono di tirocinio diretto o indiretto presso le scuole con la guida di un tutor. La gestione delle attività di tirocinio è affidata al consiglio di corso di tirocinio, composto da docenti e ricercatori del corso, tutor coordinatori, due dirigenti scolastici o coordinatori didattici nominati dall’USR, un rappresentante degli studenti. L’esame finale di abilitazione ha luogo di fronte a una commissione formata da tre docenti universitari del corso, due tutor o tutor coordinatori e un rappresentante dell’USR. Esso comprende la valutazione dell’attività svolta, l’esposizione orale di un percorso didattico su un tema scelto dalla commissione e la discussione della relazione finale di tirocinio. Per la realizzazione delle attività di tirocinio è prevista la predisposizione da parte dell’USR di un elenco regionale delle scuole accreditate, non solo statali ma anche paritarie, che verrà formato in base a parametri determinati dal Ministero per stipulare le necessarie convenzioni con le università. A loro volta le facoltà utilizzeranno personale docente e dirigente, che opera nelle scuole sia statali che paritarie, per lo svolgimento dei compiti tutoriali previsti dalla normativa. Quanto ai processi formativi per il sostegno, la relativa specializzazione si ottiene solo presso le università attraverso corsi autorizzati dal Ministero le cui caratteristiche sono determinate con regolamento di ateneo sulla base dei parametri fissati sempre dal Ministero. Inoltre, le università possono attivare corsi di perfezionamento per l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera in relazione alla docenza nelle secondarie di secondo grado. 43 Il DM n. 249/2010 ha subito successivamente importanti modifiche con il DM n. 81/2013, che ha introdotto, accanto al TFA anche dei percorsi abilitanti speciali (PAS), riservati a docenti che abbiano prestato servizio per almeno tre anni, i quali possono accedervi senza selezione. Ciò ha determinato una complessa e contraddittoria stratificazione di disposizioni che non è possibile ripercorrere in questa sede. Di fatto si viene a bilanciare il criterio meritocratico con la logica del precariato che intende premiare l’esperienza comunque acquisita sul campo, annullando la programmazione dei posti in base all’organico. Certamente non si può negare in tutto il processo la presenza di aspetti positivi. Il primo è la conferma che quello degli insegnanti (e della loro formazione) era e resta un punto «architravale» per la validità formativa del sistema. Alla fine va anche apprezzata la decisione di optare per la quinquennalizzazione della preparazione degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria (ad evitare, tra l’altro, disparità di status e diseguaglianze di carattere economico). Un terzo punto forte può essere identificato nell’unicità di tale formazione che dovrebbe rafforzare l’identità della professione docente (anche se un minimo di differenziazione interna non sarebbe di grande difficoltà da realizzare, al fine di essere maggiormente attenti alle differenze evolutive generali e apprenditive tra l’arco vitale della seconda infanzia e dell’ingresso nell’«età della ragione» con la scuola primaria). Va pure apprezzata la sensibilità pedagogica di assicurare uno spazio adeguato ai bisogni educativi speciali e agli studenti con disabilità. Si può anche affermare con una certa sicurezza di giudizio che si siano compiuti progressi verso il superamento del carattere eccessivamente teorico della laurea quadriennale e del biennio SSIS con l’introduzione del tirocinio. Ma a nostro parere permangono e meritano considerazione quelle che potremmo chiamare le criticità, a cominciare dal divario tra le competenze che dovrebbe possedere il futuro insegnante e la formazione che è prevista dal regolamento. Infatti, il curricolo sembra tutto giocato sulla dimensione disciplinare e sulla conoscenza delle materie, mentre rimane in ombra l’acquisizione di competenze trasversali soprattutto psico-pedagogiche (e più largamente relazionali ed umane, per non dire di quelle etiche e deontologiche, relative a quella che si può dire la personalità di ruolo). Di conseguenza anche la professionalità del docente e il suo profilo socio-istituzionale appaiono piuttosto deboli. Continua poi il grave errore di voler realizzare riforme così importanti a costo zero. Un’ultima considerazione va riservata al fabbisogno di personale ben formato da parte della scuola cattolica e più in generale di quella paritaria. Ancora una volta dobbiamo registrare la conferma del monopolio statale, in quanto la libertà di scelta educativa e quella di istituzione scolastica rimangono mortificate. Il curricolo formativo degli insegnanti resta molto rigido e non lascia grande spazio di manovra per differenziazioni interne, rispettose del pluralismo formativo e aperte alla fecondità formativa delle differenti tradizioni educative. Si può pensare che le università di tendenza, quali ad esempio l’Università Cattolica e la Lumsa, facenti 44 parte delle facoltà o università autorizzate dal Ministero, possano aggiungere crediti ulteriori – o più giustamente, specificando in maniera differenziata il numero dei crediti obbligatori – per l’insegnamento nella scuola cattolica, ma esse non coprono tutto il territorio nazionale. Si potrebbe inoltre chiedere agli istituti superiori di scienze religiose di offrire corsi integrativi per la preparazione degli studenti interessati all’insegnamento nelle scuole cattoliche. 2.1.5. Il piccolo cabotaggio dei Ministeri Profumo e Carrozza Dopo quattro Ministri dell’Istruzione, Università e Ricerca (Luigi Berlinguer, Letizia Moratti, Giuseppe Fioroni e Mariastella Gelmini) che hanno guidato l’istruzione per periodi sufficientemente lunghi (rispettivamente 27.05.96/25.04.00; 11.06.01/17.05.06; 17.05.06/08.05.08; 08.05.08/16.11.11) con la sola eccezione di Tullio De Mauro (25.04.00/11.06.01) è ricominciata a Viale Trastevere la girandola di personalità che in meno di tre anni ha visto succedersi tre rettori di università, Francesco Profumo, Maria Chiara Carrozza, Stefania Giannini. Eppure i problemi sono complessi e avrebbero richiesto impegni politici di più ampio respiro. Ricordiamo le sfide della scuola con le parole del Censis: «Il lento processo di attuazione della riforma dell’istruzione degli adulti e la mancanza di un sistema strutturato di educazione per questa fascia di utenza a fronte di competenze linguistiche e matematiche della popolazione adulta ai minimi livelli; la permanenza di sacche endemiche di dispersione e abbandono precoce degli studi tra i più giovani; un sistema universitario avvitato in annosi processi di metamorfosi; le disparità territoriali nell’offerta e nelle performance della formazione professionale, sono solo alcune delle derive di lungo periodo che affliggono il sistema educativo nazionale» (2013, p. 97; Bertagna, maggio 2013). Per il ministro Profumo le linee programmatiche del MIUR si focalizzano su cinque priorità strategiche, tra le quali la seconda ci riguarda più da vicino: si tratta infatti di valorizzare la professionalità dei docenti. Parallelamente, un gruppo di azioni si concentra sul processo di insegnamento/ apprendimento con un forte investimento ideale sulle nuove tecnologie. Un’altra finalità strategica da perseguire consiste nel promuovere il merito e l’eccellenza, anche attraverso lo sviluppo del Sistema Nazionale di Valutazione. Il recupero delle zone scolastiche più compromesse richiederà azioni di potenziamento delle conoscenze e delle competenze, ai fini della riduzione dell’insuccesso formativo, della dispersione e dell’abbandono scolastico. Gli interventi rinviano a monte allo sviluppo della professionalità dei docenti che comporterà nuove modalità di formazione iniziale, il tutoraggio intra e inter-scolastico, azioni formative mirate e il miglioramento della carriera degli insegnanti. Sul documento programmatico del Ministero l’appunto principale è che sembra condividere sostanzialmente un modello di scuola che si costruisce sulla rispondenza a criteri di razionalità strumentale, sulla preoccupazione di assicurare l’efficienza dei mezzi rispetto ai fini. Si tratta sostanzialmente di una impostazione 45 funzionalista o utilitarista di natura neo-liberale, correlata strettamente con le logiche economiche e le esigenze del sistema produttivo, che vede nel capitale umano la risorsa più importante per vincere la competizione nel mondo globalizzato e che ritiene compito primario della scuola e della formazione nell’attuale società della conoscenza la preparazione dell’uomo flessibile e del lavoratore competente. A nostro parere sarebbe stato necessario confermare e potenziare il principio della centralità della persona, in tutte le sue dimensioni, compresa quella spirituale: puntando ad assicurare la presa in carico dello studente mediante un’azione di accompagnamento- orientamento che vada oltre i confini del tempo-scuola. Ci sembra, invece, sostanzialmente condivisibile la parte più tecnica del documento programmatico sull’istruzione. In materia di docenti è inoltre da ricordare il paventato aumento generalizzato a 24 ore settimanali del lavoro degli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Il ritiro della proposta non ha del tutto calmato il mondo della scuola che costata come, nella spending review statale, la scuola, e più in generale l’istruzione, la formazione, la ricerca, la salute pubblica, siano tra le prime istituzioni sociali su cui si abbatte pesantemente la scure del governo. Anche nel caso del ministro Carrozza, teniamo come punto di riferimento il Documento Programmatico presentato alle Commissioni riunite del Senato e della Camera (Audizione On. Sig. Ministro Carrozza, 6 giugno 2013; Malizia e Nanni, 2015). Riguardo all’istruzione, il Ministro articola il suo discorso tra obiettivi generali e interventi di sistema per il personale e per gli studenti. Per quanto riguarda gli obiettivi, viene tra l’altro sottolineata la qualità degli apprendimenti, ricordando che i dati delle ricerche nazionali ed internazionali mettono in risalto, nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, soprattutto le percentuali troppo elevate di 15enni con risultati insoddisfacenti (uno studente italiano su cinque ha competenze insufficienti in lettura) e percentuali troppo basse di studenti con risultati eccellenti (il 5,8% rispetto al 9-15% dei Paesi con esiti migliori). Inoltre, l’Italia si caratterizza per le prestazioni insoddisfacenti in tutti e sette gli indicatori dell’Agenda di Lisbona 2020. Tenuto conto della emergenza occupazionale tra i giovani del nostro Paese, una istruzione di qualità assurge a obiettivo strategico nelle politiche educative del governo. Ciò richiede a monte la valorizzazione del prezioso lavoro degli insegnanti che tra l’altro sono chiamati sempre di più a svolgere funzioni educative generali e a confrontarsi con la sfida delle tecnologie digitali: pertanto, non dovrà loro mancare il riconoscimento effettivo da parte della comunità nazionale. Passando agli interventi, quelli relativi al personale hanno come priorità la valorizzazione della professione docente e di tutto il personale. Di conseguenza, si dovranno prevedere nuove modalità di sviluppo di carriera degli insegnanti con la creazione di un sistema di valutazione delle prestazioni professionali, legato a una progressione di carriera ma svincolato dal semplice criterio dell’anzianità di servizio. Questo intervento rinvia a monte alla diffusione nella scuola di una cultura 46 della valutazione mirata a dare un giusto riconoscimento al merito dei docenti, senza spirito punitivo e senza l’intenzione di dare le pagelle agli insegnanti. Da tale punto di vista il Decreto del Presidente della Repubblica 28 marzo 2013, n. 80 sul Sistema Nazionale di Valutazione in materia di istruzione e formazione può costituire una opportunità preziosa per una riflessione sul tema a cui, sempre secondo il Ministro, dovranno partecipare tutti gli operatori del sistema. La qualità delle scuole dipende anche dalla presenza di insegnanti scelti bene, di dirigenti di profilo elevato e di ispettori (dirigenti tecnici) competenti e imparziali. In proposito, il Ministro manifesta l’intenzione di iniziare una riflessione per il nuovo reclutamento delle tre categorie. Un altro intervento consiste nel rilancio della formazione dei docenti. Da lungo tempo si procede in questo ambito in maniera contraddittoria nel senso che si approvano le riforme, ma non si prevedono le risorse per la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti. Le misure da adottare non sembrano particolarmente onerose: aumento del modesto finanziamento già previsto dal Ministero per la formazione alle nuove Indicazioni nazionali; disponibilità per i dirigenti e gli insegnanti di spazi e attrezzature per la raccolta e la condivisione di buone prassi; avvio in collaborazione con Bruxelles di un piano straordinario per la formazione degli insegnanti all’uso delle nuove tecnologie. Un problema grave e che si trascina da troppi anni è rappresentato dalle consistenti masse di personale precario che opera nella scuola con contratti a tempo determinato, cui il Ministro intende rimediare almeno in parte con un piano triennale di assunzioni per il 2014-17. L’iniziativa principale del ministro Carrozza è il Decreto-Legge “L’istruzione riparte” (convertito nella Legge n. 128/2013) che, dopo anni di sacrifici e di tagli, restituisce risorse all’istruzione soprattutto e anche all’università e alla ricerca (Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca, 12 settembre 2013; Il lavoro di questi 10 mesi, 20.02.2014; Ufficio Stampa del MIUR, 7 novembre 2013; Educazione&Scuola, 20.12.2013). Il Ministro riconosce che il provvedimento non è una rivoluzione, tuttavia non si può negare che rappresenti una inversione di tendenza. Anzitutto, il Decreto-Legge intende dare una risposta alle attese degli insegnanti: è previsto, infatti, un piano triennale di assunzioni dei docenti e del personale Ata, risorse per la formazione dei docenti e la stabilizzazione di oltre 26mila insegnanti di sostegno, mentre dovrebbe cambiare la procedura di assunzione dei dirigenti scolastici che saranno selezionati attraverso un corso-concorso annuale di formazione della Scuola Nazionale di Amministrazione. Sono inoltre previste alcune forme di potenziamento dell’offerta formativa e interventi sui libri digitali. Nel merito, non si possono non apprezzare alcune scelte di fondo del Ministro e le molte azioni di ottimizzazione degli ambiti di politica propri del Ministero. Anzitutto, vengono riconfermati alcuni orientamenti del predecessore: non ci si propone di porre in essere una riforma “Carrozza”, ma di realizzare un cambiamento culturale che metta al centro l’istruzione come fattore fondamentale per rinnovare 47 la società e rilanciare il Paese; inoltre, si rivaluta la prospettiva della ricerca che nel documento programmatico ottiene la medesima attenzione dell’istruzione e dell’università (Audizione On. Sig. Ministro Carrozza, 2013; Vinciguerra, 2013). Un’inversione di tendenza importante riguarda i finanziamenti di istruzione, università e ricerca. In molte occasioni il Ministro ha affermato la centralità dell’istruzione, dell’università e della ricerca per il Paese e questa convinzione non può che essere grandemente apprezzata. Ciò che non sembra condivisibile è la concezione funzionalista o utilitarista che si riscontra nel suo documento programmatico (ma anche negli atti e nelle indicazioni di prospettiva). Diversamente dal suo predecessore, però, la funzionalità non si riferisce solo allo sviluppo economico, ma anche all’equità, alla libertà, alla partecipazione civica, al rispetto della legalità e più in generale al miglioramento della qualità della vita. Lodevole è, senz’altro, anche l’intento di introdurre un sistema di valutazione esterno di cui sono state messe in evidenza correttamente le caratteristiche (L’Atto di indirizzo del MIUR per il 2014, 2013/2014; Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, 2014). Meno scontato anche qui è come tutto ciò possa essere realizzato senza mettere in atto meri processi sanzionatori nei confronti delle scuole in difetto. Tra le criticità si può notare, infine, la mancanza di un’idea forte e unitaria di scuola, la difficoltà a muoversi nella farraginosa procedura di reclutamento dei nuovi docenti, la perdurante mancanza di un contratto di lavoro per la categoria, il forse eccessivo entusiasmo per le nuove tecnologie che non possono risolvere da sole tutti i problemi della scuola. 2.1.6. Il Ministero Giannini e “La Buona Scuola”: solo annunci o anche fatti? Il 27 marzo 2014 il Ministro della Istruzione, della Università e della Ricerca, on. Stefania Giannini, ha presentato in Senato le sue linee programmatiche e il 17 aprile il Parlamento ha definitivamente approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) del governo che elenca anche vari provvedimenti importanti da adottare nel sistema educativo del nostro Paese (Linee programmatiche del Mi - nistro Stefania Giannini, 24.04.2014; L’istruzione nel documento di economia e finanza. DEF, 06.06.2014; Malizia e Tonini, 2014). Non ci soffermiamo sui due documenti perché sono stati superati dal Rapporto “La Buona Scuola” (dal 3 settembre 2014 accessibile in internet) che presenta il progetto generale del Governo, la “vision” che intende perseguire, al fine di offrire al Paese un sistema educativo più efficace ed efficiente (La Buona Scuola, 03.09.2014; Tonini e Malizia, 2014 e 2015; Falanga, Pruneri, Rivoltella e Santerini, 2014). Naturalmente ci limitiamo a richiamare soltanto quanto si riferisce agli insegnanti. Al riguardo del Rapporto il Governo ha organizzato una lunga consultazione che si è tradotta in una mobilitazione educativa del Paese con 1.800.000 partecipanti (on-line e of-fline), 2040 dibattiti e il 70% delle scuole coinvolte. Il progetto, completato con le indicazioni dell’intero universo scolastico, avrebbe dovuto essere 48 tradotto in un decreto Legge, in tempo per l’attuazione a partire dall’anno scolastico 2015-16, già entro febbraio, ma si è preferito all’ultimo momento ripiegare su un disegno di Legge, che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri del 13 marzo 2015, perché le questioni affrontate nel provvedimento erano troppe e non tutte urgenti per cui era meglio che si esprimesse il Parlamento che, comunque dovrà farlo quanto prima per assicurare l’attuazione del piano di assunzione dei precari. Nella presentazione di questi provvedimenti incominciamo con il Rapporto che nel primo capitolo tratta una problematica antica e al tempo stesso emergenziale del nostro sistema educativo, cioè quella degli insegnanti precari. Nelle parole stesse del Rapporto: «Abbiamo alimentato un precariato enorme, disperso in liste di attesa infinite dove si resta parcheggiati per anni – in molti casi per decenni – in attesa di un posto di lavoro. E questa precarizzazione ha messo in contrapposizione generazioni di colleghi, che dovrebbero invece lavorare uniti nella missione più alta che esiste [... e nel] mestiere più nobile e bello: quello di aiutare a crescere le nuove generazioni » (La Buona Scuola, 03.09.2014, p. 6). Per risolvere alla radice tale annosa e complessa questione, il Governo intende impegnarsi in due direzioni: anzitutto avvio di un piano straordinario per assumere a settembre 2015 circa 150mila insegnanti in modo da azzerare in una sola volta le graduatorie ad esaurimento dei precari storici e sistemare anche tutti i vincitori dell’ultimo concorso; in secondo luogo, previsione nel 2015 di un nuovo concorso per consentire ad altri 40mila insegnati abilitati di entrare in ruolo, prendendo gradualmente, cioè tra il 2016 e il 2019, il posto dei docenti che andranno in pensione e così ringiovanendo il corpo insegnante. Da questo momento in poi, il concorso diventerà l’unica strada percorribile per accedere alla carriera insegnante come avviene per ogni impiego pubblico. Tali proposte del Governo introducono una importante novità, quella cioè del passaggio da un organico di diritto ad uno funzionale: il primo comprende solo il personale necessario per garantire lo svolgimento delle lezioni, mentre il secondo è in grado di coprire tutte le esigenze dall’insegnamento in classe alle supplenze, passando per le funzioni intermedie, la gestione dei progetti, il recupero degli alunni in difficoltà, il potenziamento delle eccellenze. Una seconda area di attenzione del Rapporto che qui interessa riguarda le nuove opportunità di formazione e carriera offerte a tutti gli insegnanti. Il superamento dei due nodi del precariato e della “supplentite” si accompagna all’affermazione del principio che i docenti vanno anche loro valutati e che gli scatti dello stipendio devono dipendere dal merito e non dall’anzianità. Anzitutto, andranno ridisegnati nuovi percorsi di preparazione e di selezione, ripensati i contenuti, aggiornate le competenze didattiche anche in relazione alle nuove esigenze poste dall’avvento del digitale, ma tenendo sempre fermo l’assunto che al centro della professionalità insegnante si colloca la relazione con l’allievo. Tale rinnovamento non riguarderà solo la formazione iniziale, ma anche quella in servizio che diventerà un diritto/dovere riconosciuto, un diritto nei propri confronti e un dovere nei confronti degli studenti. Inoltre, viene introdotto un principio profondamente innovativo 49 nella carriera del docente per cui il suo avanzamento non dipende più dal criterio (oggettivo e automatico) dell’anzianità, ma da quello soggettivo e frutto di valutazione del merito, fondato sulla valorizzazione dell’impegno di ogni docente e del suo contributo al miglioramento della propria scuola; inoltre, gli scatti dello stipendio sono riservati ai due terzi degli insegnanti. Secondo il documento del Governo si potranno utilizzare tre modalità di credito – didattico, formativo e professionale – ma la questione dovrà essere ulteriormente approfondita. Inoltre, viene introdotta la figura del docente mentor per aiutare il dirigente nella valorizzazione delle risorse umane nell’ambito della didattica. Nel Disegno di Legge sono state avanzate quattro proposte principali, su cui ci soffermeremo brevemente dato che il DDL è ancora in discussione: in particolare si tratta del piano di assunzioni straordinario, della Carta dell’insegnante (500 euro per spese culturali), del reclutamento dei docenti con chiamata della scuola a partire da albi territoriali e della formazione in servizio “obbligatoria, permanente e strutturale” (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti, 27 marzo 2015; Tuttoscuola, 2015). Dal prossimo 1° settembre vengono stabilizzati 100.701 insegnanti: 99.000 presi dalle Gae (graduatorie ad esaurimento) e 1.700 dal concorso del 2012; inoltre, per 27.000 docenti di scuola materna dovrebbe arrivare l’assunzione subito dopo attraverso la Legge delega e il provvedimento sugli asili. Dopo la maxi-stabiliz - zazione si tornerà ad assumere solo per concorso. Con questo schema le graduatorie di prima fascia scompariranno davvero, ma le incrostazioni scolastiche hanno reso il sistema complesso per cui secondo i sindacati resterebbero fuori 360mila aspiranti docenti. In ogni caso non si può negare che si avrà un ampliamento degli organici e investimenti per assicurare delle risorse in più, anche se modeste, agli insegnanti. Uno degli aspetti più innovativi sembra essere il nuovo criterio di reclutamento dei docenti. Chi è già in ruolo rimane nella condizione attuale, ma chi deve essere assunto o chi si trasferisce da una scuola all’altra entra nell’albo professionale degli insegnanti, che sarà il nuovo strumento di reclutamento: un elenco da cui attingeranno i dirigenti per scegliere (con criteri pubblici e oggettivi) i docenti migliori per la loro scuola, secondo il principio per cui non sarà più l’insegnante a scegliere la scuola ma sarà la scuola scegliere i suoi insegnanti (in funzione del POF, che diviene triennale ed acquista un ruolo più importante anche per la definizione dell’organico). Rimane ancora piuttosto generica la volontà di valorizzare il merito degli insegnanti (toccherà ai decreti delegati chiarire le modalità); è previsto, comunque, che alla fine di ogni anno il dirigente scolastico, sentito il Consiglio di Istituto, assegnerà un bonus per i consumi culturali al 5% dei suoi insegnanti per dare un riconoscimento economico a chi si impegna di più. Inoltre, è già dichiarata l’introduzione della formazione in servizio “obbligatoria, permanente e strutturale”, che probabilmente – una volta a regime – inciderà in maniera significativa sulla qualità del servizio scolastico. 50 2.2. Il caso della FP Questa sezione è dedicata direttamente all’evoluzione del ruolo e della formazione del formatore della FP. In un primo momento ci si soffermerà sulla situazione durante il primo sviluppo della FP; successivamente si concentrerà l’attenzione sull’affermarsi negli Anni ‘90 di una nuova cultura organizzativa nella FP e sulla sua incidenza sul tema di cui ci occupiamo; in terzo luogo si cercherà di illustrare la condizione attuale a partire dagli anni 2000, mentre l’ultima parte focalizzerà il discorso sul CNOS-FAP. 2.2.1. Dal dopoguerra agli Anni ‘80: l’inizio dello sviluppo Tra la fine degli Anni ‘40 e tutti gli Anni ‘50 la struttura organizzativa, ancora embrionale, della FP prevedeva le figure professionali del direttore, del segretario e dell’istruttore teorico e pratico (Ghergo, 2009). Chiaramente si trattava di una articolazione gestionale semplice, “a pettine”, in cui il dirigente rappresentava l’unico riferimento gerarchico. Gli istruttori insegnavano i programmi addestrativi sotto la guida del direttore e periodicamente esprimevano valutazioni sintetiche circa il profitto degli allievi. La loro scelta era lasciata alla responsabilità degli Enti promotori che, però, dovevano rispettare parametri minimi di requisiti: agli istruttori teorici si richiedeva il possesso di un titolo di studio almeno di scuola media superiore e, in ogni caso, corrispondente al livello e alla natura dell’insegnamento e a quelli pratici l’adempimento almeno dell’obbligo e, di regola, l’esercizio del mestiere per un minimo di quattro anni nel mondo produttivo. Gli aspiranti istruttori e quanti in attività intendevano perfezionare la loro preparazione potevano iscriversi a corsi per la formazione degli istruttori. Alla fine del decennio successivo, un’indagine del Ministero del Lavoro fotografava la situazione dei docenti della FP (Ghergo, 2009). Secondo tale ricerca, nel 1970-71 essi ammontavano a 7.831, una cifra che però non comprendeva tutti quelli che svolgevano una qualche attività nei Centri, ma solo quelli che ne prestavano una equivalente o superiore al minimo richiesto per instaurare un rapporto di lavoro a tempo determinato, cioè un periodo di 7 mesi con un orario di docenza non inferiore a 12 ore settimanali per gli istruttori e a 24 per gli istruttori pratici o per gli aiuto istruttori. Riguardo a settori e funzioni si nota che il comparto dell’industria/ artigianato pesava di più tra il personale insegnante che tra i corsi e gli allievi per una maggiore presenza di insegnanti a tempo indeterminato; inoltre, erano gli insegnanti teorici a costituire la maggioranza relativa sia nell’industria/artigianato che nel commercio/servizi, ma se si sommano insieme gli istruttori pratici, gli aiuto istruttori (personale impegnato nelle ore di laboratorio quando gli allievi di un corso superavano il numero di 20) e gli insegnanti teorico-pratici (dedicavano un quarto della lezione a spiegazioni di carattere teorico), erano questi a prevalere. Passando al titolo di studio, quasi il 60% (56,9%) possedeva la licenza della media superiore: a notevole distanza seguivano quanti potevano contare solo sulla licenza 51 della media inferiore (14,9%), su quella elementare (10,4%) o sulla qualifica (9,9%), mentre i laureati si collocavano all’ultimo posto, lontani anche dal 10% (7,9%): in tale ottica, è evidente la criticità rappresentata da un livello di istruzione notevolmente più basso di quello del corpo docente dell’istituto professionale. Se si approfondisce il rapporto fra titolo di studio e disciplina insegnata, emergono due andamenti preoccupanti: nelle materie scientifiche e tecnologiche i laureati erano appena il 10% e i laureati e i diplomati dell’istituto tecnico costituivano meno della metà degli insegnanti di materie tecnologiche. Ulteriori informazioni sulla situazione dei formatori della FP negli Anni ‘60 vengono da una ricerca della Cassa del Mezzogiorno che, però, è anteriore all’altra – riguarda l’anno 1967-68 ed è circoscritta al Centro-Sud (Ghergo, 2009). Dal punto di vista dell’età, quasi il 50% (46,5%) si collocava nella coorte 20-30 anni per cui il corpo docente della FP si poteva qualificare come complessivamente giovane: il dato evidenziava un’altra criticità del sistema in questa fase del suo sviluppo e cioè che la FP era ritenuta un impiego iniziale e momentaneo dei diplomati e non una professione stabile. Un altro dato, assente nell’indagine del Ministero del Lavoro, ma riscontrato da quella della Cassa del Mezzogiorno, riguardava l’impegno orario di insegnamento che nella gran parte dei Centri si situava sulle 21- 25 ore settimanali. Un ultimo risultato nuovo evidenziava la partecipazione ai corsi di aggiornamento che si limitava a poco più di un quarto (26,5%); la categoria maggiormente coinvolta nelle iniziative di formazione in servizio era costituita dagli istruttori, seguita dagli insegnanti teorici. Della situazione negli Anni ‘70 ci informa una ricerca di tipo censimentale dell’ISFOL (Ghergo, 2009). Il numero complessivo viene stimato in 17.500, più del doppio cioè degli Anni ‘60: in un panorama generale di CFP con una ampiezza media modesta (84,2 allievi per Centro) gli insegnanti ammontavano a circa 10 per CFP, mentre il rapporto con gli allievi si situava a 9,1. Gli uomini costituivano oltre il 70% del totale (71,5%) e di conseguenza le donne rappresentavano meno del 30% (28,5%), in controtendenza con la scuola che, invece, era investita da un forte processo di femminilizzazione. I due terzi circa (63,8%) potevano contare su un contratto a tempo indeterminato, mentre il 28,5% ne aveva uno a termine e un rapporto di tipo professionale si riscontrava solo nel 3,5% dei casi: il dato evidenziava il notevole percorso di stabilizzazione che era stato compiuto nell’ultimo decennio per ridurre la precarietà del corpo docente. Riguardo al tipo di insegnamento si nota che quasi la maggioranza (48,9%) era costituita da insegnanti teorici rispetto al 24,6% di insegnanti pratici, al 21,7% di teorico-pratici e al 3,7% di assistenti aiuto istruttori: tale andamento non deve stupire perché i docenti teorici non insegnavano solo materie con caratteristiche umanistiche, ma pure quelle tecnico-scientifiche che fornivano il fondamento alle conoscenze operative. Anche negli Anni ‘70 il personale docente manteneva la sua caratteristica di essere concentrato nelle coorti di età più giovani: ciò risulta dalla media che si collocava a 34,6 anni. Il dato sollevava un serio problema di gestione nel senso che la FP disponeva di un personale 52 che poteva e doveva utilizzare per anni, per cui emergeva la necessità di conciliare le tutele professionali per il corpo docente con la flessibilità programmatoria del sistema. L’orario settimanale vedeva più di un terzo con un impegno di 19-24 ore, meno di un quarto fino a 12 e oltre 24 e una percentuale inferiore a un quinto con 13-18. Migliorava, ma non di molto, la situazione riguardo ai titoli di studio: saliva a quasi due terzi (64%) la consistenza dei diplomati della secondaria superiore e soprattutto quella dei laureati che si avvicinava a un quinto (17,4%), mentre diminuivano i licenziati della media inferiore (13,8%) e soprattutto quelli delle elementari (4,8%). Quanto all’esperienza previa di lavoro, il corpo docente si divideva in due parti: il 43,6% poteva contare su un’esperienza di lavoro dipendente o autonomo, ma il 47,9% era passato direttamente dallo studio all’insegnamento senza alcun contatto con il mondo produttivo. Il 60% circa (59%) aveva frequentato corsi di formazione o di aggiornamento e la partecipazione cresceva tra quanti erano maggiormente inseriti nel sistema di FP, cioè i maschi, gli insegnanti a tempo indeterminato e quelli con un titolo di studio più coerente o che, pur possedendo titoli bassi, impartivano insegnamenti pratici. Un decennio più tardi, nel 1989-90, il totale degli operatori raggiungeva la cifra di 27.989 con una crescita di oltre il 60% rispetto alla precedente cifra (Ghergo, 2011). All’interno di questo dato complessivo il rapporto tra la gestione pubblica-regionale e/o delegata e la gestione convenzionata era di 1 a 2 e risultava chiaramente sovrastimato rispetto a quello riscontrabile riguardo ai corsi dove si abbassava da 1 a 4. Questo divario dipendeva dal fatto che in alcune Regioni che avevano introdotto il ruolo della FP le statistiche facevano riferimento a tutto il personale della gestione pubblica inserito in tale ruolo a prescindere dalla collocazione e utilizzazione reale. Venendo alla distribuzione per funzioni, l’area pubblica presentava un evidente squilibrio tra personale docente e non docente con un rapporto 60%-40% in paragone a quella convenzionata in cui la relazione era 75%-25%: in questo caso la difformità dipendeva oltre che dalle procedure statistiche appena ricordate anche dalla “lievitazione” nel pubblico delle qualifiche basse degli organici. Migliorava, anche se di poco, la distribuzione tra i sessi che registrava in ambedue le gestioni un rapporto 63,3% 36,7%. Per quanto riguarda l’età, la condizione rimaneva ancora nel complesso relativamente giovane. Anche il titolo di studio non era una caratteristica discriminante tra le due gestioni e si può dire che prevaleva, come nel passato, una scolarità media superiore. I 3/5 degli insegnanti potevano vantare un’attività lavorativa prima di iniziare la docenza nella FP: in generale questa professionalità pregressa era svolta o in imprese di piccole dimensioni (la maggior parte dei formatori più anziani) o in ambiente scolastico (la maggior parte dei formatori più giovani). La regolamentazione del personale della FP aveva due punti di riferimento, la disciplina contrattualistica e la legislazione regionale, tra cui la prima presentava un’importanza superiore. Va subito notato che i contratti delle due gestioni si caratterizzavano per una diversità più spinta che non la somiglianza, Il contratto degli 53 operatori degli Enti convenzionati, anche se veniva predisposto e concluso tra le organizzazioni sindacali e gli Enti privati, tuttavia era subordinato al consenso preventivo esplicito delle Regioni per cui le parti che entravano nella trattativa erano di fatto tre; inoltre, esso costituiva il luogo per la ricorrente conflittualità tra organizzazioni sindacali ed Enti. Nel periodo considerato, le vertenze erano focalizzate prima sulle dimensioni organizzative, successivamente su quelle istituzionali e da ultimo su quelle funzionali. Del contratto degli operatori dei CFP pubblici va ricordata la conferma delle collocazioni funzionali del personale docente nel 5° e nel 6° livello che appaiono a giudizio degli esperti scarsamente rispondenti alla realtà. Un’osservazione che riguardava le caratteristiche strutturali del personale della FP nella loro totalità sosteneva che queste rispondevano solo parzialmente alle esigenze di flessibilità del sistema: accanto ad andamenti favorevoli, come l’età media, si riscontravano aspetti che si situavano maggiormente nella rigidità come il livello di istruzione relativamente basso, le tipologie di esperienze lavorative pregresse caratterizzate da professionalità tradizionali o da modelli scolastici e un’impostazione contrattualistica che avvicinava i docenti agli insegnanti della scuola piuttosto che ai formatori professionisti. Un’ultima considerazione va riservata alle politiche del personale adottate dalle Regioni nel decennio sotto esame e che erano sostanzialmente di due tipi: la regionalizzazione e la riqualificazione. La prima andava distinta dalla pubblicizzazione: questa si fondava su un pregiudizio ideologico secondo cui la FP era un servizio pubblico e la sua gestione andava affidata solo a soggetti pubblici; al contrario, la regionalizzazione si basava su ragioni di natura funzionale-programmatica secondo cui il governo delle risorse umane della FP doveva essere assicurato da una forte regia delle Regioni in modo da poter attuare una riorganizzazione sostanziale del sistema. La ristrutturazione era pensata come la ridistribuzione del personale secondo funzioni parallele alla FP quali l’orientamento, l’osservazione del mercato del lavoro, l’informazione, la consulenza alle imprese sulle politiche formative e occupazionali o in base ad altri compiti dell’amministrazione. Indubbiamente la regionalizzazione, sebbene presentasse un’incidenza più o meno grande sulle attività private, tuttavia non le escludeva come nel caso della pubblicizzazione. Tuttavia, anch’essa non mancava di criticità: anzitutto, non era possibile definire la politica del personale prima di aver determinato quella del settore perché il personale rappresentava una risorsa strumentale; si sosteneva che la regionalizzazione permettesse di liberare la FP di professionalità in eccesso o superate, ma si dimenticava che se queste esistevano avevano ben poche possibilità di riqualificazione; l’utilizzo di parte del personale in funzioni parallele alla FP o in altri compiti dell’amministrazione era destinato a depauperare la FP da professionalità importanti o a dar vita a servizi di basso profilo per competenze di livello elevato. Sempre in questo ambito delle politiche di gestione del personale va richiamata un’ulteriore distinzione tra formazione per l’aggiornamento del personale e quella per la riqualificazione, la prima mirata ad accrescere e approfondire le com- 54 petenze del docente e la seconda finalizzata a trasmettere competenze per settori lavorativi relazionati, ma diversi, rispetto alla formazione. Nel decennio in esame si allargava lo spettro delle iniziative di aggiornamento in modo da comprendere, oltre alle abilità tecnico-disciplinari, anche le competenze pedagogiche e sociali, specialmente quelle che riguardavano le nuove funzioni di facilitatore dell’apprendimento individuale e collettivo. A loro volta, i processi di riqualificazione tendevano a mettere in discussione la concezione di ispirazione scolastica del ruolo unico del docente secondo la quale questi era un tecnico disciplinare incaricato di insegnare un programma definito da altri mentre la FP, che si trova a stretto contatto con i mondi produttivi a livello locale, doveva essere pronta a elaborare e svolgere progetti con caratteristiche marcate di contestualizzazione e specificità per cui si sentiva non solo l’esigenza di un ruolo docente, ma di una pluralità di ruoli a monte (analista di fabbisogni, programmatore, analista della professionalità, consulente orientatore...) e a valle (valutatore) dell’intervento formativo. Venendo nel concreto dei corsi di riqualificazione, quelli offerti dalle Regioni del Sud erano quantitativamente adeguati, ma non qualitativamente, mentre quelli organizzati dagli Enti si rivelavano validi ma ispirati a modelli organizzativi tra loro non molto congruenti. Un’osservazione finale riguarda i processi di aggiornamento e di riqualificazione che risentivano negativamente anche della finalità emergenziale per cui erano stati talora attivati, cioè con il solo scopo di garantire la continuità occupazionale ad operatori momentaneamente non impegnati in attività formativa. 2.2.2. Gli Anni ‘90: la nuova cultura organizzativa e le funzioni del formatore Una questione centrale degli inizi della decade ‘90 è costituita dalla situazione degli operatori della FP che vedeva anzitutto una giustapposizione e frequente sostituzione o integrazione delle figure di processo (progettisti, tutor, coordinatori) alle figure di contenuto (docenti, istruttori) (ISFOL, 1992; Malizia e Tonini, 2012). Inoltre, i compiti dei formatori tendevano a combinarsi nelle forme più varie sia nel momento dell’assunzione che dell’organizzazione del lavoro. Si registrava anche una situazione di elevata instabilità nei ruoli per cui questi non sempre corrispondevano alle articolazioni precedenti delle figure, né d’altra parte ne emergevano di nuovi che ottenevano un consenso generale e la loro differenziazione era talora molto forte. La struttura del mondo del lavoro in cui coesistevano modalità tradizionali e nuove e una gamma di forme intermedie esigeva dai formatori il possesso non tanto delle abilità di adattarsi al cambiamento quanto la capacità di prevenirlo e di fornire strategie adeguate di risposta. Di qui l’esigenza di disporre di categorie anche contrattuali che affrontassero la tematica dell’innovazione dei profili professionali e del relativo inquadramento. A ciò va aggiunto che i CFP erano stati raggiunti agli inizi della decade ‘90 da fenomeni di involuzione burocratica (ISFOL, 1995). Infatti, non infrequentemente si notava una focalizzazione eccessiva sui bisogni degli operatori a scapito dei destinatari; inoltre, non mancavano casi in cui si privilegiava il controllo normativo 55 sulle procedure rispetto alla verifica sostanziale sui risultati. In reazione a questi segnali degenerativi si andava diffondendo l’esigenza di elaborare un modello alternativo al CFP tradizionale. A tal fine il Laboratorio “Studi e Ricerche” del CNOS-FAP realizzava nella prima metà degli Anni ‘90 quattro ricerche, tre su finanziamento del Ministero del Lavoro (Malizia, Chistolini, Pieroni e Tanoni, 1991 e 1993; Malizia, Borsato, Frisanco e Pieroni, 1996) – rispettivamente sul coordinatore progettista, su quello di settore/ processo e sul direttore e lo staff di direzione – e una dello stesso CNOS-FAP sul coordinatore delle attività di orientamento (Pellerey e Sarti, 1991). In base ai risultati di tali investigazioni era possibile elaborare un modello di organizzazione delle azioni di FP che si qualificava per essere al tempo stesso formativo, comunitario, progettuale, coordinato, aperto, flessibile e qualificato (Malizia, Chistolini, De Nardi, Pellerey, Pieroni, Sarti e Tanoni, 1993). In sostanza si trattava del modello del CFP polifunzionale che, mentre da una parte cercava con la pluralità delle sue offerte di adeguarsi alla complessità della società odierna, dall’altra non rinunciava, anzi mirava a rafforzare il suo ruolo formativo al servizio di una gamma molto ampia di destinatari (Malizia e Tonini, 2012). Esso si contrapponeva alla formula dell’agenzia formativa (ISFOL, 1995; Il nuovo ruolo del CFP come agenzia di servizi, 1995) che però non sembrava trovare il conforto dei dati delle ricerche menzionate sopra. I risultati di tale impegno associativo hanno anche costituito il quadro di riferimento entro il quale si è collocato l’articolo 7 del CCNL della FP convenzionata (1994-1997). Per questi motivi, e tenuto anche conto che si trattava del quadro teorico di una ricerca che riguardava i formatori del CNOS-FAP, si è pensato di concentrare l’attenzione sul modello del CFP polifunzionale. Ciò non significa che sia l’unica proposta in campo e che le altre non presentino elementi validi; tuttavia, ci sembra che quella in esame possa contare su evidenze significative e che pertanto possa essere presa come rappresentativa della riflessione e della prassi del decennio. a) Un modello formativo e comunitario Gli studi a medio e lungo termine coincidevano in generale su una previsione: l’avvio del terzo millennio sarebbe stato contraddistinto da una vera e propria esplosione delle conoscenze in tutti i campi (Cresson e Flynn, 1995). Nel nuovo modello di società, ricerca, sapere e formazione diventavano il fondamento del sistema sociale e non sarebbero stati più soltanto fattori di sviluppo: in altre parole, la formazione con la ricerca e il sapere rappresentava il fondamento stesso della società post-industriale o post-moderna. Anche nella FP la centralità della formazione significa promozione integrale delle persone; in questo caso, tuttavia, tale finalità prioritaria viene raggiunta attraverso l’acquisizione di un ruolo professionale qualificato e di una specifica cultura che è professionale, umanistica ed integrale. In altre parole tale cultura deve essere focalizzata sulla condizione produttiva che, a sua volta, va inquadrata in una concezione globale dell’uomo e che ottiene la sua piena significatività nella dimensione etica e religiosa. 56 La formazione è opera comune, presuppone un accordo di base sulle finalità, i contenuti, le metodologie da parte di tutte le componenti della FP, giovani e adulti, animatori e operatori, genitori e collaboratori. La centralità della formazione esige la costruzione di una comunità che sia allo stesso tempo soggetto e ambiente di educazione. I dati delle ricerche evidenziano la convergenza delle opinioni degli operatori della FP sulla centralità della formazione (e di una formazione di qualità) e sul modello comunitario (Malizia, Chistolini, Pieroni e Tanoni, 1991 e 1993). È chiaro che la centralità della formazione e la costruzione di una comunità sono esigenze che si impongono in ogni Centro. Esse vanno realizzate in qualsiasi tipo di CFP, qualunque sia la sua dimensione o il contenuto della sua offerta. Né la complessità delle azioni intraprese dal Centro, né la presenza o la preponderanza di corsi mirati a un pubblico adulto possono indurre a pensare che il CFP si sia trasformato in un’azienda o in un’agenzia. Il CFP rimane un’istituzione formativa e la sua riorganizzazione, pur necessaria ed urgente, resta al servizio della scelta educativa e comunitaria la quale conserva il primato anche nella FP. Ed è questa logica di fondo che distingue principalmente il CFP polifunzionale del CNOS-FAP da certe concezioni agenziali della FP. b) Un modello progettuale In quegli anni si era andato delineando un consenso generale sulla necessità di rinnovare il modello organizzativo delle istituzioni formative in quanto appariva del tutto superato rispetto alle esigenze della società. La strategia principale di azione doveva essere ricercata nella crescita e nella diffusione di un’adeguata cultura organizzativa che significava fondamentalmente sviluppo della capacità di avviare prassi progettuali di sistema. In altre parole, bisognava anzitutto passare da un approccio organizzativo individualistico e disintegrato ad uno integrato che si traducesse in proposte unitarie qualificanti di Centro e di corso. In secondo luogo la dimensione progettuale non poteva essere solo una caratteristica dell’azione del singolo formatore, ma doveva connotare l’attività di tutto il sistema. Inoltre, la progettazione doveva includere come componente imprescindibile il controllo; altrimenti i risultati dell’azione organizzativa avrebbero continuato a presentarsi come casuali. In ogni caso, dalle ricerche più volte menzionate emerge chiara ed inequivocabile la domanda degli operatori di introdurre nella FP la funzione/figura del coordinatore di progetto che viene inteso come un’articolazione della funzione del formatore (ISFOL, 1992; Malizia, Chistolini, Pieroni e Tanoni, 1991). In altre parole si fa strada un’impostazione di natura educativa che parte dal presupposto che il CFP sia principalmente una comunità formativa e più specificamente una comunità di formatori. Ne segue che la progettazione degli interventi impegna la corresponsabilità di tutti e diventa strumento prezioso attraverso cui la comunità formativa si crea e si sviluppa: infatti, tale azione consente alla comunità del CFP di identificare la domanda sociale di formazione, di fissare gli obiettivi dei propri interventi in relazione alle esigenze del contesto, di elaborare strategie educative valide in risposta al territorio, di valutare la propria attività in rapporto alle mete che ci si è posti. In 57 altre parole la progettazione è il cemento che unifica la comunità formatrice e il dinamismo che la fa crescere. c) Un modello al servizio della persona La promozione integrale della persona significa che l’educando occupa il centro del sistema formativo e che pertanto il sistema formativo deve fare dell’oggetto dell’educazione il soggetto della sua propria educazione. A ogni persona va assicurato il diritto ad educarsi scegliendo liberamente il proprio percorso tra una molteplicità di vie, strutture, contenuti, metodi e tempi; in sostanza, è il sistema formativo che deve adattarsi all’educando e non viceversa. Indubbiamente, tutti gli operatori, i formatori, l’intero CFP e la FP nel suo complesso sono primariamente impegnati a promuovere lo sviluppo integrale della personalità degli allievi. Tra le nuove funzioni/figure che emergono dalle ricerche, una che è chiamata a svolgere particolarmente tale servizio è senz’altro quella del coordinatore delle attività di orientamento (Pellerey e Sarti, 1991). Negli ultimi anni si era passati progressivamente dalla considerazione dell’orientamento come un insieme di servizi, spesso esterni alle istituzioni formative o almeno autonomi da esse, ad una in cui l’orientamento si presentava come un processo educativo, continuo, finalizzato a far acquisire e a far utilizzare alla persona le conoscenze, le abilità e gli atteggiamenti necessari per rispondere adeguatamente alle scelte che continuamente era chiamata ad operare, soprattutto in relazione all’attività professionale. Per ottimizzare, armonizzare, sincronizzare le attività formative e didattiche con valenza orientante dei diversi operatori e del Centro nel suo complesso, si è ritenuto necessario individuare una persona che, pur continuando a far parte del corpo docente, in modo particolare si facesse carico della realizzazione coordinata e finalizzata di questo insieme di attività. Si tratta della funzione/figura del coordinatore delle attività di orientamento. d) Un modello coordinato e integrato Nella FP era in atto un processo di differenziazione e di moltiplicazione delle funzioni, un tempo accentrate nelle figure del direttore e del formatore anche a motivo della prevalenza di strutture semplici, fondate su attività generalmente consolidate (Nicoli, 1991a,b,c). Queste dinamiche di riarticolazione si manifestavano con particolare chiarezza a livello di personale formativo dove sempre più si richiedevano precise specializzazioni di ruoli e funzioni. Esse a loro volta rinviavano all’introduzione di forme nuove di integrazione attraverso la creazione di figure di raccordo quali i coordinatori, in particolare di settore/processo. A sua volta l’indagine del Laboratorio “Studi e Ricerche” del CNOS-FAP sul direttore aveva messo in risalto una diffusa insoddisfazione nei confronti dell’articolazione dei suoi compiti quale delineata nel CCNL (Malizia, Borsato, Frisanco e Pieroni, 1996). Sembrava necessario un riaccorpamento e una semplificazione di quell’elenco frammentato di mansioni in un disegno sintetico ed essenziale di grandi funzioni. In particolare, sulla base dei risultati dell’indagine si proponevano 58 le seguenti sei: responsabilità della gestione del CFP nei confronti dell’Ente locale o di formazione; leadership della comunità degli operatori, in particolare attraverso la presidenza dell’organo collegiale dei formatori e la responsabilità della gestione del personale; motivazione del personale e cura del suo aggiornamento; direzione e coordinamento delle attività; coordinamento delle attività progettuali; innovazione dell’organizzazione del CFP. La stessa indagine metteva in risalto anche l’emergere di un altro organismo, lo staff di direzione. In proposito, la funzione indicata al primo posto era quella relativa al collegamento tra il CFP e il sistema delle imprese presenti sul territorio. A questa si aggiungevano il coordinamento tra le varie attività promosse all’interno del CFP, la preparazione delle principali decisioni da prendere, la pianificazione e l’organizzazione delle attività del CFP in vista del raggiungimento degli obiettivi formativi. Lo staff non era pensato come un contraltare al direttore, ma come un sostegno al ruolo direttivo e una compartecipazione alle attività di conduzione del CFP. Doveva svolgere consulenza al direttore, presentargli proposte, partecipare alle decisioni, eseguire le iniziative promosse e decise dal direttore, verificare le azioni formative. e) Un modello aperto Nel campo delle istituzioni formative un impatto decisivo è stato esercitato dal nuovo modello di sviluppo, l’educazione permanente: in proposito si possono ricordare due dei suoi assunti principali (Malizia, 1988). Anzitutto, lo sviluppo integrale dell’uomo e, in particolare, l’educazione di ogni uomo, di tutto l’uomo, per tutta la vita, richiede il coinvolgimento lungo l’intero arco dell’esistenza, oltre che della scuola, di tutte le agenzie educative in una posizione di pari dignità formativa, anche se ciascuna di esse interverrà in tempi e forme diverse secondo la propria natura, la propria metodologia e i propri mezzi (policentricità formativa). In secondo luogo, l’educazione è una responsabilità della società intera, comunità e singoli, che sono chiamati a gestire democraticamente le iniziative formative (società educante). L’esigenza dell’apertura al contesto attraversa tutte le figure/funzioni della FP. I compiti del coordinatore di progetto convergono in questa direzione: si tratta di individuare la domanda sociale di formazione, di fissare gli obiettivi degli interventi formativi in relazione alle esigenze del contesto, di elaborare strategie educative valide in risposta al territorio (Malizia, Chistolini, Pieroni e Tanoni, 1991). A sua volta il coordinatore di settore/processo costituisce uno snodo tra il CFP, le aziende e i singoli formatori (Malizia, Chistolini, Pieroni e Tanoni, 1993). La funzione del coordinatore delle attività di orientamento è finalizzata tra l’altro a mantenere il coordinamento e il collegamento fra la struttura formativa e i soggetti istituzionali e sociali, il sistema scolastico e formativo, nonché gli eventuali specialisti e Centri specifici di orientamento (Pellerey e Sarti, 1991). Da ultimo, il direttore è chiamato ad assumersi la responsabilità della gestione del CFP nei confronti dell’Ente locale o di formazione. 59 f) Un modello flessibile La flessibilità rappresenta una caratteristica che è connessa strettamente con la nozione di sistema aperto (Malizia e Tonini, 2012). Con tale aspetto si è inteso riferirsi ai problemi di sede, di organico di appartenenza, di status. Ciò che si vuole sottolineare è che il sistema del CNOS-FAP è “a geometria variabile”: la sua realizzazione può essere la più varia, tutto dipende dalle particolari condizioni di ogni Centro per cui si può andare da un’attuazione molto elementare alla più complessa; quello che va assicurato in ogni caso è la presenza in ciascun CFP delle funzioni e non delle figure e, nel contesto territoriale, delle necessarie unità specialistiche di supporto (CFP complessi, sede regionale di Ente, servizi territoriali regionali). g) Un modello qualificato Con il termine qualificazione si è voluto significare il tipo di formazione necessario per l’esecuzione dei vari compiti (Malizia e Tonini, 2012). In questo caso le diverse ricerche citate fornivano indicazioni – che noi non riportiamo per ragioni di essenzialità – in relazione al coordinatore di progetto, al coordinatore di processo/ settore, al coordinatore delle attività di orientamento e al direttore, precisando per ognuno conoscenze e competenze. Quanto ai requisiti per l’accesso alle quattro funzioni/figure, si riscontrava un accordo generale su un’esperienza previa di docenza (e di managerialità per il direttore) e su un corso di formazione in servizio finalizzata. Gli operatori, però, si dividevano sulla laurea che per il momento non poteva essere imposta a tutti, ma che doveva essere introdotta in futuro in relazione anche con la generale elevazione dei livelli culturali di base per l’insegnamento. 2.2.3. Gli Anni 2000: il formatore della FP nel quadro delle riforme Nel primo decennio del 2000 varie indagini dell’ISFOL consentono di delineare l’evoluzione recente del personale della FP sia riguardo al ruolo che alla formazione (ISFOL, 2009, 2007, 2006, 2005, 2004, 2002; Montedoro, 2006). Riguardo al numero, dopo l’aumento consistente degli Anni ‘70, il rallentamento degli Anni ‘80, la riduzione della prima metà del decennio ‘90, nel periodo 1996-2001 si riscontra una crescita notevole che porta al raddoppio da 25.774 a 52.831 (+102,6%) (ISFOL, 2004; Montedoro, 2006). All’espansione si accompagna una serie di fenomeni che comportano nuove divisioni intra-professionali e accentuano quelle già presenti e su cui ci soffermeremo nel prosieguo. La prima tendenza da segnalare riguarda l’evoluzione del profilo socio-anagrafico di base del personale della FP (ISFOL, 2007, 2006, 2005, 2004, 2002; Montedoro, 2006). Rientra in questo quadro un deciso rallentamento, se non un vero e proprio mutamento di direzione, del fenomeno dell’invecchiamento dei formatori. Da questo punto di vista i dati parlano chiaro nel senso che nel 2006 la loro età media si colloca sui 43 anni e, pertanto, risulta equivalente o di poco più bassa rispetto a 60 quanto riscontrato nelle precedenti indagini, 43,5 nel 2002 e 43,2 nel 2004 (ISFOL, 2007). In altre parole nel sistema della FP accreditata il ricambio generazionale è continuato e probabilmente va attribuito all’avvio dell’accreditamento che ha comportato modalità di selezione e di inclusione di attori e organizzazioni nuove e tradizionali. Ciò ha contribuito a ridurre, anche se indirettamente, un andamento che era emerso in maniera preoccupante nel corso degli anni, quello cioè della obsolescenza delle competenze delle generazioni più anziane del personale, correlato logicamente con il complicarsi delle problematiche sociali e istituzionali da affrontare nella FP. Di fatto, l’evoluzione degli ultimi anni pare realizzare in modo naturale il ricambio generazionale nonostante il mancato avvio di un turnover pilotato. Un’altra tendenza riguarda la composizione di genere del personale della FP. Infatti, pare che sia in atto una novità veramente storica, quella cioè del sorpasso delle donne rispetto agli uomini soprattutto tra le nuove leve. Nelle rilevazioni campionarie effettuate dall’ISFOL, la componente femminile cresce dal 44,6% del 2002, al 48,9% del 2004, al 53,2% del 2006 (ISFOL, 2007). Passando al quadro delle competenze, incominciamo con la situazione della formazione di base. Anche da questo punto di vista va registrata una novità storica: il 60,7% possiede ormai una laurea: ricordiamo che nel 2002 la percentuale era del 36,7% e nel 2004 del 39,9% (ISFOL, 2007). Ovviamente un andamento opposto si registra tra i diplomati: 56,6%, 54,7% e 35,8% rispettivamente nel 2002, nel 2004 e nel 2006. A loro volta, i titoli meno qualificati sono ormai divenuti marginali e la loro consistenza continua a diminuire, passando dal 6,6%, al 6,4%, al 3,5%. In aggiunta, le formatrici si distinguono per livelli di istruzione più elevati, essendo contemporaneamente più giovani e rappresentate tra le nuove leve; dal punto di vista territoriale sono le zone del Centro Italia ad essere più virtuose. Tenuto conto che l’ultimo anno della rilevazione si caratterizza per la presenza esclusiva di enti accreditati, trattandosi di una condizione ormai obbligatoria ovunque, si può supporre che la realizzazione piena del nuovo dispositivo abbia comportato una forte accelerazione all’elevazione dei titoli dei formatori. Quanto alla formazione in servizio, la percentuale di quanti hanno partecipato a iniziative di questo tipo raggiunge la cifra del 60% e i dati medi sulla frequenza appaiono alquanto alti con 13 corsi quasi per ogni caso analizzato. A sua volta la quota dei formatori che non hanno usufruito di alcuna esperienza in merito risulta piuttosto elevata, collocandosi al 40%, e soprattutto preoccupa che sia cresciuta dal 2002 quando era il 26,3%. A parziale spiegazione della crescita si può richiamare il dato relativo all’anzianità professionale che era di 16 anni in media nel 2002 e 2004, mentre nel 2006 scende a 13. Un’altra criticità è riscontrabile anche tra coloro che hanno partecipato a iniziative di formazione in servizio in quanto il 20% ha usufruito al massimo di 1 corso ogni 4 anni di servizio e il 30% di 1 ogni 3, per cui la percentuale di chi ha seguito meno di 1 corso ogni anno di servizio raggiunge la cifra del 62,7% ed è di conseguenza maggioritaria. Se i dati si disaggregano per 61 zone geografiche, la situazione appare migliore nel Nord e ciò in controtendenza con la formazione di base. Emergono pertanto due modelli di competenza che si distinguono su base territoriale nel senso che le Regioni settentrionali tendono a valorizzare le competenze specialistiche ed esperienziali, mentre nelle altre risultano meglio ripartite quelle di base. Inoltre, con riferimento alla composizione di genere, il capitale di competenze delle formatrici appare più equilibrato perché alla condizione migliore riscontrata nella formazione di base se ne accompagna una equivalente riguardo alla formazione in servizio. Un’ultima considerazione va riservata alla figura di formatore verso la quale la FP, e più in particolare la IeFP, si sta muovendo in questo inizio del 2000 (Malizia, Nanni e Tonini, 2012; Malizia, Nicoli e Clementini, 2008; Nicoli, 2007, 2009, 2011abc e 2014). Per delinearla bisogna partire dalle mete e dagli standard che regolano il sistema di offerta sotto forma di saperi e competenze, articolati in abilità/ capacità e conoscenze. Tali mete e standard, in quanto livelli essenziali delle prestazioni, mirano alla riconoscibilità e comparabilità degli apprendimenti a garanzia degli utenti e degli altri soggetti coinvolti. Essi costituiscono il parametro di riferimento per la valutazione degli apprendimenti dei destinatari. La competenza non è un fenomeno assimilabile al saper fare, ma un modo di essere della persona che ne valorizza tutte le potenzialità. Lavorare per competenze significa favorire la maturazione negli allievi della consapevolezza dei propri talenti, di un rapporto positivo con la realtà sostenuto da curiosità e volontà, in grado di riconoscere le criticità e le opportunità che si presentano, in modo che possano essere capaci di assumere responsabilità autonome nella prospettiva del servizio inteso come contributo al bene comune. L’elemento centrale di una formazione per competenze è costituito dalla possibilità di privilegiare l’azione, significativa ed utile, in quanto situazione di apprendimento reale ed attivo che consente di porre il soggetto che apprende in relazione “vitale” con l’oggetto culturale da conoscere. Il discente è collocato in tal modo nella condizione di fare un’esperienza culturale che ne mobilita le capacità e ne sollecita le potenzialità positive. Il sapere si mostra a lui come un oggetto sensibile, una realtà ad un tempo simbolica, affettiva, implicativa, pratica ed esplicativa. Il formatore diventa, nel procedere secondo questo metodo, oltre che un esperto di una particolare area disciplinare, anche il “mediatore” di un sapere che “prende vita” nel rapporto con la realtà, come risorsa per risolvere problemi ed in definitiva per vivere bene. Ciò comporta, in corrispondenza dei momenti cruciali del percorso formativo, la scelta di occasioni e di compiti che consentano all’allievo di fare la scoperta personale del sapere, di rapportarsi ad esso con uno spirito amichevole e curioso, di condividere con gli altri questa esperienza, di acquisire un sapere effettivamente personale. La metodologia propria dei percorsi di IeFP, nella logica della formazione efficace, mira a selezionare le conoscenze e le competenze chiave irrinunciabili, a dise- 62 gnare situazioni di apprendimento per laboratori nei quali svolgere esperienze che permettano agli allievi di entrare in rapporto diretto con la conoscenza sotto forma di procedimenti di scoperta e di ricostruzione dell’oggetto così da condurre ad una acquisizione autenticamente personale. Ciò consente di mettere in moto un processo di apprendimento attivo, quindi motivante e finalizzato, così da consentire una valutazione più autentica. Le risorse umane impegnate nelle attività formative devono a loro volta essere caratterizzate da una piena visione professionale fondata sulla libertà di insegnamento, non a carattere prestativo ma tesa ad una formazione efficace. Entro questo quadro, i docenti risultano in grado di operare nella logica del lavoro d’équipe al fine di condividere il progetto formativo e svolgere le attività collegiali di supporto, gestire relazioni educative con i destinatari, programmare, realizzare e valutare occasioni di apprendimento attive ed efficaci all’interno di un particolare ambito del sapere, coordinare e collaborare entro attività a carattere interdisciplinare, impegnarsi all’esterno negli ambienti di apprendimento reali. Questa impostazione richiede il coinvolgimento di una pluralità di figure professionali, come si è cercato di mostrare sopra, e necessita di una figura forte di coordinatore dell’équipe. Ciò implica un esplicito riconoscimento giuridico delle specificità professionali e la definizione di un adeguato organico di Centro, che consenta di differenziare l’offerta formativa sia in termini di tipologie di insegnamenti, sia di orari e funzioni. 2.2.4. L’evoluzione nel CNOS-FAP Abbiamo illustrato sopra i contenuti e le ragioni della proposta del CFP polifunzionale che, avanzata nell’ultimo decennio del secolo scorso, ha avuto come capofila il CNOS-FAP. Completiamo la trattazione presentando l’evoluzione che si è registrata nella Federazione sul piano quantitativo dalla sua nascita e su quello qualitativo agli inizi del 2000 riguardo alla cultura organizzativa e ai formatori. a) Una crescita quantitativa tendenziale Nei primi quindici anni di vita della Federazione (1977-78/1991-92) l’aumento del sistema di FP del CNOS-FAP con qualche eccezione è stato in generale costante, ma al tempo stesso è rimasto entro limiti contenuti: infatti, si è restati in una fascia compresa tra il 10 e il 30% (cfr. Tav. 1) (Malizia e Tonini, 2012). Sono stati i corsi ad espandersi maggiormente, del 29,9%, passando da 411 a 534 e facendo quindi registrare una crescita in valori assoluti di 123. Anche i formatori registrano un andamento in costante aumento (+161 in valori assoluti), anche se percentualmente più contenuto dei corsi (+22,6%). Gli allievi presentano una battuta di arresto tra il 1981-82 e il 1986-87 nel senso che si riscontra una crescita zero (numeri indici 104,8 e 104,7 rispettivamente); comunque, nei quindici anni l’aumento è di 1.816, pari al 20,3% in percentuale. A loro volta, i Centri sono in crescita, anche se solo di tre, da 36 a 39, dopo aver registrato nel 1986-87 un aumento di 6. 63 Tav. 1 – Evoluzione del sistema di FP del CNOS-FAP (anni scelti: in VA e IND) Legenda: VA=Valore Assoluto; IND=Numero Indice Fonte: Rielaborazione su dati CNOS-FAP Il primo balzo in avanti si realizza nel 1996-97 con gli allievi che crescono della metà (+53%; o +4.375 soggetti) rispetto all’anno di fondazione della Federazione; tra il 1996-97 e il 2001-02 continua l’espansione di un altro 50% per cui al termine dei 25 anni gli iscritti risultano più che raddoppiati (+106,3%, o +9.498) (cfr. Tav. 1). L’aumento è ancora maggiore nei corsi che tra il 1977-78 e il 2001-02 sono quasi triplicati, essendo saliti da 411 a 1.125 (+714). Nel 1996-97 i Centri ritornano sui valori del 1986-87, 42 unità, e nel 2001-02 si attestano su 54 con un salto del 50% (+18) rispetto agli inizi. In questo secondo periodo (1991-92/2001- 02), l’andamento dei formatori è al contrario molto contenuto e tra il 1991-92 e il 1996-97 la crescita è pressoché zero, anche se poi nel quinquennio successivo l’aumento supera il 40% e nei 25 anni si colloca al 64,8%, pari a 463. Nel 2001-02 oltre la metà degli allievi della Federazione (53,5%) frequentano corsi che in base alla terminologia della riforma Moratti possiamo chiamare di secondo ciclo: specificamente, più di un terzo (36,3%) è iscritto alla formazione iniziale, il 10,7% ai corsi dell’obbligo scolastico in integrazione con la scuola e il 5,4% a corsi in integrazione con la media superiore. Un 10% quasi (8,8%) è collocato nella formazione superiore: il 7,8% nel post-diploma e l’1% negli IFTS. Il 35,8% è impegnato nella formazione sul lavoro: apprendistato (13,9%) e formazione continua di occupati e disoccupati. Gli allievi delle fasce deboli sono 343, pari al 2% circa. In sintesi, intorno agli anni 2000, si può dire che i CFP del CNOSFAP siano diventati polifunzionali, presentino cioè un’offerta formativa molteplice, e al tempo stesso abbiano conservato la loro tradizionale attenzione alla fascia 14- 18 anni. L’anno formativo 2003-04 è l’anno dell’inizio della sperimentazione dei percorsi formativi triennali in tutte le Regioni. La Federazione CNOS-FAP, in quell’anno, segna un’ulteriore crescita soprattutto nella Formazione Professionale Iniziale realizzando 1.300 corsi di cui quasi 600 nella FPI e servendo 21.561 allievi di cui oltre 6.000 in età tra i 14 e i 18 anni. Un’ulteriore crescita si registra nell’anno formativo 2005-06, l’anno della massima espansione. I corsi formativi realizzati sono stati 1.503 di cui 713 nella FPI e 20.409 allievi di cui quasi 14mila in età tra i 14 e i 18 anni. All’aumento delle attività è corrisposta anche la crescita delle sedi Sistema di FP del CNOS-FAP 1977-78 1981-82 1986-87 1991-92 1996-97 2001-02 VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. Centri 36 100,0 40 111,1 42 116,7 39 108,3 42 116,7 54 150,0 Corsi 411 100,0 448 109,0 477 116,1 534 129,9 698 169,8 1.125 273,7 Allievi 8.937 100,0 9.365 104,8 9.354 104,7 10.753 120,3 13.672 153,0 18.435 206,3 Formatori 714 100,0 777 108,8 827 115,8 875 122,6 880 123,2 1.177 164,8 64 che erano 60 nell’anno formativo 2003-04 e 61 nell’anno 2005/2006. Scelte politiche regionali restrittive hanno avuto riflessi consistenti anche sulle attività della Federazione CNOS-FAP, determinando la chiusura di molte sedi operative e la contrazione delle attività in varie Regioni quali la Sardegna, l’Abruzzo e la Calabria. Sulla base dell’ultima rilevazione, anno 2013-14 (CNOS-FAP, 2013), in 64 CFP la Federazione CNOS-FAP svolge 1.678 corsi di cui 746 nella FPI, coinvolge 25.374 allievi di cui 14.295 in età tra i 14 e i 18 anni, 1.437 operatori1, di cui 1.262 a tempo indeterminato: nel periodo considerato è evidente la notevole crescita che si è registrata (cfr. Tav. 2). Tav. 2 – Il sistema di FP del CNOS-FAP nel 2013-14 a confronto con il 2001-02 (inVA e IND) Legenda: VA=Valore Assoluto; IND=Numero Indice; *Escluse le sedi regionale e nazionale; **Incluse le sedi regionale e nazionale Fonte: Rielaborazione su dati CNOS-FAP b) L’aggiornamento del CFP polifunzionale All’inizio del 1999, la Sede Nazionale CNOS-FAP ha affidato all’Istituto di Sociologia FSE-UPS la realizzazione di un’indagine mirata alla rilevazione di elementi della situazione dei Centri della Federazione in riferimento ai requisiti richiesti dal regolamento attuativo della Legge 196/97, art. 17, e in vista della individuazione di indicatori di qualità per un CFP polifunzionale (Malizia e Pieroni, 1999; Malizia e Tonini, 2012). La Federazione avvertiva infatti l’esigenza di individuare nuove forme di aiuto e di supporto soprattutto al direttore e alle figure di staff presenti nei CFP o nella Sede Regionale (impegnate in attività di orientamento, coordinamento, analisi, progettazione e valutazione dei fabbisogni), essendo questi i ruoli più coinvolti nel processo di cambiamento/rinnovamento. Più in particolare, avendo presente un modello organizzativo di CFP dinamico, orientato al sistema qualità e rispondente alla logica dell’accreditamento, si intendeva elaborare, con la collaborazione di un gruppo di esperti, un progetto di fattibilità inteso a predisporre un processo permanente di monitoraggio e valutazione delle attività della FP CNOS-FAP. Dall’indagine emergeva che se molto è stato attuato in questi ultimi anni e la meta della polifunzionalità si è rivelata una realtà per molti Centri, la fase di completamento di certi obiettivi richiedeva ancora ulteriori sforzi e nuove strategie 1 Negli ultimi anni le statistiche del CNOS-FAP forniscono dati non più sui formatori, ma sugli operatori: questa è una delle ragioni che ha spinto la Sede Nazionale a promuovere la realizzazione della presente ricerca. Sistema di FP del CNOS-FAP 2001-02 2013-14 VA IND. VA. IND. Centri 54 100.0 64 118.5 Corsi 1.125 100.0 1.678 149.2 Allievi 18.435 100.0 25.374 137.6 Operatori 1.601* 100.0 1.437** Non paragonabili 65 d’intervento. Pertanto, stando ai risultati ottenuti attraverso il rilevamento, si suggerivano i seguenti passi da intraprendere, ai fini di una più completa realizzazione del modello CNOS-FAP di CFP polifunzionale. 1. Una prima proposta riguardava il conseguimento della “certificazione” del “sistema qualità”, con tutti i requisiti che tale obiettivo comporta. 2. Andava poi indubbiamente annoverata l’introduzione di nuove figure: oltre a quelle che già esistevano nella maggior parte dei Centri, andavano previsti (meglio ancora se come figure di sistema nello staff) il responsabile dei servizi di sicurezza ed il responsabile della qualità; non ci si nascondeva però che sarebbero state sempre più richieste in un immediato futuro anche quelle del responsabile delle reti informatiche e del coordinatore delle attività di integrazione (in vista di una FP indirizzata a vantaggio delle fasce deboli, sempre più ampie ed attuali in una società in rapida trasformazione tecnologica), coerentemente anche all’esigenza (avvertita in oltre la metà dei Centri e sperimentata in una parte degli stessi) di potenziare l’orientamento e le azioni formative a favore di questi soggetti. 3. Un altro passo da compiere in tempi brevi era quello di una sempre più decisa apertura del CFP al territorio così da assumere una piena posizione di collaborazione, concertazione, integrazione con le varie realtà di riferimento. 4. Bisognava anche continuare, come era stato fatto egregiamente fino a quel momento, nell’organizzazione di corsi di formazione per i formatori nelle due principali direttrici: – corsi per tutti, mirati cioè al costante aggiornamento della formazione delle varie figure di formatori; – corsi “ad hoc” per la preparazione di figure specialistiche, con particolare riferimento a quelle da introdurre ex-novo. 5. Si suggeriva pure di effettuare un costante monitoraggio sulla “qualità” della formazione erogata nei CFP della Federazione, sulla base di un modello aggiornato di CFP polifunzionale e di standard minimi di qualità e nel rispetto della giusta autonomia di ogni Centro. 6. Un altro passo consisteva nel creare una rete informatizzata, in grado di collegare tutti i Centri, così da realizzare un’informazione in tempo reale su problematiche emergenti e da socializzare innovazioni e sperimentazioni in atto. 7. Infine, si trattava di ampliare e/o rendere accessibile al maggior numero possibile di Centri la partecipazione a progetti/programmi multiregionali e transnazionali. Sulla base dei risultati di questa ricerca la Federazione ha ritenuto opportuno orientare lo sforzo di rinnovamento soprattutto in tre direzioni: il potenziamento della formazione dei formatori, l’attuazione dell’obbligo formativo e del diritto-dovere all’istruzione e formazione e la realizzazione di un modello organizzativo di qualità. Ovviamente, qui richiamiamo solo le indicazioni che riguardano la prima perché del secondo non ci occupiamo in questa ricerca e del terzo si è parlato sopra. 66 c) Il potenziamento della formazione dei formatori Anche in questo caso si è partiti con una ricerca che è stata realizzata dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP nel gennaio-giugno 2000 con lo scopo sia di approfondire la conoscenza della situazione della formazione del personale del CNOS-FAP, sia di elaborare la proposta di un sistema di qualità per una preparazione più adeguata degli operatori, sia di predisporre un’ipotesi di standard per i formatori (Malizia, Pieroni e Salatin, 2001). L’indagine evidenziava un posizionamento professionale medio più che buono degli operatori CNOS-FAP (in rapporto ad altri Enti italiani), ma segnalava più o meno indirettamente alcune criticità del sistema organizzativo: – una situazione con significative eterogeneità tra gli operatori, sia a livello di percezione che di situazioni professionali (es. tra Nord e Sud, tra generazioni e tra salesiani e non salesiani); – un sistema ancora non adeguatamente orientato all’utenza e al territorio: abituato ad aspettare gli utenti più che ad andare verso di loro (forse perché non aveva mai avuto gravi problemi di domanda e di risorse), non particolarmente preoccupato di ascoltare (non a caso risultano sottodimensionate le competenze marketing e valutazione); – un sistema non molto aperto e tendenzialmente autoreferenziale, che collaborava ancora poco con altri soggetti del territorio; ciò poteva essere un limite nella prospettiva del “fare rete”; – unsistema non adeguatamente differenziato nei suoi servizi e funzioni: molto focalizzato sulla erogazione formativa tradizionale con ancora debole presenza di altri servizi (orientamento, accompagnamento, counselling, ...) e un po’ indietro sulle nuove tecnologie didattiche e sulla FAD. Circa il dispositivo formativo proposto, sono condivisibili le indicazioni della ricerca con un impianto flessibile basato su: – formazione d’ingresso: corso formatori (master di primo ciclo o di secondo ciclo per i livelli più alti); – formazione in servizio: interventi ricorrenti con attenzione all’identità dell’Ente e alla formazione comportamentale (in presenza); sviluppo delle formule a distanza (moduli FAD) e degli stage all’estero. I dati della ricerca non vanno letti solo in sé, ma anche in rapporto ai trend osservabili a livello nazionale. A questo livello e in particolare in rapporto allo scenario dell’accreditamento degli operatori: – il livello generale degli operatori appariva in grado di reggere la copertura delle funzioni previste e dei relativi standard (c’era anche di più rispetto agli standard minimi); – si riscontravano segnali incoraggianti di apertura all’innovazione, visto il rilievo dato all’analisi della nuova domanda di formazione; – il modello organizzativo poteva reggere un orientamento alla qualità senza enormi rivoluzioni; 67 – era possibile rilevare inoltre una complementarità tra il rilievo delle competenze “salesiane” (sistema preventivo, carisma pedagogico...) collegate alla mission e le competenze professionali richieste. Sulla base di questi dati è stato elaborato un piano con una prospettiva poliennale. Esso si inseriva nella missione di servizio della Federazione CNOS-FAP Nazionale alle sedi locali e doveva integrarsi agli eventuali piani formativi di CFP, ai piani formativi regionali e ai piani formativi individuali, anche in funzione della implementazione delle nuove normative in materia di formazione continua e dello sviluppo della contrattazione collettiva di comparto. Dal punto di vista degli obiettivi, il piano aveva carattere strategico e si proponeva di sistematizzare un dispositivo di formazione iniziale degli operatori, in grado di equilibrare le componenti valoriali e professionali, di fornire le linee guida per il consolidamento di un dispositivo di formazione permanente in servizio, compatibile e coerente con i processi di accreditamento interno ed esterno in atto e fornire delle proposte di percorsi per l’acquisizione e/o lo sviluppo delle competenze individuate come più necessarie dalla ricerca e/o segnalate dai responsabili dell’Ente. Il piano assumeva come criteri di base metodologici la distinzione tra la formazione di ingresso e quella in servizio, di base e specialistica, il principio di interazione tra formazione e attività professionale e la pluralità dei modi di formazione (in presenza e non). Esso muoveva inoltre dalla consapevolezza della triplice articolazione degli interventi a livello nazionale, regionale e locale, pur sviluppando solo le proposte relative al livello nazionale. Per facilitare la traduzione operativa del piano, si è ritenuto opportuno predisporre un catalogo (cfr. per esempio CNOS-FAP, 2013) che contenesse un’offerta formativa permanente e sistematica per gli operatori, basata sulle buone prassi in atto presso le singole sedi. Più specificamente esso è finalizzato ai seguenti obiettivi: – “sistematizzare la formazione iniziale degli operatori, in modo da equilibrare le componenti valoriali e professionali, soprattutto attraverso la proposta di moduli ‘comportamentali’; – fornire le linee guida per il consolidamento della formazione permanente in servizio, compatibile e coerente con i processi di accreditamento interno ed esterno in atto; – fornire delle proposte di percorsi per l’acquisizione e/o lo sviluppo delle competenze più necessarie individuate dalla ricerca e/o segnalate dai responsabili dell’Ente; – mettere a sistema la formazione in atto e quella in fase di progettazione e facilitare l’accesso alle informazioni disponibili per quanto riguarda le opportunità di crescita professionale” (CNOS-FAP e Cepof, 2003, 8). Sulla base di queste indicazioni, la formazione dei formatori sembra aver raggiunto una metodologia ed una strutturazione sufficientemente stabili. Vengono 68 proposte attività corsuali residenziali nazionali legate soprattutto alla crescita dei settori professionali, attività residenziali locali connesse in particolare ai bisogni delle varie Delegazioni regionali, attività di formazione per il personale direttivo, attività di formazione a distanza per tutti gli operatori. Il catalogo, nella sua globalità, copre tutti i settori, dall’area pedagogico-salesiana, a quella della dottrina sociale della Chiesa, a quella metodologico-didattica, a quella tecnologica. 69 Secondo capitolo Operatori del CNOS-FAP e Formazione in servizio. Il Quadro dei Dati dell’Archivio dell’Ente Guglielmo Malizia - Maria Paola Piccini Uno degli obiettivi principali della ricerca consiste nella presentare in maniera dettagliata e in una prospettiva prevalentemente quantitativa la situazione della Formazione in servizio del CNOS-FAP in tutti suoi aspetti più significativi. La parte dell’indagine che qui viene commentata è rivolta proprio a rispondere a questa esigenza: infatti, verranno analizzati i dati dell’archivio dell’Ente che contiene le informazioni in questione. Più precisamente, la sezione è articolata in quattro parti: la prima verrà dedicata a una nota metodologica sulla fonte e la raccolta dei dati; nella seconda sarà illustrata la condizione degli operatori del CNOSFAP all’anno formativo 2013-14; successivamente verrà analizzata la situazione della Formazione in servizio nel 2012 e nel 2013; la da ultimo si offriranno delle osservazioni conclusive, includendo anche una sintesi di ambedue i tipi di dati riguardanti Regioni e Centri1. 1. L’ARCHIVIO DIPENDENTI DEL CNOS-FAP Le informazioni raccolte nel database archivio dipendenti del CNOS-FAP sono state elaborate in funzione della struttura stessa dell’archivio informatico. Dato il costante e continuo aggiornamento dell’archivio, le informazioni sono state estratte alla data del 3 novembre 20142. Sono state considerate, in un primo momento le caratteristiche di base dei dipendenti CNOS-FAP, in particolare, ci si è concentrati sulle seguenti caratteristiche socio-demografiche: genere (maschile/femminile); età, rilevata attraverso l’anno di 1 Anche se questo capitolo è responsabilità comune dei due autori, la sezione 1 è stata redatta da M.P. Piccini e quelle 2 e 3 da G. Malizia, mentre la 4 è opera di ambedue. Pertanto, le differenze di stile e di forma che si possono riscontrare nel testo e nella presentazione delle tabelle dipendono dalle scelte effettuate dai due autori nello spazio di autonomia proprio. 2 Successivamente l’estrazione delle informazioni, sono stati individuati e corretti alcuni errori di inserimento delle informazioni quali, ad esempio, l’attribuzione dello status Salesiano a una operatrice donna e l’attribuzione ad un operatore maschio del genere sessuale femminile. In ogni caso, tali sviste non alterano in maniera significativa gli esiti complessivi delle elaborazioni. 70 nascita e successivamente ricodificata in intervalli (meno di 20 anni; 20-30 anni; 31-40 anni; 41-50 anni; 51-60 anni; oltre 60 anni); status (Salesiano/non Salesiano); titolo di studio (Laurea, Diploma, Qualifica professionale, Licenza media, Licenza elementare, Altro); tipo di contratto (tempo indeterminato/determinato), profilo (Collaboratore Amministrativo, Direttore di funzione, Direttore di sede operativa, Direttore Generale, Formatore, Formatore - Coordinatore, Formatore - Orientatore, Formatore -Tutor, Operatore di Segreteria, Operatore Tecnico Ausiliario, Operatore Tecnico della Logistica, Progettista, Responsabile Amministrativo-Organizzativo, Responsabile dei Processi, Tecnico dei Servizi); località (regione, circoscrizione geografica e centro). In un secondo momento l’attenzione si è focalizzata sulla partecipazione alla formazione in servizio, sempre in considerazione delle caratteristiche sociodemografiche dei partecipanti. Essenzialmente lo studio consiste di analisi mono e bivariate ottenute attraverso un sistema di query (interrogazioni), rivolte direttamente al sistema che fornisce in risposta esclusivamente il conteggio (in valore assoluto) degli stati delle diverse caratteristiche considerate (le variabili). L’analisi monovariata fornisce una prima descrizione della popolazione considerata (gli operatori CNOS-FAP), mostrando come questa si differenzia al suo interno, in funzione delle modalità di ciascuna variabile. L’analisi bivariata è stata condotta mediante l’esame di tabelle di contingenza, che consentono di studiare la distribuzione congiunta delle modalità di coppie di variabili. Successivamente, le informazioni fornite esclusivamente in valore assoluto sono state ricondotte alle relative percentuali. Le percentuali sono state calcolate, per tutte le variabili e per tutti gli incroci fra variabili, pur nella consapevolezza della talvolta scarsissima numerosità delle diverse quote di popolazione considerate. Inoltre, per quanto riguarda le schede delle singole Regioni e località, si tiene a precisare che non è stato possibile percentualizzare le informazioni presentate in funzione del totale dei dipendenti nelle due annate oggetto di studio, data l’impossibilità tecnica di ricostruire in maniera esatta la composizione dei dipendenti CNOS-FAP in termini di caratteristiche sociodemografiche3. Eventuali scostamenti dal totale dei dipendenti dipendono dalla presenza nel database di campi non obbligatori (Titolo di studio, Profilo e livello contrattuale). Per quanto riguarda la variabile Profilo, in particolare, gli scostamenti dal totale si spiegano anche in ragione del fatto che un singolo operatore può ricoprire più funzioni contemporaneamente. In relazione alla variabile Tipo di contratto è da tenere presente che nel database non vengono registrati i collaboratori con contratti a progetto, ma soltanto i dipendenti con contratto a tempo determinato o indeterminato. Infine, un invito alla prudenza nella valutazione del livello di partecipazione alle diverse attività di Formazione in servizio da parte dei Direttori e dei Segretari di 3 In questo caso, è stato comunque effettuato un confronto per approssimazione con il numero complessivo di operatori alla data del 3 novembre 2014. 71 settore è dovuto, poiché nell’archivio non compaiono, in qualità di partecipanti, gli operatori che hanno lavorato all’organizzazione delle attività stesse. Le informazioni archiviate nel database sono state trattate esclusivamente a fini statistici e nel rispetto della riservatezza e della tutela della privacy. Essendo l’archivio dipendenti funzionale, in uso da ormai diversi anni e costantemente aggiornato, si è stabilito di non procedere ex novo all’inserimento dati nella forma classica di una matrice di dati (casi per variabili), ossia una tabella che veda sulle righe gli operatori e sulle colonne le diverse caratteristiche degli stessi operatori. Per le stesse ragioni di opportunità, si è ritenuto più utile non procedere alla costruzione di una nuova cornice di inserimento dati, ma i ricercatori hanno collaborato con la Sede Nazionale e, in particolare, con i responsabili del sistema informatico, per ottimizzare il sistema attualmente in uso. Nello specifico, si suggerisce di inserire un filtro per annualità, in modo da poter estrarre le informazioni suddivise per anni solari o formativi e, in merito alla FAD, si consiglia di registrare non soltanto il dato sulle certificazioni effettivamente conseguite, ma di registrare, se tecnicamente possibile, gli accessi e, di conseguenza, gli abbandoni. Si consiglia inoltre, di monitorare periodicamente la composizione socio-demografica dei dipendenti CNOS-FAP, in modo da valutare il quadro complessivo ogni sei-dodici mesi, assumendo come periodi di riferimento momenti significativi per il CNOS-FAP, come l’inizio dell’anno formativo. 2. LA SITUAZIONE DEGLI OPERATORI DEL CNOS-FAPALL’ANNO FORMATIVO 2013-14 La crescita notevole che ha caratterizzato l’evoluzione del personale della FP nel periodo 1996-01 sembra che si sia protratta nel CNOS-FAP fino all’anno formativo 2004-05 (ISFOL 2004: Montedoro, 2006; cfr. Tav. 1): infatti, tra il 1999-00 e il 2004- 05 gli operatori dell’Ente passano da 1179 a 1812, registrando un incremento di più della metà (53,6%): da subito precisiamo che con la dizione operatori si intendono tutti i dipendenti con contratto a tempo indeterminato o determinato, mentre i consulenti sono esclusi dal conteggio. Fra il 2003-04 e il 2006-07 – ma soprattutto nel biennio 2004-05 e 2005-06 – si registra un vero crollo da 1812 a 1266 con una perdita di oltre 40 punti percentuali (46,3%): questo andamento si spiega soprattutto come effetto della chiusura dei centri in Sardegna e in Abruzzo. Nel periodo successivo (2006- 07/2013-14) il numero dei dipendenti senza il personale delle Sedi Regionali e Nazionale si mantiene sostanzialmente stabile e nell’ultimo anno formativo chiude in leggera crescita, +8,8% (rispetto al 2006-07); se ci riferisce al personale comprensivo delle sedi, l’andamento è molto più piatto, ma termina con una crescita del +7% (o del +9% qualora si prendano in considerazione i dati dell’archivio dipendenti alla data del 03.11.144 che però non sono comparabili con gli altri di cui non conosciamo la data). 4 Come si è precisato sopra, l’archivio offre soltanto i dati come si trovano al momento dell’accesso e non quelli diversi di momenti precedenti. Tav. 1 – Evoluzione degli operatori del CNOS-FAP (a.f. 1999-00/2013-14; in VA e IND) Legenda: VA=Valore Assoluto; IND=Numero Indice; *Dal catalogo 2013/14; **Dall’archivio dipendenti al 03.11.14 Dalla Tavola 2 alla 21 si esamineranno le articolazioni del totale degli operatori – quale risultava nell’archivio al momento in cui i dati sono stati scaricati, cioè al 3 novembre del 2014, come si è detto sopra – in base alle loro caratteristiche sociodemografiche e a quelle professionali. Tav. 2 – Operatori per sesso, incrociato con età e circoscrizione geografica (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Incominciamo con il sesso ed emerge chiaramente la collocazione tradizionale dell’offerta formativa del CNOS-FAP nell’ambito della preparazione allo svolgimento dei mestieri tipicamente maschili: infatti, tra gli operatori gli uomini ammontano ai due terzi circa (65,3%) o a 956 unità, mentre i dati delle donne sono 34,7% e 507 rispettivamente (cfr. Tav. 2). Questo andamento diverge da quello generale del personale della FP che ha visto negli ultimi anni le femmine sorpassare i maschi (53,2% e 46,8%: ISFOL, 2007). L’incrocio del sesso con l’età vede una sovra-rappresentazione degli uomini nelle coorti più anziane, 51-60 e oltre 60, e ciò è spiegabile con la situazione dei 72 Anni formativi Operatori Escluse le sedi regionali e nazionale Incluse le sedi regionali e nazionale VA IND VA IND 1999/2000 1179 100,0 2000/01 1507 127,8 2001/02 1601 135,8 2002/03 1737 147,3 2003/04 1777 150,7 2004/05 1812 153,6 2005/06 1774 150.4 2006/07 1266 107,3 1342 100,0 2007/08 1266 107,3 1343 100,0 2008/09 1288 109,2 1335 99,4 2009/10 1314 111,4 1336 99,5 2010/11 1281 108,6 1352 100,7 2011/12 1260 106,8 1333 99,3 2012/13 1336 113,3 1408 104,9 2013/14 1369 116,1 *1437 **1463 *107,0 **109,0 Sesso Totale Età Circoscrizione Geografica <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Nord Est Nord Ovest Centro Sud M 65,3 100,0 70,0 62,4 56,4 74.6 86,7 67,8 62,4 70,9 65,2 F 34,7 0,0 30,0 37,6 43,6 25.4 13,3 32,2 37,6 29,1 34,8 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 2 90 441 477 378 75 323 625 199 316 Totale*** 100,0 0,1 6,2 30,1 32,6 25,8 5,1 22,1 42,7 13,6 21,6 decenni precedenti che si caratterizzava per una netta predominanza degli uomini, mentre è meno comprensibile per le classi più giovani che appartengono a una fase in cui, come si è visto sopra, il rapporto si è capovolto. Quanto poi all’incrocio con la circoscrizione geografica, la concentrazione maggiore di maschi si registra nell’Italia Centrale, mentre il Sud risulta sulla media, il Nord Est leggermente al di sopra e il Nord Ovest di poco al di sotto. Se si passa all’incrocio tra il sesso e lo stato ecclesiale (cfr. Tav. 3), emerge che, come è ovvio, i Salesiani sono tutti concentrati tra i maschi, per cui fra i laici il rapporto uomini/donne risulta leggermente più favorevole alle seconde. Tav. 3 – Operatori per sesso, incrociato con stato ecclesiale e titolo di studio (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1387 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori Il titolo di studio vede una sovra-rappresentazione delle femmine tra i laureati e questo andamento appare in linea con l’evoluzione recente del personale della FP (ISFOL, 2007). Anche la loro sovra-rappresentazione nella qualifica professionale e nella licenza media ed elementare era attesa perché nel passato le donne arrivavano all’insegnamento nella FP con titoli più bassi degli uomini. Questi ultimi, a loro volta, sono sovra-rappresentati tra i diplomati dato che questo era il titolo di studio in cui in passato si accedeva normalmente al ruolo di formatore nella FP. L’incrocio del sesso con il tipo di contratto non incide se non molto marginalmente sulla distribuzione tra uomini e donne (cfr. Tav. 4). Diverso è il caso del profilo. Infatti, i maschi sono sovra-rappresentanti nelle posizioni direttive e nelle funzioni intermedie, tranne il caso del formatore orientatore, oltre che tra i semplici formatori. Le femmine a loro volta sono percentualmente più numerose che nel totale nell’amministrazione e tra gli operatori tecnici eccetto che tra i tecnici dei servizi dove ritorna la ripartizione fra i sessi che si riscontra nel totale. Passando all’età, i dati sembrano confermare sostanzialmente per il CNOS-FAP il rallentamento che si è verificato nell’invecchiamento dei formatori nella seconda metà del precedente decennio (ISFOL, 2007). Infatti, la Tavola 5 evidenzia che il 70% circa (69,0%) degli operatori del nostro Ente si colloca al di sotto dei 50 anni e quasi il 40% (36,3%) ha un’età pari o inferiore ai 40, mentre solo un quarto (25,8%) si situa tra i 51 e i 60 e appena il 5,1% oltre i 60. Le donne risultano più giovani degli uomini. Tra le prime la fascia 31-50 comprende il 73,7% del totale, mentre fra i secondi la percentuale è del 56,9%. Il dato si spiega con l’accesso ritardato delle operatrici nell’Ente. 73 Sesso Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro M 65,3 100,0 63,7 54,3 74,9 58,7 40,4 50,0 88,9 F 34,7 0,0 36,3 45,7 25,1 41,3 59,6 50,0 11,1 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 70 1393 512 742 63 57 4 9 Totale*** 100,0 4,8 95,2 36,9 53,5 4,5 4,1 0,3 0,6Lo Tav. 4 – Operatori per sesso, incrociato con il tipo di contratto e il profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1462 perché un dipendente è in stage; ***** Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Tav. 5 – Operatori per età, incrociata con il sesso e la circoscrizione geografica (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga L’incrocio dell’età con la circoscrizione geografica vede una sovra-rappresentazione delle coorti più anziane (51 e oltre) nel Sud e anche nel Centro, sebbene leggermente di meno. A loro volta le fasce più giovani (da meno 20 a 40) risultano percentualmente più consistenti al Nord Est e al Nord Ovest, benché in questo caso in misura lievemente inferiore. L’incrocio con lo stato ecclesiale mette in risalto l’età più elevata dei Salesiani rispetto ai laici (cfr. Tav. 6). Infatti, la coorte tra i meno 20 e i 50 include tra i primi il 55,7% del totale e tra i secondi il 69,7%; l’andamento si capovolge nella fascia 51-oltre 60 in quanto le percentuali sono rispettivamente 44,6% e 30,3%, e le differenze sono soprattutto notevoli tra gli ultra sessantenni, 15,7% e 4,6%. 74 Sesso Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato M 65,3 63,7 65,3 F 34,7 36,3 34,7 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 ****1272 ****190 Totale*** 100,0 87,0 13,0 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 25,3 69,2 84,1 87,5 72,6 78,2 47,2 69,3 20,3 44,1 100,0 77,8 34,7 74,1 64,3 74,7 30,8 15,9 12,5 27,4 21,8 52,8 30,7 79,7 55,9 0,0 22,2 65,3 25.9 35,7 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 87 13 44 8 807 110 36 192 69 68 4 18 49 27 14 5,6 0,8 2,8 0,5 52,2 7,1 2,3 12,4 4,5 4,4 0,3 1,2 3,2 1,7 0,9 Età Totale Sesso Circoscrizione Geografica M F Nord Est Nord Ovest Centro Sud <20 0,1 0,2 0,0 0,0 0,2 0,5 0,0 20-30 6,2 6,6 5,3 8,4 8,0 5,0 0,9 31-40 30,1 28,8 32,7 35,0 32,0 26,1 24,1 41-50 32,6 28,1 41,0 31,3 33,1 34,7 31,6 51-60 25,8 29,5 18,9 22,0 24,0 26,6 32,9 >60 5,1 6,8 2,0 3,4 2,7 7,0 10,4 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 956 507 323 625 199 316 Totale*** 100,0 65,3 34,7 22,1 42,7 13,6 21,6 75 p p , ( ; ) Età Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro <20 0,1 0,0 0,1 0,0 0.3 0,0 0,0 0,0 0,0 20-30 6,2 2,9 6,3 8,8 5,5 1,6 0,0 25,0 22,2 31-40 30,1 27,1 30,3 37,9 26,8 23,8 19,3 0.0 22,2 41-50 32,6 25,7 33,0 32,0 32,3 38,1 42,1 25,0 33,3 51-60 25,8 28,6 25,7 16,6 30,9 30,2 36,8 0,0 22,2 >60 5,1 15,7 4,6 4,7 4,2 6,3 1,8 50.0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 70 1393 512 742 63 57 4 9 Totale*** 100,0 4,8 95,2 36,9 53,5 4,5 4.1 0,3 0,6 Tav. 6 – Operatori per età, incrociata con stato ecclesiale e titolo di studio (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1387 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori Il titolo di studio si accompagna a un sovra-rappresentazione delle coorti più giovani tra i laureati dato che la loro entrata in numero consistente nella FP risulta piuttosto recente. Al contrario, le fasce di età più anziane crescono man mano che si passa dai diplomati, ai qualificati, ai licenziati della media e delle elementari: riguardo a questi due ultimi gruppi l’assenza o quasi dalle coorti più giovani fa ben sperare in relazione a una elevazione della formazione di base degli operatori della FP del CNOS-FAP. L’incrocio dell’età con il tipo di contratto evidenzia una collocazione percentuale notevolmente maggiori delle coorti più giovani nel tempo determinato: i due terzi quasi (63,6%) di questi si situano tra meno 20 e 40 anni, mentre tra quanti usufruiscono di un contratto a tempo indeterminato non si raggiunge neppure un terzo (32,4%). La distribuzione di tale gruppo si avvicina sostanzialmente a quella del totale tranne che per la fascia 51-60 che è leggermente sovra-rappresentata (cfr. Tav. 7). Passando ai profili, i direttori appaiono squilibrati verso le coorti più anziane per una certa sovra-rappresentazione dei direttori di funzione, di sede e generali nel gruppo oltre i 60 e dei direttori di sede e generali anche nel gruppo 51-60; l’andamento si spiega in parte perché si tratta di posizioni all’apice della carriera, ma non si può negare una presenza in eccesso di anziani. Al contrario tra i formatori si riscontra una leggera sovra-rappresentazione delle fasce più giovani in particolare di quella tra i 21 e i 40 anni. Tra le figure intermedie, i formatori tutor si collocano sul totale, tra i responsabili dei processi prevalgono le coorti più giovani, mentre l’andamento opposto si riscontra tra i formatori coordinatori e tutor, e i progettisti, in parte spiegabile per l’esperienza che tali profili presuppongono. Su versanti opposti si collocano i responsabili amministrativo-organizzativi e gli operatori di segreteria con i primi più giovani e i secondi più anziani, mentre tra i collaboratori amministrativi prevale la coorte 41-50. Tra gli operatori tecnico-ausiliari la piramide dell’età tende verso le fasce più elevate; l’andamento è diverso tra i tecnici dei servizi; a loro volta gli operatori tecnici della logistica sono troppo pochi per riuscire a identificare un trend. Tav. 7 – Operatori per età, incrociata con il tipo di contratto e il profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1462 perché un dipendente è in stage; ***** Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi A livello di circoscrizione geografica, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra una maggioranza relativa nelle Regioni di Nord Ovest (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Lombardia) (44,2%), più di un quarto al Nord Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna) (22,1%) e al Sud (Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) (21,6%) e intorno al 10% nel Centro (Umbria, Lazio e Sardegna) (10,6%) (cfr. Tav. 8). Rispetto alla distribuzione degli iscritti alla IeFP nei CFP, le percentuali sono sostanzialmente simili nel Nord Ovest (44,6%) e nel Centro (10,6%), mentre sono alquanto diverse nel Nord Est (32,4%) e nel Sud (12,4%) con il CNOS-FAP che risulta meglio rappresentato nel Meridione e meno nel Nord Est: va tuttavia tenuto presente che il raffronto deve essere preso con molta prudenza per le considerevoli differenze tra i termini di paragone, non ultima la collocazione della Sardegna per noi al Centro e per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al Sud Isole (2013, p. 32). L’incrocio della circoscrizione geografica con il sesso non comporta mutamenti significativi rispetto al totale. Si registra solo una leggera sovra-rappresentazione delle femmine nel Nord Ovest e una ancor più leggera sotto-rappresentazione al Centro. 76 Età Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato <20 0,1 0,1 0.5 20-30 6,2 3,1 26,3 31-40 30,1 29,2 36,8 41-50 32,6 33,6 25,8 51-60 25,8 28,5 7,9 >60 5,1 5,5 2,6 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 ****1272 ****190 Totale*** 100,0 87,0 13,0 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 0,0 0,0 0,0 0,0 0,2 0,0 0.0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 2,3 0,0 0,0 0,0 8,4 1,8 0,0 4,2 7,2 7,4 25,0 0,0 0,0 0,0 14,3 23,0 23,1 13,6 0,0 33,5 27,3 22,2 33,9 37,7 19,1 25,0 16,7 14,3 18,5 42,9 44,8 38,5 25,0 25,0 30,9 33,6 38,9 31,8 34,8 35,3 25,0 38,9 46,9 29,6 35,7 29,9 23,1 52,3 50,0 21,0 33,6 36,1 25,5 18,8 29,4 25,0 44,4 30,5 44,4 7,1 0,0 15.4 9,1 25,0 5,1 3,6 2,8 4,7 1,4 8,8 0,0 0,0 8,2 7,4 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 87 13 44 8 807 110 36 192 69 68 4 18 49 27 14 5,6 0,8 2,8 0,5 52,2 7,1 2,3 12,4 4,5 4,4 0,3 1,2 3,2 1,7 0,9 Tav. 8 – Operatori per circoscrizione geografica, incrociata con il sesso e l’età (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Quanto all’età, i dipendenti del Nord Est e del Nord Ovest sono sovra-rappresentati nella coorte 20-30 e leggermente in quella 31-40 e risultano sotto-rappresentati nella fascia oltre 60 e di poco in quella 51-60. A sua volta il Centro si colloca sul totale tranne che per una percentuale più alta oltre i 60 e lievemente più bassa nella fascia 20-30. Il Sud vede sotto-rappresentate le coorti 20-30 e 31-40 e sovra-rappresentate quelle 51-60 e oltre 60. Lo stato ecclesiale comporta delle variazioni significative rispetto al totale solo tra i Salesiani (cfr. Tav. 9). Il Nord Est si caratterizza per una sovra-rappresentazione di Salesiani e il Nord Ovest per una leggera sotto-rappresentazione. Il Centro vede una percentuale inferiore dei Salesiani rispetto al totale e anche il Sud, benché più ridotta. Tav. 9 – Operatori per circoscrizione geografica, incrociata con lo stato ecclesiale e il titolo di studio (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1387 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori L’incrocio della circoscrizione geografica con il titolo di studio vede il Nord Est con una leggera sovra-rappresentazione di laureati e una sotto-rappresentazione di titoli al di sotto del diploma, oltre che fra le qualificazioni altre. Nel Nord Ovest la percentuale dei laureati è più bassa del totale, mentre è superiore tra i qualificati, i licenziati della media e i possessori di titoli altri. Il Centro si colloca sul totale tranne una sotto-rappresentazione di licenziati della media e di titoli altri. Nel Sud si registra una percentuale inferiore di qualifiche professionali e di titoli altri. 77 Circoscrizione geografica Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Nord Est 22,1 22,9 20,5 0,0 30,0 25,6 21,2 18,8 14,7 Nord Ovest 42,7 40,8 46,4 50,0 55,6 45,4 43.4 19,7 22,7 Centro 13,6 14,7 11,4 50,0 11,1 11,8 14.5 14,0 18,7 Sud 21,6 21,5 21,7 0,0 3,3 17,2 21.0 27,5 44.0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 956 507 2 90 441 477 378 75 Totale*** 100,0 65,3 34,7 0,1 6,2 30,1 32.6 25,8 5,1 Circoscrizione geografica Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro Nord Est 22,1 34,3 21,5 27,0 22,5 15,9 12,3 0,0 11,1 Nord Ovest 42,7 40,0 42,9 39,6 45,4 63,5 63,2 50,0 77,8 Centro 13,6 8,6 13,9 15,0 14,3 12,7 7,0 50,0 0,0 Sud 21,6 17,1 21,8 18,4 17,8 7,9 17,5 0,0 11,1 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 70 1393 512 742 63 57 4 9 Totale*** 100,0 4,8 95,2 36.9 53,5 4,5 4,1 0,3 0,6 Se si fa riferimento al tipo di contratto, bisogna dire che la distribuzione degli operatori del CNOS-FAP tra le circoscrizioni territoriali in base al tempo indeterminato riflette sostanzialmente quella del totale (cfr. Tav. 10). Al contrario i residenti al Nord Est, al Nord Ovest e al Centro sono leggermente sovra-rappresentati nel tempo determinato, mentre quelli del Sud sono sotto-rappresentati nel medesimo tipo di contratto. Passando all’incrocio con il profilo, nell’area funzionale della direzione la ripartizione dei direttori di Sede operativa tra le circoscrizioni territoriali segue, come è ovvio, la distribuzione dei Centri, cioè la distribuzione del totale fra le varie zone geografiche; inoltre, nel Nord Est sono sovra-rappresentati i direttori generali e sotto-rappresentati i direttori di funzione, al Sud la situazione si capovolge, nel Nord Ovest sono sotto-rappresentati ambedue i profili mentre il Centro vede percentuali più elevate nei due casi (cfr. Tav. 10). Nell’area funzionale dell’erogazione, la ripartizione dei formatori riflette quella del totale; nel Nord Est risultano sovra-rappresentati i coordinatori e sotto-rappresentati gli orientatori, i tutor, i progettisti e i responsabili dei processi; al Nord Ovest sono i tutor a mostrare quote superiori e minori i coordinatori e i progettisti; nel Centro sono sovra-rappresentati i progettisti e leggermente gli orientatori, mentre di poco sono sotto-rappresentati i tutor e i responsabili dei processi; al Sud i progettisti e i responsabili dei processi evidenziano percentuali superiori, ma inferiori i coordinatori e i tutor. Nell’area funzionale dell’amministrazione, il Nord Est si colloca sul totale, il Nord Ovest al di sotto, mentre Centro e Sud si situano al di sopra. Nell’ultima area delle segreteria, logistica e servizi di supporto, al Nord Est sono sovra-rappresentati i tecnici dei servizi e sotto-rappresentati gli altri profili, al Nord Ovest si riscontra una sovra-rappresentazione tranne che tra gli operatori tecnici ausiliari dove la percentuale si sistema sul totale, nel Centro la tendenza è alla sotto-rappresentazione eccetto che tra gli operatori tecnici ausiliari dove si è sul totale, e al Sud si registra una sovra-rappresentazione tra gli operatori tecnici ausiliari e gli operatori tecnici della logistica, una sotto-rappresentazione tra i tecnici dei servizi mentre si è sul totale quanto agli operatori di segreteria. Da ultimo si possono offrire indicazioni sintetiche – da prendere con prudenza – circa la presenza in eccesso (10% e oltre rispetto al totale) o in difetto (10% e più al di sotto sempre del totale) di profili nelle varie circoscrizioni geografiche: il Nord Est registra nel primo caso i direttori generali e i formatori coordinatori e nel secondo i direttori di funzione e gli operatori tecnici ausiliari; il Nord Ovest rispettivamente da una parte i formatori tutor e gli operatori di segreteria e dall’altra i direttori di funzione e generali, i progettisti e i responsabili amministrativo-organizzativi; il Centro vede profili solo in eccesso e cioè i direttori di funzione e generali, i progettisti i collaboratori amministrativi; il Sud rispettivamente da una parte i direttori di funzione, i progettisti, i responsabili amministrativo-organizzativi e gli operatori tecnici ausiliari e dall’altra i direttori generali, i formatori coordinatori e i tutor. 78 Tav. 10 – Operatori per circoscrizione geografica, incrociato con il tipo di contratto e il profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1462 perché un dipendente è in stage; ***** Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Tav. 11 – Operatori per stato ecclesiale, incrociato con l’età e la circoscrizione geografica (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Dal punto di vista dello stato ecclesiale, gli operatori si distribuiscono tra il 4,8% (70) di Salesiani e il 95,2% (1393) di laici (cfr. Tav. 11). Già alla fine degli Anni ‘90 il rapporto tra religiosi e laici nei Centri della Confap era molto squilibrato a favore dei secondi (7,0% e 93,0% rispettivamente) (CSSC, 1999, p. 322); attualmente è ancora diminuito, almeno nei CFP salesiani, e certamente sarebbe auspicabile che la Congregazione impegnasse un numero maggiore dei suoi religiosi a servizio della formazione dei giovani degli ambienti popolari che si avviano al lavoro e che rientrano tra i destinatari principali della Società di San Francesco di Sales (Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, 2003, art. 27). 79 Circoscrizione geografica Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato Nord Est 22,1 21,8 24,2 Nord Ovest 42,7 42,5 44,2 Centro 13,6 13,1 17,4 Sud 21,6 22,7 14,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 1462 ****1272 ****190 Totale*** 100,0 87,0 13,0 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 21,8 7,7 20,5 37,5 23,0 40,0 16,7 12,0 14,5 8,8 0,0 16,7 22,4 14,8 28,6 34,5 0,0 43,2 25,0 42,1 36,4 44,4 66,1 56,5 42,6 50,0 22,2 18,4 44,4 50,0 24,1 46,2 15,9 25,0 12,4 11,8 16,7 10,4 8,7 14,7 0,0 27,8 22,4 1,1 7,1 19,5 46,2 20,5 12,5 22,4 11,8 22,2 11,5 20,3 33,8 50,0 33,3 36,7 29,6 14,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 87 13 44 8 807 110 36 192 69 68 4 18 49 27 14 5,6 0,8 2,8 0,5 52,2 7,1 2,3 12,4 4,5 4,4 0,3 1,2 3,2 1,7 0,9 Stato Ecclesiale Totale Età Circoscrizione Geografica <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Nord Est Nord Ovest Centro Sud Salesiano 4,8 0,0 2,2 4,3 3,8 5,3 14,7 7,4 4,5 3,0 3,8 Laico 95,2 100,0 97.8 95,7 96,2 94,7 85,3 92,6 95,5 97,0 96,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 2 90 441 477 378 75 323 625 199 316 Totale*** 100,0 0,1 6,2 30,1 32,6 25,8 5,1 22,1 42,7 13,6 21,6 80 Non si è riportato l’incrocio dello stato ecclesiale con il sesso perché l’andamento è prevedibile a priori. I Salesiani sono sovra-rappresentati tra i maschi, anzi sono tutti maschi e i laici tra le donne. Come già è emerso sopra, i Salesiani aumentano in maniera consistente nel gruppo di età oltre i 60, mentre si riducono nella coorte tra meno 20 e 30. Nelle altre coorti la loro percentuale si situa in prossimità del totale. Tra i laici si riscontrano naturalmente tendenze opposte. La presenza dei Salesiani cresce leggermente nel Nord Est e diminuisce, sempre di poco, al Centro. Nelle altre due circoscrizioni geografiche, Nord Ovest e Sud, si colloca intorno ai dati del totale. Il contrario si registra tra i laici. L’incrocio dello stato ecclesiale con il titolo di studio vede i Salesiani sovrarappresentati nella categoria altro titolo perché possiedono un maggior numero di master, qualifiche di scuole di specializzazione e simili, e leggermente tra i laureati, mentre sono sotto-rappresentati nella qualifica professionale, nella licenza media e assenti nel caso della licenza elementare (cfr. Tav. 12). L’andamento opposto si riscontra fra i laici. Il tipo di contratto registra un aumento leggero dei Salesiani nel tempo determinato dato che devono restare disponibili al cambiamento di residenza per ragioni di obbedienza. Passando da ultimo al profilo, come era prevedibile, i Salesiani sono sovrarappresentati nell’area funzionale della direzione, direttore di funzione (15,4%), direttore di sede operativa (31,8%) e direttore generale (50%), ma mai in maniera preponderante. Nell’area funzionale dell’erogazione vengono grosso modo rispettate le percentuali del totale tranne i casi del progettista in cui sono tutti laici e del formatore orientatore in cui i Salesiani sono leggermente sotto-rappresentati, pur trattandosi di un ruolo delicato anche sul piano pastorale. L’area funzionale amministrativa vede i Salesiani assenti tra i collaboratori amministrativi, mentre fra i responsabili amministrativo-organizzativi si ristabilisce sostanzialmente il rapporto percentuale tra Salesiani e laici (4,1% e 95,9% rispettivamente). L’area funzionale in cui i Salesiani sono più assenti è quella della segreteria, logistica e servizi di supporto, in quanto mancano tra i tecnici dei servizi, gli operatori tecnici della logistica e gli operatori di segreteria e sono sotto-rappresentati tra gli operatori tecnici ausiliari. La percentuale dei laureati (36,9%) tra gli operatori del CNOS-FAP risulta superiore a un terzo e si avvicina al 40% (cfr. Tav. 13): essa però è notevolmente inferiore a quella dei formatori della FP, anche se il 60,7% raggiunto in proposito nel 2006, appare un poco sospetto dato che nel 2004 si era al 39,9% (ISFOL, 2007). I diplomati sono oltre la metà (53,5%) e la loro consistenza si colloca al di sopra del dato nazionale in misura considerevole (35,8%). Risultano ormai marginali le quote dei qualificati (4,5%), dei licenziati della media (4,1%) e soprattutto di quelli delle elementari (0,3%) e l’andamento è in linea con il trend nazionale; i titoli altri di cui è in possesso lo 0,6% riguardano i master, le scuole di specializzazione e simili. 81 Tav. 12 – Operatori per stato ecclesiale, incrociato per titolo di studio, tipo di contratto e profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1462 perché un dipendente è in stage; *****Gli scostamenti dal totale, che è 1387, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori; ****** Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Stato Ecclesiale Totale Titolo di Studio***** Tipo di Contratto Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro Tempo Indeterminato Tempo Determinato Salesiano 4,8 7,2 3,2 1,6 1,8 0,0 44,4 4,4 6,8 Laico 95,2 92,8 96,8 98,4 98,2 100,0 55,6 95,6 93,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 1463 512 742 63 57 4 9 ****1272 ****190 Totale*** 100,0 36,9 53,5 4-5 4,1 0,3 0,6 87,0 13,0 Profilo****** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 0,0 15,4 31,8 50,0 4,0 3,6 2,8 5,7 0,0 1,5 0,0 0,0 4,1 3,7 0,0 100,0 84,6 68,2 50,0 96,0 96,4 97,2 94,3 100,0 98,5 100,0 100,0 95,9 96,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 87 13 44 8 807 110 36 192 69 68 4 18 49 27 14 5,6 0,8 2,8 0,5 52,2 7,1 2,3 12,4 4,5 4,4 0,3 1,2 3,2 1,7 0,9 82 Tav. 13 – Operatori per titolo di studio, incrociato con il sesso e la circoscrizione geografica (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Gli scostamenti dal totale, che è 1387, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori L’incrocio con il sesso evidenzia il balzo in avanti delle donne tra i laureati che sono appunto sovra-rappresentati con il 48,5% rispetto al 30,8% degli uomini. Al contrario è un retaggio del passato la percentuale delle femmine tra i licenziati della media che supera in maniera consistente il totale (7% rispetto al 4,1%). Se si prendono in considerazione le circoscrizioni geografiche, i laureati sono sovra-rappresentati al Nord Est e leggermente al Centro e al Sud mentre il Nord Ovest è sotto-rappresentato. I diplomati si situano sostanzialmente intorno al totale in tutte le ripartizioni territoriali. Tav. 14 – Operatori per titolo di studio, incrociato con lo stato ecclesiale e l’età (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Gli scostamenti dal totale, che è 1387, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori L’incrocio del titolo di studio con l’età vede i laureati sovra-rappresentati nelle coorti più giovani (20-40) e sotto-rappresentati nella fascia 51-60, mentre il gruppo Titolo di Studio Totale Sesso Circoscrizione Geografica M F Nord Est Nord Ovest Centro Sud Laurea 36,9 30,8 48,4 42,7 32,5 39,1 38,8 Diploma 53,5 61,5 38,5 51,7 53,9 53,8 54,5 Qualifica Professionale 4,5 4,1 5,4 3,1 6,4 4,1 2,1 Licenza Media 4,1 2,5 7,0 2,2 5,8 2,0 4,1 Licenza Elementare 0,3 0,2 0,4 0,0 0,3 1,0 0,0 Altro 0,6 0,9 0,2 0,3 1,1 0,0 0,4 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1387 904 483 323 625 197 242 Totale*** 100,0 65,2 34,8 23,3 45,1 14,2 17,4 Titolo di Studio Totale Stato Ecclesiale Età Salesiano Laico <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Laurea 36,9 55,2 36,0 0,0 50,0 46,1 36,0 23,9 38,7 Diploma 53,5 35,8 54,4 100,0 45,6 47,3 52,6 64,3 50,0 Qualifica Professionale 4,5 1,5 4,7 0,0 1,1 3,6 5,3 5,3 6,5 Licenza Media 4,1 1,5 4,2 0,0 0,0 2,6 5,3 5,9 1,6 Licenza Elementare 0,3 0,0 0,3 0,0 1,1 0,0 0,2 0,0 3,2 Altro 0,6 6,0 0,4 0,0 2,2 0,5 0,7 0,6 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1387 67 1320 2 90 421 456 356 62 Totale*** 100,0 4,8 95,2 0,1 6,5 30,3 32,9 25,7 4,5 83 di età 41-50 si situa sui dati del totale come quello oltre il 60, un andamento quest’ultimo che stupisce anche perché la percentuale è leggermente superiore al totale: forse il dato si può spiegare per una sovra-rappresentazione dei Salesiani in tale fascia (cfr. Tav. 14). Un trend opposto si riscontra riguardo al diploma e i titoli di licenzia media ed elementare che sono assenti o quasi nella coorte da meno 20 a 40. La percentuale dei titoli altri cresce leggermente nel gruppo dei più giovani, 20- 30, perché sono qualificazioni che si sono affermate recentemente. I laureati sono sovra-rappresentanti tra i Salesiani e l’andamento opposto si riscontra negli altri casi, soprattutto per il diploma; al contrario, la categoria dei titoli altri registra una percentuale superiore al totale. I dati dei laici si allineano a quelli del totale. Tav. 15 – Operatori per titolo di studio, incrociato con il tipo di contratto e il profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Gli scostamenti dal totale, che è 1387, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori; *****Per la ragione appena indicata il totale è 1386; ******Il totale è 1472 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Se il punto di riferimento è il tipo di contratto, i laureati aumentano nel tempo determinato, mentre i diplomati diminuiscono; l’andamento opposto, sebbene meno accentuato, si riscontra nel tempo indeterminato (cfr. Tav. 15). Probabilmente il trend dei primi si spiega tenendo conto che sono più giovani e cercano anche di mantenersi aperta la strada per la mobilità professionale. Titolo di Studio Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato Laurea 36,9 33,6 58,3 Diploma 53,5 57,1 29,9 Qualifica Professionale 4,5 4,4 5,3 Licenza Media 4,1 4,0 4,8 Licenza Elementare 0,3 0,2 1,1 Altro 0,6 0,7 0,5 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1387 *****1199 *****187 Totale*** 100,0 86,5 13,5 Profilo****** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 19,3 75,0 47,6 75,0 41,1 40,9 71,4 39,3 11,5 3,2 0,0 22,2 23,4 44,4 30,8 67,5 25,0 52,4 25,0 51,8 54,5 25,7 53,9 77,0 25,8 50,0 72.2 74,5 51,9 69,2 10,8 0,0 0,0 0,0 4,7 1,8 0,0 3,7 8,2 11,3 25,0 0,0 2,1 0,0 0,0 2,4 0,0 0,0 0,0 2,1 0,9 0,0 2,6 3,3 50.0 25,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 6,5 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,3 1,8 2,9 0.5 0,0 3,2 0,0 5,6 0,0 3,7 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 83 12 42 8 759 110 35 191 61 62 4 18 47 27 13 5,6 0,8 2,9 0,5 51,6 7,5 2,4 13,0 4,1 4,2 0,3 1,2 3,2 1,8 0,9 84 Nel caso dell’incrocio del titolo di studio con il profilo, i laureati risultano sovra-rappresentati, come era prevedibile, nell’area funzionale della direzione e in quella dell’erogazione, sebbene in misura meno marcata tranne che tra gli orientatori e i responsabili di processo in cui è consistente, mentre tra i progettisti prevalgono sorprendentemente i diplomati e la situazione dei formatori tutor si colloca sul totale. A loro volta, i diplomati sono sovra-rappresentati tra i responsabili amministrativo- organizzativi e tra i collaboratori amministrativi, cioè nell’area funzionale dell’amministrazione, e nell’area funzionale della segreteria, logistica e servizi di supporto tra gli operatori di segreteria, gli operatori tecnici della logistica e i tecnici dei servizi, mentre tra gli operatori tecnici ausiliari la maggioranza è costituita dai licenziati della media. Tav. 16 – Operatori per tipo di contratto, incrociato con il sesso e l’età (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Un dipendente è impegnato in stage Per quanto riguarda il tipo di contratto, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra l’87% a tempo indeterminato e il 13% a tempo indeterminato: tale rapporto rispecchia sostanzialmente quello esistente a livello nazionale tra gli oc - cupati in genere che nel 2013 era 86,8% rispetto al 13,2% (Censis, 2014, p. 187) (cfr. Tav. 16). L’incrocio con il sesso non mette in evidenza nessuno spostamento sostanziale rispetto al totale. Si nota soltanto una leggera crescita del tempo indeterminato tra i maschi e del determinato tra le femmine e viceversa. L’età implica spostamenti più significativi. Il tempo indeterminato è sotto-rappresentato nei gruppi di età più giovani (meno 20-40) e sovra-rappresentato nelle fasce più anziane (51-oltre 60). L’andamento opposto si riscontra per il tempo determinato. Quanto all’incrocio del tipo di contratto con le circoscrizioni geografiche, il tempo indeterminato risulta sovra-rappresentato al Sud e quello determinato leggermente al Centro (cfr. Tav. 17). A sua volta il primo è sottorappresentato al Centro, anche se di poco, e il secondo al Sud. Passando allo stato ecclesiale, il tempo determinato evidenzia percentuali superiori al totale nel caso dei Salesiani e il tempo indeterminato inferiori tra gli stessi. Inoltre, nessuna differenza importante, sempre in relazione al totale, si riscontra tra i laici. Tipo di Contratto Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Tempo Indeterminato 87,0 87,3 86,4 50,0 43,8 84.1 89,1 96,0 93,3 Tempo Determinato 13,0 12,7 13,6 50,0 56,2 15,9 10,3 4,0 6,7 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1462 955 507 2 89 441 477 378 75 Totale*** 100,0 65,3 34,7 0,1 6,1 30,2 32,6 25,8 5,1 85 Tav. 17 – Operatori per tipo di contratto, incrociato con la circoscrizione geografica e lo stato ecclesiale (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Un dipendente è impegnato in stage L’incrocio con il titolo di studio vede i contratti a tempo indeterminato sottorappresentati tra i laureati e leggermente tra i possessori di qualifica professionale e i licenziati della media e sovra-rappresentati tra i diplomati e di poco nella categoria degli altri titoli (cfr. Tav. 18). L’andamento opposto si riscontra nei contratti a tempo determinato. Venendo ai profili, nell’area funzionale della direzione i contratti sono tutti a tempo indeterminato (direttori di funzione e direttori generali) o quasi (direttori di sede operativa con l’eccezione di uno). Sempre i contratti a tempo indeterminato risultano sovra-rappresentati in tutte le categorie dei formatori tranne che tra i semplici formatori. Anche nell’area funzionale dell’amministrazione sono ancora i contratti a tempo indeterminato a evidenziare percentuali superiori a quelle del totale. Infine è nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto che il tempo determinato è sovra-rappresentato, eccetto che tra gli operatori di segreteria in cui il tempo indeterminato appare leggermente sovra-rappresentato. Passando da ultimo a considerare gli incroci dei profili con le altre variabili socio-demografiche, va anzitutto evidenziato che essi raggiungono la cifra di 1546 che è superiore a quella degli operatori del CNOS-FAP (1437) perché alcuni di questi svolgono più funzioni (cfr. Tav. 19). La maggioranza assoluta è costituita dai semplici formatori (807 o 52,2%) a cui si aggiungono quelli che svolgono funzioni intermedie come i tutor (192 o 12,4%), i coordinatori (110 o 7,1%), gli orientatori (36 o 2,3%) e, per noi, anche i progettisti (18 o 1,2%) e i responsabili dei processi (27 o 1,7%) che rimangono sostanzialmente dei formatori: in tutto si tratta di 1190 profili (76,9%). L’area funzionale della direzione ne comprende 65 (4,2%) e più esattamente: 44 direttori di sede operativa (2,8%), 13 (0,8%) direttori di funzione e 8 direttori generali (0,5%). Nell’area funzionale dell’amministrazione i profili ammontano a 136 (8,8%) e comprendono 87 (5,6%) collaboratori amministrativi e 49 (3,2%) responsabili amministrativo-organizzativi. Da ultimo, l’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto include 155 (10,2%) profili e più precisamente: 68 (4,4%) operatori tecnici ausiliari, 4 (0,3%) operatori tecnici della logistica, 69 (4,5%) operatori di segreteria e 14 (0,9%) tecnici dei servizi. Nel complesso si può dire che l’inquadramento delle funzioni del CNOS-FAP rispetta Tipo di Contratto Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Laico Nord Est Nord Ovest Centro Sud Tempo Indeterminato 87,0 81,2 87,1 85,8 86,5 83,4 91,5 Tempo Determinato 13,0 18,8 12,7 14,2 13,5 16,6 8,5 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1462 69 1393 323 624 199 316 Totale*** 100,0 4,7 95,3 22,1 42,7 13,6 21,6 86 Tav. 18 – Operatori per tipo di contratto, incrociato con il titolo di studio e il profilo (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Un dipendente è impegnato in stage; *****Gli scostamenti dal totale, che è 1386, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori; ******Il totale è 1545 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Tipo di Contratto Totale Titolo di Studio***** Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro Tempo Indeterminato 87,0 78,7 92,4 84,1 84,2 50,0 88,9 Tempo Determinato 13,0 21,3 7,6 15,9 15,8 50,0 11,1 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1462 512 741 63 57 4 9 Totale*** 100,0 36,9 53,5 4,5 4,1 0,3 0,6 Profilo****** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 95,4 100,0 97,7 100,0 81,9 98,2 94,4 91,7 89,9 85,3 75,5 94,4 98,0 100,0 78,6 4,6 0,0 7,3 0,0 18,1 1,8 5,6 8,3 10,1 14,7 25,0 5,6 2,0 0,0 21,4 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 87 13 44 8 806 110 36 192 69 68 4 18 49 27 14 5,6 0,8 2,8 0,5 52,2 7,1 2,3 12,4 4,5 4,4 0,3 1,2 3,2 17 0,9 87 Tav. 19 – Operatori per profilo, incrociato con il sesso e l’età (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione Profilo Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Direttore di sede operativa 2,8 3,7 1,3 0,0 0,0 1,3 2,2 5,7 5,3 Direttore di funzione 0,8 0,9 0,7 0,0 0,0 0,6 1,0 0,7 2,6 Direttore generale 0,5 0,7 0,2 0,0 0,0 0,0 0,4 1,0 2,6 Formatore 52,2 58,3 40,9 100,0 73,1 58,3 48,8 44,0 53,9 Formatore coordinatore 7,1 8,6 4,4 0,0 2,2 6,5 7,3 9,2 5,3 Formatore orientatore 2,3 1,7 3,5 0,0 0,0 1,7 2,7 3,2 1,3 Formatore Tutor 12,4 13,2 10,9 0,0 8,6 14,0 12,0 12,2 11,8 Progettista 1,2 1,4 0,7 0,0 0,0 0,6 1,4 2,0 0,0 Responsabile dei processi 1,7 2,0 1,3 0,0 0,0 1,1 1,6 3,0 2,6 Collaboratore amministrativo 5,6 2,2 12,0 0,0 2,2 4,3 7,6 6,5 0,0 Responsabile Amm. organ. 3,2 1,7 5,9 0,0 0,0 1,5 4,5 3,7 5,3 Op. tecnico ausiliario 4,4 3,0 7,0 0,0 5,4 2,8 4,7 5,0 7,9 Op. tecnico della logistica 0,3 0,4 0,0 0,0 1,1 0,2 0,2 0,2 0,2 Op. di segreteria 4,5 1,4 10,2 0,0 5,4 5,6 4,7 3,2 1,3 Tecnico dei servizi 0,9 0,9 0,9 0,0 2,2 1,3 1,0 0,2 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1546 1005 541 2 93 463 510 402 76 Totale*** 100,0 65,0 35,0 0,1 6,0 30,0 33,0 26,0 4,9 88 la scelta di fondo dell’Ente di dare la priorità alla formazione in confronto ad altre dimensioni come la direzione, l’organizzazione, l’amministrazione e la logistica; al tempo stesso vengono assicurati una funzionalità sufficiente della leadership ai vari livelli e un minimo di struttura gestionale e tecnica. Forse risulta un po’ carente la struttura dei servizi di supporto di tipo nuovo e avanzati. L’incrocio dei profili con il sesso vede in generale una sovra-rappresentazione degli uomini in quelli di maggiore prestigio e cioè la direzione e la formazione, con particolare riguardo alle funzioni intermedie. Le donne prevalgono di norma nell’area funzionale dell’amministrazione e in quella della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. Passando all’incrocio con l’età, i direttori sono sovra-rappresentati nelle fasce da 51 e oltre, le funzioni intermedie dai 41 e più, mentre i formatori si collocano principalmente tra meno 20 e 40. I profili dell’area funzionale dell’amministrazione tendono a concentrarsi tra i 41 e i 60, mentre gli operatori tecnici ausiliari prevalgono tra i 41-oltre 60, gli operatori di segreteria con i tecnici dei servizi tra i 20 e i 50 e gli operatori tecnici della logistica tra i 20 e i 30. Dal punto di vista della circoscrizione geografica, il Centro vede una certa prevalenza delle funzioni direttive, mentre al lato opposto, anche se di poco, si colloca il Nord Ovest (cfr. Tav. 20). Passando all’area funzionale della erogazione, il Nord Est si caratterizza per una presenza maggiore di formatori e in particolare di coordinatori e minore di tutor, il Nord Ovest per una superiore di tutor e inferiore di formatori e progettisti, il Centro per una minore di formatori e tutor e maggiore di progettisti e il Sud per una presenza superiore di responsabili di processo, di formatori e di progettisti e inferiore di coordinatori e tutor. Quanto alla terza area, il Centro registra una prevalenza di collaboratori amministrativi e di responsabili amministrativo- organizzativi – e di questi ultimi anche il Sud, mentre sul lato opposto si situa il Nord Est. Nell’area funzionale della logistica, della segreteria e dei servizi di supporto, il Nord Est si caratterizza per una loro presenza generalmente inferiore, il Centro per quella di operatori di segreteria e di operatori tecnici della logistica e per una leggera prevalenza di operatori tecnici ausiliari. Se il confronto è con lo stato ecclesiale, i Salesiani prevalgono percentualmente nell’area funzionale della direzione, mentre sono di norma sotto-rappresentati nelle altre e nel caso di alcuni profili risultano totalmente assenti come i progettisti – e potrebbe essere una carenza seria dato che la progettualità è fondamentale per il successo della FP – i collaboratori amministrativi, gli operatori tecnici della logistica, gli operatori di segreteria e i tecnici dei servizi – e l’assenza è meno grave perché non si tratta di profili così decisivi per l’attività educativa. A loro volta, i laici sono più consistenti in tutti gli altri profili tranne che tra i tutor. L’incrocio del profilo con il titolo di studio vede la prevalenza delle funzioni dirigenti tra i laureati rispetto ai diplomati, mentre le stesse sono assenti tra i possessori di qualifiche professionali, di licenze elementari e medie e di altri titoli (cfr. Tav. 21). Nell’area funzionale dell’erogazione le varie categorie di formatori sono 89 Tav. 20 – Operatori per profilo, incrociato con la circoscrizione geografica e lo stato ecclesiale (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione Profilo Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Laico Nord Est Nord Ovest Centro Sud Direttore di sede operativa 2,8 19,4 2,0 2,7 2,8 3,3 2,7 Direttore di funzione 0,8 2,8 0,7 0,3 0,0 2,8 1,8 Direttore generale 0,5 5,6 0,3 0,9 0,3 0,9 0,3 Formatore 52,2 44,4 52,6 56,5 50,3 47,4 54,8 Formatore coordinatore 7,1 5,6 7,2 13,4 5,9 6,2 3,6 Formatore orientatore 2,3 1,4 2,4 1,8 2,4 2,8 2,4 Formatore Tutor 12,4 15,3 12,3 7,0 18,8 9,5 6,7 Progettista 1,2 0,0 1,2 0,9 0,6 2,4 1,8 Responsabile dei processi 1,7 1,4 1,8 1,2 1,8 1,4 2,4 Collaboratore amministrativo 5,6 0,0 5,9 5,8 4,4 10,0 5,2 Responsabile Amm. organ. 3,2 2,8 3,2 3,3 1,3 5,2 5,5 Op. tecnico ausiliario 4,4 1,4 4,5 1,8 4,3 7,0 4,0 Op. tecnico della logistica 0,3 0,0 0,3 0,0 0,3 0,0 0,6 Op. di segreteria 4,5 0,0 4,7 3,0 5,8 2,8 4,2 Tecnico dei servizi 0,9 0,0 0,9 1,2 1,0 0,5 0,6 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1546 72 1474 329 676 211 330 Totale*** 100,0 4,7 95,3 21,3 43,7 13,7 21,3 90 Tav. 21 – Operatori per profilo, incrociato con il titolo di studio e il tipo di contratto (a.f. 2013-14; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 1546 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione; ***** Gli scostamenti dal totale, che è 1472, sono dovuti alla presenza nell’archivio di campi non obbligatori Profilo Totale Tipo di Contratto Titolo di Studio***** Tempo Indeterminato Tempo Determinato Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro Direttore di sede operativa 2,8 3,2 0,5 3,6 2,8 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore di funzione 0,8 1,0 0,0 1,6 0,4 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore generale 0,5 0,6 0,0 1,1 0,3 0,0 0,0 0,0 0,0 Formatore 52,2 48,9 75,3 56,9 50,1 52,9 27,6 0.0 20,0 Formatore coordinatore 7,1 8,0 1,0 8,2 7,7 2,9 1,7 0.0 20,0 Formatore orientatore 2,3 2,5 1,0 4,6 1,1 0,0 0,0 0,0 10,0 Formatore Tutor 12,4 13,0 8,2 13,7 13,1 10,3 8,6 0,0 10,0 Progettista 1,2 1,3 0,5 0,7 1,7 0,0 0,0 0,0 10,0 Responsabile dei processi 1,7 2,0 0,0 2,2 1,8 0,0 0,0 0,0 10,0 Collaboratore amministrativo 5,6 6,1 2,1 2,9 7,1 13,2 3,4 0,0 0,0 Responsabile Amm. organ. 3,2 3,6 0,5 2,0 4,5 1,5 0,0 0,0 10,0 Op. tecnico ausiliario 4,4 4,3 5,2 0,4 2,0 10,3 53,4 100,0 20,0 Op. tecnico della logistica 0,3 0,2 0,5 0,0 0,3 1,5 1,7 0,0 0,0 Op. di segreteria 4,5 4,6 3,6 1,3 6,0 7,4 3,4 0,0 0,0 Tecnico dei servizi 0,9 0,8 1,5 0,7 1,1 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****1546 1351 194 548 784 68 58 4 10 Totale*** 100,0 87,4 12,6 37,2 53,3 4,6 3,9 0,3 0,7 91 generalmente sovra-rappresentate o si collocano sul totale tra i laureati, sono sul totale o leggermente sotto-rappresentate tra i diplomati, sono sotto-rappresentate tra i possessori di qualifiche professionali eccetto che nel caso dei semplici formatori che si situano sul totale, sono decisamente sotto-rappresentate o assenti tra i licenziati della media e totalmente assenti in quelli delle elementari e hanno qualche presenza talora anche consistente (coordinatori, orientatori, progettisti e responsabili dei processi) fra i titoli altri. I collaboratori amministrativi prevalgono tra i possessori di qualifiche professionali e i responsabili amministrativo-organizzativi tra i diplomati e i titoli altri. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, gli operatori tecnici ausiliari si distribuiscono percentualmente soprattutto tra i possessori di qualifiche professionali e i licenziati della media, come d’altra parte gli operatori tecnici della logistica, e gli operatori di segreteria tra i possessori delle qualifiche professionali e i tecnici dei servizi tra diplomati e laureati. In conclusione, agli operatori del CNOS-FAP va riconosciuta senz’altro una sufficiente preparazione di base; al tempo stesso, sembrerebbe opportuna una elevazione generalizzata del suo livello soprattutto nelle aree funzionali della direzione e della erogazione. Venendo al tipo di contratto, solo i semplici formatori sono sovra-rappresentati nel tempo determinato mentre gli operatori dell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi tendono ad esserlo, ma leggermente. Tutti gli altri profili sono generalmente o assenti o sotto-rappresentati, sempre nel tempo determinato. 3. LA FORMAZIONE IN SERVIZIO DEGLI OPERATORI DEL CNOS-FAP NEGLI ANNI 2012 E 2013 L’analisi quantitativa sulla Formazione in servizio degli operatori del CNOSFAP è limitata agli anni solari 2012 e 2013 perché solo da poco l’Ente ha iniziato a raccogliere sistematicamente i relativi dati. Nel periodo considerato si registra una crescita rispetto al totale sia in valori assoluti da 631 a 677 (+46 o +7,3%) sia in percentuale dal 51,2% al 53,6% (+2,4%) (cfr. Tav. 22). Tale cifra è leggermente inferiore a quella riscontrata dall’ISFOL su tutto il territorio nazionale riguardo, però, ai soli formatori, cioè 59,5% (2007). L’analisi che segue è articolata in due parti tra loro diseguali. La prima offre una disamina dei dati sulla partecipazione alla Formazione in servizio degli operatori del CNOS-FAP in base alle caratteristiche socio-demografiche ed è la più consistente. Anche se sono le stesse utilizzate per la presentazione, nella prima sezione, delle statistiche sul personale in generale, vale la pena ricordarle: si tratta del sesso, dell’età, della circoscrizione geografica, dello stato ecclesiale, del titolo di studio, del tipo di contratto e del profilo. La seconda parte è invece dedicata ad approfondire i tipi di attività che rientrano nella Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP. 92 Tav. 22 – Partecipazione alla Formazione in servizio per sesso, incrociato con età e circoscrizione geografica (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga La partecipazione in base al sesso vede una sovra-rappresentazione dei maschi e una sotto-rappresentazione delle femmine (cfr. Tav. 22). In ambedue gli anni gli uomini costituiscono i tre quarti circa del totale e le donne l’altro quarto del totale (75% e 25%; 74,6% e 25,4%, rispettivamente), mentre la proporzione tra gli operatori del CNOS-FAP è nell’anno formativo 2013- 14 di due terzi a un terzo quasi (65,3% e 34,7%), come si è osservato sopra (cfr. Tav. 2). L’incrocio del sesso con l’età mette in evidenza che gli uomini sono sovra-rappresentati nelle coorti più anziane (51-oltre 60) e le donne nella fascia intermedia (41-50). Inoltre, la percentuale dei primi cresce tra i più giovani (20-30) e diminuisce invece quella delle seconde, ma l’andamento tende ad attenuarsi notevolmente nel 2013. La circoscrizione geografica non comporta nessuno scostamento di rilievo rispetto al totale nel 2012. Nel 2013 si registra un andamento che vede gli uomini sovra-rappresentati al Centro e al Sud e sottorappresentati al Nord Est e al Nord Ovest, mentre la tendenza opposta si riscontra tra le donne. L’incrocio con lo stato ecclesiale evidenzia un andamento scontato in ambedue gli anni (cfr. Tav. 23). I maschi sono ovviamente sovra-rappresentati tra i Salesiani e lo sono al 100%; al contrario, nessuno scostamento di rilievo rispetto al totale si riscontra tra i laici. Passando al titolo di studio, la partecipazione degli uomini correttamente aumenta tra i possessori di diploma, di qualifica professionale e di licenza media (nel 2012), cioè tra coloro che detengono qualificazioni più esposte all’obsolescenza e diminuisce tra i laureati in quanto meno esposti a tale dinamica. L’andamento si rovescia tra le donne e appare non molto comprensibile. Sesso Totale Età Circoscrizione Geografica <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 M 75.0 0,0 80,8 73,7 68,8 81,0 95,8 73,5 77,0 73,9 74,1 F 25,0 0,0 19,2 26,3 31,2 19,0 4,2 26,5 23,0 26,1 25,9 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 0 26 213 215 153 24 215 239 92 85 Totale*** 100,0 0,0 4,1 33,8 34,1 24,2 3,8 34,1 37,9 14,6 13,5 2013 M 74,6 100,0 77,1 72,7 67,1 82,4 93,3 69,9 71,8 83,5 83,8 F 25,4 0,0 22,9 27,3 32,9 17,6 6,7 30,1 28,2 16,5 16,3 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 1 35 216 219 176 30 176 312 109 80 Totale*** 100,0 0,1 5,2 31,9 32,4 26,0 4,4 26,0 46,1 16,1 11,8 93 Tav. 23 – Partecipazione alla Formazione in servizio per sesso, incrociato con lo stato ecclesiale e il titolo di studio (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori L’incrocio del sesso con tipo di contratto vede una leggera sovra-rappresentazione delle donne nel tempo determinato e una altrettanto lieve sotto-rappresentazione tra gli uomini (cfr. Tav. 24). Nel tempo indeterminato, al contrario, non si notano scostamenti di rilievo rispetto al totale. L’andamento è sostanzialmente eguale sia nel 2012 che nel 2013. L’incrocio con il profilo vede nell’area funzionale della direzione una sovrarappresentazione degli uomini nella Formazione in servizio dei direttori di sede operativa, nessuno scostamento di rilievo rispetto al totale nel caso dei direttori generali, mentre tra i direttori di funzioni le donne sono sovra-rappresentate nel 2012 e gli uomini nel 2013. Passando all’area funzionale dell’erogazione – comprensiva dei progettisti, come si è precisato sopra – le percentuali dei maschi sono in generale leggermente più elevate della loro presenza nel totale tranne che tra gli orientatori in cui prevalgono nettamente le femmine. Queste ultime sono nettamente sovra-rappresentate nell’area funzionale dell’amministrazione quanto alla partecipazione all’offerta di Formazione in servizio. L’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto vede le donne prevalere nell’aggiornamento degli operatori di segreteria e gli uomini nel caso di quello dei tecnici di servizio: essi sono sovra-rappresentati anche a livello di operatori tecnici ausiliari e della logistica, ma si tratta solo di una persona in entrambi i casi. La partecipazione alla Formazione in servizio dei dipendenti del CNOS-FAP in base all’età registra una sostanziale coincidenza nella distribuzione per coorti nei due anni, 2012 e 2013 (cfr. Tav. 25). Essa si concentra nelle fasce 31-60 anni, le più esposte alla obsolescenza, che riuniscono il 90% circa di quanti hanno usufruito delle offerte messe a disposizione; è invece meno comprensibile che la percentuale si collochi oltre il 30% nelle coorti 31-40 e 41-50, mentre scende sul 25% in quella Sesso Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 M 75.0 100,0 74,1 56,5 85,7 80,0 100,0 0,0 100,0 F 25,0 0,0 25,9 43,5 14,3 20,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 21 610 232 364 20 5 0 2 Totale*** 100,0 3,3 96,7 37,2 58,4 3,2 0,8 0,0 0,3 2013 M 74,6 100,0 73,8 53,8 88,0 77,8 50,0 0,0 100,0 F 25,4 0,0 26,2 46,2 12,0 22,2 50,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 25 652 251 383 18 12 0 2 Totale*** 100,0 3,7 96,3 37,7 57,5 2,7 1,8 0,0 0,3 94 Tav. 24 – Partecipazione alla Formazione in servizio per sesso, incrociato con il tipo di contratto e il profilo ( anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi p p p p Sesso Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato 2012 M 75.0 75,1 71,4 F 25,0 24,9 28,6 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 610 21 Totale*** 100,0 96,7 3,3 2013 M 74,6 74,8 70,6 F 25,4 25,2 29,4 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 643 34 Totale*** 100,0 95,0 5,0 Profilo**** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 11,8 50,0 89,7 75,0 78,5 79,2 53,3 76,9 18,2 100,0 100,0 78,6 40,0 77,8 85,7 88,2 50,0 19,3 25,0 21,5 20,8 46,7 23,1 81,8 0 0 21,4 60,0 22,2 14,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 372 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,2 0,6 54,5 11,3 2,2 13,3 1,6 0,1 0,1 2,0 2,9 2,6 1,0 2013 50,0 100,0 83,9 75,0 76,2 78,5 40,0 71,7 25,0 100,0 100,0 75,0 33,3 77,8 100,0 50,0 0,0 16,1 25,0 23,8 21,5 60,0 28,3 75,0 0,0 0,0 25,0 66,7 22,2 0.0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 31 4 428 79 20 106 4 1 1 12 9 18 5 1,1 0,1 4,3 0,5 58,8 10,9 2,7 14,6 0,5 0,1 0,1 1,6 1,2 2,5 0,7 95 51-60 che di per sé ne avrebbe maggiore bisogno. Correttamente la cifra si abbassa al minimo per i più giovani (meno 20-30), mentre appare discutibile la partecipazione modesta dei più anziani (oltre 60). L’incrocio dell’età con il sesso vede una sovra-rappresentazione delle donne nelle fasce 31-50, soprattutto in quella 41-50, e una loro sotto-rappresentazione in quelle 51-oltre 60 che risulta difficile da spiegare dato che si tratte delle coorti più anziane. Tra gli uomini l’andamento è opposto anche se in misura modesta rispetto al totale. Quanto alla circoscrizione geografica, le classi di età più giovani (soprattutto quella 31-40) tendono a crescere nel Nord Est e a diminuire nel Centro e nel Sud (solo nel 2013). Il gruppo di età intermedia, 41-50, aumenta nel Centro e nel Sud (solo nel 2012) e si riduce nel Nord Est e nel Nord Ovest, ma in entrambi gli ultimi casi unicamente nel 2012. Le fasce più anziane (51-oltre 60) tendono a crescere al Centro e al Sud (solo 2013), mentre diminuiscono nel Sud, ma unicamente nel 2012. Tav. 25 – Partecipazione alla Formazione in servizio per età, incrociata con il sesso e la circoscrizione geografica (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Passando allo stato ecclesiale, le coorti più giovani (meno 20-40 anni) sono assenti o sotto-rappresentate tra i Salesiani, mentre il trend contrario si registra per quelle più anziane (51-oltre 60); la coorte intermedia (41-50) si colloca sui dati del totale (cfr. Tav. 26). Anche i dati dei laici si collocano sostanzialmente su quelli del totale. Età Totale Sesso Circoscrizione Geografica M F Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 <20 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 20-30 4,1 4,4 3,2 5,1 5,4 0,0 2,4 31-40 33,8 33,2 35,4 38,6 34,3 20,7 34,1 41-50 34,1 31,3 42,4 29,3 31,0 45,7 42,4 51-60 24,2 26,2 18,4 23,3 26,4 28,3 16,5 >60 3,8 4,9 0.6 3,7 2,9 5,4 4,7 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 473 158 215 239 92 85 Totale*** 100,0 75,0 25,0 34,1 37,9 14,6 13,5 2013 <20 0,1 0,2 0,0 0,0 0,0 0,9 0,0 20-30 5,2 5,3 4,7 5,7 7,4 0,0 2,5 31-40 31,9 31,1 34,3 35,2 34,9 22,0 26,3 41-50 32,3 29,1 41,9 32,4 30,8 38,5 30,0 51-60 26,0 28,7 18,0 23,3 24,7 32,1 28,8 >60 4,4 5,5 1,2 3,4 2,2 6,4 12,5 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 505 172 176 312 109 80 Totale*** 100,0 74,6 25,4 26,0 46,1 16,1 11,8 96 Tav. 26 – Partecipazione alla Formazione in servizio per età, incrociata con stato ecclesiale e titolo di studio (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori Età Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 <20 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 20-30 4,1 0,0 4,3 3,0 5,2 0,0 0,0 0,0 0,0 31-40 33,8 28,6 33,9 38,4 30,2 35,0 20,0 0,0 50,0 41-50 34,1 33,3 34,1 38,4 31,9 35,0 60,0 0,0 0,0 51-60 24,2 28,6 24,1 16,4 29,1 25,0 20,0 0,0 50,0 >60 3,8 9,5 3,6 3,9 3,6 5,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 21 610 232 364 20 5 0 2 Totale*** 100,0 3,3 96,7 37,2 58,4 3,2 0,8 0,0 0,3 2013 <20 0,1 0,0 0,2 0,0 0,3 0,0 0,0 0,0 0,0 20-30 5,2 0,0 5,4 5,2 5,7 0,0 0,0 0,0 0,0 31-40 31,9 28,0 32,1 38,6 28,2 22,2 16,7 0,0 50,0 41-50 32,3 32,0 32,4 36,7 29.2 38,9 50,0 0,0 0,0 51-60 26,0 28,0 25,9 16,7 31,9 33,3 25,0 0,0 50,0 >60 4,4 12,0 4,1 2,8 4,7 5,6 8,3 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 25 652 251 383 18 12 0 2 Totale*** 100,0 3,7 96,3 37,7 57,5 2,7 1,8 0,0 0,3 97 Riguardo poi al titolo di studio, le coorti più giovani tendono a crescere tra i laureati e gli altri titoli nella fascia 31-40 o rimangono stabili in quelle meno 20-30, mentre tendono a diminuire tra i diplomati, i qualificati e i licenziati della media; il primo andamento non è facilmente spiegabile perché i laureati più giovani non dovrebbero avere grande bisogno di aggiornamento. La coorte intermedia (41-50) è sovra-rappresentata generalmente tra i laureati, i qualificati e i licenziati della media ed è sotto-rappresentata tra i diplomati che, pure, sarebbero egualmente esposti alla obsolescenza. Le classi di età più anziane (51-oltre 60) tendono ad aumentare tra i diplomati, i qualificati e i titoli altri e a ridursi tra i laureati e ciò correttamente perché sono i primi titoli ad essere più bisognosi di aggiornamento. L’incrocio dell’età con il tipo di contratto vede una sovra-rappresentazione delle fasce più giovani (20-40) e intermedie (41-50) e una sotto-rappresentazione delle coorti più anziane (51-oltre 60) nel tempo determinato (cfr. Tav. 27): probabilmente sono i primi tre gruppi che hanno maggiore bisogno di essere inseriti nel progetto formativo del CNOS-FAP. Nel tempo indeterminato, al contrario, non si notano scostamenti di rilievo rispetto al totale. L’andamento è sostanzialmente eguale sia nel 2012 che nel 2013. L’incrocio con il profilo vede generalmente nell’area funzionale della direzione una sotto-rappresentazione delle classi di età più giovani (20-40) e una sovra-rappresentazione di quelle più anziane (51-oltre 60), mentre quella intermedia (41-50) diminuisce tra i direttori di sede operativa e quelli generali (unicamente nel 2012) e cresce tra quelli di funzione e quelli generali (solo nel 2013) (cfr. Tav. 27). L’area funzionale dell’erogazione registra una diminuzione delle percentuali (o talora una stabilità rispetto al totale) nelle coorti più giovani (meno 20-40) tranne il caso dei formatori tutor che vedono un aumento nel 2013; una sostanziale stabilità della classe intermedia (41-50) eccetto che per il formatore orientatore e il progettista (solo nel 2013); una crescita delle coorti più anziane (51- oltre 60) nella maggioranza dei casi. Nell’area funzionale dell’amministrazione le classi più giovani (meno 20-40) risultano generalmente sotto-rappresentate, quella intermedia (41-50) è sovra-rappresentata nel 2013 e quelle più anziane nel caso del responsabile amministrativo-organizzativo, mentre il contrario si verifica per il collaboratore amministrativo. L’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto registra una tendenza alla crescita nei gruppi di età più giovani (meno 20-40), un aumento in quello intermedio (41-50) nel caso del tecnico dei servizi, ma l’andamento è opposto tra gli operatori di segreteria, e un trend alla diminuzioni in quelli più anziani (51-oltre 60). Diversamente dai casi precedenti, la frequenza alle attività di Formazione in servizio dei dipendenti del CNOS-FAP secondo la circoscrizione geografica evidenzia delle differenze tra i due anni di riferimento (cfr. Tav. 28). In sintesi, tra il 2012 e il 2013 la percentuale diminuisce da più di un terzo (34,1%) a oltre un quarto (26%) nel Nord Est e cresce dal 40% quasi (37,9%) al 50% circa (46,1%) nel Nord Ovest, mentre rimane nel complesso sufficientemente stabile nel Centro (14,6% e 16,1% rispettivamente) e nel Sud (13,5% e 11,8%). Il confronto con la 98 Tav. 27 – Partecipazione alla Formazione in servizio per età, incrociata con il tipo di contratto e il profilo (anni 2012 e 2013; in % e VA) (Continua) Età Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato 2012 <20 0,0 0,0 0,0 20-30 4,1 3,4 23,8 31-40 33,8 33,1 52,4 41-50 34,1 34,8 14,3 51-60 24,2 24,9 4,8 >60 3,8 3,8 4,8 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 610 21 Totale*** 100,0 96,7 3,3 2013 <20 0,1 0,2 0,0 20-30 5,2 3,7 32,4 31-40 31,9 31.1 47,1 41-50 32,3 33,3 14,7 51-60 26,0 27,1 5,9 >60 4,4 4,7 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 643 34 Totale*** 100,0 95,0 5,0 99 (Segue) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Profilo**** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 5,4 2,6 0,0 4,4 9,1 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 14,3 35,3 33,3 13,8 0,0 36,6 33,8 26.7 36,3 36,4 0,0 100,0 21,4 25,0 22,2 28,6 58,8 66,7 27,6 25,0 37,3 35,1 46,7 34,1 36,4 0,0 0,0 35,7 35,0 38,9 42,9 5,9 0,0 44,8 50,0 21,5 28,6 26,7 23,1 18,2 0,0 0,0 42,9 35,0 33,3 14,3 0,0 0,0 13,8 25,0 4,3 0,0 0,0 2,2 0,0 0,0 0,0 0,0 5,5 5,6 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 372 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,2 0,6 54,5 11,3 2,2 13,3 1,6 0,1 0,1 2,0 2,9 2,6 1,0 2013 0,0 0,0 0,0 0,0 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 7,0 2,5 0,0 3,8 0,0 100,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 25,0 0,0 12,9 0,0 33,9 30,4 15,0 37,7 50,0 0,0 0,0 25,0 0,0 16,7 40,0 75,0 50,0 25,2 50,0 31,3 35,4 50,0 29,2 25,0 0,0 0,0 50,0 44,4 33,3 40,0 0,0 50,0 48,4 50,0 22,7 31,6 35,0 24,5 25,0 0,0 100,0 25,0 56,6 38,9 20,0 0,0 0,0 12,9 0,0 4,9 0,0 0,0 4,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 11,1 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 31 4 428 79 20 106 4 1 1 12 9 18 5 1,1 0,1 4,3 0,5 58,8 10,9 2,7 14,6 0,5 0,1 0,1 1,6 1,2 2,5 0,7 100 distribuzione degli operatori del CNOS-FAP al 2013-14 vede una sovra-rappresentazione del Nord Est e del Nord Ovest (solo nel 2013), una sostanziale stabilità al Centro e una sotto-rappresentazione al Sud e al Nord Ovest (unicamente nel 2012). Tav. 28 – Partecipazione alla Formazione in servizio per circoscrizione geografica, incrociata con il sesso e l’età (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga L’incrocio della circoscrizione con il sesso mette in evidenza una coincidenza molto elevata tra i dati relativi ai maschi e la distribuzione delle percentuali nei totali, ma la corrispondenza diminuisce nel passaggio dal 2012 al 2013. Le femmine a loro volta sono sovra-rappresentate al Nord Est e al Nord Ovest (solo 2013), ma sono sotto-rappresentate al Centro e al Sud (in entrambi i casi solo nel 2013) e leggermente nel Nord Ovest (unicamente nel 2012). Quanto all’incrocio della circoscrizione con l’età, il Nord Est e il Nord Ovest tendono ad essere sovra-rappresentati nelle fasce più giovani (20-40) – e questo non è molto comprensibile dato che sono quelle meno esposte al rischio dell’obsolescenza delle conoscenze – e sotto-rappresentate in quella più anziana (60 ed oltre) e a scostarsi di poco o a coincidere con il totale in quella intermedia (41-50) e in quella anziana (51-60). Il Centro diminuisce tra le coorti più giovani (20-40) e cresce in quella intermedia e in quelle più anziane e l’andamento sembrerebbe corretto. Il Sud è sotto-rappresentato tra i più giovani (20-30) e fra i più anziani (60 e oltre), mentre il trend è più vario nelle altre classi, anche se sembra prevalere la tendenza a convergere con i dati del totale. I Salesiani sono sovra-rappresentati nel Nord-Est e sotto-rappresentati nel Nord Ovest e nel Centro; nel Sud sono sotto-rappresentati nel 2012 e sovra-rappresentanti nel 2013 (cfr. Tav. 29). Al contrario, le circoscrizioni si collocano sostanzialmente sul totale riguardo ai laici. Circoscrizione geografica Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2012 Nord Est 34,1 33,4 36,1 0,0 42,3 39,0 29,3 32,7 33,3 Nord Ovest 37,9 38,9 34,8 0,0 50,0 38,5 34,5 41,2 29,2 Centro 14,6 14,4 15,2 0,0 0,0 8,9 19,5 17,0 20,8 Sud 13,5 13,3 15,9 0,0 7,7 13,6 16,7 9,2 16,7 Totale* 100,0 100,0 100,0 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 473 158 0 26 213 215 153 24 Totale*** 100,0 75,0 25,0 0,0 4,1 33,8 34,1 24,2 3,8 2013 Nord Est 26,0 24,4 30,8 0,0 28,6 28,7 26,0 23,3 20,0 Nord Ovest 46,1 44,4 51,2 0,0 65,7 50,5 43,8 43,8 23,3 Centro 16,1 18,0 10,5 100,0 0,0 11,1 19,2 19,9 23,3 Sud 11,8 13,3 7,6 0,0 5,7 9,7 13,1 13,1 33,3 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 505 172 1 35 215 219 176 30 Totale*** 100,0 74,6 25,4 0,1 5,2 31,9 32,4 26,0 4,4 101 Tav. 29 – Partecipazione alla Formazione in servizio per circoscrizione geografica, incrociata con lo stato ecclesiale e il titolo di studio (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori Circoscrizione geografica Totale Stato Ecclesiale Titolo di Studio**** Salesiano Laico Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 Nord Est 34,1 61,9 33,1 37,5 33,8 20,0 20,0 0,0 0,0 Nord Ovest 37,9 28,6 38,2 32,8 39,6 65,0 80,0 0,0 100.0 Centro 14,6 4,8 14,9 17,2 13,5 15,0 0,0 0,0 0,0 Sud 13,5 4,8 13,8 12,5 13,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 21 610 232 364 20 5 0 2 Totale*** 100,0 3,3 96,7 37,2 58,4 3,2 0,8 0,0 0,3 2013 Nord Est 26,0 44,0 25,3 29,1 26,1 11,1 8,3 0,0 0,0 Nord Ovest 46,1 36,0 46,5 42,7 47,0 72,7 91,7 0,0 100,0 Centro 16,1 4,0 16,6 17,9 16,2 11,1 0,0 0,0 0,0 Sud 11,8 16,0 11,7 10,8 10,7 5,6 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 25 652 251 383 18 12 0 2 Totale*** 100,0 3,7 96,3 37,7 57,5 2,7 1,8 0,0 0,3 102 Il titolo di studio vede la circoscrizione del Nord Est sovra-rappresentata tra i laureati e sotto-rappresentata tra i qualificati e i licenziati della media, mentre ci si sarebbe aspettato il contrario come avviene nel Nord Ovest (cfr. Tav. 29). Il Centro e il Sud registrano una diminuzione della partecipazione alla Formazione in servizio tra i qualificati (tranne nel 2012 per il Centro) e tra i licenziati della media – e sarebbero le categorie più bisognose di aggiornamento – mentre nel caso dei laureati e dei diplomati i dati si collocano intorno a quelli del totale. Per quanto riguarda l’incrocio delle circoscrizioni geografiche con il tipo di contratto, il Nord Est è sovra-rappresentato nel tempo determinato, ma unicamente nel 2012, e il Nord Ovest e il Sud solo nel 2013, mentre il Centro è sotto-rappresentato in ambedue gli anni (cfr. Tav. 30). Nel tempo indeterminato, al contrario, non si riscontrano scostamenti di rilievo rispetto al totale. Nell’area funzionale della direzione, la partecipazione alla Formazione in servizio nel Nord Est tende a diminuire nel caso dei direttori di sede operativa e a crescere nelle altre figure tranne che per i direttori di funzione nel 2012; un andamento sostanzialmente opposto si riscontra nel Nord Ovest; il Centro tende a crescere tranne che tra i direttori generali nel 2012 dove si abbassa e i direttori di sede operativa nel 2013 dove si colloca sul totale; il Sud presenta un trend alla diminuzione eccetto che tra i direttori di funzione nel 2012 e i direttori di sede nel 2013 dove le percentuali aumentano. L’area funzionale erogazione vede: la frequenza delle attività di Formazione in servizio del Nord Est sotto-rappresentata tranne che tra i coordinatori dove è sovrarappresentata e tra i formatori dove si colloca sul totale; il Nord Ovest sovra-rappresentato tra gli orientatori, i tutor e i responsabili dei processi, sotto-rappresentato tra i coordinatori e i progettisti e sui dati del totale tra i formatori; il Centro sovra-rappresentato tra orientatori e progettisti, sotto-rappresentato tra i responsabili dei processi e tra i coordinatori solo nel 2013 e collocato sui dati del totale per il resto; il Sud sotto-rappresentato eccetto che tra i progettisti e i responsabili del processi dove è sovra-rappresentato. Nell’area funzionale dell’amministrazione il Nord Est registra un aumento più del totale nella partecipazione alla Formazione in servizio, il Nord-Ovest una diminuzione, il Centro una crescita nel 2012 e una riduzione nel 2013 e il Sud un’analoga tendenza. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto il Nord Est evidenzia una sovra-rappresentazione tra i tecnici dei servizi e una sottorappresentazione negli altri casi, il Nord Ovest una sovra-rappresentazione tranne che una sotto-rappresentazione per i tecnici dei servizi e per gli operatori tecnici della logistica (solo nel 2013), una sotto-rappresentazione o assenza dei medesimi nel Centro e una sovra-rappresentazione nel Sud degli operatori di segreteria, dei tecnici dei servizi e degli operatori tecnici della logistica (solo nel 2013) e un’assenza di partecipazione nel 2012 e tra gli operatori tecnici ausiliari. 103 Tav. 30 – Partecipazione alla Formazione in servizio per circoscrizione geografica, incrociato con il tipo di contratto e il profilo (anni 2012 e 2013; in % e VA) ( Continua) Circoscrizione geografica Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato 2012 Nord Est 34,1 33,6 47,6 Nord Ovest 37,9 37,9 38,1 Centro 14,6 15,1 0,0 Sud 13,5 13,4 14,3 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 610 21 Totale*** 100,0 96,7 3,3 2013 Nord Est 26,0 26,1 23,5 Nord Ovest 46,1 45,7 52,9 Centro 16,1 16,8 2,9 Sud 11,8 11,4 20,6 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 643 34 Totale*** 100,0 95,0 5,0 104 Segue Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 41,2 16,7 27,6 50,0 33,6 50,6 26,7 20,9 18,2 0,0 0,0 21,4 35,0 16,7 42,9 35,3 0,0 51,7 25,0 35,2 31,2 40,0 59,3 54,5 100,0 100,0 21,4 25,0 44,4 28,6 17,6 66,7 17,2 25,0 13,4 13,0 26,7 15,4 9,1 0,0 0,0 35,7 30,0 11,1 0,0 5,9 16,7 3,4 0,0 17,7 5,2 6,7 4,4 18,2 0,0 0,0 21,4 10,0 27,8 28,6 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 372 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,2 0,6 54,5 11,3 2,2 13,3 1,6 0,1 0,1 2,0 2,9 2,6 1,0 2013 50,0 50,0 22,6 75,0 24,8 48,1 15,0 7,5 25,0 0,0 0,0 16,7 66,7 16,7 40,0 25,0 0,0 45,2 0,0 45,3 32,9 55,0 71,7 50,0 100,0 0,0 33,3 0,0 55,6 40,0 12,5 50,0 16,1 25,0 16,1 12,7 25,0 15,1 0,0 0,0 0,0 33,3 11,1 0,0 0,0 12,5 0,0 16,1 0,0 13,8 6,3 5,0 5,7 25,0 0,0 100,0 16,7 22,2 27,8 20,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 31 4 428 79 20 106 4 1 1 12 9 18 5 1,1 0,1 4,3 0,5 58,8 10,9 2,7 14,6 0,5 0,1 0,1 1,6 1,2 2,5 0,7 105 Il rapporto tra Salesiani e laici nella partecipazione alla Formazione in servizio registra una presenza molto modesta dei primi rispetto ai secondi: il 3,3% in confronto al 96,7% nel 2012 e il 3,7% in paragone al 96,7% nel 2013 (cfr. Tav. 31). È un andamento che riflette, un po’ peggiorata, la situazione a livello di tutti gli operatori: 4,8% e 95,2% nel 2013-14. Tav. 31 – Partecipazione alla Formazione in servizio per stato ecclesiale, incrociato con l’età e la circoscrizione geografica (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Anche questa volta non abbiamo riportato l’incrocio dello stato ecclesiale con il sesso perché l’andamento è prevedibile a priori. I Salesiani sono sovra-rappresentati tra i maschi, anzi sono tutti maschi, e i laici tra le donne. L’incrocio con l’età vede i Salesiani sovra-rappresentati nella coorte più anziana (oltre 60), collocati sul totale fra i 31 e 60 e assenti tra meno 20 e 30 (cfr. Tav. 31). L’andamento opposto si riscontra fra i laici. La circoscrizione geografica vede una leggera sovra-rappresentazione dei Salesiani al Nord Est e una modesta sotto-rappresentazione al Centro. Il trend contrario si riscontra nel caso dei laici. L’incrocio tra status ecclesiale e titolo di studio registra una sovra-rappresentazione dei Salesiani nella partecipazione alla Formazione in servizio tra i possessori di titoli altri e leggermente tra i qualificati e tra i licenziati della media (solo nel 2013) (cfr. Tav. 32), la loro assenza tra i licenziati delle elementari e della media (unicamente nel 2012), e la loro collocazione sul totale nel caso dei laureati e dei diplomati. L’andamento opposto si riscontra tra i laici tranne che tra i licenziati delle elementari che sono assenti anche fra i laici. Il tipo di contratto evidenzia una crescita dei Salesiani nel tempo determinato e una corrispondente diminuzione dei laici. Nel caso del tempo indeterminato non si riscontra nessun scostamento di rilievo dal totale. Stato Ecclesiale Totale Età Circoscrizione Geografica <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 Salesiano 3,3 0,0 0,0 2,8 3,3 3,9 8,3 6,0 2,5 1,1 3,3 Laico 96,7 0,0 100,0 97,2 96,7 96,1 91,7 94,0 97,5 98,9 96,7 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 0 26 213 215 153 24 215 239 92 85 Totale*** 100,0 0,0 4,1 33,8 34,1 24,2 3,8 34,1 37,9 14,6 13,5 2013 Salesiano 3,7 0,0 0,0 3,2 3,7 4,0 10,0 6,3 2,9 0,9 5,0 Laico 96,3 100,0 100,0 96,8 96.3 96,0 90,0 93,8 97,1 99,1 95,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 1 35 216 219 176 30 176 312 109 80 Totale*** 100,0 0,1 5,2 31,9 32,4 26,0 4,4 26,0 46,1 16,1 11,8 106 Tav. 32 – Partecipazione alla Formazione in servizio per stato ecclesiale, incrociato per titolo di studio, tipo di contratto e profilo ( anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori; *****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Stato Ecclesiale Totale Titolo di Studio**** Tipo di Contratto Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro Tempo Indeterminato Tempo Determinato 2012 Salesiano 3,3 3,9 2,7 5,0 0,0 0,0 50,0 3,1 9,5 Laico 96,7 96,1 97,3 95,0 100,0 0,0 50,0 96.9 90,5 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 232 364 20 5 0 2 610 21 Totale*** 100,0 37,2 58,4 3,2 0,8 0,0 0,3 96,7 3,3 2013 Salesiano 3,7 4,4 2,3 5,6 8,3 0,0 50,0 3,4 8,8 Laico 96,3 95,6 97,7 94,4 91,7 0,0 50,0 96,6 91,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 251 383 18 12 0 2 643 34 Totale*** 100,0 37,7 57,5 2,7 1,8 0,0 0,3 95,0 5,0 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 0,0 0,0 20,7 25,5 2,4 2.6 6,7 3,3 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 5,6 3,4 100,0 100,0 79,3 75,5 97,6 97,4 93.3 96,7 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 94,4 96,6 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 372 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,2 0,6 54,5 11,3 2,2 13,3 1,6 0,1 0,1 2,0 2,9 2,6 1,0 2013 0,0 0,0 25,8 50,0 2,1 2,5 5,0 3,8 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 5,6 0,0 100,0 100,0 74,2 50,0 97,9 97,5 95,0 96,2 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 94,4 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 31 4 428 79 20 106 4 1 1 12 9 18 5 1,1 0,1 4,3 0,5 58,8 10,9 2,7 14,6 0,5 0,1 0,1 1,6 1,2 2,5 0,7 107 Tav. 33 – Partecipazione alla Formazione in servizio per titolo di studio, incrociato con il sesso e la circoscrizione geografica (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori Titolo di Studio Totale Sesso Circoscrizione Geografica M F Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 Laurea 37,2 28,1 64,3 40,5 31,8 43,5 37,7 Diploma 58,4 67,0 33,1 57,2 60,3 53,3 62,3 Qualifica Professionale 3,2 3,4 2,5 1,9 5,4 3,3 0,0 Licenza Media 0,8 1.1 0,0 0,5 1,7 0,0 0,0 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 0,4 0,0 0,0 0,8 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****623 466 157 215 239 92 77 Totale*** 100,0 74,8 25,2 34,5 38,4 14,8 12,3 2013 Laurea 37,7 27,3 67,4 41,5 34,0 41,3 39,1 Diploma 57,5 68,2 26,7 56,8 57,7 56,9 59,4 Qualifica Professionale 2,7 2,8 2,3 1,1 4,2 1,8 1,4 Licenza Media 1,8 1,2 3,5 0,6 3,5 0,0 0,0 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 0,4 0,0 0,0 0,6 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****666 494 172 176 312 109 69 Totale*** 100,0 74,2 25,8 26,4 46,8 16,4 10,4 108 Passando da ultimo al profilo, i Salesiani sono sovra-rappresentati nella partecipazione alla Formazione in servizio dell’area funzionale della direzione tranne che nel caso dei direttori di funzione. Nell’area funzionale erogazione i Salesiani aumentano leggermente tra gli orientatori e i responsabili dei processi, si collocano sul totale nel caso dei tutor, diminuiscono leggermente tra i formatori e i coordinatori e sono assenti tra i progettisti. L’area funzionale dell’amministrazione non evidenzia la presenza di alcun Salesiano nella partecipazione alla Formazione in servizio e lo stesso vale per l’area funzionale della segreteria, logistica e servizi di supporto. La partecipazione alla Formazione in servizio per titolo di studio, se confrontata con la ripartizione degli operatori in base alla medesima variabile nel 2013-14 (cfr. sopra Tav. 13), vede nel 2012 una leggera sovra-rappresentazione di laureati e di diplomati da una parte e dall’altra una modesta sotto-rappresentazione di licenziati della media e l’assenza di quelli delle elementari, mentre nel 2013 le due distribuzioni si avvicinano maggiormente tranne che per l’assenza ancora di licenziati delle elementari nelle attività di aggiornamento (cfr. Tav. 33). Veramente ci si sarebbe aspettato un impegno più grande per il completamento, prolungamento e perfezionamento dei livelli inferiori di formazione, mentre sono quelli sufficienti o più elevati a ricevere una maggiore attenzione. L’incrocio con il sesso evidenzia un diverso andamento secondo i generi tra i titoli più alti, mentre fra quelli più bassi non si notano differenze di rilievo a parte l’assenza di licenziate della media ma solo nel 2012; inoltre, nella Formazione in servizio mancano donne in possesso di titoli altri. Il trend appena richiamato vede i maschi sovra-rappresentati tra i diplomati e sotto-rappresentati tra i laureati, mentre l’opposto si verifica tra le femmine. Passando alle circoscrizioni geografiche, la percentuale dei laureati nella Formazione in servizio aumenta più del totale nel Nord Est e nel Centro, si mantiene sui dati del totale al Sud e si abbassa nel Nord Ovest. A loro volta i diplomati tendono a collocarsi sui dati del totale tranne che nel Sud in cui la loro percentuale cresce e nel Centro in cui essa diminuisce, ma in entrambi i casi solo nel 2012. Lo stesso trend a situarsi sul totale è maggioritario negli altri casi tranne che per l’assenza di partecipazione dei licenziati della media e dei possessori di titoli altri che tende a concentrarsi al Centro dell’Italia. L’incrocio del titolo di studio con lo stato ecclesiastico registra una sostanziale coincidenza dei dati della partecipazione dei laici con quelli del totale (cfr. Tav. 34). Al contrario, la frequenza dei Salesiani è sovra-rappresentata tra i laureati e i possessori di titoli altri ed è sotto-rappresentata tra i diplomati e ciò riflette la diversa distribuzione dei Salesiani tra i titoli di studio, percentualmente più numerosi tra laureati e possessori di titoli altri. Se si fa riferimento all’età, la partecipazione dei laureati è assente o bassa tra le coorti più giovani (meno 20-40), cresce tra la fascia relativamente giovane (31- 40) e quella intermedia (41-50) e diminuisce o rimane sul totale inspiegabilmente nelle coorti più anziane (51-oltre 60). Quella dei diplomati vede una crescita poco 109 comprensibile tra 20 i e 30 e corretta tra i 51-60 (ma non oltre i 60 dove rimane stabile sul totale), mentre si abbassa nelle altre fasce. La partecipazione dei possessori del resto dei titoli diminuisce o è assente tra le fasce più giovani e si colloca sul totale o cresce nelle coorti più anziane. Tav. 34 – Partecipazione alla Formazione in servizio per titolo di studio, incrociato con lo stato ecclesiale e l’età (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori L’incrocio del titolo di studio con il tipo di contratto, vede i dati del tempo indeterminato sostanzialmente coincidenti con quelli del totale (cfr. Tav. 35). La partecipazione alla Formazione in servizio dei laureati e dei licenziati della media a tempo determinato è sovra-rappresentata, mentre risulta sotto-rappresentata quella dei diplomati e assente quella dei possessori di titoli altri, di qualifica professionale (solo nel 2013) e di licenza elementare (tale risultato, però, si colloca sul dato del totale): quest’ultimo andamento si spiega in relazione alla distribuzione dei titoli degli operatori del CNOS-FAP nel tempo determinato (cfr. sopra Tav. 15). Se si fa riferimento al profilo, nell’area funzionale delle direzione la partecipazione dei laureati risulta ovviamente sovra-rappresentata tranne nel caso dei direttori di Titolo di Studio Totale Stato Ecclesiale Età Salesiano Laico <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2012 Laurea 37,2 42,9 37,0 0,0 26,9 42,8 41.4 25,2 39,1 Diploma 58,4 47,6 58,8 0,0 73,1 52,9 54.0 70,2 56,5 Qualifica Professionale 3,2 4,8 3,2 0,0 0,0 3,4 3,3 3,3 4,3 Licenza Media 0,8 0,0 0,0 0,0 0,0 0,5 1,4 0,7 0,0 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 4.8 0,2 0,0 0,0 0,5 0,0 0,7 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****623 21 602 0 26 208 215 151 23 Totale*** 100,0 3,4 96,6 0,0 4.2 33.4 34,5 24,2 3,7 2013 Laurea 37,7 47,8 37,3 0,0 37,1 45,8 42,4 24,1 25,9 Diploma 57,5 39,1 58,2 100,0 62,9 51,6 51,6 70,1 66,7 Qualifica Professionale 2,7 4,3 2,6 0,0 0,0 3,2 3,2 3,4 3,7 Licenza Media 1,8 4,3 1,7 0,0 0,0 2,8 2,8 1,7 3,7 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 4,3 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****666 23 643 0 35 212 217 174 27 Totale*** 100,0 3,5 96,5 0,0 5,3 31,8 32,6 26,1 4,1 110 Tav. 35 – Partecipazione alla Formazione in servizio per titolo di studio, incrociato con il tipo di contratto e il profilo (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori; *****Il totale è 675 nel 2012 e 717 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi p ( ; ) Titolo di Studio Totale Tipo di Contratto Tempo Indeterminato Tempo Determinato 2012 Laurea 37,2 36,2 66,7 Diploma 58,4 59,6 23,8 Qualifica Professionale 3,2 3,2 4,8 Licenza Media 0,8 0,7 4,8 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 0,3 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** ****623 602 21 Totale*** 100,0 96,6 3,4 2013 Laurea 37,7 36,5 60,6 Diploma 57,5 58,8 33,3 Qualifica Professionale 2,7 2,8 0,0 Licenza Media 1,8 1,6 6,1 Licenza Elementare 0,0 0,0 0,0 Altro 0,3 0,3 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 Totale** ****666 633 33 Totale*** 100,0 95,0 5,0 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 17,6 50,0 34,5 75,0 36,8 42,9 73,3 39,6 18,2 0,0 0.0 28,6 25,0 50,0 42,9 58,8 50,0 65,5 25,0 59,6 54,5 20,0 56,0 72,7 100,0 0.0 64,3 75,0 44,4 57,1 23,5 0,0 0,0 0,0 2,7 1,3 0,0 3,3 9,1 0,0 100,0 0,0 5,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,8 1,3 0,0 3,1 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 6,7 0,0 0,0 0,0 0,0 7,1 0,0 5,6 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 364 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,3 0,6 53,9 11,4 2,2 13,5 1,6 0,1 0,1 2,1 3,0 2,7 1,0 2013 37,5 100,0 43,3 75,0 36,4 40,5 75,0 38,7 25,0 0,0 0,0 25,0 22,2 33,3 0,0 50,0 0,0 56,7 25,0 58,9 57,0 20,0 55,7 50,0 100,0 100,0 66,7 77,8 61,1 100,0 12,5 0,0 0,0 0,0 3,1 1,3 0,0 1,9 25,5 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 1,7 1,3 0,0 3,8 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 5,0 0,0 0,0 0,0 0,0 8,3 0,0 5,6 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 30 4 418 79 20 106 4 1 1 12 9 16 5 111 sede operativa nel 2012 in cui è leggermente sotto-rappresentata, e quella dei diplomati tende ad essere sotto-rappresentata eccetto che tra i direttori di sede operativa nel 2012 tra cui è sovra-rappresentata; gli altri titoli sono assenti, ma ciò corrisponde alla loro distribuzione in generale tra i direttori. Nell’area funzionale della erogazione della formazione la frequenza dei laureati all’aggiornamento aumenta più del totale tra gli orientatori e i responsabili dei processi (solo nel 2012, mentre diminuisce nel 2013) e leggermente tra i coordinatori, ma si abbassa tra i progettisti e rimane sul totale negli altri casi, mentre quella dei diplomati ha un andamento opposto; la partecipazione dei possessori del resto dei titoli o si colloca sui dati del totale o, più spesso, è assente, eccetto i titoli altri che crescono tra gli orientatori, i progettisti e i responsabili dei processi. L’area funzionale dell’amministrazione vede: i laureati sotto-rappresentati tranne che tra i collaboratori amministrativi nel 2013 in cui sono sul totale; i diplomati sovra- rappresentati tra i responsabili amministrativo-organizzativi mentre tra i collaboratori amministrativi risultano sotto-rappresentati nel 2013 e collocati sul totale nel 2012; i qualificati sovra-rappresentati tra i collaboratori amministrativi, mentre tra i responsabili amministrativo-organizzativi appaiono assenti nel 2013 e leggermente sovra- rappresentati nel 2012; il resto dei titoli assente tranne che nel caso dei possessori di altri titoli che sono sovra-rappresentati tra i responsabili amministrativo-organizzativi. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, tralasciando gli operatori tecnico-ausiliari e gli operatori tecnici della logistica di cui solo uno partecipa alla Formazione in servizio in entrambi i casi con titolo di diplomato, i laureati aumentano tra i tecnici dei servizi nel 2012 (ma sono assenti nel 2013) e diminuiscono tra gli operatori di segreteria, i diplomati crescono in ambedue i casi e la partecipazione dei possessori del resto dei titoli è assente. Ancora una volta si nota una certa disattenzione ai titoli più bassi e tra le aree funzionali meno elevate. Se il punto di riferimento è il tipo di contratto, la partecipazione alla Formazione in servizio evidenzia che il totale nei due anni è quasi del tutto costituito da operatori a tempo indeterminato (96,7% e 95% rispettivamente nel 2012 e nel 2013), mentre quelli a tempo determinato sono una percentuale molto esigua (3,3% e 5%) (cfr. Tav. 36). Si capisce la remora a non investire su lavoratori che potrebbero anche lasciare i Centri, o non meritare l’impegno del CNOS-FAP, ma lo scarto notevole con la distribuzione generale degli operatori per tipo di contratto (87% e 13% nel 2013-14: cfr. sopra Tav. 16) richiederebbe probabilmente un riequilibrio tra i due gruppi nella Formazione in servizio. L’incrocio con il sesso non mostra alcuna differenza di rilievo rispetto al totale. Si nota soltanto un leggero aumento del tempo indeterminato tra i maschi e del determinato tra le femmine e viceversa. La partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di contratto incrociato con l’età registra nel complesso una tendenza alla crescita con l’elevarsi del numero degli anni nel tempo indeterminato e alla diminuzione con l’abbassarsi nel tempo determinato (cfr. Tav. 36). L’andamento corrisponde alla logica del tempo determinato che è utilizzato in genere con i lavoratori più giovani (cfr. sopra Tav. 7). 112 Tav. 36 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di contratto, incrociato con il sesso e l’età (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga Lo stato ecclesiale non comporta scostamenti di rilievo tra i laici rispetto ai dati del totale (cfr. Tav. 37). Al contrario, la partecipazione in base al contratto a tempo determinato è sovra-rappresentata tra i Salesiani e quella in base al tempo indeterminato è sotto-rappresentata. L’incrocio con la circoscrizione geografica non evidenzia differenze importanti rispetto al totale nel Nord Est e nel Nord Ovest. Nel Centro al contrario il tempo indeterminato è sovra-rappresentato e l’opposto si verifica per quello determinato. Al Sud la situazione rispecchia sostanzialmente il totale nel 2012, ma nel 2013 la tendenza è a una diminuzione della partecipazione degli operatori a tempo indeterminato e una crescita di quelli a tempo determinato. Il titolo di studio comporta un leggero aumento del tempo indeterminato tra i diplomati e tra i possessori di altri titoli e una riduzione consistente tra i licenziati della media (cfr. Tav. 38). Un andamento opposto si riscontra per la partecipazione alla Formazione in servizio degli operatori a tempo determinato in base ai titoli di studio. L’incrocio del tipo di contratto con i profili registra nell’area funzionale della direzione una sovra-rappresentazione del tempo indeterminato tra i dirigenti e una corrispondente sotto-rappresentazione del tempo determinato. Nell’area funzionale della erogazione la partecipazione degli operatori a tempo indeterminato diminuisce tra i progettisti e gli orientatori e aumenta tra i responsabili dei processi; un andamento opposto si registra nel tempo determinato. L’area funzionale dell’amministrazione vede una sovra-rappresentazione del tempo indeterminato tra i responsabili amministrativo-organizzativi e i collaboratori amministrativi insieme con l’assenza del tempo determinato in ambedue i casi. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, il tempo determinato aumenta più Tipo di Contratto Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2012 Tempo Indeterminato 96,7 96,8 96,2 0,0 80,8 94,8 98,6 99,3 95,8 Tempo Determinato 3,3 3,2 3,8 0,0 19,2 5,2 1,4 0,7 4,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 473 158 0 26 213 215 153 24 Totale*** 100,0 75,0 25,0 0,0 4,1 33,8 34,1 24,2 3,8 2013 Tempo Indeterminato 95,0 95,2 94,2 100,0 68,6 92,6 97,7 98,9 100,0 Tempo Determinato 5,0 4,8 5,8 0,0 31,4 7,4 2,3 1,1 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 505 172 1 35 216 219 176 30 Totale*** 100,0 74,6 25,4 0,1 5,2 31,9 32,4 26,0 4,4 113 del totale tra i tecnici dei servizi, gli operatori di segreteria (solo nel 2012) e gli operatori tecnici ausiliari ed è assente tra gli operatori tecnici della logistica, mentre un andamento opposto si riscontra nel tempo indeterminato. Tav. 37 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di contratto, incrociato con la circoscrizione geografica e lo stato ecclesiale (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga La partecipazione alla Formazione in servizio in base al profilo registra: nell’area funzionale della direzione una leggera sovra-rappresentazione nel 2012 (5,7%) rispetto al 2013 (5,1%), attribuibile alla frequenza dei direttori di funzione e una altrettanto modesta sovra-rappresentazione di ambedue gli anni rispetto alla percentuale dell’area nel totale degli operatori del CNOS-FAP (4,1%) nel 2013-14, dovuta soprattutto alla frequenza all’aggiornamento dei direttori di sede operativa; nell’area funzionale della erogazione, che è la più consistente, collocandosi oltre i tre quarti, la sovra-rappresentazione, questa volta, del 2013 (91,1%) in confronto al 2012 (85,9%) e di ambedue in paragone al 2013-14 (76,9%), dovuta in particolare al formatore e nel caso del confronto con il 2013-14 anche al tutor; nell’area funzionale dell’amministrazione, la sotto-rappresentazione sia del 2012 (5,4%) che del 2013 (ancora di più, 2,3%) rispetto al 2013-14 (8,8%), attribuibile soprattutto al collaboratore amministrativo; nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, lo stesso andamento, anche più accentuato (2,8%, 1,4% e 10,1% rispettivamente), dovuto principalmente all’operatore di segreteria e all’operatore tecnico ausiliario (cfr. Tav. 39). In sintesi la partecipazione cresce più del totale nell’area delle direzione e specialmente dell’erogazione e diminuisce nelle aree dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, un andamento comprensibile, ma che nel lungo termine potrebbe portare a delle conseguenze negative sul piano più strettamente gestionale. Tipo di Contratto Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Laico Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 Tempo Indeterminato 96,7 90,5 96,9 95,3 96,7 100,0 96,5 Tempo Determinato 3,3 9,5 3,1 4,7 3,3 0,0 3,5 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 21 610 215 239 92 85 Totale*** 100,0 3,3 96,7 34,1 37,9 14,6 13,5 2013 Tempo Indeterminato 95,0 88,0 95,2 95,5 94,2 99,1 91,3 Tempo Determinato 5,0 12,0 4,8 4,5 5,8 0,9 8,8 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 25 652 176 312 109 80 Totale*** 100,0 3,7 96,3 26,0 46,1 16,1 11,8 114 Tav. 38 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di contratto, incrociato con il titolo di studio e il profilo ( anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 623 nel 2012 e 666 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori; *****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Tipo di Contratto Totale Titolo di Studio**** Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 Tempo Indeterminato 96,7 94,0 98,6 95,0 80,0 0,0 100,0 Tempo Determinato 3,3 6,0 1,4 5,0 20,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 631 232 364 20 5 0,0 2 Totale*** 100,0 37,2 58,4 3,2 0,8 0,0 0,3 2013 Tempo Indeterminato 95,0 92,0 97,1 100,0 83,3 0,0 100,0 Tempo Determinato 5,0 8,0 2,9 0,0 16,7 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** 677 251 383 18 12 0 2 Totale*** 100,0 37,7 57,5 2,7 1,8 0,0 0,3 Profilo***** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 100,0 100,0 100,0 100,0 96,5 98,7 93,3 98,9 90,9 0,0 100,0 92,9 100,0 100,0 71,4 0,0 0,0 0,0 0,0 3,5 1,3 6,7 1,1 9,1 100,0 0,0 7,1 0,0 0,0 28,6 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 17 6 29 4 372 77 15 91 11 1 1 14 20 18 7 2,5 0,9 4,2 0,6 54,5 11,3 2,2 13,3 1,6 0,1 0,1 2,0 2,9 2,6 1,0 2013 100,0 100,0 96,8 100,0 93,7 98,7 95,0 99,1 100,0 0,0 100,0 91,7 100,0 100,0 80,0 0,0 0,0 3,2 0,0 6,3 1,3 5,0 0,9 0,0 100,0 0,0 8,3 0,0 0,0 20,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 8 2 31 4 428 79 20 106 4 1 1 12 9 18 5 1,1 0,1 4,3 0,5 58,8 10,9 2,7 14,6 0,5 0,1 0,1 1,6 1,2 2,5 0,7 115 Tav. 39 – Partecipazione alla Formazione in servizio per profilo, incrociato con il sesso e l’età (anni 2012 e 2013; in % e VA) ( Continua) Profilo Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2012 Direttore di sede operativa 4,2 5,1 1,7 0,0 0,0 1,7 3,4 7,9 16,0 Direttore di funzione 0,9 0,6 1,7 0,0 0,0 0,9 1,7 0,0 0,0 Direttore generale 0,6 0,6 0,6 0,0 0,0 0,0 0,4 1,2 4,0 Formatore 54,5 57,5 45,7 0,0 69,0 59,1 51,3 48,5 64,0 Formatore coordinatore 11,3 12.0 9,1 0,0 6,9 11,3 11,5 13,3 0,0 Formatore orientatore 2,2 1,6 4,0 0,0 0,0 1,7 3,0 2,4 0,0 Formatore Tutor 13,3 13,8 12,0 0,0 13,8 14,3 13,2 12,7 8,0 Progettista 2,0 2,2 1,7 0,0 0,0 1,3 2,1 3,6 0,0 Responsabile dei processi 2,6 2,8 2,3 0,0 0,0 1,7 3,0 3,6 4,0 Collaboratore amministrativo 2,5 0,4 8,6 0,0 0,0 2,6 4,3 0,6 0,0 Responsabile Amm.- organ. 2,9 1,6 6,9 0,0 0,0 2,2 3,0 4,2 4,0 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,2 0,0 0,0 3,4 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,2 0,0 0,0 0,0 0,4 0,0 0,0 0,0 Op. di segreteria 1,6 0,4 5,1 0,0 3,4 1,7 1,7 1,2 0,0 Tecnico dei servizi 1,0 1,2 0,6 0,0 3,4 0,9 1,3 0,6 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****683 508 175 0 29 230 234 165 25 Totale*** 100,0 74,3 25,7 0,0 4,2 33,7 34,3 24,1 3,7 116 Segue Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione ( g ) Profilo Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2013 Direttore di sede operativa 4,3 4,8 2,7 0,0 0,0 1,8 3,3 7,9 12,5 Direttore di funzione 0,3 0,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,4 0,5 0,0 Direttore generale 0,5 0,6 0,5 0,0 0,0 0,0 0,8 1,0 0,0 Formatore 58,8 60,3 54,5 100,0 81,1 63,6 56,1 50,8 65,6 Formatore coordinatore 10,9 11,5 9,1 0,0 5,4 10,5 11,7 13,1 0,0 Formatore orientatore 2,7 1,5 6,4 0,0 0,0 1,3 4,2 3,7 0,0 Formatore Tutor 14,6 14,0 16,0 0,0 10,8 17,5 13,0 13,6 15,6 Progettista 1,6 1,7 1,6 0,0 0,0 1,3 2,5 1,6 0,0 Responsabile dei processi 2,5 2,6 2,1 0,0 0,0 1,3 2,5 3,7 6,3 Collaboratore amministrativo 1,1 0,7 2,1 0,0 0,0 0,9 2,5 0,0 0,0 Responsabile Amm.- organ. 1,2 0,6 3,2 0,0 0,0 0,0 1,7 2,6 0,0 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,2 0,1 0,0 2,7 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,5 0,0 Op. di segreteria 0,5 0,2 1,6 0,0 0,0 0,9 0,4 0,5 0,0 Tecnico dei servizi 0,7 0,9 0,0 0,0 0,0 0,9 0,8 0,5 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****728 541 187 1 37 228 239 191 32 Totale*** 100,0 74,3 25,7 0,1 5,1 31,3 32,8 26,2 4,4 117 L’incrocio con il sesso, evidenzia nell’area funzionale della direzione una leggera sotto-rappresentazione delle donne riguardo alla partecipazione alla For - mazione in servizio dei direttori di sede operativa e la loro assenza tra i direttori di funzione nel 2013 (nel 2012 si ha una loro modesta sovra-rappresentazione). Nell’area della erogazione si registra una sotto-rappresentazione delle donne nella frequenza all’aggiornamento tra i formatori e una loro leggera sovra-rappresentazione tra gli orientatori. L’area dell’amministrazione vede crescere rispetto al totale la percentuale delle donne e diminuire quella degli uomini soprattutto nel 2013. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, si osserva una sovra-rappresentazione delle donne nella partecipazione alla Formazione in servizio degli operatori di segreteria in particolare nel 2012 e la loro assenza o quasi tra gli operatori tecnici ausiliari e tra i tecnici dei servizi. In sintesi, non si osservano disparità considerevoli tra i sessi, ma si potrebbero ridurre le differenze ancora esistenti. A sua volta l’età pone in risalto un tendenziale andamento in crescita con il suo aumento nell’area della direzione, soprattutto tra i direttori di sede operativa, ma non così chiara tra i direttori di funzione e generali. Nell’area dell’erogazione la partecipazione decresce stranamente dalle coorti più giovani a quelle più anziane tranne fra i meno 20 che sono assenti e i più 60 che sono sovra-rappresentati; solo tra i coordinatori, gli orientatori e i responsabili dei processi si nota un andamento tendenziale alla crescita con l’aumento dell’età. L’area dell’amministrazione mette in evidenza un aumento con l’età tra i 31 e i 60. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, si osserva nel 2012 una diminuzione con l’età e nel 2013 una sovra-rappresentazione nel gruppo di età 31-40. Comunque, tendono ad essere centrali i gruppi di età 31-60, mentre i meno sono giustamente assenti, i 20- 30 sono sovra-rappresentati tra i formatori e i tutor, non molto spiegabilmente, e i più anziani (oltre 60) sembrano piuttosto abbandonati a se stessi. Quanto poi all’incrocio tra frequenza alle attività di aggiornamento e la circoscrizione geografica, la partecipazione dei profili dell’area funzionale della direzione mostra che nella maggioranza dei casi le percentuali si collocano sul totale; le eccezioni riguardano il direttore di sede operativa che è leggermente sotto-rappresentato al Sud (solo nel 2012), il direttore di funzione che è leggermente sovrarappresentato al Centro e assente al Sud (unicamente nel 2013) e il direttore generale che è leggermente sovra-rappresentato al Nord Est e assente al Nord Ovest (in entrambi i casi solo nel 2013, cfr. Tav. 40). Nell’area funzionale della erogazione la situazione è piuttosto variegata: la frequenza dei formatori cresce al Centro e al Sud; quella dei coordinatori cresce al Nord Est e diminuisce al Sud e leggermente al Nord Ovest; quella degli orientatori sale lievemente al Centro e si abbassa leggermente al Sud e al Nord Ovest (solo nel 2013); quella dei tutor aumenta al Nord Ovest e si riduce al Nord Est e al Sud; quella dei progettisti cresce in misura modesta al Centro e al Sud e scende in altrettanta misura al Nord Est (solo nel 2013); il responsabile dei processi aumenta leggermente al Sud, si riduce al Nord Est (solo 118 Tav. 40 – Partecipazione alla Formazione in servizio per profilo, incrociato con la circoscrizione geografica e lo stato ecclesiale (anni 2012 e 2013; in % e VA) ( Continua) Profilo Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 Direttore di sede operativa 4,2 26,1 3,5 3,6 5,7 4,8 1,1 Direttore di funzione 0,9 0,0 0,9 0,4 0,0 3,8 1,1 Direttore generale 0,6 4,3 0,5 0,9 0,4 1,0 0,0 Formatore 54,5 39,1 55,0 56,1 49,8 47,6 71,7 Formatore coordinatore 11,3 8,7 11,4 17,5 9,1 9,5 4,3 Formatore orientatore 2,2 4,3 2,1 1,8 2,3 3,8 1,1 Formatore Tutor 13,3 13,0 13,3 8,5 20,5 13,3 4,3 Progettista 2,0 0,0 2,1 1,3 1,1 4,8 3,3 Responsabile dei processi 2,6 4,3 2,6 1,3 3,0 1,9 5,4 Collaboratore amministrativo 2,5 0,0 2,6 3,1 2,3 2,9 1,1 Responsabile Amm. organ. 2,9 0,0 3,0 3,1 1,9 5,7 2,2 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,0 0,2 0,0 0,4 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,0 0,2 0,0 0,4 0,0 0,0 Op. di segreteria 1,6 0,0 1,7 0,9 2,3 1,0 2,2 Tecnico dei servizi 1,0 0,0 1,1 1,3 0,8 0,0 2,2 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****683 23 660 223 263 105 92 Totale*** 100,0 3,4 96,6 32,6 38,5 15,4 13,5 119 (Segue) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione Profilo Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2013 Direttore di sede operativa 4,3 29,6 3,3 3,8 4,1 4,4 5,6 Direttore di funzione 0,3 0,0 0,3 0,5 0,0 0,9 0,0 Direttore generale 0,5 7,4 0,3 1,6 0,0 0,9 0,0 Formatore 58,8 33,3 59,8 57,6 56,7 61,1 66,3 Formatore coordinatore 10,9 7,4 11,0 20,7 7,6 8,8 5,6 Formatore orientatore 2,7 3,7 2,7 1,6 3,2 4,4 1,1 Formatore Tutor 14,6 14,8 14,6 4,3 22,2 14,2 6,7 Progettista 1,6 0,0 1,7 1,1 1,2 3,5 2,2 Responsabile dei processi 2,5 3,7 2,4 1,6 2,9 0,0 5,6 Collaboratore amministrativo 1,1 0,0 1,1 2,2 0,6 0,9 1,1 Responsabile Amm. organ. 1,2 0,0 1,3 3,3 0,0 0,9 2,2 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,0 0,1 0,0 0,3 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,0 0,1 0,0 0,0 0,0 1,1 Op. di segreteria 0,5 0,0 0,6 0,5 0,6 0,0 1,1 Tecnico dei servizi 0,7 0,0 0,7 1,1 0,6 0,0 1,1 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****728 27 701 184 342 113 89 Totale*** 100,0 3,7 96,3 25,3 47,0 15,5 12,2 120 nel 2013) e diminuisce (2012) o è assente (2013) al Centro. La partecipazione dei profili dell’area funzionale dell’amministrazione si situa nella maggioranza dei casi sui dati del totale tranne quella del collaboratore amministrativo che aumenta nel Nord Est (2013) e diminuisce nel Sud (2012) e del responsabile amministrativoorganizzativo che aumenta leggermente nel Nord Est (2013) e nel Centro (2012) e diminuisce (2012) o è assente (2013) nel Nord Ovest. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto la frequenza all’aggiornamento risulta: prevalentemente assente tra gli operatori tecnici ausiliari (eccetto che nel Nord Ovest) e tra gli operatori tecnici della logistica (tranne che nel Nord Ovest nel 2012 e nel Sud nel 2013); sui dati del totale tra gli operatori di segreteria e i tecnici dei servizi tranne nel primo caso in cui la partecipazione è assente al Centro (2013) e nel secondo in cui la frequenza cresce leggermente al Sud. Come osservazione generale si può dire che è principalmente la partecipazione nell’area funzionale dell’erogazione che richiede interventi di riequilibrio piuttosto generalizzati nelle varie circoscrizioni rispetto al totale. Se si passa all’incrocio tra la partecipazione alla formazione in base al profilo e lo stato ecclesiale emerge, come negli altri casi, che i dati relativi ai laici si collocano generalmente su quelli del totale. Quanto ai Salesiani, la frequenza alle attività di aggiornamento dei profili dell’area funzionale della direzione è sovra-rappresentata tra di loro tranne il caso della partecipazione dei direttori di funzione che è assente; nell’area funzionale dell’erogazione la frequenza degli orientatori e dei responsabili dei processi cresce tra i Salesiani, mentre diminuisce quella dei formatori e dei coordinatori, quella dei progettisti è assente (ma non ci sono Salesiani progettisti) e quella dei tutor risulta sul totale; da ultimo la partecipazione dei profili delle aree funzionali dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto è assente tra i Salesiani anche perché questi ultimi sono presenti solo tra i responsabili amministrativo-organizzativi e gli operatori tecnici ausiliari. In conclusione, l’unico suggerimento che si può dare è quello di riequilibrare un poco la partecipazione dei vari profili tra i Salesiani. L’incrocio della partecipazione alla Formazione in servizio tra il profilo e il tipo di contratto evidenzia come negli altri casi che i dati relativi al tempo indeterminato si collocano generalmente su quelli del totale (cfr. Tav. 41). Quanto al tempo determinato, si registra l’assenza dei profili dell’area funzionale della direzione dalla frequenza all’aggiornamento tranne nel caso dei direttori di sede operativa nel 2013 che sono tuttavia sotto-rappresentati. L’area dell’erogazione vede la sovrarappresentazione dei formatori e dei progettisti, la sotto-rappresentazione dei coordinatori e dei tutor e l’assenza dei responsabili dei processi (che però non hanno contratti a tempo determinato), mentre la partecipazione degli orientatori è sui dati del totale. La partecipazione dei profili dell’area dell’amministrazione manca nel tempo determinato. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, la partecipazione degli operatori tecnico-ausiliari, degli operatori di segreteria (2012) e dei tecnici dei servizi è leggermente sovra-rappresentata 121 Tav. 41 – Partecipazione alla Formazione in servizio per profilo, incrociato con il titolo di studio e il tipo di contratto (anni 2012 e 2013; in % e VA) ( Continua) Profilo Totale Tipo di Contratto Titolo di Studio***** Tempo Indeterminato Tempo Determinato Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 Direttore di sede operativa 4,2 4,4 0,0 3,9 4,9 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore di funzione 0,9 0,9 0,0 1,2 0,8 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore generale 0,6 0,6 0,0 1,2 0,3 0,0 0,0 0,0 0,0 Formatore 54,5 54,5 61,9 52,3 55,6 47,6 60,0 0,0 0,0 Formatore coordinatore 11,3 11,5 4,8 12,9 10,8 4,8 20,0 0,0 0,0 Formatore orientatore 2,2 2,1 4,8 4,3 0,8 0,0 0,0 0,0 33,3 Formatore Tutor 13,3 13,6 4,8 14,1 13,1 14,3 20,0 0,0 0,0 Progettista 2,0 2,0 4,8 1,6 2,3 0,0 0,0 0,0 33,3 Responsabile dei processi 2,6 2,7 0,0 3,5 2,1 0,0 0,0 0,0 33,3 Collaboratore amministrativo 2,5 2,6 0,0 1,2 2,6 19,0 0,0 0,0 0,0 Responsabile Amm.- organ. 2,9 3,0 0,0 2,0 3,6 4,8 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,0 4,8 0,0 0,3 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,2 0,0 0,0 0,0 4,8 0,0 0,0 0,0 Op. di segreteria 1,6 1,5 4,8 0,8 2,1 4,8 0,0 0,0 0,0 Tecnico dei servizi 1,0 0,8 9,5 1,2 1,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****683 660 23 256 390 21 5 0 3 Totale*** 100,0 96,6 3,4 37,9 57,8 3,1 0,7 0,0 0,4 122 (Segue) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è 683 nel 2012 e 728 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione; *****Il totale è 675 nel 2012 e 717 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori ( g ) Profilo Totale Tipo di Contratto Titolo di Studio***** Tempo Indeterminato Tempo Determinato Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2013 Direttore di sede operativa 4,3 4,3 2,9 4,8 4,1 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore di funzione 0,3 0,3 0,0 0,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 Direttore generale 0,5 0,6 0,0 1,1 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Formatore 58,8 57,8 79,4 55,7 55,9 72,2 58,3 0,0 0,0 Formatore coordinatore 10,9 11,2 2,9 11,7 10,9 5,6 8,3 0,0 0,0 Formatore orientatore 2,7 2,7 2,9 5,5 1,0 0,0 0,0 0,0 33,3 Formatore Tutor 14,6 15,1 2,9 15,0 14,4 11,1 33,3 0,0 0,0 Progettista 1,6 1,6 2,9 1,1 1,9 0,0 0,0 0,0 33,3 Responsabile dei processi 2,5 2,6 0,0 2,2 2,7 0,0 0,0 0,0 33,3 Collaboratore amministrativo 1,1 1,2 0,0 1,1 1,0 5,6 0,0 0,0 0,0 Responsabile Amm.- organ. 1,2 1,3 0,0 0,7 1,7 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico ausiliario 0,1 0,0 2,9 0,0 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. tecnico della logistica 0,1 0,1 0,0 0,0 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Op. di segreteria 0,5 0,6 0,0 0,4 0,5 5,6 0,0 0,0 0,0 Tecnico dei servizi 0,7 0,6 2,9 0,0 1,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****728 694 34 273 411 18 12 0 3 Totale*** 100,0 95,3 4,7 38,1 57,3 2,5 1,7 0,0 0,4 123 sempre nel tempo determinato, mentre manca quella degli operatori tecnici della logistica. In conclusione, si può raccomandare che la partecipazione al tempo determinato vada riequilibrata nell’area funzionale dell’erogazione e avviata nell’area funzionale dell’amministrazione. Se si fa riferimento all’incrocio tra i profili e i titoli di studio, la partecipazione alla Formazione in servizio è limitata nell’area funzionale della direzione ai laureati e ai diplomati anche perché tali figure mancano nel resto dei titoli e le percentuali si collocano generalmente sui dati del totale (cfr. Tav. 41). Nell’area funzionale dell’erogazione emerge che: la frequenza di orientatori, progettisti e responsabili dei processi si concentra tra i laureati, i diplomati e i possessori di titoli altri ed è assente nel restante dei casi – anche perché tali profili non si riscontrano tra questi titoli – e le percentuali si situano sui dati del totale; la partecipazione dei formatori diminuisce tra i laureati e tra i diplomati (solo nel 2013 ed è sul totale nel 2012), cresce tra i qualificati (solo nel 2013, ma scende nel 2012), sale tra i licenziati della media (solo nel 2012, ma è sul totale nel 2013) ed è assente nel restante dei titoli dove comunque mancano tali operatori; la frequenza dei coordinatori si colloca sul totale tra laureati, diplomati e qualificati, mentre cresce tra i licenziati della media (solo nel 2012 e nel 2013 è sul totale) ed è assente nel restante dei titoli tra cui comunque non si trovano tali operatori; la frequenza dei formatori tutor si situa sul totale tra laureati e diplomati, sale tra i licenziati della media, diminuisce tra i qualificati (solo nel 2013, ma è sul totale nel 2012) ed è assente nel restante dei titoli dove comunque tali operatori non si riscontrano. Nell’area funzionale dell’amministrazione la partecipazione dei collaboratori amministrativi e dei responsabili amministrativo- organizzativi diminuisce tra i laureati e i diplomati (nel 2012, ma è sul totale nel 2013), si colloca sul totale tra i diplomati, cresce tra i qualificati (tranne quella dei responsabili amministrativo-organizzativi che è assente nel 2013) ed è assente nel restante dei titoli dove comunque tali operatori generalmente non si riscontrano. Nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, la partecipazione dell’operatore di segreteria è sovra-rappresentata tra i qualificati e sul totale (2013) e sotto-rappresentata (2012) tra laureati e diplomati, quella dell’operatore tecnico-ausiliare si situa sul totale tra i diplomati, quella dell’operatore tecnico della logistica è sovra-rappresentata tra i qualificati (solo 2012) e si colloca sul totale tra i diplomati (solo nel 2013) e quella del tecnico dei servizi si colloca sul totale tra i diplomati e tra i laureati (solo 2012): certamente questa è l’area dei profili che richiede maggiori interventi di riequilibrio insieme con quella della erogazione, anche se in questo caso parzialmente. Come si è osservato all’inizio, dopo aver esaminato la partecipazione degli operatori del CNOS-FAP alla Formazione in servizio in base alle loro caratteristiche socio-demografiche, si dedicherà l’ultima parte di questa sezione ad un’analisi secondo il tipo delle attività offerte dalla Sede Nazionale dell’Ente. Anzitutto, va evidenziato che il totale di quanti hanno frequentato i vari tipi di offerta è superiore a quello degli operatori che vi hanno partecipato perché alcuni di questi hanno preso parte a più di un tipo e precisamente 887 rispetto a 631 nel 2012 e 924 in confronto a 677 nel 2013 e la differenza è di circa il 40% (40,6% nel primo caso e 36,5% nel secondo), un primo segnale del successo delle iniziative in generale (cfr. Tav. 42). Nella stessa direzione sembra andare anche il dato della crescita che si registra tra i due anni che è in valore assoluti di 37 presenze in più e del 4,2% in percentuale. La distribuzione della frequenza tra le varie attività registra una sostanziale convergenza tra i due anni: la maggioranza assoluta va ai corsi regionali (che corrispondono alla dizione di corsi residenziali regionali/locali, utilizzata nel questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori che verrà commentato nel capitolo successivo) che nel biennio crescono leggermente dal 50,2% (327) nel 2012 al 53,5% (494); intorno a un quarto/un quinto si collocano i corsi nazionali (che corrispondono alla dizione corsi residenziali nazionali – area delle competenze tecnico-professionali e corsi residenziali nazionali – area delle competenze di base) che sono sostanzialmente stabili a livello percentuale, 23,4% o 208 e 23,9% o 221 e i seminari dei settori professionali (che corrispondono alla dizione seminari tecnici per i formatori del questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori) che segnano una leggera diminuzione percentuale e in valori assoluti dal 19,7%, o 175, al 17,7%, o 164); le altre tre offerte si collocano al disotto del 5% (i seminari per il personale direttivo che restano stabili a livello percentuale, 4,1%, o 36, e 4,1%, o 38; i seminari tematici legati ad eventi esterni che diminuiscono in percentuale e in valori assoluti dal 2,1%, o 19, allo 0,5%, o 5; i corsi FAD che scendono in percentuale e in valori assoluti, ambedue minimi, dallo 0,5%, o 4, allo 0,2%, o 2). A un primo esame, ma ritorneremo poi sull’argomento nel commento ai focus group, l’ossatura della Formazione in servizio del CNOS-FAP è costituita primariamente dai corsi regionali e poi da quelli nazionali e dai seminari dei settori; preoccupa la presenza totalmente marginale della FAD in un mondo dominato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. L’incrocio del tipo di attività di Formazione in servizio con il sesso mette in evidenza un’ulteriore leggera crescita della frequenza degli uomini rispetto alle donne in paragone con il totale dei partecipanti contati una volta sola che aveva già visto un aumento percentuale da due terzi circa a tre quarti quasi in relazione alla distribuzione per sesso del totale degli operatori (cfr. sopra Tav. 23). L’articolazione delle attività tra gli uomini riflette sostanzialmente i dati del totale. Se si passa a quella delle donne, si registra una sovra-rappresentazione dei corsi regionali, una sotto-rappresentazione tra i corsi nazionali, nei seminari dei settori professionali (solo nel 2013) e nei seminari del personale direttivo (unicamente nel 2012), mentre sono assenti dai seminari tematici. Anche in questo caso la conclusione che si può trarre è quella di un riequilibrio della partecipazione a favore delle donne soprattutto quanto ai corsi nazionali e ai seminari dei settori professionali. 124 125 Tav. 42 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di attività, incrociato con il sesso e l’età (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è superiore al numero degli operatori che hanno partecipato alla Formazione in servizio perché alcuni hanno preso parte a più di un tipo di attività Se ci si riferisce all’età, va notata anzitutto una sostanziale coincidenza della distribuzione per classi di età tra il totale degli operatori del CNOS-FAP, il totale di quanti partecipano alla Formazione in servizio contati una volta sola e il totale di quanti hanno frequentato i vari tipi di attività, contati per ogni tipo (cfr. Tav. 42). La partecipazione ai corsi regionali vede una modesta crescita nelle coorti più anziane (51-oltre 60) che si giustifica per l’obsolescenza delle conoscenze e delle competenze e che per la medesima ragione si giustificherebbe anche per la coorte intermedia (41-50) dove, invece, si osserva una leggera diminuzione. Riguardo ai corsi nazionali si nota una sovra-rappresentazione delle classi più giovani (20-40) e una sotto-rappresentazione di quella più anziane (50-oltre 60) che forse si spiega per le tematiche trattate in questi corsi che hanno una funzione maggiormente di socializ- Tipo di Attività Totale Sesso Età M F <20 20-30 31-40 41-50 51-60 >60 2012 Seminario settori professionali 19,7 19,8 19,4 0,0 15,4 20,7 21,7 16,1 18,5 Seminario direttori 4,1 4,7 1,9 0,0 0,0 1,6 3,5 8,0 14,8 Seminario tematico 2,1 2,8 0,0 0,0 5,1 1,3 3,5 1,0 0,0 Corso nazionale 23,4 24,2 20,9 0,0 28,2 27,0 25,2 15,6 14,8 Corso regionale 50,2 48,0 57,3 0,0 48,7 49,0 45,9 58,8 51,9 FAD 0,5 0,4 0,5 0,0 2,6 0,3 0,3 0,5 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****887 681 206 0 39 304 318 199 27 Totale*** 100,0 76,8 23,2 0,0 4,4 34,3 35,8 22,4 3,0 2013 Seminario settori professionali 17,7 19,1 13,2 0,0 17,6 18,1 20,5% 13,8 16,7 Seminario direttori 4,1 4,3 3,7 0,0 0,0 1,6 3,3% 8,4 13,3 Seminario tematico 0,5 0,7 0,0 0,0 2,0 1,0 0,3% 0,0 0,0 Corso nazionale 23,9 24,5 21,9 50,0 25,5 25,9 25,4 21,3 3,3 Corso regionale 53,5 51,2 60,7 50,0 54,9 52,8 50,5 56,4 66,7 FAD 0,2 0,1 0,5 0,0 0,0 0,6 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****924 705 219 2 51 309 307 225 30 Totale*** 100,0 76,3 23,7 0,2 5,5 33,4 33,2 24,4 3,2 zazione al progetto dell’Ente a cui le generazioni più anziane sono state già ampiamente introdotte. I seminari dei settori professionali evidenziano una sostanziale stabilità sui dati del totale nelle coorti più giovani (20-40), una leggera crescita in quella intermedia (41-50) e una modesta diminuzione in quelle più anziane, soprattutto tra i 51-60. Nei seminari per i direttori si registra, come era da aspettarsi per la loro età, una sovra-rappresentazione delle classi di età più anziane (51-oltre 60), nei seminari tematici legati ad eventi esterni tendono a prevalere i più giovani (20-40), probabilmente più disponibili e interessati, come anche nei corsi FAD data la maggiore conoscenza e competenze nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle generazioni più giovani. L’incrocio del tipo di attività di Formazione in servizio con la circoscrizione geografica mette in evidenza tra il 2012 e il 2013 una crescita della partecipazione degli operatori contati per ogni tipo di attività nel Nord Ovest e leggera al Centro e una diminuzione al Nord Est e modesta al Sud, mentre nei confronti del totale dei partecipanti contati una sola volta, nel 2012 cresce il Nord Est e diminuisce il Sud e leggermente il Nord Ovest e nel 2013 aumenta leggermente il Nord Ovest e il Centro e scende il Sud (cfr. Tav. 43). In altre parole, l’andamento che sembra più chiaro nel biennio pare quello di una diminuzione della partecipazione del Sud rispetto alla sua presenza nel totale dei partecipanti. Venendo ai singoli tipi di attività, nel Nord Est risulta sovra-rappresentata la partecipazione ai corsi regionali e leggermente sotto-rappresentata quella ai corsi nazionali e ai seminari dei settori professionali per cui parrebbe consigliabile un riequilibrio; nel Nord Ovest le percentuali tendono a collocarsi sul totale soprattutto nel 2013; un andamento simile si riscontra al Centro tranne che per la frequenza dei corsi nazionali che diminuisce rispetto al totale e quella dei seminari per direttori che risulta in crescita; il Sud vede una sovra-rappresentazione dei corsi nazionali e dei seminari dei settori professionali e una sotto-rappresentazione dei corsi regionali, ma il trend dipende dalle difficoltà di organizzare questi ultimi per l’insufficiente supporto degli assessorati competenti. Se si fa riferimento allo stato ecclesiale, si nota una leggera diminuzione delle percentuali dei Salesiani, passando dal totale degli operatori a quello dei partecipanti alla Formazione in servizio contati una sola volta, a quello dei partecipanti calcolati tante volte quanti i tipi di attività frequentati: sarebbe opportuno che vi prendessero parte secondo la loro presenza nel totale perché hanno bisogno di aggiornamento anche più dei laici, occupando posizioni direttive in misura notevolmente più consistente (cfr. Tav. 43). La partecipazione dei laici ai vari tipi di attività si colloca in ambedue gli anni sui dati del totale, mentre quella dei Salesiani è sotto-rappresentata nei corsi nazionali, nei seminari dei settori professionali e nei corsi regionali (solo nel 2013) e sovra-rappresentata nei seminari per i direttori e certamente questo andamento va riequilibrato per mantenere le proprie conoscenze e competenze a un livello comparabile con i laici. 126 127 Tav. 43 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di attività, incrociato con lo stato ecclesiale e la circoscrizione geografica (anni 2012 e 2013; in % e VA) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è superiore al numero degli operatori che hanno partecipato alla Formazione in servizio perché alcuni hanno preso parte a più di un tipo di attività L’incrocio della partecipazione alle differenti iniziative di Formazione in servizio con i tipi di contratto vede una sostanziale coincidenza delle percentuali riguardo alla frequenza degli operatori sia contati una volta sola o più volte secondo il tipo di attività, sia tra gli anni 2012 e 2013; al contrario si notano diversità tra gli operatori che partecipano ai vari tipi di formazione e gli operatori in generale dell’Ente nel senso che tra i primi cresce la presenza dei contratti a tempo indeterminato e diminuisce quella dei contratti a tempo determinato che si riduce a percentuali inferiori al 5% (cfr. Tav. 44). Come al solito, l’articolazione delle varie offerte di aggiornamento con il tempo indeterminato si pone sui dati del totale. La distribuzione in base al tempo determinato mette in risalto una crescita della partecipazione nei seminari dei settori professionali e una diminuzione nei corsi regionali e nazio- Tipo di Attività Totale Stato Ecclesiale Circoscrizione Geografica Salesiano Laico Nord Est Nord Ovest Centro Sud 2012 Seminario settori professionali 19,7 12,0 20,0 11,8 22,4 21,4 28,6 Seminario direttori 4,1 28,0 3,4 3,1 4,9 7,1 0,8 Seminario tematico 2,1 0,0 2,2 0,7 1,7 1,6 7,1 Corso nazionale 23,4 8,0 23,9 19,2 26,7 19,8 27,8 Corso regionale 50,2 52,0 50,1 65,2 43,4 49,2 35,7 FAD 0,5 0,0 0,5 0,0 0,9 0,8 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****887 25 862 287 348 126 1256 Totale*** 100,0 2,8 97,2 32,4 39,2 14,2 14,2 2013 Seminario settori professionali 17,7 13,8 17,9 14,8 18,2 16,9 23,4 Seminario direttori 4,1 27,6 3,4 3,9 3,8 5,6 3,6 Seminario tematico 0,5 0,0 0,6 0,0 0,2 0,6 2,7 Corso nazionale 23,9 10,3 24,4 20,4 23,9 21,9 34,2 Corso regionale 53,5 44,8 53,7 60,9 53,7 54,4 36,0 FAD 0,2 3,4 0,1 0,0 0,2 0,6 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****924 29 895 230 423 160 111 Totale*** 100,0 3,1 96,9 24,9 45,8 17,3 12,0 128 Tav. 44 – Partecipazione alla Formazione in servizio per tipo di attività, incrociato con il titolo di studio, il tipo di contratto e il profilo (anni 2012 e 2013; in % e VA) ( Continua) Tipo di Attività Totale Tipo di contratto Titolo di Studio****** Tempo Indeterminato Tempo Determinato Laurea Diploma Qualifica Professionale Licenza Media Licenza Elementare Altro 2012 Seminario settori professionali 19,7 19,5 26,9 20,2 19,0 16,7 33,3 0,0 66,7 Seminario direttori 4,1 4,2 0,0 4,3 4,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Seminario tematico 2,1 2,2 0,0 0,6 3,3 0,0 0,0 0,0 0,0 Corso nazionale 23,4 23,7 15,4 23,0 22,7 16,7 44,4 0,0 33,3 Corso regionale 50,2 49,9 57,7 51,2 50,4 66,7 22,2 0,0 0,0 FAD 0,5 0,5 0,0 0,6 0,4 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****887 861 26 322 520 24 9 0 3 Totale*** 100,0 97,1 2,9 36,7 59,2 2,8 1,0 0,0 0,3 2013 Seminario settori professionali 17,7 17,6 20,5 15,9 18,6 9,5 18,8 0,0 50,0 Seminario direttori 4,1 4,2 2,3 5,2 3,7 0,0 0,0 0,0 0,0 Seminario tematico 0,5 0,6 0,0 0,3 0,7 0,0 0,0 0,0 0,0 Corso nazionale 23,9 24,1 20,5 23,5 23,7 19,0 25,0 0,0 0,0 Corso regionale 53,5 53,4 54,5 54,9 53,1 71,4 56,3 0,0 50,0 FAD 0,2 0,1 2,3 0,3 0,2 0,0 0,0 0,0 0,0 Totale* 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale** ****924 880 44 328 544 21 16 911--0 2 Totale*** 100,0 95,2 4,8 36,0 59,7 2,3 1,8 0,0 0,2 129 (Segue) Legenda: VA=Valore Assoluto; *% di colonna; **VA di riga; ***% di riga; ****Il totale è superiore al numero degli operatori che hanno partecipato alla Formazione in servizio perché alcuni hanno preso parte a più di un tipo di attività; *****Il totale è 878 nel 2012 e 911 nel 2013 a causa della presenza nell’archivio di campi non obbligatori; ****** Il totale è 973 nel 2012 e 1007 nel 2013 perché alcuni dipendenti svolgono più di una mansione - 1. Collaboratore amministrativo, 2. Direttore di funzione, 3. Direttore di sede operativa, 4. Direttore generale, 5. Formatore, 6. Form. coordinatore, 7. Form. orientatore, 8. Form. tutor, 9. Operatore di Segreteria, 10. Op. Tecnico Ausiliario, 11. Op. Tecnico della logistica, 12. Progettista, 13. Resp. Ammin. Organizzativo, 14. Responsabile dei processi, 15. Tecnico dei servizi Profilo****** 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 2012 11,1 0,0 0,0 0,0 19,4 22,3 37,5 25,2 8,3 0,0 0,0 41,7 0,0 29,6 36,4 0,0 0,0 80,6 75,0 0,2 3,1 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 7,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0% 2,6 3,1 0,0 2,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 3,7 0,0 5,6 0,0 0,0 0,0 26,9 23,8 33,3 22,0 16,7 0,0 0,0 29,2 0,0 22,2 36,4 83,3 100,0 19,4 25,0 50,9 47,7 29,2 48,0 75,0 100,0 100,0 25,0 100,0 37,0 27,3 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 2,4 0,0 0,0 0,0 4,2% 0,0 0,0 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 18 6 36 4 532 130 24 127 12 1 1 24 20 27 11 1,8 0,6 3,7 0,4 54,7 13,4 2,5 13,0 1,2 0,1 0,1 2,5 2,0 2,8 1,1 2013 11,1 50,0 4,9 0,0 15,3 25,8 29,4 21,7 40,0 0,0 0,0 38,9 25,0 33,3 28,6 0,0 0,0 70,7 100,0 0,0 4,2 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 8,3 7,4 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,7 0,8 0,0 0,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 22,2 0,0 7,3 0,0 26,4 21,7 26,5 21,0 20,0 100,0 0,0 33,3 25,0 22,2 28,6 66,7 50,0 17,1 0,0 57,5 47,5 44,1 55,8 40,0 0,0 100,0 27,8 41,7 37,0 42,9 0,0 0,0 0,0 0,0 0,2 0,0 0,0 0,7 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 0,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 9 2 41 4 588 120 34 138 5 1 1 18 12 27 7 0,9 0,2 4,1 0,4 58,4 11,9 3,4 13,7 0,5 0,1 0,1 1,8 1,2 2,7 0,7 130 nali: dal momento che i tre andamenti tendono a ridursi nel 2013, non pare necessario suggerire alcun riequilibrio. Se si prende in considerazione l’incrocio della frequenza alle diverse offerte di aggiornamento con il titolo di studio, anzitutto si osserva una fondamentale corrispondenza delle percentuali riguardo alla frequenza degli operatori sia contati una volta sola o più volte secondo il tipo di attività, sia tra gli anni 2012 e 2013, e al tempo stesso si registra una notevole coincidenza tra gli operatori che partecipano ai vari tipi di formazione e gli operatori in generale dell’Ente tranne che per una sovrarappresentazione dei primi tra i diplomati e una sotto-rappresentazione tra i qualificati (cfr. Tav. 44). Venendo ai singoli tipi di attività, la distribuzione tra i laureati e i diplomati si colloca in generale sui dati del totale; quella tra i qualificati evidenzia una sovra-rappresentazione dei corsi regionali e una sotto-rappresentazione dei corsi nazionali e dei seminari dei settori professionali; quella tra i licenziati della media si situa sui dati del totale nel 2013, superando alcune differenze riscontrabili nel 2012; quella fra i titoli altri mette in risalto una crescita dei seminari dei settori professionali e dei corsi nazionali (solo nel 2012, mentre nel 2013 sono assenti), una collocazione sul totale dei corsi regionali (nel 2013, ma mancano nel 2012) e una assenza negli altri casi. Sembra che l’unico andamento chiaro da riequilibrare riguardi i qualificati professionali la cui presenza dovrebbe aumentare nei seminari dei settori professionali e nei corsi nazionali e diminuire nei corsi nazionali. L’incrocio della partecipazione ai vari tipi di Formazione in servizio con i profili vede una sostanziale coincidenza delle percentuali riguardo alla frequenza degli operatori sia contati una volta sola o più volte secondo il tipo di attività, sia tra gli anni 2012 e 2013; al contrario si notano differenze in base ai profili tra gli operatori che partecipano ai vari tipi di formazione e gli operatori in generale dell’Ente nel senso che nel primo caso sono sovra-rappresentate le aree funzionali della direzione e della formazione, mentre sono sotto-rappresentate quelle dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto che, pertanto, vanno riequilibrate (cfr. Tav. 44). Passando, poi, ai singoli tipi di attività, l’area funzionale della direzione vede nell’insieme una sovra-rappresentazione della partecipazione ai seminari dei direttori e una sotto-rappresentazione o assenza negli altri casi. Nell’area funzionale dell’erogazione tendono a crescere i seminari dei settori professionali (tranne tra i formatori che sono sul totale) e i corsi nazionali tra i formatori, i tutor e i progettisti, mentre negli altri casi sono sul totale, e a diminuire i corsi regionali tra i coordinatori, gli orientatori, i progettisti e i responsabili dei processi mentre aumentano tra i formatori e rimangono sul totale negli altri casi. L’area funzionale dell’amministrazione evidenzia andamenti contrastanti tra i due anni in merito ai responsabili amministrativo-organizzativi e per quanto riguardo i collaboratori amministrativi si nota una crescita nei corsi ragionali e una diminuzione nei seminari dei settori professionali. Nell’area della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto le uniche tendenze un poco consolidate riguardano una sovra-rappresentazione dei seminari per i settori professionali e una sotto-rappresentazione 131 dei corsi regionali, relativamente soltanto ai tecnici dei servizi e agli operatori di segreteria che sono gli unici ad avere una consistenza numerica sufficiente. La raccomandazione che si può fare è di riequilibrare la partecipazione alle varie attività secondo i casi, a meno che le diversità non dipendano da situazioni specifiche. 4. CONCLUSIONI Le informazioni raccolte nel database archivio dipendenti del CNOS-FAP sono state elaborate in funzione della struttura stessa dell’archivio informatico. Dato il costante e continuo aggiornamento dell’archivio, le informazioni sono state estratte alla data del 3 novembre 2014. Sono state considerate, in un primo momento le caratteristiche di base dei dipendenti CNOS-FAP; in un secondo momento l’attenzione si è focalizzata sulla partecipazione alla Formazione in servizio, sempre in considerazione delle caratteristiche socio-demografiche dei partecipanti. Essenzialmente lo studio è consistito in analisi mono e bivariate ottenute attraverso un sistema di query (interrogazioni), rivolte direttamente al sistema che fornisce in risposta esclusivamente il conteggio (in valore assoluto) degli stati delle diverse caratteristiche considerate (le variabili). Le informazioni archiviate nel database sono state trattate esclusivamente a fini statistici e nel rispetto della riservatezza e della tutela della privacy. Essendo l’archivio dipendenti funzionale, in uso da ormai diversi anni e costantemente aggiornato, si è stabilito di non procedere ex novo all’inserimento dati nella forma classica di una matrice di dati (casi per variabili), ossia una tabella che veda sulle righe gli operatori e sulle colonne le diverse caratteristiche degli stessi operatori. Per le stesse ragioni di opportunità, si è ritenuto più utile non procedere alla costruzione di una nuova cornice di inserimento dati, ma i ricercatori hanno collaborato con la Sede Nazionale e, in particolare, con i responsabili del sistema informatico, per ottimizzare il sistema attualmente in uso. Nello specifico, si suggerisce di inserire un filtro per annualità, in modo da poter estrarre le informazioni suddivise per anni solari o formativi e, in merito alla FAD, si consiglia di registrare non soltanto il dato sulle certificazioni effettivamente conseguite, ma di registrare, se tecnicamente possibile, gli accessi e, di conseguenza, gli abbandoni. Si consiglia inoltre, di monitorare periodicamente la composizione socio-demografica dei dipendenti CNOS-FAP, in modo da valutare il quadro complessivo ogni sei-dodici mesi, assumendo come periodi di riferimento momenti significativi per il CNOSFAP, come l’inizio dell’anno formativo. 4.1. La condizione degli operatori del CNOS-FAP La crescita notevole che ha caratterizzato l’evoluzione del personale della FP nel periodo 1996-01 sembra che si sia protratta nel CNOS-FAP fino all’anno formativo 2004-05 (ISFOL 2004: Montedoro, 2006; cfr. Tav. 1): infatti, tra il 1999-00 132 e il 2004-05 gli operatori dell’Ente passano da 1179 a 1812, registrando un incremento di più della metà (53,6%): precisiamo che con la dizione operatori si intendono tutti i dipendenti con contratto a tempo indeterminato o determinato, mentre i consulenti sono esclusi dal conteggio. Fra il 2003-04 e il 2006-07 – ma soprattutto nel biennio 2004-05 e 2005-06 – si registra un vero crollo da 1812 a 1266 con una perdita di oltre 40 punti percentuali (46,3%): questo andamento si spiega soprattutto come effetto della chiusura dei Centri in Sardegna e in Abruzzo. Nel periodo successivo (2006-07/2013-14) il numero dei dipendenti senza il personale delle Sedi Regionali e Nazionale si mantiene sostanzialmente stabile e nell’ultimo anno formativo chiude in leggera crescita, +8,8% (rispetto al 2006-07); se ci riferisce al personale comprensivo delle sedi, l’andamento è molto più piatto, ma termina con una crescita del +7% (o del +9% qualora si prendano in considerazione i dati dell’archivio dipendenti alla data del 03.11.145 che però non sono comparabili con gli altri di cui non conosciamo la data). Passiamo a considerare brevemente le articolazioni del totale degli operatori in base alle loro caratteristiche socio-demografiche e a quelle professionali. Incominciamo con il sesso ed emerge chiaramente la collocazione tradizionale dell’offerta formativa del CNOS-FAP nell’ambito della preparazione allo svolgimento dei mestieri tipicamente maschili: infatti, tra gli operatori gli uomini ammontano ai due terzi circa (65,3%) o a 956 unità, mentre i dati delle donne sono 34,7% e 507 rispettivamente. Questo andamento diverge da quello generale del personale della FP che ha visto negli ultimi anni le femmine sorpassare i maschi (53,2% e 46,8%: ISFOL, 2007). Pertanto è auspicabile che il CNOS-FAP cerchi di adeguarsi al trend generale senza però perdere le sue caratteristiche tradizionali. Passando all’età, i dati sembrano confermare sostanzialmente per il CNOSFAP il rallentamento che si è verificato nell’invecchiamento dei formatori nella seconda metà del precedente decennio (ISFOL, 2007). Infatti, la Tavola 5 evidenzia che il 70% circa (69%) degli operatori del nostro Ente si colloca al di sotto dei 50 anni e quasi il 40% (36,3%) ha un’età pari o inferiore ai 40, mentre solo un quarto (25,8%) si situa tra i 51 e i 60 e appena il 5,1% oltre i 60. A livello di circoscrizione geografica, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra una maggioranza relativa nelle Regioni di Nord Ovest (44,2%), più di un quarto al Nord Est (22,1%) e al Sud (21,6%) e intorno al 10% nel Centro (10,6%) (cfr. Tav. 8). Rispetto alla distribuzione degli iscritti alla IeFP nei CFP, le percentuali sono sostanzialmente simili nel Nord Ovest (44,6%) e nel Centro (10,6%), mentre sono alquanto diverse nel Nord Est (32,4%) e nel Sud (12,4%) con il CNOS-FAP che risulta meglio rappresentato nel Meridione e meno nel Nord Est: va tuttavia tenuto presente che il raffronto deve essere preso con molta prudenza 5 Come si è precisato sopra, l’archivio offre soltanto i dati come si trovano al momento dell’accesso e non quelli diversi di momenti precedenti. 133 per le considerevoli differenze tra i termini di paragone, non ultima la collocazione della Sardegna per noi al Centro e per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al Sud Isole (2013, p. 32). Dal punto di vista dello stato ecclesiale, gli operatori si distribuiscono tra il 4,8% (70) di Salesiani e il 95,2% (1393) di laici (cfr. Tav. 11). Già alla fine degli Anni ‘90 il rapporto tra religiosi e laici nei centri della Confap era molto squilibrato a favore dei secondi (7% e 93% rispettivamente) (CSSC, 1999, p. 322); attualmente è ancora di più diminuito, almeno nei CFP salesiani, e certamente sarebbe auspicabile che la Congregazione impegnasse un numero maggiore dei suoi religiosi a servizio della formazione dei giovani degli ambienti popolari che si avviano al lavoro e che rientrano tra i destinatari principali della Società di San Francesco di Sales (Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, 2003, art. 27). La percentuale dei laureati (36,9%) tra gli operatori del CNOS-FAP risulta superiore a un terzo e si avvicina al 40% (cfr. Tav. 13): essa però è notevolmente inferiore a quella dei formatori della FP, anche se il 60,7% raggiunto in proposito nel 2006, appare un poco sospetto dato che nel 2004 si era al 39,9% (ISFOL, 2007). I diplomati sono oltre la metà (53,5%) e la loro consistenza si colloca al di sopra del dato nazionale in misura considerevole (35,8%). Risultano ormai marginali le quote dei qualificati (4,5%), dei licenziati della media (4,1%) e soprattutto di quelli delle elementari (0,3%) e l’andamento è in linea con il trend nazionale; i titoli altri di cui è in possesso lo 0,6% riguardano i master, le scuole di specializzazione e simili. La raccomandazione che si può fare è di aumentare la presenza dei laureati in rapporto ai diplomati. Per quanto riguarda il tipo di contratto, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra l’87,0% a tempo indeterminato e il 13,0% a tempo indeterminato. Tale rapporto rispecchia sostanzialmente quello esistente a livello nazionale tra gli oc - cupati in genere che nel 2013 era 86,8% rispetto al 13,2% (Censis, 2014, p. 187) (cfr. Tav. 16). Passando da ultimo a considerare gli incroci dei profili con le altre variabili socio-demografiche, va anzitutto evidenziato che essi raggiungono la cifra di 1546 che è superiore a quella degli operatori del CNOS-FAP perché alcuni di questi svolgono più funzioni (cfr. Tav. 19). La maggioranza assoluta è costituita dai semplici formatori (807 o 52,2%) a cui si aggiungono quelli che svolgono funzioni intermedie come i tutor (192 o 12,4%), i coordinatori (110 o 7,1%), gli orientatori (36 o 2,3%) e, per noi, anche i progettisti (18 o 1,2%) e i responsabili dei processi (27 o 1,7%) che rimangono sostanzialmente dei formatori: in tutto si tratta di 1190 profili (76,9%). L’area funzionale della direzione ne comprende 65 (4,2%) e più esattamente: 44 direttori di sede operativa (2,8%), 13 (0,8%) direttori di funzione e 8 direttori generali (0,5%). Nell’area funzionale dell’amministrazione i profili ammontano a 136 (8,8%) e comprendono 87 (5,6%) collaboratori amministrativi e 49 (3,2%) responsabili amministrativo-organizzativi. Da ultimo, l’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto include 155 (10,2%) profili 134 e più precisamente: 68 (4,4%) operatori tecnici ausiliari, 4 (0,3%) operatori tecnici della logistica, 69 (4,5%) operatori di segreteria e 14 (0,9%) tecnici dei servizi. Nel complesso si può dire che l’inquadramento delle funzioni del CNOS-FAP rispetta la scelta di fondo dell’Ente di dare la priorità alla formazione in confronto ad altre dimensioni come la direzione, l’organizzazione, l’amministrazione e la logistica; al tempo stesso vengono assicurati una funzionalità sufficiente della leadership ai vari livelli e un minimo di struttura gestionale e tecnica. Forse risulta un po’ carente la struttura dei servizi di supporto di tipo nuovo e avanzati per la quale si suggerisce un potenziamento. 4.2. La situazione della Formazione in servizio degli operatori del CNOS-FAP L’analisi quantitativa sulla Formazione in servizio degli operatori del CNOSFAP è limitata agli anni solari 2012 e 2013 perché solo da poco l’Ente ha iniziato a raccogliere sistematicamente i relativi dati. Nel periodo considerato si registra una crescita rispetto al totale sia in valori assoluti da 631 a 677 (+46 o +7,3%) che in percentuale dal 51,2% al 53,6% (+2,4%) (cfr. Tav. 22). Tale cifra è leggermente inferiore a quella riscontrata dall’ISFOL su tutto il territorio nazionale riguardo, però, ai soli formatori, cioè 59,5% (2007). La partecipazione in base al sesso vede una sovra-rappresentazione dei maschi e una sotto-rappresentazione delle femmine (cfr. Tav. 22). In ambedue gli anni gli uomini costituiscono i tre quarti circa del totale e le donne l’altro quarto del totale (75% e 25%; 74,6% e 25,4%, rispettivamente), mentre la proporzione tra gli operatori del CNOS-FAP è nell’anno formativo 2013-14 di quasi due terzi a un terzo (65,3% e 34,7%), come si è osservato sopra (cfr. Tav. 2). Pertanto, è auspicabile un rafforzamento della partecipazione delle donne. La partecipazione alla Formazione in servizio dei dipendenti del CNOS-FAP in base all’età registra una sostanziale coincidenza nella distribuzione per coorti nei due anni, 2012 e 2013 (cfr. Tav. 25). Essa si concentra nelle fasce 31-60 anni, le più esposte alla obsolescenza, che riuniscono il 90% circa di quanti hanno usufruito delle offerte messe a disposizione; è invece meno comprensibile che la percentuale si collochi oltre il 30% nelle coorti 31-40 e 41-50, mentre scende sul 25% in quella 51-60 che di per sé ne avrebbe maggiore bisogno. Correttamente la cifra si abbassa al minimo per i più giovani (meno 20-30), mentre appare discutibile la partecipazione modesta dei più anziani (oltre 60). Si suggerisce di conseguenza di potenziare la partecipazione alla Formazione in servizio delle coorti più anziane. La frequenza alle attività di Formazione in servizio dei dipendenti del CNOSFAP secondo la circoscrizione geografica evidenzia delle differenze tra i due anni di riferimento (cfr. Tav. 28). In sintesi, tra il 2012 e il 2013 la percentuale diminuisce da più di un terzo (34,1%) a oltre un quarto (26,0%) nel Nord Est e cresce dal 40% quasi (37,9%) al 50% circa (46,1%) nel Nord Ovest, mentre rimane nel complesso sufficientemente stabile nel Centro (14,6% e 16,1% rispettivamente) e 135 nel Sud (13,5% e 11,8%). Il confronto con la distribuzione degli operatori del CNOS-FAP al 2013-14 vede una sovra-rappresentazione del Nord Est e del Nord Ovest (solo nel 2013), una sostanziale stabilità al Centro e una sotto-rappresentazione al Sud e al Nord Ovest (unicamente nel 2012). Sarebbe dunque auspicabile un potenziamento delle offerte al Sud. Il rapporto tra Salesiani e laici nella partecipazione alla Formazione in servizio registra una presenza molto modesta dei primi rispetto ai secondi: il 3,3% in confronto al 96,7% nel 2012 e il 3,7% in paragone al 96,7% nel 2013 (cfr. Tav. 31). È un andamento che riflette, un po’ peggiorata, la situazione a livello di tutti gli operatori: 4,8% e 95,2% nel 2013-14. Un aumento della frequenza dei Salesiani sembra di conseguenza un orientamento da adottare nelle politiche dell’Ente. La partecipazione alla Formazione in servizio per titolo di studio, se confrontata con la ripartizione degli operatori in base alla medesima variabile nel 2013-14 (cfr. sopra Tav. 13), vede nel 2012 una leggera sovra-rappresentazione di laureati e di diplomati da una parte e dall’altra una modesta sotto-rappresentazione di licenziati della media e l’assenza di quelli delle elementari, mentre nel 2013 le due di - stribuzioni si avvicinano maggiormente tranne che per l’assenza ancora di licenziati delle elementari nelle attività di aggiornamento (cfr. Tav. 33). Veramente ci si sarebbe aspettato un impegno più grande per il completamento, prolungamento e perfezionamento dei livelli inferiori di formazione, mentre sono quelli sufficienti o più elevati a ricevere una maggiore attenzione. Se il punto di riferimento è il tipo di contratto, la partecipazione alla Formazione in servizio evidenzia che il totale nei due anni è quasi del tutto costituito da operatori a tempo indeterminato (96,7% e 95% rispettivamente nel 2012 e nel 2013), mentre quelli a tempo determinato sono una percentuale molto esigua (3,3% e 5%) (cfr. Tav. 36). Si capisce la remora a non investire su lavoratori che potrebbero anche lasciare i Centri, o non meritare l’impegno del CNOS-FAP, ma lo scarto notevole con la distribuzione generale degli operatori per tipo di contratto (87% e 13% nel 2013-14: cfr. sopra Tav. 16) richiederebbe probabilmente un riequilibrio tra i due gruppi nella Formazione in servizio. La partecipazione alla Formazione in servizio in base al profilo registra: nell’area funzionale della direzione una leggera sovra-rappresentazione nel 2012 (5,7%) rispetto al 2013 (5,1%), attribuibile alla frequenza dei direttori di funzione e una altrettanto modesta sovra-rappresentazione di ambedue gli anni rispetto alla percentuale dell’area nel totale degli operatori del CNOS-FAP (4,1%) nel 2013-14, dovuta soprattutto alla frequenza all’aggiornamento dei direttori di sede operativa; nell’area funzionale della erogazione, che è la più consistente, collocandosi oltre i tre quarti, la sovra-rappresentazione, questa volta, del 2013 (91,1%) in confronto al 2012 (85,9%) e di ambedue in paragone al 2013-14 (76,9%), dovuta in particolare ai formatori e nel caso del confronto con il 2013-14 anche ai tutor; nell’area funzionale dell’amministrazione, la sotto-rappresentazione sia del 2012 (5,4%) che del 136 2013 (ancora di più, 2,3%) rispetto al 2013-14 (8,8%), attribuibile soprattutto ai collaboratori amministrativi; nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, lo stesso andamento, anche più accentuato (2,8%, 1,4% e 10,1% rispettivamente), dovuto principalmente agli operatori di segreteria e agli operatori tecnici ausiliari (cfr. Tav. 39). In conclusione la partecipazione cresce più del totale nell’area delle direzione e specialmente dell’erogazione e diminuisce nelle aree dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto; un andamento comprensibile, ma che nel lungo termine potrebbe portare a delle conseguenze negative sul piano più strettamente gestionale per cui è auspicabile un riequilibrio a favore delle due aree citate. Dopo aver esaminato la partecipazione degli operatori del CNOS-FAP alla Formazione in servizio in base alle loro caratteristiche socio-demografiche, passiamo ad un’analisi secondo il tipo delle attività offerte dalla Sede Nazionale dell’Ente. Anzitutto, va evidenziato che il totale di quanti hanno frequentato i vari tipi di offerta è superiore a quello degli operatori che vi hanno partecipato perché alcuni di questi hanno preso parte a più di un tipo e precisamente 887 rispetto a 631 nel 2012 e 924 in paragone a 677 nel 2013 e la differenza è di circa il 40% (40,6% nel primo caso e 36,5% nel secondo), un primo segnale del successo delle iniziative in generale (cfr. Tav. 42). Nella stessa direzione sembra andare anche il dato della crescita che si registra tra i due anni che è in valore assoluti di 37 presenze in più e del 4,2% in percentuale. La distribuzione della frequenza tra le varie attività registra una sostanziale convergenza tra i due anni: la maggioranza assoluta va ai corsi regionali (che corrispondono alla dizione di corsi residenziali regionali/locali, utilizzata nel questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori che verrà commentato nel capitolo successivo) che nel biennio crescono leggermente dal 50,2% o 327 nel 2012 al 53,5% o 494; intorno a un quarto/un quinto si collocano i corsi nazionali (che corrispondono alla dizione corsi residenziali nazionali – area delle competenze tecnico-professionali e corsi residenziali nazionali – area delle competenze di base) che sono sostanzialmente stabili a livello percentuale, 23,4% o 208 e 23,9% o 221 e i seminari dei settori professionali (che corrispondono alla dizione seminari tecnici per i formatori del questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori) che segnano una leggera diminuzione percentuale e in valori assoluti (dal 19,7%, o 175, al 17,7%, o 164); le altre tre offerte si collocano al disotto del 5% (i seminari per il personale direttivo che restano stabili a livello percentuale, 4,1%, o 36, e 4,1%, o 38; i seminari tematici legati ad eventi esterni che diminuiscono in percentuale e in valori assoluti dal 2,1%, o 19, allo 0,5%, o 5; i corsi FAD che scendono in percentuale e in valori assoluti, ambedue minimi, dallo 0,5%, o 4, allo 0,2%, o 2). A un primo esame, ma ritorneremo poi sull’argomento nel commento ai focus group, l’ossatura della Formazione in servizio del CNOS-FAP è costituita primariamente dai corsi regionali e poi da quelli nazionali e dai seminari dei settori; preoc- 137 cupa la presenza totalmente marginale della FAD in un mondo dominato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. 4.3. La situazione nelle Regioni Richiameremo molto in sintesi i dati Regione per Regione secondo l’ordine delle circoscrizioni geografiche seguito nella ricerca: Nord Est, Nord Ovest, Centro e Sud6. Al 3 novembre 2014 l’Associazione regionale CNOS-FAP dell’Emilia Romagna comprendeva globalmente 40 operatori, pari al 2,7% del totale nazionale e al 12,4% della circoscrizione del Nord Est. Essi si distribuivano tra il CFP di Bologna (25 o il 62,5%) e quello di Forlì (15 o il 37,5%), mentre non si riscontravano né nella Delegazione regionale, né nella sede distaccata di San Lazzaro di Savena (BO). Sulla base dei risultati degli incroci con le variabili socio-demografiche adottate in questa ricerca si suggerisce di ringiovanire gradualmente il gruppo degli operatori, di potenziare la presenza dei laureati e tra i profili quella dei formatori, dei tutor e degli operatori di segreteria. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 33 gli operatori dalla Regione Emilia Romagna che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 5,2%; nell’anno successivo 2013 si registra una lieve diminuzione, 31 o il 4,6%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014, si nota che in entrambi i casi la percentuale della partecipazione è all’incirca il doppio di quella degli operatori. Sulla base delle analisi effettuate, si raccomanda di aumentare le partecipazione alla Formazione in servizio dei più giovani, dei laici, dei laureati. Se si fa riferimento ai vari tipi di attività, per cui lo stesso operatore ne può frequentare anche più di una, la somma delle presenze diventa 40 nel 2012 e 32 nel 2013. Anche in questo caso, la raccomandazione non può essere che quella di potenziare rispetto al dato del 2013 la partecipazione alle diverse forme di aggiornamento offerte dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP. Sempre al 3 novembre 2014 il totale degli operatori della Regione Friuli Venezia Giulia ammontava a 59 unità che rappresentavano il 3,4% del dato nazionale e il 15,5% della circoscrizione del Nord Est. Essi sono concentrati nel CFP di Udine (49 o 98%) e solo 1 (2%) è aggregato alla Delegazione regionale. Se si può dare qualche suggerimento in proposito, si potrebbe raccomandare di continuare a consolidare la presenza femminile, di potenziare la quota dei laureati, di dare spazio anche al contratto a tempo determinato e di ampliare la cerchia delle figure intermedie. Passando poi alla partecipazione alla Formazione in servizio, il 2012 vede 36 operatori della Regione Friuli Venezia Giulia impegnati nella frequenza delle offerte 6 Per non appesantire la pubblicazione diamo solo una breve sintesi dei dati. Chi fosse interessato a maggiore informazioni, si può rivolgere alla Sede Nazionale del CNOS-FAP. 138 organizzate dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP e la situazione rimane sostanzialmente inalterata nel 2013 (38 e 5,6%). Anche in questo caso si può tentare in via approssimativa un paragone con la percentuale degli operatori della Regione sul totale al 3 novembre del 2014 ed emerge che entrambe le cifre della partecipazione all’aggiornamento sono maggiori in maniera consistente (40% circa) rispetto a quelle degli operatori sul complesso dei dipendenti dell’Ente (3,4%). Tre suggerimenti sono possibili in questo caso: consolidare la partecipazione femminile e rafforzare quella dei laureati e dei Salesiani. Quando si esaminano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 46 nel 2012 e sale leggermente a 50 nel 2013. La raccomandazione che si può fare sulla base delle analisi effettuate è quella di rafforzare la partecipazione ai corsi nazionali, soprattutto, e, in quanto possibile, ai seminari dei settori professionali. L’associazione regionale CNOS-FAP del Veneto può contare su 233 operatori che costituiscono il 15,9% del totale nazionale e quasi i quattro quinti (72,1%) di quello circoscrizionale. Di essa fanno parte 7 Centri e la delegazione regionale: dei primi il più numeroso è quello di Verona con 67 dipendenti e il 30% quasi del valore complessivo (28,8%); tre si situano intorno al 15% (Este, 36 o 15,5%, Venezia – Mestre, 35 o 15% e San Donà di Piave, 34 o 14,6%); uno a circa il 10% (Schio, 22 o 9,4%); mentre due si collocano tra il 5% e il 10% (Bardolino, 18 o 7,7%, e Sant’Ambrogio Valpolicella, 12 o 5,2%); alla delegazione fanno capo 9 operatori, pari 3,9%. Al termine delle analisi effettuate si può suggerire di potenziare ancora di più la presenza delle donne, dei laureati e dei tutor e di consolidare quella delle altre funzione intermedie e degli operatori relativamente giovani. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 146 gli operatori dalla Regione Veneto che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 23,1%; nel 2013 si registra una consistente diminuzione, 102 o il 15,8%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014 (15,9%), si nota che la percentuale della partecipazione è più elevata della seconda nel 2012, mentre nel 2013 si equivalgono per cui il calo dal 23,1% al 15,8% non dovrebbe probabilmente preoccupare. In relazione ai dati analizzati in dettaglio si potrebbe raccomandare un leggero riequilibrio a favore delle donne, delle coorti più anziane, dei diplomati e dei laici. Se si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 201 nel 2012 e scende a 142 nel 2013. Tenuto conto del riequilibrio tra i due anni, forse l’unica raccomandazione che si può fare è quella di potenziare la partecipazione ai seminari dei settori professionali. Sempre alla data più volte ricordata, nella Regione Liguria erano presenti nel complesso 44 operatori, pari al 3% del dato nazionale e al 7% della circoscrizione 139 del Nord Ovest. Essi si ripartivano tra il CFP di Genova - Quarto, che impegnava più della metà del personale (24 o il 54,5%), quello di Genova - Sampierdarena con il 30% circa (13 o il 29,5%) e quello di Vallecrosia con 7 dipendenti, il 15,9% del totale regionale, mentre non ne sono segnalati nella Delegazione regionale. Al riguardo si suggerisce di ringiovanire il gruppo degli operatori, di potenziare la presenza dei Salesiani, dei contratti a tempo determinato, dei formatori e dei coordinatori. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 23 gli operatori dalla Regione Liguria che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 3,6% del totale; nel 2013 si registra una lieve diminuzione, 20 o il 3%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014, si nota che in entrambi i casi la percentuale della partecipazione si situa sostanzialmente allo stesso livello di quella degli operatori (3%). In proposito si potrebbe raccomandare di aumentare la partecipazione degli uomini, dei più giovani e dei diplomati. Se si fa riferimento ai vari tipi di attività di Formazione in servizio, per cui lo stesso operatore ne può frequentare anche più di una, la somma delle presenze diventa 29 nel 2012 e 31 nel 2013. Come raccomandazione finale al riguardo, si suggerisce di rafforzare le presenze nei corsi regionali. L’associazione regionale CNOS-FAP della Lombardia dispone di 167 operatori che costituiscono l’11,4% del totale nazionale e più di un quarto (26,7%) di quello circoscrizionale. Essa comprende 5 Centri e la delegazione regionale: dei primi il più numeroso è quello di Arese con 65 dipendenti e il 40% quasi del valore complessivo (38,9%), uno si situa intorno ad un quarto (Sesto San Giovanni, 41 o 24,6%), un altro circa a un quinto (Milano, 31 o 18,6%) e un quarto oltre il 10% (Brescia, 18 o 10,8%), mentre l’ultimo si colloca al di sotto del 5% e il 10% (Treviglio, 6 o 3,6%); alla delegazione fanno capo 6 operatori, pari anch’essi al 3,6%. In proposito si può suggerire di potenziare ancora di più la presenza delle donne, dei formatori, dei progettisti, dell’area dell’amministrazione e degli operatori tecnici ausiliari. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 75 gli operatori dalla Regione Lombardia che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari all’11,9%; nell’anno successivo 2013 si riscontra un aumento in valori assoluti (89) e in percentuale, 13,1%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014 (11,4%), si nota che la percentuale della partecipazione è più elevata della seconda nel 2013, mentre nel 2012 si equivalgono. Sulla base delle analisi effettuate nella precedente sezione si raccomanda un leggero riequilibrio a favore delle donne, dei laici, dei diplomati e delle aree funzionali della direzione, dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. Se si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, di- 140 viene 104 nel 2012 e sale a 115 nel 2013. Tenuto conto dell’andamento, l’unica raccomandazione che si può fare è quella di potenziare la partecipazione ai corsi nazionali, ai seminari dei settori professionali e a quelli per i direttori. Il Piemonte poteva contare al 3 novembre 2014 su 402 operatori che rappresentano più di un quarto del totale nazionale (27,5%) e due terzi quasi (64,3%) di quello circoscrizionale. Esso comprende 13 Centri e la delegazione regionale: dei primi i più numerosi per personale sono Fossano, Vigliano Biellese e San Benigno Canavese che evidenziano percentuali superiori al 10% del totale (14,4% o 58, 12,7% o 51 e 11,7% o 47 rispettivamente), tra il 10% e il 5% si collocano Torino - Valdocco (8,7% o 35), Torino - Rebaudengo (8% o 32), Bra (7,7% o 31), Alessandria (6,5% o 26) e Vercelli (6.2% o 25), mentre al di sotto del 5% si situano Savigliano (4% o 16), Castelnuovo Don Bosco e Saluzzo (3,2% o 13) e Serravalle Scrivia (3% e 12); alla delegazione fanno capo 20 operatori, pari al 5%. Al termine delle analisi compiute in proposito si può suggerire di aumentare la presenza dei Salesiani, di elevare il livello della formazione di base degli operatori e di potenziare il profilo dei tutor. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 138 gli operatori dalla Regione Piemonte che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 21,9% del totale; nel 2013 si riscontra un aumento consistente in valori assoluti, 200, e in percentuale, 29,5%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014 (27,5%), si nota che la percentuale della partecipazione è inferiore alla seconda in particolare nel 2012: comunque, la crescita tra i due anni fa ben sperare per il futuro. In proposito si può raccomandare di potenziare la presenza delle coorti più anziane, dei Salesiani, dei laureati, dei coordinatori e dei tutor. Se si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 211 nel 2012 e sale a 273 nel 2013. Tenuto conto delle tendenze in atto, l’unica raccomandazione che si può fare è quella di consolidare gli andamenti del 2013. Il totale degli operatori della Regione Valle d’Aosta ammonta a 12 unità che rappresentava lo 0,8% del dato nazionale e l’1,9% della circoscrizione del Nord Ovest. Essi lavorano tutti nel CFP di Châtillon (12 o 0,8%), mentre nessuno è aggregato alla delegazione regionale. Se si può dare qualche suggerimento si potrebbe raccomandare di consolidare la presenza femminile, di inserire almeno un Salesiano, di potenziare la quota dei diplomati e dei laureati, di dare ancora più spazio al contratto a tempo indeterminato e di rafforzare la presenza dei formatori. Passando poi alla partecipazione alla Formazione in servizio, il 2012 vede 3 operatori (0,5%) della Regione Valle d’Aosta impegnati nella frequenza delle offerte organizzate dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP e la situazione rimane sostanzialmente inalterata nel 2013 (3 o 0,4%). Anche in questo caso si può tentare in via approssimativa un paragone con la percentuale degli operatori della Regione sul totale 141 al 3 novembre del 2014 ed emerge che entrambe le cifre della partecipazione all’aggiornamento sono la metà circa rispetto a quelle degli operatori sul complesso dei dipendenti dell’Ente (0,8%). I suggerimenti che si possono dare alla fine riguardano il potenziamento della partecipazione delle donne, dei laureati e di quanti hanno stipulato un contratto a tempo determinato e una maggiore diversificazione dei profili che frequentano la Formazione in servizio includendo anche le aree dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. Quando si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 4 nel 2012 e nel 2013. La raccomandazione che si può fare in proposito è di aumentare le partecipazioni e di diversificarle maggiormente. La Regione Lazio contava complessivamente su 143 dipendenti (9,8% del totale nazionale), rispettivamente 10 (7%) della Sede Nazionale e altrettanti della delegazione regionale, 65 (45,5%) del CFP Teresa Gerini, che pertanto impiega la metà quasi del totale, 34 del CFP Borgo Ragazzi Don Bosco con un quarto quasi (23,8%) e 24 (16,8%) del CFP Pio XI. Al riguardo si potrebbe suggerire di ringiovanire il gruppo degli operatori, di potenziare la presenza delle donne, dei contratti a tempo indeterminato e di riequilibrare l’area dei formatori. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 50 gli operatori dalla Regione Lazio che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 7,9% del totale; nel 2013 si registra un considerevole aumento, 74 o il 10,9%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014 (9,8%), si nota che la percentuale della partecipazione si situa nel 2012 al di sotto del livello di quella degli operatori mentre nel 2013 risulta superiore ed è auspicabile che tale andamento si consolidi nel tempo. In sintesi si potrebbe raccomandare di aumentare le partecipazione delle donne, dei più giovani e dei contratti a tempo determinato e dell’area della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. Se si fa riferimento ai vari tipi di attività di Formazione in servizio per cui lo stesso operatore ne può frequentare anche più di uno, la somma delle presenze diventa 66 nel 2012 e 105 nel 2013. Come raccomandazione finale, si può suggerire di consolidare le presenze del 2013. Sempre alla data più volte ricordata, nella Regione Sardegna erano presenti nel complesso 16 operatori, pari all’1,1% del dato nazionale e all’8% della circoscrizione del Centro. Essi si ripartivano tra la delegazione regionale, che impegnava più della metà del personale (9 o 56,3%), e i CFP di Lanusei, Sassari e Selargius con 2 operatori e quello di Olbia con 1, mentre non ne sono segnalati a Nuoro e a Tortolì. In conclusione si potrebbe suggerire di potenziare la presenza dei Salesiani e dei contratti a tempo determinato, di riequilibrare l’area dei formatori e di pre - vedere qualche operatore dell’area della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. 142 Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 11 gli operatori dalla Regione Sardegna che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari all’1,7% del totale; nel 2013 si registra una diminuzione di una certa entità, 3 o lo 0,4%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014 (1,1%), si nota che la percentuale della partecipazione si situa nel 2012 al di sopra del livello di quella degli operatori mentre nel 2013 risulta inferiore ed è auspicabile che si ritorni subito all’andamento del 2012. In sintesi si potrebbe raccomandare il consolidamento degli andamenti del 2012. Se si fa riferimento ai vari tipi di attività di Formazione in servizio per cui lo stesso operatore ne può frequentare anche più di uno, la somma delle presenze è 11 nel 2012 e 3 nel 2013. Come raccomandazione finale, si può suggerire di allargare la partecipazione a una gamma più ampia di tipi di attività. Sempre al 3 novembre 2014, l’associazione regionale CNOS-FAP dell’Umbria poteva contare su 40 operatori, pari al 2,7% del totale nazionale e al 20,1% della circoscrizione del Centro. Essi si distribuivano tra il CFP di Perugia, che impegnava più della metà del personale (21 o 52,5%), quello di Foligno con il 30% (13) e quello di Marsciano con 7 dipendenti, il 17,5% del totale regionale, mentre non ne sono segnalati nella delegazione regionale. In base alle analisi effettuate in dettaglio si potrebbe suggerire di potenziare la presenza dei Salesiani e dei contratti a tempo determinato, di rafforzare le aree della direzione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto e di riequilibrare quella della erogazione. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 31 gli operatori dalla Regione Umbria che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 4,9% del totale e nel 2013 la situazione rimane sostanzialmente stabile, 32 o il 4,7%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014, si nota che in entrambi i casi la percentuale della partecipazione è superiore in maniera consistente rispetto a quella sul totale degli operatori (2,7%). In sintesi si potrebbe raccomandare di aumentare le partecipazione degli uomini, dei laureati, dei coordinatori, dei tutor e dell’area dell’amministrazione. Se si fa riferimento ai vari tipi di attività di Formazione in servizio per cui lo stesso operatore ne può frequentare anche più di uno, la somma delle presenze diventa 49 nel 2012 e 52 nel 2013. Come raccomandazione finale, si può suggerire di rafforzare le presenze nei corsi regionali e nei seminari dei settori professionali. La Regione Abruzzo conta complessivamente su 10 dipendenti (0,7% del totale nazionale e 3,2% della circoscrizione Sud), rispettivamente 5 (50%) del CFP di Ortona, 4 (40%) del CFP de L’Aquila e 1 (10%) del CFP di Vasto, mentre nessuno è aggregato alla Delegazione regionale. Se si può dare qualche suggerimento, si potrebbe raccomandare di ringiovanire il personale, di inserire almeno un Salesiano, 143 di dare ancora più spazio al contratto a tempo indeterminato, di rafforzare la presenza dei formatori e di prevedere qualche tutor. Passando poi alla partecipazione alla Formazione in servizio, il 2012 vede 2 operatori (0,3%) della Regione Abruzzo impegnati nella frequenza delle offerte organizzate dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP e nel 2013 si assiste a un raddoppio (4 o 0,6%). Anche in questo caso si può tentare in via approssimativa un paragone con la percentuale degli operatori della Regione sul totale al 3 novembre del 2014 ed emerge che la prima cifra della partecipazione all’aggiornamento è la metà circa rispetto a quelle degli operatori sul complesso dei dipendenti dell’Ente (0,7%) e la seconda si colloca sostanzialmente allo stesso livello. I suggerimenti che si possono dare alla fine riguardano il potenziamento della partecipazione delle donne, dei più giovani e dei diplomati e una maggiore diversificazione dei profili che frequentano la formazione. Quando si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 5 nel 2012 e 6 nel 2013. La raccomandazione che si può fare in proposito è di rendere annuali le presenze distribuite tra due anni. L’associazione regionale CNOS-FAP della Puglia comprende globalmente 23 operatori, pari all’1,6% del dato nazionale e al 7,3% della circoscrizione Sud. Essi si ripartivano tra il CFP di Bari, che impegnava l’80% circa del personale (18 o 78,3%) e quello di Cerignola il 20% circa (4 o 17,4%), oltre alla Delegazione regionale con solo 1 unità (4,3%). In conclusione si potrebbe suggerire di ringiovanire il gruppo degli operatori, di potenziare la presenza degli uomini e dei contratti a tempo indeterminato e di riequilibrare l’area della erogazione. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 3 gli operatori dalla Regione Puglia che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari allo 0,5% del totale; nell’anno 2013 si registra un lieve aumento, 5 o lo 0,7%. Se ambedue le cifre vengono ri - ferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOS-FAP al 3 novembre del 2014, si nota che in entrambi i casi la percentuale della partecipazione si riduce di oltre la metà rispetto a quella degli operatori (1,6%). Le raccomandazioni principali che si possono fare sono di potenziare la partecipazione alla Formazione in servizio in generale, di aumentare la presenza delle donne, delle coorti più anziane, dei diplomati e dei contratti a tempo indeterminato e di allargare la gamma delle figure coinvolte. Quando si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 4 nel 2012 e 7 nel 2013. Il suggerimento che si può avanzare in proposito è di aumentare le partecipazioni e di diversificarle maggiormente. La Sicilia poteva contare al 3 novembre 2014 su 283 operatori che rappresentano un quinto circa del totale nazionale (19,3%) e il 90% quasi (89,6%) di quello circoscrizionale. Essa comprende 8 Centri e la delegazione regionale: dei primi i 144 più numerosi per personale sono Gela e Palermo con più di un quarto ciascuno (62 o 21,9% e 61 o 21,6% del totale, rispettivamente), intorno al 15% si collocano Catania - San Filippo Neri e Catania - Barriera (45 o 15,9% e 44 o 15,6%), mentre tutti gli altri Centri si situano al di sotto del 10% (Ragusa, 22 o 7,8%; Misterbianco - Belsito, 21 o 7,4%; Catania - Salette, 18 o 6,4%; Caltanissetta a cui non corrisponde nessun operatore); alla Delegazione fanno capo 10 unità, pari al 3,5%. Sulla base delle analisi effettuate nel dettaglio si può suggerire di ringiovanire il personale, di aumentare la presenza dei Salesiani e dei contratti a tempo determinato e di riequilibrare l’area della erogazione. Per quanto riguarda la partecipazione alla Formazione in servizio, nel 2012 erano 80 gli operatori dalla Regione Sicilia che hanno frequentato le differenti offerte della Sede Nazionale del CNOS-FAP, pari al 12,7% del totale; nell’anno successivo 2013 si riscontra una diminuzione consistente in valori assoluti, 71, e in percentuale, 10,5%. Se ambedue le cifre vengono riferite, per un confronto in via approssimativa, alla percentuale della Regione sul totale degli operatori del CNOSFAP al 3 novembre del 2014 (19,5%), si nota che la percentuale della partecipazione è inferiore, in misura considerevole, alla seconda in entrambi gli anni. Alla fine, in sintesi si può raccomandare di consolidare la presenza delle donne e dei più giovani e di rafforzare quella dei diplomati, dei laureati, dell’area delle direzione e di quella della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto. Se si analizzano i diversi tipi di attività, dato che il medesimo operatore può prendere parte anche a più di una, la somma dei partecipanti, contati più volte, diviene 117 nel 2012 e 98 nel 2013. Tenuto conto dell’andamento, si può raccomandare un potenziamento della partecipazione ai corsi regionali e ai seminari per i direttori. Terzo capitolo A confronto sulla Formazione in servizio del CNOS-FAP. Delegati regionali, Direttori dei CFP e Segretari Nazionali dei Settori e delle Aree professionali Guglielmo Malizia - Maria Paola Piccini Come è stato chiarito nel progetto di ricerca, l’indagine oggetto del rapporto è mirata al raggiungimento di tre obiettivi principali: anzitutto si tratta di presentare in maniera dettagliata e in una prospettiva prevalentemente quantitativa la situazione della Formazione in servizio del CNOS-FAP in tutti i suoi aspetti più significativi; in secondo luogo ci si propone di valutare l’adeguatezza, l’efficacia e l’efficienza dell’offerta che viene effettuata dall’Ente, cercando di identificare i punti di eccellenza e le criticità del sistema; l’ultimo scopo consiste nel predisporre sulla base degli esiti della precedente analisi quali-quantitativa, un insieme articolato di proposte per potenziare il progetto del CNOS-FAP in materia1. La parte della ricerca i cui risultati verranno illustrati in questo rapporto contribuisce soprattutto al perseguimento del secondo obiettivo: infatti, tra i referenti di cui si sono ricercate le valutazioni occupano indubbiamente un posto centrale, dal lato dell’offerta di formazione, i Delegati regionali, i Direttori dei Centri e i Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali; nel prosieguo sono proprio le loro opinioni, raccolte con questionario, ad essere esaminate. L’articolazione interna dell’analisi che verrà effettuata si attiene sostanzialmente allo schema dello strumento di indagine. Dopo aver illustrato brevemente lo strumento di indagine utilizzato e le modalità di raccolta delle informazioni, vengono presentate le caratteristiche principali degli intervistati, per poi approfondire il tema della partecipazione ai corsi sul piano quantitativo e qualitativo e della soddisfazione. Segue il commento a due sezioni del questionario, dedicate l’una ad analizzare i punti di forza e di criticità della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP negli ultimi due anni e l’altra sulla sua ricaduta e impatto sull’Ente. Infine, si è inteso raccogliere il parere degli intervistati in vista della elaborazione di suggerimenti e proposte per il miglioramento della offerta del CNOS-FAP. 145 1 Anche se il rapporto di ricerca è responsabilità comune dei due autori, le sezioni 1 - 4 sono state redatte da M.P. Piccini e quelle 5 - 7 da G. Malizia, mentre la 8 è opera di ambedue. Pertanto, le differenze di stile e di forma che si possono riscontrare nel testo e nella presentazione delle tabelle dipendono dalle scelte effettuate dai due autori nello spazio di autonomia proprio. 1. QUESTIONARIO E MODALITÀ DI RACCOLTA DELLE INFORMAZIONI Questa fase dello studio è stata condotta per mezzo della costruzione e somministrazione di un questionario ad hoc2, allo scopo di rilevare e descrivere la percezione del punto di vista dei Direttori dei CFP, dei Delegati regionali e dei Segretari nazionali in merito all’adeguatezza dell’offerta di Formazione in servizio del CNOS-FAP degli ultimi due anni. A tale scopo si è costruito, quale strumento di rilevazione un questionario articolato in cinque aree tematiche fondamentali. La prima è volta a delineare il profilo personale e professionale dei rispondenti attraverso la raccolta di informazioni anagrafiche quali l’età, il titolo di studio, lo status etc. cui seguono domande destinate a ricostruire il ruolo e l’esperienza lavorativa pregressa degli intervistati. La seconda area tematica mira ad approfondire il livello e la qualità della partecipazione ai corsi di Formazione in servizio promossi dalla Sede Nazionale negli anni 2012- 2013, rilevati attraverso scale di valutazione della consistenza della partecipazione stessa, della soddisfazione o insoddisfazione circa la partecipazione. Sono incluse in questa stessa area tematica, inoltre, domande relative ai possibili ostacoli alla partecipazione ai corsi, quesiti circa la soddisfazione in merito all’offerta formativa e domande di approfondimento che invitano gli intervistati a chiarire le motivazioni del giudizio negativo o positivo sempre in merito alla Formazione in servizio. La terza area tematica del questionario prende in considerazione punti di forza e criticità delle attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale rilevati attraverso scale di valutazione. Successivamente, il questionario prevede una serie di domande destinate a verificare l’impatto e la ricaduta delle diverse attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale. Infine, l’ultima area tematica è finalizzata a raccogliere suggerimenti e proposte in vista del miglioramento delle attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale sia per quanto riguarda l’offerta formativa, sia relativamente alle metodologie didattiche. Il questionario si conclude con l’invito alla valutazione prima dell’effettivo impiego delle risorse per la Formazione in servizio erogate dalla Sede Nazionale, poi delle rispettive potenzialità d’uso. I questionari sono stati somministrati nei mesi di aprile, maggio e giugno 2014, per mezzo sia di contatti diretti, sia di invii tramite posta elettronica, coinvolgendo nello studio i Direttori dei diversi CFP, i Delegati regionali e i Segretari nazionali. 2. PROCEDURE DI CODIFICA E DI ANALISI DEI DATI Terminata la fase di raccolta dei questionari, si è proceduto al cosiddetto spoglio degli stessi, condotto allo scopo di individuare e, laddove possibile, correg- 146 2 Ai Segretari nazionali è stata proposta una versione del questionario modificata in minima parte per adattarla al tipo di informazioni che si presupponeva potessero essere nella disponibilità dei Segretari stessi. gere eventuali errori di compilazione, identificare e valutare le mancate risposte, controllare i significati delle risposte riportate sotto l’alternativa “altro” e eventuale loro classificazione a posteriori nelle categorie corrispondenti alle altre alternative di risposta previste per le singole domande o in nuove ulteriori categorie e, infine, numerare i questionari utili. In seguito, è stato definito il piano di codifica, che consiste nell’elenco numerato di tutte le variabili generate da ogni questionario, ciascuna riportata con le rispettive modalità e i valori a esse associati. Data la presenza nel questionario di domande che ammettevano risposte multiple, il numero delle variabili che compare nel piano di codifica, e di conseguenza nella matrice dei dati, è maggiore di quello delle domande complessivamente presenti nel questionario stesso. In base al piano di codifica si è, infine, proceduto alla costruzione della matrice dei dati, sulla quale sono state applicate diverse procedure di analisi scelte in funzione degli obiettivi della ricerca e, di volta in volta, del tipo di variabili generate dai questionari. I dati raccolti sono stati, quindi, sottoposti a varie procedure di analisi mono e bivariate, in particolare: l’analisi delle frequenze per tutte le variabili; l’analisi di tavole di contingenza per lo studio delle relazioni tra coppie di variabili ritenute particolarmente significative, tutte procedure disponibili nel software SPSS3 (Statistical Package for the Social Sciences). L’analisi monovariata fornisce una prima descrizione del campione, mostrando come questo si differenzia al suo interno in funzione delle modalità di ciascuna variabile ed è comunque utile per individuare e correggere eventuali errori di inserimento dati presenti nella matrice e per individuare variabili che presentano di - stribuzioni molto squilibrate, ossia modalità con frequenze ridotte, che possono rappresentare un problema in relazione alle successive analisi bivariate. L’analisi bivariata viene condotta mediante, appunto, la costruzione di tavole di contingenza, che consentono di studiare la distribuzione congiunta delle modalità di coppie di variabili, una riportata in colonna e l’altra in riga. 3. I RISPONDENTI Complessivamente questa fase dello studio ha coinvolto 70 intervistati (cfr. Tav. 1): 11 Segretari nazionali4, 47 Direttori di CFP e 12 Delegati regionali, dei quali 3 sono anche Direttori di CFP. 147 3 SPSS (originariamente Statistical Package for the Social Sciences, recentemente modificato in Statistical Product and Service Solutions) è stato realizzato nella sua prima versione nel 1968 da Norman H. Nie, Dale H. Bent e C. Hadlai Hull ed è probabilmente il programma più utilizzato per l’analisi statistica nelle scienze sociali. 4 I settori/aree di responsabilità dei Segretari nazionali intervistati sono: Area scientifica, Automotive, Cultura e inglese, Elettrico, Energia, Grafico, Informatica, Inglese (commissione cultura), Meccanica, Orientamento e servizi al lavoro, Progettazione. 148 Tav. 1 – Ruolo degli intervistati Legenda: VA=Valore assoluto Quasi la metà degli intervistati lavora al Nord, mentre gli altri si distribuiscono equilibratamente fra Sud e Centro Italia (cfr. Tav. 2). La risposta non dovuta si riferisce al questionario per i Segretari nazionali, ai quali non è stato richiesto di specificare la Regione di appartenenza. Il dettaglio delle Regioni di provenienza è riportato nelle Tavole 3 e 4. Tav. 2 – Zona di provenienza degli intervistati Legenda: VA=Valore assoluto Tav. 3 – Regione di provenienza dei Direttori Legenda: VA=Valore assoluto Ruolo VA % Direttore del CFP 47 67,1 Delegato regionale 12 17,1 Segretario nazionale 11 15,7 Totale 70 100,0 Zona VA % Non dovuto 11 15,7 Nord 34 48,6 Centro 12 17,1 Sud 13 18,6 Totale 70 100,0 Regione Direttore VA % Non dovuto 20 28,6 Piemonte 12 17,1 Veneto 7 10,0 Sicilia 6 8,6 Lombardia 4 5,7 Sardegna 4 5,7 Lazio 3 4,3 Liguria 3 4,3 Abruzzo 2 2,9 Emilia Romagna 2 2,9 Puglia 2 2,9 Calabria 1 1,4 Campania 1 1,4 Friuli Venezia Giulia 1 1,4 Umbria 1 1,4 Valle d'Aosta 1 1,4 Totale 70 100,0 149 Tav. 4 – Regione di provenienza dei Delegati Legenda: VA=Valore assoluto Il 42,9% degli intervistati ha un’età compresa fra i 31 e i 50 anni (cfr. Tavv. 5 e 6) e il 35,7% fra i 51 e i 60 anni. La quota di ultrasessantenni (21,4%) è comunque ben rappresentata, mentre ha meno di 40 anni solo il 10% dei rispondenti. I Segretari nazionali sono i più giovani: 7 su 11 hanno un’età compresa fra i 31 e i 50 anni. I rispondenti si dividono in Laici (58,6%) e Salesiani (41,4%), in particolare Sacerdoti (cfr. Tavv. 7 e 8). Nel dettaglio, il 66% dei Direttori di CFP e il 90,9% dei Segretari nazionali sono Laici, mentre i Delegati regionali sono tutti Salesiani. Regione del Delegato VA % Non dovuto 58 82,9 Abruzzo 1 1,4 Campania 1 1,4 Emilia Romagna 1 1,4 Friuli Venezia Giulia 1 1,4 Lazio 1 1,4 Liguria e Toscana 1 1,4 Lombardia 1 1,4 Piemonte e Valle d'Aosta 1 1,4 Puglia 1 1,4 Sardegna 1 1,4 Sicilia 1 1,4 Veneto 1 1,4 Totale 70 100,0 Tav. 5 – Età dei rispondenti Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 6 – Età dei rispondenti ricodificata Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 7 – Stato civile degli intervistati Legenda: VA=Valore assoluto Età (al 2014) VA % % cum. 31-40 anni 7 10,0 10,0 41-50 anni 23 32,9 42,9 51-60 anni 25 35,7 78,6 61-70 anni 12 17,1 95,7 Oltre 70 anni 3 4,3 100,0 Totale 70 100,0 Stato civile VA % Laico 41 58,6 Salesiano Coadiutore 6 8,6 Salesiano Sacerdote 23 32,9 Totale 70 100,0 Tav. 8 – Stato civile degli intervistati ricodificato Legenda: VA=Valore assoluto Stato civile Rec. VA % Laico 41 58,6 Salesiano 29 41,4 Totale 70 100,0 Età Rec. VA % % cum. 31-50 anni 30 42,9 42,9 51-60 anni 25 35,7 78,6 Oltre 60 anni 15 21,4 100,0 Totale 70 100,0 150 Per quanto riguarda il titolo di studio (cfr. Tavv. 9 e 10) i rispondenti sono per lo più in possesso di una laurea, civile o ecclesiastica, ma è ben rappresentata anche la quota dei diplomati. Da segnalare la presenza di rispondenti che hanno dichiarato di aver conseguito titoli di studio superiori, in particolare, master in diversi ambiti. Tav. 9 – Titolo di studio degli intervistati Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 10 – Titolo di studio degli intervistati ricodificato Legenda: VA=Valore assoluto Nel dettaglio, il 46,8% dei Direttori di CFP e il 63,6% dei Segretari nazionali sono in possesso di lauree civili (coerentemente con quanto emerso circa lo status: si tratta, infatti, per lo più di laici), mentre i Delegati regionali hanno prevalentemente (58,3%) lauree di tipo ecclesiastico. Tornando all’esperienza professionale, oltre la metà dei Direttori dei CFP dichiara di ricoprire tale ruolo da un arco di tempo che va da uno a sei anni (cfr. Tav. 11). Per quanto riguarda l’esperienza di direzione di altri CFP prima dell’attuale (cfr. Tav. 12) il 76% afferma di non averne avuta. Tav. 11 – Anni di esperienza professionale dei Direttori Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Titolo di studio VA % % cum. Qualifica/diploma professionale 1 1,4 1,4 Diploma di scuola secondaria superiore 22 31,4 32,9 Laurea triennale (o diploma universitario o laurea breve) 5 7,1 40,0 Laurea magistrale o titolo civile equivalente 27 38,6 78,6 Licenza o altro titolo di studio ecclesiastico 15 21,4 100,0 Totale 70 100,0 Anni di direzione del CFP VA % % valida % cum. Meno di un anno 4 5,7 8,0 8,0 Da 1 a 6 anni 27 38,6 54,0 62,0 Da 7 a 10 anni 10 14,3 20,0 82,0 Più di 10 anni 9 12,9 18,0 100,0 Subtotale 50 71,4 100,0 Risposta non dovuta 20 28,6 Totale 70 100,0 Titolo di studio Rec. VA % Diplomi e qualifiche 23 32,9 Lauree civili 32 45,7 Lauree ecclesiastiche 15 21,4 Totale 70 100,0 151 Tav. 12 – Esperienza professionale dei Direttori Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Anche fra i Delegati regionali la maggior parte dichiara di ricoprire tale ruolo da uno a sei anni (cfr. Tav. 13) e, dalla distribuzione di frequenza, si evince che si tratta di persone con esperienze precedenti, sia nella veste di Delegati regionali sia di Direttori di CFP (cfr. Tav. 14). Tav. 13 – Anni di esperienza professionale dei Delegati Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 14 – Esperienza professionale dei Delegati Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Infine, anche per quanto riguarda i Segretari nazionali, il periodo di esperienza più rappresentato è quello da uno a sei anni (cfr. Tav. 15) e per tutti si tratta della prima esperienza nel ruolo di Segretario nazionale (cfr. Tav. 16). Direzione di altri CFP in precedenza VA % % valida % cum. Sì, uno 6 8,6 12,0 12,0 Sì, più di uno 6 8,6 12,0 24,0 No 38 54,3 76,0 100,0 Subtotale 50 71,4 100,0 Risposta non dovuta 20 28,6 Totale 70 100,0 Anni da Delegato VA % % valida % cum. Meno di un anno 1 1,4 8,3 8,3 Da 1 a 6 anni 8 11,4 66,7 75,0 Più di 10 anni 3 4,3 25,0 100,0 Subtotale 12 17,1 100,0 Risposta non dovuta 58 82,9 Totale 70 100,0 Il Delegato in precedenza VA % % valida % cum. È stato Delegato in altra regione 2 2,9 14,3 14,3 È stato Direttore di un CFP 3 4,3 21,4 35,7 È stato Direttore in più CFP 1 1,4 7,1 42,9 Non è stato né direttore, né Delegato 5 7,1 35,7 78,6 È stato sia direttore, sia Delegato 3 4,3 21,4 100,0 Subtotale 14 20,0 100,0 Risposta non dovuta 56 80,0 Totale 70 100,0 152 Tav. 15 – Anni di esperienza professionale dei Segretari nazionali Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 16 – Esperienza professionale dei Segretari nazionali Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Dunque, complessivamente si tratta di persone con un buon livello di esperienza sulle spalle, come si può vedere dalla Tavola 18; infatti, oltre la metà dei rispondenti ha un’esperienza di uno/sei anni, quota che raggiunge il 92,9% se sommata a quanti attestano un’esperienza di oltre sette anni, mentre, solo il 7,1% dichiara meno di un anno di esperienza (e si tratta, più specificamente, di quattro Direttori e un Delegato). Tav. 17 – Anni di esperienza degli intervistati Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata 4. LA PARTECIPAZIONE AI CORSI DI FORMAZIONE IN SERVIZIO Gli intervistati sono stati invitati a valutare (su una scala da 1 a 4, da “nessuno” a “tutti o quasi tutti”), la partecipazione alle diverse proposte di Formazione in servizio offerte dalla Sede Nazionale. Nella Tavola 18 sono riportate, in sintesi, le statistiche descrittive. Da notare come, secondo la percezione degli intervistati, abbiano partecipato più della metà dei formatori dei rispettivi CFP (o delegazioni regionali o settori/ aree) ai seminari per il personale direttivo e ai corsi residenziali regionali/locali. Anni da Segretario VA % % valida % cum. Da 1 a 6 anni 6 8,6 54,5 54,5 Da 7 a 10 anni 2 2,9 18,2 72,7 Più di 10 anni 3 4,3 27,3 100,0 Subtotale 11 15,7 100,0 Risposta non dovuta 59 84,3 Totale 70 100,0 Anni di esperienza VA % % cum. Meno di un anno 5 7,1 7,1 Da 1 a 6 anni 39 55,7 62,9 Da 7 a 10 anni 12 17,1 80,0 Più di 10 anni 14 20,0 100,0 Totale 70 100,0 È stato Segretario nazionale di altri settori/aree VA % % valida % cum. No 11 15,7 100,0 100,0 Risposta non dovuta 59 84,3 Totale 70 100,0 153 Seminari per i formatori, Corsi residenziali nazionali, sia per quanto riguarda l’area delle competenze tecnico professionali, sia l’area delle competenze di base, Apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area (per i Segretari nazionali), Attività formative con FONDER, Convegni promossi dalla CISI, Seminari tematici legati ad eventi esterni registrano, invece, una partecipazione di meno della metà dei formatori. Infine, la partecipazione è estremamente ridotta per i corsi FAD e i Progetti internazionali. Tav. 18 – Valutazione della partecipazione ai corsi di Formazione in servizio Legenda: M=Media; DS=Deviazione Standard Nel dettaglio (cfr. Tav. 19), per quanto riguarda la partecipazione ai seminari per il personale direttivo, il 57,6% degli intervistati dichiara che hanno partecipato “tutti o quasi tutti” i formatori, specialmente al Nord (64,7%) e al Centro (66,7%); al Sud le risposte si distribuiscono equamente fra “nessuno ha partecipato” (30,8%) e “tutti o quasi hanno partecipato” (30,8%). Non si rilevano particolari differenze nella percezione di Delegati regionali e Direttori di CFP, né di laici e religiosi. In riferimento alla partecipazione ai corsi residenziali regionali/locali il 42,4% degli intervistati dichiara che hanno partecipato “tutti o quasi tutti i formatori”, specialmente al Nord (55,9%), mentre al Centro e al Sud le risposte si ripartiscono fra “nessuno” (rispettivamente 41,7% e 30,8%) e “più della metà hanno partecipato” (33,3%). Il 45,7% degli intervistati dichiara che “meno della metà” dei formatori ha partecipato ai seminari specifici per formatori (55,9% al Nord, 50% al Centro), con una partecipazione ancora più bassa al Sud, dove il 30,8% degli intervistati dichiara che “nessuno” ha partecipato a questo tipo di seminari. Per quanto riguarda i corsi residenziali nazionali relativi all’area delle competenze tecnico-professionali, complessivamente il 54,3% degli intervistati dichiara che “meno della metà” dei formatori vi hanno partecipato (il 70,6% al Nord, il 41,7% al Centro e il 38,5% al Sud). Il livello di partecipazione è più basso al Centro e al Sud dove si rilevano percentuali importanti di intervistati che dichiarano che “nessuno” ha partecipato: 33,3% al Centro e 23,1% al Sud (più un altro Partecipazione a: N Min. Max. M DS Seminari per il personale direttivo 52 1 4 3,27 1,105 Corsi residenziali regionali/locali 55 1 4 2,98 1,147 Seminari per i formatori 61 1 4 2,28 0,951 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali 63 1 4 2,25 0,822 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base 61 1 4 2,10 0,724 Apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area 8 1 4 2,00 1,069 Attività formative con FONDER 49 1 4 1,82 0,928 Convegni promossi dalla CISI 51 1 4 1,76 0,839 Seminari tematici legati ad eventi esterni 54 1 4 1,76 0,671 Corsi FAD 52 1 4 1,56 0,608 Progetti internazionali (mobilità) 50 1 3 1,30 0,505 154 Tav. 19 – Partecipazione ai diversi corsi di Formazione in servizio Legenda: M=Media; NR=Non risponde; VA=valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata; ND=Risposta non dovuta Qualità della partecipazione a: M Nessuno ha partecipato Insoddisfacente Poco soddisfacente Abbastanza soddisfacente Molto soddisfacente Non risponde Totale valido ND Totale Corsi residenziali regionali/locali 3,28 VA 8 1 1 28 16 5 59 11 70 % valida 11,4 1,4 1,4 40,0 22,9 7,1 84 15,7 100 % cum. 13,6 1,7 1,7 47,5 27,1 8,5 100 Apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area 3,20 VA 1 1 2 2 5 11 59 70 % valida 9,1 9,1 18,2 18,2 45,5 100,0 % cum. 9,1 18,2 36,4 54,5 100,0 Seminari per il personale direttivo 3,17 VA 5 2 3 28 15 6 59 11 70 % valida 8,5 3,4 5,1 47,5 25,4 10,2 100,0 % cum. 8,5 11,9 16,9 64,4 89,8 100,0 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali 3,16 VA 7 2 2 36 15 8 70 % valida 10,0 2,9 2,9 51,4 21,4 11,4 100,0 % cum. 10,0 12,9 15,7 67,1 88,6 100,0 Seminari per i formatori 3,16 VA 11 2 3 30 15 9 70 % valida 15,7 2,9 4,3 42,9 21,4 12,9 100,0 % cum. 15,7 18,6 22,9 65,7 87,1 100,0 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base 3,02 VA 8 2 3 39 8 10 70 % valida 11,4 2,9 4,3 55,7 11,4 14,3 100,0 % cum. 11,4 14,3 18,6 74,3 85,7 100,0 Progetti internazionali (mobilità) 3,00 VA 29 1 2 9 4 14 59 11 70 % valida 49,2 1,7 3,4 15,3 6,8 23,7 100,0 % cum. 49,2 50,8 54,2 69,5 76,3 100,0 Attività formative con FONDER 2,96 VA 20 1 3 20 4 11 59 11 70 % valida 33,9 1,7 5,1 33,9 6,8 18,6 100,0 % cum. 33,9 35,6 40,7 74,6 81,4 100,0 Seminari tematici legati ad eventi esterni 2,88 VA 18 2 5 22 5 18 70 % valida 25,7 2,9 7,1 31,4 7,1 25,7 100,0 % cum. 25,7 28,6 35,7 67,1 74,3 100,0 Convegni promossi dalla CISI 2,86 VA 17 1 5 20 3 13 59 11 70 % valida 28,8 1,7 8,5 33,9 5,1 22,0 100,0 % cum. 28,8 30,5 39,0 72,9 78,0 100,0 Corsi FAD 2,33 VA 21 3 12 12 11 59 11 70 % valida 35,6 5,1 20,3 20,3 18,6 100,0 % cum. 35,6 40,7 61,0 81,4 100,0 155 23,1% che decide di non rispondere). Il 54,3% dei rispondenti dichiara che “meno della metà” dei formatori ha partecipato ai corsi residenziali nazionali relativi all’area delle competenze di base. La tendenza è la stessa individuata per i corsi residenziali nazionali dell’altro ambito: una partecipazione più consistente al Nord, dove si dichiara che “nessuno ha partecipato” solo nell’8,8% dei casi, a fronte di una partecipazione meno diffusa al Centro (33,3%) e al Sud (15,4%). In riferimento alla partecipazione alle attività formative con FONDER buona parte degli intervistati del Nord e del Sud dichiarano che “nessuno” vi ha partecipato, rispettivamente il 38,2% e il 46,2%. La situazione è leggermente più confortante al Centro dove il 41,7% degli intervistati dichiara che vi ha partecipato “meno della metà” dei formatori. Complessivamente il 42,4% degli intervistati dichiara che “meno della metà” dei formatori ha partecipato a convegni promossi dalla CISI. Nel dettaglio, il 58,3% al Centro, il 38,5% al Sud e il 38,2% al Nord. Tuttavia, al Nord si registra anche un ulteriore 38,2% di intervistati che dichiara che “nessuno” vi ha partecipato; al Centro tale percentuale sale al 41,7%, mentre al Sud si attesta al 23,1%. Per quanto riguarda la partecipazione a seminari tematici legati ad eventi esterni, al Nord il 55,9% degli intervistati dichiara che vi hanno partecipato “meno della metà dei formatori”, al Centro dichiara la stessa cosa il 50% degli intervistati (l’altro 50% dichiara che “nessuno” vi ha partecipato), al Sud lo dichiara il 23,1% assieme a un 46,2% che dichiara che “nessuno” vi ha partecipato e a un 30,8% di intervistati che preferisce non rispondere a questa domanda. La partecipazione ai corsi FAD è nulla per il 42,45% dei rispondenti. In particolare, la situazione è relativamente più confortante al Centro dove a fronte di un 33,3% di intervistati che dichiara che “nessuno” vi ha partecipato si rileva anche un 66,7% che dichiara che “meno della metà” vi ha partecipato. Al Nord il 47,1% degli intervistati dichiara che “nessuno” vi ha partecipato e il 41,2% indica che “meno della metà” vi ha partecipato. Infine, al Sud il 38,5% dei rispondenti dichiara che “nessuno” vi ha partecipato e, in egual misura (30,8%) o scelgono di non rispondere o dichiarano che “meno della metà” dei formatori ha partecipato ai corsi FAD. “Nessuno” ha partecipato ai progetti internazionali per il 61% degli intervistati, senza differenze particolarmente evidenti fra le percezioni degli intervistati delle diverse aree geografiche. Dallo studio delle tavole di contingenza (analisi bivariata) non si rilevano particolari dissomiglianze nella distribuzione di frequenza delle risposte in funzione del ruolo o dello stato civile. Tendenzialmente, la percezione del livello di partecipazione alle varie attività di Formazione in servizio è più critica o più realistica da parte dei Direttori dei CFP, probabilmente perché hanno maggiori occasioni di contatto diretto con i formatori. I Delegati, tutti Salesiani, in alcuni casi si dimostrano più ottimisti nel valutare il livello di partecipazione, in particolar modo alle attività con FONDER, alle attività promosse dalla CISI, ai corsi FAD e ai progetti internazionali. 156 Per quanto concerne gli anni di esperienza, da rilevare essenzialmente la maggiore concentrazione di mancate risposte fra gli intervistati con minore esperienza. Gli intervistati con più esperienza hanno tendenzialmente una percezione più pessimistica della partecipazione alle attività di Formazione in servizio. Tendenza che si conferma in riferimento all’età dei rispondenti: fra i più giovani si registra un numero maggiore di mancate risposte e si rileva anche una stima della partecipazione più ottimistica. Sempre in riferimento alla stima della partecipazione, considerando il titolo di studio degli intervistati, i laureati in generale (in possesso di titoli sia civili, sia ecclesiastici) si dimostrano più pessimisti. Gli intervistati sono stati, in seguito, invitati a valutare su una scala da 1 a 4 (da “insoddisfacente” a “molto soddisfacente”), la qualità della partecipazione dei formatori alle diverse proposte di Formazione in servizio offerte dalla Sede Nazionale. Nella Tavola 20 sono riportate nel dettaglio le statistiche descrittive. Da notare come, nella percezione degli intervistati, sia valutata in modo “abbastanza soddisfacente” la partecipazione dei formatori ai Corsi residenziali regionali/ locali, ai Seminari per il personale direttivo, ai Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali, ai Seminari specifici per i formatori, ai Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base e ai Progetti internazionali; ancora in modo abbastanza soddisfacente, anche se in misura leggermente inferiore, viene valutata la partecipazione alle Attività formative con FONDER, ai Seminari tematici legati ad eventi esterni ed ai Convegni promossi dalla CISI. Infine, è poco soddisfacente per gli intervistati la partecipazione dei formatori ai corsi FAD. Tav. 20 – Valutazione della qualità della partecipazione ai corsi di Formazione in servizio Legenda: M=Media; DS=Deviazione Standard In particolare (cfr. Tav. 21), per quanto riguarda la qualità della partecipazione da parte dei formatori ai corsi residenziali regionali/locali, il 47,5% degli intervistati dichiara che è “abbastanza soddisfacente” e il 27,1% che è “molto soddisfacente”. L’area della soddisfazione è più diffusa fra gli intervistati del Nord. Qualità della partecipazione a: N Min. Max. M DS Corsi residenziali regionali/locali 46 1 4 3,28 0,621 Apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area 5 2 4 3,20 0,837 Seminari per il personale direttivo 48 1 4 3,17 0,724 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali 55 1 4 3,16 0,660 Seminari per i formatori 50 1 4 3,16 0,710 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base 52 1 4 3,02 0,610 Progetti internazionali (mobilità) 16 1 4 3,00 0,816 Attività formative con FONDER 28 1 4 2,96 0,637 Seminari tematici legati ad eventi esterni 34 1 4 2,88 0,729 Convegni promossi dalla CISI 29 1 4 2,86 0,639 Corsi FAD 27 1 3 2,33 0,679 157 In riferimento alla qualità della partecipazione ai seminari per il personale direttivo, gli intervistati si dichiarano abbastanza soddisfatti nel 47,5% dei casi con percentuali più elevate al Nord. Per quanto concerne la valutazione della partecipazione ai Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali, si dichiara abbastanza soddisfatto il 51,4% degli intervistati. L’area della soddisfazione è più estesa al Nord. Il 42,9% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto della partecipazione dei formatori ai Seminari specifici per i formatori e, anche in questo caso, si dichiarano più soddisfatti i rispondenti del Nord. Stessa tendenza per quanto riguarda la qualità della partecipazione ai Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base: è valutata in modo abbastanza soddisfacente dal 55,7% degli intervistati, con proporzioni più evidenti fra gli intervistati del Nord. Per quanto riguarda la partecipazione ai Progetti internazionali buona parte dei rispondenti (15,3%) la valuta in modo abbastanza soddisfacente, in particolar modo al Nord e al Centro, ma in questo caso sono da tenere presenti le elevate percentuali di rispondenti che non hanno risposto e che non dovevano rispondere avendo indicato che nessuno dei formatori ha partecipato a questo specifico tipo di attività. Relativamente alle Attività formative con FONDER, si dichiarano abbastanza soddisfatti il 33,9% degli intervistati e l’area di maggiore soddisfazione, in questo caso, è il Centro. Il 31,4% dei rispondenti è abbastanza soddisfatto anche della partecipazione ai Seminari tematici legati ad eventi esterni, specialmente gli intervistati del Nord. Per quanto riguarda la partecipazione ai Convegni promossi dalla CISI il 33,9% dei rispondenti si dichiara abbastanza soddisfatto, in maniera trasversale alle diverse aree geografiche. Infine, per il 20,3% degli intervistati la partecipazione dei formatori ai corsi FAD è abbastanza soddisfacente e, allo stesso tempo, per una quota altrettanto numerosa tale partecipazione è giudicata, invece, poco soddisfacente. Da notare che al Sud si concentra il maggior numero di mancate risposte registrate per questa domanda. Per quanto concerne il ruolo, complessivamente i Direttori dei CFP si dichiarano abbastanza soddisfatti della partecipazione alle attività di Formazione in servizio, come anche i Delegati che lo sono particolarmente in merito a seminari di vario tipo (per i formatori, per il personale direttivo, tematici esterni) e ai convegni promossi dalla CISI. Allo stesso tempo, i Direttori sembrano essere i più critici nell’esprimere scarsa soddisfazione in merito alla partecipazione ai corsi FAD. Inoltre, i laici appaiono complessivamente abbastanza soddisfatti della partecipazione a tutte le attività di tipo seminariale, mentre i Salesiani si dichiarano abbastanza soddisfatti di quella relativa ai corsi regionali/locali, ai progetti internazionali e ai convegni CISI. Una precisazione è necessaria per quanto riguarda l’apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area: si tratta di domande rivolte soltanto ai Segre- 158 Tav. 21 – Qualità della partecipazione ai diversi corsi di Formazione in servizio Legenda: M =Media; VA=valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata; ND=Risposta non dovuta Qualità della partecipazione a: M Nessuno ha partecipato Insoddisfacente Poco soddisfacente Abbastanza soddisfacente Molto soddisfacente Non risponde Totale valido ND Totale Corsi residenziali regionali/locali 3,28 VA 8 1 1 28 16 5 59 11 70 % valida 11,4 1,4 1,4 40,0 22,9 7,1 84 15,7 100 % cum. 13,6 1,7 1,7 47,5 27,1 8,5 100 Apporto tecnologico e formativo delle imprese al settore/area 3,20 VA 1 1 2 2 5 11 59 70 % valida 9,1 9,1 18,2 18,2 45,5 100,0 % cum. 9,1 18,2 36,4 54,5 100,0 Seminari per il personale direttivo 3,17 VA 5 2 3 28 15 6 59 11 70 % valida 8,5 3,4 5,1 47,5 25,4 10,2 100,0 % cum. 8,5 11,9 16,9 64,4 89,8 100,0 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze tecnico professionali 3,16 VA 7 2 2 36 15 8 70 % valida 10,0 2,9 2,9 51,4 21,4 11,4 100,0 % cum. 10,0 12,9 15,7 67,1 88,6 100,0 Seminari per i formatori 3,16 VA 11 2 3 30 15 9 70 % valida 15,7 2,9 4,3 42,9 21,4 12,9 100,0 % cum. 15,7 18,6 22,9 65,7 87,1 100,0 Corsi residenziali nazionali - area delle competenze di base 3,02 VA 8 2 3 39 8 10 70 % valida 11,4 2,9 4,3 55,7 11,4 14,3 100,0 % cum. 11,4 14,3 18,6 74,3 85,7 100,0 Progetti internazionali (mobilità) 3,00 VA 29 1 2 9 4 14 59 11 70 % valida 49,2 1,7 3,4 15,3 6,8 23,7 100,0 % cum. 49,2 50,8 54,2 69,5 76,3 100,0 Attività formative con FONDER 2,96 VA 20 1 3 20 4 11 59 11 70 % valida 33,9 1,7 5,1 33,9 6,8 18,6 100,0 % cum. 33,9 35,6 40,7 74,6 81,4 100,0 Seminari tematici legati ad eventi esterni 2,88 VA 18 2 5 22 5 18 70 % valida 25,7 2,9 7,1 31,4 7,1 25,7 100,0 % cum. 25,7 28,6 35,7 67,1 74,3 100,0 Convegni promossi dalla CISI 2,86 VA 17 1 5 20 3 13 59 11 70 % valida 28,8 1,7 8,5 33,9 5,1 22,0 100,0 % cum. 28,8 30,5 39,0 72,9 78,0 100,0 Corsi FAD 2,33 VA 21 3 12 12 11 59 11 70 % valida 35,6 5,1 20,3 20,3 18,6 100,0 % cum. 35,6 40,7 61,0 81,4 100,0 159 tari nazionali che, nello specifico, si distribuiscono equamente (27,3%) fra “nessuno” ha partecipato, “meno della metà” ha partecipato e la mancata risposta. Tuttavia, per quanto riguarda la valutazione della qualità della partecipazione all’apporto tecnologico, quanti hanno deciso di rispondere si dichiarano abbastanza (18,2%) o molto soddisfatti (18,2%). Per quanto concerne gli anni di esperienza da rilevare, anche nel caso della valutazione della qualità della partecipazione, la maggiore concentrazione di mancate risposte fra gli intervistati con minore esperienza. Tendenzialmente gli intervistati con più esperienza mostrano una maggiore soddisfazione circa la qualità della partecipazione alle attività di Formazione in servizio. Tendenza che si conferma in riferimento all’età dei rispondenti: fra gli ultracinquantenni la percentuale di soddisfazione è maggiore (specialmente in riferimento alle attività di tipo seminariale). Sempre in riferimento alla valutazione della qualità della partecipazione, considerando il titolo di studio degli intervistati, i laureati, in generale, si dimostrano in proporzione meno soddisfatti (specialmente in riferimento alle diverse attività di tipo seminariale). Tav. 22 – Ostacoli alla partecipazione ai corsi di Formazione in servizio Legenda: Base dati N=70; la % non ha somma 100 perché erano ammesse più risposte; VA=Valore assoluto Agli intervistati è stato poi richiesto di indicare quali pensano possano essere gli elementi che fanno da ostacolo alla partecipazione dei formatori alle diverse attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale (cfr. Tav. 22). Sulla base delle risposte più frequenti i maggiori ostacoli per la partecipazione dei formatori sembrerebbero essere elementi che, per lo più, hanno a che fare con la mancanza o comunque l’insufficienza di personale interno (con contratto a tempo indeterminato o determinato) e con il carico eccessivo di lavoro sui singoli operatori, che per queste ragioni non possono usufruire delle diverse proposte di Formazione in servizio. A seguire, si rintracciano motivazioni che hanno a che fare con la programmazione temporale e la rigidità degli orari di svolgimento delle diverse ini - ziative. Piuttosto consistenti in termini di frequenza anche i riferimenti alla scarsa Ostacoli alla partecipazione: VA % valida Insufficienza del personale interno del CFP che impedisce la partecipazione 37 52,9 Eccessivo carico di lavoro personale 31 44,3 Incompatibilità rispetto alle date programmate 23 32,9 Rigidità dell'orario del corso 11 15,7 Mancanza di finalizzazione alla carriera 10 14,3 Scarsa sensibilità della dirigenza 7 10,0 Mancata finalizzazione alla definizione dei ruoli/compiti da svolgere nel centro 7 10,0 Scarso interesse dei partecipanti verso gli argomenti/tematiche trattate 6 8,6 Assenza di incentivi economici per i partecipanti ai corsi 6 8,6 Scarsa praticità e/o eccessiva astrattezza dei contenuti dei corsi 4 5,7 Basso livello contenutistico dei corsi 1 1,5 Scarsa preparazione dei docenti dei corsi 0 0,0 Carenze metodologiche da parte dei docenti dei corsi 0 0,0 160 finalizzazione alla progressione di carriera delle iniziative di formazione, alla scarsa finalizzazione alla definizione di ruoli e compiti da svolgere nei CFP e il riferimento ad una scarsa sensibilità della dirigenza. Non sono stati, invece, indicati da nessuno degli intervistati, problemi che possono avere a che fare con la preparazione e il livello di autorevolezza dei docenti dei diversi corsi di Formazione in servizio. Gli intervistati, nel caso di questa domanda, hanno in buona misura approfittato della possibilità di specificare altri eventuali ostacoli alla partecipazione ai corsi di Formazione in servizio e nella Tavola 23 sono riportati, in sintesi, i risultati della ricodifica effettuata a posteriori di tali specifiche. Tav. 23 – Specifica di altri eventuali ostacoli alla partecipazione ai corsi di Formazione in servizio Legenda: VA=Valore assoluto In dettaglio, i problemi relativi all’insufficienza del personale interno al CFP e all’assenza di incentivi economici sono particolarmente sentiti al Centro e al Sud. Le problematiche, invece, connesse con l’eccessivo carico di lavoro personale, la rigidità degli orari, delle date e della logistica dei corsi in generale, nonché lo scarso interesse dei partecipanti verso le tematiche dei corsi, sono maggiormente avvertite al Nord, a seguire al Centro, infine al Sud. La mancanza di finalizzazione alla carriera è trasversalmente riconosciuta come un ostacolo nelle diverse aree geografiche; la scarsa praticità è considerata un ostacolo esclusivamente al Nord e il basso livello contenutistico dei corsi lo è esclusivamente al Sud. Interessante notare come la scarsa sensibilità della dirigenza e la mancata finalizzazione alla definizione dei ruoli siano ostacoli indicati, per lo più, dai Segretari nazionali. Anche nel caso della percezione degli eventuali ostacoli, il giudizio dei Direttori sembra essere più vicino alla realtà concreta vissuta nei diversi CFP, questi si dimostrano, infatti, più sensibili, insieme ai Delegati, agli ostacoli di carattere più spiccatamente pratico connessi con la gestione della partecipazione alle attività di formazione, compatibilmente con le esigenze organizzative dei diversi centri. L’influenza sul giudizio dello status salesiano/laico è coerente con la composizione in prevalenza laica del sub-campione di Direttori dei CFP. Per quanto riguarda gli eventuali ostacoli, si noti come fra gli intervistati con meno anni di esperienza tendenzialmente non vengono indicati elementi che possono avere a che fare con la dirigenza e con i contenuti dei corsi. Per quanto riguarda l’età degli intervistati, i più giovani sono più sensibili alle questioni econo- Specifica di altri eventuali ostacoli alla partecipazione VA Problemi relativi alla gestione del personale 9 Problemi relativi agli impegni familiari degli operatori 6 Problematiche peculiari del CNOS Sicilia 3 Problematiche relative alle diversità regionali dei diversi CFP 1 161 miche, gli adulti agli aspetti organizzativi delle attività (date e orari), mentre i più maturi denunciano scarsa sensibilità della dirigenza. Infine, relativamente al titolo di studio degli intervistati i diplomati sembrano preoccupati circa l’eccessivo carico di lavoro personale, mentre i laureati in generale sono più sensibili agli aspetti legati ai contenuti dei corsi, all’interesse dei partecipanti e, di nuovo, alla sensibilità della dirigenza. La partecipazione alle diverse proposte e opportunità di Formazione in servizio (cfr. Tav. 24) è quasi sempre concordata con il Direttore e/o con lo staff di direzione (85,7%) specialmente al Nord, a detta principalmente dei Direttori e dei laici. Gli intervistati si dichiarano essenzialmente soddisfatti della Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale: il 51,4% è abbastanza soddisfatto, il 35,7% è molto soddisfatto, mentre solo il 2,8% si dichiara apertamente poco o per nulla soddisfatto e il 10% degli intervistati decide di non rispondere a questa domanda (cfr. Tavv. 25 e 26). Questa situazione si individua specialmente al Nord, secondo l’opinione in particolare dei Direttori e dei laici. In funzione dell’età e del titolo di studio non si individuano differenze significative fra gli intervistati, mentre è da segnalare il fatto che l’area della soddisfazione sia più ampia fra gli intervistati con minore esperienza professionale. Tav. 24 – Tipo di partecipazione alle attività di Formazione in servizio Legenda: VA=Valore assoluto Tav. 25 – Soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP Legenda: VA=Valore assoluto; % cum.=Percentuale cumulata Tav. 26 – Valutazione della soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP Legenda: M=Media; DS=Deviazione Standard Tipo di partecipazione alle attività di Formazione in servizio VA % valida Non risponde 4 5,7 Volontaria 1 1,4 Concordata con il Direttore e/o con lo staff di direzione 60 85,7 Decisa dall'associazione CNOS-FAP regionale 5 7,1 Totale 70 100,0 Quanto è soddisfatto della Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP VA % valida % cum. Non risponde 7 10,0 10,0 Per nulla soddisfatto 1 1,4 11,4 Poco soddisfatto 1 1,4 12,9 Abbastanza soddisfatto 36 51,4 64,3 Molto soddisfatto 25 35,7 100,0 Totale 70 100,0 Statistiche descrittive N Min. Max. M DS Soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale 66 1 4 3,33 0,591 162 Agli intervistati che hanno espresso un giudizio negativo veniva richiesto nel questionario di specificarne le ragioni (cfr. Tav. 27), che essenzialmente si concentrano sulla scarsa significatività dei corsi, la scarsa incidenza nella concreta prassi formativa dei formatori, il mancato conseguimento degli obiettivi formativi e la limitata trasferibilità nel proprio CFP degli elementi costitutivi dell’offerta di Formazione in servizio. Tav. 27 – Motivi di insoddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP Legenda: Base dati N=70; la % non ha somma 100 perché erano ammesse più risposte; VA=Valore assoluto La scarsa significatività dei contenuti e la scarsa incidenza nella prassi formativa vengono parimenti indicate al Nord e al Sud, mentre il mancato conseguimento degli obiettivi e la limitata trasferibilità nei CFP sono motivo di insoddisfazione prevalentemente al Sud. In riferimento a ruolo e status non si notano differenze significative nella distribuzione di frequenza delle risposte. Differenze che si rilevano, invece, in riferimento agli anni di esperienza: chi ne ha da 7 a 10 è preoccupato circa la limitata trasferibilità e la scarsa incidenza sulla prassi formativa, mentre chi ne ha da 1 a 6 tiene in considerazione il mancato conseguimento degli obiettivi e la scarsa significatività dei contenuti. In parte queste tendenze si confermano studiando le differenze per età fra gli intervistati: i rispondenti di età fino a 60 anni giudicano scarsamente significativi e con una scarsa ricaduta nelle prassi formativa i contenuti dei corsi. In generale, gli intervistati con più esperienza si dimostrano più critici rispetto a quelli con meno esperienza. Gli intervistati in possesso di una laurea civile, infine, sono i principali portatori di giudizio negativo in merito agli elementi considerati finora. Allo stesso modo, nel questionario veniva richiesto agli intervistati di specifica - re le ragioni del loro giudizio positivo in merito alla Formazione in servizio dei formatori offerta dalla Sede Nazionale (cfr. Tav. 28). Il principale motivo di soddisfazione riguarda la significatività dei contenuti proposti nelle diverse attività, indicato dall’80,6% degli intervistati; a seguire, si individuano motivazioni legate all’idoneità della docenza (46,8%), alla trasferibilità nel proprio CFP (45,2%) e al conse- Ragioni del giudizio negativo: VA % valida La scarsa significatività dei contenuti proposti 2 50,0 La scarsa incidenza nella prassi formativa dei formatori 2 50,0 Il mancato conseguimento degli obiettivi 1 25,0 La limitata trasferibilità nel proprio CFP 1 25,0 L'inefficacia delle metodologie didattiche 0 0,0 L'inadeguatezza delle attrezzature e delle tecnologie didattiche 0 0,0 La scarsa validità dei sussidi didattici 0 0,0 La poca idoneità della docenza 0 0,0 La mancanza di partecipazione dei corsisti 0 0,0 L'inefficienza organizzativa 0 0,0 La insoddisfacente ospitalità 0 0,0 163 guimento degli obiettivi formativi (41,9%). Buona parte degli intervistati indica, poi, come ulteriori motivi di soddisfazione da un lato l’incidenza nella prassi formativa dei formatori (30,6%) e la partecipazione dei corsisti stessi (29%), dall’altro l’efficienza organizzativa (29%) e l’ospitalità (21%). Infine, si rilevano ragioni di soddisfazione connesse con la metodologia didattica (12,9%), le attrezzature (12,9%) e i diversi sussidi didattici (6,5%) a disposizione per la Formazione in servizio. Importante sottolineare come fra i motivi di soddisfazione sia stata indicata anche la possibilità di entrare in contatto e scambiare esperienze con i formatori di altri CFP durante i corsi di Formazione in servizio (cfr. Tav. 29). Anzi, l’esigenza di interscambio e collaborazione fra realtà diverse è una dimensione che emerge anche in risposta ad altre domande del questionario, quindi, sembra essere una istanza da non sottovalutare e da valorizzare per il futuro. Tav. 28 – Motivi di soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP Legenda: Base dati N=70; la % non ha somma 100 perché erano ammesse più risposte; VA=Valore assoluto Tav. 29 – Specifica di altri motivi di soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale CNOS-FAP Legenda: VA=Valore assoluto Nel dettaglio, al Centro e al Nord, sono prevalentemente motivo di soddisfazione gli aspetti pratici, concreti dell’attività formativa, quali la significatività dei contenuti proposti, l’idoneità della docenza, la trasferibilità nel proprio CFP, l’adeguatezza delle attrezzature e delle tecnologie didattiche e la validità dei sussidi didattici, nonché l’efficienza organizzativa e l’ospitalità. Il conseguimento degli obiettivi e, quindi, l’efficacia delle metodologie didattiche sono indicate come motivo di soddisfazione prevalentemente al Sud e al Nord, così come l’incidenza nella prassi formativa dei formatori. Ragioni del giudizio positivo: VA % valida La significatività dei contenuti proposti 50 80,6 La idoneità della docenza 29 46,8 La trasferibilità nel proprio CFP 28 45,2 Il conseguimento degli obiettivi 26 41,9 La incidenza nella prassi formativa dei formatori 19 30,6 La partecipazione dei corsisti 18 29,0 L'efficienza organizzativa 18 29,0 L'ospitalità 13 21,0 L'efficacia delle metodologie didattiche 8 12,9 L'adeguatezza delle attrezzature e delle tecnologie didattiche 8 12,9 La validità dei sussidi didattici 4 6,5 Ragioni del giudizio positivo: Altro VA La temporalità dei corsi 1 Scambio di esperienze durante il corso con altri formatori 1 164 La stessa partecipazione dei corsisti è motivo di soddisfazione prevalentemente al Nord e al Sud. Con riferimento ai ruoli, il giudizio dei Direttori, complessivamente, si avvicina molto a quello dei Segretari nazionali. È interessante notare, inoltre, come i Segretari nazionali esprimano soddisfazione per lo più in merito agli elementi concreti maggiormente legati alla docenza, ai contenuti e alle metodologie e tecnologie didattiche, nonché alla partecipazione stessa da parte dei corsisti. L’influenza dello status si rispecchia nell’andamento delle risposte espresse dai Direttori dei CFP (prevalentemente laici), dai Segretari nazionali (quasi tutti laici) e dei Delegati regionali (tutti Salesiani). Per quanto riguarda l’esperienza, si noti come i più esperti motivano il loro giudizio positivo attraverso ragioni che hanno a che fare con i contenuti dei corsi, i sussidi didattici, l’idoneità della docenza, il conseguimento degli obiettivi formativi e la trasferibilità nei CFP. I più giovani in termini di età sono attenti al - l’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche, alla partecipazione dei corsisti e al conseguimento degli obiettivi formativi, mentre i più anziani considerano maggiormente l’idoneità della docenza e l’efficacia delle metodologie didattiche, all’insegna di quella che sembra delinearsi come una sorta di contrapposizione fra didattica tradizionale e didattica innovativa. Anche in riferimento al titolo di studio degli intervistati si rilevano tendenziali differenze: i diplomati legano il loro giudizio positivo ad aspetti concreti di efficienza/efficacia della didattica, delle attrezzature, dei sussidi, dell’organizzazione stessa delle attività, di significatività dei contenuti, della loro trasferibilità e del conseguimento degli obiettivi formativi, mentre i laureati, in generale, sembrano più concentrati sulle possibili e auspicabili ricadute sulla prassi formativa e sulla partecipazione stessa dei corsisti. 5. PUNTI DI FORZA E DI CRITICITÀ: UN BILANCIO Una sola domanda, ma molto articolata, ha sollecitato gli intervistati ad ef - fettuare un bilancio delle attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale. Le risposte verranno presentate in due momenti: prima si ragionerà sui totali e poi questi saranno approfonditi in relazione alle diverse categorie in cui si distribuisce il campione. Nel complesso i risultati sono sostanzialmente positivi: la valutazione espressa dalla media ponderata non scende mai al di sotto dell’abbastanza soddisfatti; al tempo stesso non si può trascurare che in genere i dati non si collocano sul molto o in prossimità di esso (cfr. Tav. 30). Un aspetto riceve un giudizio che si colloca quasi tra molto e abbastanza: il “clima” del corso (collaborazione, impegno...) (M: 3,46; molto: 42,9%). Inoltre, si avvicinano a questo risultato le alternative quali: la competenza e l’autorevolezza 165 Tav. 30 – Valutazione della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale (dom. 10 - in %; in M e in graduatoria sulla M) Legenda: M=Media ponderata; VA=Valore assoluto; NR=Non risponde Qualità della Formazione in servizio M In VA e % NR Insoddisfacente Poco soddisfacente Abbastanza soddisfacente Molto soddisfacente VA % VA % VA % VA % VA % “Clima” del corso 3,46 7 10,0 0 0,0 1 1.4 32 45,7 30 42,9 Competenza e autorevolezza dei docenti 3,38 7 10,0 0 0,0 0 0,0 39 55,7 24 34,3 Disponibilità a fornire chiarimenti da parte dei docenti 3,38 7 10,0 0 0,0 0 0,0 39 55,7 24 34,3 Significatività dei contenuti dei corsi 3,35 7 10,0 1 1,14 1 1,14 36 51,4 25 35,7 Efficienza organizzativa (orari, ospitalità, luogo…) 3,29 7 10,0 0 0,0 4 5,7 37 52,9 22 31,4 Chiarezza nell’esposizione degli argomenti 3,27 7 10,0 0 0,0 1 1,4 44 62,9 18 25,7 Personale coinvolgimento nei corsi da parte dei formatori 3,19 7 10,0 0 0,0 7 10,0 37 52,9 19 27,1 Adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche e dei materiali 3,14 7 10,0 0 0,0 4 5,7 46 65,7 13 18,6 Raggiungimento degli obiettivi formativi 3,11 7 10,0 1 1,4 2 2,9 49 70,0 11 15,7 Grado di approfondimento degli argomenti e dei temi 3,06 7 10,0 0 0,0 5 7,1 49 70,0 9 12,9 Efficacia della metodologia didattica 3,06 8 11,4 0 0,0 7 10,0 44 62,9 11 15,7 Soddisfazione delle attese formative 3,02 7 10,0 1 1,4 3 4,3 53 75,7 6 8,6 166 dei docenti e la loro disponibilità a fornire chiarimenti (in ambedue i casi, 3,38; 34,3%); la significatività dei contenuti (3,35; 35,7%). A sua volta, un gruppo di caratteristiche della Formazione in servizio del CNOS-FAP ottiene una valutazione più che sufficiente. Anzitutto, si tratta dell’efficienza organizzativa (orari, ospitalità, luogo...) (3,29; 41,4%) e della chiarezza nell’esposizione degli argomenti da parte dei docenti dei corsi (3,27; 25,7%). Seguono a una qualche distanza: il personale coinvolgimento nei corsi da parte dei formatori (3,19; 27,1%); l’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche e dei materiali del corso (3,14; 18,6%); il raggiungimento degli obiettivi formativi (3,11; 15,7%). Il giudizio coincide sostanzialmente con la sufficienza su tre aspetti. Due presentano una stessa media, mentre si diversificano quanto alla percentuale del molto: l’efficacia della metodologia didattica (3,06; 15,7%) e la soddisfazione delle attese formative (3,06; 12,9%). L’ultimo posto è occupato dalla soddisfazione delle attese formative (3,02; 8,6%). Infine, meraviglia che 7 intervistati (10%) non rispondano alle domande e che nel caso dell’item “Efficacia della metodologia didattica” salgono a 8 (11,4%). Infatti, si tratta di operatori che per il loro ruolo conoscono la situazione e sono interessati ai problemi che vengono sollevati dalle domande. Il secondo momento dell’analisi dei risultati si basa sugli incroci con variabili significative quali, come si è specificato sopra, l’età, lo stato ecclesiale, la residenza, il titolo di studio, il ruolo e l’esperienza professionale degli intervistati5. Iniziando con l’età, una tendenza comune ai vari item è quella che vede raggrupparsi gli intervistati che non rispondono – generalmente 5 su 7 – tra i più giovani, cioè nella coorte 31-50 anni: l’andamento, anche se si può capire, non appare legittimamente fondato perché nessuno degli intervistati per la sua posizione ed esperienza sembrerebbe mancare di un minimo di conoscenza della FP del CNOSFAP. L’altro andamento che si riscontra evidenzia tra i gruppi di età meno giovani percentuali più elevate di soddisfazione per la Formazione in servizio del CNOSFAP; ciò si può spiegare con la maggiore esperienza e competenza di queste categorie ed essere interpretato come una prova a favore della validità dell’offerta della Sede Nazionale. Va comunque precisato che in due casi la crescita nell’apprezzamento viene solo dalla coorte 51-60 e si tratta dell’efficienza organizzativa e dell’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche e dei materiali. Altra variabile significativa da considerare nella FP del CNOS-FAP e anche tipica di essa è costituita dallo stato ecclesiale di laico o salesiano del personale. Un andamento che emerge dal confronto e che meraviglia è la concentrazione degli intervistati che non rispondono tra i Salesiani che in linea di principio dovrebbero essere meglio informati della situazione e più interessati a prendere posizione sulle 5 In generale, ci si soffermerà solo su quelle variabili il cui utilizzo statistico nell’esame delle domande porta a risultati di una qualche rilevanza. 167 domande. Inoltre, tutte le dimensioni della Formazione in servizio del CNOS-FAP ricevono un apprezzamento più elevato dai laici che non dai Salesiani che, pertanto, risultano più critici nei confronti della Formazione delle loro Opere educative. Riguardo agli incroci con la circoscrizione geografica in cui si svolge la propria attività professionale, va anzitutto ricordato che tale informazione non è stata richiesta ai Segretari nazionali in quanto essi esercitano il loro ruolo in tutto il territorio italiano e non in un determinato Centro o Regione. Anche in questo caso si notano due tendenze: una vede il numero degli intervistati che non rispondono aumentare man mano che si passa dal Nord – dove non si riscontrano affatto – al Centro e al Sud; l’altra, con la progressione opposta sul territorio, cioè dal Meridione al Settentrione, vede crescere l’apprezzamento per i vari aspetti della qualità delle attività di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale del CNOSFAP. Il titolo di studio trova gli intervistati che non rispondono divisi quasi equamente tra i possessori di lauree civili e di lauree ecclesiastiche, mentre nessuno dei diplomati si sottrae alle domande. A loro volta, le valutazioni più positive si riscontrano nell’ultima delle categorie citate, mentre l’apprezzamento tende a scendere passando alle lauree civili e ancor di più a quelle ecclesiastiche, ma in quest’ultimo caso ci potrebbe essere un influsso dello stato salesiano del rispondente che, come si è visto sopra, si accompagna a una crescita nella criticità dei giudizi. Passando poi agli incroci con il ruolo degli inchiestati, emerge che l’assenza di risposta si concentra tra i Direttori dei CFP e soprattutto – proporzionalmente – tra i Delegati regionali, mentre nessuno dei Segretari nazionali si sottrae alle domande: non è difficile vedere in questo esito la concomitanza di una presenza esclusiva dei Salesiani tra i Delegati e di una consistente tra i Direttori da una parte e dall’altra di quella assolutamente preponderante dei laici tra i Segretari. La stessa relazione potrebbe spiegare la crescita dell’apprezzamento per i vari aspetti della Formazione in servizio del CNOS-FAP tra i Segretari, la maggiore criticità dei Delegati e la posizione intermedia tendente al positivo riscontrabile tra i Direttori. Il confronto con gli anni di esperienza professionale evidenzia due andamenti presenti pressoché in tutte le alternative. La tendenza a non rispondere alla domanda si concentra tra quanti esercitano da meno tempo il loro attuale ruolo, cioè tra gli intervistati che dichiarano un periodo di servizio tra 1 e 6 anni o inferiore a 1. È un atteggiamento questo che si comprende ma che, a nostro giudizio, è difficile da giustificare: anche gli intervistati che svolgono il loro attuale ruolo da non molto tempo possono tuttavia contare su una esperienza, certamente non breve, dei centri del CNOS-FAP. L’altro andamento mostra che la percentuale di coloro che valutano positivamente la Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP cresce tra chi può vantare una esperienza più lunga. Dato che chi ha più esperienza, è più competente e quindi il suo apprezzamento ha una maggiore rilevanza, se quanti si trovano in questa condizione aumentano, il segnale non può che essere favorevole. 168 6. RICADUTA DELLA FORMAZIONE IN SERVIZIO SULLE ATTIVITÀ DEL CNOS-FAP Anche in questo caso la prima domanda comprende una pluralità di alternative ognuna delle quali pone degli interrogativi complessi. Come sopra, le risposte saranno esaminate sotto due prospettive: anzitutto si analizzeranno i totali e in un secondo momento questi verranno approfonditi sulla base di diversi incroci con variabili significative. Se la qualità della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP aveva ottenuto globalmente una valutazione di sufficienza che in qualche caso si era spostata in direzione dell’ottimo, la sua ricaduta sulle attività dei CFP dell’Ente riceve nel complesso un giudizio inferiore, che tende a situarsi al di sotto della sufficienza e riguardo a determinati aspetti si colloca anche tra l’abbastanza e il poco (cfr. Tav. 31). La valutazione coincide o quasi con la sufficienza riguardo a quattro dimensioni. In primo luogo viene la ricaduta sulla crescita personale dei formatori (M: 3,10; molto + abbastanza6: 80,0%), un risultato che fa onore al CNOS-FAP, cioè alla visione personalista e non funzionale dei propri collaboratori. Ottiene una considerazione simile, benché leggermente inferiore, l’impatto sulla dimensione professionale dell’attività dei formatori e più specificamente sull’uso dei nuovi strumenti e delle tecnologie didattiche (3,08; 77,1%), sulle competenze didattiche e pedagogiche (2,98; 78,6%) e sul lavoro in équipe (2,97; 71,4%). Un altro gruppo di dimensioni riceve un giudizio che si avvicina alla sufficienza. Si collocano in questo ambito le ricadute su tre categorie di relazioni: con gli allievi (2,92; 60%), tra salesiani e laici (2,89; 64,3%) e con il territorio e il mondo produttivo (2,79; 64,3%). Anche l’impatto sulla prassi educativa salesiana (for - mazione etico-religiosa e sistema preventivo) e quello sugli apprendimenti non riescono ad ottenere una valutazione piena di abbastanza soddisfacente (rispetti - vamente 2,85 e 61,4%; 2,76 e 65,7%). Successivamente, la media si sposta verso l’insufficienza, sebbene ancora risulti leggermente superiore a una collocazione a mezza strada tra abbastanza e poco. Anche in questo caso si tratta di relazioni, ma di altro tipo: con le famiglie (2,73; 52,8%), con le altre scuole/centri (2,66; 54,3%), e inoltre del contributo alla soluzione dei problemi generali della FP e locali del singolo centro (2,64: 52,8%). Le non risposte sono maggiori che nel caso precedente e salgono a 8, 9 e perfino a10. Passando al secondo momento dell’analisi, si procederà ad un approfondimento dei risultati appena richiamati, incrociando i totali con caratteristiche rilevanti degli intervistati. 6 In questo caso, come nei successivi, si utilizza anche l’abbastanza perché le percentuali del molto sono generalmente poco consistenti per cui le differenze tendono ad annullarsi. 169 Tav. 31 – Impatto/ricaduta della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale (dom. 11 - in %; in M e in graduatoria sulla M) Legenda: M=Media ponderata; VA=Valore assoluto; NR=Non risponde Ricaduta della Formazione in servizio M In VA e % NR Insoddisfacente Poco soddisfacente Abbastanza soddisfacente Molto soddisfacente VA % VA % VA % VA % VA % Crescita personale umana dei formatori 3,10 8 11,4 1 1,4 5 7,1 43 61,4 13 18,6 Nuovi strumenti/tecnologie didattiche 3,08 8 11,4 2 2,9 6 8,6 39 55,7 15 21,4 Competenze didattiche e pedagogiche dei formatori 2,98 8 11,4 1 1,4 6 8,6 48 68,6 7 10,0 Lavoro in équipe 2,97 8 11,4 1 1,4 11 15,7 39 55,7 11 15,7 Relazioni con gli allievi 2,92 10 14,3 1 1,4 17 24,3 28 40,0 14 20,0 Relazioni tra salesiani e laici nel centro o nei centri 2,89 9 12,9 1 1,4 15 21,4 35 50,0 10 14,3 Prassi educativa salesiana 2,85 8 11,4 1 1,4 18 25,7 32 45,7 11 15,7 Relazioni con il mondo produttivo e il territorio 2,79 8 11,4 4 5,7 13 18,6 37 52,9 8 11,4 Apprendimento degli allievi 2,76 8 11,4 2 2,9 14 20,0 43 61,4 3 4,3 Relazioni con le famiglie 2,73 10 14,3 1 1,4 22 31,4 29 41,4 8 11,4 Relazioni con altre scuole/CFP 2,66 9 12,9 4 5,7 19 27,1 32 45,7 6 8,6 Soluzione dei problemi (generali della FP, in loco del CFP…) 2,64 9 12,9 3 4,3 21 30,0 32 45,7 5 7,1 170 Il confronto con l’età trova i più giovani meno positivi nel loro giudizio, oltre che maggioritari tra gli intervistati che non rispondono. A loro volta le due coorti più anziane esprimono valutazioni più favorevoli, soprattutto il gruppo oltre i 60 anni e tenuto conto della loro esperienza il loro giudizio è probabilmente più affi - dabile. L’incrocio con lo stato ecclesiale conferma l’andamento inatteso emerso nella domanda precedente della concentrazione della maggioranza delle non risposte tra i Salesiani che pure dovrebbero in linea di principio conoscere meglio la situazione ed essere più interessati a intervenire sulle varie questioni. Pure l’altra tendenza a una maggiore criticità dei Salesiani è presente nei relativi dati, anche se non con la chiarezza della domanda precedente in quanto si riscontra nei due terzi dei casi, mentre in due non si notano differenze rilevanti tra Salesiani e laici (la ricaduta sulla crescita personale umana dei formatori e quella sull’uso dei nuovi strumenti/ tecnologie didattiche) e in altre due i Salesiani sono più favorevoli (si tratta delle relazioni con gli allievi e di quelle salesiani/laici). L’applicazione ai totali della variabile circoscrizione geografica porta agli stessi risultati osservati nella domanda precedente. La percentuale degli intervistati che non rispondono aumenta passando dal Nord, in cui sono totalmente o quasi assenti, al Centro e al Sud. A loro volta, le valutazioni positive tendono a crescere nell’Italia Settentrionale e a diminuire in quella Centrale e soprattutto nel Meridione. L’andamento dei dati per effetto dell’incrocio con il titolo di studio ripete grosso modo quello che era emerso nella domanda precedente. I diplomati rispondono a tutte le alternative, mentre gli intervistati che si sottraggono alle domande si concentrano tra i laureati civili e percentualmente soprattutto tra i possessori di licenze ecclesiastiche. Inoltre, sono i primi ad esprimere giudizi più favorevoli – e in proposito va tenuta presente la loro condizione di laici che, come si è visto, si accompagna di solito a un livello più elevato di apprezzamento –, mentre la considerazione si abbassa tra gli altri due gruppi in cui maggiore è la presenza dei Salesiani, generalmente più critici, come si è già notato. Anche il confronto con la variabile di ruolo ripropone sostanzialmente le tendenze riscontrate nei dati già esaminati sopra. Nella gran maggioranza dei casi i Segretari nazionali non si sottraggono alle domande del questionario, mentre le non risposte si registrano tra i Direttori e in particolare tra i Delegati regionali. Questi ultimi sono anche i più severi nel loro giudizio, mentre i Segretari nazionali tendono a mostrarsi più positivi e i Direttori a posizionarsi in una collocazione vicina ai totali. Si è già ipotizzato che questo risultato dipenda dalla maggiore o minore presenza di Salesiani, in genere più severi, e dei laici, nell’insieme più positivi, nei tre gruppi. Da ultimo, l’incrocio con la durata dell’esperienza nell’attuale funzione evidenzia i due andamenti riscontrati nell’esame della domanda 10, sebbene non con la stessa chiarezza. Anzitutto, le non risposte tendono a concentrarsi tra le file di chi svolge il proprio ruolo da 1 a 6 anni e soprattutto tra chi lo esercita da meno di 171 un anno, mentre non si registrano tra quanti si collocano tra 7 e 10 e sono assolutamente marginali fra chi si situa oltre i 10. Inoltre, nei primi due gruppi si notano valutazioni più critiche che diventano più positive nelle altre due categorie. In proposito non bisogna dimenticare che i Salesiani sono maggiormente presenti nei due primi gruppi e i laici nei secondi due. Un indicatore importante dell’utilità della Formazione in servizio promossa dal CNOS-FAP consiste nella valorizzazione che gli operatori fanno delle risorse messe a disposizione a questo fine dalla Sede Nazionale. A tale tematica è dedicata una domanda in se stessa complessa e resa ancor di più tale da due strettamente ad essa collegate (cfr. Tav. 32). Tav. 32 – Valorizzazione da parte dei formatori delle risorse erogate dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio (dom. 15 - in VA e %; in M e in graduatoria sulla M) Legenda: M=Media ponderata; VA=Valore assoluto; NR=Non risponde L’interrogativo di base chiede in che misura i formatori utilizzino per la loro Formazione in servizio un insieme di risorse erogate dalla Sede Nazionale: il panorama che ne emerge è tutt’altro che entusiasmante in quanto in media nessuna viene valorizzata molto o abbastanza. Solo tre si collocano tra abbastanza e poco e in particolare si tratta del Concorso dei capolavori dei settori professionali (M: 2,62; molto + abbastanza 52,9%), della ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP (2,59; 51,4%) e del sito del CNOS-FAP (2,57; 50%). Le altre tre risorse si situano prossime al poco o coincidono quasi con esso: la valorizzazione delle Newsletter ottiene una media di 2,33 (molto + abbastanza: 40%), le pubblicazioni e le ricerche 2,19 (25,8%) e la Rassegna CNOS 2,09 (27,1%). Ancora una volta stupisce la presenza non marginale di intervistati che non rispondono. Essi oscillano tra i 6 riguardo alla valorizzazione di Rassegna CNOS e delle Newsletter, ai 7 del Concorso dei capolavori e della ricerca sul successo formativo, agli 8 delle pubblicazioni e delle ricerche e ai 10 del sito. Risorse per la Formazione in servizio M In VA e % NR Per nulla Poco Abbastanza Molto VA % VA % VA % VA % VA % Gli standard che emergono dal Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali 2,62 7 10,0 7 10,0 19 27,1 28 40,0 9 12,9 Risultati della ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP 2,59 7 10,0 8 11,4 19 27,1 27 38,5 9 12,0 Il sito www.CNOS-FAP.it 2,57 10 14,3 6 8,6 19 27,1 30 42,9 5 7,1 Le Newsletter 2,33 6 8,6 7 10,0 29 41,4 28 40,0 0 0,0 Pubblicazioni e ricerche 2,19 8 11,4 8 11,4 36 51,4 16 22,9 2 2,9 Rassegna CNOS 2,09 6 8,6 13 18,6 32 45,7 19 27,1 0 0,0 172 Passando ad esaminare i risultati sulla base degli incroci, emerge che la valorizzazione per la Formazione in servizio delle risorse erogate dalla Sede Nazionale è maggiore al Nord che non al Centro e al Sud. Inoltre, l’utilizzazione tende a crescere nella percezione dei laici, dei diplomati, dei Segretari nazionali e di quanti possiedono un’esperienza di ruolo più lunga; al contrario, l’uso delle opportunità elencate si riduce rispetto ai totali secondo il parere dei Salesiani, dei possessori di titoli ecclesiastici, dei Delegati regionali e di quanti non possono vantare una esperienza lunga della funzione esercitata. Forse si potrebbe prendere come più vicino alla realtà il convincimento di quanti sono più esperti e più competenti e quindi ritenere che la situazione sia più favorevole di quella descritta dai risultati generali: si tratta in ogni caso di un miglioramento che non incide sostanzialmente sul giudizio complessivo espresso di una valorizzazione nel complesso insufficiente. Da ultimo la presenza delle non risposte tende ad aumentare percentualmente tra i Salesiani, al Sud, tra i possessori di titoli ecclesiastici, i Delegati e chi ha una esperienza di ruolo più lunga, mentre il fenomeno opposto si riscontra tra i laici, al Nord, i diplomati, i Segretari nazionali e chi può vantare una esperienza più lunga della propria funzione. La ragione principale della modesta valorizzazione da parte dei formatori delle risorse erogate dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio viene identificata nella inadeguata loro socializzazione all’interno dei CFP: la segnalazione viene da oltre un terzo per quanto riguarda le Newsletter (38,7%), la Rassegna CNOS (35,5%) e le pubblicazioni/ricerche (33,9%), mentre la percentuale scende intorno a un quinto riguardo al sito (20,1%), ai risultati della ricerca sul successo formativo (19,4%) e al Concorso dei capolavori dei settori professionali (16,1%) (cfr. Tav. 33). Questa giustificazione chiama in causa la responsabilità di Direttori, Delegati e Segretari perché la socializzazione delle risorse della Formazione in servizio è anche e principalmente un loro compito. Un altro motivo è che non aiutano a risolvere i problemi concreti dei Centri: tale opinione è sostenuta da una percentuale che va da un quarto a un quinto in riferimento alla Rassegna CNOS (24,2%), alle pubblicazioni/ricerche (22,6%) e alle Newsletter (21%), ma scende attorno al 10% in relazione alla ricerca sul successo formativo (11,3%), al Sito (9,7%) e al Concorso nazionale dei capolavori (9,7%). Una terza motivazione, l’eccessiva teoricità delle risorse, riceve delle valutazioni molto differenti: il 30,6% nel caso della Rassegna CNOS e il 21% in merito alle pubblicazioni/ricerche, mentre non è neppure menzionata negli altri casi. Ancora minore consenso incontra la ragione del livello troppo elevato dell’offerta di formazione: neppure un quinto (19,2%) riguardo alla Rassegna CNOS, oltre il 10% in riferimento alle pubblicazioni/ricerche, mentre negli altri casi non è neppure presa in considerazione. Le altre motivazioni sono avanzate da minoranze marginali o da nessuno. La mancanza di aggiornamento non è menzionata da alcuno tranne che da un intervi- 173 Tav. 33 – Motivi della scarsa valorizzazione da parte dei formatori delle risorse erogate dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio (dom. 15.1 - in VA e %) Legenda: VA=Valore assoluto; NR=Non risponde Motivi Rassegna CNOS Le Newsletter Pubblicazioni e ricerche Sito www.CNOSFAP. it Risultati della ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP Gli standard che emergono dal Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali VA % VA % VA % VA % VA % VA % NR 11 17,7 11 17,7 11 17,7 11 17,7 11 17,7 11 17,7 Troppo teoriche 19 30,6 0 0,0 13 21,0 0 0,0 0 0,0 0 0,0 Di livello troppo elevato 12 9,4 0 0,0 8 12,9 0 0,0 0 0,0 3 4,8 Non aiutano a risolvere i problemi concreti del centro 15 24,2 13 21,0 14 22,6 6 9,7 7 11,3 6 9,7 Sono poco aggiornate 0 0,0 0 0,0 1 1,6 1 1,6 0 0,0 0 0,0 Non vengono adeguatamente socializzate all’interno dei CFP 22 35,5 24 38,7 21 33,9 13 21,0 12 19,4 10 16,1 Non aiutano a rispondere ai bisogni del territorio o del mondo produttivo 1 1,6 5 8,1 2 3,2 2 3,2 2 3,2 5 8,1 Non interessano gli amministratori locali 5 8,1 2 3,2 5 8,1 2 3,3 2 3,2 4 4,8 174 stato in merito alle pubblicazioni/ricerche. Percentuali inferiori al 5% ritengono che non aiutano a rispondere ai bisogni del territorio e del mondo produttivo o che non interessano gli amministratori locali. Si potrebbe anche volgere in positivo questi risultati e dire che le risorse in questione sono aggiornate, che contribuiscono a risolvere i problemi del contesto e del sistema produttivo e che hanno una loro significatività per gli amministratori locali. La presenza delle non risposte segue l’andamento evidenziato sopra riguardo alla domanda 15. Dal momento che non tutti gli incroci presentano un andamento univoco, nel prosieguo ci si limiterà a quelli da cui emergono tendenze sufficientemente chiare. I più giovani sottolineano in misura superiore il motivo secondo il quale le risorse elencate non risolvono i problemi dei Centri, mentre danno minore rilevanza alla ragione che fa riferimento alla inadeguata socializzazione dei risultati; l’andamento opposto si riscontra riguardo ai più anziani. La medesima polarizzazione, anche se meno accentuata si riscontra tra l’Italia Settentrionale e Meridionale da una parte e Centrale dall’altra. Questa volta lo stato ecclesiale non è discriminante. Il motivo che non risolvono i problemi dei Centri è sottolineato da quanti possiedono una laurea civile o ecclesiastica e dagli intervistati che hanno meno esperienze del ruolo; al contrario, riceve minore attenzione dai diplomati, dai Delegati regionali e dai Segretari nazionali. L’insufficiente socializzazione è accentuata dai possessori di lauree civili, dai Segretari nazionali e da chi può vantare una esperienza di ruolo più lunga, mentre l’andamento opposto si riscontra tra i possessori di titoli ecclesiastici, i Delegati regionali e chi ha una esperienza del proprio ruolo più breve. Passando all’ultima domanda sulle risorse, quella che presenta più forme di valorizzazione, sostenute da un consenso almeno intorno a un quinto degli intervistati7, è la ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP. Scendendo nel dettaglio, per il 30% circa degli intervistati i suoi risultati sono utilizzati nei rapporti con il mondo produttivo e il territorio (31,4%), nelle relazioni con gli amministratori locali (30%) e nella lettura personale (30%); per circa un quarto nelle riunioni degli organismi dei centri (27,1%), nella preparazione e accompagnamento all’inserimento nel mondo del lavoro (25,7%) e nella progettazione formativa (24,3%); la percentuale scende a un quinto riguardo alla valutazione degli allievi (20%) e all’organizzazione di stage (20%); mentre solo nel caso della valorizzazione nella didattica dei formatori il consenso si abbassa sotto un quinto all’11,4% (cfr. Tav. 34). Al secondo posto si colloca il Concorso nazionale dei capolavori che viene utilizzato nella didattica dei formatori a parere di un terzo circa degli intervistati (32,9%), nella progettazione formativa secondo il 30% quasi (28,6%), nella valuta- 7 Ci è sembrata la percentuale minima per dare un fondamento quantitativo accettabile alle indicazioni degli intervistati. 175 Tav. 34 – Forme di valorizzazione da parte dei formatori delle risorse erogate dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio (dom. 16 - in VA e %) Legenda: VA=Valore assoluto; NR=Non risponde Modalità di valorizzazione delle risorse Rassegna CNOS Le Newsletter Pubblicazioni e ricerche Sito www.CNOSFAP. it La ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOSFAP Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali VA % VA % VA % VA % VA % VA % NR 14 18,6 14 18,6 14 18,6 14 18,6 14 18,6 14 18,6 Nella lettura personale 44 62,9 36 51,4 30 42,9 27 38,6 21 30.0 11 15,7 Nella didattica dei formatori 6 8,6 9 2,9 14 20,0 18 25,7 8 11,4 23 32,9 Nelle riunioni degli organismi dei centri 7 10,0 12 17,1 6 8,6 6 8,6 19 27,1 13 18,6 Nella progettazione formativa 9 12,9 4 5,7 19 27,1 15 21,4 17 24,3 20 28,6 Nella valutazione degli allievi 3 4,3 2 2,9 6 8,6 1 1,4 14 20,0 13 18,6 Nella preparazione e accompagnamento all’inserimento nel lavoro 4 5,7 1 1,4 11 15,7 6 8,6 18 25,7 6 8,6 Nell’organizzazione di stage 1 1,4 0 0,0 7 10.9 8 11,4 14 20,0 8 11,4 Nei rapporti con il mondo produttivo e il territorio 4 5,7 3 4,3 11 15,7 8 11,4 22 31,4 10 14,3 Nei rapporti con gli amministratori locali 12 17,1 5 7,1 10 14,3 7 10,0 21 30,0 11 15,7 Altro 3 4,3 2 2,8 2 2,8 2 2,8 2 2.8 2 2,8 176 zione degli allievi e nelle riunioni degli organismi dei Centri per un quinto circa (18,6%). Seguono le pubblicazioni/ricerche e il Sito che possono contare su tre modalità di utilizzazione che ottengono percentuali intorno a un quinto o superiori: le prime risorse sono valorizzate nella lettura personale con il 42,9% di segnalazioni, nella progettazione formativa con il 27,1% e nella didattica dei formatori con il 20%; la seconda nella lettura personale (38,6%), nella didattica dei formatori (25,7%) e nella progettazione formativa (21,4%). Nel caso della Rassegna CNOS e delle Newsletter solo una forma di valorizzazione consegue una percentuale almeno intorno a un quinto: la lettura personale (62,9% e 51,4%). Venendo agli incroci, le forme di valorizzazione delle risorse sono più diffuse al Nord e meno al Centro e al Sud. La loro percezione risulta maggiore tra i laici che fra i Salesiani, tra i diplomati che fra i possessori di lauree civile, tra i Segretari nazionali che tra i Delegati e aumenta passando dagli intervistati con una esperienza più breve del ruolo a quelli con un’esperienza più lunga. Le non risposte mostrano le tendenze messe in risalto nella domanda 15. 7. PROPOSTE PER IL MIGLIORAMENTO DELLA FORMAZIONE IN SERVIZIO DEL CNOS-FAP L’ultima sezione del questionario è dedicata a raccogliere suggerimenti per rendere ancora più efficace e valida l’offerta del CNOS-FAP. Questa volta non si tratta di una sola domanda, ma di tre. Il primo interrogativo riguarda la tipologia di competenze su cui nei prossimi anni si dovrebbe focalizzare maggiormente la Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale. Secondo gli intervistati, l’area su cui bisognerebbe concentrare l’impegno di miglioramento è quella delle competenze di base e a richiederlo è la maggioranza assoluta (51,4%): certamente, si tratta di un ambito in cui tradizionalmente la FP presenta delle criticità per cui il dato potrebbe essere scontato, ma se lo è oggettivamente, non lo si può dire soggettivamente, nella consapevolezza del personale della FP, di solito meno attento a tale area, e di conseguenza, da questo punto di vista il risultato può essere considerato al tempo stesso una novità e un progresso. Da un’altra prospettiva, costituisce una sorpresa il suggerimento successivo: una percentuale di poco inferiore alla precedente (47,1%) domanda un potenziamento delle competenze tecnico-professionali che di solito vengono considerate la dimensione più valida dell’offerta formativa della FP, e ciò fa pensare che la FP, nonostante l’apprezzamento unanime di cui gode in questo campo, deve attrezzarsi sempre meglio per rispondere a un mercato del lavoro la cui domanda di professionalità cresce continuamente di livello e si diversifica altrettanto nelle forme. Le competenze relative allo sviluppo organizzativo e gestionale delle risorse umane 177 vengono segnalate da più di un terzo degli intervistati (35,7%): si tratta di un ambito che si è affermato solo di recente e che probabilmente meriterebbe una maggiore considerazione. Stupisce, inoltre, che neppure un terzo (32,9%) segnali l’area formativa salesiana dato che gli stessi intervistati avevano evidenziato in una domanda precedente che la ricaduta della Formazione in servizio del CNOS-FAP in tale area non solo non è ottimale, ma non è neppure pienamente sufficiente. Inoltre, sorprende ancora di più che sei intervistati (8,6%) non rispondano alla domanda, pur essendo questo un ambito che rientra nei compiti del loro ruolo. Gli incroci evidenziano le richieste delle varie categorie. Il bisogno di Formazione in servizio nel campo delle competenze trasversali viene sottolineato maggiormente dai più anziani e da chi ha una esperienza di ruolo più lunga, dagli intervistati dell’Italia Centrale, dai diplomati, dai Segretari nazionali. A loro volta le competenze tecnico-professionali sono richieste in misura proporzionalmente più consistente dai più giovani e con meno esperienza di ruolo, dai laici e ancora dai diplomati e dai Segretari nazionali. La domanda di competenze organizzative è più presente tra i laici, al Nord e al Centro, tra i diplomati, tra i Delegati e tra quanti possono contare su una più lunga esperienza di ruolo. Da ultimo la richiesta delle competenze dell’area salesiana risulta più evidente al Nord, tra quanti hanno una più lunga esperienza di ruolo e ovviamente tra i Salesiani e in tutte le categorie in cui questi sono maggioritari: i più anziani, i possessori di titoli ecclesiastici e i Delegati regionali. La seconda domanda di questa area prospettica passa dai contenuti alle metodologie e chiede quali dovrebbero essere privilegiate dalla Sede Nazionale nella Formazione in servizio. Al primo posto viene indicata dal 60% degli intervistati una metodologia mista articolata tra aula, formazione a distanza e autoformazione. Se le tre strategie organizzate in un unico progetto ottengono la maggioranza assoluta dei consensi, da sole ricevono scarsa considerazione (a distanza e autoformazione 2,9% ciascuna) tranne che quella d’aula che viene indicata da più di un terzo (35,7%). A loro volta, i tirocini sono indicati dal 30% circa (28,6%) e l’affiancamento a colleghi più anziani/esperti da poco più di un quinto (21,4%). A sottolineare la validità della metodologia mista sono i diplomati, i Salesiani e le variabili connesse: i più anziani, i possessori di titoli ecclesiastici e i Delegati. A sua volta la formazione d’aula ottiene preferenze superiori al totale tra gli intervistati dell’Italia Centrale, i laici e le categorie collegate: i più giovani, i possessori di diploma e di lauree civili, i Segretari nazionali e quanti possono vantare una esperienza di ruolo più lunga. Tirocinio e affiancamento trovano maggiori consensi tra i più giovani e i laici e il primo anche tra i diplomati e fra quanti esercitano il loro ruolo da più tempo. Dopo aver sondato le opinioni degli intervistati sul miglioramento di competenze e metodi, non poteva mancare una domanda sugli obiettivi a cui in prospettiva finalizzare prevalentemente la Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP. La metà quasi (47,1%) si concentra sulla innovazione 178 del sistema di FP generale e locale e una minoranza consistente sulla motivazione/ rimotivazione dei formatori (41,4%) e sul loro aggiornamento professionale (40%). Più del 30% (31,4%) segnala la qualità dell’offerta formativa dei Centri e oltre un quinto la formazione salesiana (21,4%). Una percentuale inferiore al 10% (7,1%) indica il consolidamento del proprio ruolo e percentuali minime (1,4%) la formazione spirituale, la riconversione/mobilità verticale e gli scatti retributivi, mentre nessuno segnala le progressioni di carriera. Gli incroci mettono in evidenza alcune polarizzazioni significative. La finalizzazione al sistema di FP generale e locale è sottolineata al Nord e dai Salesiani con le variabili correlate: i possessori di titoli ecclesiastici, i Delegati e gli intervistati con una esperienza del loro ruolo di meno di un anno. I laici, invece, scelgono in maggioranza aspetti più rilevanti per i singoli formatori, anche se funzionali alla efficacia dell’offerta, come l’aggiornamento professionale e la motivazione/rimotivazione, oltre che la qualità del servizio. Sulla linea di attenzione al singolo formatore sono anche i più giovani, i Segretari nazionali e gli intervistati con periodi lunghi di esperienza di ruolo, tutte categorie tra le quali prevalgono nettamente i laici; la finalizzazione all’aggiornamento è anche evidenziata al Sud. Da ultimo, la formazione salesiana viene segnalata, con percentuali superiori a quelle osservate nel totale, dagli intervistati del Meridione e dai Salesiani, ma l’incidenza dell’aumento è minima nelle variabili generalmente collegate con questi ultimi. 8. OSSERVAZIONI CONCLUSIVE Il capitolo raccoglie una serie di dati che offrono un apporto significativo al perseguimento del secondo obiettivo della ricerca, quello mirato a redigere un bilancio dei punti di forza e di debolezza della Formazione in servizio del CNOSFAP mediante una valutazione della sua adeguatezza, efficacia ed efficienza. In proposito sono stati intervistati 70 soggetti tra Direttori dei Centri (47), Delegati regionali (12) e Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali (11), cioè l’universo di quanti svolgono un ruolo di leadership nella organizzazione e nella gestione dell’Ente. In primo luogo, si richiamano in sintesi le caratteristiche principali delle persone inchiestate. Il gruppo di età più consistente (30 o 42,9%) risulta relativamente giovane: 31-50 anni; segue a poca distanza la coorte 51-60 (25 o 35,7%), mentre i più anziani, gli ultra sessantenni, sono 15 (21,4%). Come è ormai un andamento consolidato nella FP di ispirazione cristiana, la maggioranza sono laici (41 o 58,6%); tuttavia, la presenza dei Salesiani, anche se minoritaria, mantiene una sua consistenza quantitativa tutt’altro che marginale (29 o 41,4%). Anche la distribuzione geografica degli intervistati segue l’andamento caratteristico della FP, cioè la concentrazione nella Italia Settentrionale: il 50% quasi (34 o 48,6%) risiede al Nord e meno di un quinto (12 o 17,1%) al Centro e al Sud (13 o 18,6%); i Segretari 179 nazionali non sono stati inclusi in questa ripartizione perché svolgono il loro ruolo in tutto il Paese. Quanto al titolo di studio, la maggioranza assoluta ne possiede uno di istruzione superiore e più precisamente 32 o 45,7% una laurea civile e 15 o 21,4% una ecclesiastica, mentre un terzo circa (23 o 32,9%) si limita a un diploma. Il ruolo li suddivide tra Direttori di Centri, più dei due terzi (47 o 67,1%), Delegati regionali, meno di un quinto (12 o 17,1%) e Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali, intorno al 15% (11 o 15,7%). Oltre il 50% (39 o 55,7%) può vantare una sufficiente esperienza del proprio ruolo (1-6 anni), un quinto una lunga (7-10, 12 o 17,1%) anche molto (oltre 10, 14 o 20%), mentre solo 5 (7,1%) si limitano a meno di un anno. A giudizio degli intervistati, negli ultimi due anni solari (2012 e 2013) più della metà dei formatori hanno partecipato ai seminari per il personale direttivo e ai corsi residenziali regionali/locali. La frequenza si abbassa a meno della metà riguardo ai seminari tecnici per i formatori, ai corsi residenziali nazionali relativi alle aree delle competenze tecnico professionali e di quelle di base o alle iniziative che hanno permesso di usufruire dell’apporto tecnologico e formativo delle imprese ai settori. Si avvicina a questo livello anche la partecipazione alle attività formative con Fonder, ai convegni promossi dalla CISI e ai seminari tematici legati ad eventi esterni. Una frequenza limitata – tra meno della metà e nessuna partecipazione o molto prossima a quest’ultima situazione – viene riferita ai corsi FAD e al coinvolgimento nei progetti internazionali. Pertanto, si può dire che secondo la percezione della leadership del CNOS-FAP la partecipazione risulta sufficientemente generalizzata e che ha toccato le tematiche più importanti da quelle per il personale dirigente a quelle dei formatori, da quelle locali a quelle generali, dalle competenze tecnico professionali a quelle di base fino a quelle specifiche delle imprese di riferimento. Probabilmente un limite può essere visto nella minore attenzione alle problematiche generali e a quelle nazionali o europee. Generalmente la stima della partecipazione alle diverse opportunità di Formazione in servizio offerte dalla Sede Nazionale sembra essere più positiva al Nord, ad eccezione delle attività formative con FONDER, dei convegni promossi dalla CISI e dei corsi FAD, che vedono una valutazione della partecipazione più ampia nelle Regioni dell’Italia centrale. Allo stesso tempo la percezione del livello di partecipazione alle varie attività di Formazione in servizio è più critica o, semplicemente più realistica, da parte dei Direttori dei CFP, presumibilmente in virtù delle maggiori occasioni di contatto diretto con i formatori. In particolare, gli intervistati con una maggiore esperienza professionale, hanno una percezione tendenzialmente più pessimistica della partecipazione alle attività di Formazione in servizio, rispetto agli intervistati con minore esperienza che preferiscono non rispondere. Tendenza che si conferma in riferimento all’età dei rispondenti: fra i più giovani si registra un numero maggiore di mancate risposte e si rileva anche una stima più ottimistica del livello di partecipazione. Infine, l’essere in possesso di una laurea sembra essere legato a una percezione maggiormente critica della partecipazione alle diverse proposte di Formazione in servizio. 180 Se si passa dalla quantità alla qualità della partecipazione, la prima constatazione è che in nessuna delle offerte di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale essa viene ritenuta dagli intervistati molto soddisfacente o quasi. Tuttavia, la frequenza di un gruppo consistente di iniziative riceve una valutazione più che abbastanza positiva: si tratta dei corsi residenziali regionali/locali, del contributo dell’apporto tecnologico e formativo delle imprese ai settori/aree, dei seminari per il personale direttivo, di quelli tecnici per i formatori e dei corsi nazionali nell’area delle competenze tecnico-professionali. La qualità della partecipazione è considerata abbastanza soddisfacente nel caso dei corsi residenziali nazionali nell’area delle competenze di base, nei progetti internazionali e nelle attività formative con Fonder e si avvicina a tale livello nei seminari tematici legati ad eventi esterni e nei convegni promossi dalla CISI. La valutazione scende a poco soddisfacente riguardo ai corsi FAD. Coerentemente con le valutazioni espresse in merito al livello di partecipazione alle diverse attività di formazione, la valutazione della soddisfazione in merito alla partecipazione stessa è più ottimistica al Nord, rispetto alle altre aree geografiche. Per quanto concerne il ruolo, complessivamente i Direttori dei CFP si dichiarano abbastanza soddisfatti della partecipazione alle proposte di Formazione in servizio, come anche i Delegati che lo sono particolarmente in merito alle diverse attività di tipo seminariale. Tendenzialmente gli intervistati con più esperienza professionale mostrano una maggiore soddisfazione circa la qualità della partecipazione alle attività di Formazione in servizio8. Andamento che si conferma in riferimento all’età dei rispondenti e al titolo di studio: fra gli ultracinquantenni la percentuale di soddisfazione è maggiore, mentre i laureati si dichiarano, in proporzione, meno soddisfatti. Una maggioranza assoluta di intervistati identifica l’ostacolo più serio alla partecipazione nella insufficienza del personale interno ai Centri e una relativa, ma consistente, nell’eccessivo carico di lavoro personale; un terzo fa riferimento alla incompatibilità rispetto alle date programmate a cui si aggiunge un 15% che sottolinea la rigidità degli orari dei corsi. Nessuno chiama in causa i docenti riguardo sia alla loro preparazione sia alle metodologie utilizzate, né vengono sollevate critiche, se non molto marginalmente, al livello dei corsi o alla loro praticità. Non sono menzionati, tranne che in percentuali modeste, l’assenza di incentivi economici e lo scarso interesse dei partecipanti per gli argomenti trattati. Qualche considerazione maggiore, ma sempre limitata, ottengono la mancata finalizzazione alla definizione dei ruoli e alla carriera o la scarsa sensibilità della dirigenza. In particolare, al Centro e al Sud sono denunciati problemi riguardanti l’insufficienza del personale interno al CFP e l’assenza di incentivi economici, invece, al Nord sono maggiormente avvertite questioni connesse con l’eccessivo carico di lavoro personale, la rigidità degli orari, delle date e della logistica dei corsi in generale. L’opinione 8 Da rilevare, anche nel caso della valutazione della qualità della partecipazione, la maggiore concentrazione di mancate risposte fra gli intervistati con minore esperienza professionale. 181 dei Direttori (prevalentemente laici) si dimostra tendenzialmente centrata su ostacoli di carattere spiccatamente pratico, legati alla gestione della partecipazione alle attività di formazione, in considerazione delle esigenze organizzative dei diversi Centri. Età e titolo di studio degli intervistati sembrano incidere sulla valutazione dei possibili ostacoli in maniera piuttosto simile: da un lato si distinguono i più giovani, sensibili soprattutto alle questioni economiche, gli adulti più attenti agli aspetti organizzativi delle attività (date e orari) e i più maturi che denunciano scarsa sensibilità della dirigenza; dall’altro si individuano i diplomati per lo più preoccupati circa l’eccessivo carico di lavoro personale e i laureati maggiormente sensibili agli aspetti legati ai contenuti dei corsi, all’interesse dei partecipanti e alla sensibilità della dirigenza. Correttamente la decisione sulla partecipazione alle offerte di Formazione viene concordata con il Direttore del Centro e/o con lo staff di direzione nella quasi totalità di casi. Solo cinque affermano che è presa dall’Associazione CNOS-FAP Regionale e uno che è totalmente volontaria. Nel complesso la soddisfazione per la Formazione in servizio offerta dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP è elevata in quanto la media esprime una valutazione più che abbastanza positiva e nessuno o quasi si dichiara per nulla o poco soddisfatto. Al tempo stesso va segnalato che la maggioranza assoluta dei giudizi favorevoli si concentra sulla sufficienza, mentre solo poco più di un terzo dà una valutazione molto positiva. Pertanto, la Sede Nazionale dovrà impegnarsi nei prossimi anni a invertire l’attuale rapporto tra abbastanza e molto soddisfacente. Questa condizione di larga soddisfazione si identifica specialmente al Nord, secondo l’opinione in particolare dei Direttori e dei laici. In funzione dell’età e del titolo di studio non si individuano differenze significative fra gli intervistati. Data la percentuale così bassa di risposte negative non vale la pena soffermarsi sulle ragioni di tale presa di posizione e concentriamo l’attenzione sulle ragioni in positivo. Solo una ottiene un vero plebiscito e si tratta della significatività dei contenuti proposti. Altre tre possono vantare una maggioranza relativa consistente come l’idoneità della docenza, la trasferibilità nel proprio CFP e il conseguimento degli obiettivi. Intorno al 30% sono segnalate l’incidenza sulla prassi formativa dei formatori, la partecipazione dei corsisti e l’efficienza organizzativa, mentre il consenso scende a un quinto nel caso dell’ospitalità. Probabilmente si tratta di aspetti in cui bisognerebbe fare meglio e ciò vale ancora di più per quelli indicati da percentuali intorno o meno del 10%: l’efficacia della metodologia didattica, l’adeguatezza delle attrezzature e la validità dei sussidi didattici. In particolare, gli aspetti concreti dell’attività formativa, quali la significatività dei contenuti proposti, l’idoneità della docenza, la trasferibilità nel proprio CFP, l’adeguatezza delle attrezzature e delle tecnologie didattiche e la validità dei sussidi didattici, nonché l’efficienza organizzativa e l’ospitalità sono motivo di soddisfazione al Centro e al Nord. Allo stesso tempo, il conseguimento degli obiettivi e, quindi, l’efficacia delle metodologie didattiche, così come l’incidenza nella prassi formativa dei formatori 182 giustificano la soddisfazione prevalentemente nelle Regioni del Sud e al Nord. Con riferimento ai ruoli, il giudizio dei Direttori dei CFP (prevalentemente laici), complessivamente, si avvicina molto a quello dei Segretari nazionali (quasi tutti laici). Per quanto riguarda l’esperienza, si noti come i più esperti motivano il loro giudizio positivo attraverso ragioni che hanno a che fare con i contenuti dei corsi, i sussidi didattici, l’idoneità della docenza, il conseguimento degli obiettivi formativi e la trasferibilità nei CFP. Sembra possibile individuare fra le motivazioni del giudizio positivo espresso dagli intervistati una sorta di contrapposizione fra didattica tradizionale e didattica innovativa; infatti, i più giovani (e i laureati) si mostrano più sensibili all’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche, alla partecipazione dei corsisti, al conseguimento degli obiettivi formativi, quindi, alle auspicabili ricadute sulla prassi formativa, mentre i più anziani tengono in maggiore considerazione l’idoneità della docenza e l’efficienza/efficacia delle metodologie didattiche proposte. Passando, poi, a un bilancio puntuale dei punti di forza e di criticità dell’offerta di Formazione in servizio della Sede Nazionale del CNOS-FAP, se la valutazione certamente non la boccia, ma anzi la promuove, non si può dire che lo faccia a pieni voti. Su tutti gli aspetti menzionati c’è spazio per il miglioramento, anche se in alcuni di più e in altri di meno. Il clima e i docenti (competenza, autorevolezza e disponibilità) sembrano soddisfare maggiormente Delegati, Direttori e Segretari per cui in questo ambito bisogna solo avere il coraggio di mirare al massimo: gli unici punti su cui si dovrà richiedere ai docenti dei corsi un impegno maggiore riguardano l’efficacia della metodologia didattica, l’approfondimento degli argomenti e dei temi e, anche se in misura inferiore, la chiarezza nell’esposizione degli argomenti. I formatori non sembrano molto coinvolti nei corsi e questa situazione si comprende se si tiene conto che le loro attese formative sono solo abbastanza soddisfatte e gli obiettivi dei corsi risultano solo sufficientemente raggiunti: ecco altri campi in cui si richiedono miglioramenti per passare da ina valutazione discreta ad una ottimale. Anche sul piano organizzativo sono necessari potenziamenti: anzitutto riguardo all’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche e dei materiali e in secondo luogo circa orari, ospitalità e luogo dei corsi. Pure in questo caso stupisce che in tutte le alternative si riscontrano 7 intervistati che non rispondono alla domanda e in un item, quello dell’“efficacia della metodologia didattica”, diventano 8. Infatti, in qualità di Delegati regionali, di Direttori di Centri e di Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali dovrebbero disporre delle informazioni necessarie per valutare la qualità delle attività di Formazione in servizio, almeno di quelle in cui sono coinvolti. Siccome questo andamento lo si riscontra in tutte le domande, anche se la consistenza quantitativa varia, ma non di molto, ci sembra sufficiente averlo rilevato qui per cui non ci ritorneremo ulteriormente sopra. 183 Passando in sintesi agli incroci con variabili significative, probabilmente appare scontata la valutazione più positiva al Nord rispetto al Centro e al Sud della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP: in proposito, non vanno dimenticati i pesanti condizionamenti negativi che pesano dall’esterno sulla FP soprattutto nell’Italia Meridionale. Va anche notato con soddisfazione che l’apprezzamento cresce tra gli intervistati più esperti e, quindi, più competenti; alla stessa conclusione porta l’andamento simile sull’età. Le maggiori criticità dei Salesiani si potrebbero spiegare per il fatto di non voler esser considerati poco oggettivi; al contrario, i laici non hanno questa remora e si esprimono più positivamente. Ed è questa polarizzazione salesiani/laici che è probabilmente alla base della severità più grande dei laureati civili ed ecclesiastici e dei Delegati/Direttori rispetto alla valutazione più favorevole dei diplomati e dei Segretari nazionali. La considerazione della Formazione in servizio in se stessa era sboccata in una valutazione nell’insieme soddisfacente, anche se non ottimale. I risultati della domanda sulla loro ricaduta/impatto tendono ad oscurare l’orizzonte in quanto l’utilità di tante attività sembra essere nel complesso modesta. La Formazione in servizio pare avere un’incidenza ridotta su aspetti centrali della vita dei Centri del CNOSFAP come le relazioni con gli allievi, il loro apprendimento, la prassi educativa salesiana, le relazioni tra Salesiani e laici e quelle con le famiglie. Emerge ancora una volta una criticità più volte messa in evidenza negli anni passati: un certo isolamento dei Centri rispetto al mondo produttivo e al territorio, e alle altre scuole/Centri; anche la ricaduta sulle problematiche generali e locali della FP appare ridotta. Le attività di Formazione in servizio sembrano dimostrare una maggiore valenza di miglioramento riguardo alla maturazione dei formatori, alla loro padronanza delle nuove tecnologie, alle loro competenze professionali e al lavoro in équipe: ma anche in questo caso i risultati si collocano sulla sufficienza e sollecitano ulteriori potenziamenti e rafforzamenti. Quanto ai risultati degli incroci, l’esito che emerge con evidenza è la conferma degli andamenti osservati nella domanda precedente. Anche in questo caso sono stati riscontrati apprezzamenti maggiori tra i più anziani, i laici, al Nord, fra i diplomati, i Segretari nazionali e chi può vantare periodi più lunghi di esperienza, mentre risultano più critici i più giovani, i Salesiani, il Centro e il Sud, i laureati/licenziati e i Direttori/Delegati. Un indicatore significativo dell’utilità delle offerte di Formazione in servizio promosse dal CNOS-FAP può essere identificato nella valorizzazione che gli operatori riservano alle risorse messe a disposizione a tale scopo dalla Sede Nazionale; in particolare, si tratta della Rassegna CNOS, delle Newsletter, delle pubblicazioni/ ricerche, del Sito del CNOS-FAP, della ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP e del Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. In sintesi, le risorse messe a disposizione dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio vengono utilizzate tra abbastanza e poco oppure poco. La ragione principale di questa situazione va ricercata in una criticità esterna alle risorse, cioè nella 184 inadeguata socializzazione all’interno dei CFP. In secondo luogo pesa anche una carenza intrinseca ad esse e cioè il fatto che non aiutano a risolvere i problemi dei Centri. Al tempo stesso, va segnalato che in generale non sono eccessivamente teoriche o di livello troppo elevato se non Rassegna CNOS e le pubblicazioni/ricerche e, comunque, non si possono considerare poco aggiornate. La ricerca sul successo formativo e il Concorso dei capolavori sono le risorse che presentano maggiori forme di valorizzazione e Rassegna CNOS e le Newsletter quelle che ne hanno di meno. Come al solito, il Nord è più positivo del Centro e del Sud, i laici dei Salesiani, i diplomati dei laureati, i Segretari dei Delegati, i più anziani dei più giovani e i più esperti dei meno. L’ultima parte dello strumento di indagine mirava a fare emergere dagli intervistati proposte per il miglioramento dell’offerta di Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale. La tipologia di competenze su cui si dovrebbe focalizzare nei prossimi anni lo sforzo di rinnovamento è costituita dalle competenze trasversali, una indicazione che sorprende in positivo perché si tratta di competenze non sempre molto valutate dai formatori; al secondo posto e a poca distanza vengono indicate le competenze tecnico-professionali relative ai settori che, sebbene siano già una eccellenza della IeFP salesiana, tuttavia richiedono un costante sviluppo. Meno considerate sono le competenze relative allo sviluppo organizzativo e gestionale delle risorse umane e quelle riguardanti l’area formativa salesiana, ma ambedue esigerebbero una maggiore attenzione: le prime perché si tratta di una tipologia in sviluppo e le seconde perché la proposta formativa dei Centri si ispira al carisma salesiano. Le accentuazioni che emergono dagli incroci dovrebbero guidare nell’offerta alle varie categorie. Passando dai contenuti alle metodologie, si può dire che la preferenza si appunta su una metodologia mista e nel caso che non la si possa realizzare, la scelta va alla metodologia d’aula e in subordine ai tirocini e all’affiancamento, mentre vengono scartate l’autoformazione/formazione aperta e quella a distanza9, se da sole. In proposito si nota una certa polarizzazione tra Salesiani e laici con le variabili connesse che vede i primi più favorevoli alla metodologia mista e i secondi a quella d’aula. L’ultimo ambito di miglioramento riguarda le mete principali su cui finalizzare in futuro l’offerta della Sede Nazionale. Dalle risposte emerge una visione della Formazione in servizio centrata sul sistema di FP e funzionale alla qualità del servizio, mentre appaiono ignorate del tutto o quasi le attese individuali, non solo di ruolo, di carriera e di guadagno ma anche di formazione spirituale, cosa questa che suona strana in un Ente di ispirazione religiosa come il CNOS-FAP. Anche in questo caso si nota una certa polarizzazione tra Salesiani e laici con le variabili 9 Per quest’ultima, almeno fino a quando non si realizzerà un miglioramento radicale dell’attuale offerta di FAD da parte della Sede Nazionale, come specifica un intervistato nell’“altro” della domanda. 185 connesse nel senso che i primi tendono a finalizzare la Formazione in servizio al sistema di FP generale e locale e i secondi a dimensioni più significative per i singoli formatori quali l’aggiornamento professionale e la motivazione/rimotivazione. Sarà compito della Sede Nazionale trovare un giusto equilibrio tra le due istanze. Altre indicazioni per il rinnovamento delle attività di Formazione in servizio del CNOS-FAP possono essere tratte indirettamente da domande che non erano mirate primariamente a questo scopo: le ricordiamo. Il quadro delle offerte promosse dalla Sede Nazionale dovrà essere rafforzato riguardo alle problematiche generali, nazionali e internazionali. Inoltre, ai fini di migliorare la frequenza alla Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP bisognerà assicurare: una attenzione maggiore alla qualità della frequenza, rendendo i contenuti più rispondenti alle esigenze dei formatori e curando meglio la loro selezione più mirata in relazione alle tipologie di offerta; un personale più numeroso nei CFP – ma ciò non dipende dagli Enti di formazione –; una migliore distribuzione del carico di lavoro; un calendario di offerte più rispondente alle disponibilità di tempo dei formatori. La soddisfazione manifestata dagli intervistati nei confronti della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale è senz’altro notevole, ma la sufficienza rappresenta il voto maggioritario. Pertanto, la Sede Nazionale dovrà intervenire efficacemente per elevare il livello di tale valutazione a uno più positivo. Più in particolare, bisognerà che la Formazione in servizio venga organizzata in modo da accrescere il proprio impatto sulla maturazione dei formatori, sulla padronanza delle nuove tecnologie, sulle competenze professionali, sul lavoro in équipe, sulle relazioni con gli allievi, sul loro apprendimento, sulla prassi educativa salesiana, sulle relazioni tra Salesiani e laici, su quelle con le famiglie, su quelle con il mondo produttivo e il territorio. Inoltre, sarà necessario potenziare la valorizzazione delle risorse erogate dalla Sede Nazionale, aiutando Direttori, Delegati e Segretari a saperle socializzare ai formatori e agli altri operatori e rendendole più facilmente utilizzabili per risolvere i problemi dei centri attraverso un loro ripensamento sul modello della ricerca sul successo formativo degli allievi e del Concorso nazionale dei capolavori. 187 Quarto capitolo Soddisfazione per le attività di Formazione in servizio Maria Paola Piccini Da quando ha ottenuto la certificazione, la Sede Nazionale CNOS-FAP provvede alla somministrazione di questionari di soddisfazione al termine degli interventi di Formazione in servizio, al fine di ottenere suggerimenti e indicazioni utili per le azioni future. I questionari vengono proposti agli operatori a conclusione delle diverse iniziative di Formazione in servizio (corsi residenziali nazionali e regionali, seminari dei settori professionali e corsi per il personale direttivo) e, nel caso dei corsi residenziali nazionali e regionali, dall’anno 2012, una versione modificata del questionario viene proposta anche ai docenti responsabili della conduzione delle iniziative stesse. I rispondenti (sia partecipanti che docenti) sono invitati ad esprimere il loro giudizio riguardo alcuni elementi caratterizzanti gli interventi di Formazione in servizio, utilizzando una scala di valutazione a cinque passi: “molto buono” (10), “buono” (8), “discreto” (6), “scarso” (4), “insufficiente” (2). Per ognuno degli items del questionario viene calcolata la media delle valutazioni e la percentuale di pareri positivi espressi, ottenuta sommando i punteggi assegnati alle risposte “discreto”, “buono” e “molto buono”. Per esprimere un giudizio sui risultati la stessa Sede Nazionale si basa sul seguente criterio: se la percentuale di pareri positivi è minore o uguale al 66%, questo indica “non conformità”; se la percentuale è compresa fra il 67 e il 76%, ciò sta ad indicare la necessità di azioni di miglioramento. In generale, laddove la percentuale di pareri positivi espressi sia inferiore al valore minimo accettabile atteso, pari al 77%, si individua una criticità. Nelle tabelle 1, 2, 3, 4, e 5 sono riportati i dati forniti ed elaborati dalla Sede nazionale, ai quali sono accostati i risultati di successive elaborazioni condotte dall’Istituto di Sociologia, come proposta di approfondimento per la valutazione della soddisfazione complessivamente espressa dagli operatori. In sostanza, si suggerisce per il futuro, di utilizzare una scala di valutazione a passi pari (sei o quattro), eliminando il punto centrale della scala, invitando così gli intervistati a esprimere giudizi inequivocabilmente positivi o negativi. Si suggerisce, inoltre, di modificare le etichette verbali assegnate ai diversi passi della stessa scala di valutazione, poiché la differenza fra i giudizi “insufficiente” e “scarso” non è chiara ed è comunque minima dal punto di vista semantico. Laddove queste modifiche non siano attuabili, si suggerisce di considerare soltanto le percentuali dei giudizi positivi (“buono” e 188 Tav. 1 – Valutazione delle attività formative (corsi nazionali) da parte dei Partecipanti Legenda: MB=molto buono; B=buono; D=discreto; S=scarso; INS=insufficiente; % voti suff. = MB + B + D; % voti positivi=MB + B; % punto centrale=D; % voti negativi=S + INS 10 8 6 42 10 8 6 4 2 N. DOMANDA MB B D S INS MB B D S INS 1 Interesse dei temi trattati 135 90 22 2 0 249 99 99,2% 90,4% 8,8% 0,8% 8,88 175 76 16 1 1 269 93 99,3% 93,3% 5,9% 0,7% 9,14 2 Approfondimento dei temi trattati 68 124 51 6 0 249 98 97,6% 77,1% 20,5% 2,4% 8,04 108 124 29 6 2 269 86 97,0% 86,2% 10,8% 3,0% 8,45 3 Chiarezza del docente nell’esporre gli argomenti 109 98 38 3 0 248 99 98,8% 83,5% 15,3% 1,2% 8,52 140 101 24 4 0 269 90 98,5% 89,6% 8,9% 1,5% 8,80 4 Disponibilità del docente a fornire chiarimenti 158 74 14 3 0 249 99 98,8% 93,2% 5,6% 1,2% 9,11 186 71 11 1 0 269 96 99,6% 95,5% 4,1% 0,4% 9,29 5 Capacità del docente di stimolare/motivare l’interesse 99 109 35 6 0 249 98 97,6% 83,5% 14,1% 2,4% 8,42 126 112 26 5 0 269 88 98,1% 88,5% 9,7% 1,9% 8,67 6 Materiale didattico (dispense, diapositive, video…) 94 102 43 10 0 249 96 96,0% 78,7% 17,3% 4,0% 8,25 99 112 48 7 2 268 78 96,6% 78,7% 17,9% 3,4% 8,23 7 Funzionalità delle aule per le lezioni (acustica, luminosità, attrezzature, arredi) 124 94 23 7 1 249 97 96,8% 87,6% 9,2% 3,2% 8,67 128 106 27 5 3 269 87 97,0% 87,0% 10,0% 3,0% 8,61 8 Logistica a supporto del partecipante (ubicazione corso, vitto, sede del pernottamento) 108 83 38 6 14 249 92 92,0% 76,7% 15,3% 8,0% 8,13 161 74 31 3 0 269 87 98,9% 87,4% 11,5% 1,1% 8,92 9 Attività della Segreteria CNOS-FAP Sede Nazionale (disponibilità, trasmissione informazioni) 99 120 22 8 0 249 97 96,8% 88,0% 8,8% 3,2% 8,49 132 102 33 2 0 269 87 99,3% 87,0% 12,3% 0,7% 8,71 10 Giudizio complessivo sul corso (rispetto agli obiettivi previsti, rispetto dei conte-nuti previsti) 92 124 27 4 2 249 98 97,6% 86,7% 10,8% 2,4% 8,41 128 117 17 5 2 269 91 97,4% 91,1% 6,3% 2,6% 8,71 11 Giudizio sul proprio interesse e sulla propria partecipazione all’azione formativa 123 103 20 2 1 249 99 98,8% 90,8% 8,0% 1,2% 8,77 157 91 16 4 1 269 92 98,1% 92,2% 5,9% 1,9% 8,97 Valutazione delle attività formative (corsi nazionali) da parte dei Partecipanti % voti Positivi % punto centrale % voti Negati vi media anno 2012 anno 2013 % punto centrale % voti Negativi media totale v.a. % voti suff. % voti suff. totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi 189 “molto buono”) per confrontarle con le percentuali dei giudizi negativi (“scarso” e “insufficiente”), isolando le percentuali di risposte neutre (“discreto”). 1. SODDISFAZIONE PER I CORSI RESIDENZIALI NAZIONALI Nel dettaglio, per quanto riguarda la soddisfazione circa le Azioni Formative dell’anno 2012 (ossia i corsi residenziali nazionali), la somministrazione dei questionari ha coinvolto complessivamente 249 partecipanti ai corsi (cfr. Tav. 1). Tutti gli items del questionario, secondo quanto indicato dalla Sede Nazionale, hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, infatti, per ognuno degli items la somma dei giudizi da “discreto” a “molto buono” è sempre compresa tra il 92 e il 99%. Tali percentuali di pareri positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di individuare almeno tre aree di relativa criticità, ossia la logistica (76,6%), l’approfondimento dei temi trattati (77,1%) e, anche se in misura minore, il materiale didattico (78,7%) messo a disposizione dei partecipanti1. Particolare soddisfazione viene espressa in merito alla disponibilità dei docenti (93,2%) e all’interesse dei temi trattati (90,4%). Il valore medio delle risposte ottenute da ciascun intervistato per ognuno degli items si colloca sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono”. Per quanto concerne la soddisfazione dei partecipanti per le Azioni Formative dell’anno 2013, la somministrazione dei questionari ha coinvolto 269 persone. Tutti gli items del questionario hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, tanto che, per ognuno degli items, la somma dei giudizi da “discreto” a “molto buono” è sempre compresa tra il 97 e 99%. Tali percentuali di pareri positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, confermano il dato già individuato circa la soddisfazione, fatta eccezione per il materiale didattico messo a disposizione dei partecipanti alle diverse iniziative (78,7%). Anche per l’anno 2013, particolare soddisfazione viene espressa in merito alla disponibilità dei docenti (95,5%) e all’interesse dei temi trattati (93,3%). Il valore medio delle risposte ottenute da ciascun intervistato per ognuno degli items si colloca sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono”. Esaminando congiuntamente i giudizi medi espressi dai partecipanti nel 2012 e nel 2013, si nota come tutti gli aspetti presi in considerazione nel questionario hanno registrato un miglioramento della valutazione ricevuta, tranne che il materiale didattico a disposizione dei partecipanti e la funzionalità delle aule per le lezioni (cfr. Graf. 1). 1 Per meglio discriminare circa le aree di criticità, data la vastità delle quote di giudizi positivi espressi, in questa sede si considerano bisognosi di attenzione anche gli elementi per i quali i giudizi positivi si attestano attorno all’80%. 190 Grafico 1 – Valutazione delle attività formative ( corsi nazionali) da parte dei Partecipanti                                         !"!!#$!$ %&!'!"" "'!"!()!# *!+" ,- !'!!-!!!  .$"-!" +)'!!/$01/2,3/0 ! 4- "!)-!" 4- -!-!!"                                            $$ $!!$!     "    !#!!# ! )) +"" +  !!    ! !! ! !-!   """   !!! !!   0 0/ ))! " !-!- )    " " "            #!#!!!!!  "" !!    "" !! '' !' !!' !&&% ''""     (( !!  "" !! ' * * !--! !!!!!! '!'!!    -,-  -- ""$$$. / !!!!!! '+)'+)) + / 33,/22,/2,1/010 $$/ !!"     --4     !-!-     --4   !!-!!! -!! -        191 Tav. 2 – Valutazione delle attività formative (corsi nazionali) da parte dei Docenti Legenda: MB=molto buono; B=buono; D=discreto; S=scarso; INS=insufficiente; % voti suff. = MB + B + D; % voti positivi=MB + B; % punto centrale=D; % voti negativi=S + INS 10 8 6 4 2 10 8 6 4 2 N. DOMANDA MB B D S INS MB B D S INS 1 Interesse dei partecipanti ai temi trattati 15 6 1 0 0 22 100 100,0% 95,5% 4,5% 0,0% 9,27 21 12 0 0 0 33 100 100,0% 100,0% 0,0% 0,0% 9,27 2 Comprensione dei partecipanti circa i temi trattati 10 11 1 0 0 22 100 100,0% 95,5% 4,5% 0,0% 8,82 14 17 2 0 0 33 94 100,0% 93,9% 6,1% 0,0% 8,73 3 Interazione degli allievi durante il corso 6 12 4 0 0 22 100 100,0% 81,8% 18,2% 0,0% 8,18 21 8 4 0 0 33 88 100,0% 87,9% 12,1% 0,0% 9,03 4 Grado interesse dei partecipanti 13 8 1 0 0 22 100 100,0% 95,5% 4,5% 0,0% 9,09 20 13 0 0 0 33 100 100,0% 100,0% 0,0% 0,0% 9,21 5 Raggiungimento degli obiettivi del corso 3 17 2 0 0 22 100 100,0% 90,9% 9,1% 0,0% 8,09 11 19 3 0 0 33 91 100,0% 90,9% 9,1% 0,0% 8,48 6 Funzionalità delle aule per le lezioni (acustica, luminosità, attrezzature, arredi) 8 11 2 0 1 22 96 95,5% 86,4% 9,1% 4,5% 8,27 13 16 4 0 0 33 88 100,0% 87,9% 12,1% 0,0% 8,55 7 Logistica a supporto (ubicazione corso, vitto, sede del pernottamento) 6 16 0 0 0 22 100 100,0% 100,0% 0,0% 0,0% 8,55 20 9 4 0 0 33 88 100,0% 87,9% 12,1% 0,0% 8,97 8 Giudizio complessivo sui partecipanti al corso (rispetto orari, partecipazione, interesse) 11 9 2 0 0 22 100 100,0% 90,9% 9,1% 0,0% 8,82 22 10 1 0 0 33 97 100,0% 97,0% 3,0% 0,0% 9,27 9 Giudizio complessivo sul proprio lavoro 5 16 1 0 0 22 100 100,0% 95,5% 4,5% 0,0% 8,36 11 22 0 0 0 33 100 100,0% 100,0% 0,0% 0,0% 8,67 % punto centrale % voti Negativi media Valutazione delle attività formative (corsi nazionali) da parte dei Docenti anno 2012 anno 2013 totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi % punto centrale % voti Negativi media totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi 192 Grafico 2 – Valutazione delle attività formative ( corsi nazionali) da parte dei Docenti                                    !"   #  $"  %&!   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Tali percentuali di pareri positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di discriminare meglio il livello di soddisfazione dei docenti che, pur confermandosi molto ampio, mostra delle lievi flessioni in riferimento all’interazione degli allievi durante il corso (81,8%) e alla funzionalità delle aule (86,4%), che vede anche un 4,5% di giudizi completamente negativi (“scarso” e “insufficiente”). Il valore medio delle risposte ottenute da ciascun docente per ognuno degli items si colloca sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono” e il parere più positivo viene generalmente espresso in merito all’interesse dei partecipanti nei confronti dei temi trattati. I docenti coinvolti nella valutazione delle Azioni Formative per l’anno 2013 sono stati 33 e tutti gli items del questionario mostrano il 100% di giudizi sufficienti. Valutare queste informazioni al netto della quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, aiuta a distinguere meglio il livello di soddisfazione dei docenti che, pur confermandosi pressoché totale per quanto riguarda l’interesse dei partecipanti e il giudizio complessivo sul proprio lavoro, mostra delle lievi flessioni in riferimento all’interazione degli allievi durante il corso (87,9%), alla funzionalità delle aule (87,9%) e alla logistica a supporto (87,9%). Rimane, comunque, da rilevare che, nel caso dell’anno 2013, nessun docente ha espresso alcun giudizio negativo. Il valore medio delle risposte espresse da ciascun docente per ognuno degli items si colloca sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono” e il parere più positivo viene espresso in merito all’interesse dei partecipanti nei confronti dei temi trattati e al loro comportamento in generale. Considerando congiuntamente i giudizi medi espressi dai docenti, si nota come tutti gli elementi da valutare nel questionario hanno registrato un miglioramento della valutazione dal 2012 al 2013, tranne che la comprensione da parte dei partecipanti circa i temi trattati, in leggera flessione, e quello sull’interesse degli stessi partecipanti nei confronti dei temi trattati che rimane invariato nelle due diverse annate (cfr. Graf. 2). 2. SODDISFAZIONE PER I CORSI RESIDENZIALI LOCALI La somministrazione dei questionari sulla soddisfazione per i Corsi Residenziali Locali nell’anno 2012 ha coinvolto 613 partecipanti (cfr. Tav. 3). Tutti gli items del questionario, secondo quanto indicato dalla Sede Nazionale, hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, infatti, la quota di valutazioni da “discreto” a 194 Tav. 3 – Valutazione dei corsi residenziali locali (corsi regionali) da parte dei Partecipanti Legenda: MB=molto buono; B=buono; D=discreto; S=scarso; INS=insufficiente; % voti suff. = MB + B + D; % voti positivi=MB + B; % punto centrale=D; % voti negativi=S + INS 195 Grafico 3 – Valutazione dei corsi residenziali locali (corsi regionali) da parte dei Partecipanti 196 “molto buono” è sempre compresa tra il 92% e il 99%. Tali percentuali di pareri positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio di - screto, consentono di individuare almeno due aree di relativa criticità: il materiale didattico (76,3%) e la funzionalità delle aule (76,3%). Particolare soddisfazione viene espressa in merito alla disponibilità dei docenti (92,2%) e all’interesse dei temi trattati (88,9%). Per i Corsi Residenziali Locali nell’anno 2013 la somministrazione dei questionari di soddisfazione ha coinvolto 778 partecipanti. Tutti gli items del questionario hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, infatti, per ognuno degli items la somma dei pareri da “discreto” a “molto buono” è sempre compresa tra il 93% e il 100% (che si registra in riferimento alla disponibilità dei docenti). Tali percentuali di pareri positivi, se considerate al netto della quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di riconoscere una certa criticità riguardante il materiale didattico (71%) messo a disposizione. A tale proposito è stata aperta dalla Sede Nazionale un’azione di miglioramento che ha coinvolto i CFP interessati. Particolare soddisfazione viene espressa dai partecipanti in merito alla disponibilità dei docenti (93,3%) e all’interesse dei temi trattati (89,2%). In relazione sia al 2012, sia al 2013 il valore medio delle risposte espresse da ciascun intervistato per ognuno degli items si colloca comunque sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono”. Considerando congiuntamente i pareri medi espressi, si nota come tutti gli elementi da valutare nel questionario hanno registrato un miglioramento della valutazione dal 2012 al 2013, tranne che il materiale didattico a disposizione dei partecipanti che si configura, dunque, come elemento che necessita attenzione in vista di miglioramento (cfr. Graf. 3). Ancora in merito alla valutazione dei Corsi Residenziali Locali del 2012, sono stati coinvolti 62 docenti (cfr. Tav. 4) che hanno espresso giudizi estremamente positivi: tutti gli items del questionario mostrano il 100% di pareri sufficienti tranne che la logistica a supporto (96,8%) e la funzionalità delle aule (98,4%). Tali percentuali di giudizi positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di discriminare meglio il livello di soddisfazione dei docenti che, pur confermandosi elevatissimo, mostra quote meno ampie di soddisfazione proprio in riferimento alla funzionalità delle aule (88,7%) e alla logistica a supporto che vede anche un 3,2% di giudizi completamente negativi. Il valore medio delle risposte fornite da ciascun docente per ognuno degli items si colloca comunque sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono” e il parere maggiormente positivo viene espresso in merito all’interesse dei partecipanti nei confronti dei temi trattati. I docenti coinvolti nella valutazione dei Corsi Residenziali Locali del 2013 sono stati 79 e, anche in questo caso, quasi tutti gli items del questionario mostrano il 100% di giudizi sufficienti. Tali percentuali di pareri positivi, se considerate al netto della quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di 197 Tav. 4 – Valutazione dei corsi residenziali locali (corsi regionali) da parte dei Docenti Legenda: MB=molto buono; B=buono; D=discreto; S=scarso; INS=insufficiente; % voti suff. = MB + B + D; % voti positivi=MB + B; % punto centrale=D; % voti negativi=S + INS 10 8 6 4 2 10 8 6 4 2 N. DOMANDA MB B D S INS MB B D S INS 1 Interesse dei partecipanti ai temi trattati 40 22 0 0 0 62 100 100,0% 100,0% 0,0% 0,0% 9,29 48 29 2 0 0 79 97 100,0% 97,5% 2,5% 0,0% 9,16 2 Comprensione dei partecipanti circa i temi trattati 30 30 2 0 0 62 97 100,0% 96,8% 3,2% 0,0% 8,90 28 47 4 0 0 79 95 100,0% 94,9% 5,1% 0,0% 8,61 3 Interazione degli allievi durante il corso 39 22 1 0 0 62 98 100,0% 98,4% 1,6% 0,0% 9,23 45 29 4 1 0 79 94 98,7% 93,7% 5,1% 1,3% 8,99 4 Grado interesse dei partecipanti 38 23 1 0 0 62 98 100,0% 98,4% 1,6% 0,0% 9,19 39 38 1 1 0 79 97 98,7% 97,5% 1,3% 1,3% 8,91 5 Raggiungimento degli obiettivi del corso 22 37 3 0 0 62 95 100,0% 95,2% 4,8% 0,0% 8,61 23 50 6 0 0 79 92 100,0% 92,4% 7,6% 0,0% 8,43 6 Funzionalità delle aule per le lezioni (acustica, luminosità, attrezzature, arredi) 30 25 6 1 0 62 89 98,4% 88,7% 9,7% 1,6% 8,71 47 26 6 0 0 79 92 100,0% 92,4% 7,6% 0,0% 9,04 7 Logistica a supporto (ubicazione corso, vitto, sede del pernottamento) 29 30 1 2 0 62 95 96,8% 95,2% 1,6% 3,2% 8,77 49 29 1 0 0 79 99 100,0% 98,7% 1,3% 0,0% 9,22 8 Giudizio complessivo sui partecipanti al corso (rispetto orari, partecipazione, interesse) 32 26 4 0 0 62 94 100,0% 93,5% 6,5% 0,0% 8,90 35 42 1 1 0 79 97 98,7% 97,5% 1,3% 1,3% 8,81 9 Giudizio complessivo sul proprio lavoro 10 49 3 0 0 62 95 100,0% 95,2% 4,8% 0,0% 8,23 27 49 3 0 0 79 96 100,0% 96,2% 3,8% 0,0% 8,61 % voti Negativi % voti Positivi Valutazione dei corsi residenziali locali (corsi regionali) da parte dei Docenti anno 2012 anno 2013 totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi % punto centrale % voti Negativi media totale v.a. % voti suff. % voti suff. % punto centrale media 198 Grafico 4 – Valutazione dei corsi residenziali locali ( corsi regionali) da parte dei Docenti                                !  "  #! $%   &!' ! (! "!  !   "!  !                                                               !  "    #!  $%   &!' !      (! "   "!  !   "!  !        199 discriminare meglio il livello di soddisfazione dei docenti che, pur confermandosi pressoché totale, mostra delle lievi flessioni in riferimento al raggiungimento degli obiettivi del corso (92,4%) e alla funzionalità delle aule (92,4%), mentre in merito alla logistica a supporto si individua la quota più ampia di soddisfazione (98,7%). Il valore medio delle risposte espresse da ciascun docente per ognuno degli items si colloca sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono” e il giudizio più positivo viene espresso proprio in merito agli aspetti logistici. Considerando congiuntamente i pareri medi espressi, si nota come tutti gli elementi da valutare nel questionario hanno registrato un relativo peggioramento della valutazione da parte dei docenti dal 2012 al 2013, tranne che la logistica a supporto, la funzionalità delle aule e il giudizio complessivo sul proprio lavoro (cfr. Graf. 4). 3. SODDISFAZIONE PER I SEMINARI DEI SETTORI PROFESSIONALI E PER I SEMINARI PER I DIRETTORI La somministrazione dei questionari sulla soddisfazione per i Seminari dei Settori Professionali nell’anno 2012 ha coinvolto 188 partecipanti (cfr. Tav. 5). Tutti gli items del questionario hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, infatti, per ognuno degli items la somma dei giudizi da “discreto” a “molto buono” è sempre compresa tra il 95 e il 99%. Tali percentuali di pareri positivi, se considerate isolando la quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di individuare almeno due aree di relativa criticità, ossia l’approfondimento dei temi trattati (73,9%) e la chiarezza del docente nell’esporre gli argomenti (76,6%). Secondo la Sede Nazionale, che ha analizzato le motivazioni della relativa insoddisfazione espressa dai partecipanti circa il livello di approfondimento dei temi trattati, questi avrebbero gradito dei seminari di maggiore durata, in modo da affrontare meglio i diversi argomenti. Essendo prevista per i seminari una durata massima di 18 ore, la Sede Nazionale ha optato per la soluzione di limitare le tematiche da proporre all’interno dei singoli seminari. Per contro, particolare soddisfazione viene espressa in merito alla disponibilità dei docenti a fornire chiarimenti (93,6%). Relativamente ai Seminari dei settori professionali nell’anno 2013 la somministrazione dei questionari sulla soddisfazione ha coinvolto 158 persone. Tutti gli items del questionario hanno registrato un giudizio ampiamente sufficiente, infatti, per ognuno degli items la somma dei giudizi da “discreto” a “molto buono” è sempre compresa tra il 96% e il 100% (che si registra in riferimento agli aspetti logistici). Tali percentuali di pareri positivi, se considerate al netto della quota di quanti hanno espresso un giudizio “discreto”, consentono di individuare almeno due criticità riguardanti i docenti dei seminari: la chiarezza nell’esporre gli argomenti (79,7%) e la capacità di stimolare/motivare l’interesse (81,8%). Particolare 200 Tav. 5 – Valutazione dei Seminari dei settori professionali da parte dei Partecipanti Legenda: MB=molto buono; B=buono; D=discreto; S=scarso; INS=insufficiente; % voti suff. = MB + B + D; % voti positivi=MB + B; % punto centrale=D; % voti negativi=S + INS 10 8 6 4 2 10 8 6 4 2 DOMANDA MB B D S INS MB B D S INS Interesse dei temi trattati 76 88 22 2 0 188 87 98,9% 87,2% 11,7% 1,1% 8,53 79 61 17 1 0 158 89 99,4% 88,6% 10,8% 0,6% 8,76 Approfondimento dei temi trattati 47 92 41 6 2 188 74 95,7% 73,9% 21,8% 4,3% 7,87 61 73 22 2 0 158 85 98,7% 84,8% 13,9% 1,3% 8,44 Chiarezza del docente nell’esporre gli argomenti 54 90 41 3 0 188 77 98,4% 76,6% 21,8% 1,6% 8,07 53 73 28 4 0 158 80 97,5% 79,7% 17,7% 2,5% 8,22 Disponibilità del docente a fornire chiarimenti 93 83 8 4 0 188 94 97,9% 93,6% 4,3% 2,1% 8,82 70 63 21 3 1 158 84 97,5% 84,2% 13,3% 2,5% 8,51 Capacità del docente di stimolare/motivare l’interesse 118 49 17 4 0 188 89 97,9% 88,8% 9,0% 2,1% 8,99 72 58 24 4 1 159 82 96,9% 81,8% 15,1% 3,1% 8,47 Materiale didattico (dispense, diapositive, video…) 97 72 17 1 1 188 90 98,9% 89,9% 9,0% 1,1% 8,80 80 60 16 1 1 158 89 98,7% 88,6% 10,1% 1,3% 8,75 Funzionalità delle aule per le lezioni (acustica, luminosità, attrezzature, arredi) 76 83 24 5 0 188 85 97,3% 84,6% 12,8% 2,7% 8,45 67 68 22 1 0 158 85 99,4% 85,4% 13,9% 0,6% 8,54 Logistica a supporto del partecipante (ubicazione corso, vitto, sede del pernottamento) 86 85 16 1 0 188 91 99,5% 91,0% 8,5% 0,5% 8,72 73 67 18 0 0 158 89 100,0% 88,6% 11,4% 0,0% 8,70 anno 2013 totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi % punto centrale % voti Negativi media Valutazione dei seminari dei settori professionali da parte dei Partecipanti anno 2012 totale v.a. % voti suff. % voti suff. % voti Positivi % punto centrale % voti Negativi media 201 Grafico 5 – Valutazione dei Seminari dei settori professionali da parte dei Partecipanti                                !" !!#$! $ %&!'! " " "'!" !() !# *!+" ,- !'!!-! !!  .$"- !"                                             ! " $ %& " " &!'!   "'! "  !() !#       *! +" ,- !  !'!! -! ! !  .$"- ! "          202 soddisfazione viene espressa dai partecipanti in merito all’interesse dei temi trattati (88,6%), al materiale didattico (88,6%) e alla logistica di supporto (88,6%). Con riferimento ad entrambe le annate (2012 e 2013) il valore medio delle risposte espresse da ciascun intervistato per ognuno degli items si colloca comunque sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un parere compreso fra “buono” e “molto buono”. Considerando congiuntamente i giudizi medi espressi, si nota come alcuni degli elementi da valutare nel questionario, quali l’interesse e l’approfondimento dei temi trattati, la chiarezza del docente e la funzionalità delle aule, hanno registrato un miglioramento della valutazione dal 2012 al 2013, mentre altri, quali la disponibilità e la capacità dei docenti a stimolare l’interesse, il materiale didattico a disposizione dei partecipanti e la logistica a supporto, hanno registrato una certa flessione (cfr. Graf. 5). Infine, secondo quanto indicato dalla Sede Nazionale, la valutazione che emer - ge dai questionari di soddisfazione per i Seminari rivolti ai Direttori, sia per l’anno 2012, sia per l’anno 2013, è molto buona. Il valore medio delle risposte espresse da ciascun intervistato per ognuno degli items si colloca comunque sempre in corrispondenza di punteggi che esprimono un giudizio compreso fra “buono” e “molto buono”. L’unico aspetto che, relativamente l’anno 2013, ha ottenuto un giudizio medio lievemente inferiore agli altri è stato quello della funzionalità del luogo di svolgimento dell’Assemblea. 4. OSSERVAZIONI CONCLUSIVE In estrema sintesi, analizzando i risultati della rilevazione sistematica del livello di soddisfazione per le attività di Formazione in servizio offerte dal CNOSFAP ai suoi operatori, si individua una ampia area di soddisfazione, soprattutto per quanto concerne gli aspetti legati ai principali soggetti coinvolti, ossia la qualità della docenza e il coinvolgimento dei partecipanti, ma anche l’interesse e l’approfondimento dei temi affrontati. Questa indicazione è sostanzialmente coerente con quanto riscontrato attraverso il questionario somministrato, a distanza di tempo, a Direttori, Delegati e Segretari (cfr. capitolo 3 paragrafo 4). In particolare, nel caso dei rispondenti a quest’ultimo questionario l’area della soddisfazione ammonta complessivamente all’87,1% (con un giudizio medio che si colloca fra “abbastanza” e “molto soddisfatto”). Nel dettaglio, risultano essere prevalentemente motivo di soddisfazione, anche in questo caso, aspetti dell’attività formativa, quali la significatività dei contenuti proposti nelle diverse attività, l’idoneità della docenza, la trasferibilità nei CFP e il conseguimento degli obiettivi formativi. È importante ricordare quanto suggerito per il futuro in apertura di questo capitolo, ossia l’adozione di una scala di valutazione a passi pari (sei o quattro), che elimini il punto centrale della scala stessa, invitando così gli intervistati a esprimere 203 giudizi inequivocabilmente positivi o negativi. Si suggerisce, inoltre, la modifica delle etichette verbali assegnate ai diversi passi della scala di valutazione, dal momento che la differenza fra i giudizi “insufficiente” e “scarso” non è sufficientemente chiara ed è comunque minima dal punto di vista semantico. Laddove queste modifiche non siano attuabili, si suggerisce di considerare soltanto le percentuali dei giudizi positivi (“buono” e “molto buono”) per confrontarle con le percentuali dei giudizi negativi (“scarso” e “insufficiente”), isolando le percentuali di risposte neutre (“discreto”). 205 Quinto capitolo Studio di dodici casi mediante focus group Sergio Cicatelli - Maria Paola Piccini - Guglielmo Malizia A completamento dell’analisi qualitativa prevista nel progetto di ricerca, il presente capitolo riporta in sintesi i risultati degli studi di caso realizzati attraverso il ricorso alla tecnica dei focus group. In particolare, con tutte le componenti dei CFP selezionati sono state approfondite tematiche centrali per la conoscenza e la valutazione della Formazione in servizio come la partecipazione alle diverse iniziative, i loro punti di forza e di debolezza, le ricadute sull’attività formativa e didattica e le proposte di miglioramento. Sono questi anche i titoli delle sezioni che seguono, a cui fa da introduzione una nota metodologica1. 1. NOTA METODOLOGICA SUI FOCUS GROUP Questa fase dello studio vuole essere un approfondimento di natura qualitativa, finalizzato alla raccolta delle opinioni delle componenti interessate di alcuni Centri. La scelta di ricorrere alla tecnica del focus group è motivata dall’esigenza di affrontare il tema della Formazione in servizio degli operatori CNOS-FAP in una situazione di interazione simile a un processo conversazionale “normale”, con il conseguente vantaggio di raccogliere opinioni, sollecitate dal confronto con altre persone, spontanee e a un buon livello di approfondimento. Il focus group è una tecnica di raccolta delle informazioni che coinvolge non un intervistato soltanto, ma più persone contemporaneamente (generalmente un piccolo gruppo). I partecipanti al focus group vengono invitati da un moderatore a discutere tra loro di un particolare argomento o insieme di argomenti tra di essi collegati, affrontando così le tematiche che la ricerca ha interesse a “mettere a fuoco”. Diversamente da altre tecniche di rilevazione per la ricerca sociale, nel focus group non c’è un’alternanza fra domande poste dall’intervistatore e risposte date a queste stesse domande dagli intervistati, ma alcune persone, opportunamente sele- 1 Anche se il capitolo è responsabilità comune dei tre autori, la sezione 1 è stata redatta da M.P. Piccini, quelle 2-5 da S. Cicatelli e quelle 6-7 da G. Malizia. Pertanto, le differenze di stile e di forma che si possono riscontrare nel testo dipendono dalle scelte effettuate dai tre autori nello spazio di autonomia proprio. 206 zionate, interagiscono discutendo liberamente su argomenti proposti, appunto, dal moderatore. L’assunto su cui si basa il focus group è che nell’interazione diretta con altre persone sia più facile far emergere ed esprimere in modo immediato e spontaneo non solo opinioni, ma anche motivazioni, sentimenti, riferimenti valoriali, immagini di realtà e quant’altro potrebbe risultare difficile da esternare in un colloquio individuale con un intervistatore. Nel corso della discussione possono verificarsi le seguenti evenienze, tutte positive dal punto di vista del ricercatore: i partecipanti, grazie al confronto con gli altri, sono agevolati nel definire, chiarire, approfondire e comunicare in modo articolato e coerente la propria posizione; la particolare situazione d’interazione tra “pari” gioca a favore di un indebolimento dei meccanismi di difesa che spesso sono a monte di sospetti, timori, esitazioni, reticenze e, più in generale, della tendenza a non rispondere in modo sincero e collaborativo; la discussione può sollecitare il ricordo e far affiorare elementi che, diversamente, rimarrebbero inespressi; l’interazione con gli altri, dunque, favorisce la riflessione, l’analisi e può stimolare l’emergere di idee nuove, di elementi che altrimenti non sarebbero riferiti. Nel presente studio si è optato per un focus group semistrutturato, in cui il ruolo del moderatore è limitato a interventi finalizzati a agevolare l’andamento della discussione, contrastare deviazioni dal tema e equilibrare gli interventi (Corrao, 2000). Per guidare la conduzione del focus group è stata predisposta non una serie di domande prefissate, ma una traccia semistrutturata pensata come una lista flessibile di temi e sotto-temi da proporre e trattare, ritenuti particolarmente interessanti in relazione agli obiettivi dello studio. Per sollecitare l’approfondimento di questi temi il moderatore formula, di volta in volta, domande mirate, inserendosi nella discussione nel momento più opportuno o riallacciandosi agli interventi dei partecipanti. In particolare, sono stati coinvolti nella conduzione dei focus group un primo moderatore (conduttore) per la gestione della discussione (Krueger, 1994) e un secondo moderatore (osservatore) con la responsabilità di intervenire in caso di difficoltà del primo nel coordinare il dibattito e con lo specifico compito di fungere da osservatore e prendere annotazioni sintetiche sui contenuti degli interventi. Il ruolo dei due moderatori2, coerentemente con il grado di strutturazione del focus group è, dunque, essenzialmente quello di esercitare un controllo sia sui contenuti della discussione sia sulle eventuali dinamiche di gruppo (Corrao, 2000). Inoltre, le due moderatrici si sono alternate nei ruoli di conduttore e osservatore, nell’ambito di ognuno dei focus group. Questa modalità di conduzione ha consen- 2 La dottoressa Beatrice Russo è dottoranda presso il Dottorato in Sociologia e Scienze sociali (SeSS), Curriculum in Ricerca Applicata alle Scienze Sociali (RASS), Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche, Sapienza Università di Roma; la dottoressa Maria Cristina Monacchia, psicologa, psicoterapeuta familiare in formazione, esperta in psicopatologia dell’apprendimento scolastico, laureata presso l’Università Pontificia Salesiana, Facoltà di Scienze dell’Educazione. 207 tito la copertura dei temi oggetto d’indagine, soprattutto attraverso l’interruzione di discussioni infruttuose, facendo sempre attenzione a non ostacolare o inibire la spontaneità d’espressione dei partecipanti. La traccia utilizzata per la conduzione dei focus group, focalizzati sulla valutazione dell’offerta di Formazione in servizio erogata dal CNOS-FAP per il personale dei CFP, si compone di temi e sotto-temi articolati in quattro aree principali: 1. Valutazione della partecipazione alle diverse attività di Formazione in servizio e delle motivazioni personali. Sono riconducibili a questa prima area tematica gli inviti alla riflessione circa la partecipazione (o non partecipazione) alle diverse opportunità di formazione, le attese di formazione e le esperienze precedenti dei partecipanti, i corsi che sono rimasti più impressi nella memoria in tutta la vita professionale dei formatori coinvolti nel focus group, le iniziative personali di aggiornamento e gli elementi che possono essere considerati d’ostacolo per la Formazione in servizio. Sempre a questa prima area si riconducono gli approfondimenti circa i fattori positivi e quelli di maggiore criticità, l’efficacia percepita dei corsi, l’interesse e l’attenzione eventualmente rilevate nel gruppo in formazione, le riflessioni sulla differenza tra i corsi su argomenti tecnici e quelli su tematiche trasversali, con riferimento alle preferenze del gruppo e a quelle rilevate, più in generale, tra i colleghi. 2. Punti di forza e criticità delle attività di Formazione in servizio. La seconda area tematica include argomenti finalizzati ad approfondire le diverse opinioni circa il raggiungimento degli obiettivi formativi e la soddisfazione delle attese formative, la significatività degli argomenti dei corsi di formazione, il grado di interesse e di approfondimento degli stessi argomenti e dei temi dei corsi; la chiarezza, la disponibilità e la capacità di gestione dell’aula da parte dei docenti dei corsi di formazione, la loro competenza, l’adeguatezza al compito e l’autorevolezza; l’adeguatezza e aggiornamento dei materiali dei corsi, degli eventuali ausili didattici e della metodologia didattica adottata in generale; la logistica e l’organizzazione concreta dei corsi; il personale coinvolgimento e interesse nei confronti dei temi dei corsi; il “clima” del corso. Infine, si invita alla riflessione e alla valutazione di diverse risorse CNOS, quali Rassegna CNOS, la Newsletter, le varie pubblicazioni e ricerche, il sito internet, la Ricerca sul successo formativo degli allievi, il Concorso nazionale dei capolavori. 3. Ricaduta sul CFP delle attività di Formazione in servizio. Nella terza area tematica gli spunti di riflessione vertono sulla ricaduta didattica dei corsi frequentati, cioè sulla loro utilità, distinguendo tra l’utilità per la didattica e l’utilità per la crescita professionale complessiva, con approfondimenti circa l’incidenza nelle prassi didattiche quotidiane e, infine, i principali risultati della partecipazione alla Formazione in servizio, non solo in termini di apprendimento ma anche in termini di socializzazione, amicizie e relazioni coltivate, curiosità soddisfatte, apprendimenti indiretti o incidentali, crescita umana etc. 208 4. Eventuali suggerimenti e proposte per le attività di Formazione in servizio. L’ultima area tematica della traccia per la conduzione dei focus group riguarda le raccomandazioni per eventuali miglioramenti alla formazione dei formatori, relativamente alle competenze che si vorrebbero acquisire/migliorare, alle metodologie didattiche, alla finalizzazione delle attività. Nel complesso, la discussione ha seguito la classica sequenza costituita da domande di apertura (per creare un clima disteso nel gruppo), domande introduttive (per indurre la riflessione sull’argomento chiave e avviare la conversazione), domande di transizione (per riflettere sui temi in rapporto all’esperienza dei partecipanti), domande chiave (centrate sulle informazioni cruciali), domande finali (per chiarire meglio le posizioni emerse). Per l’individuazione dei CFP da prendere in considerazione per lo studio e lo svolgimento dei focus group si è assunto, in primo luogo, un criterio basato sulle dimensioni dei Centri e, in secondo luogo, un “criterio geografico”. In questo modo sono rappresentate tutte le Regioni nelle quali si collocano CFP funzionanti e disponibili e, secondo la consistenza quantitativa dei Centri, situazioni di eccellenza e problematiche e all’interno dei singoli CFP, opinioni diverse, favorevoli o sfavorevoli, dei diversi soggetti coinvolti. La scelta di condurre i focus group nei CFP più grandi è dettata da ragioni legate alla maggiore disponibilità del personale docente e non e, soprattutto, alla disponibilità di una potenziale ampia gamma di opinioni ed esperienze che possono essere approfondite per mezzo delle interviste di gruppo. Nelle Regioni più grandi e con un maggior numero di CFP sono state effettuate due visite a due Centri diversi. I CFP delle Regioni del Sud e delle Isole sono stati esclusi dalla selezione in ragione del perdurare della situazione problematica e precaria. La selezione di CFP coinvolti in questa fase dello studio, dunque, ne comprende complessivamente dodici: due in Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio; uno in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Umbria. Compatibilmente con la disponibilità dei formatori e con le esigenze organizzative dei Centri, i focus group hanno visto la partecipazione di novantacinque operatori del CNOS-FAP, tra i quali formatori dei diversi settori, membri dello staff direttivo, coordinatori della formazione, personale amministrativo. Tale selezione include operatori giovani e meno giovani, con diversa esperienza di partecipazione ai corsi (assidui, meno assidui, non assidui), con diverso atteggiamento (positivo vs critico) nei confronti della formazione in servizio, con esperienza di partecipazione alla Formazione in servizio relativa alle competenze di base e alla formazione specifica per settori (e/o affini), a corsi residenziali nazionali, a corsi residenziali locali e/o a corsi FAD. I focus group sono stati effettuati in un periodo compreso tra il 13 ottobre e il 24 novembre 2014 e ognuno di essi ha avuto una durata compresa fra i cinquanta e gli ottanta minuti. Nel dettaglio, i Centri di Formazione Professionale del CNOS-FAP selezionati per lo svolgimento dei focus group sono stati i seguenti: Roma Pio XI (13 ottobre 2014); Perugia (17 ottobre 2014); Bologna (21 ottobre 2014); Genova 209 Sampierdarena (23 ottobre 2014); Sesto San Giovanni (29 ottobre 2014); Fossano (31 ottobre 2014); Roma Teresa Gerini (3 novembre 2014); Milano centrale (5 novembre 2014); Udine (6 novembre 2014); Torino Valdocco (20 novembre 2014); Verona San Zeno (24 novembre 2014); Verona Sant’Ambrogio Valpolicella (24 novembre 2014). I focus group sono stati registrati con il consenso dei partecipanti e le moderatrici hanno, in seguito, trascritto integralmente le registrazioni. Le trascrizioni dei 12 focus group sono state analizzate con il software ATLAS.ti (versione 5.0)3, sviluppato nella prima metà degli Anni ‘90 da Thomas Muhr per supportare proprio l’analisi di tipo qualitativo. In particolare, nel presente studio il software è stato utilizzato per facilitare il processo di codifica dei testi. Si tratta di una procedura mediante la quale l’informazione contenuta nei testi viene sintetizzata e ricondotta a nuclei concettuali fondamentali. In questo senso un codice (code) è una etichetta verbale atta a rappresentare il contenuto di una o più porzioni di testo (quotation). Si tratta, dunque, di identificare all’interno dei testi le unità significative che contengono informazioni utili per l’analisi e assegnare loro un codice, appunto. In particolare, il procedimento di codifica è stato messo in atto in due fasi: una prima fase di cosiddetta “codifica aperta” e una seconda di “codifica assiale”. Nella prima fase le informazioni contenute nei testi dei focus group sono state ricondotte a concetti generali che ne riassumono contenuto e significato, per un totale di 92 codici. Nella seconda fase i codici sono stati ricondotti a dimensioni più generali che ne raccolgono il significato in categorie concettualmente più ampie. Nello specifico, i codici sono stati classificati in famiglie di codici (code families) parzialmente corrispondenti alle diverse aree tematiche della traccia utilizzata per la conduzione dei focus group (cfr. Tav. 1). 2. LA PARTECIPAZIONE ALLE ATTIVITÀ DI FORMAZIONE IN SERVIZIO L’area tematica su cui si sono maggiormente soffermati i focus group è stata quella della partecipazione alle attività di Formazione in servizio e delle motivazioni personali. Sotto questa etichetta si raccolgono aspetti diversi che possono andare dalla semplice informazione sulle attività cui ciascun intervistato ha partecipato alla qualità della partecipazione stessa e dunque alla dimensione motivazionale che può essere stata sollecitata dalle attività di formazione. A partire dalle risposte raccolte nei focus group la partecipazione appare condizionata oggettivamente da una serie di fattori diversi che possono essere esaminati in base a polarizzazioni interne all’organizzazione dei corsi: – la modalità di partecipazione (in presenza / a distanza); – la collocazione territoriale (regionale / nazionale); – i contenuti affrontati (generali / specifici); – la possibilità di partecipazione (libera / obbligata). 3 Disponibile all’indirizzo http://www.atlasti.com 210 Tav. 1 – Code Families Code Family: Partecipazione Codes (22): [Comprensione significato del focus group] [Concorso capolavori] [Corsi dal contenuto pratico] [Corsi di orientamento tutor] [Corsi specifici/Corsi trasversali] [Corso ben progettato] [Corso specifico informatica Utile] [Iniziative personali di aggiornamento] [Partecipazione alla progettazione dei corsi] [Partecipazione conformista] [Partecipazione corsi anni precedenti] [Partecipazione corsi per Direttori] [Partecipazione decisa/concordata Direttore] [Partecipazione degli Altri formatori del CFP] [Partecipazione di dipendenti senza contratto] [Partecipazione: corsi dedicati amministrativi] [Partecipazione: impegnato in corsi non CNOS] [Partecipazione: corsi interni] [Pollicione d’oro] [Qualità dei corsi] [Questione FAD] [Risorse CNOS] Quotation(s): 309 Code Family: Proposte Codes (19): [Condivisione dei contenuti dei corsi] [Condivisione unità didattiche] [Esigenze specifiche degli amministrativi] [Formazione Pedagogica salesiana] [Necessità di formazione continua] [Preferenza per metodologia d’aula] [Preferenza per metodologie interattive] [Proposta di argomenti specifici per i corsi] [Proposta: condivisione dei materiali prima e dopo il corso] [Proposta: corsi mirati sui singoli CFP] [Proposta: esame finale dei corsi] [Proposta: legittimare la condivisione dei corsi con certificazione] [Proposta: richiami alla formazione] [Proposta: scambi di colleghi fra CFP] [Proposta: Testimonianze] [Proposta: Tirocini aziendali per formatori] [Rapporti dipendenti amministrazione e famiglie allievi] [Rapporti famiglie allievi formatori aziende] [Rapporti formatori famiglie] Quotation(s): 110 Code Family: Punti di forza Codes (8): [Punto di forza: Certificazione competenze] [punto di forza: Collaborazione fra colleghi] [Punto di forza: Concorso capolavori] [punto di forza: Condivisione degli obiettivi] [Punto di forza: Logistica] [Punto di forza: Metodologia coinvolgente] [Punto di forza: Scambio esperienze] [Punto di forza: Scelta dei temi] Quotation(s): 71 Code Family: Ostacoli Codes (17): [Problema specifico del CFP: organizzazione didattica] [problema specifico del CFP: tipologia di allievi] [Problema: collocazione geografica e risorse] [Problema: collocazione temporale dei corsi] [Problema: corsi troppo specializzati] [Problema: corsi troppo teorici] [Problema: difficoltà economiche] [Problema: dislivello competenze partecipanti ai corsi] [Problema: disparità fra situazioni diverse] [Problema: mancata socializzazione dei corsi] [Problema: offerta attività non rispondente esigenze CFP] [Problema: progettazione e monitoraggio dei corsi] [Problema: ripetitività dei corsi] [Problema: scarso interesse] [Problema: sostituzioni] [Problema: troppa burocrazia] [Problema: uso del tempo (libero)] Quotation(s): 142 Code Family: Ricadute Codes (10): [Ricaduta immediata dei corsi] [Ricaduta in tempi lunghi dei corsi] [Ricaduta ostacolata da organizzazione temporale] [Ricaduta ostacolata da problemi economici] [Ricaduta ostacolata dalle troppe disparità fra i centri] [Ricaduta scarsa] [Ricaduta su entusiasmo e motivazione] [Ricaduta sull’aggiornamento e scambio di esperienze] [Ricaduta sulle competenze e contenuti professionalizzanti] [Ricaduta sulle competenze formatori e allievi] Quotation(s): 63 211 La partecipazione può anche essere condizionata, più soggettivamente, dalla motivazione dei destinatari, i quali possono essere raggruppati in base a criteri diversi, ora di nuovo polarizzati in coppie antinomiche, ora più variamente articolati: – la funzione (direttori/formatori/amministrativi/figure di sistema); – il contratto (stabili/precari); – le modalità di selezione (sempre gli stessi/a rotazione). Da un punto di vista complessivo, i corsi di formazione appaiono come un’esperienza importante e ricorrente nella vita dei formatori e sono percepiti come un appuntamento qualificante, sia per la sistematicità del loro svolgimento, sia per i risultati attesi e raggiunti. Le dinamiche della partecipazione possono essere un indicatore abbastanza attendibile della capacità dei corsi di intercettare la domanda di formazione. Non è detto che i corsi quantitativamente più partecipati siano i migliori o i più apprezzati, anche perché la domanda e l’offerta sono estremamente varie. Possiamo quindi tentare di analizzare la situazione sulla base dei criteri sopra indicati di classificazione, cominciando dall’asse di polarizzazione relativo alla modalità di partecipazione, in presenza o a distanza. Sui corsi organizzati in modalità FAD il giudizio degli intervistati è pressoché unanimemente negativo: sono poco funzionali, di fatto inutili; qualcuno addirittura non ricorda nemmeno l’argomento del corso scelto e in genere parzialmente frequentato; la frequenza è piuttosto distratta e la qualità dei materiali formativi sembra essere talvolta scadente. La possibilità tipica della FAD di partecipare al percorso formativo in maniera più libera (da casa, negli orari preferiti, ecc.) costituisce di fatto un ostacolo, perché si finisce per rinviare ripetutamente l’attività o per svolgerla in maniera marginale e con scarsa motivazione. L’interattività delle piattaforme utilizzate è giudicata alquanto modesta: in alcuni casi erano a disposizione solo materiali da fruire passivamente, in altri l’interazione tra i partecipanti si è trasformata in forum disordinati e poco produttivi. Per rimanere all’interno degli strumenti di comunicazione a distanza, un po’ diverso è il giudizio sulla Newsletter CNOS, che è invece giudicata utile, anche se talvolta contiene troppe informazioni e finisce per essere consultata superficialmente (si segnalano parecchi disguidi nella ricezione per posta elettronica). I più attenti utilizzano anche la rivista cartacea Rassegna CNOS, alla quale viene riconosciuto un alto livello di qualità, anche se pochi la usano come materiale di studio e aggiornamento. Per ovvi motivi organizzativi i corsi in presenza non possono raggiungere tutto il personale dei CFP e quindi un aspetto particolare emerso dai focus group è la modalità di selezione dei partecipanti. Qualcuno immagina che i corsi siano un’operazione istituzionalizzata, la partecipazione alla quale può essere ora il risultato di una decisione personale ora una sorta di privilegio riservato ai soliti noti (c’è chi dichiara che «ai corsi vanno quasi sempre gli stessi»), ma la maggior parte 212 degli intervistati è decisamente soddisfatta di questa esperienza, anche perché con l’andare del tempo, una volta sperimentata l’opportunità formativa, si partecipa volentieri e si vorrebbero avere ancora più occasioni di formazione (viene osservato infatti che «ogni anno dobbiamo eliminare delle richieste perché gli iscritti sono troppi»). Nonostante il dato positivo sia il più frequente, sia quantitativamente che qualitativamente, rimane l’impressione di una partecipazione piuttosto disuguale: da una parte qualcuno rimane un po’ isolato e non vuole o non riesce a partecipare; dall’altra si nota un atteggiamento di sufficienza per cui i corsi sono frequentati più per dovere che per piacere o per interesse personale, salvo poi ricredersi a cose fatte. È simpatica l’osservazione di un intervistato che dichiara: «il corso più bello negli ultimi dieci anni è stato quello cui ho partecipato per sbaglio; per cui ogni tanto spero che mi obblighino ad andare ad un corso». In base alla collocazione territoriale dei corsi (ovviamente solo quelli in presenza) si distinguono corsi di livello regionale e di livello nazionale. In questa articolazione si rispecchia spesso anche una differenza tematica, con i primi dedicati ad argomenti di carattere più spiccatamente tecnico-professionale ed i secondi rivolti a tematiche più generali o trasversali. Sembra interessante che proprio il livello territoriale di organizzazione compaia come fattore chiave per distinguere le tipologie di corsi; queste almeno sembrano essere le categorie utilizzate dagli intervistati, che in genere ricorrono al livello territoriale per identificare il corso e addirittura per attribuirgli valore. È probabile che si tratti solo di un modo per esprimersi sinteticamente, ma la scelta del riferimento geografico-organizzativo può essere indicativa della stessa percezione del corso: un’occasione legata al sistema complessivo dei Centri CNOS-FAP. I corsi regionali in genere sono dedicati ad argomenti di più immediata spendibilità nell’area professionale, mentre quelli di livello nazionale trattano tematiche più trasversali e generiche. I primi sono forse più apprezzati e partecipati in quanto rispondono ad esigenze immediate di aggiornamento ed offrono una facile trasfe - ribilità dei contenuti appresi nella quotidiana attività d’aula (finendo quindi per essere almeno implicitamente apprezzabili anche dagli allievi). Da un lato c’è chi dichiara «non ce la faccio a stare cinque giorni a sentir parlare di teoria»; dall’altro c’è chi lamenta che «ci si chiede di essere molto pratici e poi sono solo corsi teorici». La preferenza va quindi ai corsi più rapidamente spendibili nell’attività quotidiana. I corsi nazionali sono in genere considerati di maggior valore, sia per l’impegno che richiedono, sia per il numero ristretto di partecipanti ammessi. I corsi di cultura generale o di formazione pedagogica hanno inevitabilmente una ricaduta a più lunga distanza e talvolta se ne scopre la validità e la stessa utilità solo a posteriori. Anche in questo caso c’è chi ritiene che questi corsi «volano troppo alto per il nostro target», ma è interessante la testimonianza di un altro formatore che osserva: «A me è successo che mi hanno mandato a fare un corso sulla dispersione scola- 213 stica e sull’orientamento dei ragazzi. Ho detto: “ma cosa ci vado a fare?”, ma poi alla fine è stato interessante. Mi è piaciuto molto. Sono cose che comunque metti nel tuo fardello e possono servire un domani». Come ci si può attendere facilmente, alcuni corsi hanno lasciato il segno, altri sono stati meno apprezzati. Non è agevole segnare una linea di demarcazione tra corsi locali e corsi nazionali, individuando sistematicamente negli uni o negli altri quelli più graditi e partecipati. I corsi regionali, in quanto di solito indirizzati su tematiche tecniche, offrono una ricaduta immediata e quindi sono apprezzati dai formatori di area professionale; i corsi nazionali, dedicati a tematiche trasversali, incontrano invece di più il favore dei formatori di cultura generale. Sul piano della socializzazione, i corsi nazionali sono ovviamente quelli che offrono maggiori occasioni di incontro e di scambio e sono quindi apprezzati anche per la rete di relazioni che consentono di stabilire o di rafforzare. I corsi regionali rispondono di più a esigenze pratiche locali e di aggiornamento tecnico, consentono l’incontro di operatori che probabilmente già si conoscono e sembrano essere più concentrati sul compito. Ma tutto questo è facilmente immaginabile ed è probabile che tali aspetti siano già previsti anche nella fase progettuale. Alla modalità di partecipazione libera o obbligata è legata in buona parte la motivazione dei formatori, dato che il processo che conduce a partecipare ad un corso influisce in maniera rilevante sulla soddisfazione e sugli stessi risultati della formazione. Si sa che alcuni corsi sono obbligatori (e in questo caso vengono frequentati per senso del dovere, magari poi scoprendo interessi insospettati), ma è senz’altro preferibile poter trovare soddisfazione ad un bisogno formativo personale e quindi poter scegliere di partecipare a corsi specifici o addirittura poter incidere sulla scelta degli argomenti da svolgere. È naturale attendersi una maggiore motivazione per i corsi scelti direttamente dai formatori, che cercano di far coincidere l’obbligo con l’interesse personale. Dichiara uno di essi: «Io credo anche che a livello di motivazione incida la modalità di proposta e adesione al corso. Nel senso che, quando devi andare perché bisogna andare e magari non vedi un’urgenza perché nel tuo lavoro quotidiano non è emerso il bisogno di aggiornamento, ma ti viene semplicemente proposto perché è previsto che tu vada, sicuramente la difficoltà a trovare una motivazione c’è. Sicuramente all’inizio, poi magari, fatta l’esperienza, trovi delle positività». Sul piano motivazionale è anche interessante la testimonianza di un altro formatore che osserva: «In questi corsi veniamo molto spesso “riempiti” e ben motivati, forse perché è luglio, comunque non vedo l’ora di tornare in classe e mettere in pratica tutte queste belle cose». Per quanto riguarda i soggetti coinvolti, in genere sembra di poter dire che l’offerta di corsi riesca a raggiungere un po’ tutto il personale e che rimanga fuori solo chi proprio non vuole lasciarsi coinvolgere. Del resto la programmazione dei corsi, pur migliorabile, non è frutto di improvvisazione ma di una meditata valutazione delle esigenze formative degli allievi e, di conseguenza, dei formatori. 214 In base ai destinatari si può distinguere tra: corsi indifferenziati e corsi per alcune categorie particolari; corsi per Direttori e corsi per altri operatori; corsi per formatori e corsi per amministrativi; corsi aperti anche al personale fuori contratto e corsi solo per il personale stabile. I corsi per i Direttori sembrano essere quelli di maggior successo: la partecipazione è ampia e regolare e, nonostante il ricordo di qualche isolato disguido organizzativo, assicurano una buona socializzazione tra persone che svolgono la stessa funzione in contesti e condizioni diverse. Spesso risultano aver partecipato non solo i Direttori ma anche i coordinatori. Va comunque tenuto presente che si tratta di corsi rivolti a soggetti selezionati e motivati a monte, per cui il loro successo è in buona misura prevedibile. Tra le categorie coinvolte viene lamentata la apparentemente scarsa attenzione alle cosiddette figure di sistema, cui si vorrebbe venissero dedicati specifici corsi almeno ogni certo numero di anni. I corsi per i formatori sono invece la maggioranza e devono affrontare un’ampia varietà di argomenti e competenze. Accanto ai corsi di carattere tecnico, che vengono apprezzati ma limitatamente all’aggiornamento che producono, la domanda principale che viene dai partecipanti è quella di fornire strumenti per affrontare le situazioni di emergenza quasi quotidiana che si trovano a vivere con gli allievi. Come osserva un formatore, «i problemi che danno i ragazzi non sono stati mai a livello didattico, sono stati sempre problemi di gestione d’aula, di comportamento, di saper rispondere a determinate situazioni». Più drammaticamente un altro dice che si combatte «una guerra quotidiana» e che a lezione «siamo proprio in trincea». Si vorrebbero allora suggerimenti pratici per le emergenze, ricette spendibili per le criticità relazionali di ogni giorno, ma un orientatore (e può essere significativo che si tratti proprio di una figura intermedia) osserva con maggiore ponderazione che «i corsi che attivano processi mi mandano a casa carico, i corsi che puntano a un prodotto mi mandano a casa con brutte parole, scarico»; e ricorda tra le sue esperienze «una serie di corsi dai quali tornavano tutti contenti e carichi e non c’era un prodotto finale, c’era una scintilla su cosa vuol dire una relazione con un adolescente, una scintilla su cosa vuol dire comunicare, una scintilla su cosa vuol dire padroneggiare le emozioni». Va però notato che questo orientatore dichiara anche di essere talvolta preso in giro dai colleghi – si presume bonariamente – per questi suoi entusiasmi. I corsi per formatori lasciano spesso fuori gli amministrativi, che trovano soddisfazione alle loro esigenze solo in corsi specifici. In effetti, sembra di poter rilevare una certa trascuratezza nei confronti del personale amministrativo, che forse non è al primo posto nelle preoccupazioni di chi progetta la formazione di tutto il personale. Emerge infatti una certa insoddisfazione da parte del personale amministrativo per la mancanza di occasioni formative specifiche, soprattutto a livello nazionale («se ne potrebbero fare di più»; «ci servirebbe avere ogni anno qualcosa che sia proprio fatto per il nostro lavoro. Non solo informatica»). 215 Anche per gli amministrativi vale il discorso di non limitare la formazione agli aspetti tecnici: in particolare sembra interessante la testimonianza di uno di essi, che individua nei rapporti con le famiglie un settore chiave della loro specifica professionalità. Proprio dagli amministrativi vengono denunciati alcuni errori organizzativi che talvolta hanno messo in crisi la funzionalità dei CFP e degli stessi corsi di formazione: «abbiamo fatto dei corsi residenziali di informatica che hanno ampliato un po’ le nostre conoscenze, però sono stati proposti nel periodo in cui c’erano le iscrizioni, quindi... sono stati bloccati e siamo stati richiamati in ufficio». I corsi sono in genere rivolti al personale in servizio e ciò lascia emergere come fattore discriminante la durata del contratto di coloro che hanno un rapporto di lavoro a tempo determinato. In teoria se il corso cade in un periodo che non rientra nella vigenza del contratto di lavoro (per esempio in estate), gli interessati non potrebbero parteciparvi, ma proprio questo impedimento rende spesso i corsi più attraenti: emerge, infatti, in vari casi la delusione degli esclusi o la soddisfazione di chi è comunque riuscito a prendervi parte lo stesso. Accanto ai corsi CNOS-FAP occorre anche tenere conto della partecipazione a corsi organizzati da altri soggetti. Talvolta chi partecipa a questi corsi esterni è esonerato dal partecipare a quelli CNOS-FAP, altre volte partecipa a tutti. Si ha l’impressione che ci sia qualche “professionista dell’aggiornamento”, che partecipa a un gran numero di corsi, ma più numerosi sono forse i “professionisti dell’assenza”, che rimangono esclusi – per scelta o per caso – da tutti i corsi anche per lunghi periodi. È facile disporre di dati oggettivi sul numero dei formatori coinvolti nei corsi nei diversi anni e si presume che il coinvolgimento sia abbastanza allargato, ma va registrata anche l’opinione di un formatore che osserva come nei corsi gli capiti di trovare «sempre gli stessi», mentre a suo parere il numero di coloro che non vanno mai ad un corso è piuttosto elevato. Anche se può darsi che si tratti solo di una percezione distorta, è il caso di tenere conto anche di questo aspetto. È generalmente apprezzata la possibilità di avere un coinvolgimento nella progettazione dei corsi, cosa che incide positivamente sui livelli di partecipazione. Come è ovvio, non è sempre possibile far decidere alla base tutte le tematiche da affrontare, anche perché occorre mediare tra opinioni ed esigenze diverse, ma rimane il dato positivo della consultazione allargata. E quanto più è partecipata la decisione, tanto più è avvertito come un limite il numero ristretto di partecipanti, che può lasciare fuori qualcuno ancora sinceramente interessato. Sembra di poter notare che il coinvolgimento dei formatori nella decisione/ progettazione dei corsi sia direttamente proporzionale alla consapevolezza delle problematiche formative, per cui i più motivati e attenti sono anche quelli che si impegnano di più nella selezione degli argomenti dei corsi. Ma va notato che spesso la consapevolezza cresce strada facendo, ponendo implicitamente la domanda se la formazione debba rispondere soprattutto alle esigenze dei formatori o indirizzare la loro stessa professionalità, cioè se debba essere progettata più dal 216 basso o dall’alto. Anche i corsi decisi (o imposti) dall’alto sono però in molti casi condivisi perché se ne comprende la necessità o addirittura la inevitabilità (tipico il caso dei corsi sulla sicurezza). I principali problemi emergono in relazione al calendario poiché talvolta i corsi si vanno a sovrapporre ad altre attività istituzionali o addirittura, come si è visto, c’è stata la necessità di richiamare in servizio il personale inviato ai corsi perché in sede c’erano urgenze che evidentemente non erano state all’inizio valutate con sufficiente attenzione. Del resto, la frequenza dei corsi e la possibile coincidenza tra quelli di livello nazionale e quelli di livello locale può porre il problema di reciproche interferenze tra i diversi corsi e tra questi e le altre attività istituzionali del CFP. Simmetrica alla possibilità di scegliere le tematiche dei corsi c’è quella di scegliere di parteciparvi. In genere è il Direttore del CFP a decidere chi deve frequentare ogni corso, ma la decisione è spesso condivisa con i diretti interessati e quindi si riescono facilmente a combinare i desideri dei formatori e la concreta possibilità di partecipare ai corsi preferiti. Talvolta, come ribadisce qualcuno, «ci si va perché ci si deve andare», ma c’è chi osserva di aver «sempre notato una certa sensibilità della direzione [...] a invogliare o comunque a rendere partecipi tutti delle possibilità formative». Si nota comunque una certa differenza tra i corsi regionali, ai quali si è spesso spinti ad andare, e quelli nazionali, cui si partecipa prevalentemente su domanda. In qualche caso c’è anche chi ammette che «bisogna riempire la sala», ma viene dato atto ai direttori di scegliere di solito bene i destinatari delle azioni di formazione. 3. I PUNTI DI FORZA DELL’OFFERTA DELLA SEDE NAZIONALE DEL CNOS-FAP Tra le domande poste nel corso dei focus group una riguardava i punti di forza e le criticità dei corsi frequentati e sembra quindi giusto soffermarsi su questo aspetto, che comprende una valutazione più o meno implicita degli stessi corsi. In questo paragrafo ci dedicheremo ai dati positivi; nel prossimo daremo spazio ai motivi di criticità. I punti di forza possono essere divisi in due categorie di dimensioni e qualità piuttosto disuguali: da una parte ci sono le varie e numerosissime dichiarazioni che insistono sulla dimensione relazionale e sui contatti umani che accompagnano la frequenza di ogni corso; dall’altra ci si sofferma su alcuni aspetti particolari più legati ai contenuti dei corsi. Per quanto riguarda la prima categoria, gli intervistati sono pressoché unanimi nell’indicare come principale punto di forza l’occasione offerta di confrontarsi di persona e di scambiarsi esperienze. In tutti i focus group è emerso questo aspetto con una frequenza e una sistematicità che lo rendono indiscutibilmente il motivo di maggior efficacia e gradimento dei corsi di formazione. 217 La cosa è facilmente comprensibile anche solo da un punto di vista psicologico, perché il primo dato che caratterizza materialmente i corsi di formazione è proprio il fatto di costringere a muoversi, a interrompere la routine quotidiana, a confrontarsi con altre persone. La novità è dunque il primo aspetto positivo. Come osserva un formatore «mi piace molto l’idea di rompere la quotidianità»: da un lato si torna «un po’ come quando si andava a scuola», dall’altro l’interruzione della routine didattica rende il corso un momento «di respiro, di stacco: cambiare un po’ l’orario della settimana, una settimana diversa perché c’è un’occasione diversa di lavorare». Del resto, può valere per tutti e in qualunque situazione di vita e di lavoro che «tutti i giorni viviamo in un contesto molto schematico e magari il corso rompe un po’ questo schema con orari un po’ diversi, con attività anche diverse. [...] Il corso crea dinamiche personali, un circolo virtuoso anche con persone differenti, al di là poi del contenuto». Proprio quest’ultima precisazione ci sembra importante, perché a prescindere dai contenuti proposti i corsi hanno sempre in comune il fatto di essere qualcosa di diverso rispetto al lavoro quotidiano; e questa novità costituisce un motivo di attrazione positiva. Un altro formatore sottolinea come l’effetto novità funzioni anche all’interno dello stesso corso, quando si riesce a staccare dall’attività formativa e lasciare spazio alla relazione informale: «si ricorda cosa provano i ragazzi quando stanno sette ore in classe [...] ed è molto utile ogni tanto tornare dall’altra parte». Insomma, sembra di poter dire che un primo fattore positivo è l’interruzione della routine, sia rispetto alla didattica in sede, sia rispetto all’impegno intellettuale dell’attività di formazione. Si tratta di una considerazione quasi ovvia, ma proprio per questo motivo non deve essere trascurata e va tenuta presente per valutare gli effetti dei corsi e la loro organizzazione. Il dato psicologico emerge anche nella dimensione relazionale che viene apprezzata da molti degli intervistati. I corsi di formazione offrono inevitabilmente l’occasione di: 1) incontrare nuove persone o rivedere vecchi colleghi, 2) stabilire relazioni interessanti e 3) visitare nuovi luoghi. 1. Dal primo punto di vista è innegabile che il dato positivo sia costituito proprio dall’incontro personale. È suggestivo il commento di un formatore che parla – impropriamente ma con efficace risonanza – di «dolce empatia» a proposito dell’attesa di «rivedere i colleghi che ho visto l’anno prima». Da questo punto di vista, i corsi nazionali risultano più apprezzati di quelli regionali, perché ovviamente consentono di allargare la cerchia dei contatti e delle relazioni, fare esperienze sempre nuove e diverse, incontrare realtà sconosciute. I corsi regionali invece sono più concentrati sul compito particolare e fanno incontrare sempre le stesse persone: sono anch’essi utili, ma la preferenza va a quelli nazionali, per chi ha avuto la possibilità di parteciparvi. Un formatore conclude che «il corso regionale può essere utile per i tempi, per la partecipazione maggiore, però poi ti perdi un po’ del poter confrontarsi con gli altri». 218 È interessante in proposito l’opinione di un altro formatore, che parla dei corsi come di un’occasione di «rilancio»: chi vi partecipa «può tornare anche ricaricato e dire “adesso proviamo a fare qualcosa di diverso, di nuovo, di originale, che dia entusiasmo e vitalità a tutto l’ambiente”». In chi organizza questi corsi è sicuramente ben presente la ricarica motivazionale che può derivare da queste attività: nel progettarli, dunque, l’attenzione va almeno equamente distribuita tra i contenuti e il contesto (accoglienza, ambiente di lavoro, possibilità di fare gruppo, attività ricreative, ecc.). I corsi possono costituire anche un’occasione di meditazione, come osserva un altro formatore, che trova tra i punti di forza «il fatto di trovarsi o ritrovarsi, scambiare anche solo [...] le informazioni di vita dei centri. Questo lo trovo arricchente e, in alcuni casi, dà anche una sensazione di ringraziamento per ciò che abbiamo; ché a volte solo girando per i centri o anche andando all’estero vedi che veramente siamo fortunati ad avere queste strutture e tutto quello che ci sta intorno». In genere, infatti, i corsi vengono organizzati presso sedi di eccellenza e offrono spunti per migliorarsi, ma talvolta si scopre di essere già in una condizione privilegiata o comunque soddisfacente e allora si apprezza di più ciò che si ha. Insomma, il confronto è sempre utile e il primo dato positivo dei corsi è proprio la possibilità di uscire da casa. Osserva un coordinatore che «i formatori apprezzano molto [...] quando riusciamo a trovare dei momenti per stare insieme al di là dell’ambito prettamente del corso». Può infatti valere anche per i formatori la condizione di isolamento spesso vissuta dagli insegnanti, soprattutto di scuola secondaria, che si chiudono nella classe e hanno scarse occasioni di confronto con i colleghi, tranne alcuni momenti istituzionali e le relazioni amicali che sono inevitabilmente limitate a poche persone. Aumentare le occasioni di incontro consente di favorire scambi fecondi e può facilmente motivare o rimotivare docenti – e, nel nostro caso, formatori – alla ricerca di nuovi stimoli. Può valere l’immagine usata da un intervistato che, dopo aver partecipato a diversi corsi, dice di avere «i numeri di cellulare di mezza Italia». 2. Accanto alla dimensione psicologica della relazione che si può stabilire in un corso, conta anche la funzionalità della relazione stessa. Incontrare colleghi nuovi arricchisce indubbiamente, ma non solo sul piano umano. I contatti che si stabiliscono servono anche alla crescita della professionalità di ognuno. Ai fini dell’acquisizione di nuove conoscenze la dimensione relazionale può essere un indubbio fattore di facilitazione dell’apprendimento. Come osserva un formatore, per esempio nel campo dell’informatica, oggi si può contare su parecchi tutorial «ma il valore aggiunto diventa il confronto con i colleghi». Un altro operatore apprezza almeno l’alternarsi di momenti d’aula e di momenti di formazione on line: «ma se è solo on line... Io ho bisogno di confronto ». In altre parole, molti contenuti possono anche essere appresi individualmente con sussidi e manuali di vario genere, ma il rapporto personale con 219 i colleghi è assolutamente insostituibile e l’incontro con persone ed esperienze diverse da quelle che si incontrano ogni giorno nel proprio CFP accresce senz’altro il valore del momento di formazione. La considerazione, peraltro più volte ribadita, coincide con il severo giudizio altrove formulato nei confronti della formazione a distanza, che dunque riceve un’ulteriore bocciatura. Molto semplicemente si può dire, come fa un formatore, che in questi corsi «si vede effettivamente come lavorano gli altri»: non vale solo per l’osservazione di procedure tecniche ma anche (e forse soprattutto) per la conoscenza di modalità e contesti nuovi di azione. C’è chi dice, scherzando, che si sente un po’ come una «spia» per essere andato a vedere il lavoro degli altri. In maniera efficace, un altro formatore osserva che «se mandi una mail, arriva a tutti e va bene. Però quando ti trovi lì, in 15-20 dei venti centri CNOS dello stesso settore, e si comincia a parlare, saltano fuori un sacco di idee». Come accade in ogni situazione di vita, la presenza di più persone non produce solo lo scambio o la somma delle conoscenze di tutti (che sarebbe già un buon risultato), ma moltiplica le loro potenzialità ed apre prospettive impreviste e probabilmente assai feconde. Anche la sede di svolgimento del corso è fonte di esperienze interessanti. Osserva infatti una coordinatrice che «è anche positivo il fatto che si giri nelle diverse sedi operative, perché ti dà l’idea che non tutto è come il tuo centro [...], anche se è vero che spesso, essendo in estate, vediamo i centri in chiusura, senza i ragazzi e senza attività didattica, però già solo l’idea di come è fatta la struttura, come funziona, quali sono le figure, questo già aumenta il senso di appartenenza, ti dà quell’idea che fai parte di un ente che è più del tuo centro». E questo rivela anche quanto i corsi contribuiscano a rendere visibile il CNOSFAP come istituzione nazionale e la stessa pedagogia (e spiritualità) salesiana come fattore unificante di tante iniziative. Quando poi il confronto si realizza a livello internazionale le stimolazioni sono ancora maggiori. In un focus group è stata ricordata l’esperienza avuta in Finlandia da un formatore, che è rimasto profondamente colpito dal prestigio sociale che ha lì la FP rispetto al ruolo marginale che ha in Italia. Il confronto internazionale è indubbiamente stimolante perché, come dice quell’intervistato, si vede «quanto in altri paesi sono più avanti rispetto a noi, sia per quanto riguarda attrezzature e tecnologie, sia anche come visione generale e utilità pratica della FP», che in Finlandia appare come la «punta di diamante» dei percorsi di studio dei giovani. Scambi internazionali si saranno avuti certamente anche con altri paesi, ma il caso qui riportato sembra abbastanza emblematico del confronto ampio che si può stabilire appena si varcano i confini nazionali, sia sul piano delle condizioni materiali di lavoro (che spesso penalizzano l’Italia), sia per la diversa cultura formativa. Sul piano metodologico può essere interessante la battuta di un formatore, secondo il quale «i corsi bisogna farli almeno in due» (o addirittura in tre), 220 perché si offre la possibilità di discutere sul momento con il collega del proprio CFP per confrontare la trasferibilità di certe innovazioni o semplicemente per chiarire con chi si ha più confidenza la comprensione di alcuni contenuti. Viceversa, il formatore che partecipa da solo ad un corso apprende sicuramente cose nuove, ma è costretto ad un confronto differito con i colleghi del proprio Centro e questo può ridurre in qualche modo l’efficacia della formazione ricevuta. Sarebbe il caso di tenere nel giusto conto anche questo minimo suggerimento organizzativo nella progettazione di nuovi corsi. A livello pratico, infine, sempre per rendere efficace lo scambio promosso dai corsi, un operatore osserva come «la cosa più utile da fare è lavorare su una messa in rete». La cultura di rete è sicuramente già acquisita dal CNOS-FAP e dalla FP in genere, ma è interessante che l’esigenza nasca proprio a partire dai corsi e che dunque sia avvertita come funzionale alla professionalità dei formatori. 3. In terzo luogo, uno dei punti di forza ricorrenti nelle opinioni degli intervistati è la loro collocazione territoriale. Ancora una volta vale il fatto di uscire dal proprio CFP, ma sono in questo caso gli aspetti “turistici” del corso a pesare. A prescindere da chi dichiara semplicemente «io partecipo perché mi piace andare in giro», le valutazioni positive riguardano le visite sul territorio, che a giudizio di una formatrice «si possono anche leggere come visite turistiche, ma sono un modo per valorizzare l’attività culturale: capire dove sei, cosa fai». Quindi è importante scegliere bene le sedi dei corsi, anche se la stessa persona trova che talvolta i corsi nazionali – apparentemente favoriti nel promuovere incontri con il territorio – «sono qualcosa messa lì, che non dialoga con le realtà nelle quali sono immersi». Ovviamente non tutte le sedi consentono di effettuare visite interessanti. Come dice un formatore, «ci sono sedi in cui si ha la fortuna di essere nel centro della città che ti ospita, altre invece dove sei un satellite». In certi casi, cioè, si può uscire anche solo per qualche minuto dalla sede del corso e trovarsi in pieno centro urbano e respirare l’aria di una città diversa; in altri casi si rimane chiusi nella sede perché i dintorni non offrono nulla. In genere però la soddisfazione per l’esperienza condotta fuori casa è elevata. C’è chi dice che per i corsi nazionali si fa fatica a trovare aspetti negativi e che addirittura si è «sempre trattati come dei re»; c’è chi si accontenta semplicemente di avere a disposizione un televisore o un distributore di caffè. Non va comunque trascurato che nella valutazione degli aspetti logistici molto dipende dalle attese; e chi lavora in un CFP sa adattarsi facilmente a diverse condizioni di vita ed apprezzare anche quelle piccole comodità che possono fare la differenza e testimoniare un grado particolare di ospitalità. Accanto all’ampio capitolo della dimensione relazionale, tra i punti di forza sono anche presenti – ma in misura incomparabilmente minore – alcuni aspetti particolari che è difficile raggruppare organicamente, sia per l’esiguità dei riferimenti, sia per la varietà delle situazioni. 221 Un primo aspetto positivo può essere costituito dalla metodologia coinvolgente. Dalle parole di alcuni intervistati emerge un particolare gradimento per corsi di carattere laboratoriale, in cui ci sia la possibilità di mettersi concretamente alla prova in situazioni di lavoro. Un formatore, ad esempio, dice di apprezzare anche i «corsi teorici, ma che fanno lavorare, anche a gruppi», cioè i corsi «dove si lavora tutti insieme e si prova a ragionare tutti insieme». Varie volte ritorna nei focus group la differenza tra corsi teorici e pratici: nella logica della FP la dimensione concreta del lavoro e del coinvolgimento personale in ciò che si apprende non può mai essere trascurata. Un ulteriore motivo di apprezzamento viene dalla certificazione delle competenze acquisite a fine corso. Almeno uno degli intervistati sottolinea la differenza tra un attestato di frequenza e una certificazione di competenze: quest’ultima costituisce senz’altro un valore aggiunto perché documenta e valorizza l’impegno del corsista. Per dirla in termini oggi attuali, è un riconoscimento del merito che produce soddisfazione. Un caratteristico punto di forza è poi costituito dal Concorso dei capolavori, un’iniziativa tipicamente salesiana, che viene giudicata «una bella vetrina per il mondo CNOS». Non è solo il Concorso in sé a valere, quanto «tutto quello che ci sta dietro», dato che il Concorso nazionale mobilita una grande quantità di energie durante l’intero anno. Anche il Concorso può essere l’occasione per incontrare persone e stabilire contatti significativi, ma ciò che conta è soprattutto la concentrazione sul lavoro e la percezione che si tratta di un impegno qualificante: dice un formatore, per evidenziare il valore percepito nella partecipazione a questa attività, che «quello che è andato al concorso l’ha messo sul curriculum». Come è facile immaginare, un aspetto decisivo è infine rappresentato dai contenuti dei corsi, in relazione ai quali i giudizi sono ampiamente positivi. Si va da chi dice che i temi proposti costituiscono «una carta vincente» a chi giudica i «contenuti veramente di alto livello». Ma c’è anche chi trova che, al di là delle occasioni di incontro e della validità formativa per le persone che vi partecipano, la ricaduta è piuttosto scarsa. Rimane quindi il dubbio se l’offerta di formazione sia correttamente tarata sulle esigenze dei formatori – e indirettamente degli allievi – o se talvolta si raggiungano solo obiettivi di buona socializzazione. È probabile che sia oggettivamente difficile raggiungere una posizione unanime, quanto meno per il numero dei formatori che partecipano ai corsi, ma in genere si ha l’impressione di una diffusa efficacia delle iniziative formative e che i casi di delusione rimangano un po’ isolati. 4. I PUNTI DI DEBOLEZZA Esaurito l’esame dei punti di forza è necessario passare ai punti di debolezza, cioè ai problemi e alle difficoltà che caratterizzano i corsi. Mentre i dati positivi 222 erano facilmente raggruppabili intorno a pochi fattori, le negatività presentano una maggiore varietà, anche se è ugualmente possibile aggregare le osservazioni degli intervistati almeno intorno a tre poli di riferimento: 1. gli aspetti logistici e organizzativi, che raccolgono la maggior parte delle osservazioni; 2. le carenze progettuali, che incidono significativamente sulla qualità dei corsi; 3. la spendibilità concreta dei corsi, talvolta lontani dalla realtà dei CFP. 1. Alla dimensione logistico-organizzativa possono riferirsi tutte le critiche mosse circa le date e i luoghi dei corsi, gli aspetti burocratici, le disfunzioni comunicative, gli squilibri nella composizione dei gruppi di corsisti, le difficoltà dei CFP a sostituire i formatori inviati ai corsi. Ciascuno di questi temi può costituire una sorta di sottogruppo all’interno della dimensione organizzativa. L’aspetto che appare assumere maggiore rilevanza è la collocazione spaziotemporale dei corsi: ci sono infatti problemi di calendario e di collocazione geografica, che sono ovvi ma non per questo meno importanti. Innanzitutto la collocazione temporale costituisce un problema pressoché insolubile, poiché è osservazione quasi unanime che non si possa trovare il periodo ideale per svolgere i corsi. Ma si ha l’impressione che l’insolubilità del problema derivi anche dalla varietà delle persone, che hanno esigenze diverse o vivono in contesti diversi ed è quindi impossibile riuscire a conciliare tutte le loro pur legittime pretese. Soprattutto per i corsi di carattere nazionale è inevitabile dover mediare tra situazioni diversissime e chiedere perciò un minimo di adattamento e sacrificio ad ognuno. Se i corsi si svolgono in luglio, alla fine delle lezioni, ci si arriva con la stanchezza di un intero anno di lavoro, «quando – come dice un formatore – uno è scarico, soprattutto di forze psicologiche perché ha dato tutto quello che poteva dare». Inoltre, finito il corso si va in ferie e si rischia di dimenticare buona parte di quello che si è appreso, quanto meno perché non c’è la possibilità di applicarlo immediatamente. La collocazione estiva spesso va anche ad interferire con le attività di chiusura dell’anno, il riordino dei laboratori, le valutazioni, e si rischia di sommare alla fatica del lavoro di un anno anche l’affanno delle incombenze finali che si sommano. C’è poi anche il rischio della sovrapposizione con iniziative formative di tipo diverso, per cui è necessario dover decidere tra più proposte e quindi dover inevitabilmente rinunciare a qualcosa. Descrive bene la situazione un formatore, secondo il quale «il problema è che poi nella prima settimana di luglio (tanto è sempre quel periodo, più o meno) vien fuori tutto quanto in concomitanza con altri corsi, altri eventi, che magari non c’entrano con il CNOS-FAP; e a volte è capitato che all’ultimo bisogna disdire o non partecipare ai corsi già organizzati da un anno perché ci sono delle sovrapposizioni». 223 A queste difficoltà si aggiungono quelle dei Centri che prolungano la loro attività ordinaria per tutto il mese di luglio e quindi si trovano a non poter mandare nessun formatore ai corsi. Ricorda infatti un Direttore che come CFP «non riusciamo a ricalcare quello che è il calendario scolastico tradizionale. Noi per esempio l’anno scorso abbiamo iniziato i corsi a dicembre per terminarli in terza annualità a fine luglio, il 28 luglio». Ed è ovvio che non si può far assentare un formatore (o addirittura più di uno) per un’intera settimana, quale è la durata dei corsi nazionali. Se invece i corsi si spostano a settembre, vanno ad interferire con le attività di inizio anno; si passa dalle ferie al corso e alla normale attività formativa senza soluzione di continuità e l’affanno che veniva prima denunciato alla fine delle lezioni si trasferisce all’inizio del nuovo anno, andando a pesare su tutta l’attività didattica. Come dice un formatore, «quest’anno al rientro abbiamo fatto un corso la prima settimana di settembre. Per me è stato devastante, nel senso che sono arrivato al primo giorno di scuola che non avevo niente di pronto». Se infine i corsi vengono distribuiti durante l’anno c’è il problema della sostituzione dei partecipanti, con il rischio di bloccare l’ordinaria attività formativa di un Centro, soprattutto se piuttosto piccolo. A giudicare dalla quantità di osservazioni emerse nei focus group, quello delle sostituzioni sembra essere il problema principale. Si tratta di una circostanza ovvia, ma non per questo meno complessa, dato che il personale inviato a frequentare un corso deve per forza essere sostituito se ci si trova nel mezzo dell’anno formativo. Non c’è solo il sovraccarico di lavoro per i colleghi che restano in sede; c’è anche il rischio di non poter assicurare il normale servizio, soprattutto se ci si trova in un CFP di piccole dimensioni: osserva infatti un Direttore che «in un centro di quindici formatori, se tiri via tre, non si fa formazione ». In particolare il problema si può porre nel caso dei cosiddetti richiami a ottobre: anche se di solito si tratta solo di un paio di giorni, il problema rimane ed è particolarmente avvertito perché cade proprio nel mezzo dell’attività formativa. Sempre lo stesso Direttore conclude che «se da un lato il richiamare la formazione è senz’altro vantaggioso dal punto di vista didattico, dall’altro lo è meno perché toglie risorse e forze al centro che manda i formatori». Più in generale c’è da dire che, al di là dell’esperienza comunque positiva di muoversi da casa e fare nuovi incontri, per molti la partecipazione a un corso comporta anche l’assenza dalla famiglia e, come osserva con una certa ironia un coordinatore, «stiamo diventando tutti un po’ grandi e abbiamo tutti un po’ famiglia; non è che sia semplice andare via». E tra le considerazioni ironiche può essere il caso anche di ricordare l’imbarazzo di chi, arrivato in camera con il collega, vi ha trovato un letto matrimoniale (che si è provveduto subito a separare). Alle difficoltà di collocazione temporale si possono legare anche quelle di collocazione geografica, dato che anche la sede dei corsi può creare problemi. Da questo punto di vista, i corsi regionali sono più apprezzati perché consentono 224 di rientrare a casa in giornata. Quelli nazionali invece implicano necessariamente un viaggio, che talvolta può essere anche piuttosto lungo. A tale proposito vengono denunciate quelle che agli occhi di qualcuno appaiono delle incongruenze poco comprensibili. Possiamo dirlo con le parole di un orientatore: «i corsi sia a Udine che a Bari li ho trovati tanto fuori mano», soprattutto se poi «a Bari non c’è nessun collega della Puglia» e quindi si avverte come uno spreco di risorse il trasferimento forzato (e inutile) di tanti corsisti. D’altra parte, bisogna anche fare i conti con la geografia: l’Italia è lunga e non si possono organizzare i corsi solo a Roma, Milano o Bologna, che sono collegate meglio con il resto d’Italia e possono offrire anche qualche utile diversivo nel tempo libero («se uno va a Roma, dopo un giro se lo può anche fare», chiosa un formatore). È certamente utile conoscere realtà diverse, ma la dislocazione territoriale dei corsi comporta anche conseguenze economiche non irrilevanti. Alla scelta della sede del corso si collegano infatti le spese di trasporto, che possono incidere notevolmente. Molti ad esempio lamentano le rigide regole di rimborso, che escludono talvolta di poter viaggiare in aereo anche se il biglietto aereo spesso è più conveniente di quello ferroviario. Inoltre, le stesse modalità di rimborso impongono di non acquistare i biglietti on line e di recarsi in stazione, dove qualcuno racconta di non aver più trovato posto dopo aver fatto due ore di fila. E c’è chi si scandalizza «che nel mondo di internet noi non possiamo gestire un biglietto on line e che dobbiamo andare in stazione a farci il biglietto». Si tratta di disfunzioni facilmente rimediabili, ma che sono avvertite sicuramente con fastidio da chi si trova ad esserne vittima. In genere le lamentele parlano genericamente di un eccesso di burocrazia di fatto legata soprattutto alle procedure di rimborso delle spese sostenute. Più in generale, però, si avverte il disagio di chi opera in sedi periferiche, dove risulta difficile anche organizzare le normali integrazioni all’attività formativa. È facile infatti in una grande città organizzare una visita a un’azienda o a una fiera, ma in un centro più piccolo una visita del genere diventa un viaggio o un problema. Completa il quadro delle difficoltà organizzative la scarsa o imperfetta comunicazione che accompagna talvolta la proposta dei corsi. Se l’informazione non circola in maniera tempestiva ed efficace, è chiaro che si creano problemi. Racconta un formatore che il direttore di un centro «aveva 1400 mail da guardare e non le aveva guardate e non aveva avvertito nessuno». Forse c’è un po’ di esagerazione in questo episodio, ma l’abitudine ai nuovi strumenti di comunicazione elettronica può creare talvolta situazioni del genere, per cui è bene utilizzare anche canali alternativi di comunicazione per essere certi di raggiungere effettivamente tutti i destinatari. Ancora sul piano organizzativo possono valere le critiche mosse alla composizione disuguale dei gruppi di corsisti. È ovvio che in un gruppo di apprendimento omogeneo si può procedere più speditamente ma spesso, come osserva 225 un formatore, soprattutto nei corsi di carattere più tecnico, nonostante siano precisati fin dall’inizio i requisiti di partecipazione, «viene gente che neanche ha letto quei requisiti, direttori che mandano formatori che non hanno niente a che vedere con quei requisiti» e allora «succede che il corso va male perché non puoi andare avanti, perché devi stare appresso a quelli che stanno indietro o che non sanno niente». È incisivo, ma preoccupante, l’aneddoto raccontato da un coordinatore a proposito di un corso da lui frequentato sul BLC: «dopo dieci minuti che l’insegnante parlava, ha visto delle facce strane e ha chiesto “tutti sanno cos’è un BLC?” e due hanno alzato la mano e hanno detto di no e quindi abbiamo fatto il corso quasi uguale a quello dell’anno prima». Diverso e più comprensibile può essere invece il divario tra chi «è già sul pezzo», come dicono diversi intervistati, e chi invece deve ancora entrare in situazione: del resto è piuttosto difficile trovare gruppi di corsisti del tutto omogenei e la pluralità di condizioni, quando non è eccessiva, può essere un arricchimento. 2. Il secondo ampio raggruppamento dei punti di debolezza dei corsi di formazione è caratterizzato da alcuni limiti progettuali, che possono avere una ricaduta significativa sulla qualità complessiva degli stessi corsi. In questo ambito si raccolgono meno osservazioni, anche perché alcuni aspetti sono già emersi sul piano organizzativo: quando per esempio si mandano a frequentare un corso formatori con competenze troppo diverse, è chiaro che si sta minando la riuscita del corso. Più in generale, però, vale qui la classica alternativa – già vista in altre circostanze – tra corsi teorici e pratici. Come osserva incisivamente un formatore, «io ho appreso di più in 15-20 minuti di indicazioni del collega, perché mi dà indicazioni utili e concrete, che in quaranta ore». D’altra parte, va anche ricordato che qualcuno ha lamentato l’eccessiva specializzazione di alcuni corsi, che alla fine risultano poco spendibili in classe. In vari casi ritorna inoltre l’utilità di trovarsi a frequentare il corso con un collega dello stesso CFP, perché ciò consente di discutere immediatamente l’applicazione dei contenuti appresi nel proprio contesto di lavoro. È solo il collega infatti che può conoscere le difficoltà poste dall’ambiente di lavoro e che può fare utilmente da “spalla” per verificare la fattibilità di tante proposte. Altro difetto denunciato è la ripetitività dei corsi. C’è chi dice di aver sentito per sette anni sempre lo stesso psicologo sullo stesso argomento e chi si lamenta di corsi inutilmente lunghi, in cui dopo i primi due giorni si continuano a ripetere sempre le stesse cose, con inevitabile spreco di risorse e frustrazione dei partecipanti. Ci sono poi alcuni che hanno lamentato l’impossibilità di conciliare le situazioni diverse di ogni CFP. C’è chi dichiara di essere sempre andato a frequentare corsi nel Nord Est, «dove la situazione è decisamente migliore che non da noi» e di essersi quindi sentito «un po’ avvilito» (ma questo genere di confronti può essere anche stimolante). C’è invece chi vorrebbe che i corsi fossero «più tarati sulla realtà, non solo della FP, ma proprio del centro stesso, perché comunque 226 tre centri hanno tipologie e target differenti; quindi fare un corso standard è sbagliato». Più in generale sembra di notare una certa insofferenza per alcune modalità di conduzione dei corsi, che in qualche caso appaiono poco attente alle singole persone. Da una parte c’è la richiesta di essere maggiormente ascoltati quando si promuove una consultazione per la programmazione di un corso: ricorda un formatore di aver proposto, insieme ad altri, di dedicare un corso all’alta velocità ferroviaria e invece era stato organizzato un corso sui collegamenti marittimi. Aggiunge in proposito un orientatore che «quando la gente che ha quasi cinquant’anni fa delle proposte, poi un minimo si aspetta ...». Dall’altra parte c’è il problema del tempo libero, che andrebbe valorizzato di più, se è vero – come dice un formatore – che è solo negli intervalli dei corsi che si possono discutere i problemi professionali particolari, «confrontare situazioni, metodologie e modi di affrontare gli argomenti del corso, ma anche argomenti esterni». Infine, sempre in relazione alla gestione del tempo libero, che deve essere tenuto presente e valorizzato in quanto tale, c’è chi lamenta «che venga gestito come se fosse una colonia: adesso tutti al corso, poi tutti a mangiare e si va a mangiare là, dopo si va a vedere quella cattedrale, quel teatro, quella piscina». È probabile che ci sia anche una certa dose di insofferenza personale, ma sembra importante preoccuparsi di rispettare un po’ tutte le sensibilità e lasciare ad ognuno i propri spazi vitali. Anche perché, come dice un altro formatore, «a noi ci hanno tagliato le ore libere. Che significa libere? Non l’ho mai capito. Io nelle ore libere faccio più che quando faccio lezione, perché vado a cercare le cose che mi interessano per poi poter fare lezione». 3. L’ultimo aspetto da prendere in considerazione tra i limiti dei corsi è la loro scarsa spendibilità quando si rientra in sede. Il problema si collega alla critica già vista sui corsi troppo teorici, che assumono talvolta un’impostazione troppo astrattamente accademica. Ma sembra che i formatori trascurino la differenza che deve inevitabilmente esserci tra un corso rivolto ad adulti e un corso rivolto ad adolescenti, tra la formazione dei formatori e la formazione degli allievi. Spesso c’è una richiesta di ricette pratiche da applicare senza troppe mediazioni nella propria classe, suggerimenti concreti per risolvere i problemi della vita quotidiana in classe. Come dice un’intervistata, molti corsi «volano troppo alto per il nostro target e volano troppo alto in termini accademici». Non è facile comprendere il significato di un esempio citato, ma ricorre più di una volta e quindi vale la pena ricordare il richiamo alla «bellissima storia di Beethoven, che poi non so né come passarla, né come attivarmi per passarla, né come renderla interessante, né quali strumenti utilizzare». In un altro focus group conferma la stessa impressione il formatore che dice: «mi hanno fatto assaporare cose troppo belle, ci hanno fatto dire cose bellissime; ma poi vivo con questo strappo, prima la cosa bellissima e poi la cosa pratica» 227 Il nodo fondamentale è il livello degli allievi dei CFP, che spesso richiede ai formatori competenze più relazionali che culturali o tecniche. Il divario tra una formazione mirata sull’aggiornamento professionale e una quotidianità in cui prevale il problema della sopravvivenza o della comunicazione impossibile («a volte disturbano anche in maniera violenta, quindi fai fatica ad avere un ambiente tranquillo in cui insegnare») costituisce il filo conduttore di numerosi rilievi critici. È però una sorta di comprensibile sfogo in cui torna ad affacciarsi il disagio – soprattutto relazionale – della vita quotidiana di un CFP. Sul piano cognitivo, come esemplifica un formatore parlando dei suoi allievi, «è difficile studiare inglese perché non sanno l’italiano»: se manca un minimo di competenza grammaticale è difficile agganciare sul vuoto l’apprendimento di una nuova lingua. Ma il problema non è solo intellettuale, perché anche gli esiti formativi sembrano essere piuttosto deludenti, almeno stando alla testimonianza di una formatrice che si domanda «come si possa fornire al mercato del lavoro della gente così». Non si deve dimenticare che talvolta si registra nei CFP la presenza di un 60- 70% di allievi extracomunitari e «spesso ti capita di avere in classe ragazzi che non parlano l’italiano» e che non si sa come coinvolgere. Emerge in diversi intervistati un senso di inadeguatezza, di impotenza, cui si vorrebbe che proprio i corsi per formatori ponessero rimedio, a meno che non si possa contare sul sostegno di qualche specialista in grado di affrontare le situazioni più critiche: c’è chi vorrebbe «uno psicologo o anche un salesiano» e chi osserva che l’importante è la preparazione, perché «non è che basti la figura del prete». Per concludere sulle disfunzioni progettuali può valere dunque la battuta sbrigativa di chi accusa che «chi deve decidere questi corsi non entra in classe». L’analisi dei punti di debolezza dei corsi può risultare alla fine ingenerosa, se ci si ferma a considerare la lista delle lamentele. Nel confronto con i dati positivi, sono questi a prevalere, ma non si devono sottovalutare i difetti, che possono creare malumori capaci di condizionare la stessa fruizione dei corsi. Premesso che non sarà mai possibile mettere d’accordo tutti e che anche alcuni dei problemi sollevati, per esempio in relazione ai tempi e ai luoghi di svolgimento dei corsi, possono riscuotere valutazioni diverse per via della disponibilità personale dei singoli corsisti, sembra importante non trascurare quegli aspetti organizzativi che possono contribuire a creare un gruppo coeso e motivato, dedicando il tempo necessario all’ascolto delle esigenze – formative e personali – di ogni corsista. 5. RICADUTA DELLA FORMAZIONE IN SERVIZIO SULLE ATTIVITÀ DEL CNOS-FAP Nel corso dei focus group si è affrontato anche il tema della ricaduta dei corsi, aspetto fondamentale delle iniziative di Formazione dei formatori, perché se non vi 228 fosse ricaduta sarebbe del tutto inutile promuovere questi corsi o qualsiasi altra iniziativa. L’argomento è stato discusso ampiamente, con varietà di posizioni e testimonianze personali, ma è possibile raggruppare gli esiti dei focus sostanzialmente intorno a quattro forme di polarizzazione: 1. ricaduta scarsa o elevata; 2. ricaduta diretta o indiretta; 3. ricaduta contenutistica o metodologica; 4. ricaduta professionale o motivazionale. In ciascuna coppia il primo elemento corrisponde, in termini assolutamente generali, a una ricerca di immediata spendibilità di quanto appreso nei corsi, mentre il secondo aspetto tende ad esprimere una più mediata efficacia del corso nel tempo. Spesso le tipologie vanno facilmente a sovrapporsi ma in linea di massima sembra di poter adottare questo schema interpretativo per procedere nel nostro resoconto. Come è facile immaginare, le opinioni sono piuttosto varie e i giudizi sulla ricaduta dei corsi frequentati sono legate alle esperienze personali, spesso condi - zionate da fattori soggettivi o ambientali che comunque non devono essere sotto - valutati. 1. Per un primo approccio si può distinguere tra chi ritiene che i corsi frequentati abbiano avuto una scarsa ricaduta e chi invece ritiene che siano stati molto utili, anche se i giudizi sono raramente così radicali e tendono a disporsi in maniera meno oppositiva e più ragionata. I motivi della scarsa ricaduta sono in gran parte prevedibili e riconducibili: a) a problemi organizzativi, soprattutto dovuti a una poco felice collocazione temporale; b) a una ridotta disponibilità economica, che influisce sulla possibilità di mettere in pratica le novità nel proprio Centro; c) alla disparità di condizioni tra i diversi Centri, che non riescono a fruire in maniera efficace di un corso tarato su una inesistente o lontana medietà. Relativamente al primo aspetto (a), tornano alcune obiezioni già sentite sulla collocazione temporale dei corsi e sull’impossibile quadratura del cerchio: se i corsi vengono organizzati subito dopo la fine delle lezioni diventa difficile ritrovare la concentrazione all’inizio del nuovo anno; se sono organizzati poco prima dell’inizio delle lezioni si va ad interferire con l’avvio del nuovo anno formativo e, come dice un formatore, «non c’è nemmeno il tempo di sperimentare le cose imparate». Le difficoltà economiche (b) consistono prevalentemente nella scarsità di mezzi di alcuni CFP, che spesso non sono in grado di procurarsi attrezzature aggiornate e quindi rendono di fatto inapplicabili le novità apprese nei corsi, generando peraltro forme di frustrazione supplementare negli stessi formatori. Si va però dalle posizioni pessimiste di chi si lamenta di non avere l’attrezzatura vista in fabbrica e deve accontentarsi di un simulatore a chi più ottimisti- 229 camente spera «che dopo ci sia anche la possibilità di acquistare una macchina per poter applicare». Anche la disparità di condizioni dei diversi Centri (c) è un fattore in buona parte connesso alla disponibilità economica e comunque poco modificabile. Da un lato ci sono le ineliminabili differenze di collocazione geografica e di contenuti della proposta formativa, dall’altro ci sono le semplici risorse materiali distribuite in maniera disuguale tra tutti i CFP. Come dice un formatore, «nell’area grafica capita proprio quello che si diceva, perché [...] in altri centri capitava che ci dicessero “ok, io faccio il corso, poi vado a casa e come faccio a infondere nei ragazzi ciò che ho metabolizzato in questo corso?”». Al polo opposto si trovano tutti coloro che invece dichiarano di riscontrare una buona ricaduta dei corsi frequentati. Da una parte torna qui la differenza tra i corsi nazionali e quelli locali: come dice un formatore, «un corso fatto nel proprio centro ha un effetto corto, mentre un corso nazionale apre nuovi orizzonti ». Dall’altra si tratta sia di formatori che si riferiscono alla immediata spendibilità dei contenuti appresi (comprensibile soprattutto nel caso di aggiornamenti tecnologici da tradurre rapidamente in pratica didattica), sia di formatori che riconoscono di essere stati positivamente influenzati dalla frequenza di corsi che solo sulla media o lunga distanza hanno rivelato tutta la loro efficacia. Ma questo ci porta a passare al secondo tipo di polarità. 2. Possiamo parlare di una ricaduta diretta nel caso di corsi di aggiornamento tecnico, che vengono facilmente riversati nel lavoro d’aula o di laboratorio. Parliamo invece di una ricaduta indiretta per quei contenuti che tendono a fornire un bagaglio di professionalità pedagogica generale che i formatori possono tesaurizzare per il resto della loro vita professionale e che soprattutto dovrebbe tendere a trasferirsi sull’intera vita del Centro. Nel primo caso può sintetizzare tutto l’osservazione di un formatore che esprime un concetto quanto mai ovvio nel mondo della produzione e della FP: «se i settori smettono di aggiornarsi, tempo cinque anni diventano obsoleti e possono anche chiudere: a livello tecnico più che a livello didattico». Quanto alla ricaduta della partecipazione di un formatore sull’intero centro, più di un intervistato descrive la situazione del formatore che al rientro in sede cerca di trasmettere ai colleghi quanto ha appreso al corso, ma difficilmente funziona il trasferimento a cascata degli apprendimenti. Osserva giustamente un direttore: «C’è chi dice: “torno dal corso, faccio una riunione con tutti i docenti e racconto a tutti quello che ho appreso”. La ricaduta è persa per oltre il 90%. Invece io credo di più a una ricaduta non tanto immediata quanto come processo in cui tu dimostri nei fatti quello che hai imparato ai colleghi, dimostri [...] qualcosa che hai messo in pratica concretamente e che in qualche misura funziona». A questo proposito, ritorna qui la richiesta di inviare ai corsi due o tre colleghi dello stesso CFP. Come dice un formatore, «perché ci sia ricaduta non bisogna 230 andare da soli. [...] Se partecipano a questi corsi due dello stesso centro è vero che i posti di dimezzano (perché se ci sono venti posti vuol dire che partecipano solo dieci centri), però il fatto di condividere il corso con un collega forse dà quella spinta in più per poi calare tutto nella realtà di tutti i giorni. Se sei da solo, torni ma il sistema sta andando in un’altra direzione e tu non hai la forza e la voglia di cambiarlo». 3. Ulteriore chiave di lettura antinomica può essere quella tra la ricaduta, generalmente immediata, di corsi che sono di solito concentrati su contenuti particolari e quella, più a lunga distanza, di corsi di carattere metodologico. Il primo caso coincide in buona parte con i corsi che hanno prevalente carattere di aggiornamento tecnologico. Si tratta di nozioni assolutamente necessarie (altrimenti, come si è già detto, si finisce fuori dal mercato del lavoro) e facilmente trasferibili nella didattica quotidiana, dove peraltro incontrano il favore degli allievi che vedono una spendibilità immediata di ciò che stanno apprendendo. Ad esempio, commenta una formatrice che «spesso, specialmente l’insegnante di informatica riporta strumenti nuovi con i quali far lavorare i ragazzi, che magari si trovano più interessati». La facile trasferibilità delle nozioni apprese ha anche un effetto di rinforzo per gli stessi formatori, che vedono maturare rapidamente gli apprendimenti dei propri allievi. È bella, anche se dovrebbe essere esperienza comune per chiunque insegni, la testimonianza di un formatore che dice, parlando di un suo allievo, «fino a ieri gli insegnavo una cosa e adesso vedo che la fa». Diverso, ma ugualmente efficace, è il caso dei corsi a carattere metodologico o di contenuto pedagogico, che per loro natura non forniscono ricette o soluzioni da applicare direttamente nelle classi. Sono occasioni di formazione e di riflessione personale che possono produrre i loro effetti anche a distanza di anni, come testimonia efficacemente un formatore: «ho chiaro il ricordo e la ricaduta anche professionale di un corso psicopedagogico (quindi nulla di tecnico), [...] che ha trasferito tante e tante competenze che scopro a distanza di anni e che probabilmente all’indomani del corso non avrei mai detto di avere acquisito. Attingo spessissime volte a quelle competenze a distanza di tempo». In altre parole, ciò che conta sembra essere soprattutto la capacità di metabolizzare quanto si è appreso in patrimonio personale che possa fruttare sulla breve, media e lunga distanza. Non si deve quindi essere impazienti perché, se il corso ha comunque prodotto una forma di apprendimento, se ha avuto un significato per chi vi ha partecipato, prima o poi produrrà i suoi effetti, anche in maniera del tutto imprevedibile e forse inconsapevole. 4. Infine, l’ultima chiave di lettura può essere quella che si sofferma sull’alternativa tra una ricaduta professionale ed una motivazionale. Possiamo parlare di effetti a livello professionale quando il formatore impara qualcosa di tecnico e specifico che rimane nel suo bagaglio squisitamente professionale. Parliamo invece di effetti di carattere motivazionale quando la rica- 231 duta del corso frequentato si produce soprattutto sulla persona del formatore (a prescindere dalla sua area professionale). È ovvio che il primo caso si riferisce a corsi di carattere tecnico (o anche metodologico, ma sempre in chiave facilmente applicativa); il secondo caso rinvia alle conseguenze di più ampia portata che i corsi possono avere sulla motivazione del formatore, come occasione di complessiva ricarica dei suoi atteggiamenti nei confronti del lavoro che è chiamato a svolgere. Alcuni tendono ad attribuire un’efficacia professionalizzante solo o prevalentemente ai corsi di livello superiore (dove indubbiamente la visibilità dell’aggiornamento è maggiore), mentre al livello base sembrerebbe che la ricaduta sia piuttosto generica. Altri accennano alla cartina di tornasole costituita dagli stage aziendali, in cui gli allievi vengono messi alla prova con i processi da utilizzare nel lavoro quotidiano e in questi casi l’aggiornamento professionale si vede subito (anche perché altrimenti si dovrebbe registrare il fallimento o quanto meno la scarsa utilità di tutta la formazione ricevuta dagli allievi). Più interessanti ci sembrano le testimonianze degli effetti prodotti dai corsi sul piano motivazionale. E qui è in gioco la stessa persona del formatore che, come si è visto altrove, trova nella frequenza dei corsi un’importante occasione di confronto con i colleghi, di scambio di esperienze, di riflessione sulla propria competenza professionale, didattica e, in qualche caso, umana. Un formatore dichiara che i corsi frequentati negli ultimi anni sono stati «una grossissima occasione per rimettermi in gioco in una maniera differente rispetto ai venti anni precedenti di insegnamento qua e quindi è stato un rilancio. [...] Chi partecipa può tornare anche ricaricato e dire “adesso proviamo a fare qualcosa di diverso, di nuovo, di originale, che dà entusiasmo e vitalità a tutto l’ambiente”». Più in generale viene avvertita la possibilità di «tenersi aggiornati su quello che succede nel resto d’Italia», come dice un direttore, o di ricavare dei «giovamenti personali», come annota un coordinatore. Devono purtroppo essere registrate anche esperienze negative sul piano motivazionale, come emerge dalla testimonianza di un tutor a proposito della frequenza di uno dei corsi obbligatori sulla sicurezza, in cui ha imparato a «stabilire le distanze, le proporzioni, le misure delle postazioni di lavoro, i punti di luce del locale, le misure di sicurezza per avere accesso ad un certo tipo di strumentazioni, ma poi vivo in un ambiente di lavoro in cui per aprire le finestre devo salire in piedi sul banco e per scendere devo magari anche mettere il piede sul pc». Questa esperienza, per quanto singola, non può essere sottovalutata perché esprime il disagio della distanza fra le condizioni teoriche che vengono presentate nei corsi e le condizioni reali di lavoro che spesso sono segnate da mille difficoltà cui la buona volontà degli operatori riesce a rimediare solo in parte. Si può quindi concludere con l’appello di un Salesiano intervistato: «Ti mandano al corso, ma poi finisce lì. Spesso il formatore che non viene poi coin- 232 volto in un processo di cambiamento, una cosa per lui significativa, si arricchisce personalmente ma non ha ricaduta sul centro». 6. LE PROPOSTE DEI FOCUS GROUP La maggioranza dei suggerimenti si concentra sui contenuti e le tipologie di competenze su cui la Formazione in servizio dovrebbe concentrare maggiormente le sue offerte. Iniziamo con le proposte che si riferiscono all’allargamento del ventaglio delle conoscenze degli operatori. Nulla o quasi è suggerito a proposito delle discipline tradizionali delle aree scientifica, professionale e delle scienze umane tranne che: per un accenno alla Formazione in servizio nelle materie scientifiche che non si deve limitare ai contenuti, ma fornire le competenze operative per insegnarle in maniera efficace; per alcune indicazioni più consistenti riguardo alle lingue rispetto alle quali bisognerebbe preparare i formatori a leggere i manuali in inglese e a insegnare una disciplina linguistica in una lingua straniera secondo la metodologia “clil” (content and language integrated learning). Probabilmente la scarsità di suggerimenti in questo ambito dipende dall’abbondanza di corsi di aggiornamento nelle aree appena citate. Un gruppo consistente di proposte riguarda il potenziamento della preparazione in tema di pedagogia salesiana. Le ragioni sono varie: «ritengo che Don Bosco abbia avuto delle intuizioni formidabili»; tra il personale il numero dei salesiani è molto diminuito e non infrequentemente i Centri non dispongono neppure di uno di essi; gli attuali formatori spesso mancano di una esperienza precedente dell’ambiente salesiano; la pedagogia salesiana può fornire indicazioni utili per trattare in maniera efficace con allievi «che hanno avuto degli insuccessi e rientrano in formazione dopo aver preso delle bastonate». A parere dei partecipanti ai focus la formazione alla pedagogia salesiana deve essere calata nell’attualità e bisogna evitare che si ripetano per anni i medesimi cliché tradizionali e ormai sorpassati. Un certo numero di partecipanti ai focus propone lo sviluppo di iniziative di Formazione in servizio su tematiche come la salute (in particolare la prevenzione dall’abuso delle droghe), il benessere, l’ecologia e la sicurezza. Sono tutti argomenti di particolare rilevanza per la IeFP, che coinvolgono tutti gli allievi in prima persona e che finora non sarebbero stati offerti in misura corrispondente alla loro importanza. Un altro gruppo di proposte mira a rafforzare e ad ampliare le competenze didattiche, gestionali e organizzative degli operatori del CNOS-FAP. Anzitutto, va registrata la domanda di potenziare l’offerta di Formazione in servizio per preparare figure di sistema quali orientatori, tutor, responsabili DSA (disturbi specifici di apprendimento), DF (diagnosi funzionale) e BES (bisogni educativi speciali). La richiesta riguarda in primo luogo tutta l’area del disagio che 233 trova nella IeFP un’accoglienza non solo ampia e pronta, ma anche particolarmente efficace nella gran parte dei casi, ma che la si vorrebbe sempre tale. Nella stessa linea si colloca la proposta di sviluppare i corsi per la gestione d’aula in modo da realizzare una IeFP sempre più inclusiva. La preoccupazione principale è quella di venire incontro ai bisogni dei ragazzi difficili e problematici che «sono sempre di più ognuno con il suo disagio diverso» da quello degli altri. Tenuto conto del clima generale che caratterizza in questo momento il sistema educativo di istruzione e di formazione e il dibattito su “La buona Scuola” del governo Renzi4, non poteva mancare la richiesta di potenziare l’offerta di aggiornamento a proposito della valutazione. La prima preoccupazione è certamente quella di acquisire le competenze per una valutazione efficace degli allievi, ma non solo, in quanto l’esigenza si estende anche alla valutazione dei formatori e dei singoli Centri. Si riscontrano operatori che denunciano problemi di vario tipo nel relazionarsi con le famiglie. Vi sono genitori con i quali i rapporti sono buoni relativamente al Centro, ma che «ci chiedono un mano per risolvere le difficoltà che incontrano a casa nella gestione dei loro figli». Poi, si riscontrano anche famiglie che non si fanno mai vedere nei CFP per tutto il tempo del percorso formativo del figlio, nono stante che vengano cercate e contattate più volte per telefono. La Formazione in servizio del CNOS-FAP dovrebbe occuparsi più ampiamente ed efficacemente anche di questa area. Un ultimo ambito per il quale sono richiesti interventi di aggiornamento da parte della Sede Nazionale riguarda i rapporti con le aziende. La domanda è in questo caso molto specifica. Si tratta di recuperare l’ambiente delle imprese ai valori della dottrina sociale della Chiesa in un contesto che tende a mettere al centro il profitto e la competizione e invece dimentica le persone soprattutto gli ultimi e il valore della solidarietà sociale. Oltre che dei contenuti e delle competenze, i partecipanti ai focus group si sono occupati anche di avanzare proposte circa le metodologie che la Sede Nazionale dovrebbe privilegiare nella Formazione in servizio. Al primo posto viene indicata una metodologia mista articolata tra aula, formazione a distanza e autoformazione. La metodologia d’aula rimane centrale e la ragione va ricercata nella «presenza in essa del rapporto umano, del gruppo di lavoro, dello scambio e dell’attività operativa». Metodologia d’aula non significa soltanto lezione frontale, anche se questa non può mancare (ma potrebbe essere anche svolta on-line), ma i corsi devono essere interattivi, con molte opportunità di interrelazioni, pratici e di natura laboratoriale «perché si impara facendo», «stimolanti e accattivanti». Una formula che può aiutare è quella dei corsi «dove i formatori poi realizzano il materiale didattico ». Qualcuno suggerisce il ricorso a delle testimonianze: queste possono es- 4 Cfr. sopra cap. 1. 234 sere offerte non solo da competenti di livello scientifico elevato, ma anche da colleghi esperti dello stesso Centro o di altri Centri. Da questo punto di vista possono essere importanti i richiami alla formazione purché però non tolgano risorse e forze al Centro che manda i formatori. Accanto a momenti di incontro fisico e di scambio diretto, dovranno essere previsti momenti di studio personale e di formazione a distanza. Non si può lasciare tutto on-line perché il lavoro nei Centri è molto e le scadenze sono tante e quindi si rischia di iniziare un corso e di non terminarlo più. Può servire per questi momenti fuori dall’aula la condivisione dei contenuti dei corsi e delle unità didattiche perché si tratta di vedere realizzati in pratica da colleghi i contenuti che si sono appresi nelle lezioni frontali. Un supporto significativo per attuare nel Centro ciò che si è appreso nei corsi può essere offerto da formatori dello stesso CFP che hanno partecipato alla medesima iniziativa per cui si suggerisce che la partecipazione alla Formazione in servizio dovrebbe sempre coinvolgere più di un partecipante per Centro. Una proposta che viene avanzata ancora sul piano metodologico riguarda la previsione di un esame finale e di un attestato di qualifica. Infatti, questo potrebbe dare «più senso a quello che uno fa» e «spingerebbe qualcuno a vivere l’esperienza del corso in maniera un po’ meno passiva». Qualcuno suggerisce che ci sia una prova di inizio per verificare il livello di competenza e una finale per valutare gli obiettivi raggiunti. Al tempo stesso bisogna dosare i contenuti per evitare di voler affrontare in un corso di 30 ore un argomento di sei mesi. In questi casi non si tratterebbe più di rilasciare un semplice attestato di frequenza, ma una vera certificazione di competenza. Un ultimo gruppo di proposte riguarda i destinatari, cioè i formatori e più in generale gli operatori. La prima afferma il primato delle esigenze di questi ultimi, non solo professionali e di carriera, ma anche umane, purché funzionali alla qualità del servizio. Due sono gli aspetti su cui si concentrano le indicazioni dei partecipanti ai focus group. Uno di carattere generale insiste sulla necessità da parte della dirigenza del CNOSFAP di sviluppare in estensione e in profondità la motivazione alla Formazione in servizio «perché il formatore non può mai dire di aver finito di imparare» e «perché con il carico di lavoro che si ha rimane ben poco tempo per l’auto-apprendimento [...] per cui abbiamo la necessità di essere costantemente formati in modo da poter offrire un’informazione puntuale». L’altra proposta è molto specifica, ma è opportuno citarla non solo in quanto riflette in modo chiaro il primato dei bisogni formativi degli operatori, ma anche per il riferimento a una istanza che è emersa dall’analisi quantitativa condotta nel capitolo 1 riguardo ai dati dell’archivio, e cioè di una attenzione particolare alle esigenze specifiche degli amministrativi e che si riscontra anche in questo capitolo in una sezione precedente. Una proiezione del primato delle esigenze dei destinatari a livello di tutto il centro è la proposta che le iniziative di Formazione in servizio siano mirate sui sin- 235 goli CFP. Infatti, «un corso fatto in sede è più comodo, è più fruibile, risparmi sul tempo e l’organizzazione e lo puoi fare in contemporanea ai corsi e alle normali attività». Ma la ragione più vera è che la Formazione in servizio ha senso se i suoi effetti si fanno sentire positivamente in ciascun Centro, nei singoli corsi e su ogni formatore e allievo; altrimenti, è solo spreco di risorse. Pertanto gli obiettivi a questo livello vanno identificati nel rinnovamento della IeFP dall’interno e nel miglioramento della pratica pedagogica. Determinante per il successo della Formazione in servizio nel singolo CFP è la creazione di un ambiente che stimoli e sostenga le iniziative di aggiornamento. 237 Conclusioni generali Guglielmo Malizia - Maria Paola Piccini - Sergio Cicatelli Giunti al termine di questo studio non possiamo fare a meno di affrontare la sfida di offrire un panorama sintetico del Rapporto, nonostante le difficoltà che ciò può comportare perché il compito da svolgere consiste nel riportare ad unità un complesso di riflessioni vasto e diversificato non solo per gli argomenti trattati ma anche per le differenti prospettive utilizzate. Le conclusioni riflettono ovviamente l’impostazione del volume: il primo paragrafo delinea in maniera molto essenziale il quadro teorico di riferimento; il secondo propone in sintesi i risultati della ricerca empirica; il terzo è più propositivo e si incentra sulle ipotesi di intervento più importanti che il Rapporto suggerisce. 1. IL QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO Naturalmente non riprenderemo tutta l’analisi, anche se in formato ridotto, delineata nel capitolo primo, ma ci concentreremo sulla FP in generale e sul CNOSFAP e non più tanto sul piano evolutivo, quanto soprattutto sull’attualità. 1.1. Gli Anni 2000: il formatore della FP nel quadro delle riforme Nel primo decennio del 2000 varie indagini dell’ISFOL consentono di delineare l’evoluzione recente del personale della FP riguardo al numero, al ruolo e alla formazione (ISFOL, 2009, 2007, 2006, 2005, 2004, 2002; Montedoro, 2006). Riguardo al numero, dopo l’aumento consistente degli Anni ‘70, il rallentamento degli Anni ‘80, la riduzione della prima metà del decennio ‘90, nel periodo 1996- 2001 si riscontra una crescita notevole che porta al raddoppio da 25.774 a 52.831 (+102,6%) (ISFOL, 2004; Montedoro, 2006). All’espansione si accompagna una serie di fenomeni che comportano nuove divisioni intra-professionali e accentuano quelle già presenti e su cui ci soffermeremo nel prosieguo. La prima tendenza da segnalare riguarda l’evoluzione del profilo socio-anagrafico di base del personale della FP (ISFOL, 2007, 2006, 2005, 2004, 2002; Montedoro, 2006). Rientra in questo quadro un deciso rallentamento, se non un vero e proprio mutamento di direzione, del fenomeno dell’invecchiamento dei formatori. Da questo punto di vista i dati parlano chiaro nel senso che nel 2006 la loro età media si colloca sui 43 anni e, pertanto, risulta equivalente o di poco più bassa rispetto a quanto riscontrato nelle precedenti indagini, 43,5 nel 2002 e 43,2 nel 2004 (ISFOL, 238 2007). In altre parole, nel sistema della FP accreditata il ricambio generazionale è continuato e probabilmente ciò va attribuito all’avvio dell’accreditamento che ha comportato modalità di selezione e di inclusione di attori e organizzazioni nuove e tradizionali. Ciò ha contribuito a ridurre, anche se indirettamente, un andamento che era emerso in maniera preoccupante nel corso degli anni, quello cioè della obsolescenza delle competenze delle generazioni più anziane del personale, correlato logicamente con il complicarsi delle problematiche sociali e istituzionali da affrontare nella FP. Di fatto, l’evoluzione degli ultimi anni pare realizzare in modo naturale il ricambio generazionale nonostante il mancato avvio di un turn-over pilotato. Un’altra tendenza riguarda la composizione di genere del personale della FP. Infatti, pare che sia in atto una novità veramente storica, quella cioè del sorpasso delle donne rispetto agli uomini soprattutto tra le nuove leve. Nelle rilevazioni campionarie effettuate dall’ISFOL, la componente femminile cresce dal 44,6% del 2002, al 48,9% del 2004, al 53,2% del 2006 (ISFOL, 2007). Passando al quadro delle competenze, incominciamo con la situazione della formazione di base. Anche da questo punto di vista va registrata una novità storica: il 60,7% possiede ormai una laurea: ricordiamo che nel 2002 la percentuale era del 36,7% e nel 2004 del 39,9% (ISFOL, 2007). Ovviamente un andamento opposto si registra tra i diplomati: 56,6%, 54,7% e 35,8% rispettivamente nel 2002, nel 2004 e nel 2006. A loro volta, i titoli meno qualificati sono ormai divenuti marginali e la loro consistenza continua a diminuire, passando dal 6,6%, al 6,4%, al 3,5%. In aggiunta, le formatrici si distinguono per livelli di istruzione più elevati, essendo contemporaneamente più giovani e rappresentate tra le nuove leve; dal punto di vista territoriale sono le zone del Centro Italia ad essere più virtuose. Tenuto conto che l’ultimo anno della rilevazione si caratterizza per la presenza esclusiva di enti accreditati, trattandosi di una condizione ormai obbligatoria ovunque, si può supporre che la realizzazione piena del nuovo dispositivo abbia comportato una forte accelerazione all’elevazione dei titoli dei formatori. Quanto alla formazione in servizio, la percentuale di quanti hanno partecipato a iniziative di questo tipo raggiunge la cifra del 60% e i dati medi sulla frequenza appaiono alquanto alti con 13 corsi quasi per ogni caso analizzato. A sua volta la quota dei formatori che non hanno usufruito di alcuna esperienza in merito risulta piuttosto elevata, collocandosi al 40% e soprattutto preoccupa che sia cresciuta dal 2002 quando era il 26,3%. A parziale spiegazione della crescita si può richiamare il dato relativo all’anzianità professionale che era di 16 anni in media nel 2002 e 2004, mentre nel 2006 scende a 13. Un’altra criticità è riscontrabile anche tra coloro che hanno partecipato a iniziative di formazione in servizio in quanto il 20% ha usufruito al massimo di 1 corso ogni 4 anni di servizio e il 30% di 1 ogni 3, per cui la percentuale di chi ha seguito meno di 1 corso ogni anno di servizio raggiunge la cifra del 62,7% ed è di conseguenza maggioritaria. Se i dati si disaggregano per zone geografiche, la situazione appare migliore nel Nord e ciò in controtendenza con la formazione di base. Emergono pertanto due modelli di competenza che si di- 239 stinguono su base territoriale nel senso che le Regioni settentrionali tendono a valorizzare le competenze specialistiche ed esperienziali, mentre nelle altre risultano meglio ripartite quelle di base. Inoltre, con riferimento alla composizione di genere, il capitale di competenze delle formatrici appare più equilibrato perché alla condizione migliore riscontrata nella formazione di base se ne accompagna una equivalente riguardo alla formazione in servizio. Un’ultima considerazione va riservata alla figura di formatore verso la quale la FP, e più in particolare la IeFP, si sta muovendo in questo inizio del 2000 (Malizia, Nanni e Tonini, 2012; Malizia, Nicoli e Clementini, 2008; Nicoli, 2007, 2009, 2011abc e 2014). Per delinearla bisogna partire dalle mete e dagli standard che regolano il sistema di offerta sotto forma di saperi e competenze, articolati in abilità/ capacità e conoscenze. Tali mete e standard, in quanto livelli essenziali delle prestazioni, mirano alla riconoscibilità e comparabilità degli apprendimenti a garanzia degli utenti e degli altri soggetti coinvolti. Essi costituiscono il parametro di riferimento per la valutazione degli apprendimenti dei destinatari. La competenza non è un fenomeno assimilabile al saper fare, ma un modo di essere della persona che ne valorizza tutte le potenzialità. Lavorare per competenze significa favorire la maturazione negli allievi della consapevolezza dei propri talenti, di un rapporto positivo con la realtà sostenuto da curiosità e volontà, in grado di riconoscere le criticità e le opportunità che si presentano, in modo che possano essere capaci di assumere responsabilità autonome nella prospettiva del servizio inteso come contributo al bene comune. L’elemento centrale di una formazione per competenze è costituito dalla possibilità di privilegiare l’azione, significativa ed utile, in quanto situazione di apprendimento reale ed attivo che consente di porre il soggetto che apprende in relazione “vitale” con l’oggetto culturale da conoscere. Il discente è collocato in tal modo nella condizione di fare un’esperienza culturale che ne mobilita le capacità e ne sollecita le potenzialità positive. Il sapere si mostra a lui come un oggetto sensibile, una realtà ad un tempo simbolica, affettiva, implicativa, pratica ed esplicativa. Il formatore diventa, nel procedere secondo questo metodo, oltre che un esperto di una particolare area disciplinare, anche il “mediatore” di un sapere che “prende vita” nel rapporto con la realtà, come risorsa per risolvere problemi ed in definitiva per vivere bene. Ciò comporta, in corrispondenza dei momenti cruciali del percorso formativo, la scelta di occasioni e di compiti che consentano all’allievo di fare la scoperta personale del sapere, di rapportarsi ad esso con uno spirito amichevole e curioso, di condividere con gli altri questa esperienza, di acquisire un sapere effettivamente personale. La metodologia propria dei percorsi di IeFP, nella logica della formazione efficace, mira a selezionare le conoscenze e le competenze chiave irrinunciabili, a disegnare situazioni di apprendimento per laboratori nei quali svolgere esperienze che permettano agli allievi di entrare in rapporto diretto con la conoscenza sotto forma di procedimenti di scoperta e di ricostruzione dell’oggetto così da condurre ad una 240 acquisizione autenticamente personale. Ciò consente di mettere in moto un processo di apprendimento attivo, quindi motivante e finalizzato, così da consentire una valutazione più autentica. Le risorse umane impegnate nelle attività formative devono a loro volta essere caratterizzate da una piena visione professionale fondata sulla libertà di insegnamento, non a carattere prestativo ma tesa ad una formazione efficace. Entro questo quadro, i docenti risultano in grado di operare nella logica del lavoro d’équipe al fine di condividere il progetto formativo e svolgere le attività collegiali di supporto, gestire relazioni educative con i destinatari, programmare, realizzare e valutare occasioni di apprendimento attive ed efficaci all’interno di un particolare ambito del sapere, coordinare e collaborare entro attività a carattere interdisciplinare, impegnarsi all’esterno negli ambienti di apprendimento reali. Questa impostazione richiede il coinvolgimento di una pluralità di figure professionali e necessita di una figura forte di coordinatore dell’équipe. Ciò implica un esplicito riconoscimento giuridico delle specificità professionali e la definizione di un adeguato organico di Centro, che consenta di differenziare l’offerta formativa sia in termini di tipologie di insegnamenti, sia di orari e funzioni. 1.2. L’evoluzione nel CNOS-FAP Completiamo la trattazione sulla FP, richiamando la situazione nella Fede - razione CNOS-FAP che costituisce il quadro di riferimento e l’oggetto di questo studio. 1.2.1. Una crescita quantitativa tendenziale Nei primi quindici anni di vita della Federazione (1977-78/1991-92) l’aumento del sistema di FP del CNOS-FAP con qualche eccezione è stato in generale costante, ma al tempo stesso è rimasto entro limiti contenuti: infatti, si è restati in una fascia compresa tra il 10 e il 30% (cfr. Tav. 1) (Malizia e Tonini, 2012). Sono stati i corsi ad espandersi maggiormente, del 29,9%, passando da 411 a 534 e facendo quindi registrare una crescita in valori assoluti di 123. Anche i formatori registrano un andamento in costante aumento (+161 in valori assoluti), anche se percentualmente più contenuto dei corsi (+22,6%). Gli allievi presentano una battuta di arresto tra il 1981-82 e il 1986-87 nel senso che si riscontra una crescita zero (numeri indici 104,8 e 104,7 rispettivamente); comunque, nei quindici anni l’aumento è di 1.816, pari al 20,3% in percentuale. A loro volta, i Centri sono in crescita, anche se solo di tre, da 36 a 39, dopo aver registrato nel 1986-87 un aumento di 6. Il primo balzo in avanti si realizza nel 1996-97 con gli allievi che crescono della metà (+53% o +4.375 soggetti) rispetto all’anno di fondazione della Federazione; tra il 1996-97 e il 2001-02 continua l’espansione di un altro 50% per cui al termine dei 25 anni gli iscritti risultano più che raddoppiati (+106,3% o +9.498) (cfr. Tav. 1). L’aumento è ancora maggiore nei corsi che tra il 1977-78 e il 2001-02 241 sono quasi triplicati, essendo saliti da 411 a 1.125 (+714). Nel 1996-97 i Centri ritornano sui valori del 1986-87, 42 unità e nel 2001-02 si attestano su 54 con un salto del 50% (+18) rispetto agli inizi. In questo secondo periodo (1991-92/2001- 02), l’andamento dei formatori è al contrario molto contenuto e tra il 1991-92 e il 1996-97 la crescita è pressoché zero, anche se poi nel quinquennio successivo l’aumento supera il 40% e nei 25 anni si colloca al 64,8%, pari a 463. Tav. 1 – Evoluzione del sistema di FP del CNOS-FAP (anni scelti: in VA e IND) Legenda: VA=Valori Assoluti; IND=Numeri Indici Fonte: Rielaborazione su dati CNOS-FAP Nel 2001-02 oltre la metà degli allievi della Federazione (53,5%) frequentano corsi che in base alla terminologia della riforma Moratti possiamo chiamare di secondo ciclo: specificamente, più di un terzo (36,3%) è iscritto alla formazione iniziale, il 10,7% ai corsi dell’obbligo scolastico in integrazione con la scuola e il 5,4% a corsi in integrazione con la media superiore. Un 10% quasi (8,8%) è collocato nella formazione superiore: il 7,8% nel post-diploma e l’1% negli IFTS. Il 35,8% è impegnato nella formazione sul lavoro: apprendistato (13,9%) e formazione continua di occupati e disoccupati. Gli allievi delle fasce deboli sono 343, pari al 2% circa. In sintesi, intorno agli Anni 2000, si può dire che i CFP del CNOS-FAP siano diventati polifunzionali, presentino cioè un’offerta formativa molteplice, e al tempo stesso abbiano conservato la loro tradizionale attenzione alla fascia 14-18 anni. L’anno formativo 2003-04 è l’anno dell’inizio della sperimentazione dei percorsi formativi triennali in tutte le Regioni. La Federazione CNOS-FAP, in quell’anno, segna un’ulteriore crescita soprattutto nella Formazione Professionale Iniziale realizzando 1.300 corsi di cui quasi 600 nella FPI e servendo 21.561 allievi di cui oltre 6.000 in età tra i 14 e i 18 anni. Un’ulteriore crescita si registra nell’anno formativo 2005-06, l’anno della massima espansione. I corsi formativi realizzati sono stati 1.503 di cui 713 nella FPI e 20.409 allievi di cui quasi 14mila in età tra i 14 e i 18 anni. All’aumento delle attività è corrisposta anche la crescita delle sedi che erano 60 nell’anno formativo 2003-04 e 61 nell’anno 2005-06. Scelte politiche regionali restrittive hanno avuto riflessi consistenti anche sulle attività della Federazione CNOSFAP, determinando la chiusura di molte sedi operative e la contrazione delle attività in varie Regioni quali la Sardegna, l’Abruzzo e la Calabria. Sulla base dell’ultima rilevazione, anno 2013-14 (CNOS-FAP, 2013), in 64 CFP la Federazione CNOS-FAP svolge 1.678 corsi di cui 746 nella FPI, coinvolge 25.374 allievi di cui 14.295 in età Sistema di FP del CNOS-FAP 1977-78 1981-82 1986-87 1991-92 1996-97 2001-02 VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. VA IND. Centri 36 100,0 40 111,1 42 116,7 39 108,3 42 116,7 54 150,0 Corsi 411 100,0 448 109,0 477 116,1 534 129,9 698 169,8 1.125 273,7 Allievi 8.937 100,0 9.365 104,8 9.354 104,7 10.753 120,3 13.672 153,0 18.435 206,3 Formatori 714 100,0 777 108,8 827 115,8 875 122,6 880 123,2 1.177 164,8 242 tra i 14 e i 18 anni, 1.437 operatori1, di cui 1.262 a tempo indeterminato: nel periodo considerato è evidente la notevole crescita che si è registrata (cfr. Tav. 2). Tav. 2 – Il sistema di FP del CNOS-FAP nel 2012-13 a confronto con il 2001-02 (inVA e IND) Legenda: VA=Valori Assoluti; IND=Numeri Indici; *Escluse le sedi regionale e nazionale; **Incluse le sedi regionale e nazionale Fonte: Rielaborazione su dati CNOS-FAP 1.2.2. L’aggiornamento del CFP polifunzionale All’inizio del 1999, la Sede Nazionale CNOS-FAP ha affidato all’Istituto di Sociologia FSE-UPS la realizzazione di un’indagine mirata alla rilevazione di elementi della situazione dei Centri della Federazione in riferimento ai requisiti richiesti dal regolamento attuativo della legge 196/97, art. 17, e in vista della individuazione di indicatori di qualità per un CFP polifunzionale (Malizia e Pieroni, 1999; Malizia e Tonini, 2012). La Federazione avvertiva infatti l’esigenza di individuare nuove forme di aiuto e di supporto soprattutto al direttore e alle figure di staff presenti nei CFP o nella Sede Regionale (impegnate in attività di orientamento, coordinamento, analisi, progettazione e valutazione dei fabbisogni), essendo questi i ruoli più coinvolti nel processo di cambiamento/rinnovamento. Più in particolare, avendo presente un modello organizzativo di CFP dinamico, orientato al sistema qualità e rispondente alla logica dell’accreditamento, si intendeva elaborare, con la collaborazione di un gruppo di esperti, un progetto di fattibilità inteso a predisporre un processo permanente di monitoraggio e valutazione delle attività della FP CNOS-FAP. Dall’indagine emergeva che se molto è stato attuato in questi ultimi anni e la meta della polifunzionalità si è rivelata una realtà per molti Centri, la fase di completamento di certi obiettivi richiedeva ancora ulteriori sforzi e nuove strategie d’intervento. Pertanto, stando ai risultati ottenuti attraverso il rilevamento, si suggerivano i seguenti passi da intraprendere, ai fini di una più completa realizzazione del modello CNOS-FAP di CFP polifunzionale. 1. Una prima proposta riguardava il conseguimento della “certificazione” del “sistema qualità”, con tutti i requisiti che tale obiettivo comporta. Sistema di FP del CNOS-FAP 2001-02 2013-14 VA IND. VA. IND. Centri 54 100.0 64 118.5 Corsi 1.125 100.0 1.678 149.2 Allievi 18.435 100.0 25.374 137.6 Operatori 1.601* 100.0 1.437** Non paragonabili 1 Negli ultimi anni le statistiche del CNOS-FAP forniscono dati non più sui formatori, ma sugli operatori: questa è una delle ragioni che ha spinto la Sede Nazionale a promuovere la realizzazione della presente ricerca. 243 2. Andava poi indubbiamente prevista l’introduzione di nuove figure: oltre a quelle che già esistevano nella maggior parte dei Centri, (meglio ancora se come figure di sistema nello staff) e più specificamente: il responsabile dei servizi di sicurezza ed il responsabile della qualità; non ci si nascondeva però che sarebbero state sempre più richieste in un immediato futuro anche quella del responsabile delle reti informatiche e del coordinatore delle attività di integrazione (in vista di una FP indirizzata a vantaggio delle fasce deboli, sempre più ampie ed attuali in una società in rapida trasformazione tecnologica), coerentemente anche all’esigenza (avvertita in oltre la metà dei Centri e sperimentata in una parte degli stessi) di potenziare l’orientamento e le azioni formative a favore di questi soggetti. 3. Un altro passo da compiere in tempi brevi era quello di una sempre più decisa apertura del CFP al territorio così da assumere una piena posizione di collaborazione, concertazione, integrazione con le varie realtà di riferimento. 4. Bisognava anche continuare, come era stato fatto egregiamente fino a quel momento, nell’organizzazione di corsi di formazione per i formatori nelle due principali direttrici: – corsi per tutti, mirati cioè al costante aggiornamento della formazione delle varie figure di formatori; – corsi “ad hoc” per la preparazione di figure specialistiche, con particolare riferimento a quelle da introdurre ex-novo. 5. Si suggeriva pure di effettuare un costante monitoraggio sulla “qualità” della formazione erogata nei CFP della Federazione, sulla base di un modello aggiornato di CFP polifunzionale e di standard minimi di qualità e nel rispetto della giusta autonomia di ogni centro. 6. Un altro passo consisteva nel creare una rete informatizzata, in grado di collegare tutti i centri, così da realizzare un’informazione in tempo reale su problematiche emergenti e da socializzare innovazioni e sperimentazioni in atto. 7. Infine, si trattava di ampliare e/o rendere accessibile al maggior numero possibile di centri la partecipazione a progetti/programmi multiregionali e transnazionali. Sulla base dei risultati di questa ricerca la Federazione ha ritenuto opportuno orientare lo sforzo di rinnovamento soprattutto in tre direzioni: il potenziamento della formazione dei formatori, l’attuazione dell’obbligo formativo e del dirittodovere all’istruzione e formazione e la realizzazione di un modello organizzativo di qualità. Ovviamente, qui richiamiamo solo le indicazioni che riguardano la prima che è l’oggetto di questo studio. 1.2.3. Il potenziamento della formazione dei formatori Anche in questo caso si è partiti con una ricerca che è stata realizzata dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP nel gennaio-giugno 2000 con lo scopo sia di approfondire la conoscenza della situazione della formazione del personale del CNOSLaFORMAZIONE_ 244 FAP, sia di elaborare la proposta di un sistema di qualità per una preparazione più adeguata degli operatori, sia di predisporre un’ipotesi di standard per i formatori (Malizia, Pieroni e Salatin, 2001). L’indagine evidenziava un posizionamento professionale medio più che buono degli operatori CNOS-FAP (in rapporto ad altri Enti italiani), ma segnalava più o meno indirettamente alcune criticità del sistema organizzativo: – una situazione con significative eterogeneità tra gli operatori, sia a livello di percezione che di situazioni professionali (es. tra Nord e Sud, tra generazioni e tra salesiani e non salesiani); – un sistema ancora non adeguatamente orientato all’utenza e al territorio: abituato ad aspettare gli utenti più che ad andare verso di loro (forse perché non aveva mai avuto gravi problemi di domanda e di risorse), non particolarmente preoccupato di ascoltare (non a caso risultano sottodimensionate le competenze marketing e valutazione); – un sistema non molto aperto e tendenzialmente autoreferenziale, che collaborava ancora poco con altri soggetti del territorio; ciò poteva essere un limite nella prospettiva del “fare rete”; – unsistema non adeguatamente differenziato nei suoi servizi e funzioni: molto focalizzato sulla erogazione formativa tradizionale con ancora debole presenza di altri servizi (orientamento, accompagnamento, counselling, ...) e un po’ indietro sulle nuove tecnologie didattiche e sulla FAD. Circa il dispositivo formativo proposto, sono condivisibili le indicazioni della ricerca con un impianto flessibile basato su: – formazione d’ingresso: corso formatori (master di primo ciclo o di secondo ciclo per i livelli più alti); – formazione in servizio: interventi ricorrenti con attenzione all’identità dell’Ente e alla formazione comportamentale (in presenza); sviluppo delle formule a distanza (moduli FAD) e degli stage all’estero. I dati della ricerca non vanno letti solo in sé, ma anche in rapporto ai trend osservabili a livello nazionale. A questo livello e in particolare in rapporto allo scenario dell’accreditamento degli operatori: – il livello generale degli operatori appariva in grado di reggere la copertura delle funzioni previste e dei relativi standard (c’era anche di più rispetto agli standard minimi); – si riscontravano segnali incoraggianti di apertura all’innovazione, visto il rilievo dato all’analisi della nuova domanda di formazione; – il modello organizzativo poteva reggere un orientamento alla qualità senza enormi rivoluzioni; – era possibile rilevare inoltre una complementarità tra il rilievo delle competenze “salesiane” (sistema preventivo, carisma pedagogico...) collegate alla mission e le competenze professionali richieste. 245 Sulla base di questi dati è stato elaborato un piano con una prospettiva poliennale. Esso si inseriva nella missione di servizio della Federazione CNOS-FAP Nazionale alle sedi locali e doveva integrarsi agli eventuali piani formativi di CFP, ai piani formativi regionali e ai piani formativi individuali, anche in funzione della implementazione delle nuove normative in materia di formazione continua e dello sviluppo della contrattazione collettiva di comparto. Dal punto di vista degli obiettivi, il piano aveva carattere strategico e si proponeva di sistematizzare un dispositivo di formazione iniziale degli operatori, in grado di equilibrare le componenti valoriali e professionali, di fornire le linee guida per il consolidamento di un dispositivo di formazione permanente in servizio, compatibile e coerente con i processi di accreditamento interno ed esterno in atto e fornire delle proposte di percorsi per l’acquisizione e/o lo sviluppo delle competenze individuate come più necessarie dalla ricerca e/o segnalate dai responsabili dell’Ente. Il piano assumeva come criteri di base metodologici la distinzione tra la formazione di ingresso e quella in servizio, di base e specialistica, il principio di interazione tra formazione e attività professionale e la pluralità dei modi di formazione (in presenza e non). Esso muoveva inoltre dalla consapevolezza della triplice articolazione degli interventi a livello nazionale, regionale e locale, pur sviluppando solo le proposte relative al livello nazionale. Per facilitare la traduzione operativa del piano, si è ritenuto opportuno predisporre un catalogo (cfr. per esempio CNOS-FAP, 2013) che contenesse un’offerta formativa permanente e sistematica per gli operatori, basata sulle buone prassi in atto presso le singole sedi. Più specificamente esso è finalizzato ai seguenti obiettivi: – “sistematizzare la formazione iniziale degli operatori, in modo da equilibrare le componenti valoriali e professionali, soprattutto attraverso la proposta di moduli ‘comportamentali’; – fornire le linee guida per il consolidamento della formazione permanente in servizio, compatibile e coerente con i processi di accreditamento interno ed esterno in atto; – fornire delle proposte di percorsi per l’acquisizione e/o lo sviluppo delle competenze più necessarie individuate dalla ricerca e/o segnalate dai responsabili dell’Ente; – mettere a sistema la formazione in atto e quella in fase di progettazione e facilitare l’accesso alle informazioni disponibili per quanto riguarda le opportunità di crescita professionale” (CNOS-FAP e Cepof, 2003, 8). Sulla base di queste indicazioni, la formazione dei formatori sembra aver raggiunto una metodologia ed una strutturazione sufficientemente stabili. Vengono proposte attività corsuali residenziali nazionali legate soprattutto alla crescita dei settori professionali, attività residenziali locali connesse in particolare ai bisogni delle varie Delegazioni regionali, attività di formazione per il personale direttivo, 246 attività di formazione a distanza per tutti gli operatori. Il catalogo, nella sua globalità, copre tutti i settori, dall’area pedagogico-salesiana, a quella della dottrina sociale della Chiesa, a quella metodologico-didattica, a quella tecnologica. 2. L’INDAGINE SUL CAMPO Prima di illustrare i risultati della ricerca, è bene richiamare in sintesi le ragioni, gli obiettivi e il disegno di analisi. Se gli allievi sono i destinatari principali dell’attività educativa dei CFP del CNOS-FAP, il motore dei relativi processi va identificato in primo luogo nei formatori. Negli ultimi anni non sono mancate indagini sui giovani che frequentano i Centri di Formazione Professionale, come per esempio quella annuale sul loro successo nella IeFP (Malizia e Pieroni, 2913a e b: Marchioro, 2014; Malizia e Gentile, 2015) o quella del 2013 sui rapporti tra allievi, CFP e famiglia (Orlando, 2014)2, mentre l’ultima ricerca sui formatori risale a più di dieci anni fa (Malizia, Pieroni e Salatin, 2001); era perciò necessario e urgente avviare uno studio su di loro, non tanto su tutti gli aspetti del loro complesso ruolo, quanto su ciò che ne rende possibile l’esercizio efficace, la formazione specialmente in servizio. Gli obiettivi sono riassumibili nei seguenti tre: 1. descrivere lo stato dell’arte della formazione dei formatori e, in connessione, di tutto il personale del CNOS-FAP, senza tralasciare di considerare con attenzione anche quelli che non partecipano alle offerte di corsi, per determinarne la consistenza quantitativa, la distribuzione territoriale e per settori, le motivazioni e i giudizi; 2. valutare l’adeguatezza, l’efficienza e l’efficacia dell’offerta di formazione dei formatori e, in connessione, di tutto il personale, utilizzando una molteplicità di referenti come per esempio gli stessi formatori e gli altri operatori, i docenti dei corsi di aggiornamento, i Direttori dei CFP, i Segretari nazionali dei settori, i Delegati regionali; questa valutazione dovrebbe mettere in rilievo i punti di forza (eccellenze) e i punti deboli del sistema di formazione dei formatori CNOS-FAP; 3. sulla base dei risultati delle analisi quantitative e qualitative e tenendo conto delle suggestioni dei referenti principali, elaborare una serie di proposte per correggere le possibili criticità, per adeguare la formazione dei formatori e degli altri operatori alle attuali esigenze, per introdurre le necessarie innovazioni e per potenziare l’efficienza e l’efficacia. Quanto al disegno di analisi, la ricerca ha utilizzato una pluralità di strumenti in relazione ai diversi referenti. In questa maniera si è pensato di poter assicurare 2 Solo per richiamare le più recenti. 247 un’analisi in profondità e una sufficiente oggettività nelle valutazioni. In particolare sono stati elaborati i risultati delle schede di gradimento che vengono applicate al termine di ogni corso. Allo scopo di costruire il database di tutti i frequentanti i corsi di formazione e di quelli che non hanno mai partecipato, si sono analizzati l’Archivio dei dipendenti, l’Elenco dei corsi e dei Seminari dei settori professionali. Inoltre, si sono raccolti mediante un questionario i giudizi di operatori che occupano indubbiamente un posto centrale dal lato dell’offerta di formazione e cioè, i Delegati regionali, i Direttori dei Centri e i Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali. Attraverso dei focus group si è realizzato uno studio di casi con cui si sono raccolte le opinioni delle componenti principali dei CFP. 2.1. La situazione degli operatori del CNOS-FAP La crescita notevole che ha caratterizzato l’evoluzione del personale della FP nel periodo 1996-01 sembra che si sia protratta nel CNOS-FAP fino all’anno formativo 2004-05 (ISFOL 2004: Montedoro, 2006; cfr. Tav. 1, cap. 23): infatti, tra il 1999-00 e il 2004-05 gli operatori dell’Ente passano da 1179 a 1812, registrando un incremento di più della metà (53,6%): precisiamo che con la dizione operatori si intendono tutti i dipendenti con contratto a tempo indeterminato o determinato, mentre i consulenti sono esclusi dal conteggio. Fra il 2003-04 e il 2006-07 – ma soprattutto nel biennio 2004-05 e 2005-06 – si registra un vero crollo da 1812 a 1266 con una perdita di oltre 40 punti percentuali (46,3%): questo andamento si spiega soprattutto come effetto della chiusura dei Centri in Sardegna e in Abruzzo. Nel periodo successivo (2006-07/2013-14) il numero dei dipendenti senza il personale delle sedi regionali e nazionali si mantiene sostanzialmente stabile e nell’ultimo anno formativo chiude in leggera crescita, +8,8% (rispetto al 2006-07); se ci si riferisce al personale comprensivo delle sedi, l’andamento è molto più piatto, ma termina con una crescita del +7% (o del +9% qualora si prendano in considerazione i dati dell’archivio dipendenti alla data del 03.11.144 che però non sono comparabili con gli altri di cui non conosciamo la data). Passiamo a considerare brevemente le articolazioni del totale degli operatori in base alle loro caratteristiche socio-demografiche e a quelle professionali. Incominciamo con il sesso ed emerge chiaramente la collocazione tradizionale dell’offerta formativa del CNOS-FAP nell’ambito della preparazione allo svolgimento dei mestieri tipicamente maschili: infatti, tra gli operatori gli uomini ammontano ai due terzi circa (65,3%) o a 956 unità, mentre i dati delle donne sono 34,7% e 507 rispettivamente. Questo andamento diverge da quello generale del personale della FP che ha visto negli ultimi anni le femmine sorpassare i maschi (53,2% e 46,8%: ISFOL, 2007), 3 Anche le altre tavole di questa sezione si trovano nel cap. 2. 4 Come si è precisato sopra, l’archivio offre soltanto i dati come si trovano al momento dell’accesso e non quelli diversi di momenti precedenti. 248 Passando all’età, i dati sembrano confermare sostanzialmente per il CNOSFAP il rallentamento che si è verificato nell’invecchiamento dei formatori nella seconda metà del precedente decennio (ISFOL, 2007). Infatti, la tavola 5 evidenzia che il 70% circa (69,0%) degli operatori del nostro Ente si colloca al di sotto dei 50 anni e il 40% quasi (36,3%) ha un’età pari o inferiore ai 40, mentre solo un quarto (25,8%) si situa tra i 51 e i 60 e appena il 5,1% oltre i 60. A livello di circoscrizione geografica, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra una maggioranza relativa nelle Regioni di Nord Ovest (44,2%), più di un quarto al Nord Est (22,1%) e al Sud (21,6%) e intorno al 10% nel Centro (10,6%) (cfr. Tav. 8). Rispetto alla distribuzione degli iscritti alla IeFP nei CFP, le percentuali sono sostanzialmente simili nel Nord Ovest (44,6%) e nel Centro (10,6%), mentre sono alquanto diverse nel Nord Est (32,4%) e nel Sud (12,4%) con il CNOS-FAP che risulta meglio rappresentato nel Meridione e meno nel Nord Est: va tuttavia tenuto presente che il raffronto deve essere preso con molta prudenza per le considerevoli differenze tra i termini di paragone, non ultima la collocazione della Sardegna per noi al Centro e per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al Sud e Isole (2013, p. 32). Dal punto di vista dello stato ecclesiale, gli operatori si distribuiscono tra il 4,8% (70) di salesiani e il 95,2% (1393) di laici (cfr. Tav. 11). Già alla fine degli Anni ‘90 il rapporto tra religiosi e laici nei centri della Confap era molto squilibrato a favore dei secondi (7% e 93% rispettivamente) (CSSC, 1999, p. 322); adesso si è ancora di più abbassato, almeno nei CFP salesiani. La percentuale dei laureati (36,9%) tra gli operatori del CNOS-FAP risulta superiore a un terzo e si avvicina al 40% (cfr. Tav. 13): essa però è notevolmente inferiore a quella dei formatori della FP, anche se il 60,7% raggiunto in proposito nel 2006, appare un poco sospetto dato che nel 2004 si era al 39,9% (ISFOL, 2007). I diplomati sono oltre la metà (53,5%) e la loro consistenza si colloca al di sopra del dato nazionale in misura considerevole (35,8%). Risultano ormai marginali le quote dei qualificati (4,5%), dei licenziati della media (4,1%) e soprattutto di quelli delle elementari (0,3%) e l’andamento è in linea con il trend nazionale; i titoli altri di cui è in possesso lo 0,6% riguardano i master, le scuole di specializzazione e simili. Per quanto si riferisce al tipo di contratto, gli operatori del CNOS-FAP si distribuiscono tra l’87% a tempo indeterminato e il 13% a tempo determinato. Tale rapporto rispecchia sostanzialmente quello esistente a livello nazionale tra i dipendenti che nel 2013 era l’86,8% rispetto al 13,2% (Censis, 2014, p. 187). Passando da ultimo a considerare gli incroci dei profili con le altre variabili socio-demografiche, va anzitutto evidenziato che essi raggiungono la cifra di 1546 che è superiore a quella degli operatori del CNOS-FAP perché alcuni di questi svolgono più funzioni (cfr. Tav. 19). La maggioranza assoluta è costituita dai semplici formatori (807 o 52,2%) a cui si aggiungono quelli che svolgono funzioni intermedie come i tutor (192 o 12,4%), i coordinatori (110 o 7,1%), gli orientatori 249 (36 o 2,3%) e, per noi, anche i progettisti (18 o 1,2%) e i responsabili dei processi (27 o 1,7%) che rimangono sostanzialmente dei formatori: in tutto si tratta di 1190 profili (76,9%). L’area funzionale della direzione ne comprende 65 (4,2%) e più esattamente: 44 direttori di sede operativa (2,8%), 13 (0,8%) direttori di funzione e 8 direttori generali (0,5%). Nell’area funzionale dell’amministrazione i profili ammontano a 136 (8,8%) e comprendono 87 (5,6%) collaboratori amministrativi e 49 (3,2%) responsabili amministrativo-organizzativi. Da ultimo, l’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto include 155 (10,2%) profili e più precisamente: 68 (4,4%) operatori tecnici ausiliari, 4 (0,3%) operatori tecnici della logistica, 69 (4,5%) operatori di segreteria e 14 (0,9%) tecnici dei servizi. Nel complesso si può dire che l’inquadramento delle funzioni del CNOS-FAP rispetta la scelta di fondo dell’Ente di dare la priorità alla formazione in confronto ad altre dimensioni come la direzione, l’organizzazione, l’amministrazione e la logistica; al tempo stesso vengono assicurati una funzionalità sufficiente della leadership ai vari livelli e un minimo di struttura gestionale e tecnica. 2.2. La partecipazione alla Formazione in servizio nel CNOS-FAP: dati quantitativi, qualità e gradimento La tematica è affrontata da due prospettive: quella quantitativa per la quale ci serviremo dei dati dell’archivio del CNOS-FAP e quella qualitativa per la quale attingeremo ai risultati del sondaggio tra i Delegati regionali, i Direttori dei Centri e i Segretari dei settori professionali e dei focus group dei 12 CFP. 2.2.1. I dati dell’archivio L’analisi quantitativa sulla formazione in servizio degli operatori del CNOSFAP è limitata agli anni solari 2012 e 2013 perché solo da poco l’Ente ha iniziato a raccogliere sistematicamente i relativi dati. Nel periodo considerato si registra una crescita rispetto al totale sia in valori assoluti da 631 a 677 (+46 o +7,3%) che in percentuale del totale dal 51,2% al 53,6% (+2,4%) (cfr. Tav. 22, cap. 25). Tale cifra è leggermente inferiore a quella riscontrata dall’ISFOL su tutto il territorio nazionale riguardo, però, ai soli formatori, cioè 59,5% (2007). La partecipazione in base al sesso vede una sovra-rappresentazione dei maschi e una sotto-rappresentazione delle femmine (cfr. Tav. 22). In ambedue gli anni gli uomini costituiscono i tre quarti circa del totale e le donne l’altro quarto (75% e 25%; 74,6% e 25,4%, rispettivamente), mentre la proporzione tra gli operatori del CNOS-FAP è nell’anno formativo 2013-14 di due terzi a un terzo quasi (65,3% e 34,7%), come si è osservato sopra (cfr. Tav. 2). La partecipazione alla formazione in servizio dei dipendenti del CNOS-FAP in base all’età registra una sostanziale coincidenza nella distribuzione per coorti nei 5 Questa e le seguenti tavole della presente sezione si trovano nel cap. 2. 250 due anni, 2012 e 2013 (cfr. Tav. 25). Essa si concentra nelle fasce 31-60 anni che riuniscono il 90% circa di quanti hanno usufruito delle offerte messe a disposizione; è invece meno comprensibile che la percentuale si collochi oltre il 30% nelle coorti 31-40 e 41-50, mentre scende sul 25% in quella 51-60 che di per sé ne avrebbe maggiore bisogno. Correttamente la cifra si abbassa al minimo per i più giovani (meno 20-30), mentre appare discutibile la partecipazione modesta dei più anziani (oltre 60). La frequenza alle attività di formazione in servizio dei dipendenti del CNOSFAP secondo la circoscrizione geografica evidenzia delle differenze tra i due anni di riferimento (cfr. Tav. 28). In sintesi, tra il 2012 e il 2013 la percentuale diminuisce da più di un terzo (34,1%) a oltre un quarto (26%) nel Nord Est e cresce dal 40% quasi (37,9%) al 50% circa (46,1%) nel Nord Ovest, mentre rimane nel complesso sufficientemente stabile nel Centro (14,6% e 16,1% rispettivamente) e nel Sud (13,5% e 11,8%). Il confronto con la distribuzione degli operatori del CNOSFAP al 2013-14 vede una sovra-rappresentazione del Nord Est e del Nord Ovest (solo nel 2013), una sostanziale stabilità al Centro e una sotto-rappresentazione al Sud e al Nord Ovest (unicamente nel 2012). Il rapporto tra salesiani e laici nella partecipazione alla formazione in servizio registra una presenza molto modesta dei primi rispetto ai secondi: il 3,3% in confronto al 96,7% nel 2012 e il 3,7% in paragone al 96,7% nel 2013 (cfr. Tav. 31). È un andamento che riflette, un po’ peggiorata, la situazione a livello di tutti gli operatori: 4,8% e 95,2% nel 2013-14. La partecipazione alla formazione in servizio per titolo di studio, se confrontata con la ripartizione degli operatori in base alla medesima variabile nel 2013-14 (cfr. sopra Tav. 13), vede nel 2012 una leggera sovra-rappresentazione di laureati e di diplomati da una parte e dall’altra una modesta sotto-rappresentazione di licenziati della media e l’assenza di quelli delle elementari, mentre nel 2013 le due distribuzioni si avvicinano maggiormente tranne che per l’assenza ancora di licenziati delle elementari nelle attività di aggiornamento (cfr. Tav. 33). Se il punto di riferimento è il tipo di contratto, la partecipazione alla formazione in servizio evidenzia che il totale nei due anni è quasi del tutto costituito da operatori a tempo indeterminato (96,7% e 95% rispettivamente nel 2012 e nel 2013), mentre quelli a tempo determinato sono una percentuale molto esigua (3,3% e 5%) (cfr. Tav. 36). Si capisce la remora a non investire su lavoratori che potrebbero anche lasciare i Centri, o non meritare l’impegno formativo del CNOS-FAP, ma lo scarto notevole con la distribuzione generale degli operatori per tipo di contratto (87% e 13% nel 2013-14: cfr. sopra Tav. 16) richiederebbe probabilmente un riequilibrio tra i due gruppi nella formazione in servizio. La partecipazione alla formazione in servizio in base al profilo registra: nell’area funzionale della direzione una leggera sovra-rappresentazione nel 2012 (5,7%) rispetto al 2013 (5,1%), attribuibile alla frequenza dei direttori di funzione e una altrettanto modesta sovra-rappresentazione di ambedue gli anni rispetto alla 251 percentuale dell’area nel totale degli operatori del CNOS-FAP (4,1%) nel 2013-14, dovuta soprattutto alla frequenza all’aggiornamento dei direttori di sede operativa; nell’area funzionale della erogazione, che è la più consistente, collocandosi oltre i tre quarti, la sovra-rappresentazione, questa volta, del 2013 (91,1%) in confronto al 2012 (85,9%) e di ambedue in paragone al 2013-14 (76,9%), dovuta in particolare ai formatori e nel caso del confronto con il 2013-14 anche ai tutor; nell’area funzionale dell’amministrazione, la sotto-rappresentazione sia del 2012 (5,4%) che del 2013 (ancora di più, 2,3%) rispetto al 2013-14 (8,8%), attribuibile soprattutto ai collaboratori amministrativi; nell’area funzionale della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, lo stesso andamento, anche più accentuato (2,8%, 1,4% e 10,1% rispettivamente), dovuto principalmente agli operatori di segreteria e agli operatori tecnici ausiliari (cfr. Tav. 39). Dopo aver esaminato la partecipazione degli operatori del CNOS-FAP alla formazione in servizio in base alle loro caratteristiche socio-demografiche, passiamo ad un’analisi secondo il tipo delle attività offerte dalla Sede Nazionale dell’Ente. Anzitutto, va evidenziato che il totale di quanti hanno frequentato i vari tipi di offerta è superiore a quello degli operatori che vi hanno partecipato perché alcuni di questi hanno preso parte a più di un tipo e precisamente 887 rispetto a 631 nel 2012 e 924 in paragone a 677 nel 2013 e la differenza è di circa il 40% (40,6% nel primo caso e 36,5% nel secondo), un primo segnale del successo delle iniziative in generale (cfr. Tav. 42). Nella stessa direzione sembra andare anche il dato della crescita che si registra tra i due anni che è in valore assoluti di 37 presenze in più o del 4,2% in percentuale. La distribuzione della frequenza tra le varie attività registra una sostanziale convergenza tra i due anni: la maggioranza assoluta va ai corsi regionali (che corrispondono alla dizione di corsi residenziali regionali/locali, utilizzata nel questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori) che nel biennio crescono leggermente dal 50,2% o 327 nel 2012 al 53,5% o 494; intorno a un quarto/un quinto si collocano i corsi nazionali (che corrispondono alla dizione corsi residenziali nazionali – area delle competenze tecnico-professionali e corsi residenziali nazionali – area delle competenze di base e che sono sostanzialmente stabili a livello percentuale, 23,4% o 208 e 23,9% o 221) e i seminari dei settori professionali (che corrispondono alla dizione seminari tecnici per i formatori del questionario dei Delegati, Direttori e Segretari dei Settori) che segnano una leggera diminuzione percentuale e in valori assoluti dal 19,7% o 175, al 17,7% o 164); le altre tre offerte si collocano al disotto del 5% (i seminari per il personale direttivo che restano stabili a livello percentuale, 4,1% o 36, e 4,1% o 38; i seminari tematici legati ad eventi esterni che diminuiscono in percentuale e in valori assoluti dal 2,1% o 19, allo 0,5% o 5; i corsi FAD che scendono in percentuale e in valori assoluti, ambedue minimi, dallo 0,5% o 4, allo 0,2% o 2). A un primo esame, si può dire che l’ossatura della formazione in servizio del CNOS-FAP è costituita primariamente dai corsi regionali e poi da quelli nazionali e dai seminari dei settori; preoccupa la presenza totalmente marginale della FAD in un mondo dominato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. 252 2.2.2. La prospettiva di referenti significativi sulla qualità della partecipazione Se si passa dalla quantità alla qualità della partecipazione, vanno richiamate anzitutto le valutazioni in proposito dei partecipanti ai focus group. Da un punto di vista complessivo, i corsi di formazione appaiono come un’esperienza importante e ricorrente nella vita dei formatori e sono percepiti come un appuntamento qualificante, sia per la sistematicità del loro svolgimento, sia per i risultati attesi e raggiunti. Per quanto riguarda i soggetti coinvolti, in genere sembra di poter dire che l’offerta di corsi riesca a raggiungere un po’ tutto il personale e che rimanga fuori solo chi proprio non vuole lasciarsi coinvolgere. La maggior parte degli intervistati è decisamente soddisfatta di questa esperienza, anche perché con l’andare del tempo, una volta sperimentata l’opportunità formativa, si partecipa volentieri e si vorrebbero avere ancora più occasioni di formazione. Nonostante il dato positivo sia il più frequente, sia quantitativamente che qualitativamente, rimane l’impressione di una partecipazione piuttosto disuguale: da una parte qualcuno rimane un po’ isolato e non vuole o non riesce a partecipare; dall’altra si nota un atteggiamento di sufficienza per cui i corsi sono frequentati più per dovere che per piacere o per interesse personale, salvo poi ricredersi a cose fatte. Sui corsi organizzati in modalità FAD il giudizio degli intervistati è pressoché unanimemente negativo: sono poco funzionali, di fatto inutili; qualcuno addirittura non ricorda nemmeno l’argomento del corso scelto e in genere parzialmente frequentato; la frequenza è piuttosto distratta e la qualità dei materiali formativi sembra essere talvolta scadente. Per rimanere all’interno degli strumenti di comunicazione a distanza, un po’ diverso è il giudizio sulla Newsletter CNOS, che è invece ritenuta utile, anche se talvolta contiene troppe informazioni e finisce per essere consultata superficialmente (si segnalano parecchi disguidi nella ricezione per posta elettronica). I più attenti utilizzano anche la rivista cartacea Rassegna CNOS, alla quale viene riconosciuto un alto livello di qualità, anche se pochi la usano come materiale di studio e aggiornamento. I corsi regionali in genere sono dedicati ad argomenti di più immediata spendibilità nell’area professionale, mentre quelli di livello nazionale trattano tematiche più trasversali e generiche. I primi sono forse più apprezzati e partecipati in quanto rispondono ad esigenze immediate di aggiornamento ed offrono una facile trasferibilità dei contenuti appresi nella quotidiana attività d’aula. I corsi nazionali sono in genere considerati di maggior valore, sia per l’impegno che richiedono, sia per il numero ristretto di partecipanti ammessi. I corsi di cultura generale o di formazione pedagogica hanno inevitabilmente una ricaduta a più lunga distanza e talvolta se ne scopre la validità e la stessa utilità solo a posteriori. 253 Sul piano della socializzazione, i corsi nazionali sono ovviamente quelli che offrono maggiori occasioni di incontro e di scambio e sono quindi apprezzati anche per la rete di relazioni che consentono di stabilire o di rafforzare. I corsi regionali rispondono di più a esigenze pratiche locali e di aggiornamento tecnico, consentono l’incontro di operatori che probabilmente già si conoscono e sembrano essere più concentrati sul compito. Se si fa riferimento ai destinatari, i corsi per i direttori sembrano essere quelli di maggior successo: la partecipazione è ampia e regolare e, nonostante il ricordo di qualche isolato disguido organizzativo, assicurano una buona socializzazione tra persone che svolgono la stessa funzione in contesti e condizioni diverse. Spesso risultano aver partecipato non solo i direttori ma anche i coordinatori. Tra le categorie coinvolte viene lamentata la apparentemente scarsa attenzione alle cosiddette figure di sistema, cui si vorrebbe venissero dedicati specifici corsi almeno ogni certo numero di anni. I corsi per i formatori sono invece la maggioranza e devono affrontare un’ampia varietà di argomenti e competenze. Accanto ai corsi di carattere tecnico, che vengono apprezzati ma limitatamente all’aggiornamento che producono, la domanda principale che viene dai partecipanti è quella di fornire strumenti per affrontare le situazioni di emergenza quasi quotidiana che si trovano a vivere con gli allievi. I corsi per formatori lasciano spesso fuori gli amministrativi, che trovano soddisfazione alle loro esigenze solo in corsi specifici. I corsi sono in genere rivolti al personale in servizio e ciò lascia emergere come fattore discriminante la durata del contratto di coloro che hanno un rapporto di lavoro a tempo determinato e che, quindi, possono restare esclusi se il corso cade in un periodo che non rientra nella vigenza del contratto. È generalmente apprezzata la possibilità di avere un coinvolgimento nella progettazione dei corsi, cosa che incide positivamente sui livelli di partecipazione. Come è ovvio, non è sempre possibile far decidere alla base tutte le tematiche da affrontare, anche perché occorre mediare tra opinioni ed esigenze diverse, ma rimane il dato positivo della consultazione allargata. E quanto più è partecipata la decisione, tanto più è avvertito come un limite il numero ristretto di partecipanti, che può lasciare fuori qualcuno ancora sinceramente interessato. Una sintesi di queste posizioni, ma più critica, si può trovare nei risultati del questionario applicato ai Direttori dei Centri, ai Delegati regionali e ai Segretari nazionali dei settori e delle aree professionali, che costituiscono l’universo di quanti svolgono un ruolo di leadership nella organizzazione e nella gestione dell’Ente. La prima constatazione è che in nessuna delle offerte di Formazione in servizio promosse dalla Sede Nazionale la qualità della partecipazione viene ritenuta dagli intervistati molto soddisfacente o quasi. Tuttavia, la frequenza di un gruppo consistente di iniziative riceve una valutazione più che abbastanza positiva: si tratta dei corsi residenziali regionali/locali, del 254 contributo dell’apporto tecnologico e formativo delle imprese ai settori/aree, dei seminari per il personale direttivo, di quelli tecnici per i formatori e dei corsi nazionali nell’area delle competenze tecnico professionali. La qualità della partecipazione è considerata abbastanza soddisfacente nel caso dei corsi residenziali nazionali nell’area delle competenze di base, nei progetti internazionali e nelle attività formative con Fonder e si avvicina a tale livello nei seminari tematici legati ad eventi esterni e nei convegni promossi dalla CISI. La valutazione scende a poco soddisfacente riguardo ai corsi FAD. Un indicatore significativo dell’utilità delle offerte di Formazione in servizio promosse dal CNOS-FAP può essere identificato nella valorizzazione che gli operatori riservano alle risorse messe a disposizione a tale scopo dalla Sede Nazionale; in particolare, si tratta della Rassegna CNOS, delle Newsletter, delle pubblicazioni/ ricerche, del Sito del CNOS-FAP, della ricerca sul successo formativo degli allievi del CNOS-FAP e del Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Anche in questo caso la valutazione dei Delegati, dei Direttori e dei Segretari risulta più critica di quella dei partecipanti ai focus. In sintesi, le risorse messe a disposizione dalla Sede Nazionale per la Formazione in servizio vengono utilizzate tra abbastanza e poco oppure poco. La ragione principale di questa situazione va ricercata in una criticità esterna alle risorse, cioè nella inadeguata socializzazione all’interno dei CFP. In secondo luogo pesa anche una carenza intrinseca ad esse e cioè il fatto che non aiutano a risolvere i problemi dei Centri. Al tempo stesso, va segnalato che in generale non sono eccessivamente teoriche o di livello troppo elevato se non la Rassegna CNOS e le pubblicazioni/ricerche e, comunque, non si possono considerare poco aggiornate. La ricerca sul successo formativo e il Concorso dei capolavori sono le risorse che presentano maggiori forme di valorizzazione e la Rassegna CNOS e le Newsletter quelle che ne hanno di meno. Il Nord è più positivo del Centro e del Sud, i laici dei salesiani, i diplomati dei laureati, i Segretari dei Delegati, i più anziani dei più giovani e i più esperti dei meno. 2.2.3. Il gradimento delle attività di formazione in servizio del CNOS-FAP Da quando ha ottenuto la certificazione, la Sede Nazionale CNOS-FAP provvede alla somministrazione di questionari di soddisfazione al termine degli interventi di Formazione in servizio, al fine di ottenere suggerimenti e indicazioni utili per le azioni future. I questionari vengono proposti agli operatori a conclusione delle diverse iniziative (corsi residenziali nazionali e regionali, seminari dei settori professionali e corsi per il personale direttivo) e, nel caso dei corsi residenziali nazionali e regionali, dall’anno 2012, una versione modificata del questionario viene somministrata anche ai docenti responsabili della conduzione delle iniziative stesse. In estrema sintesi, analizzando i risultati della rilevazione sistematica del livello di soddisfazione per le attività di Formazione in servizio offerte dal CNOSFAP ai suoi operatori, si individua una ampia area di soddisfazione, soprattutto per quanto concerne gli aspetti legati ai principali soggetti coinvolti, ossia la qualità 255 della docenza e il coinvolgimento dei partecipanti, ma anche l’interesse e l’approfondimento dei temi affrontati. Qualche criticità relativa, anche se in termini molto contenuti, si riscontra riguardo all’approfondimento dei temi trattati, ai materiali didattici e alla funzionalità di aule e di luoghi; la Sede Nazionale è già inter - venuta per ovviare ai primi due problemi, limitando le problematiche da proporre nelle attività di formazione e impegnandosi a migliorare i materiali messi a dispo - sizione. Queste indicazioni sono sostanzialmente coerenti con quanto riscontrato attraverso il questionario somministrato, a distanza di tempo, a Direttori, Delegati e Segretari a cui si è accennato sopra. In particolare, nel caso dei rispondenti a quest’ultimo questionario l’area della soddisfazione ammonta complessivamente all’89,9% (con un giudizio medio che si colloca fra “abbastanza” e “molto soddisfatto”). Al tempo stesso va segnalato che la maggioranza assoluta dei giudizi favorevoli si concentra sulla sufficienza, mentre solo poco più di un terzo dà una valutazione molto positiva. Pertanto, la Sede Nazionale dovrà impegnarsi nei prossimi anni a invertire l’attuale rapporto tra abbastanza e molto soddisfacente. E, nel dettaglio, risultano essere prevalentemente motivo di soddisfazione, anche in questo caso, aspetti dell’attività formativa, quali la significatività dei contenuti proposti nelle diverse attività, l’idoneità della docenza, la trasferibilità nei CFP e il conseguimento degli obiettivi formativi. 2.3. Punti di forza e di debolezza della formazione in servizio del CNOS-FAP Secondo i partecipanti ai focus group i punti di forza della offerta della Sede Nazionale del CNOS-FAP possono essere divisi in due categorie: da una parte ci sono le varie e numerosissime dichiarazioni che insistono sulla dimensione relazionale e sui contatti umani che accompagnano la frequenza di ogni corso; dall’altra ci si sofferma sui contenuti dei corsi e anche su alcuni aspetti particolari non facilmente classificabili in maniera unitaria. Per quanto riguarda la prima categoria, gli intervistati sono pressoché unanimi nell’indicare come principale punto di forza l’occasione offerta di confrontarsi di persona e di scambiarsi esperienze. I corsi di formazione offrono inevitabilmente l’occasione di: incontrare nuove persone, rivedere vecchi colleghi, stabilire relazioni interessanti e visitare nuovi luoghi. Un aspetto decisivo è infine rappresentato dai contenuti dei corsi, in relazione ai quali i giudizi sono ampiamente positivi. Si va da chi dice che i temi proposti costituiscono «una carta vincente» a chi giudica i «contenuti veramente di alto livello». Ma c’è anche chi trova che, al di là delle occasioni di incontro e della validità formativa per le persone che vi partecipano, la ricaduta è piuttosto scarsa. Rimane quindi il dubbio se l’offerta di formazione sia correttamente tarata sulle esigenze dei formatori – e indirettamente degli allievi – o se talvolta si raggiungano solo obiettivi di buona socializzazione. È probabile che sia oggettivamente difficile raggiungere una posizione unanime, quanto meno per il numero dei formatori che 256 partecipano ai corsi, ma in genere si ha l’impressione di una diffusa efficacia delle iniziative formative e che i casi di delusione rimangano un po’ isolati. Tra i punti di forza sono anche presenti alcuni aspetti particolari che è difficile raggruppare organicamente. Un primo elemento positivo può essere costituito dalla metodologia coinvolgente. Dalle parole di alcuni intervistati emerge un particolare gradimento per corsi di carattere laboratoriale, in cui si sperimenta la possibilità di mettersi concretamente alla prova in situazioni di lavoro. Un ulteriore motivo di apprezzamento viene dalla certificazione delle competenze acquisite a fine corso. Un caratteristico punto di forza è poi costituito dal concorso dei capolavori, un’iniziativa tipicamente salesiana, che viene giudicata «una bella vetrina per il mondo CNOS». Non è solo il concorso in sé a valere, quanto «tutto quello che ci sta dietro», dato che il concorso nazionale mobilita una grande quantità di energie nel corso dell’intero anno. Esaurito l’esame dei punti di forza è necessario passare ai punti di debolezza, cioè ai problemi e alle difficoltà che caratterizzano i corsi, su cui ci soffermeremo più a lungo per offrire alla Sede nazionale elementi precisi su cui basare il proprio impegno migliorativo. Alla dimensione logistico-organizzativa possono riferirsi tutte le critiche mosse circa le date e i luoghi dei corsi, gli aspetti burocratici, le disfunzioni comunicative, gli squilibri nella composizione dei gruppi di corsisti, le difficoltà dei CFP a sostituire i formatori inviati ai corsi. L’aspetto che appare assumere maggiore rilevanza è la collocazione spazio-temporale dei corsi: ci sono infatti problemi di calendario e di collocazione geografica, che sono ovvi ma non per questo meno importanti. Innanzitutto la collocazione temporale costituisce un problema pressoché insolubile, poiché è osservazione quasi unanime che non si possa trovare il periodo ideale per svolgere i corsi. Ma si ha l’impressione che l’insolubilità del problema derivi anche dalla varietà delle persone, che hanno esigenze diverse o vivono in contesti diversi ed è quindi impossibile riuscire a conciliare tutte le loro pur legittime pretese. Soprattutto per i corsi di carattere nazionale è inevitabile dover mediare tra situazioni diversissime e chiedere perciò un minimo di adattamento e sacrificio ad ognuno. Se i corsi si svolgono in luglio, alla fine delle lezioni, ci si arriva con la stanchezza di un intero anno di lavoro, «quando – come dice un formatore – uno è scarico, soprattutto di forze psicologiche perché ha dato tutto quello che poteva dare». Inoltre, finito il corso si va in ferie e si rischia di dimenticare buona parte di quello che si è appreso, quanto meno perché non c’è la possibilità di applicarlo immediatamente. La collocazione estiva spesso va anche ad interferire con le attività di chiusura dell’anno, il riordino dei laboratori, le valutazioni, e si rischia di sommare alla fatica del lavoro di un anno anche l’affanno delle incombenze finali che si sommano. C’è poi anche il rischio della sovrapposizione con iniziative formative di tipo diverso, per cui è necessario dover decidere tra più proposte e quindi dover inevitabilmente rinunciare a qualcosa. 257 A queste difficoltà si aggiungono quelle dei centri che prolungano la loro attività ordinaria per tutto il mese di luglio e quindi si trovano a non poter mandare nessun formatore ai corsi. Ricorda infatti un direttore che, come CFP «non riusciamo a ricalcare quello che è il calendario scolastico tradizionale». Ed è ovvio che in questa situazione non si può far assentare un formatore (o addirittura più di uno) per un’intera settimana, quale è la durata dei corsi nazionali. Se invece i corsi si spostano a settembre, vanno ad interferire con le attività di inizio anno; si passa dalle ferie al corso e alla normale attività formativa senza soluzione di continuità e l’affanno che veniva prima denunciato alla fine delle lezioni si trasferisce all’inizio del nuovo anno, andando a pesare su tutta l’attività didattica. Se infine i corsi vengono distribuiti durante l’anno c’è il problema della sostituzione dei partecipanti, con il rischio di bloccare l’ordinaria attività formativa di un centro, soprattutto se piuttosto piccolo. A giudicare dalla quantità di osservazioni emerse nei focus group, quello delle sostituzioni sembra essere il problema principale. Si tratta di una circostanza ovvia, ma non per questo meno complessa, dato che il personale inviato a frequentare un corso deve per forza essere sostituito se ci si trova nel mezzo dell’anno formativo. Non c’è solo il sovraccarico di lavoro per i colleghi che restano in sede; c’è anche il rischio di non poter assicurare il normale servizio, soprattutto se ci si trova in un CFP di piccole dimensioni. In particolare il problema si può porre nel caso dei cosiddetti richiami a ottobre: anche se di solito si tratta solo di un paio di giorni, il problema rimane ed è particolarmente avvertito perché cade proprio nel mezzo dell’attività formativa. Più in generale c’è da dire che, al di là dell’esperienza comunque positiva di muoversi da casa e fare nuovi incontri, per molti la partecipazione a un corso comporta anche l’assenza dalla famiglia e, come osserva con una certa ironia un coordinatore, «stiamo diventando tutti un po’ grandi e abbiamo tutti un po’ famiglia; non è che sia semplice andare via». Alle difficoltà di collocazione temporale si possono legare anche quelle di collocazione geografica, dato che anche la sede dei corsi può creare problemi. Da questo punto di vista, i corsi regionali sono più apprezzati perché consentono di rientrare a casa in giornata. Quelli nazionali invece implicano necessariamente un viaggio, che talvolta può essere anche piuttosto lungo. A tale proposito vengono denunciate quelle che agli occhi di qualcuno appaiono delle incongruenze poco comprensibili. Possiamo dirlo con le parole di un orientatore: «i corsi sia a Udine che a Bari li ho trovati tanto fuori mano», soprattutto se poi «a Bari non c’è nessun collega della Puglia» e quindi si avverte come uno spreco di risorse il trasferimento forzato (e inutile) di tanti corsisti. Alla scelta della sede del corso si collegano infatti le spese di trasporto, che possono incidere notevolmente. Molti ad esempio lamentano le rigide regole di rimborso, che escludono talvolta di poter viaggiare in aereo anche se il biglietto aereo spesso è più conveniente di quello ferroviario. Inoltre, le stesse modalità di rimborso impongono di non acquistare i biglietti on line e di recarsi in stazione, 258 dove qualcuno racconta di non aver più trovato posto dopo aver fatto due ore di fila. Si tratta di disfunzioni facilmente rimediabili, ma che sono avvertite sicuramente con fastidio da chi si trova ad esserne vittima. In genere le lamentele parlano genericamente di un eccesso di burocrazia di fatto legata soprattutto alle procedure di rimborso delle spese sostenute. Completa il quadro delle difficoltà organizzative la scarsa o imperfetta comunicazione che accompagna talvolta la proposta dei corsi. Se l’informazione non circola in maniera tempestiva ed efficace, è chiaro che si creano problemi. Racconta un formatore che il direttore di un Centro «aveva 1400 mail da guardare e non le aveva guardate e non aveva avvertito nessuno». Forse c’è un po’ di esagerazione in questo episodio, ma l’abitudine ai nuovi strumenti di comunicazione elettronica può creare talvolta situazioni del genere, per cui è bene utilizzare anche canali alternativi di comunicazione per essere certi di raggiungere effettivamente tutti i destinatari. Ancora sul piano organizzativo possono valere le critiche mosse alla composizione disuguale dei gruppi di corsisti. È ovvio che in un gruppo di apprendimento omogeneo si può procedere più speditamente, ma spesso, come osserva un formatore, soprattutto nei corsi di carattere più tecnico, nonostante siano precisati fin dall’inizio i requisiti di partecipazione, «viene gente che neanche ha letto quei requisiti, direttori che mandano formatori che non hanno niente a che vedere con quei requisiti» e allora «succede che il corso va male perché non puoi andare avanti, perché devi stare appresso a quelli che stanno indietro o che non sanno niente». Il secondo ampio raggruppamento dei punti di debolezza dei corsi di formazione è caratterizzato da alcuni limiti progettuali, che possono avere una ricaduta significativa sulla qualità complessiva degli stessi corsi. Alcuni aspetti sono già emersi sul piano organizzativo: quando per esempio si mandano a frequentare un corso formatori con competenze troppo diverse, è chiaro che si sta minando la riuscita del corso. Più in generale, però, vale qui la classica alternativa – già vista in altre circostanze – tra corsi teorici e pratici. D’altra parte, va anche ricordato che qualcuno ha lamentato l’eccessiva specializzazione di alcuni corsi, che alla fine risultano poco spendibili in classe. In vari casi ritorna inoltre l’utilità di trovarsi a frequentare il corso con un collega dello stesso CFP, perché ciò consente di discutere immediatamente l’applicazione dei contenuti appresi nel proprio contesto di lavoro. Altro difetto denunciato è la ripetitività dei corsi. Ci son poi alcuni che hanno lamentato l’impossibilità di conciliare le situazioni diverse di ogni CFP. C’è chi dichiara di essere sempre andato a frequentare corsi nel Nord Est, «dove la situazione è decisamente migliore che non da noi» e di essersi quindi sentito «un po’ avvilito» (ma questo genere di confronti può essere anche stimolante). C’è invece chi vorrebbe che i corsi fossero «più tarati sulla realtà, non solo della FP, ma proprio del Centro stesso, perché comunque tre Centri hanno tipologie e target differenti; quindi fare un corso standard è sbagliato». 259 Più in generale sembra di notare una certa insofferenza per alcune modalità di conduzione dei corsi, che in qualche caso appaiono poco attente alle singole persone. Da una parte c’è la richiesta di essere maggiormente ascoltati quando si promuove una consultazione per la programmazione di un corso. Dall’altra parte c’è il problema del tempo libero, che andrebbe valorizzato di più, se è vero – come dice un formatore – che è solo negli intervalli dei corsi che si possono discutere i problemi professionali particolari, «confrontare situazioni, metodologie e modi di affrontare gli argomenti del corso, ma anche argomenti esterni». Infine, sempre in relazione alla gestione del tempo libero, che deve essere tenuto presente e valorizzato in quanto tale, c’è chi lamenta «che venga gestito come se fosse una colonia». L’analisi dei punti di debolezza dei corsi può risultare alla fine ingenerosa, se ci si ferma a considerare la lista delle lamentele. Nel confronto con i dati positivi, sono questi a prevalere, ma non si devono sottovalutare i difetti, che possono creare malumori capaci di condizionare la stessa fruizione dei corsi. In conclusione, se la valutazione delle varie componenti certamente non boccia la formazione in servizio, ma anzi la promuove, non si può dire che lo faccia a pieni voti. Su tutti gli aspetti menzionati c’è spazio per il miglioramento, anche se in alcuni di più e in altri di meno. Il clima e i docenti (competenza, autorevolezza e disponibilità) sembrano soddisfare maggiormente per cui in questo ambito bisogna solo avere il coraggio di mirare al massimo: gli unici punti su cui si dovrà richiedere ai docenti dei corsi un impegno maggiore riguardano l’efficacia della metodologia didattica, l’approfondimento degli argomenti e dei temi e, anche se in misura inferiore, la chiarezza nell’esposizione degli argomenti. I formatori non sembrano molto coinvolti nei corsi e questa situazione si comprende se si tiene conto che le loro attese formative sono solo abbastanza soddisfatte e gli obiettivi dei corsi risultano solo sufficientemente raggiunti: ecco altri campi in cui si richiedono miglioramenti per passare da ina valutazione discreta ad una ottimale. Pure sul piano organizzativo sono necessari potenziamenti: anzitutto riguardo all’adeguatezza delle attrezzature, delle tecnologie didattiche e dei materiali e in secondo luogo circa calendario, orari, ospitalità e luogo dei corsi. 2.4. Le ricadute sulle attività formative e didattiche dei Centri Il tema della ricaduta dei corsi è aspetto fondamentale delle iniziative di formazione dei formatori, perché se non vi fosse ricaduta sarebbe del tutto inutile promuovere questi corsi o qualsiasi altra iniziativa. Il parere dei partecipanti ai focus group ci è sembrato più equilibrato di quello di Delegati, Direttori e Segretari per cui ci soffermeremo maggiormente sugli esiti della loro analisi. Anzitutto, si può distinguere tra chi ritiene che i corsi frequentati abbiano avuto una scarsa ricaduta e chi invece ritiene che siano stati molto utili, anche se i giudizi sono raramente così radicali e tendono a disporsi in maniera meno oppositiva e più ragionata. 260 I motivi della scarsa ricaduta sono in gran parte prevedibili e riconducibili: a) a problemi organizzativi, soprattutto dovuti a una poco felice collocazione temporale; b) a una ridotta disponibilità economica, che influisce sulla possibilità di mettere in pratica le novità nel proprio centro; c) alla disparità di condizioni tra i diversi centri, che non riescono a fruire in maniera efficace di un corso tarato su una inesistente o lontana medietà. Al polo opposto si trovano tutti coloro che invece dichiarano di riscontrare una buona ricaduta dei corsi frequentati. Da una parte torna qui la differenza tra i corsi nazionali e quelli locali: come dice un formatore, «un corso fatto nel proprio centro ha un effetto corto, mentre un corso nazionale apre nuovi orizzonti». Dall’altra si tratta sia di formatori che si riferiscono alla immediata spendibilità dei contenuti appresi (comprensibile soprattutto nel caso di aggiornamenti tecnologici da tradurre rapidamente in pratica didattica), sia di formatori che riconoscono di essere stati positivamente influenzati dalla frequenza di corsi che solo sulla media o lunga distanza hanno rivelato tutta la loro efficacia. Possiamo parlare di una ricaduta diretta nel caso di corsi di aggiornamento tecnico, che vengono facilmente riversati nel lavoro d’aula o di laboratorio. Parliamo invece di una ricaduta indiretta per quei contenuti che tendono a fornire un bagaglio di professionalità pedagogica generale che i formatori possono tesaurizzare per il resto della loro vita professionale e che soprattutto dovrebbe tendere a trasferirsi sull’intera vita del centro. Nel primo caso può sintetizzare tutto l’osservazione di un formatore che esprime un concetto quanto mai ovvio nel mondo della produzione e della FP: «se i settori smettono di aggiornarsi, tempo cinque anni diventano obsoleti e possono anche chiudere: a livello tecnico più che a livello didattico». Quanto alla ricaduta della partecipazione di un formatore sull’intero centro, più di un intervistato descrive la situazione del formatore che al rientro in sede cerca di trasmettere ai colleghi quanto ha appreso al corso, ma difficilmente funziona il trasferimento a cascata degli apprendimenti. A questo proposito, ritorna qui la richiesta di inviare ai corsi due o tre colleghi dello stesso CFP. Ulteriore chiave di lettura antinomica può essere quella tra la ricaduta, generalmente immediata, di corsi che sono di solito concentrati su contenuti particolari e quella, più a lunga distanza, di corsi di carattere metodologico. Il primo caso coincide in buona parte con i corsi che hanno prevalente carattere di aggiornamento tecnologico. Si tratta di nozioni assolutamente necessarie (altrimenti, come si è già detto, si finisce fuori dal mercato del lavoro) e facilmente trasferibili nella didattica quotidiana, dove peraltro incontrano il favore degli allievi che vedono una spendibilità immediata di ciò che stanno apprendendo. Diverso, ma ugualmente efficace, è il caso dei corsi a carattere metodologico o di contenuto pedagogico, che per loro natura non forniscono ricette o soluzioni da applicare direttamente nelle classi. Sono occasioni di formazione e di riflessione personale che possono produrre i loro effetti anche a distanza di anni. 261 In altre parole, ciò che conta sembra essere soprattutto la capacità di metabolizzare quanto si è appreso in patrimonio personale che possa fruttare sulla breve, media e lunga distanza. Infine, l’ultima chiave di lettura può essere quella che si sofferma sull’alternativa tra una ricaduta professionale ed una motivazionale. Alcuni tendono ad attribuire un’efficacia professionalizzante solo o prevalentemente ai corsi di livello superiore (dove indubbiamente la visibilità dell’aggiornamento è maggiore), mentre al livello base sembrerebbe che la ricaduta sia piuttosto generica. Altri accennano alla cartina di tornasole costituita dagli stage aziendali, in cui gli allievi vengono messi alla prova con i processi da utilizzare nel lavoro quotidiano e in questi casi l’aggiornamento professionale si vede subito. Più interessanti ci sembrano le testimonianze degli effetti prodotti dai corsi sul piano motivazionale. È qui in gioco la stessa persona del formatore che, come si è visto altrove, trova nella frequenza dei corsi un’importante occasione di confronto con i colleghi, di scambio di esperienze, di riflessione sulla propria competenza professionale, didattica e, in qualche caso, umana. 3. PROPOSTE DI LINEE DI AZIONE Le abbiamo divise in tre aree. Anzitutto, verranno richiamate le indicazioni che la ricerca ha messo in risalto riguardo all’archivio dei dipendenti e al monitoraggio sulla formazione in servizio: in secondo luogo si raccoglieranno tutti i suggerimenti che l’investigazione ha evidenziato circa la consistenza quantitativa e la distribuzione degli operatori e della loro partecipazione alle iniziative di aggiornamento; la terza sezione è mirata a offrire proposte circa le finalità, i contenuti, le metodologie e i destinatari delle attività di formazione in servizio. 3.1. Indicazioni per l’archivio e il monitoraggio dell’Ente Essendo l’archivio dipendenti funzionale, in uso da ormai diversi anni e costantemente aggiornato, si è stabilito di non procedere ex novo all’inserimento dati nella forma classica di una matrice di dati (casi per variabili), ossia una tabella che veda sulle righe gli operatori e sulle colonne le diverse caratteristiche degli stessi operatori. Per le stesse ragioni di opportunità, si è ritenuto più utile non procedere alla costruzione di una nuova cornice di inserimento dati, ma i ricercatori hanno collaborato con la Sede nazionale e, in particolare, con i responsabili del sistema informatico, per ottimizzare il sistema attualmente in uso. Nello specifico, si suggerisce di inserire un filtro per annualità, in modo da poter estrarre le informazioni suddivise per anni solari o formativi e, in merito alla FAD, si consiglia di registrare non soltanto il dato sulle certificazioni effettivamente conseguite, ma di registrare, se tecnicamente possibile, gli accessi e, di conseguenza, gli abbandoni. Si consiglia inoltre, di monitorare periodicamente la composizione socio-demografica dei di- 262 pendenti CNOS-FAP, in modo da valutare il quadro complessivo ogni sei-dodici mesi, assumendo come periodi di riferimento momenti significativi per il CNOSFAP, come l’inizio dell’anno formativo. Quanto ai questionari di soddisfazione utilizzati per la raccolta del gradimento dei partecipanti alla formazione in servizio e dei docenti delle varie offerte, si suggerisce per il futuro, di fare ricorso a una scala di valutazione a passi pari (sei o quattro), eliminando il punto centrale della scala, invitando così gli intervistati a esprimere giudizi inequivocabilmente positivi o negativi. Si suggerisce, inoltre, di modificare le etichette verbali assegnate ai diversi passi della stessa scala di valutazione, poiché la differenza fra i giudizi “insufficiente” e “scarso” non è chiara ed è comunque minima dal punto di vista semantico. Laddove queste modifiche non siano attuabili, si suggerisce di considerare soltanto le percentuali dei giudizi positivi (“buono” + “molto buono”) per confrontarle con le percentuali dei giudizi negativi (“scarso” + “insufficiente”), isolando le percentuali di risposte neutre (“discreto”). 3.2. Un riequilibrio delle politiche del personale e della partecipazione alla formazione in servizio Sulla base dei dati analizzati nella sezione 2.1. si avanzano le seguenti proposte per la politica del personale. 1. Pare auspicabile che il CNOS-FAP cerchi di adeguarsi al trend generale della FP che vede una presenza adeguata delle donne tra gli operatori senza però perdere quelle caratteristiche tradizionali che gli vengono dalla sua origine di Ente di formazione degli allievi. 2. Il Meridione e il Nord Est sembrano due circoscrizioni in cui il CNOS-FAP dovrebbe cercare di aumentare la sua offerta, anche mediante l’impiego di un personale più numeroso, condizionatamente certo alle politiche regionale per la IeFP. 3. Sarebbe grandemente opportuno che la Congregazione Salesiana impegnasse un numero maggiore dei suoi religiosi a servizio della formazione dei giovani degli ambienti popolari che si avviano al lavoro e che rientrano tra i destinatari principali della Società di San Francesco di Sales (Costituzioni della Società di San Francesco di Sales, 2003, art. 27). 4. In tema di qualificazione di base del personale la raccomandazione che si può fare è di aumentare la presenza dei laureati in rapporto ai diplomati. 5. Riguardo alle ripartizione dei profili, risulta un po’ carente la struttura dei servizi di segreteria, di logistica e di supporto, soprattutto di tipo nuovo e avanzato, per la quale si suggerisce un potenziamento. Tenendo conto dei risultati dell’esame dei dati dell’archivio dipendenti si suggeriscono le seguenti misure per un rafforzamento della partecipazione alla formazione in servizio. 263 1. Anzitutto, bisognerebbe aumentare la percentuale degli operatori che frequentano le iniziative di aggiornamento. 2. In secondo luogo, sarebbe giusto un rafforzamento della presenza delle donne. 3. Si suggerisce di potenziare la partecipazione alla formazione in servizio delle coorti più anziane (oltre 50 anni) perché le più esposte al pericolo dell’obsolescenza delle conoscenze e delle competenze. 4. Sul piano della ripartizione delle offerte di iniziative sarebbe dunque auspicabile un potenziamento delle iniziative per il Sud. 5. Un aumento della frequenza dei salesiani sembra un orientamento da adottare nelle politiche dell’Ente, perché sono sotto-rappresentati. 6. Sarebbe necessario un impegno più grande per il completamento, prolungamento e perfezionamento dei livelli inferiori di formazione, mentre sono quelli sufficienti o più elevati a ricevere una maggiore attenzione. 7. Sarebbe auspicabile un riequilibrio della partecipazione alla formazione in servizio tra possessori di contratto a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato a favore dei secondi. 8. La partecipazione cresce più del totale nell’area delle direzione e specialmente dell’erogazione e diminuisce nelle aree dell’amministrazione e della segreteria, della logistica e dei servizi di supporto, un andamento comprensibile, ma che nel lungo termine potrebbe portare a delle conseguenze negative sul piano più strettamente gestionale per cui è auspicabile un riequilibrio a favore delle due aree citate. 9. Bisognerebbe rafforzare nell’offerta di formazione in servizio l’utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. 3.3. Orientamenti per un potenziamento della Formazione in servizio del CNOS-FAP La soddisfazione manifestata dagli interessati nei confronti della Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale è senz’altro notevole, ma la sufficienza rappresenta il voto maggioritario. Pertanto, la Sede Nazionale dovrà intervenire efficacemente per elevare il livello di tale valutazione a uno più positivo. Un ambito di miglioramento riguarda le mete principali su cui finalizzare in futuro l’offerta della Sede Nazionale. Dalle risposte di Delegati, Direttori e Segretari emerge una visione della Formazione in servizio centrata sul sistema di FP e funzionale alla qualità del servizio, mentre appaiono ignorate del tutto o quasi le attese individuali, non solo di ruolo, di carriera e di guadagno ma anche di formazione spirituale, cosa questa che suona strana in un Ente di ispirazione religiosa come il CNOS-FAP. Anche in questo caso si nota una certa polarizzazione tra salesiani e laici nel senso che i primi tendono a finalizzare la Formazione in servizio al sistema di FP generale e locale e i secondi a dimensioni più significative per i singoli formatori quali l’aggiornamento professionale e la motivazione/rimotivazione. Sarà compito della Sede Nazionale trovare un giusto equilibrio tra le due istanze. 264 Un gruppo di suggerimenti si concentra sui contenuti e le tipologie di competenze su cui la formazione in servizio dovrebbe concentrare maggiormente le sue offerte. Iniziamo con le proposte che si riferiscono all’allargamento del ventaglio delle conoscenze degli operatori. Nulla o quasi è suggerito dai partecipanti ai focus group a proposito delle discipline tradizionali delle aree scientifica, professionale e delle scienze umane. Probabilmente la scarsità di suggerimenti in questo ambito dipende dall’abbondanza di corsi di aggiornamento nelle aree appena citate. In questo campo i Delegati, Direttori e Segretari sono molto più espliciti. La tipologia di competenze su cui si dovrebbe focalizzare nei prossimi anni lo sforzo di rinnovamento è costituita dalle competenze trasversali, una indicazione che sorprende in positivo perché si tratta di competenze non sempre molto valutate dai formatori; al secondo posto e a poca distanza vengono indicate le competenze tecnico-professionali relative ai settori che, sebbene siano già una eccellenza della IeFP salesiana, tuttavia richiedono un costante sviluppo. Meno considerate sono le competenze relative allo sviluppo organizzativo e gestionale delle risorse umane e quelle riguardanti l’area formativa salesiana, ma ambedue esigerebbero una maggiore attenzione le prime perché si tratta di una tipologia in sviluppo e la seconda perché la proposta formativa dei Centri si ispira al carisma salesiano e bisogna riconoscere che i partecipanti ai focus group sono molto più favorevoli dei Delegati, Direttori e Segretari a questa proposta. Uno dei problemi più delicati e importanti che gli Enti di ispirazione cristiana debbono affrontare è l’animazione della loro identità cristiana e carismatica sia per i formatori neoassunti che per quelli in servizio: da questo punto di vista si raccomanda di rafforzare iniziative già esistenti come i percorsi “Insieme per un nuovo progetto di formazione” ed “Etica e deontologia dell’operatore della FP” e di predisporne di nuove. Un certo numero di partecipanti ai focus raccomanda lo sviluppo di iniziative di formazione in servizio su tematiche come la salute (in particolare la prevenzione dalla abuso delle droghe), il benessere, l’ecologia e la sicurezza. Un altro gruppo di proposte mira a rafforzare e ad ampliare le competenze didattiche, gestionali e organizzative degli operatori del CNOS-FAP. Anzitutto, va registrata la domanda di potenziare l’offerta di formazione in servizio per preparare figure di sistema quali orientatori, tutor, responsabili DSA (disturbi specifici di apprendimento), DF (diagnosi funzionale) e BES (bisogni educativi speciali). Nella stessa linea si colloca la proposta di sviluppare i corsi per la gestione d’aula in modo da realizzare una IeFP sempre più inclusiva. Tenuto conto del clima generale che caratterizza in questo momento il sistema educativo di istruzione e di formazione e il dibattito su “La buona Scuola” del governo Renzi, non poteva mancare la richiesta di potenziare l’offerta di aggiornamento a proposito della valutazione. 265 Si riscontrano operatori che denunciano problemi di vario tipo nel relazionarsi con le famiglie. La formazione in servizio del CNOS-FAP dovrebbe occuparsi più ampiamente ed efficacemente anche di questa area. Tra l’altro, in una vera “comunità formativa”, genitori e docenti avrebbero bisogno di fare formazione insieme, superando un certo protagonismo individuale e una certa auto-referenzialità. Oltre che riguardo ai contenuti e alle competenze, i partecipanti ai focus group, sono state avanzate proposte circa le metodologie che la Sede nazionale dovrebbe privilegiare nella formazione in servizio. Al primo posto viene indicata una metodologia mista articolata tra aula, formazione a distanza e autoformazione. La metodologia d’aula rimane centrale e la ragione va ricercata nella «presenza in essa del rapporto umano, del gruppo di lavoro, dello scambio e dell’attività operativa». Metodologia d’aula non significa soltanto lezione frontale, anche se questa non può mancare (ma potrebbe essere anche svolta online), ma i corsi devono essere interattivi, con molte opportunità di interrelazioni, pratici e di natura laboratoriale «perché si impara facendo», «stimolanti e accattivanti». Una formula che può aiutare è quella dei corsi «dove i formatori poi realizzano il materiale didattico». Qualcuno suggerisce il ricorso a delle testimonianze: queste possono essere offerte non solo da competenti di livello scientifico elevato, ma anche da colleghi esperti dello stesso centro o di altri centri. Da questo punto di vista possono essere importanti i richiami alla formazione durante purché però non tolgano risorse e forze al Centro che manda i formatori. Accanto a momenti di incontro fisico e di scambio diretto, dovranno essere previsti momenti di studio personale e di formazione a distanza. Non si può lasciare tutto online perché il lavoro nei centri è molto e le scadenze sono tante e quindi si rischia di iniziare un corso e di non terminarlo più. Può servire per questi momenti fuori dall’aula la condivisione dei contenuti dei corsi e delle unità didattiche perché si tratta di vedere realizzati in pratica da colleghi i contenuti che si sono appresi nelle lezioni frontali. Un supporto significativo per attuare nel centro ciò che si è appreso nei corsi può essere offerto da formatori dello stesso CFP che hanno partecipato alla medesima iniziativa per cui si suggerisce che la partecipazione alla formazione in servizio dovrebbe sempre coinvolgere più di un partecipante per centro. Un proposta che viene avanzata ancora sul piano metodologico riguarda la previsione di un esame fiale e di un attestato di qualifica. Infatti, questo potrebbe dare «più di senso a quello che uno fa» e «spingerebbe qualcuno a vivere l’esperienza del corso in maniera un po’ meno passiva». Qualcuno suggerisce che ci sia una prova di inizio per verificare il livello di competenza e una finale per valutare gli obiettivi raggiunti. Al tempo stesso bisogna dosare i contenuti per evitare di voler affrontare in un corso di 30 ore un argomento di sei mesi. In questi casi non si tratterebbe più di rilasciare un semplice attestato di frequenza, ma una vera certificazione di competenza. 266 Per la formazione in servizio degli insegnanti un ruolo determinante è rivestito dalla supervisione del dirigente (o di una figura di sistema da lui delegata). In prima battuta, questa va concepita come un aiuto fornito dai dirigenti agli insegnanti allo scopo di migliorare la loro pratica nel rispetto della responsabilità primaria che essi hanno nel processo di insegnamento-apprendimento. E forse questo un ambito in cui il CNOS-FAP deve avviare un cammino di riflessione e di proposte. Quanto ai sussidi, sarà necessario potenziare la valorizzazione delle risorse erogate dalla Sede Nazionale, aiutando Delegati, Direttori e Segretari a saperle socializzare ai formatori e agli altri operatori e rendendole più facilmente utilizzabili per risolvere i problemi dei centri attraverso un loro ripensamento sul modello della ricerca sul successo formativo degli allievi e del Concorso nazionale dei capolavori. Un ultimo gruppo di proposte riguarda i destinatari, cioè i formatori e più in generale gli operatori. La prima afferma il primato delle esigenze di questi ultimi, non solo professionali e di carriera, ma anche umane, purché funzionali alla qualità del servizio. Due sono gli aspetti su cui si concentrano le indicazioni dei partecipanti ai focus group. Uno di carattere generale insiste sulla necessità da parte della dirigenza del CNOSFAP di sviluppare in estensione e in profondità la motivazione alla formazione in servizio «perché il formatore non può mai dire di aver finito di imparare» e «perché con il carico di lavoro che si ha rimane ben poco tempo per l’auto-apprendimento [...] per cui abbiamo la necessità di essere costantemente formati in modo da poter offrire un’informazione puntuale». L’altra proposta è molto specifica, ma è opportuno citarla non solo in quanto riflette in modo chiaro il primato dei bisogni formativi degli operatori, ma anche per il riferimento a una istanza che è emersa dall’analisi quantitativa condotta nel capitolo 2 riguardo ai dati dell’archivio, e cioè di una attenzione particolare alle esigenze specifiche degli amministrativi e che si riscontra anche in questo capitolo in una sezione precedente. Una proiezione del primato delle esigenze dei destinatari a livello di tutto il centro è la proposta che le iniziative di formazione in servizio siano mirate sui singoli CFP. Infatti, «un corso fatto in sede è più comodo, è più fruibile, risparmi sul tempo e l’organizzazione e lo puoi fare in contemporanea ai corsi e alle normali attività». Ma la ragione più vera è che la formazione in servizio ha senso se i suoi effetti si fanno sentire positivamente in ciascun centro, nei singoli corsi e su ogni formatore e allievo; altrimenti, è solo spreco di risorse. Pertanto gli obiettivi a questo livello vanno identificati nel rinnovamento della IeFP dall’interno e nel miglioramento della pratica pedagogica. Determinante per il successo della formazione in servizio nel singolo CFP è la creazione di un ambiente che stimoli e sostenga le iniziative di aggiornamento. Inoltre, ai fini di migliorare la frequenza alla Formazione in servizio promossa dalla Sede Nazionale del CNOS-FAP bisognerà assicurare: una attenzione mag- 267 giore alla qualità della frequenza, rendendo i contenuti più rispondenti alle esigenze dei formatori e curando meglio la loro selezione più mirata in relazione alle tipologie di offerta; un personale più numeroso nei CFP – ma ciò non dipende dagli Enti di formazione –; una migliore distribuzione del carico di lavoro; un calendario di offerte più rispondente alle disponibilità di tempo dei formatori. 269 Bibliografia ABBIATI G., Bilancio di 50 anni di ricerca sugli insegnanti nella scuola italiana, in “Scuola Democratica” (2014), n. 3, pp. 503-524. ALBANESI C., I focus group, Roma, Carocci, 2004. AMOROSO M., Il coraggio di cambiare. Intervista al prof. Andrea Ichino, in “Tuttoscuola”, 38 (novembre 2013), n. 536, pp. 10-19. ANGORI S., Insegnare. Un mestiere difficile, Roma, Bulzoni, 2003. 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Schema della presente pubblicazione............................................................................... 8 PRIMO CAPITOLO Il quadro di riferimento (G. Malizia - S. Cicatelli)..................................................................................................... 11 1. La base teorica.................................................................................................................... 11 1.1. Le tendenze a livello internazionale............................................................................ 12 1.1.1. Il ruolo degli insegnanti ................................................................................... 12 1.1.2. La formazione degli insegnanti ....................................................................... 13 1.2. Ruolo e formazione degli insegnanti di scuola cattolica ........................................... 18 1.2.1. Essere insegnanti di scuola cattolica oggi....................................................... 18 1.2.2. La formazione iniziale degli insegnanti di scuola cattolica............................ 26 1.2.3. La formazione in servizio ................................................................................ 28 2. L’evoluzione della Formazione dei formatori in Italia .................................................. 32 2.1. Linee generali dell’evoluzione .................................................................................... 32 2.1.1. La questione insegnante................................................................................... 32 2.1.2. La formazione continua ed iniziale degli insegnanti nella riforma Berlinguer (Legge n. 30/2000) .................................................. 34 2.1.3. Un nuovo modello di insegnante: la riforma Moratti e il Decreto legislativo n. 227/2005.................................. 37 2.1.4. Insegnanti, risorse e razionalizzazione del sistema: il Ministero Gelmini......................................................................................... 39 2.1.5. Il piccolo cabotaggio dei Ministeri Profumo e Carrozza................................ 44 2.1.6. Il ministero Giannini e “La Buona Scuola”: solo annunci o anche fatti? .............................................................................. 47 2.2. Il caso della FP............................................................................................................ 50 2.2.1. Dal dopoguerra agli Anni ‘80: l’inizio dello sviluppo.................................... 50 2.2.2. Gli Anni ‘90: la nuova cultura organizzativa e le funzioni del formatore ..... 54 2.2.3. Gli Anni 2000: il formatore della FP nel quadro delle riforme ...................... 59 2.2.4. L’evoluzione nel CNOS-FAP .......................................................................... 62 278 SECONDO CAPITOLO Operatori del CNOS-FAP e Formazione in servizio. Il Quadro dei Dati dell’Archivio dell’Ente (G. Malizia - M.P. Piccini)................................................................................................... 69 1. L’archivio dipendenti del CNOS-FAP ............................................................................. 69 2. La situazione degli operatori del CNOS-FAP all’anno formativo 2013-14 ................. 71 3. La Formazione in servizio degli operatori del CNOS-FAP negli anni 2012 e 2013 ... 91 4. Conclusioni.......................................................................................................................... 131 4.1. La condizione degli operatori del CNOS-FAP ........................................................... 131 4.2. La situazione della Formazione in servizio degli operatori del CNOS-FAP............. 134 4.3. La situazione nelle Regioni ......................................................................................... 137 TERZO CAPITOLO A confronto sulla Formazione in servizio del CNOS-FAP. Delegati regionali, Direttori dei CFP e Segretari Nazionali dei Settori e delle Aree professionali (G. Malizia - M.P. Piccini)................................................................................................... 145 1. Questionario e modalità di raccolta delle informazioni ................................................ 146 2. Procedure di codifica e di analisi dei dati........................................................................ 146 3. I rispondenti ........................................................................................................................ 147 4. La partecipazione ai corsi di Formazione in servizio .................................................... 152 5. Punti di forza e di criticità: un bilancio........................................................................... 164 6. Ricaduta della Formazione in servizio sulle attività del CNOS-FAP .......................... 168 7. Proposte per il miglioramento della Formazione in servizio del CNOS-FAP............. 176 8. Osservazioni conclusive ..................................................................................................... 178 QUARTO CAPITOLO Soddisfazione per le attività di Formazione in servizio (M.P. Piccini)........................................................................................................................ 187 1. Soddisfazione per i corsi residenziali nazionali .............................................................. 189 2. Soddisfazione per i corsi residenziali locali ..................................................................... 193 3. Soddisfazione per i seminari dei settori professionali e per i seminari per i Direttori 199 4. Osservazioni conclusive ..................................................................................................... 202 QUINTO CAPITOLO Studio di dodici casi mediante focus group (S. Cicatelli - M.P. Piccini - G. Malizia)............................................................................ 205 1. Nota metodologica sui focus group .................................................................................. 205 2. La partecipazione alle attività di Formazione in servizio ............................................. 209 3. I punti di forza dell’offerta della Sede Nazionale del CNOS-FAP............................... 216 4. I punti di debolezza ............................................................................................................ 221 5. Ricaduta della Formazione in servizio sulle attività del CNOS-FAP .......................... 227 6. Le proposte dei focus group.............................................................................................. 232 279 CONCLUSIONI GENERALI (G. Malizia - M.P. Piccini - S. Cicatelli)............................................................................ 237 1. Il quadro teorico di riferimento........................................................................................ 237 1.1. Gli Anni 2000: il formatore della FP nel quadro delle riforme................................. 237 1.2. L’evoluzione nel CNOS-FAP ....................................................................................... 240 1.2.1. Una crescita quantitativa tendenziale .............................................................. 240 1.2.2. L’aggiornamento del CFP polifunzionale ....................................................... 242 1.2.3. Il potenziamento della formazione dei formatori............................................ 243 2. L’indagine sul campo ......................................................................................................... 246 2.1. La situazione degli operatori del CNOS-FAP............................................................. 247 2.2. La partecipazione alla Formazione in servizio nel CNOS-FAP: dati quantitativi, qualità e gradimento ....................................................................... 249 2.2.1. I dati dell’archivio............................................................................................ 249 2.2.2. La prospettiva di referenti significativi sulla qualità della partecipazione..... 252 2.2.3. Il gradimento delle attività di Formazione in servizio del CNOS-FAP ......... 254 2.3. Punti di forza e di debolezza della formazione in servizio del CNOS-FAP............... 255 2.4. Le ricadute sulle attività formative e didattiche dei Centri........................................ 259 3. Proposte di linee di azione ................................................................................................. 261 3.1. Indicazioni per l’archivio e il monitoraggio dell’Ente............................................... 261 3.2. Un riequilibrio delle politiche del personale e della partecipazione alla formazione in servizio........................................................ 262 3.3. Orientamenti per un potenziamento della Formazione in servizio del CNOS-FAP.. 263 BIBLIOGRAFIA............................................................................................................................ 269 INDICE........................................................................................................................................ 277 281 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Tutti i volumi della collana sono consultabili in formato digitale sul sito biblioteca.cnos-fap.it Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto finale, 2002 2003 MALIZIA G. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. 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Comunità professionale alimentazione, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale aziendale e amministrativa, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale commerciale e delle vendite, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale estetica, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale sociale e sanitaria, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale tessile e moda, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale elettrica e elettronica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale grafica e multimediale, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale meccanica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale turistica e alberghiera, 2004 NICOLI D. (a cura di), Linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema del - l’istruzione e della formazione professionale, 2004 NICOLI D. (a cura di), Sintesi delle linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, 2004 2005 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale legno e arredamento, 2005 CNOS-FAP (a cura di), Proposta di esame per il conseguimento della qualifica professionale. Percorsi triennali di Istruzione formazione Professionale, 2005 NICOLI D. 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Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. I volume, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere in... 1. L’identità. Percorso di cultura etica e religiosa, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere... Linee guida per i formatori di cultura etica e religiosa nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, 2007 2008 BALDI C. - LOCAPUTO M., L’esperienza di formazioni formatori nel progetto integrazione 2003. La riflessività dell’operatore come via per la prevenzione e la cura educativa degli allievi della FPI, 2008 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., Individuazione e raccolta di buone prassi mirate all’accoglienza, formazione e integrazione degli immigrati, 2008 NICOLI D., Linee guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2008 NICOLI D., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. II volume, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere con... 2. La relazione. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere per... 3. Il progetto. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 2009 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale meccanica, 2009 MALIZIA G. - PIERONI V., Accompagnamento al lavoro degli allievi qualificati nei percorsi triennali del diritto-dovere, 2009 2010 BAY M. - GRZĄDZIEL D. - PELLEREY M. (a cura di), Promuovere la crescita nelle competenze strategiche che hanno le loro radici spirituali nelle dimensioni morali e spirituali della persona. Rapporto di ricerca, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale grafica e multimediale, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale elettrica ed elettronica, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale automotive, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per l’orientamento nella Federazione CNOS-FAP, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale turistico-alberghiera, 2010 2011 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A. (a cura di), “Cittadini si diventa”. Il contributo dei Salesiani (SDB) e delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) nell’educare studenti/ allievi delle loro Scuole/CFP in Italia a essere “onesti cittadini”, 2011 TACCONI G., In pratica. 1. La didattica dei docenti di area matematica e scientifico-tecnologica nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 TACCONI G., In pratica. 2. La didattica dei docenti di area linguistica e storico sociale nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 MANTEGAZZA R., Educare alla costituzione, 2011 NICOLI D., La valutazione formativa nella prospettiva dell’educazione. Una comparazione tra casi internazionali e nazionali, 2011 BECCIU M. COLASANTI A.R., Il fenomeno del bullismo. Linee guida ispirate al sistema preventivo di Don Bosco per la prevenzione e il trattamento del bullismo, 2011 2012 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., In cammino per Cosmopolis. Unità di Laboratorio per l’educazione alla cittadinanza, 2012 FRISANCO M., Da qualificati, a diplomati, a specializzati. Il cammino lungo una filiera ricca di opportunità e competenze. Riferimenti, dispositivi e strumenti per conoscere e com- 285 prendere i nuovi sistemi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), 2012 2014 CNOS-FAP (a cura di), Per una pedagogia della meraviglia e della responsabilità. Ambito energia. 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Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2006 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V., Una formazione di successo. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale in Piemonte 2002-2006. Rapporto finale, 2006 2007 NICOLI D. - COMOGLIO M., Una formazione efficace. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali di Istruzione e Formazione professionale in Piemonte 2002-2006, 2007 2008 CNOS-FAP (a cura di), Educazione della persona nei CFP. Una bussola per orientarsi tra buone pratiche e modelli di vita, 2008 2010 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2010, 2010 2011 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2011, 2011 2012 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2012, 2012 NICOLI D. (a cura di), Sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale Diploma professionale di tecnico Principi generali, aspetti metodologici, monitoraggio, 2012 2013 SALATINO S. (a cura di), Borgo Ragazzi don Bosco Area Educativa “Rimettere le ali”, 2013 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2013, 2013 2014 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2014, 2014 286 2015 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2015, 2015 Tip.: Istituto Salesiano Pio XI - Via Umbertide, 11 - 00181 Roma Tel. 06.78.27.819 - Fax 06.78.48.333 - E-mail: tipolito@donbosco.it Luglio 2015

La valorizzazione delle tecnologie mobili nella pratica gestionale e didattica dell'Istruzione e Formazione a livello di secondo ciclo Indagine teorico-empirica Rapporto finale

Autore: 
Pellerey M.
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2015
Numero pagine: 
193
Codice: 
978-88-95640-86-0
M. pelleRey La valorizzazione delle tecnologie mobili nella pratica gestionale e didattica dell’istruzione e formazione a livello di secondo ciclo Indagine terorico-empirica RAppoRto FinAle Anno 2015 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 1 Coordinamento scientifico: Dario nicoli (Università Cattolica di Brescia) Hanno collaborato: Matteo D’AnDReA: Segretario nazionale settore Automotive. Dalila DRAzzA: Sede nazionale CnoS-FAp – Ufficio Metodologico-tecnico-Didattico. FiAt GRoUp Automobiles. Comunità professionale AUTOMOTIVE: Angelo AliqUò, Gianni BUFFA, Roberto CAVAGlià, egidio CiRiGliAno, luciano ClinCo, Domenico FeRRAnDo, paolo GRoppelli, nicola MeRli, Roberto pARtAtA, lorenzo piRottA, Antonio poRzio, Roberto SARtoRello, Fabio SAVino, Giampaolo Sintoni, Dario RUBeRi. ©2015 By Sede nazionale del CnoS-FAp (Centro nazionale opere Salesiane - Formazione Aggiornamento professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 Roma tel.: 06 5107751 – Fax 06 5137028 e-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 2 SOMMARIO PRESENTAZIONE.............................................................................................................. 5 PREMESSA ..................................................................................................................... 7 INTRODUZIONE Verso la presenza delle tecnologie informatiche mobili nei processi istruttivi e formativi................................................ 9 PRIMO CAPITOLO Rassegna critica orientativa di pubblicazioni riferibili al rapporto tra tecnologie, in particolare digitali, e educazione ......................................................................... 17 SECONDO CAPITOLO la competenza digitale nel quadro europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente ............................................................................. 31 TERZO CAPITOLO Alcuni apporti da ricerche internazionali................................................................. 47 QUARTO CAPITOLO Uno sguardo alla situzione italiana .......................................................................... 61 QUINTO CAPITOLO Alcuni fondamentali orientamenti concettuali e operativi emergenti...................... 77 SESTO CAPITOLO il mobile learning e i problemi metodologici connessi ........................................... 91 SETTIMO CAPITOLO l’integrazione delle tecnologie mobili nella progettazione educativa e didattica... 109 3 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 3 OTTAVO CAPITOLO la progettazione delle lezioni o dell’attività didattica ............................................ 123 NONO CAPITOLO Fase di avvio e di sviluppo dell’attività didattica .................................................... 137 DECIMO CAPITOLO Fase conclusiva delle lezioni e valutazione delle competenze digitali.................... 151 CONCLUSIONE................................................................................................................. 163 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI......................................................................................... 169 GLOSSARIO ESSENZIALE ................................................................................................ 173 INDICE ..................................................................................................................... 185 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 4 5 PRESENTAZIONE il progetto di ricerca è stato ideato a partire da alcune considerazioni previe che è bene richiamare. la diffusione delle tecnologie mobili nella vita quotidiana sta influenzando in maniera sempre più massiccia e incisiva sia i processi di interazione sociale e di apprendimento dei giovani, in particolare per quanto riguarda il loro approccio allo studio e alla vita scolastica, sia il mondo del lavoro nel quale emergono nuove caratterizzazioni delle competenze richieste. negli anni passati si è assistito alla faticosa conquista da parte della scuola, come della Formazione professionale, di un uso valido e produttivo del computer e in genere dell’informatica. il computer, in particolare, ha costituito da una parte un laboratorio di studio e di ricerca, oltre che un mezzo fondamentale di esplicazione della propria professionalità; dall’altra, è diventato sempre più un formidabile e agevole strumento per raccogliere ed elaborare informazioni e conoscenze culturali e professionali. questo patrimonio di esperienza e di professionalità tuttavia non è di immediata e agevole traduzione nell’ambito delle tecnologie digitali mobili. Anzi, in molti casi emergono non piccole difficoltà, se non impossibilità, di trasferimento di metodologie e pratiche didattiche e formative dall’ambito dei tradizionali computer, anche nella loro versione più personale e portatile come i notebook e i netbook, tanto che in alcune delle più significative sperimentazioni italiane si è preferito, anche per ragioni economiche, limitarsi all’uso didattico di quest’ultimo tipo di computer personali. tuttavia, la diffusione di strumenti cosiddetti mobili, cioè più facilmente trasportabili e disponibili ovunque con agevoli e veloci collegamenti con il web, ha certamente incrementato l’interconnessione sociale a livello multimediale. tuttavia, nei giovani ciò sembra aver costituito più la base di uno sviluppo della loro rete di interscambi a livello sociale e la disponibilità di un facile e variopinto parco giochi, anche collettivi. la sfida che si pone al sistema istruttivo e formativo è verificare le potenzialità di questi strumenti, a esempio tablet e smartphone, al fine di un miglioramento della qualità dei processi gestionali propri delle istituzioni scolastiche e formative e dei processi formativi e didattici sia individuali, sia collettivi, oltre, ma non in contrapposizione, all’uso dei computer nell’insegnamento. la ricerca in oggetto si propone di sviluppare, a un adeguato livello di profondità di analisi e di plausibilità delle conclusioni operative, uno studio attento delle potenzialità e dei limiti, che queste tecnologie offrono a livello di apprendimento scolastico, soprattutto per il secondo ciclo di istruzione e Formazione. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 5 6 A questo fine nel corso dell’indagine doveva essere esaminata la documentazione disponibile sia italiana, sia straniera, in merito a una possibile valorizzazione delle tecnologie mobili nella pratica gestionale e didattica della scuola e della Formazione professionale. per questo si dovevano prendere in considerazione: a) le politiche europee in merito; b) le politiche italiane; c) la valorizzazione delle tecnologie digitali mobili nella vita scolastica a partire dall’esperienza italiana e da quella internazionale; d) la gestione dei processi di apprendimento tramite tecnologie mobili, tenendo conto dell’esperienza italiana e di quella internazionale; e) le tecnologie digitali e la loro valorizzazione nei differenti insegnamenti scolastici, sempre considerando il quadro che si evidenzia in italia e all’estero. in sintesi, nel corso del 2013 si doveva sviluppare un’analisi critica della documentazione internazionale e italiana in merito all’inserimento delle tecnologie mobili nella pratica didattica e l’elaborazione di alcune piste di loro sperimentazione nell’attività di insegnamento sia di materie umanistiche, sia di materie scientifiche, che fanno parte dei curricoli italiani del secondo ciclo di istruzione e Formazione in vista dello sviluppo delle competenze ivi previste. nel corso del 2014 si dovevano esaminare alcune pratiche didattiche che, sulla base della sperimentazione sviluppata, si presentano come valide ed efficaci nel raggiungimento delle competenze previste nell’impianto del secondo ciclo di istruzione e Formazione, al fine di elaborare alcuni principi di riferimento per lo sviluppo di una progettazione didattica che integri nella pratica di insegnamento l’utilizzo delle tecnologie mobili. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 6 7 PREMESSA Maria Ranieri e Antonio Calvani (Raineri, Calvani, 2011) in un testo pubblicato nel 2011 mettevano in guardia da alcuni miti nei riguardi delle tecnologie digitali. Eccoli in sintesi: 1) Una più diffusa utilizzazione della tecnologia e dei media digitali nella vita quotidiana portano a una più accentuata competenza digitale. 2) Una più diffusa e pervasiva utilizzazione delle tecnologie e dei media digitali nella scuola favorisce l’apprendimento. 3) Una più diffusa utilizzazione della tecnologia e dei media digitali significa innovazione. Naturalmente, gli Autori, mettendo in guardia da tali miti, lo fanno con adeguate argomentazioni. In maniera, ritengo, sufficientemente documentata e critica, questo lavoro tenta di chiarire quali possano essere oggi le finalità, le metodologie e le condizioni fondamentali per un’integrazione nel contesto scolastico e formativo delle tecnologie digitali, in particolare mobili. Nello stesso testo essi propongono anche alcune linee guida che possono aiutare a un valido e corretto modo di procedere nell’integrare nell’attività didattica le tecnologie digitali. Il primo passaggio riguarda una chiarificazione del perché s’intende prendere in considerazione tale possibilità, precisando non solo le finalità che si ritiene dover perseguire, ma anche come verrà verificato se ciò che si spera di ottenere viene effettivamente raggiunto. D’altra parte, non è tanto l’inserimento di tecnologie digitali, specialmente se ci si concentra su una specifica particolare tecnologia, che fa la differenza, bensì il come ciò avviene, con quale impostazione metodologica. E non basta dire che esse hanno di per sé forza motivante e che la multimedialità favorisce l’apprendimento. Inoltre, nel testo vengono richiamate alcune constatazioni derivanti dalla ricerca didattica per favorire una valido apprendimento: chiarire bene agli studenti gli obiettivi d’apprendimento intesi; tener conto delle problematiche derivanti dal carico cognitivo; perseguire lo sviluppo di percezione di autoefficacia, tramite lo sviluppo guidato dell’autoregolazione nell’apprendimento. Da questo punto di vista, il presente studio può essere considerato come un aggiornamento di tali tesi, sia nella direzione di una loro possibile falsificazione, sia in quella di una loro verifica positiva, magari con qualche più o meno profondo aggiustamento, oppure mediante eventuali precisazioni e sviluppi. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 7 9 INTRODUZIONE Verso la presenza delle tecnologie informatiche mobili nei processi istruttivi e formativi 1. Una prospettiva storica a volo d’uccello la presenza delle tecnologie informatiche nella scuola non è una novità; anche a livello di scuola media o secondaria di primo grado. Già negli Anni ottanta e novanta del secolo passato erano state realizzate significative esperienze.1 in particolare la presenza dei computer si era diffusa nelle istituzioni scolastiche sotto forma di laboratori. occorre comunque ricordare come già negli Anni Sessanta la presenza di computer da tavolo, in particolare della programma 101 dell’olivetti, nella pratica didattica era stata studiata a livello di scuola media in italia e addirittura di scuola elementare in inghilterra, con significativi risultati.2 Anche nella scuola secondaria superiore italiana la presenza della programma 101 dell’olivetti era stata sperimentata dalla fine degli Anni Sessanta. poi, si era passati a forme di time-sharing in collegamento con computer di buona potenza, valorizzando il linguaggio Basic. Significative esperienze di formazione degli insegnanti delle scuole professionali erano state realizzate dal CnoS-FAp dal 1976 al 1980, introducendo il sistema p6060 prima poi p6040 dell’olivetti nella pratica formativa. in quegli stessi anni è stato realizzato un corso di formazione misto, a distanza e in presenza (blended), per l’iSFol sull’uso del computer nella Formazione professionale.3 l’inizio degli Anni ottanta vedono uno sviluppo diffuso della valorizzazione dei computer nei processi lavorativi sia sotto la forma del controllo numerico dei processi di produzione meccanica attraverso macchine utensili sia, nell’ambito del produzione grafica, con lo sviluppo della fotocomposizione. in questo stesso periodo si sviluppavano le prime macchine da scrivere elettroniche e i primi computer appositamente progettati per la didattica, come il Compis svedese. questi ultimi strumenti ben presto manifestarono i loro limiti, in quanto per sua natura un computer doveva essere concepito come uno strumento universale, il cui adattamento alla varie sue possibili utilizzazioni dipendeva dal software predisposto. Così nel- 1 M. pelleRey (a cura di), L’informatica nella scuola media. Come e perché, torino, Sei, 1989. Si tratta dei risultati di una ricerca finanziata dalla iBM italia. 2 Cfr. oliVetti, I ragazzi e il calcolatore, a cura di tullia Savi, 1969. la Fondazione nuffield che ha promosso l’esperienza ha pubblicato in merito una serie di volumetti anche tradotti in italiano. 3 iSFol, Verso un sistema di orientamento e formazione a distanza. quaderni di formazione, 6, novembre-dicembre 1983. la ricerca era stata curata per l’iSFol da Michele pellerey. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 9 10 l’ambito istruttivo vennero progettati e realizzati i primi software didattici, in gran parte ispirati a quella che in quegli anni era ancora una metodologia assi diffusa: l’istruzione programmata. questa nelle sue forme più tradizionali era ispirata alla psicologia comportamentistica di B. Skinner. Molte proposte, anche basate su forme ludiche accattivanti, riguardavano attività di recupero, di consolidamento o di veri e propri esercizi destinati a soggetti con disturbi specifici dell’apprendimento scolastico. Ma i programmi che si rivelarono più validi ed efficaci furono, e sono tuttora in molti casi, quelli di natura tutoriale. Ciò che era emerso in quegli anni come centrale dal punto di vista dello sviluppo cognitivo dei soggetti era la necessità di rappresentare in maniera simbolica astratta, tramite forme algoritmiche e linguaggi di programmazione, processi non solo cognitivi, ma anche di natura pratica, come il funzionamento di una macchina utensile; la capacità poi di trasformare secondo necessità le rappresentazioni elaborate, essendo capaci di interpretarne gli effetti sul piano operativo, anche pratico. in termini matematici si tratta dei processi di matematizzazione, che però in questo caso sono più estesi e comprensivi, perché riguardano spesso attività di tipo professionale. l’esempio più evidente era dato dalle macchine utensili a controllo numerico. l’evoluzione delle tecnologie a base informatica portò anche alla predisposizione di software specialistici non solo sul piano applicativo didattico, ma anche su quello della elaborazione di ambienti di lavoro e di ricerca legati alle varie aree disciplinari. programmi come Mathematica costituivano strumenti per molti versi indispensabili per chi faceva matematica. Ma i programmi di elaborazione testi, di organizzazione di basi di dati, di elaborazione statistica, i fogli di calcolo, ecc., diventarono normali strumenti non solo di lavoro, ma anche d’insegnamento e di pratica didattica. A questi ben presto si accompagnarono modalità di comunicazione e di presentazione sotto forma di slides per power point. nelle scuole le tecnologie informatiche divennero presenti sia con laboratori di computer, sia come computer collegati a videoproiettori a fini comunicativi di aula. tutto ciò ha dato origine a numerose ricerche che possono essere considerate secondo tre filoni fondamentali. il primo riguardava l’introduzione all’informatica, alla struttura dello strumento universale, considerato anche nella sua storia sia concettuale, sia tecnologica, ai linguaggi di programmazione e di gestione dei programmi, alla progettazione di software applicativi. Ciò, soprattutto nei primi decenni, ha costituito una premessa indispensabile per valorizzare le risorse via via rese disponibili sul piano tecnologico. il secondo filone concerneva, invece, la valorizzazione nell’insegnamento dei diversi software didattici che progressivamente venivano messi in commercio, ma anche degli stessi programmi costituenti la base di utilizzo nello scrivere, nell’elaborare dati, nel costituire archivi, nel disegnare, ecc. il terzo filone mirava a costituire micro-mondi o ambienti di apprendimento sufficientemente ricchi si potenzialità di esplorazione e di costruzione concettuale. il mondo logo creato da Seymour papert è certamente stato un esempio di tali micro-mondi, ma molti altri vennero sviluppati. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 10 11 Una svolta importante è stata data da una parte dallo sviluppo del sistema di comunicazione internet e dall’altra dalla disponibilità di basi informative e formative di grandi dimensioni. Wikipedia ne è l’esempio più significativo, ma a partire da esso sono stati costituiti numerosissime risorse per la didattica. tutto ciò passava attraverso l’utilizzo di sistemi fissi. la trasformazione successiva è stata data dall’avvento di sistemi mobili, non solo telefoni cellulari , ma soprattutto smartphone e tablet. la presente ricerca s’innesta quindi sulla questione, oggi assai presente sia nella pratica, sia nella ricerca didattica, circa il valore che possiamo attribuire ai fini del miglioramento delle attività educative scolastiche a un uso, più o meno sistematico, di tali tecnologie mobili. Ciò può essere esaminato da molteplici punti di vista. il primo e più evidente è quello relativo ad una verifica dei possibili miglioramenti dei risultati dell’apprendimento nelle discipline d’insegnamento. Una seconda prospettiva tiene conto più in generale delle finalità formative della scuola e si ricollega a quelle che a livello europeo sono state definite come competenze chiave per l’apprendimento permanente. tra queste è esplicitamente citata la competenza digitale. Una terza strada di riflessione critica riguarda i possibili effetti di trasformazione dell’organizzazione scolastica e delle metodologie didattiche, indotti dalla presenza di tali tecnologie. 2. Una riflessione sul passato Una riflessione critica sulla storia del rapporto tra tecnologie dell’informazione e della comunicazione e insegnamento scolastico porta ad una conclusione fondamentale: non è la presenza o meno delle tecnologie nelle aule scolastiche, qualunque esse siano, che deve caratterizzare i processi di insegnamento-apprendimento, bensì è la qualità dell’apprendimento e delle formazione degli studenti. la questione da porre è dunque: tale apprendimento può essere migliorato nella sua qualità e la capacità di autoregolazione da parte degli studenti può essere potenziata facendo leva su una valorizzazione attenta e funzionale delle tecnologie mobili? questa domanda deve costituire il perno sul quale svolgere l’indagine in corso. Ciò è particolarmente necessario, dal momento che ben poche e modeste sono state le tecnologie nate e sviluppate nel contesto della scuola e quindi per loro natura coerenti con tale attività formativa. tra queste si può citare la lavagna tradizionale e l’uso del gesso per scrivere su di essa, con la facilità di una loro utilizzazione ripetuta, data dalla possibilità di cancellare. Gran parte delle tecnologie, invece, sono nate al di fuori delle aule scolastiche. Come fa notare Diana laurillard: “Scrivere, uno dei più importanti strumenti per lo sviluppo dell’umana civilizzazione, non fu inventato per la scuola, ma per il commercio. i libri furono usati inizialmente per diffondere la parola della religione non per l’educazione scolastica. questa le ha adottate entrambe, ma essa ha avuto poca influenza nel loro sviluppo.[...] persino la presentazione mediante slides è stata inventata dalla comunità degli affari. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 11 12 Dobbiamo riconoscere che, tipicamente, l’educazione scolastica non presiede all’invenzione tecnologica. Al contrario ci appropriamo d’invenzioni utili, provenienti dalle industrie economiche e del tempo libero” (laurillard, 2012, 12). Richard Mayer (Mayer, 2010, 182) ha osservato come negli Anni Venti del secolo passato le tecnologie didattiche sollecitavano l’introduzione delle immagini in movimento. edison aveva predetto che “l’immagine in movimento è destinata a rivoluzionare il nostro sistema educativo” e “i libri ben presto saranno nelle nostre scuole obsoleti” (Cuban, 1986, 9-11)4. Ma nei decenni seguenti la presenza di filmati nelle aule è rimasta abbastanza rara. negli Anni quaranta e Cinquanta era la radio che avrebbe portato il mondo a scuola, ma anche in questo caso non si ebbe un’invasione di programmi radiofonici. Dal 1950 è stato il turno della televisione, che secondo alcuni avrebbe promosso una nuova rivoluzione didattica. poi, negli Anni Sessanta è stato ritenuto che l’avvento dei computer e dell’istruzione programmata avrebbe trasformato profondamente l’attività d’insegnamento. Si può anche ricordare l’attività pionieristica di Seymour papert e la sua teorizzazione sui metodi d’insegnamento orientati al cosiddetto “costruzionismo”, basati cioè sulla produzione di artefatti cognitivi: oggetti o dispositivi che facilitano lo sviluppo di specifici apprendimenti.5 Ma come molti di noi hanno sperimentato, tutto ciò non ha cambiato molto nella pratica scolastica quotidiana dalla primaria all’università. “l’introduzione delle tecnologie dell’informazione nelle scuole nei due decenni passati non ha portato né alla trasformazione dell’insegnamento e dell’apprendimento, né i guadagni produttivi, che una coalizione di dirigenti industriali, pubblici ufficiali, genitori, accademici ed educatori avevano sognato” (Cuban 1986, 195). nella nostra indagine, quindi, non si devono prendere in considerazione in primo luogo le tecnologie oggi disponibili, bensì i processi di apprendimento che occorre promuovere nei nostri studenti e poi verificare se l’uso di certe tecnologie nella pratica scolastica ne favorisce lo sviluppo e il potenziamento. quindi, il 4 A Cuban fanno anche riferimento M. Raineri e A. Calvani nel secondo capitolo del volume di A. CAlVAni et alii, Valutare la competenza digitale, trento, erickson, 2011. in tale testo viene citato il lavoro di n. Rushby e J. Seabrook (2008) Understanding the Past - Illuminating the Future, che evidenzia la tendenza nelle adozioni di una innovazione a procedure prima lentamente, poi in maniera accelerata per poi rallentarsi sia per saturazione, sia per la presenza di nuove soluzioni e nuove strumentazioni. Viene, infine, citato un passaggio significativo: “innovazioni dirompenti provengono dall’introduzione di tecnologia radicalmente nuove, come l’introduzione stessa del computer nell’apprendimento negli anni Cinquanta, l’avvento di internet, dei dispositivi mobili e più recentemente del Web 2.0, che sta producendo un’inondazione costruttivista in educazione. parallelamente, i tecnologi dell’educazione più acuti hanno compreso che è dispendioso gettare le precedenti tecnologie nella spazzatura della storia se sono ancora adeguate allo scopo e possono essere combinate efficacemente per apprendere” (ibidem, 201). 5 S. pApeRt, Mindstorms. Children, Computers, and Powerful Ideas, new york, Basic Books, 1980; S. pApeRt, The Children’s Machine. Rethinking School in the Age of Computer, new york, Basic Books, 1993. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 12 13 discorso implica una prima esplorazione degli obiettivi formativi e didattici che non solo l’attuale normativa scolastica propone per le istituzioni scolastiche, bensì anche un’attenta rilettura della domanda educativa presente nella società suggerisce; poi, una verifica delle opportunità e difficoltà che la pratica didattica corrente manifesta in questa direzione, per poi raccogliere le esperienze positive che eventualmente sono disponibili per superare le difficoltà riscontrate e migliorare le opportunità individuate mediante un uso appropriato di tecnologie mobili. A questo fine sono sempre più disponibili i risultati di indagini, studi e ricerche sia internazionali, sia nazionali.6 occorre comunque anche fare attenzione a non volere utilizzare la loro introduzione come grimaldello per trasformare, un po’ ideologicamente, i processi messi in atto dagli insegnanti, indicando come uniche vere forme di apprendimento quelle proposte da alcune correnti di ricerca. le vie dell’apprendimento sono molteplici, come le vie della ragione e, inoltre, ciascuno di noi manifesta le sue preferenze. Un buon progettista di processi di apprendimento a scuola deve saper prevedere una molteplicità di approcci, in modo da garantire il più possibile e per la maggior parte degli studenti il raggiungimento degli obiettivi posti ai vari livelli scolastici.7 l’uso della lavagna e del gesso, come quella dei libri di testo, nel promuovere l’apprendimento degli studenti, è stata una valida esperienza di introduzione di tecnologie non sofisticate, alla portata di tutti e che hanno avuto un ruolo positivo nel favorire l’apprendimento. nel tempo sono stati anche evidenziati alcuni limiti di tali strumenti. Da una parte era presente una certa passività degli studenti nel seguire le lezioni espositive del docente; ma insegnanti attenti avevano valorizzato piccole lavagne per ogni studente, o per gruppetti di studenti, sulle quali sviluppare le loro attività e le loro ricerche. il libro favoriva la riproduzione di quanto letto senza particolari approfondimenti e comprensioni, anche se insegnanti intelligenti riuscivano a introdurre i loro studenti nel mondo delle biblioteche e favorire una cultura scritta di notevole spessore culturale. D’altra parte, il passaggio dalla lavagna di ardesia e gessetti, a quella bianca di plastica con pennarelli, alla lavagna luminosa e oggi alla liM (lavagna interattiva Multimediale), può segnalare sia un miglioramento nella capacità comunicativa del docente, favorendo una positiva interazione con gli studenti, sia un irrigidimento nelle forme di presentazione dei contenuti disciplinari e quindi riproduzione spesso meccanica e poco significativa di essi.8 6 A questo proposito si può citare il volume di z. l. BeRGe, l. y. MUilenBURG (eds.) Handbook of Mobile Learning (new york, Routledge, 2013), che raccoglie numerosissime esperienze realizzate in tutte la parti del mondo. 7 È l’assunto del volume di Diana laurillard del 2012 già citato e a cui spesso faremo riferimento (laurillard, 2012). 8 Sull’uso della liM nella pratica di insegnamento è utile leggere gli articoli del numero di dicembre 2012 della Rivista RicercAzione (vol.4, 2, 2012). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 13 14 Credere, come molti nel passato (e nel presente), che la presenza di tecnologie aggiornate sia quasi automaticamente portatrice d’innovazioni metodologiche, e che essa modifichi profondamente il modo di insegnare, mostra una certa ingenuità di fronte a un sistema sociale complesso come è la scuola, che nel tempo si è dovuto riconoscere come altamente resistente a ogni cambiamento.9 e ciò nonostante che per più secoli i pedagogisti abbiano invocato la necessità di mettere in atto forme più dinamiche e personali di apprendimento. 3. La presenza delle tecnologie mobili nei processi d’insegnamento a livello di secondo ciclo di Istruzione e Formazione nello sviluppo dei risultati della nostra ricerca si è giunti ad alcune conclusioni fondamentali. esse guidano tutta l’argomentazione sviluppata nel testo. eccole in sintesi: a) nel prospettare un’integrazione delle tecnologie mobili nell’attività concreta dei docenti, occorre considerare come i responsabili dell’attivazione di un processo di apprendimento orientato a conseguire gli obiettivi formativi previsti dalla normativa vigente siano al loro livello l’insegnante singolo, il consiglio di classe, il collegio docente. in questo quadro, occorre sottolineare il ruolo centrale e particolarmente decisivo del singolo docente. Risulta, infatti, assai pericoloso e poco produttivo pensare di poter in qualche modo condizionarlo dall’esterno, senza che egli abbia sviluppato sufficienti motivazioni, conoscenze e competenze per affrontare una innovazione, soprattutto se impegnativa, nel suo procedere educativo e didattico. b) Al fine di garantire una progressiva presenza delle tecnologie mobili nell’attività istruttiva e formativa, sembra utile e fecondo sia dal punto di vista formativo, sia da quello didattico, assumere come prospettiva fondamentale un’impostazione che potremmo definire ibrida, nel senso che tende a valorizzare modalità comunicative molteplici, dirette e mediate, in un contesto conversazionale che rispetta le opportunità e i condizionamenti tipici di ogni situazione concreta. 9 questa resistenza all’innovazione può essere considerata sia negativamente, sia positivamente, a seconda di specifici assunti teorici o ideologici. più in generale si fa spesso notare come di fronte ai cambiamenti istituzionali formali, quali quelli derivati in europa e in italia a seguito del trattato di Amsterdam, la situazione istituzionale informale, quella della vita quotidiana delle istituzioni, manifesta ben poco dinamismo. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 14 15 c) Da tale premesse e da tutta la letteratura esaminata, come dalle esperienze prese in considerazione, deriva la centralità della progettazione educativa e didattica che ai vari livelli, ma soprattutto a livello di singoli curricoli d’apprendimento, l’istituzione formativa deve attuare. essa deve tenere conto degli obiettivi generali e specifici che la normativa vigente indica per i vari canali istruttivi e formativi, delle caratteristiche peculiari degli studenti convolti e del loro effettivo stato di preparazione in vista del raggiungimento di tali obiettivi, delle risorse disponibili in termini di spazi, tempi, strumenti comunicativi effettivamente disponibili, competenze metodologiche, che i docenti sono in grado di attivare nella quotidianità del loro lavoro. d) Urgenza di promuovere negli studenti lo sviluppo di quelle competenze digitali che sono state indicate a livello europeo e richiamate nelle indicazioni italiane, competenze che comprendono dimensioni tecnologiche, etiche e cognitive. in questa prospettiva, occorre da una parte considerarne la trasversalità rispetto ai vari insegnamenti e apprendimenti, dall’altra la necessità di svilupparne una fruizione funzionale ai processi di studio e di lavoro e non solo di comunicazione sociale e di divertimento. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 15 17 Primo capitolo Rassegna critica orientativa di pubblicazioni riferibili al rapporto tra tecnologie, in particolare digitali, e educazione Questo primo capitolo è dedicato a una rassegna critica delle pubblicazioni più recenti riguardanti l’impatto che le nuove tecnologie, soprattutto mobili, possono avere non solo sul contesto sociale, ma anche su quello culturale e personale, in particolare educativo. Certamente, molte pubblicazioni sono più di natura divulgativa, se non giornalistica, ma altre sono dovute a ricerche serie e assai approfondite come quelle del premio Nobel Daniel Kahneman o quella dell’Accademia Francese delle Scienze. Tale panoramica permette di giungere a una conclusione fondamentale: oggi la prospettiva formativa da adottare si presenta come di natura ibrida, nel senso che non può privilegiare una sola forma comunicativa, tra le molte che ormai sono presenti nel contesto di vita dei giovani. Inoltre, il dialogo, la parola viva, l’incontro faccia a faccia, rimangono al cuore di ogni autentica azione educativa e formativa. 1. Introduzione leggendo la letteratura più significativa presente nella pubblicistica attuale italiana e in parte straniera, si può essere presi da un certo senso di disorientamento: le contrapposizioni sono troppo evidenti: si va da un apprezzamento deciso dell’impatto che le nuove tecnologie, soprattutto mobili, possono avere sullo sviluppo personale, sociale, culturale e professionale dei giovani e di conseguenza si sollecita una loro valorizzazione diffusa nei processi di insegnamento e apprendimento; a una profonda preoccupazione per gli effetti che da esse derivano, ritenuti in gran parte distorsivi di un corretto sviluppo di quelle stesse dimensioni formative. A questo proposito il rapporto dell’oeCD Connected minds (oeCD, 2013) classifica molte delle indagini come opera di missionari, catastrofisti o scettici.10 10 nel terzo capitolo esamineremo più in dettaglio il contributo di questo rapporto. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 17 18 per questa ragione in primo luogo ho ritenuto utile passare in rassegna un certo numero di testi che affrontano l’argomento da molteplici punti di vista, al fine di contestualizzare la problematica e poterne cogliere con più puntualità e consapevolezza l’importanza e l’urgenza, soprattutto in vista delle esigenze di un’azione educativa scolastica e formativa valida ed efficace. Certo le conclusioni che potremmo trarre da questa panoramica non potranno essere del tutto conclusive, ma motiveranno più fortemente l’urgenza di affrontare uno studio sistematico e sensibile alla molteplicità delle varie scienze dell’educazione, per un primo orientamento operativo sufficientemente meditato e fondato. 2. Il difficile rapporto tra l’uomo, l’educazione e la tecnologia la questione posta dalla presenza sempre più diffusa e invadente delle tecnologie, in particolare mobili, induce anche i loro creatori a riflessioni critiche che possono aiutare a prendere una giusta posizione nel considerarne il ruolo nella società e soprattutto nei processi educativi scolastici e formativi. Federico Faggin è forse il più illustre informatico italiano, in quanto ideatore e costruttore del primo microchip al mondo, ancora usato dopo quasi quarant’anni dall’ottanta per cento dei circuiti integrati. in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata il 9 ottobre 2014 affermava, dopo aver cercato per una vita di costruire un computer in grado di imparare da solo: “era una sfida interessante. Ma dopo vent’anni ho capito che no, non è possibile. la consapevolezza va al di là del meccanismo. È un fenomeno primario. È una proprietà irriducibile della realtà. [...] più che rassicurarmi questa certezza mi ha aiutato a capire fino in fondo quanta più profondità ci sia in un uomo. o perfino in un animale. Un bambino che sbatte su un albero da quel momento sa che si farà un bernoccolo sbattendo contro ogni albero, alto, basso, giovane, vecchio, verde o spoglio, che sia pino, abete o baobab: il computer no. Devo fargli immagazzinare tutte le variabili perché da solo non ci arriva. [...] la società ‘scientista’ ci ha fatto il lavaggio del cervello spingendoci a pensare che tutto è macchina. l’universo è una macchina, noi siamo macchine... Assurdo. l’uomo si sta sottovalutando. e lo diciamo non sulla base di un dogma ma di quanto abbiamo potuto accertare. Un neoumanesimo digitale necessario in quanto se non stiamo attenti la macchina ci imprigiona invece che liberarci. io ho sempre visto la macchina come una cosa liberatoria. Che mi deve aiutare ad avere la vita più facile. più tempo libero. più spazio per me. Una macchina che «deve stare al suo posto» senza invadere la mia vita”.11 Faggin sembra quasi evocare quanto negli Anni Settanta ha scritto il francese 11 G. A. StellA, intervista a Federico Faggin, Corriere della sera, 9 ottobre 2014, 39. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 18 19 Jaques ellul sul progressivo dominio della tecnica che tende a modellare, trasformare, controllare l’uomo e la società (ellul, 2009). Un sistema auto-generativo che però è cieco e fa sparire ogni fine. non sa dove va, non ha alcun disegno. non cessa di crescere, di artificializzare l’uomo e l’ambiente, di portarci verso un mondo sempre più imprevedibile e alienante. Senza correggere i propri errori. Ma non potendo tornare a una società pretecnica, occorre promuovere un esercizio di senso critico, cercando di comprendere tale sistema e tentare di agire su di esso. il primo passo verso la libertà consiste nel prendere coscienza della proprie catene, delle proprie alienazioni. È certamente una visione assai pessimistica della condizione umana segnata dall’invadenza della tecnica, visione che però ha trovato nei filosofi non pochi seguaci. Forse molte resistenze da parte dei docenti italiani di avvalersi nell’attività docente di strumenti di comunicazione tecnologici, soprattutto di natura informatica mobile, può leggersi come la volontà di mantenere in vita quanto più possibile un sistema di interazione e di interscambio immediato, di rapporto direttamente interpersonale, senza schermi che si frappongano. eppure gran parte della strumentazione didattica che viene quotidianamente valorizzata in classe è anch’essa di natura tecnologica, come la scrittura stessa e il libro, ma questa forma di tecnologia è stata ormai interiorizzata fino diventare invisibile, inconsapevolmente, ma universalmente presente. eppure imparare a leggere è scrivere è e rimane un lungo tirocinio, condizione comunque di valorizzazione adeguata di ogni tecnologia digitale. nello stesso periodo, fine Anni Settanta – inizio Anni ottanta dell’altro secolo, analoghe considerazioni erano state sviluppate da neil postman nel volume pubblicato in origine nel 1979 e tradotto in italiano due anni dopo (postman, 1981). Si era ancora agli albori dell’invadenza della tecnica informatica nella società e l’autore intendeva mettere in guardia da quella che egli definiva la “tesi tecnica”, cioè il credere nella tecnologia come ancora di salvezza per l’umanità, fino al punto di sovrapporsi, fino a negarle, alle fondamentali finalità umane, in particolare a quelle proprie della scuola. questa in qualche modo deve aiutare e riequilibrare una tale invadenza, evitando di esserne vittima, anche perché “la scuola si è sempre mostrata facilmente accessibile alle influenze della tesi tecnica”.12 egli precisa: “non ho nulla da dire contro l’uso razionale della tecnica per raggiungere finalità umane. [...] Così la mia argomentazione non è contro la tecnica, senza la quale noi saremmo meno umani; è contro il trionfo della tecnica, ossia contro una tecnica che subordini, giungendo fino ad obliterarla, la finalità umana: una tecnica che ci induca a servire i suoi scopi, non i nostri” (Ibidem, 78). postman non ha cambiato opinione nel corso dei decenni successivi, tanto che recentemente in un contributo a un volume collettivo ha ribadito la sua tesi fondamentale: la scuola deve riequili- 12 Ivi, 88. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 19 20 brare l’invadenza di una cultura e di una strumentazione tecnologica che tende a oscurare se non a far scomparire una visione umanistica dell’uomo e delle società. D’altra parte i numerosi saggi presenti nel volume mirano a scoraggiare un uso incondizionato della tecnologia in ambito educativo senza offrire adeguato spazio al pensiero morale, alle competenze sociali e a una consapevolezza critica (Clough, olson, niederhauser, 2013). occorre comunque osservare che spesso si ha l’impressione che la tesi di ellul sul dominio della tecnica, sostenuto dal potere economico, trovi ampi spazi nella politica europea e nella pubblicistica. Valutare la qualità delle scuole europee sulla base del numero delle liM disponibili o del numero di studenti per computer o per computer portatile, senza tener conto di altre variabili cruciali, sembra oscurare le finalità fondamentali dell’educazione scolastica per assegnare a esse il ruolo di diffusori di tale dominio.13 oggi si tende a evitare una contrapposizione così netta tra una cultura umanistica e una cultura tecnico-scientifica, quasi rievocando un dibattito di alcuni decenni fa sulle due culture innestato dal saggio di Charles percy Snow. Anche perché nel mondo contemporaneo si ha la compresenza di tre culture: quella tecnico- scientifica, quella umanistica e quella antropologico-sociale. Jerome Kagan ha insistito nel delineare la necessità di preservare un equilibrio tra le tre culture, anche se si deve combattere l’eccessivo potere della cultura scientifica e tecnologica all’interno del sistema formativo e di ricerca (Kagan, 2013). Ruggero eugeni, citando appunto Kagan, insiste nell’evocare i richiami odierni circa il valore educativo della cultura umanistica, in particolare ricordando l’apporto di Martha nussbaum e il rapporto dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze del 2013. quest’ultimo rapporto: “afferma con decisione la necessità di preservare il ruolo delle scienze umanistiche e di quelle sociali al fine di salvaguardare non solo una consapevolezza dei principi democratici della nazione, ma anche la sua capacità di innovazione e competitività globale” (eugeni, 2014). eugeni dopo aver esaminato la tesi che “i saperi operazionali implementati dai nuovi media digitali e sociali sembrerebbero a prima vista rivendicare anch’essi uno spazio per i saperi umanistici e sociali rispetto a quelli scientifico-tecnologici: grazie ad essi, la rete perde il suo carattere puramente tecnologico e si fa strumento di apprendimento e di maturazione collettiva”, contrappone una sua ipotesi che tali saperi operazionali “non risultino da una riaffermazione della cultura umanistica e sociale all’interno dei nuovi media, quanto piuttosto una riproposizione in forma velata e indiretta di alcuni valori chiave della cultura tecnologico-scientifica (efficienza, funzionalità, operatività, divisione del lavoro, ecc.)” (Ibidem, 54-55). 13 Cfr. a esempio Il sole24ore supplemento Nòva24 del 3 settembre 2014 su dati ocse, della Commissione europea e del MiUR. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 20 21 Di conseguenza occorre “non dismettere pratiche formative che per loro natura non si possono uniformare al modello operazionale: pratiche legate dunque a una temporalità lunga e articolata [...], alla valutazione ponderata delle scelte operative, alla narrazione argomentata del sé e delle proprie avventure relazionali” (Ibidem). 3. L’impatto delle tecnologie informatiche Si è così passati decisamente dalla considerazione della tecnologia come sistema in generale alla più diretta attenzione verso le tecnologie informatiche e quelle mobili digitali in particolare. Ciò è importante perché attraverso di esse si sta sviluppando quella che lo stesso eugeni definisce naturalizzazione dell’esperienza tecnologica data anche l’estrema pervasività di tali media. Ma la questione è ancor più delicata. infatti, si insiste nel dire che, a differenza delle tecnologie di produzione e dirette a risolvere aspetti pratici e operativi, quelle attuali si basano su flussi immateriali di dati e informazioni. ne deriva una natura assolutamente diversa, che si manifesta anche nella loro progressiva invisibilità fisica di fronte alla fruizione di quanto messo a disposizione in testi e immagini. Così si può giungere ad affermare che in fondo le tecnologie mediali attuali rendono un servizio alla cultura, anche umanistica e antropologico-sociale, assai più forte, incidente e pervasivo di quello che poteva essere offerto dalle passate tecnologie, in particolare dalla stampa tradizionale. quanto suggerisce eugeni tende a falsificare, almeno in parte, questo assunto. Rimanendo sul versante della riflessione teorica nell’aprile del 2013 è stato pubblicato un volumetto da parte di Giovanni Reale, recentemente scomparso, dal titolo emblematico: “Salvare la scuola nell’era digitale” (Reale, 2013). l’Autore afferma che: “personalmente non solo amo i computer, ma sostengo fermamente la necessità di introdurre sistematicamente nelle scuole l’“alfabetizzazione informatica”. però: “la cultura del computer e dei mezzi di comunicazione multimediale non può e non deve sostituirsi alla cultura della scrittura, ma deve collaborare con questa in modo costruttivo” (Ibidem, 59-60). Di conseguenza il libretto è un’appassionata difesa delle cultura umanistica basata sul libro e una critica spietata per chi crede in una nuova cultura che deriverebbe dalla valorizzazione intensa, se non esclusiva, delle tecnologie informatiche. in realtà la tesi del volumetto mira a trovare un nuovo equilibrio tra quanto le diverse modalità comunicative (orali, scritte, multimediali, ecc,) presenti nelle nostra società possono dare alla crescita personale, culturale, sociale e professionale dei giovani. il pericolo denunciato è che l’influenza pervasiva delle tecnologie mobili possa fare perdere di vista il cuore di un’educazione scolastica integrale. Da questo punto di vista occorre anche precisare che diversa è la situazione formativa nella quale si trovano gli studenti degli istituti professionali, rispetto a quella degli istituti tecnici, a quella dei licei, in particolare dei licei a base umanistica. l’equilibrio da trovare evidentemente deve LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 21 22 tener conto della natura e delle finalità istituzionali dei diversi canali formativi. A meno che non ci si voglia dirigere verso quel tipo di civiltà che è stata definita “post-umana”. la tesi generalmente condivisa da molti pensatori è che nel processo formativo occorre trovare un nuovo equilibrio tra le diverse sollecitazioni culturali e operative, rimanendo attenti a non lasciarsi dominare da due diversi atteggiamenti: uno proiettato alla valorizzazione immediata e diffusa delle tecnologie digitali fisse e mobili senza adeguata riflessione critica; l’altro decisamente orientato a preservare il mondo scolastico dal dominio incontrastato della cultura e dell’operazionalità tecnologica digitale, considerate come alienanti rispetto alle fondamentali finalità educative scolastiche. tale contrapposizione trova un riscontro sociale in quella che nell’ambito educativo scolastico e famigliare è la contrapposizione tra le nuove generazioni (bambini, ragazzi, giovani) e in genere gli adulti di fronte al loro uso. Si è insistito, a volte esageratamente, sulla distinzione di presky tra nativi e immigrati digitali. tuttavia, è certamente vero che una generazione che si è formata attraverso quasi esclusivamente la fruizione di testi stampati, o al massimo con la televisione, si trovi in difficoltà a basarsi quasi esclusivamente, come fanno molti giovani, sull’interazione con i social media. Ciò è tanto più vero di fronte alle presenza pervasiva di molte forme tradizionali di insegnamento scolastico. tuttavia, anche nei riguardi della strumentazione didattica sembra necessario adottare un approccio pluralistico e integrato: non si tratta di contrapporre strumenti obsoleti come la lavagna, l’aula tradizionale, il libro stampato con nuovi strumenti, tecnologie mobili (tablet e smartphone), audiovisivi, aule virtuali, ebook, quanto di valorizzare le risorse disponibili in maniera valida ed efficace secondo una progettazione didattica attenta ai contenuti da apprendere e allo stato di preparazione degli studenti. eugeni insiste sulla cosiddetta “orizzontalizzazione degli strumenti di apprendimento” (non esistono più strumenti specifici dedicati alla formazione) propria della condizione “post-mediale” in cui ci troviamo, che porta a dover assumere due atteggiamenti complementari: “Da un lato si tratta di progettare e costruire percorsi di formazione radicalmente plurilocalizzati e trans-mediali, che passino fluidamente dalla formazione faccia a faccia a quella mediata nelle sue varie possibilità. Dall’altro lato, occorre introdurre nella formazione una robusta consapevolezza metodologica. Costruendo un patto con il discente che contempli la differenza e le opportunità (ma anche i limiti) offerte da ciascuno dei numerosi strumenti a sua disposizione” (eugeni, 2014, 54). Marc prensky negli ultimi anni ha orientato le sue riflessioni su una prospettiva di lavoro diretta a proporre una nuova forma di saggezza da lui definita “digitale” (prensky, 2013). egli si è posto una precisa domanda: la tradizionale forma di considerazione della saggezza umana è ancora adeguata alla realtà di una “mente aumentata”? Cioè: la constatazione che la mente umana, grazie alle nuove tecnologie, è di fatto migliorata, estesa, affinata, amplificata (e liberata) consente di ritenere ancora attuale l’impostazione aristotelica che indica la saggezza come “la capacità di discernere la cosa migliore da fare in ogni situazione che affrontiamo, per raggiungere le nostre LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 22 23 mete più meritevoli”? “la saggezza digitale – egli afferma – consiste nell’utilizzare la tecnologia, e soprattutto le nuove tecnologie digitali della nostra epoca, per migliorare le nostre menti”. la sua affermazione deriva dal fatto, a suo giudizio, che il “nostro cervello sta crescendo esternamente, tramite una nuova simbiosi con la nostra tecnologia, grazie alla quale la mente umana, cioè il cervello che usiamo tutti i giorni, sta rapidamente acquistando in potenza e capacità”. in altre parole “la cultura e il contesto umano stanno mutando in maniera esponenziale praticamente per noi tutti. e tutti, per adattarci e prosperare in questo contesto, abbiamo bisogno di ampliare le nostre abilità. la tecnologia sta già facendo succedere tutto ciò: sta estendendo e «liberando» le menti in tanti modi efficaci e vantaggiosi. e continuerà a renderci migliori e più liberi, ma solo se la svilupperemo e la utilizzeremo in modo saggio” (prensky, 2013, passim). Di conseguenza una persona digitalmente saggia sa utilizzare le tecnologie per potenziare la sua intelligenza, per trovare le risposte più efficaci a problemi complessi; ma è importante che impari a farlo con consapevolezza, con senso critico, con rispetto del proprio limite e responsabilità nei confronti degli effetti che dall’uso di queste tecnologie potrebbero derivare per gli altri. 4. Tecnologie digitali e processi cognitivi l’impatto culturale e personale con le tecnologie digitali deve comunque essere esaminato da una molteplicità di punti di vista, tra questi oggi tende a essere preso in attenta considerazione quello neuropsicologico. il neurobiologo lamberto Maffei ha esaminato l’effetto dell’interazione del cervello con strumenti digitali e afferma: “quando si legge o si sente parlare di pensiero digitale, non può trattarsi che di una estrapolazione, dato che il pensiero digitale non esiste e neppure può esistere, perché il pensiero ha una sua continuità e non è fatto di eventi discreti che si susseguono” (Maffei, 2014, 71). l’espressione “pensiero digitale [...] si riferisce invece al recente sviluppo della tecnologia e che è un vero e proprio pensiero mediato dallo strumento, e che ha come conseguenza le caratteristiche di sintesi e di rapidità del linguaggio che lo esprime. All’origine sta lo strumento o la sua influenza, come fosse avvenuto un processo di ibridazione tra strumento e cervello. il meccanismo cerebrale che ne è alla base è simile a quello per cui, a un certo punto dell’apprendimento di una lingua straniera, ci si scopre a formulare pensieri in quella lingua. Analogamente il pensiero di chi usa abitualmente strumenti digitali non segue il percorso temporale derivato dal linguaggio, ma procede in stretta interazione con la macchina, che corregge, propone, annulla ripensamenti e interviene con i suoi ritmi anche spaziali nell’espressione dei pensieri dell’autore. [...] È facile notare, in particolare nei giovanissimi, dove la plasticità del cervello è assai alta, una ristrutturazione del linguaggio fonetico e della scrittura, divenuti più sintetici e rapidi, come volessero accorciare spazio e tempo” (Ibidem, 71-72). in questa prospettiva l’Autore vuole: “avanzare la proposta che un’eccessiva prevalenza dei meccanismi rapidi del pensiero, che chiameremo ‘pen- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 23 24 siero rapido’ o digitale, possa comportare soluzioni o comportamenti errati, danni all’educazione e in generale al vivere civile, innescando nella mente umana sogni di un dominio sulla natura e sull’uomo stesso quasi soprannaturale, il quale, per evidenti limitazioni biologiche, non può esistere. il mio è un invito a riconsiderare le potenzialità del cosiddetto ‘pensiero lento’ basato principalmente sul linguaggio e sulla scrittura, anche al livello dell’educazione scolastica” (Ibidem, 16). in qualche modo l’argomentazione di Maffei riecheggia, e l’Autore lo riconosce, quanto ha elaborato il premio nobel per l’economia Daniel Kahneman in vari suoi scritti ma soprattutto nel ponderoso volume dal titolo in italiano “pensieri lenti e veloci” (Kahnemann, 2012); dove il pensiero lento è quello di tipo argomentativo, discorsivo, analitico, critico, in gran parte collegato alla parola, in particolare scritta; mentre quello veloce è più di tipo intuitivo, più vicino alla sensazione visiva, uditiva, alle immagini. il primo tipo di razionalità è quella propria del cosiddetto Sistema2 di pensiero, mentre il secondo è caratteristico del Sistema1. le due tipologie di intelligenza non devono porsi però in contrapposizione, bensì cooperare tra loro in modo produttivo. in questo ambito sembra potersi collocare una finalità fondamentale della scuola, soprattutto in un mondo che è sempre più dominato dalle immagini, dalla frammentazione, dalla rapidità, dalla velocizzazione dei processi: promuovere la capacità di riflettere, di approfondire, di argomentare, di discutere, di mettere ordine, di dare continuità all’ininterrotto fluire, spesso caotico, delle sensazioni, delle immaginazioni, delle intuizioni. la questione implica, però, anche prospettiva educative più generali: essere capaci di pagare in termini di tempo e di sforzo personale quanto il pensiero lento proprio del sistema2 richiede. e qui entrano in gioco due dimensioni fondamentali del processo formativo: quella che si innesta sulla prospettive motivazionale relativa a come si vive il tempo passato, presente e futuro (nuttin, 1992; zimbardo, Boyd, 2009) e quella che fa riferimento alla capacità di perseverare nei propri impegni, nonostante parziali insuccessi, frustrazioni, fatica psicologica e fisica.14 Giuseppe Riva, uno psicologo sociale che si è dedicato particolarmente allo studio dell’impatto delle nuove tecnologie, soprettutto mobili, sui giovani, ha esaminato le conseguenze di un uso continuo dei media digitali sui processi cognitivi e affettivo- emozionali, identificando i cosiddetti “nativi digitali” più che sulla base della loro età, una sorta di “discontinuità generazionale”, su quella di una immediatezza di interazione con i nuovi media che supera la barriera linguistica: essi “sono in grado di percepire e attuare le opportunità offerte dai media digitali in maniera immediata”. tale interazione tende a modificare gli schemi cognitivi di organizzazione e di attuazione dell’azione, influenzando la nostra percezione del corpo e dello spazio e ad alterare la capacità di percepire ed esprimere emozioni (Riva, 2014). Da quest’ultimo 14 Verso la fine del secolo passato sotto l’influsso degli studi di H. Heckhausen si è riaperto lo studio filosofico e psicologico sui processi volitivi e sul loro possibile sviluppo fin dall’infanzia (pellerey, 1993). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 24 25 punto di vista l’Autore afferma in distinti paragrafi che: a) i nuovi media producono emozioni forti ma disincarnate, “pur provandole io, non sono mie, ma sono lo specchio delle emozioni degli altri”; b) i nuovi media riducono la capacità di riconoscere le emozioni proprie e altrui, “favorendo l’analfabetismo emotivo” (Ibidem, 79-85). Data anche la caratterizzazione disciplinare dello studioso, egli esplora in particolare la questione dell’identità sociale di tali soggetti e quella delle loro relazioni sociali, esaminando l’influenza delle cosiddette reti sociali digitali. 5. Tesi contrapposte e polemiche roventi nel settembre del 2014 è stato pubblicato negli USA un ulteriore volume critico nei riguardi dell’invadenza tecnologica informatica da parte di nicholas Carr dal titolo The Glass Cage (la gabbia di vetro) (Carr, 2014).15 l’argomentazione di Carr parte dalla constatazione che certamente la rete e le nuove tecnologie ci facilitano la vita e ci offrono una quantità enorme di informazioni, ma contemporaneamente tendono a impoverire, se non a bloccare, molte nostre fondamentali capacità cognitive. e non è solo questione di memoria, nel senso che non sentiamo più il bisogno di ricordare dal momento che possiamo facilmente recuperare le informazioni che ci servono. più profondamente tendiamo ad affidarci in maniera eccessiva alla macchina, come quando poniamo poca attenzione alla correttezza della scrittura (“tanto c’è il correttore automatico”), oppure accettiamo l’informazione raggiunta, senza controllarla o confrontarla con altre fonti conoscitive. nei libri precedenti aveva insistito sul fatto che la frequentazione di tali risorse informatiche ci fa sacrificare la nostra abilità nel leggere e nel pensare in modo approfondito, rendendoci superficiali, senza concentrazione e senza capacità di ragionamento discorsivo.16 15 in precedenza era stato pubblicato dello stesso Autore in italiano Internet ci rende stupidi? (Milano, Carocci, 2011). nello stesso anno in inglese era apparso: The Shallows: What the internet is doing to our brains (new york, norton, 2011). 16 non mancano altre prese di posizione problematiche o decisamente critiche nei riguardi della presenza, ritenuta invadente e colonizzante, delle tecnologie informatiche, in particolare mobili. Si possono citare a esempio: R. CASAti, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere libri (Bari, laterza, 2013); M. SpitzeR, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi (Milano, Corbaccio, 2013. Sulla scia di Spitzer è anche il libro della baronessa e neuro-scienziata SUSAn GReenFielD, Mind changes: How digital technologies are leaving their marks on our brains (london, ebury, 2014). il suo paradigma centra l’attenzione sul cambiamento mentale, non meno dannoso di quello climatico, i cui segnali sono: riduzione della durata dell’attenzione, riduzione delle prestazioni scolastiche, costruzione di false identità personali, riduzione della capacità di empatia, sindrome di tipo autistico. D’altra parte c’è chi, invece, tende a contrastare tali posizioni, manifestando assunzioni molto più positive di fronte a questa diffusa presenza: p. FeRRi, i nuovi bambini. Come educare i figli all’uso delle tecnologia, senza diffidenze e paure (Milano, BUR varia, 2014). Ferri, d’altra parte, ha pubblicato numerose opere sul tema, tra le quali: p. FeRRi, Nativi digitali (Milano, Bruno Mondadori, 2011). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 25 26 naturalmente c’è chi invece assume posizioni più sfumate e tendenzialmente favorevoli a una presenza significativa delle tecnologie mobili e di internet nella nostra vita come Howard Rheingold nel suo volume tradotto in italiano con il titolo Perché la rete ci rende intelligenti (Rheingold, 2013). in questo caso l’Autore insiste sulla necessità di sviluppare un’adeguata alfabetizzazione digitale, promuovendo le competenze utili o necessarie a valorizzare l’abbondanza di informazioni che la rete ci propone, senza lasciarci sommergere da esse. non è solo un arricchimento individuale, ma un potenziamento che ha risonanze sociali e collettive. ne può derivare infatti una società più seria e responsabile che si sviluppa ulteriormente a partire dalla costituzione di un patrimonio di beni comuni che può favorire un miglioramento dei singoli e di tutta la comunità umana. il volume di Rheingold contiene una serie di indicazioni orientative per imparare a usare in maniera produttiva la rete, esse sono denominati alfabeti. il primo di questi riguarda la capacità di gestire la propria attenzione e si basa su un assunto preciso: i social media favoriscono la distrazione, ma con l’esercizio si può imparare a essere attenti. Segue una serie di consigli su come favorire la concentrazione. in particolare si insiste sull’intenzionalità (“avere ben chiari i propri scopi e le proprie priorità”), sul sapere dire dei no (“sappiate scegliere bene a cosa dire no e sappiate perché lo fate”), sull’esercizio continuo a controllare la propria attenzione fin da piccoli e dal piccolo (“per stabilire buone abitudini riguardo all’attenzione, cominciate dal piccolo”. Seguono la capacità di rilevare le “bufale” presenti nella rete, la cultura e la competenza partecipativa e quella collaborativa, lo sviluppo di una intelligenza a misura di rete. Sul piano pedagogico è utile prendere in considerazione due ulteriori contributi di riflessione. il primo deriva da una decennale frequentazione degli adolescenti che trovano nella fruizione dei mezzi di comunicazione sociale l’ambiente nel quale possono esprimersi e condividere con altri le proprie esperienze (Boyd, 2014). Danah Boyd, infatti, ha condensato in un volume i risultati di osservazioni ripetute dei loro comportamenti, di conversazioni con loro, ascoltando quanto essi hanno da dire delle loro vite on line e off line, di discussioni con genitori e insegnanti, di analisi delle tracce che essi lasciano nella frequentazione dei vari siti dei social network, ecc. ne emerge un mosaico che tende a evidenziare come gran parte delle paure e dei giudizi degli adulti circa il grande impegno degli adolescenti nel fruire dei media sociali sono eccessive. Certo esistono casi di uso distorto, se non perverso dei media. Ma il discorso pubblico che intrecciano tra loro i giovani e giovanissimi è più che altro un voler vivere all’interno di comunità giovanili che spesso nella comunicazione virtuale trovano un prolungamento o un rinforzo delle interazioni faccia a faccia. in contrapposizione con la posizione simpatetica della Boyd, lo sviluppo del volume di Howard Gardner e Katie Davis (Gardner, Davis, 2014) si colloca su un piano di forte critica verso la generazione le cui fonti informative e comunicative si basano sull’uso delle cosiddette applicazione; per tablet o smartphone, le app. Sem- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 26 27 brerebbe dalle loro ampie indagini, per alcuni versi simili a quelle della Boyd, che il più diffuso effetto delle tecnologie mobili sia quello di diventare loro dipendenti, non solo, ma di passare tutto il tempo in costante interazione tramite esse, senza considerare le altre opportunità di attività, anche di tipo ludico. Certo “la vita è senza dubbio più della somma delle app a nostra disposizione. Ma la loro influenza è sempre più penetrante e, così crediamo, potenzialmente più dannosa”. questo perché sembra che “la mentalità app plasmi, e probabilmente limiti, i modi di affrontare le principali sfide dell’adolescenza o dell’inizio dell’età adulta” (Ibidem, 149) e ciò sia sul piano dell’identità personale, dell’intimità e dell’immaginazione. “C’è un altro punto che vogliamo chiarire e ribadire con forza: molto di quanto abbiamo scritto potrebbe essere letto come una critica alla presente generazione. Abbiamo fatto ampio uso di espressioni come ‘avversione al rischio’, ‘dipendenza’, superficialità’ e ‘narcisismo’; pur senza sminuire la validità di simili categorie, vogliamo però sottolineare il fatto che esse non contengono alcuna accusa nei confronti della Generazione app. Se queste caratterizzazioni effettivamente definiscono i giovani d’oggi, le ragioni risiedono, almeno in gran parte, nel modo in cui le generazioni precedenti [...] li hanno (o non li hanno) educati” (Ibidem, 154). 6. Visioni più meditate e documentate Un’analisi sistematica degli studi e ricerche riferiti all’impatto che le tecnologie comunicative attuali hanno su bambini, ragazzi e adolescenti disponibili entro il 2013 è stata condotta da parte dell’Accademia delle Scienze francese, che ha pubblicato un testo rivolto al governo: un’informativa e un monito dell’Accademia delle Scienze rivolto ai ministri competenti in materia (Bach, Houdé, léna, tisseron, 2013). tra le varie prese di posizione una appare particolarmente interessante sul piano dei processi educativi scolastici e formativi professionalmente: l’analisi di quella che è stata definita la cultura del libro in contrapposizione a quella definita cultura digitale (in francese numérique). Di qui la prima e fondamentale raccomandazione: “le pratiche di alternanza tra queste due culture sono essenziali. Ma, nello steso tempo, un meticciato tra la tradizionale cultura del libro e la più recente cultura degli schermi è possibile ed è suscettibile di ampliare le qualità dell’una e dell’altra” (Ibidem, 18). nel testo vengono evidenziate analiticamente le caratterizzazioni di una cultura del libro rispetto a quelle di una cultura dello schermo. la prospettiva delineata sembra privilegiare come strumento di riferimento lo schermo, che diventa prospettivamente anche un supporto per il libro sempre più simile al tradizionale supporto cartaceo. Ma si è anche attenti a possibili evoluzioni future: la morte dello schermo attuale in favore di ologrammi e di immagini in tre dimensioni (da cogliere senza occhialetti specifici), sollecitando ulteriormente il gesto e la senso-motricità. in secondo luogo, viene approfondito il concetto di virtuale e se ne trae una se- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 27 28 conda fondamentale raccomandazione: “la sua presenza richiede riflessione e presa in carico da parte di ciascuno e in particolare da parte dei genitori, degli educatori e degli operatori sanitari a causa del ruolo che essi svolgono, essendo per i giovani riferimenti e modelli nel loro sviluppo psico-affettivo. tutti devono considerare che gli strumenti digitali, le relazioni che essi consentono e le immagini che trasportano, così potentemente seduttive e accessibili ai giovani, richiedono una riflessione nuova sull’apprendimento della libertà responsabile, della sessualità e del rispetto della vita privata di ciascuno” (Ibidem, 19). in questa stessa direzione si insiste sulla necessità di sviluppare un processo educativo progressivo dei giovani fin dalla prima infanzia al fine di “prepararli a gestire bene la loro relazione cognitiva, sociale ed emozionale con il mondo digitale. questa capacità d’autoregolazione sarà per loro preziosa anche nell’età adulta” (Ibidem, 20). nel rapporto si giunge a una conclusione interessante nei riguardi in particolare della scuola. Di fronte alla constatazione che l’interazione con gli strumenti digitali sollecita soprattutto il pensiero rapido, fluido, che può essere superficiale e disordinato, si afferma: “Ciò che resta fondamentale è una educazione proposta e inquadrata da esseri umani, genitori, docenti, ecc., che utilizza gli schermi e internet e identifica i loro aspetti positivi, ma anche negativi (pratica eccessiva, mancanza di ripensamento, di sonno, rischio di fatica visuale, etc.). Ma preservando anche forme e momenti di pensiero «senza schermi e internet», più lenti, profondi, lineari e cristallizzati – periodi di calma e «riposo digitale», necessari alle sintesi cognitive personali e alla memorizzazione” (Ibidem, 180-181). Da questo rapporto ben documentato si possono trarre due importanti indicazioni per quanto riguarda l’attuale situazione scolare. in primo luogo promuovere in maniera equilibrata una integrazione funzionale e formativa tra la valorizzazione di quella che è stata definita la cultura del libro e la cultura dello schermo e digitale e ciò rimanda a una sollecitazione specifica: l’importanza di una progettazione didattica che tenga conto in maniera consapevole: a) dei soggetti presenti e del loro stato di preparazione sia culturale, sia cognitivo, sia affettivo; b) dei contenuti conoscitivi da promuovere e della loro specifica natura epistemologica; c) delle risorse disponibili sia quanto a preparazione del personale docente, sia quanto a strumenti e materiali effettivamente utilizzabili in classe (sia personali, sia istituzionali). la seconda istanza sottolinea ancor più fortemente il compito della scuola di promuovere nel corso degli anni una progressiva competenza auto-regolativa del proprio apprendimento e dei processi cognitivi, affettivi e motivazionali che ne stanno alla base. 7. Verso una conclusione orientativa tenendo conto delle varie posizioni sembra che le indicazioni che si fondano su elementi documentati e controllabili siano soprattutto quelle che provengono dalla neuropsicologia, anche grazie alla possibilità di esplorare, tramite le immagini LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 28 29 raccolte per mezzo di opportune tecnologie, le parti effettivamente attivate del cervello durante i differenti processi. l’interazione con le tecnologie mobili e di rete tende a sollecitare il sistema nervoso centrale, e in particolare le cellule neuronali e le loro interconnessioni presenti nel cervello, sotto il profilo di quello che è stato definito il Sistema1, quello che presiede ai pensieri rapidi, automatici e intuitivi. questo si svilupperebbe in maniera notevole a scapito, sembra, di un parallelo sviluppo del Sistema2, cioè della parte che presiede al pensiero lento, alla riflessione, al ragionamento, al controllo critico. Ciò è particolarmente significativo dal punto di vista dello sviluppo umano, in quanto tenendo conto della plasticità presente soprattutto nell’età infantile potrebbe manifestarsi nel tempo uno squilibrio deleterio nell’intreccio necessario tra Sistema1 e Sistema2. l’indicazione che ne deriverebbe sarebbe non tanto quella di evitare a scuola l’utilizzazione di tecnologie mobili e di rete, quanto di favorirne progressivamente un uso consapevole, critico e produttivo, sollecitando confronti critici con fonti alternative, riflessione attenta personale e collettiva a riguardo della qualità delle informazioni raggiunte, elaborazione di progetti nei quali si cerca di valorizzare in maniera sistematica e controllata le fonti informative utilizzate. questa prospettiva sembrerebbe appoggiare quella che è stata definita la “teoria del medium” cioè, come esplicita pier Cesare Rivoltella, una teoria che assume come riferimento quanto intuito da Marshal Macluhan nel proporre la massima “il mezzo è il messaggio”. Viene spostata l’attenzione dal contenuto della comunicazione all’influenza che il mezzo comunicativo ha sui processi mentali. Si tratta di quello che è stato anche definito approccio psico-tecnologico, una forma di determinismo che isola “la capacità del medium di organizzare la nostra mente e la nostra cultura prescindendo da altre variabili” (Rivoltella, 2014, 67). Ma un approccio opposto, che ignora l’influenza che possono avere i mezzi comunicativi sulla nostra maniera di pensare e di agire può essere criticato per le stesse ragioni. Sembra quindi ragionevole tener conto della molteplicità dei mezzi comunicativi e della maniera con cui influiscono sullo sviluppo della persona e della sua cultura, ma anche di ciò che attraverso di essi viene proposto, interiorizzato e progressivamente rinforzato e delle modalità con le quali i differenti soggetti durante il loro sviluppo interagiscono con essi. D’altra parte il rapporto del 2014 di Demos17 su “Gli italiani e l’informazione” descrive l’affermarsi di una sistema di comunicazione e di fruizione che può definirsi “ibrido” (Chadwick, 2013), in quanto il ricorso ai nuovi media non esclude quelli tradizionali. Metà dei cittadini si informa ogni giorno attraverso internet, ma quelli che ricorrono alla televisione sono molti di più, circa l’80%. quelli poi che 17 il documento completo è reperibile su www.agcom.it LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 29 30 ricorrono solo alla rete per informarsi sono una netta minoranza, il 6%. D’altra parte quasi due terzi di coloro che utilizzano internet lo fanno per leggere i quotidiani. inoltre è possibile valorizzare la rete per accedere alle principali reti televisive e radiofoniche. e ciò per mezzo delle tecnologie mobili: tablet e smartphone. ilvo Diamanti su la Repubblica ha scritto: “la stagione della ‘democrazia del pubblico’, [...] fondata sulla televisione in italia non sembra dunque finita. Ma si contamina con la diffusione della Rete. Così delinea la cornice della ‘democrazia ibrida’ del nostro tempo. Abitata da un ‘cittadino ibrido’, critico e scettico verso la politica e le istituzioni”18. in realtà ciò che accomuna molti dei fruitori dei nuovi media è lo schermo, sia che esso serva per controllare o scrivere mail e sms, sia per connettersi con la Rete e leggere i giornali o vedere la televisione. l’attrazione per lo schermo del proprio strumento è tale che si perde il contatto con i propri interlocutori, o al più essi vengono inclusi nel proprio raggio di connessioni. per questa dipendenza dallo schermo si è introdotto in inglese un termine specifico “phubbing”, cioè l’atto di snobbare qualcuno in un contesto sociale guardando il proprio cellulare anziché prestare attenzione all’altro. Beppe Severgnini19 ha proposto il temine “compuservo”, dicendo “chi non sa staccare gli occhi dallo smartphone, in fondo, è uno schiavo elettronico. A nome della categoria, chiedo un’attenuante. la narrazione là dentro, è maledettamente interessante. ogni app è una miniera, ogni mail una svolta nella trama, ogni messaggio una microdose di adrenalina. non è facile rinunciare a tutto ciò e prestare attenzione”, agli altri che sono fuori dallo schermo in un contatto diretto. questa constatazione ci riporta a quanto indicava Rheingold circa lo sviluppo della capacità di gestione della propria attenzione e alla problematica che dovremmo affrontare circa l’introduzione delle tecnologie mobili nella pratica didattica. Sullo sfondo delle molte prese di posizione e di queste constatazioni che sembrano caratterizzare i nostri tempi, la questione che si pone alla base del nostro studio può essere così riassunta: quale ruolo possono, o devono, avere le tecnologie mobili nei processi di insegnamento e di apprendimento che si svolgono nel contesto della scuola, tenendo conto delle sue fondamentali finalità educative e formative? Rimane comunque una constatazione fondamentale: nei processi educativi l’incontro tra persone, il dialogo diretto, la conversazione protratta nel tempo sono la base fondamentale anche per imparare a valorizzare le tecnologie digitali nel proprio apprendimento. e in particolare: “nell’imparare a pensare, a esercitare un giudizi critico e ponderato, a esprimere un’opinione con ragionevolezza e rigore scientifico [...] a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare ai giovani la bellezza di relazioni umane dirette” (lamarca, 2014, 37). 18 i. DiAMAnti, L’informazione liquida, la Repubblica, 9 dicembre 2014, 36-37. 19 B. SeVeRGnini, Siamo iphone dipendenti, cercate di capirci. Supplemento Sette del Corriere della Sera del 12 dicembre 2014, 11. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 30 31 Secondo capitolo La competenza digitale nel Quadro europeo delle competenze chiave per l’apprendimento premanente Nel quadro delle riflessioni precedentemente delineato circa l’influenza delle tecnologie, informatiche, e mobili in particolare, sulla mente e sulla cultura dei cittadini di oggi, occorre riconoscere che la presenza di tali tecnologie e della digitalizzazione di testi e immagini porta a una diffusione capillare della loro presenza sia nel mondo delle comunicazioni, sia più in generale nel mondo del lavoro e della produzione di beni e di servizi. La consapevolezza di ciò ha sollecitato l’Unione Europea a sviluppare una serie di politiche in vista di uno sviluppo diffuso di quella che è stata definita la “competenza digitale” che il cittadino e il lavoratore europeo dovrebbero sviluppare nel corso della sua esistenza per poter partecipare attivamente e consapevolmente alla vita sociale e produttiva. 1. Il Quadro europeo delle competenze chiave nel corso degli stessi Anni novanta, e poi all’inizio del nuovo millennio, nei documenti europei si può notare una trasformazione profonda, che trova le sue ragioni in una visione assai differente dei processi di Formazione permanente. i documenti riferibili agli interventi di Formazione lungo tutto l’arco della vita sono stati redatti mettendo al primo posto i processi di apprendimento diretti all’acquisizione della capacità di agire autonomamente e responsabilmente ed evidenziando alcune competenze fondamentali: a) difendere e affermare i propri diritti, interessi, responsabilità, limiti e bisogni: essa permette di fare scelte come cittadino, membro di una famiglia, lavoratore, consumatore, ecc.; b) definire e realizzare programmi di vita e progetti personali: essa permette di concepire e realizzare obiettivi che danno significato alla propria vita e si conformano ai propri valori; c) agire in un quadro d’insieme, in un contesto ampio: essa consente di capire il funzionamento del contesto generale, la propria collocazione, la posta in gioco e le possibili conseguenze delle proprie azioni. in questa prospettiva il gruppo di esperti che ha elaborato la base teorica di tali documenti ha utilizzato l’espressione “competenze chiave”, invece di quella tradizionale di competenze di base, per sottolineare il fatto che esse devono essere acquisite per poter raggiungere tre obiettivi fondamentali: a) permettere ad ognuno di perseguire degli obiettivi di vita personali, mosso dai propri interessi personali, LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 31 32 dalle proprie aspirazioni e dal desiderio di continuare ed imparare durante tutta la vita; b) permettere ad ognuno di svolgere un ruolo di cittadino attivo nella società; c) permettere ed ogni persona di ottenere un impiego decente nel mercato del lavoro. la nozione di competenza sviluppata è detta spesso di natura ibrida, perché ricopre allo stesso tempo conoscenze, saper fare e disposizioni interne. D’altra parte, essa si può acquisire in ogni specie di contesto, in modo formale, informale o non formale, e in modo intenzionale o non intenzionale. Una competenza chiave, d’altronde, deve rispondere ad alcuni criteri: deve essere trasferibile, quindi applicabile a un gran numero di situazioni e contesti; polivalente, nel senso in cui può essere messa in opera per raggiungere degli obiettivi diversi, risolvere differenti tipi di problemi e compiere delle mansioni di diverse nature. essa deve dare una risposta soddisfacente alle esigenze legate a una situazione o a un dato compito ed è, per ognuno, la condizione preliminare di una prestazione personale pertinente nella vita, nel lavoro e nell’apprendimento che ne segue. in altri termini, è utile per prevedere la prestazione effettiva di ogni individuo. Anche se è impossibile garantire che le competenze chiave permettano a un individuo di portare sempre a buon fine i suoi progetti quali siano le circostanze, si può tuttavia affermare che l’assenza di queste competenze può condurre a un insuccesso personale, nel senso in cui l’interessato non raggiunga i tre obiettivi sopra precisati. Da questa impostazione sono derivate alcune prospettive ulteriori: alcune competenze chiave devono essere sviluppate fin dall’inizio della propria esistenza e per tutto il resto della vita. non è più questione di aumentare il tempo scolastico, i contenuti, le discipline. È più importante collegare le attività formative con gli apprendimenti successivi, con le esperienze esterne alla scuola, con il mondo del lavoro e delle professioni, con un progetto di vita personale e professionale aperto al futuro, con l’elaborazione di molteplici sé possibili. oggi il mondo della scuola si dedica alla trasmissione di una forma di conoscenza che non è più adatta ai bisogni della maggioranza della gente. il concetto di competenza chiarisce bene la tendenza alternativa: che cosa siamo in grado di fare con quello che sappiamo. più specificamente: ciò che possediamo come patrimonio di conoscenze, abilità e atteggiamenti, quanto ci permette di agire in maniera autonoma e responsabile nel contesto della vita personale, sociale e lavorativa? in questo è l’insieme della persona con tutte le sue caratteristiche che viene coinvolto. quali dunque le competenze fondamentali che dovrebbero essere sviluppate nel corso di tutta la propria esistenza? ne sono state indicate otto. quattro riguardano ambiti di conoscenza tradizionalmente presenti nei processi formativi: ambito della comunicazione nella lingua madre, ambito della comunicazione in lingua straniera, ambito della matematica e scienza di base, ambito delle tecnologie digitali. quattro rispondono a caratteristiche generali della persona. Vale la pena richiamarle, perché sembra che esse siano rimaste quasi nascoste nelle indicazioni ufficiali mentre, soprattutto in riferimento alla propria vita e al proprio lavoro, esse sono centrali. occorre anche segnalare che si sottolinea in tali ambiti soprattutto la LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 32 33 “disponibilità a”, che evoca lo sviluppo di atteggiamenti favorevoli a impegnarsi in tali ambiti. Ambito dell’apprendere ad apprendere. Comprende la disponibilità e l’abilità a organizzare e regolare il proprio apprendimento, sia individualmente, sia in gruppo. include l’abilità a gestire il proprio tempo produttivamente, a risolvere problemi, ad acquisire, elaborare, valutare e assimilare nuove conoscenze e ad applicare queste e le abilità in un varietà di contesti (a casa, nel lavoro, nella scuola e nella formazione). più in generale, essa contribuisce fortemente alla gestione del proprio percorso di carriera. Ambito delle competenze interpersonali e civiche. Si tratta di tutte le forme di comportamento che occorre padroneggiare per partecipare in maniera efficiente e costruttiva alla vita sociale e per risolvere i conflitti, quando necessario. le abilità interpersonali sono essenziali per una effettiva interazione personale e di gruppo e sono da valorizzare sia in pubblico, sia in privato. in questo contesto entra in gioco anche una cultura della legalità e dell’etica pubblica e deontologica. Ambito dell’imprenditorialità. Ha una componente attiva e una passiva in quanto comprende sia la propensione a indurre cambiamenti in prima persona, sia ad accogliere, appoggiare e adattarsi alle innovazioni sollecitate da fattori esterni. l’imprenditorialità coinvolge il prendersi la responsabilità delle proprie azioni, positive e negative, sviluppando una visione strategica, ponendosi degli obiettivi e raggiungendoli ed essendo motivati ad avere successo. Ambito dell’espressione culturale. Si tratta di apprezzare l’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni secondo uno spettro di forme, che includono musica, espressione corporale, letteratura e arti plastiche. la cultura propria di una istituzione formativa dovrebbe elaborare riferimenti precisi alla dimensione spirituale dell’esistenza, una reale apertura ai beni spirituali: il bene personale e sociale, il vero, il bello. probabilmente sono queste quattro competenze chiave, insieme con alcuni aspetti della competenza digitale, che formano la griglia di lettura e interpretazione delle prime quattro; per questo motivo è opportuno rileggere tali indicazioni in maniera intrecciata, anche per evitare di isolarle tra loro. Ad esempio, la competenza digitale, centrale nel nostro studio, come d’altra parte ciascuna delle altre competenze, non può essere considerata separatamente dalle altre, in quanto essa può permearle tutte, mentre la sua stessa qualità di competenza chiave può derivare solo se essa emerge nel contesto delle altre. in parole diverse, essa è di sua natura trasversale e per questo favorisce lo sviluppo delle altre competenze chiave (a es. lingua madre, matematica, apprendere ad apprendere, espressione e consapevolezza culturale) ed è riferibile quindi a molte delle competenze necessarie ai cittadini per poter partecipare attivamente alla vita sociale e allo sviluppo economico. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 33 34 2. Natura e articolazione delle competenze chiave digitali la competenza digitale secondo il quadro europeo, consiste nel “saper utilizzare, con dimestichezza e spirito critico, le tecnologie della società dell’informazione (tSi) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. essa è supportata dalle abilità di base nelle tiC (tecnologie di informazione e di Comunicazione): l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite internet”. tale ambito di competenza è caratterizzato da conoscenze, abilità e atteggiamenti specifici. Conoscenze. la competenza digitale presuppone una salda consapevolezza e conoscenza della natura, del ruolo e delle opportunità delle tSi nel quotidiano: nella vita personale e sociale come anche al lavoro. in ciò rientrano le principali applicazioni informatiche come trattamento di testi, fogli elettronici, basi di dati, memorizzazione e gestione delle informazioni oltre a una consapevolezza delle opportunità offerte da internet e dalla comunicazione tramite i media elettronici (email, network tools) per il tempo libero, la condivisione di informazioni e le reti collaborative, l’apprendimento e la ricerca. le persone dovrebbero anche essere consapevoli di come le tSi possono coadiuvare la creatività e l’innovazione e rendersi conto delle problematiche legate alla validità e affidabilità delle informazioni disponibili e ai principi etici che si pongono nell’uso interattivo delle tSi. Abilità. le abilità necessarie comprendono: la capacità di cercare, raccogliere e trattare le informazioni e di usarle in modo critico e sistematico, accertandone la pertinenza e distinguendo il reale dal virtuale pur riconoscendone le correlazioni. le persone dovrebbero anche essere capaci di usare strumenti per produrre, presentare e comprendere informazioni complesse ed essere in grado di accedere ai servizi basati su internet, farvi ricerche e usarli; esse dovrebbero anche essere capaci di usare le tSi a sostegno del pensiero critico, della creatività e dell’innovazione. Atteggiamenti. l’uso delle tSi comporta un atteggiamento critico e riflessivo nei confronti delle informazioni disponibili e un uso responsabile dei media interattivi; anche un interesse a impegnarsi in comunità e reti a fini culturali, sociali e/o professionali serve a rafforzare tale competenza. nel 2010 la Direzione Generale europea per la Cultura e l’educazione ha lanciato un progetto tramite l’Unità per la Società dell’informazione al fine di contribuire a una migliore comprensione dello sviluppo di tale competenza in europa. il progetto, denominato DiGCoMp, è stato sviluppato tra il 2011 e il 2012 e il rapporto finale è stato pubblicato alla fine del 2013. le finalità specifiche del progetto erano: 1) identificare gli elementi chiave in termini di conoscenze, abilità e atteggiamenti necessari per essere considerati digitalmente competenti; 2) sviluppare descrittori della competenza digitale che consentano la messa a punto di un quadro concettuale e di linee guida che possano essere convalidate a livello europeo, tenendo conto dei framework attualmente disponibili; 3) proporre una tabella di marcia per un LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 34 35 eventuale uso e revisione del framework messo a punto e dei descrittori della competenza digitale ai vari livelli in cui si trovano i discenti. 3. Una mappa delle competenze digitali prima di giungere alla pubblicazione del rapporto finale20, sono stati diffusi altri rapporti preparativi.21 È utile ripercorrere il cammino che ha portato al rapporto finale, in quanto esso sintetizza e sviluppa sul piano descrittivo e operativo quanto esplorato nei precedenti rapporti. il primo di essi, denominato Mapping Digital Competence: Towards a Conceptual Understanding, presenta i risultati di un sondaggio svolto presso esperti internazionali al fine di rispondere alla necessità di giungere a un linguaggio condiviso e a un significato comune del concetto di competenza digitale e dei suoi costituenti.22 i dati raccolti sono stati integrati in un quadro di insieme assai ricco e articolato che mira a identificare le qualità di una persona che può essere definita digitalmente competenze (Cfr. Fig. n. 1). i dodici ambiti o aree che vengono a costituire la competenza digitale di una persona sono stati poi descritti in maniera sintetica. A. Aspetti generali della conoscenza e delle competenze funzionali la persona digitalmente competente conosce i principi fondamentali (terminologia, navigazione, funzionalità) dei dispositivi digitali e sa usarne di diversi (ad esempio, desktop pC, laptop, tablet, smartphone). possiede competenze informatiche generali (digitalizzazione, utilizzo del computer, ingresso in un nuovo programma) e capisce la differenza tra hardware e software. Ha familiarità con il significato dei termini comunemente usati nei manuali utente per il funzionamento di un hardware, l’installazione e la configurazione del software. Conosce l’esistenza di diversi sistemi operativi. 20 A. FeRRARi, Digital competence in practice: An analysis of frameworks: http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm%3Fid%3D5099 21 K. AlA-MUtKA, Conceptual mapping of digital competence in the academic and policy literature: http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm?id=4699. A. FeRRARi, Analysis of case studies for the development of digital competence: http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm?id=5099. J. JAnSSen, S. StoyAnoV, Opinions of experts collected during an online consultation: http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm?id=5339. 22 in questa presentazione valorizziamo in parte il contributo di Stefania Carioli, alla quale si deve la traduzione dei contenuti delle 12 aree che costituiscono la competenza digitale (Carioli, 2014). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 35 36 B. Utilizzo nella vita quotidiana È in grado di integrare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle attività della vita di ogni giorno. in particolare, sa eseguire download e accedere a diversi tipi di informazione in internet; utilizza le applicazioni per modificare e creare contenuti (testuali, numerici, iconici). È in grado di cercare, raccogliere, elaborare, valutare, condividere, memorizzare i dati e le informazioni utilizzando vari dispositivi, applicazioni, servizi cloud. Sa effettuare operazioni on line di varia natura (ad esempio, pagare fatture, effettuare una domanda di lavoro, presentare una dichiarazione, completare moduli, prenotare un hotel, interagire con servizi locali o governativi, effettuare acquisti on line, ecc.). Consulta le risorse digitali come una procedura routinaria (per notizie, salute, sport, viaggi, intrattenimento, ecc.). C. Competenze avanzate e specializzate per il lavoro e per l’espressione creativa È in grado di usare le tiC per migliorare la qualità delle proprie prestazioni professionali o, a livello superiore, padroneggia competenze digitali specialistiche necessarie per il proprio settore lavorativo. Crea rappresentazioni della conoscenza (usando, ad esempio, mappe e diagrammi) e utilizza una varietà di linguaggi per esprimersi in maniera creativa (testo, immagini, audio e filmati). È in grado di modificare un contenuto esistente trasformandolo in un nuovo prodotto. D. Comunicazione e collaborazione mediata dalla tecnologia la persona competente digitale è in grado di collegarsi, condividere, comunicare e collaborare con gli altri efficacemente in ambienti digitali. in particolare, sa Figura n. 1 - Mappa delle 12 aree che costituiscono la competenza digitale (Cfr. Carioli, 2014) A. Conoscenze e abilità funzionali E. Elaborazione e gestione delle informazionie F. G. Aspetti legati Privacy e sicurezza ed etici L. Utilizzo ottimale (efficace ed efficente) J. Apprendimento su e con le tecnologie digitale K. Decisioni informate sulle tecnologie appropriate H. Un atteggiamento equilibrato I. Comprensione e consapevolezza del ruolo delle ICT nella società B. Utilizzo nella vita di tutti i giorni Persona Digitalmente Competente C. Competenze specialistiche e avanzate per il lavoro e l’espressione creativa D. Comunicazione e collaborazione mediata dalle tecnologia Possiede Dimostra Sviluppa Applica Gestisce Rispetta Possiede Ha Dimostra Sa prendere Raggiunge È competente in LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 36 37 usare le tiC per il lavoro di gruppo (collaborazione, co-costruzione del contenuto) e per il lavoro a distanza. Sa comunicare attraverso e-mail, instant messaging, video conferenza, ecc.; è in grado di utilizzare i social media e la tecnologia partecipativa e sa utilizzare i media digitali per far parte di una comunità. È capace di trarre i vantaggi offerti dalla tecnologia digitale sia sul piano della collaborazione e della partecipazione a reti, che su quello dell’apprendimento per scopi sia personali che professionali. e. Gestione ed elaborazione delle informazioni Utilizza la tecnologia per migliorare la propria capacità di raccogliere, organizzare, analizzare, valutare la pertinenza e lo scopo delle informazioni digitali. È in grado di giudicare la validità di un contenuto presente su internet, di trovare materiali appropriati e di valutare ciò che può essere considerato attendibile. Sa integrare le informazioni, metterne insieme di diversa tipologia, confrontarle con informazioni provenienti da fonti diverse (triangolazione delle informazioni) prima di utilizzarle in un processo conoscitivo. È capace di strutturare, classificare e organizzare le informazioni/contenuti digitali secondo uno schema. F. privacy e sicurezza Ha la capacità di proteggere i dati personali e di adottare opportune misure di sicurezza. Comprende i rischi associati all’uso dell’on line e all’incontro con persone sconosciute. È consapevole dei problemi di privacy implicati nell’utilizzo di internet/ internet mobile ed è in grado di agire con prudenza. Sa proteggere se stesso dalle minacce del mondo digitale (frode, malware, virus, ecc.), comprende il rischio del furto di identità e delle proprie credenziali di accesso ed è in grado di adottare misure per ridurre tali rischi. Sa che molti servizi interattivi utilizzano le informazioni fornite per filtrare messaggi commerciali in modi più o meno espliciti. G. Aspetti legali ed etici Si comporta adeguatamente e in modo socialmente responsabile, dimostrando conoscenza e consapevolezza delle regole e degli aspetti etici connessi all’uso delle tiC e dei contenuti digitali. nello specifico, è in grado di comunicare e collaborare on line con gli altri adottando un codice di comportamento adeguato al contesto. tiene in considerazione le normative e i principi etici connessi all’utilizzo e alla pubblicazione delle informazioni. Comprende le norme sul copyright e sulle regole di licenza e sa che ci sono diverse modalità di distribuzione di un’opera e diverse licenze che tutelano la proprietà intellettuale e la cessione dei diritti d’autore; capisce le differenze tra l’utilizzo del diritto d’autore, le licenze di dominio pubblico, il copyleft e/o le licenze Creative Commons. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 37 38 H. Atteggiamento equilibrato verso la tecnologia Dimostra un atteggiamento equilibrato (positivo ma realistico) nei confronti dei benefici e dei rischi connessi con le tecnologie dell’informazione. Si informa, esplora e usufruisce delle possibilità offerte, guardando ai media digitali come fattori di agevolazione e non di inibizione e considerandoli strumenti che dovrebbero essere al servizio del miglioramento della vita degli esseri umani (e non il contrario). È in grado di valutare e ridurre/evitare le minacce tecnologiche che riguardano la salute. i. Comprensione e consapevolezza del ruolo delle tiC nella società Comprende il più ampio contesto di utilizzo e sviluppo delle tiC, il loro ruolo nella vita quotidiana, sociale e nel lavoro, in un’era caratterizzata dalla globalizzazione e dalle reti. È a conoscenza delle tendenze generali all’interno dei nuovi media, anche se non li usa. Si rende conto che dietro alle tecnologie ci sono aziende di produzione, ci sono sviluppatori e ci sono anche degli scopi. È consapevole dei problemi ambientali connessi con il loro uso. J. Apprendimento sulle e tramite le tecnologie digitali la persona con competenza digitale esplora attivamente e costantemente le tecnologie emergenti, vi si adatta agevolmente, le integra nel proprio ambiente e le usa per l’apprendimento permanente (formale o informale). È capace di utilizzare le risorse tiC per espandere in modo sicuro le proprie conoscenze e per connettersi con il mondo circostante. È in grado di imparare a lavorare con qualsiasi nuova tecnologia digitale che trova esternamente ma anche di attingere alle proprie risorse interiori. K. Scegliere in maniera informata la tecnologia più appropriata È consapevole di quali sono le tecnologie più rilevanti e comuni ed è in grado di scegliere quella più appropriata a seconda dello scopo o del bisogno in esame. È in grado di utilizzare i servizi digitali senza dipendere completamente da essi. l. Uso efficace ed efficiente Adopera con dimestichezza e creatività le tecnologie digitali per aumentare l’efficacia e l’efficienza personale e professionale. Sa utilizzare diverse tiC in modo da raggiungere risultati migliori, più rapidamente, o più facilmente. È capace di avvalersi delle apparecchiature digitali più efficienti e convenienti sul piano dei costi. È in grado di risolvere un problema teorico o pratico, individuale o di interesse collettivo con l’ausilio di strumenti digitali. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 38 39 4. Un quadro di riferimento che proviene dall’analisi di pratiche significative Un secondo rapporto, denominato Digital competence in practice: An analysis of frameworks, mirava a raccogliere elementi informativi derivanti dalle cosiddette buone pratiche nel promuovere quella che può essere definita una “alfabetizzazione informatica”. A questo fine sono stati raccolti i dati relativi a quindici esperienze e al relativo quadro di riferimento adottato. Una loro analisi comparativa ha permesso di proporre una definizione generale e comprensiva di digital competence come: l’insieme delle conoscenze, competenze, atteggiamenti, abilità, strategie e della consapevolezza necessari quando si utilizzano le ICT e i media digitali per svolgere compiti, risolvere problemi, comunicare, gestire informazioni, collaborare, creare e condividere contenuti e costruire conoscenze in modo efficace, efficiente, appropriato, critico, creativo, autonomo, flessibile, eticamente corretto, con riflessi positivi nel lavoro, nel tempo libero, nella partecipazione, nell’apprendimento, nella socializzazione, nel consumo, e nell’empowerment. il quadro che viene così delineato, che integra quanto indicato dalla Competenza chiave europea del 2006, considera sette aree fondamentali che caratterizzano la competenza digitale. 1) Gestione delle informazioni: si riferisce alle conoscenze, alle abilità e ai comportamenti necessari per identificare, localizzare, accedere, recuperare, archiviare e organizzare le informazioni. 2) Collaborazione: si riferisce alle conoscenze, alle abilità e ai comportamenti necessari per collegarsi con altri utenti, per partecipare a reti e comunità on line, per interagire in modo costruttivo e con senso di responsabilità. 3) Comunicazione: si riferisce alle conoscenze, alle abilità e ai comportamenti necessari per comunicare attraverso strumenti on line, tenendo conto della privacy, della sicurezza e della “netiquette”. 4) Creazione di contenuti e di conoscenze: prende in considerazione l’espressione della creatività e la costruzione di nuove conoscenze attraverso la tecnologia e i media, ma anche integrazione e rielaborazione delle conoscenze e dei contenuti e loro diffusione attraverso mezzi online. 5) Etica e responsabilità: include gli atteggiamenti, le conoscenze e le abilità necessari per comportarsi in modo eticamente corretto, responsabile e consapevole delle cornici legali. 6) Valutazione e problem solving: è intesa generalmente come l’identificazione della giusta tecnologia e/o dei giusti media per risolvere un problema o per completare un compito e come valutazione sia delle informazioni recuperate che del prodotto mediatico consultato. 7) Operatività tecnica: si riferisce alle conoscenze, alle abilità e ai comportamenti necessari per un uso efficace, efficiente, sicuro e corretto delle tecnologie e dei media. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 39 40 le aree di competenza individuate si riferiscono a conoscenze, abilità e atteggiamenti, ma allo stato attuale l’attenzione è concentrata principalmente sulle conoscenze e sulle abilità, mentre gli atteggiamenti sembrano giocare un ruolo secondario a causa del forte intreccio con le altre due componenti che li rende difficili da isolare in ambito valutativo o certificativo. i livelli sono stati sviluppati secondo tre criteri: a) età degli studenti; b) ampiezza o profondità del contenuto; c) complessità cognitiva. tutti e tre i criteri hanno la loro importanza e, allo stesso tempo, essi non dovrebbero essere considerati trasversalmente, ma essere differenziati tra le aree di competenza. in sostanza, colui che apprende dovrebbe essere incoraggiato a lavorare a diversi livelli e in ciascuna delle aree di competenza. 5. I risultati dello studio: un’articolazione analitica delle competenze digitali e delle loro componenti il rapporto finale del progetto DiGCoMp, denominato A Framework for Developing and Understanding Digital Competence in Europe,23 descrive i risultati del lavoro svolto specificando gli aspetti fondamentali della competenza digitale attraverso una lista di 21 competenze descritte in termini di conoscenze, abilità e atteggiamenti, raggruppate secondo cinque aree fondamentali. 1) Informazione: identificare, localizzare, recuperare, conservare, organizzare e analizzare le informazioni digitali, giudicando la loro rilevanza e finalità. in questa area sono comprese tre competenze specifiche. 1.1. Esplorare, cercare e selezionare le informazioni: accedere e cercare informazioni on line, articolare i bisogni informativi, trovare le informazioni rilevanti, selezionare le risorse in maniera efficace, navigare tra le risorse on line, sviluppare strategie personali per trovare informazioni. 1.2. Valutare le informazioni: raccogliere, elaborare, comprendere e valutare criticamente le informazioni. 1.3. Conservare e recuperare le informazioni: manipolare e conservare le informazioni e i contenuti per essere poi recuperati, organizzare le informazioni e i dati. 2) Comunicazione: comunicare nel contesto digitale, condividere risorse attraverso strumenti on line, collegarsi con gli altri e collaborare attraverso strumenti digitali, interagire nelle comunità, nelle reti, partecipando con consapevolezza interculturale. in questa area sono comprese sei competenze specifiche. 23 A. FeRRARi, DIGCOMP: A Framework for Developing and Understanding Digital Competence in Europe, http://ipts.jrc.ec.europa.eu/publications/pub.cfm%3Fid%3D6359 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 40 41 2.1. Interagire per mezzo di tecnologie: interagire attraverso una varietà di strumenti e applicazioni, comprendere come la comunicazione digitale è distribuita, presentata e gestita, comprendere la vie appropriate per comunicare attraverso i mezzi digitali, far riferimento ai differenti formati di comunicazione, adattare i modi e le strategie del comunicare alle differenti audience. 2.2. Condividere informazioni e contenuti: condividere con gli altri le locazioni e i contenuti delle informazioni trovate, volere ed essere capace di condividere la conoscenza, i contenuti e le risorse, agire come un intermediario, essere proattivo nel diffondere notizie, contenuti e risorse, conoscere le pratiche di citazione e integrare le nuove informazioni nell’insieme delle conoscenze esistenti. 2.3. Impegnarsi in una cittadinanza on line: partecipare nella società attraverso impegni on line, cercare opportunità di sviluppo di sé e di empowerment nell’usare le tecnologie e gli ambienti digitali, essere consapevole del potenziale delle tecnologie per la partecipazione dei cittadini. 2.4. Collaborare attraverso canali digitali: usare le tecnologie e i media per lavorare in team, per processi collaborativi, e per la co-costruzione e cocreazione di risorse, conoscenza e contenuti. 2.5. Netiquette (comportarsi bene in rete): avere la conoscenza e il sapere pratico delle norme di comportamento nelle interazioni on line e virtuali, essere consapevole dei diversi aspetti culturali, essere abile nel proteggere se stesso e gli altri da possibili pericoli on line (es. cyber bullying), sviluppare strategie attive per scoprire comportamenti inappropriati. 2.6. Gestire l’identità digitale: creare, adattare e gestire una o molteplici identità digitali, essere capace di proteggere la propria reputazione; gestire sia dati che prodotti attraverso molteplici accounts e applicazioni. 3) Creazione di contenuti: creare ed editare nuovi contenuti (da testi elaborati digitalmente a immagini e video), integrare e rielaborare conoscenze precedenti e contenuti, produrre espressioni creative, prodotti multimediali e programmi, tener conto e applicare le questioni di proprietà intellettuale e le licenze. questa area comprende quattro competenze specifiche. 3.1 Sviluppare contenuti: creare contenuti di diverso formato, inclusi i multimediali, editare e migliorare contenuti creati da sé o dagli altri, esprimersi creativamente attraverso i media digitali e le tecnologie. 3.2 Integrare e rielaborare: modificare, rifinire e integrare risorse esistenti per sviluppare nuovi, originali e rilevanti contenuti e conoscenze. 3.3 Copyright e licenze: comprendere come si applicano al caso dell’informazione e del contenuto copyright e licenze. 3.4 Programmazione: utilizzare installazioni, modifiche dei programmi, utilizzo dei programmi, del software, degli strumenti per capire i principi della programmazione, comprendere che cosa c’è dietro un programma. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 41 42 4) Sicurezza: protezione personale, protezione dei dati, protezione dell’identità digitale, misure di sicurezza, usi sicuri e sostenibili. questa area comprende quattro competenze specifiche. 4.1 Proteggere gli strumenti: proteggere i propri strumenti e capire i rischi e le minacce on line, conoscere le misure da adottare per la sicurezza. 4.2 Proteggere i dati personali: comprensione dei termini comuni di un servizio; attiva protezione dei dati personali; comprensione dell’altrui privacy; proteggere se stessi dalle frodi on line, dalle minacce e dal bullismo informatico (cyber). 4.3 Proteggere la salute: evitare i rischi per la salute nell’uso della tecnologia in termini di minacce al benessere fisico e psicologico. 4.4 Proteggere l’ambiente: essere consapevoli dell’impatto delle iCt sull’ambiente. 5) Problem solving: identificare bisogni e risorse digitali, prendere decisioni informate su quali siano i più adatti strumenti digitali sulla base delle finalità e dei bisogni, risolvere questioni concettuali mediante strumenti digitali, uso creativo delle tecnologie, risolvere problemi tecnici, aggiornare le proprie e altrui competenze. questa area comprende quattro competenze specifiche. 5.1 Risolvere problemi tecnici: identificare possibili problemi e risolverli (da piccole disfunzioni a problemi più complessi) con l’aiuto di mezzi digitali. 5.2 Identificare bisogni e risposte tecnologiche: valutare i propri bisogni in termini di sviluppo di risorse, strumenti e competenze, collegare bisogni e possibili soluzioni, adattare strumenti ai bisogni personali, valutare criticamente possibili soluzioni e strumenti digitali. 5.3 Innovare e usare creativamente le tecnologia: realizzare innovazioni con le tecnologie, partecipare attivamente e collaborativamente nella produzione digitale e multimediale, esprimere creativamente se stessi attraverso i media e le tecnologie digitali, creare conoscenza e risolvere problemi concettuali con l’aiuto di strumenti digitali. 5.4 Identificare le carenze di competenza digitale: comprendere in che cosa le proprie competenze hanno bisogno di essere migliorate o aggiornate, come aiutare gli altri nello sviluppo delle loro competenze digitali, tenersi aggiornati con i nuovi sviluppi. 6. Una declinazione sotto forma di rubrica Viene a conclusione del lavoro proposto un quadro di valutazione del progressivo sviluppo delle aree di competenza digitale secondo tre livelli: di base, intermedio, avanzato (Cfr. Fig. n. 2). tale quadro può essere valorizzato anche ai fini di una autovalutazione personale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 42 Livello di base Livello intermedio Livello avanzato 43 Comunicazione Informazione posso fare qualche ricerca on line per mezzo di motori di ricerca. So come salvare e immagazzinare file e contenuti (testi, immagini, musica, video, pagine web). So come recuperare ciò che ho salvato. So che non tutta l’informazione on line è affidabile. posso esplorare internet per informazioni e so cercare informazioni on line. So selezionare le informazioni che trovo. So confrontare le differenti fonti di informazione. So come salvare, immagazzinare e taggare file, contenuti e informazioni e ho le mie strategie di conservazione. So come recuperare e gestire le informazioni e i contenuti da me salvati e conservati. Sono in grado di usare una grande varietà di strategie per cercare informazioni ed esplorare internet. Sono critico nei riguardi delle informazioni che trovo e so verificarne validità e credibilità. So filtrare e monitorare le informazioni che ricevo. Uso differenti metodi e strumenti per organizzare file, contenuti e informazioni. So valorizzare varie strategie per recuperare e gestire i contenuti che io o altri hanno organizzato e conservato. So chi seguire negli ambienti di condivisione delle informazioni (micro-blog). posso interagire con gli altri utilizzando gli elementi essenziali degli strumenti di comunicazione (telefoni mobili, Voip, chat, e-mail). Conosco le fondamentali norme di comportamento che si usano quando si comunica con strumenti digitali. posso condividere con gli altri file e contenuti attraverso semplici mezzi tecnologici. So che la tecnologia consente di interagire con servizi e li utilizzo passivamente. Sono in grado di comunicare con le tecnologie tradizionali. Sono consapevole dei benefici e dei rischi relativi all’identità digitale. Sono in grado di usare molteplici mezzi digitali, anche avanzati, per interagire con gli altri: conosco i principi dell’etichetta digitale e sono capace di utilizzarli nel mio contesto. posso partecipare nei siti di reti sociali e nella comunità on line, dove comunico o scambio conoscenze, contenuti e informazioni. posso attivamente valorizzare alcune delle principali caratteristiche dei servizi on line. posso creare e discutere risultati in collaborazione con altri usando semplici mezzi digitali. posso forgiare la mia identità digitale on line e tenere traccia dei miei passi digitali. Sono impegnato nell’uso di un ampio spettro di mezzi per la comunicazione on line (e-mail, chat, sms, instant messages, blog, micro-blog, sns,...).Sono in grado di applicare i vari aspetti dell’etichetta on line ai vari ambiti e contesti della comunicazione digitale. Ho sviluppato strategie per scoprire comportamenti inappropriati. posso adottare modalità e strade digitali di comunicazione nel migliore dei modi. posso configurare il formato e la via comunicativa in funzione della mia audience. Riesco a gestire i differenti tipi di comunicazione che ricevo. Sono in grado di scambiare attivamente informazioni, contenuti e risorse con gli altri attraverso comunità on line, reti e piattaforme comunicative. partecipo attivamente ad ambienti on line. So come impegnarmi attivamente nella partecipazione on line e so usare molteplici differenti servizi online. Frequentemente e con fiducia utilizzo molti mezzi e vie di collaborazione per la produzione e condivisione di risorse, conoscenze e contenuti. Sono in grado di gestire molteplici identità digitali a seconda dei contesti e delle finalità, posso monitorare informazioni e dati da me prodotti attraverso l’interazione on line. So come proteggere la mia reputazione digitale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 43 Livello di base Livello intermedio Livello avanzato Creazione Problem solving Sicurezza di contenuti Sono in grado di produrre semplici contenuti digitali (testi, tabelle, immagini, audio, ..). Sono capace di modificare in maniera essenziale quanto prodotto da altri. So modificare qualche semplice funzione del software (applicare setting essenziali). So che alcuni contenuti trovati sono coperti da copyright. posso produrre contenuti digitali di differente formato (testi, tabelle, immagini, video,..). posso editare, rifinire e modificare i contenuti che io o altri hanno prodotto. Ho le conoscenze fondamentali circa le differenze tra copyright, furto di copyright e creative commons e posso valorizzare alcune licenze nei contenuti che creo. posso eseguire varie forme di modifica del software e delle applicazioni (installazione avanzate, modifiche di programma essenziali,...). posso produrre contenuti digitali secondo differenti formati, piattaforme a ambienti. posso usare una varietà di mezzi digitali per creare prodotti multimediali originali. Sono in grado di integrare elementi di contenuto esistenti per crearne di nuovi. Conosco come i differenti tipi di licenze si applicano alle informazioni e risorse che uso o creo. posso interagire con programmi (aperti) modificandoli, cambiandoli o scrivendo codici sorgente. Sono in grado di codificare e programmare in diversi linguaggi. Capisco i sistemi e le funzioni che stanno alla base dei programmi. So prendere le fondamentali misure per proteggere i miei strumenti (antivirus, password). So che posso condividere solo alcune tipologie di informazioni su me stesso e gli altri in ambienti on line. So come evitare cyber bullying. So che la tecnologia può influenzare la mia salute, se la uso male. prendo le misure di base per risparmiare energia. So come proteggere i miei strumenti digitali, aggiorno le mie strategie di sicurezza. posso proteggere la mia e l’altrui privacy on line. Ho una comprensione generale dei problemi di privacy e una conoscenza base di come i mei dati sono raccolti e usati. So come proteggere me e gli altri da cyber bullying. Comprendo i rischi per la salute collegati all’uso delle tecnologie (da problemi di ergonomia a dipendenza). Comprendo gli aspetti positivi e negativi dell’uso delle tecnologie nei riguardi dell’ambiente. Aggiorno frequentemente le mie strategie di sicurezza. So come agire quando i miei strumenti sono minacciati. Cambio spesso le forme di garanzia della privacy per proteggere la mia privacy. Ho una comprensione informata e ampia dei problemi della privacy e so come i mei dati sono raccolti e usati. Sono consapevole di come usare le tecnologie per evitare problemi di salute. So come trovare una buon bilanciamento tra mondo on line e off line. Ho una posizione informata sull’impatto delle tecnologie sulla vita quotidiana, sui consumi online e sull’ambiente. So ricorrere ai giusti aiuti e assistenze quando le tecnologie non funzionano o uso nuovi strumenti, programmi o applicazioni. So usare alcune tecnologie per risolvere compiti di routine. So scegliere strumenti digitali per attività di routine. So che le tecnologie e gli strumenti digitali possono essere usati creativamente e riesco qualche volta a farlo. Ho alcune conoscenza, ma sono consapevole dei miei limiti nell’usare le tecnologie. So come risolvere semplici problemi che emergono quando le tecnologie non funzionano. So quali tecnologie fanno al mio caso e quali no. Riesco a rilevare compiti non di routine esplorando le possibilità tecnologiche. So selezionare un appropriato mezzo in base alle finalità e posso valutarne l’efficacia. posso usare le tecnologie per fini creativi e posso usarle per risolvere problemi. Collaboro con gli altri nella creazione di prodotti innovativi. So come apprendere d far qualcosa di nuovo con le tecnologie. So come risolvere un ampio spettro di problemi emergenti nell’uso di tecnologie. So prendere decisioni informate per scegliere mezzi, strumenti, applicazioni, software o servizi per compiti non familiari. Sono consapevole dei nuovi sviluppi tecnologici. Comprendo come i nuovi strumenti lavorano e operano. posso valutare criticamente quale è il miglior strumento che ci serve. posso risolvere questioni concettuali avvantaggiandomi di strumenti tecnologici e digitali. posso contribuire allo sviluppo della conoscenza e a partecipare ad azioni innovative per mezzo di tecnologie. Collaboro proattivamente con gli alti per produrre risultati creativi e innovativi. Di frequente aggiorno i miei bisogni di competenza digitale. Figura n. 2 - Quadro di valutazione del progressivo sviluppo delle aree di competenza digitale LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 44 45 7. Una sintesi operativa Antonio Calvani (Calvani, 2010) sulla base della Raccomandazione europea e degli studi e delle ricerche da lui condotti o diretti, nonostante la consapevolezza della “rapidità di cambiamento che caratterizza il mondo della tecnologia”, ha ritenuto valido elaborare un modello di competenza digitale per tener conto di “un ragionevole equilibrio tra componenti diverse”. tale modello si appoggia su tre dimensioni – tecnologica, cognitiva, etica – che possono integrarsi tra di loro soprattutto nelle situazioni più complesse e impegnative. la dimensione tecnologica include un insieme di abilità e nozioni di base, in particolare quelle che consentono di valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni, integrate con la capacità di scegliere tecnologie opportune per affrontare problemi reali. occorre comunque tener presente come “in questo quadro in costante divenire si fanno sempre più importanti atteggiamenti, modi di porsi, più che specifiche padronanze di nozioni e abilità” (p. 50). la dimensione cognitiva riguarda la capacità di leggere, selezionare, interpretare e valutare dati, costruire modelli astratti e valutare informazioni considerando la loro pertinenza e affidabilità. Vengono segnalati tre indicatori principali: capacità di reperimento e selezione dell’informazione; valutazione critica; organizzazione, sistematizzazione. la dimensione etica evoca la responsabilità sociale nel sapersi porre nei rapporti con gli altri, rispettandone i diritti e comportandosi in maniera positiva nel cyberspazio anche tenendo conto della tutela personale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 45 47 Terzo capitolo Alcuni apporti da ricerche internazionali Naturalmente la problematica connessa con l’introduzione delle tecnologie informatiche, soprattutto mobili, è stata affrontata negli anni passati da più punti di vista. In particolare si è cercato di capire se la loro presenza e il loro utilizzo nei processi d’insegnamento-apprendimento potevano portare a miglioramenti significativi dei risultati ottenuti. Dal momento che i dati raccolti erano un po’ contraddittori, si è cercato di attribuire tale constatazione alle metodologie didattiche inadeguate o antiquate. Altri hanno sottolineato che la questione era più complessa e impegnativa, perché la presenza diffusa e penetrante delle nuove tecnologie conduce a dover rivedere le stesse finalità educative delle istituzioni scolastiche e formative e di conseguenza il tipo di risultati che ci si possono attendere. Probabilmente tutte queste osservazioni hanno un loro fondamento. Nella prospettiva di una rielaborazione dello stesso curricolo di studi è però assai utile fare tesoro di quanto via via la ricerca tende a mettere in luce. 1. Sul rapporto tra introduzione delle tecnologie informatiche e processi di apprendimento Dal punto di vista assunto in questo paragrafo un apporto assai significativo è costituito dal lavoro di M. Raineri pubblicato nel 2012 (Raineri, 2012). la questione che stiamo qui approfondendo è stata ampiamente trattata nel terzo capitolo dal titolo significativo: “la tecnologia migliora l’apprendimento?”. l’argomentazione segue un modello ben consolidato nei passati millenni: partire dalle opinioni più diffuse o credenze circa il fatto che le tecnologie digitali favoriscano, migliorano e accrescono l’apprendimento, per metterle a confronto con i risultati delle indagini empiriche e con una riflessione critica razionalmente condotta. in questo impegno dialettico entra in gioco anche un’analisi delle assunzioni riguardanti teorie dell’apprendimento scolastico che spesso vengono collegate a tale presenza. l’Autrice passa in rassegna alcune indagini raccogliendone le conclusioni secondo alcune frasi riassuntive. in primo luogo essa nota come l’introduzione delle tecnologie informatiche non comporti un significativo miglioramento negli apprendimenti, mentre molte indagini danno risultati ampiamente contraddittori. Ci si sofferma in particolare su quanto rilevato da Hattie nel 2009, che conferma quanto evidenziato da recenti ricerche sull’apprendimento della matematica: qualche ef- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 47 48 fetto di miglioramento si ha se tali tecnologie sono integrate in maniera attenta e consapevole in un processo di insegnamento-apprendimento valido e produttivo. in particolare vengono segnalate alcune condizioni di efficacia: 1) lo strumento tecnologico viene proposto come risorsa integrativa e non sostitutiva, lasciando al docente la responsabilità non solo progettuale ma anche gestionale dell’apprendimento; 2) gli insegnanti ricevono un’adeguata formazione in merito all’utilizzo efficace della strumentazione; 3) vengono ampliate le opportunità di apprendimento, in particolare se le risorse tecnologiche propongono attività guidate di forma tutoriale e di esercitazione pratica progressiva; 4) viene favorito un controllo del proprio apprendimento da parte dello studente e ciò è più agevole con programmi di natura tutoriale e di esercitazione pratica guidata e controllata; 5) si valorizza l’apprendimento tra pari e quindi anche un uso a coppie sembra più valido che un uso delle tecnologie solo individuale; 6) si fornisce con regolarità un feedback informativo e correttivo.24 Alcuni di questi suggerimenti sono confermati da una serie di meta-analisi delle ricerche sul ruolo delle tecnologie informatiche nei processi di apprendimento della matematica. tali indagini hanno messo in luce il fatto che solo in alcune modalità di loro valorizzazione si riescono ad ottenere assai modesti incrementi nelle conoscenze e competenze degli studenti. in altre parole sembra che la scelta di una congruente metodologia di insegnamento possa dare una mano all’insegnante nel promuovere una cultura matematica. l’utilizzo più proficuo, anche se modesto, si realizza mediante l’integrazione dell’uso degli strumenti digitali nel lavoro scolastico più per consolidare con l’esercizio e la pratica progressiva concetti e procedure spiegate dal docente e disponibili in validi manuali, che per una loro introduzione significativa. in altre parole invece di avere una semplice relazione tra docente, libro e studente, si costituisce una relazione più complessa, ma funzionale, tra docente, libro, studente e strumento tecnologico. Gran parte di questi orientamenti derivano da una serie di meta-analisi compiute su una massa impressionante di ricerche da J. A. Hattie e pubblicate nel 2009 (Hattie, 2009).25 Un ulteriore apporto agli orientamenti emersi dalle indagini di Hattie si deve a p. Reimann e A. Aditomo (Reimann, Aditomo, 2013) che nel 2013 hanno preso in esame ulteriori dati.26 la conclusione a cui giungono gli Autori nell’ambito della valorizzazione delle tecnologie informatiche nell’apprendimento dal punto di vista della loro efficacia è la seguente: l’uso delle tecnologie iCt sem- 24 Si tratta delle conclusioni che ha proposto Hattie nel suo lavoro di indagine: A. HAttie, Visible learning. A Synthesis of over 800 meta-analyses Relating to Achievement, new york, Routledge, 2009, 2-232. 25 J.A. HAttie, Visible learning. A Synthesis of over 800 meta-analyses Relating to Achievement, new york, Routledge, 2009. 26 p. ReiMAnn e A. ADitoMo, technology-Supported learning and Academic Achievement, in J. HAttie, e.M. AnDeRMAn, International Guide to Student Achievement. new york, Routledge, 2013, 399-401. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 48 49 brano avere un modesto impatto positivo in alcuni ambiti di studio e mediante l’utilizzo di alcune di esse. Ma i dati non danno alcuna garanzia che una particolare tecnologia di per sé possa portare a un diffuso impatto migliorativo dei risultati di apprendimento. occorre però anche concludere contemporaneamente che non si evidenziano neanche effetti negativi. l’utilizzo delle iCt sembra particolarmente valido quando gli studenti interagiscono tra di loro e con il contenuto d’apprendimento. la questione cioè non è tanto se la tecnologia viene usata, bensì come essa viene usata. Un ulteriore apporto problematico deriva dalla pubblicazione dei risultati dell’indagine oCSe-piSA 2012, che ha rilevato le prestazioni dei quindicenni di 65 paesi per la matematica, la lettura e le scienze. i risultati di tale indagine hanno suscitato notevoli perplessità a causa di alcuni dati raccolti, che in qualche modo hanno dato conferma a quanto osservato da A. Calvani e M. Raineri. la rilevazione relativa all’uso di internet e degli e-book in classe, infatti, ha fornito indicazioni non certo favorevoli alla fruizione di tali risorse tecnologiche rispetto alle più tradizionali risorse cartacee. “l’uso delle tecnologie per la didattica poi non sembra favorire l’apprendimento. nelle scuole dove la maggior parte degli studenti usa internet durante le ore di lezione i risultati deludono le aspettative, laddove invece internet non si usa affatto o si usa con il contagocce le cose vanno meglio. Stesso discorso per i tablet e gli e-book”.27 i dati che vengono riportati sono i seguenti. 1. % di studenti che usano internet durante le lezioni e risultati rispetto al punteggio medio. matematica lettura scienze Meno del 10% 492 496 502 10-25% 487 492 496 26-50% 485 491 493 51-75% 481 489 486 più del 75% 488 486 493 2. % di studenti che usano e-book. la domanda era: per l’utilizzo a scuola hai a disposizione un lettore di e-book? matematica lettura scienze Sì, e le suo 423 403 425 Sì, ma non lo uso 453 447 458 no 494 502 503 27 S. intRAVAiA su La Repubblica del 6 dicembre 2013, 27. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 49 50 3. la differenze tra chi usa e chi non usa il tablet in classe. matematica lettura scienze Sì, le usa 436 422 439 no, non lo usa 494 502 503 naturalmente una corretta interpretazione dei dati dovrebbe esaminare con più cura che cosa è stato chiesto, quali correlazioni esistono con i metodi di insegnamento, i contenuti specifici presi in considerazione, ecc. Ma ai fini del nostro lavoro è sufficiente raccogliere questi elementi di problematicità per esaminare con più attenzione alcuni risultati di ricerche che possono aiutare in un bilancio complessivo Calvani (Calvani, 2013), facendo riferimento alla rassegna di Raineri28 e citando dati dell’oCSe del 200929, si è posto una domanda comprensiva su che cosa sappiamo circa l’efficacia delle iCt sugli apprendimenti curricolari, affermando: “le correlazioni tra uso del computer e miglioramento dei risultati rimane positiva fino a un certo livello per poi decrescere; da una certa soglia in avanti quanto più il computer è usato a scuola, tanto più gli alunni peggiorano. Come sintetizza Gui: “questi risultati suggeriscono grande cautela nel sostituire didattica tradizionale con didattica basata sui nuovi media”. [...] questi dati [...] sono congruenti con osservazioni avanzate sin dai primordi del computer nella scuola e con l’affermazione che sono le metodologie (e gli insegnanti che le utilizzano), e non le tecnologie, a fare la differenza”. l’attenzione poi si sposta alla considerazione del contesto educativo e di obiettivi formativi più generali e personali. la conclusione generale oltre a richiamare quanto affermato circa gli apprendimenti curricolari, prende in considerazione il contesto da promuovere e suggerisce di “definire specifici obiettivi/ target, conseguibili in tempi brevi o medi, verificarne la conseguibilità, dimostrando i vantaggi in termini costi/benefici”. infine, quanto a una visione più generale dell’impatto delle tecnologie sulla società e l’ecologia della mente, occorre tener presente come le trasformazioni delle istituzioni a livello informale sono “assai più lente di quelli immaginati da chi lavora con le nuove tecnologie”. naturalmente tali dati possono indurre altri modelli di lettura e interpretazione e portare a conclusioni diverse. elena Mosa e leonardo tosi hanno fornito nel 2014 un quadro di riferimento interessante circa i risultati delle ricerche disponibili soprattutto in ambito europeo (Mosa, tosi, 2014). Gli Autori hanno esaminato sia il rapporto tra le nuove tecnologie e l’innovazione, e tra queste e le competenze digitali, i contenuti digitali e gli ambienti di apprendimento. nel concludere quanto 28 M. RAineRi, Le insidie dell’ovvio. Tecnologie educative e critica della retorica tecnocentrica, etS, pisa, 2011. 29 M. GUi, Uso di internet e livelli di apprendimento. Una riflessione sui sorprendenti dati dell’indagine piSA 2009. Media education, 3 (2012), 1, 29-42. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 50 51 esaminato circa il rapporto tra iCt e innovazione essi affermano che le ricerche condotte fino al 2008 per valutare l’impatto di tali tecnologie sull’apprendimento avevano segnalato: “come l’ambizione di far corrispondere in modo deterministico alla diffusione di tecnologie effetti univoci sugli apprendimenti scolastici sia ormai tramontata”. i rapporti finali avevano evidenziato effetti positivi su alcuni aspetti generali come motivazione e competenze trasversali, ma avevano messo in chiaro come gli esiti positivi dipendessero da alcune condizioni fondamentali, come la competenza dei docenti. l’ambito disciplinare e il livello scolastico. e concludono: “l’idea che l’introduzione di tecnologie digitali e connettività nelle scuole possa migliorare gli apprendimenti individuali dei nostri studenti incondizionatamente è un’utopia che vorremmo ormai achiviare assieme alla stagione degli impact studies che hanno segnato una fase importante del percorso di maturazione della comunità scientifica e degli enti incaricati di orientare o promuovere processi di riforma a livello nazionale”. in seguito gli Autori giungono ad affermare: “l’idea che vede nelle tecnologie per la didattica la panacea per la risoluzione dei problemi della scuola del terzo millennio è tramontata insieme all’idea, altrettanto illusoria, che si possa ridurre la rilevazione dell’impatto delle iCt nei processi di apprendimento alla misurazione dello scarto migliorativo degli esiti dei risultati negli ambiti disciplinari”. Da questa constatazione consegue che la presenza di tali tecnologie dovrebbe essere il “volano per l’innovazione e la modernizzazione dei sistemi educativi”. in sostanza occorre verificare: “in che modo l’introduzione delle tecnologie digitali è in grado di supportare un’innovazione nelle pratiche didattiche e a quali condizioni l’innovazione può essere estesa su larga scala e non rimanere un’esperienza legata a un singolo contesto”. Sembra, sulla base di quanto elaborato dalla europea Schoolnet, che cinque siano le aree di riferimento: la leadership, le infrastrutture e le risorse, la progettazione curricolare, la qualità e lo sviluppo, la gestione e la comunicazione. 2. Libri stampati versus libri digitali Fin qui studi abbastanza generali. Se ci si sposta più sullo specifico è utile scorrere alcuni rapporti di ricerca. Ad esempio, prendere in considerazione il confronto tra quanto acquisito attraverso la lettura di libri stampati e quanto può essere fatto proprio utilizzando libri digitali e in genere testi letti attraverso uno schermo informatico. nel numero di aprile 2013 della rivista Scientific American è stato pubblicato un articolo di Ferris Jahr dal titolo: “il cervello che legge al tempo del digitale”.30 il Direttore Generale della Casa editrice zanichelli commentando tale 30 F. JAHR, The Reading Brain in the Digital Age: The Science of Paper versus Screens, Scientific American, 11 aprile 2013, 39. Un sottotitolo dice: “e-readers and tablets are becoming more popular as such technologies improve, but research suggests that reading on paper still boasts unique advantages”. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 51 52 contributo31 riprendeva una delle sue conclusione fondamentali: “Mentre leggiamo il nostro cervello costruisce una rappresentazione mentale del testo come se fosse un passaggio fisico e quando cerchiamo di farci tornare alla mente un episodio, spesso ricordiamo dove era nella pagina. questo avviene nei libri, ma non negli ebook. […] più di cento ricerche negli ultimi vent’anni dicono che capiamo e ricordiamo il testo sulla carta meglio che sullo schermo”. l’articolo è stato pubblicato ora in italiano sulla rivista le Scienze32 ed è interessante rileggerne le principali conclusioni: “la tecnologia riscuote sempre più successo via via che diventa più user friendly; eppure la maggior parte degli studi pubblicati a partire dai primi anni novanta confermano le conclusioni precedenti: come mezzo per la lettura, la carta continua a offrire vantaggi rispetto allo schermo. esperimenti di laboratorio, sondaggi e rapporti sulle abitudini dei consumatori indicano che gli apparecchi digitali impediscono una navigazione efficiente dei testi lunghi, il che incide negativamente sulla capacità di comprensione. poiché sembrano richiedere maggior impegno mentale rispetto alla carta, gli schermi rendono anche più difficile ricordare che cosa abbiamo letto una volta arrivati alla fine. inoltre gli e-reader non sono in grado di riproporre le sensazioni tattili tipiche della lettura su carta, di cui alcuni sentono la mancanza. infine, anche se non ce ne rendiamo conto, spesso ci poniamo di fronte a un computer o a un tablet con un’impostazione mentale meno aperta all’apprendimento rispetto a un libro” (Jahr, 2014). l’articolo di Jahr tiene conto in particolare di uno studio pubblicata all’inizio dell’anno da parte di alcuni ricercatori norvegesi (Mengen, Walgermo, Brønnick, 2013). questi avevano confrontato i risultati in termini di comprensione del testo da parte di alunni di 15-16 anni di due scuole norvegesi che leggevano testi in pdf presentati sullo schermo di un computer con alunni della stessa età e delle stesse scuole che leggevano gli stessi testi stampati su carta. l’indagine prendeva spunto da un insieme di ricerche che segnalavano il carico cognitivo in termini di decisioni da prendere e di elaborazione visiva da compiere richieste dalla lettura di ipertesti, da cui derivava una riduzione di prestazioni sul piano della comprensione. Ma non tutti i testi da leggere sono di tipo ipertestuale. in prevalenza nella scuola sono di tipo lineare, narrativi e non narrativi. le ricerche da quest’ultimo punto di vista non sono molte ma tendono a evidenziare migliori prestazioni quanto a ricordo e comprensione. Data la diffusione anche in norvegia dell’uso di testi digitalizzati nella scuola occorreva verificare eventuali effetti di tali sviluppi. 31 Il sole 24ore, domenica 17 dicembre 2013, 34. 32 le Scienze è l’edizione italiana delle rivista statunitense Scientific American: F. JAHR, Carta contro pixel, le Scienze, 545, gennaio 2014, 66-71. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 52 53 i risultati sono stati significativamente diversi tra i due gruppi a chiaro favore dei lettori di testi lineari stampati sia che fossero narrativi, sia non narrativi. le evidenze raccolte, secondo Mengen e collaboratori, portano a segnalare che: “Chi ha letto il libro cartaceo ricorda meglio la trama e riesce più facilmente a mettere gli eventi in giusta sequenza. l’effetto potrebbe essere correlato alla necessità di tenere il filo di ciò che leggiamo: su carta abbiamo molti indizi fisici ad aiutarci, a esempio possiamo ricordare che un fatto si è compiuto quando eravamo quasi all’inizio o a circa metà del volume. il testo elettronico, invece, ci fa perdere di più tra le righe: non percepiamo quanto manca alla fine o a che punto siamo, il testo appare sempre uguale. Sembra anche che la lettura on line renda incapaci di attenzione a lungo temine e quindi di affrontare lettura impegnative di testi lunghi e complessi. Gli Autori si dilungano sull’analisi delle possibili cause di tale diversità. Valorizzando tale analisi, Jahr ricorda come nello studio, a differenza della sola lettura, occorre non solo capire ma anche ricordare le cose fondamentali, per questo occorre concentrazione e capacità di controllo di tipo metacognitivo, spesso si deve tornare indietro, sottolineare e segnare a margine, ecc. tutto ciò è più impegnativo quando si usano testi letti su schermi digitali. tuttavia, nel caso di soggetti con disturbi specifici di apprendimento, come i dislessici le cui difficoltà dipendono soprattutto da problemi di riconoscimento visivo, molte ricerche evidenziano il vantaggio di avere schermi che permettono di scegliere sia il tipo di carattere, sia le spaziatura tra le parole, cosa che non è possibile con i libri stampati. l’aggiustamento del testo a seconda delle possibilità di decodificazione dei singoli soggetti è una della caratteristiche positive non solo per i dislessici, ma in genere per ogni persona che ha qualche problema di tipo visivo. Meno evidente è la valenza positiva dello schermo per i dislessici che presentano problematiche legate ai processi più direttamente di natura linguistica. 3. Scrivere a mano in corsivo versus scrivere al computer Una questione ancora più specifica, ma di grande rilevanza nella pratica scolastica, riguarda l’apprendimento della scrittura realizzata a mano, in particolare quella calligrafica che implica una notevole competenza nel gestire la mano, in quanto si tratta di forme di motricità fine che implicano un coordinamento generale dell’arto coinvolto. in Finlandia a partire dal 2015 è stato eliminato l’apprendimento del corsivo. in un articolo33 pierangelo Soldavini riportava la notizia che 33 p. SolDAVini, Una scrittura senza fine, Domenicale del Sole 24ore, 24 novembre 2013, 12. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 53 54 negli Stati Uniti: “i nuovi standard federali per i nuovi curricula scolastici hanno abolito l’obbligo di insegnamento del corsivo, a favore della scrittura su tastiera”. A questo proposito veniva citato uno studio coordinato da laura H. Dinehart dell’Università della Florida che concludeva, collegando la propria ricerca a un rassegna critica di numerose altre indagini: “la scrittura manuale appare associata alla capacità di autocontrollarsi, di frenare le proprie emozioni e di memorizzare il lavoro svolto” (Dinehart, 2013). Karin James (James, 2012) ha messo in luce, con le sue ricerche, come nei bambini lo scrivere a mano una lettera attivi determinate aree del cervello, mentre digitarla su una tastiera non fa altrettanto. prendere la penna attiva aree motorie cerebrali sollecitate anche dalla lettura in una sinergia positiva. e la scrittura su un foglio di carta insegna a leggere meglio, perché contribuisce a rinforzare le aree del cervello dove si riconosce la forma delle lettere o in cui si associano i suoni alle parole. quanto allo sviluppo della competenza nello scrivere utilizzando tecnologie informatiche, si possono segnalare alcune constatazioni positive: a) gli studenti tendono a scrivere molto di più su supporti digitali rispetto a quanto fanno normalmente su carta; b) la qualità dello scritto appare in genere migliore, soprattutto nel caso di studenti che hanno difficoltà nello scrivere; c) aumenta la probabilità di una revisione accurata del testo e quindi di fare meno errori; d) gli studenti sembrano meglio motivati a produrre testi scritti. queste constatazioni riguardano l’utilizzo del computer fisso con programmi di videoscrittura, occorrerebbe verificare se ciò permane quando si tratta di tecnologie mobili, soprattutto tablet e smartphone, date le abitudini comunicative tra pari mediante tali tecnologie. quanto sopra richiamato in breve intende favorire un approccio consapevole di ciò che si può conseguire con l’introduzione sistematica di risorse di natura digitale e ciò che, eventualmente, potrebbe essere perduto. probabilmente una prima conclusione orientativa mette in guardia da forme ingenue e precipitose di innovazione, senza un adeguato senso di responsabilità. Sembra potersi concludere che, sulla base di quanto finora constatato, l’introduzione delle tecnologie informatiche e, in particolare, delle tecnologie mobili, non possa costituire di per sé un’occasione di miglioramento degli apprendimenti curricolari. Ciò può essere raggiunto se esse vengono opportunamente integrate nel contesto di una progettazione didattica che valorizza sia testi stampati, sia testi digitali, e che introduce le risorse digitali come ulteriore forma o di attivazione dell’impegno di apprendimento dello studente o di consolidamento di quanto acquisito sotto la guida esplicita dell’insegnante. inoltre, sulla base di quanto affermato nel primo capitolo, l’utilizzazione sistematica delle tecnologie informatiche e in particolare di quelle mobili non può essere esaminata solo a partire dai risultati conseguibili dal punto dell’apprendimento generalizzato delle differenti discipline. la questione dello sviluppo delle competenze digitali deve essere sempre presa in attenta considerazione. quindi, se i risultati in termini di apprendimento disciplinare possono essere considerati, come sembra emergere da altre ricerche, paragonabili, senza particolari vantaggi da parte LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 54 55 di un approccio basato su libri e carta stampata o, viceversa, di un approccio basato su testi digitali, allora vanno prese in considerazione questioni formative di natura più generale. 4. Ricerche sull’introduzione delle tecnologie mobili a scuola nel 2012 è stato pubblicato dall’oeCD, in italiano l’oCSe, un rapporto intitolato Connected Minds: Technologies and Today’s Learners (oeCD, 2012). Una sistematica analisi delle ricerche condotte nei vari paesi industrializzati ha portato gli estensori di tale rapporto a presentare alcune conclusioni significative. in primo luogo si è constatata una certa riluttanza degli studenti a utilizzare nei loro impegni scolastici gli stessi strumenti comunicativi che essi quotidianamente valorizzano nell’essere connessi con i loro amici e compagni. Ciò può derivare da molti fattori, tra i quali non poco influsso ha la percezione di docenti e studenti della natura stessa dell’ambiente di apprendimento cui essi sono abituati e del tipo di richieste di attività di studio in esso presenti. Una seconda conclusione raggiunta riguarda il fatto che non sono emerse evidenze adeguate e affidabili circa l’influsso positivo che un loro utilizzo sistematico e diffuso può avere sul piano congnitivo e degli apprendimenti più impegnativi. Da queste conclusioni, certamente provvisorie, deriva la necessità di un’esplorazione più diffusa e sistematica circa la natura e le modalità di valorizzazione dei modelli di integrazione che sono risultati i più validi ed efficaci nel raggiungere gli obiettivi di apprendimento propri delle istituzioni scolastiche e formative. Ciò è tanto più necessario, in quanto la letteratura di ricerca e divulgativa degli ultimi anni (fino al 2012) può esser così distribuita. in primo luogo si evidenziano quelli che possono essere definiti i missionari (o evangelici) delle tecnologie digitali e della connessione continua. essi partono dalla considerazione delle opportunità (affordances), che i sistemi d’interconnessione offrono ai fini dell’informazione, della documentazione e dell’interazione, e ne traggono la conclusione di un potenziamento mai raggiunto prima delle capacità di lavoro e di apprendimento. la loro presenza diffusa nella pratica didattica non può che migliorare le prestazioni sia dei docenti, sia degli studenti. Diversamente si collocano in tale quadro i catastrofisti. questi mettono in evidenza gli influssi deleteri non solo sui processi cognitivi, ma anche sulle stesse possibilità di apprendimento. in particolare l’attenzione viene frammentata e destabilizzata, con la conseguenza di impedire approfondimenti e organizzazioni concettuali adeguate. Superficialità e instabilità delle conoscenze ne sono la conseguenza più evidente, ma anche il patrimonio culturale ne rimane decisamente impoverito. Si realizza qualcosa di analogo a quanto denunciava platone nel Fedro per bocca dl re thamus circa l’invenzione della scrittura. Una terza categoria è quella degli scettici. questi rimangono perplessi sia di fronte a quanto affermano i primi come a quanto lamentano i secondi in mancanza di elementi conoscitivi adeguatamente pertinenti e affidabili. quindi l’unica via di uscita LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 55 56 è quella di condurre sistematiche ricerche empiriche al fine di sbrogliare un poco la matassa delle affermazioni più o meno gratuite degli uni come degli altri. È stato pubblicato verso la fine del 2014 un interessante volume che prende in considerazione specificatamente la questione della diffusione internazionale del mobile learning (Raineri, pieri, 2014). nel sesto capitolo esploreremo più specificatamente la natura e le problematiche connesse con l’uso delle tecnologie mobili nell’apprendimento. ora è importante considerare quanto è emerso finora dalle ricerche in merito alla sua validità ed efficacia nell’apprendimento scolastico e formativo, nel contesto di quella che è stata definita dal rapporto precedentemente ricordato, come la permanente connessione mediale delle menti giovanili. in questa rassegna si può cogliere un aggiornamento delle contrapposizioni, precedentemente registrate. Di fronte alla “diffusione crescente e ubiquitaria dei dispositivi mobili tra i bambini e gli adolescenti” dall’indagine Project Tomorrow pubblicata nel 2012 risulta che buona parte dei genitori ritiene tali dispositivi utili sia fuori, sia dentro l’aula ai fini dell’apprendimento. D’altra parte, le scuole in vari casi stanno “introducendo le tecnologie mobili in modo acritico, dettato dalle logiche di mercato e da un desiderio talvolta naïve di stare al passo con i tempi [...], senza far precedere questa innovazione da un’attenta analisi del contesto socio-culturale e degli eventuali benefici e problemi che le tecnologie mobili possono apportare nella specifica situazione d’uso”. Viene quindi citato l’esempio di quanto spesso suggerito per poter disporre di tali tecnologie: che gli studenti portino a scuola i loro dispositivi (modello ByoD: Bring Your Own Device): “i dispositivi mobili posseduti dagli studenti sono, nella migliore delle ipotesi, strumenti poco adatti all’apprendimento. questi dispositivi sono tutti diversi tra di loro e vengono sostituiti spesso con nuovi modelli ...” (Ibidem, 130-131). Constatazioni di questo tipo sono state registrate anche in varie delle esperienze condotte in italia. emergono così studiosi che mettono in luce le “criticità legate alla realizzazione di progetti di mobile learning a scuola”. tra queste vengono citate: mancanza di supporto tecnico, problemi organizzativi, mancanza di formazione dei docenti, sottovalutazione delle rappresentazioni implicite dei docenti e degli studenti circa l’uso di tali tecnologie, mancanza di condivisione e comunicazione tra i diversi attori, mancata analisi del contesto specifico (Ibidem, 134). Altri, più legati a progetti di diffusione delle tecnologie innovative spingono nella direzione di una presenza diffusa, penetrante e sistematica di tablet e smartphone nella pratica scolastica. in questa direzione viene citata l’affermazione del fondatore di qualcomm: “il fatto di essere nelle mani degli studenti sempre accesi, sempre connessi, i dispositivi mobili hanno le potenzialità di migliorare drammaticamente i risultati educativi scolastici” (West, 2103, 1).34 per dimostrare questo as- 34 D.M. WeSt, Mobile learning. Transforming Education. Engaging Students, and Improving Outcomes, Center for technology innovations at Brookings, September 2013, 1. Cfr.: http://www.brookings.edu/research/papers/2013/09/17-mobile-learning-education-engaging-studentswest (consultato il 30 dicembre 2014). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 56 57 sunto l’Autore dello studio cita la diffusione ormai al 68% di dispositivi mobili tra gli studenti degli Stati Uniti e l’accesso pari a 70% delle famiglie a una rete wi-fi veloce. Ciò induce la possibilità di adattare i contenuti d’apprendimento sui singoli studenti. non solo, ma pensare ad attività educative individualizzate e sviluppantesi lungo tutto il giorno e tutto l’anno solare. il fatto poi che i giovani sono consapevoli di nuovi strumenti d’apprendimento come testi, illustrazioni, registrazioni audio e video permette lo sviluppo di esperienze di natura olistica e un più agevole adattamento ai bisogni e stili d’apprendimento di ciascuno. quanto alla verifica degli apprendimenti, questi possono essere incorporati facilmente nel materiale didattico, ad esempio con prove di comprensione e conoscenza. Si facilita così anche l’effetto di un immediato feedback sia agli studenti, sia ai genitori. Alcuni studi pilota condotti da associazioni nazionali hanno evidenziato i benefici di tale approccio allo sviluppo delle conoscenze in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. Com’è evidente, questo studio si basa soprattutto sul concetto di nuove e seducenti opportunità per l’insegnamento e l’apprendimento e sulla disponibilità diffusa dei dispositivi che consentono di approfittarne. Si tratta, come è evidente, del tipico approccio tecnologico già a suo tempo messo in discussione da neil postman e Jacques ellul ed esaminato nelle sue manifestazioni ogni volta che diveniva disponibile una nuova tecnologia comunicativa. Dal punto di vista formativo, soprattutto in quanto riferibile allo sviluppo delle competenze digitali implicate nella occupabilità presente e futura dei giovani, è interessante tener conto degli studi che evidenziano non solo la presenza delle tecnologie mobili sul posto di lavoro, ma anche la loro valorizzazione nei processi di Formazione professionale non tanto iniziali, quanto continui e comunque estesi a tutto l’arco della vita. A questo proposito un buon rapporto è stato pubblicato nel giugno del 2014 dall’organizzazione Towards Maturity (Upside learning) dal titolo Mobile learning in the workplace.35 la conclusione di una indagine assai accurata nel mondo del lavoro statunitense ha portato alla seguente conclusione: “i tablet stanno dimostrando di essere un dispositivo effettivamente utile al fine di sviluppare un apprendimento collegato al posto di lavoro. Di conseguenza, si appoggia un rapido incremento nell’adozione e nell’utilizzo di questo strumento da parte delle organizzazioni. le ragioni di ciò stanno proprio nella sua mobilità e portabilità; ciò consente di intervenire anche in posti di lavoro isolati e/o distanti”.36 Dall’indagine risulta che il 43% degli intervistati ritiene che l’accesso all’apprendimento sul posto di lavoro per mezzo del proprio dispositivo mobile sia o essenziale o veramente utile. Rispetto poi ad altri strumenti, come il laptop o il pC, il tablet ha una durata delle batterie maggiore, è più leggero e maneggevole, è multi-funzione (include la possibilità di registrare immagini, di vedere video, ascoltare audio, interagire in voce e video, ecc.), favorisce il lavoro in gruppo, può essere sempre acceso. 35 http://www.towardsmaturity.org/shop/wp-content/uploads/2014/06/in-Focus-2014-Report-Mobile- learning-in-the-Workplace.pdf (consultato il 1° dicembre 2014). 36 Ibidem, 2. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 57 58 5. La situazione nei processi formativi: come è descritta nei rapporti Horizon 2014 Sono stati pubblicati i rapporti Horizon europa 2014 elaborati dal new Media Consortium. Dei tre disponibili interessa la nostra ricerca soprattutto quello denominato Horizon Report europe 2014 Schools edition che è stato sviluppato in collaborazione con la Direzione generale della Commissione europea per l’educazione e la Cultura e altri organismi legati all’Unione europea. il rapporto si articola secondo tre grandi aree di interesse: le tendenze in atto, le sfide che tendono a impedire l’adozione delle tecnologie da parte delle scuole, gli sviluppi più importanti da prevedere per i prossimi anni. Si può anche notare come gli altri due rapporti riguardanti il livello terziario o universitario e la scuola non europea (soprattutto nord-americana) si presentino del tutto analoghi, evidenziando simili opportunità, rischi e necessità di sviluppo. Dal nostro punto di vista due affermazioni secche appaiono assai significative: entro un anno l’uso del Cloud e del tablet sarà comunemente presente nelle scuole europee, mentre prospetticamente lo saranno Computer games e ambienti virtuali. Citando la popolarità di servizi basati sulla valorizzazione del Cloud, come Dropbox o Google Drive si afferma: “Cloud computing è ormai ampiamente riconosciuto come uno strumento per migliorare la produttività ed espandere la collaborazione nei processi educativi”. D’altra parte: “il numero di applicazioni disponibili che si basano sulle tecnologie cloud è talmente aumentato che ben poche istituzioni non ne fanno uso, sia ciò parte della politica scolastica o meno”. questa constatazione è collegata anche con l’adozione diffusa di tablet, per i quali sono ormai disponibili più di 115.000 applicazioni educative gratis o a costi modesti”. il potenziale offerto dalla presenza del tablet nelle scuole sta diventando oggetto di studio in molti casi: “per valorizzare tale opportunità gli insegnanti devono conoscere come usarli nelle loro attività didattiche e nell’apprendimento basato su progetti”. quanto ai cosiddetti “computer games”, questi vengono riletti nella loro potenzialità formativa in quanto avvio allo sviluppo delle conoscenze e abilità proprie della computer science: essi, infatti, possono richiedere ai giocatori di “usare abilità di programmazione per affrontare le sfide del mondi virtuali” e in quanto tali la loro presenza si svilupperà notevolmente nei prossimi anni. quanto ai laboratori virtuali, anch’essi sono destinati a diventare più comuni nei prossimi anni. essi diventeranno luoghi nei quali gli studenti potranno fare pratica tecnica e sviluppare competenze operative in un ambiente sicuro prima di usare veri e propri strumenti produttivi. Si avranno così anche laboratori remoti utilizzabili in collegamento internet attraverso una interfaccia virtuale al fine di aiutare le scuole che mancano di adeguate attrezzature per realizzare esperimenti e attività laboratoriale. quanto alle metodologie d’integrazione delle tecnologie digitali nella progettazione didattica il rapporto è molto chiaro. lo sviluppo dei processi di apprendimento basati su tali tecnologie ha sollecitato un ripensamento relativo alle modalità LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 58 59 tradizionali di impostazione dell’attività di insegnamento che in genere erano basate soprattutto su modelli “face to face”. la progettazione cosiddetta ibrida, cioè basata su una integrazione tra modalità di insegnamento dirette e modalità indirette, tradizionali e virtuali, dovrebbe diventare comune nei prossimi due o tre anni ed è già presente nelle attività formative dei docenti meno formali. le ricerche disponibili portano a concludere che la combinazione di un apprendimento virtuale e di uno face to face sia la prospettiva più produttiva. il rapporto sembra alludere inizialmente a forme di insegnamento on line (a distanza) integrate con forme di insegnamento in presenza. Ma il concetto di didattica ibrida o mista viene poi sviluppato in maniera più vasta, tanto da includere sia forme tradizionali di insegnamento diretto, sia forme di insegnamento indiretto (come progetti di ricerca, lavori di gruppo), ambedue valorizzanti tecnologie mobili; ma anche modalità di insegnamento che non utilizzano direttamente tecnologie digitali e modalità che ne fanno una base di lavoro. tutto ciò aprendosi alla collaborazione tra classi diverse anche di diverso livello scolare. la formula utilizzata è mescolare il meglio delle forme di istruzione di classe con il meglio di quanto disponibile in rete, dando più enfasi nel tempo di scuola alla collaborazione tra studenti e alle interazioni studenti-docenti. A questo proposito viene anche richiamata la modalità di insegnamento flipped o rovesciata. più analiticamente il rapporto segnala lo sviluppo ubiquitario dei social media e della relativa permanente connessione dei giovani tra di loro e con risorse informative e conoscitive disponibili in rete. Si suggerisce di incoraggiare sia nel contesto scolastico, sia famigliare forme di dialogo reciproco tra studenti, insegnanti, genitori, associazioni informali. per questo a esempio valorizzare gruppi in WhatsApp per connettersi tra di loro e informarsi su ciò che avviene a scuola. Vanno anche identificate politiche educative adeguate per prevenire usi impropri della rete come cyberbullying. in tale contesto occorre ripensare il ruolo dei docenti e delle pratiche didattiche, tenendo conto della disponibilità on line di risorse educative aperte. Viene sottolineato l’uso nei processi formativi dell’apprendimento on line e le opportunità che la raccolta di dati digitalizzati permette al fine di personalizzare di più non solo l’apprendimento, adattandolo alle manifestazioni individuali di competenza, ma soprattutto la valutazione, valorizzando la raccolta strutturata di tali manifestazioni tramite e-portfolio (o portfolio digitale). tra le sfide che possono in qualche modo ridurre o bloccare l’impatto delle tecnologie digitali nell’attività scolare se non adeguatamente affrontate vengono segnalate: l’integrazione delle iCt nella formazione degli insegnanti; la modesta competenza digitale degli studenti; l’integrazione tra apprendimento formale e non formale; la creazione di autentiche opportunità di apprendimento. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 59 61 Quarto capitolo Uno sguardo alla situazione italiana Le sollecitazioni europee unite a una tradizione abbastanza diffusa di sperimentazioni nell’introduzione delle tecnologie informatiche nella scuola hanno portato a sviluppare alcune indicazioni normative sia per il primo ciclo di Istruzione, sia per il secondo ciclo di Istruzione e Formazione. Inoltre negli ultimi anni, anche su progetti ministeriali, sono state condotte interessanti iniziative di natura sperimentale e sviluppati progetti innovativi più legati alle singole istituzioni formative. Tra queste, lo sviluppo di un approccio più attivo e produttivo nei riguardi delle tecnologie digitali. Infine, occorre tener conto del problema dei testi scolastici digitali. 1. La normativa italiana e gli indirizzi nazionali in italia l’influenza del documento europeo sulle competenze chiave e in particolare sulle competenze digitali si può cogliere a vari livelli di scolarità. qui si prendono in considerazione i documenti relativi al primo ciclo scolastico e all’obbligo di istruzione. le indicazioni nazionali per il primo ciclo di istruzione – 14 anni – nel profilo finale delle competenze, che dovrebbe avere raggiunto ciascuno studente, così si esprimono in merito: “lo studente ha buone competenze digitali, usa con consapevolezza le tecnologie della comunicazione per ricercare e analizzare dati e informazioni, per distinguere informazioni attendibili da quelle che necessitano di approfondimento, di controllo e di verifica e per interagire con soggetti diversi nel mondo”. in provincia di trento la scheda relativa alla certificazione delle competenze conseguite alla fine del primo ciclo di istruzione e approvata in via provvisoria in attesa del modello nazionale, ne indica tre specifiche. lo studente: a) utilizza le tiC per comunicare con altri e scambiare informazioni e materiali, rispettando le regole della rete; b) utilizza le tiC per ricercare informazioni e supporto della sua attività di studio, ne valuta pertinenza e attendibilità; c) produce, tramite tiC, relazioni e presentazioni relative ad argomenti di studio. Alla fine dell’obbligo istruttivo – 16 anni – il modello nazionale di certificazione delle competenze include alcuni aspetti della competenza digitale: a. nella premessa all’asse dei linguaggi viene posto come obiettivo “un adeguato utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione” e si afferma LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 61 62 che la competenza digitale “arricchisce la possibilità di accesso ai saperi, consente la realizzazione di percorsi individuali di apprendimento, la comunicazione interattiva e la personale espressione creativa”; b. nell’elenco delle competenze base a conclusione dell’obbligo di istruzione relative all’asse dei linguaggi, si ricollega la competenza digitale a “l’utilizzare e produrre testi multimediali”; c. nei medesimi elenchi riferiti agli altri assi culturali, si ritrovano competenze di base palesemente riferibili alla competenza digitale (asse matematico: analizzare e interpretare dati usando “le potenzialità offerte da applicazioni specifiche di tipo informatico”, asse scientifico-tecnologico: “essere consapevole delle potenzialità delle tecnologie”) . in definitiva, la competenza digitale da conseguire al termine dell’obbligo scolastico viene legata all’uso delle principali applicazioni informatiche e alla consapevolezza delle loro potenzialità, per cui rispetto a quella definita nella Raccomandazione europea, la competenza nell’obbligo si riferisce ad un sotto-ambito legato solo alle elaborazioni e alle comunicazioni telematiche essenziali. 2. Le indicazioni provenienti dall’Agenda digitale la cabina di regia dello sviluppo dell’Agenda digitale nell’ambito istruttivo ha proposto alcune linee di azione, che vengono qui riassunte.37 esse fanno riferimento al cosiddetto pillar Vi (obiettivi da 57 a 68) della Agenda Digitale europea (Enhancing e-skills). “premesso che le competenze digitali rappresentano un fattore strategico di inclusione sociale, di alfabetizzazione, di innovazione, di cittadinanza attiva e di competitività del paese, si è ritenuto prioritario perseguire i seguenti obiettivi: 1) estendere le azioni del piano nazionale “la scuola digitale” (banda larga per la didattica nelle scuole; cloud per la didattica; contenuti digitali e libri di testo/adozioni; formazione degli insegnanti in ambiente di blended e-learning; liM - e-book ... con l’obiettivo di trasformare gli ambienti di apprendimento); 2) affrontare il problema dell’inclusione sociale (diversamente abili, stranieri, minori ristretti, ospedalizzati, anziani...) anche attraverso soluzioni di telelavoro; 3) incentivare il target femminile all’uso delle tiC; 4) sensibilizzare all’uso critico e consapevole dei contenuti e dell’infrastruttura della rete; 37 http://www.agenda-digitale.it/agenda_digitale/index.php/strategia-italiana/cabina-di-regia/77- competenze-digitali. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 62 63 5) promuovere l’uso delle tiC nei vari settori professionali, del mondo del lavoro pubblico e privato, per garantire la riqualificazione e la Formazione professionale continua; 6) promuovere la standardizzazione dei beni e dei servizi da acquistare, favorendo l’utilizzazione dell’e-procurement pubblico; 7) sostenere attraverso campagne di comunicazione istituzionale l’utilizzo delle tecnologie e la promozione delle conoscenze”. Gli strumenti presi in considerazione per quanto riguarda il mondo scolastico sono richiamati sotto la titolazione: Cloud e banda larga nelle scuole. Ci si propone di sviluppare l’infrastruttura a supporto della produzione, della fruizione e della circolazione delle competenze digitali per la didattica, collegando al cloud tutte le scuole attraverso la rete in banda larga. l’obiettivo è quello di fornire la banda larga a tutte le scuole, affinché possano accedere a connessioni veloci, superiori a 30 Mbps e, in futuro, superveloci fino a 100 Mbps. Si intende promuovere la creazione di un cloud per la didattica dedicato ad insegnanti e studenti facilitando l’accesso e l’uso di contenuti digitali di qualità forniti dalle case editrici, creati dagli stessi insegnanti o attinti da altre fonti autorevoli. in tal senso è indispensabile sviluppare l’editoria digitale, rendendo progressivamente disponibili nel paese contenuti digitali in tutti i settori dell’editoria, favorendone l’adozione e la creatività.38 Si tratta di un servizio sicuro e tutelato che mette al riparo da qualsiasi forma di abuso, in quanto tra gli scopi dell’Agenda Digitale c’è anche quello di sensibilizzare alla sicurezza e all’uso critico e consapevole dei contenuti e dell’infrastruttura della rete. in un’ottica di lungo periodo, occorre inoltre promuovere la trasformazione degli ambienti di apprendimento, riorganizzando lo spazio e il tempo della scuola grazie alle potenzialità, offerte dalle tiC, anche attraverso la costruzione di nuovi modelli di scuola. Dal punto di vista delle soluzioni tecnologiche possiamo suddividere in due grandi aree lo sviluppo del sistema: un livello che potremmo definire “di scuola” che comprende i device individuali degli studenti, quelli di classe (liM) e tutte le soluzioni hardware e software per l’interconnessione, l’organizzazione delle attività, il supporto alla didattica, alle attività di collaborative learning, etc. Un livello “nazionale” caratterizzato da un cloud dove risiedano “spazi attrezzati” dedicati a ciascun insegnante, aree destinate ai contenuti proposti dall’editoria e quindi acquistabili on line, aree dedicate ai contenuti sviluppati dagli insegnanti, servizi destinati agli studenti, alla formazione in modalità di blended e-learning degli insegnanti etc. Sempre a livello nazionale anche i canali della tV digitale rappresentano uno strumento importante sia per lo sviluppo di contenuti digitali per gli studenti che per la formazione in servizio dei docenti. 38 occorre ricordare come tutto quanto previsto da questo documento è già realtà da vari anni in Svizzera e disponibile in tedesco, francese e italiano. Basta consultare il portale: www.educa.ch/it. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 63 64 per quanto riguarda i contenuti da promuovere essi sono raggruppati secondo tre aree: 1) Digital policy literacy, che prende in considerazione non solo conoscenze legate all’uso di linguaggi e strumenti digitali ma anche, in maniera crescente, opportunità e sfide legate ad accesso, produzione e distribuzione e identità in una società trasparente, information-intensive e in rete. 2) E-participation, incoraggiando lo sviluppo di competenze digitali come motore di partecipazione alla società della conoscenza e base fondamentale per esercitare una cittadinanza attiva attraverso la rete. 3) Campagne di comunicazione istituzionale, devono essere opportunamente sfruttate per promuovere l’utilizzo di ausili e tecnologie assistite per le persone con disabilità. le iCt possono rappresentare una possibilità di inclusione sociale senza precedenti, ma spesso non si conoscono le potenzialità di queste nuove tecnologie che permettono alle persone con disabilità di svolgere la propria quotidianità e la propria attività lavorativa senza discriminazione. in coerenza con quanto già definito nel Contratto di servizio RAi, la cabina di regia ha definito una campagna di comunicazione su tutti i canali sia televisivi sia radiofonici, nonché sulla piattaforma internet, volta a far conoscere ai soggetti coinvolti le possibilità offerte dalle nuove tecnologie capaci di migliorare e semplificare la loro vita, permettendo così la diffusione di una cultura dell’integrazione a tutti i livelli. 3. Iniziative ministeriali e locali il succedersi di vari Ministri della pubblica istruzione ha indotto molti a chiedersi se esiste una politica nazionale in merito all’integrazione delle nuove tecnologie, in particolare mobili, nella vita scolastica. Anche perché certe disposizioni hanno manifestato una notevole difficoltà attuativa sia per l’impossibilità pratica di attuarle, sia per la scarsità dei mezzi messi a disposizione. Un esempio è stato dato dalla direttiva riguardante l’introduzione dei libri di testo in formato digitale in sostituzione di quelli cartacei. l’idea poteva essere interessante, ma da una parte la dotazione tecnica disponibile in molte delle scuole italiane era inadeguata, dall’altra le case editrici non erano in grado di rispondere in tempi così stetti a tale disposizione, inoltre i conti fatti in tasca alle famiglie non erano molto chiari (il risparmio nell’acquisto dei libri cartacei poteva permettere di investire nelle tecnologie mobili). la questione sembra ora risolta alla radice, in quanto in base al Regolamento sull’autonomia scolastica il Ministero non può imporre un tipo di testo scolastico. la questione verrà esaminata in dettaglio nel quinto paragrafo di questo capitolo. Maggiormente significative sono state iniziative più meditate che si sono succedute a partire dall’inizio del nuovo millennio. inizialmente, ha avuto un certo spazio la diffusione della cosiddetta patente europea del Computer (eCDl: European Computer Driving Licence). Si trattava di un sistema definito e coordinato a LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 64 65 livello europeo dalla Federazione delle associazioni informatiche europee (CepiS) e promosso in italia dall’AiCA (Associazione italiana per l’informatica e il Calcolo Automatico). esso prevedeva tre ambiti di competenza: uno generale per tutti i cittadini (e-Citizen); uno specificatamente dedicato alla certificazione di competenza nell’uso del Computer e di internet a differenti livelli di competenza (eCDl); un terzo per la certificazione delle competenze dei professionisti di informatica (eCDl Specialised). l’ambito eCDl è articolato secondo tre livelli: Core, Gold, Advanced. il livello di certificazione Core comprende sette moduli e attesta la capacità di utilizzare il pC nelle applicazioni più comuni. i sette moduli per i quali la certificazione implica il superamento di sette esami riguardano: Concetti base; Uso e gestione dei file; elaborazione testi; Foglio elettronico; Uso delle basi di dati; Strumenti di presentazione; navigazione e comunicazione in rete. il livello Gold riguardava la capacità di utilizzare il Computer nel contesto delle materia scolastiche degli ultimi tre anni della secondaria superiore. in partica ci si era concentrati sull’alfabetizzazione informatica a tutti i livelli e così insegnanti e allievi sono stati sollecitati a prepararsi e a superare le prove proposte. per i nuovi assunti, a partire dal 2002, per alcuni anni è stato attivato un sistema di formazione cosiddetto blended, in parte a distanza, in parte in presenza; contemporaneamente venivano formati e convolti numerosi tutor e un certo numero di dirigenti scolastici. Si deve a queste iniziative una certa diffusione di competenze nell’uso delle tecnologie nella pratica didattica. Dal 2007, anche a causa delle politiche europee in materia, si pensa non più alle tecnologie come strumenti/sussidi ma a una loro integrazione in ambienti di apprendimento degli studenti. Così si propongono varie iniziative e progetti come Digiscuola e Scuola Digitale lavagne. Si giunge così ai progetti Classi 2.0 e poi Scuola 2.0. l’obiettivo è ora quello di sperimentare e verificare quanto l’uso della tecnologie nella quotidianità del lavoro formativo trasformi l’ambiente di apprendimento e favorisca l’innovazione. Gli effetti di queste iniziative a livello nazionale, di quelle a livello regionale (come nel caso della lombardia), come di quelle a livello locale, hanno permesso una certa diffusione di istituzioni che hanno cercato di creare in primo luogo le condizioni per un uso sistematico e non occasionale delle tecnologie mobili assicurando i collegamenti web via wifi e favorendo l’iniziativa di docenti aperti e competenti nel diffonderne un uso integrato nel loro insegnamento. in questo quadro occorre inserire quanto, a partire dalla fine degli Anni Settanta, è stato sperimentato nei processi di Formazione professionale sia in merito alla formazione dei docenti, sia in merito alla valorizzazione non solo della strumentazione tecnologica, ma anche di quello che viene ora definito il pensiero computazionale. Basti qui ricordare le trasformazioni indotte non solo nel campo della tecnologia, ma anche della formazione culturale e professionale, dalle parallele innovazioni profonde nel campo dell’industria grafica come in quella della produzione meccanica. quanto alla diffusione locale dell’innovazione basata sull’introduzione nella LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 65 66 pratica didattica, oltre che amministrativa, delle tecnologie digitali, in particolare mobili, una buona panoramica è stata offerta a partire dall’anno scolastico e formativo 2012-2013 dalla rivista Tuttoscuola. nel suo dossier mensile Tecnologie ha raccolto interviste a responsabili delle strutture scolastiche regionali, a dirigenti di istituzioni scolastiche statali e paritarie, a docenti particolarmente competenti e impegnati, fornendo così un quadro di quanto si sta sviluppando non solo a livello di progetto nazionale Scuola Digitale, ma anche di Regioni particolarmente coinvolte come la lombardia, di singole istituzioni o di consorzi tra di esse. in genere si tratta di persone convinte della validità dell’impresa, che si muovo nonostante difficoltà di varia natura, dalla difficile disponibilità di collegamenti web a banda larga e veloce alla carenza di dotazioni per l’uso individuale di tecnologie mobili. Sul piano metodologico sembra prevalere l’opinione che la presenza in classe di questo tipo di tecnologie implichi cambiamenti anche radicali nel modo di promuovere l’apprendimento degli studenti. i dossier sono ora disponibili in rete presso il sito www.tuttoscuola.com/scuoladigitale/. Analoga impressione si ha seguendo il supplemento domenicale Nova del Sole 24ore e del relativo sito www.nova.sole24ore.it, Uno dei meriti fondamentali di questo tipo di pubblicazioni sta nell’informare puntualmente sulle evoluzioni della normativa e sullo sviluppo di iniziative pubbliche o private e di protocolli di intesa tra MiUR e Associazioni, imprese, enti pubblici o provati. A esempio si cita la messa in rete della vetrina digitale Protocolli in rete in cui il Ministero dell’istruzione inserirà tutti i protocolli siglati sul digitale. Uno strumento nuovo per consentire alle scuole di migliorare la loro dotazione tecnologica, aderendo agli accordi siglati dal Ministero con aziende, associazioni, enti e fondazioni, che offrono gratuitamente alle scuole beni o servizi in materia. 4. Alcuni punti di riferimento per la ricerca e l’innovazione l’istituto per le tecnologie Didattiche, uno degli istituti di Ricerca del Consiglio nazionale delle Ricerche, si dedica allo studio dell’innovazione educativa legata all’uso delle tecnologie dell’informazione e della Comunicazione (tiC). le ricerche svolte hanno per oggetto: l’integrazione delle tiC nei differenti contesti di apprendimento (Scuola, Università, impresa); le problematiche di differenti ambiti disciplinari e tematici (educazione linguistica, educazione scientifica, educazione ambientale...); alcune problematiche educative di rilevanza sociale (disabilità, difficoltà di apprendimento, svantaggio, intercultura...); lo studio delle tecnologie innovative come risorsa per l’apprendimento. la ricerca dell’istituto ha come principali riferimenti le scienze cognitive, l’informatica e le differenti pedagogie disciplinari. l’istituto pubblica dal 1993 la rivista Tecnologie didattiche che documenta lo sviluppo delle ricerche condotte nel corso degli anni. in occasione del ventesimo “compleanno” della rivista è stato pubblicato come supplemento al volume 21, nu- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 66 67 mero 3, un’opera che presenta un quadro di sintesi sulle seguenti tematiche direttamente riferibili all’integrazione delle risorse digitali nel contesto scolastico e formativo: partecipazione e condivisione; risorse digitali per l’apprendimento; potenzialità emergenti per l’apprendimento; nuovi contenuti per la società digitale; impatto delle tecnologie didattiche sulla scuola. Ciascuna di tali sezioni comprende a sua volta singoli contributi che fanno il punto sullo stato di avanzamento della ricerca su specifiche questioni da parte dei migliori esperti italiani. Ad esempio, paolo Ferri tratta dei contenuti digitali per l’apprendimento, pier Cesare Rivoltella delle piattaforme che consentono di gestire contenuti personali d’apprendimento, Marco Arrigo si concentra sull’apprendere con le tecnologie mobili, luciano Galliani sulla formazione universitaria dei docenti, Donatella persico sulla partecipazione nella progettazione didattica, ecc. Seguire la rivista dell’istituto aiuta non solo ad aggiornarsi sul mondo delle tecnologie didattiche digitali, ma anche a farlo in modo consapevole e critico. essa è disponibile anche on line (www.tdjournal.itd.cnr.it). Ad esempio il numero dell’aprile 2014 è dedicato al complesso rapporto che nel contesto scolastico viene a stabilirsi tra uso delle tecnologie e innovazione educativa. Viene ad esempio constatato come in Gran Bretagna il grande investimento realizzato in tecnologie per la scuola non abbia prodotto sostanziali cambiamenti nella pratica didattica, né miglioramenti nei risultati scolastici. in un articolo, Collins e Halversons si sono posti la seguente domanda: l’innovazione educativa mediata dall’uso della tecnologia digitale può avvenire in continuità con una trasformazione del sistema scolastico o solamente al di fuori di tale sistema e/o in rottura con esso? Un’ulteriore fonte di informazioni e orientamento viene da quanto è reperibile nel sito dell’indire: (www.indire.it). Si tratta di un sito istituzionale che ha avuto il compito in passato di seguire i progetti di formazione dei nuovi assunti presso il sistema istruttivo italiano, come quelli relativi alle Classi 2.0, Scuola 2.0, Scuola digitale, Scuola Digitale lavagne e simili. l’indire (istituto nazionale di Documentazione, innovazione e Ricerca educativa) ha il compito di accompagnare l’evoluzione del sistema scolastico italiano investendo in formazione e innovazione e sostenendo i processi di miglioramento della scuola. in ambito internazionale fa parte del Consorzio eUn - european Schoolnet composto da 31 Ministeri dell’educazione dei paesi europei, che promuove l’innovazione nei processi educativi in una dimensione transnazionale. il Centro Studi Impara Digitale è un’associazione nata nel marzo 2012 per promuovere lo sviluppo di una modalità didattica innovativa, che permetta alla scuola italiana ed europea di beneficiare significativamente del potenziale offerto dall’introduzione della tecnologia digitale. Ha come obiettivo sviluppare un metodo di didattica per competenze per una scuola inserita nell’attuale contesto digitale, attraverso l’utilizzo di tecnologie personali e mobili. l’associazione ricerca, sperimenta, condivide e insegna quanto imparato dalla reciproca collaborazione, mediante un network di riferimento a livello nazionale: www.imparadigitale.it. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 67 68 A questo fine intende: promuovere lo sviluppo e diffondere l’utilizzo di didattiche per la scuola digitale; analizzare l’efficacia di diverse tecnologie per la didattica; studiare e realizzare strumenti e piattaforme software di supporto alla scuola digitale; organizzare e gestire manifestazioni a carattere tecnico, seminari e corsi di formazione; preparare e diffondere materiale informativo relativo alle didattiche per la scuola digitale; favorire tutte le iniziative che possano contribuire alla promozione delle didattiche, costituendo un luogo privilegiato di scambio di esperienze e di informazioni. esistono, poi, numerosi siti che mettono a disposizione unità didattiche, veri e propri corsi formativi, materiali di riferimento, video e audio, ecc., al fine di aiutare i docenti nel loro lavoro quotidiano e gli studenti nel loro apprendimento. il materiale offerto a docenti e studenti può essere considerato come un insieme di risorse, che, con quanto offrono gli altri siti della rete, inclusi Wikipedia, youtube, e altri siti più specializzati, danno al docente la possibilità di costituire una propria base di risorse didattiche, organizzata in base alle esigenze del suo insegnamento. Ad esempio un docente di fisica, che intende affrontare il principio di Archimede, può trovare in tali siti ottimi spunti da spiegazioni orali, testi, video, esperimenti reali e simulati. può anche assegnare agli studenti, come impegno individuale e collettivo, recuperare dalla rete il file i file che a loro avviso esprime meglio e con più chiarezza e precisione tale principio. Oilproject è una community on line, promossa dalla tiM, che offre lezioni sulle materie più disparate. ogni corso è una raccolta di video, testi ed esercizi raggiungibili in modo gratuito, sui tablet, smartphone e pC. Ha avuto origine nel 2004 da parte di un gruppo di ragazzi che decisero di farsi da soli una scuola non convenzionale in cui ognuno potesse raccontare quello che sa a chi lo vuol stare ad ascoltare. la comunità è composta da migliaia di utenti di tutte le età decisi a condividere le proprie conoscenze e imparare dalle esperienze altrui sfruttando le tecnologie più dinamiche. Dal gennaio 2013 ha stipulato un accordo con Impara Digitale al fine di migliorare la qualità dei contenuti didattici offerti dal sito, e renderli sempre più vicini alle concrete necessità e alle nuove sfide del mondo dell’insegnamento. la Khan Academy è un’organizzazione no-profit che ha l’obiettivo di migliorare il sistema educativo fornendo materiali didattici, in generale video, sia in inglese, sia in italiano, sia in inglese con sottotitoli italiani, in gran parte riferibili ai vari argomenti di matematica. tali materiali spesso sono utilizzati per attivare esperienze di classi rovesciate (www.it.khanacademiy.org). Apprendereinrete (www.apprendereinrete.it) è un portale dedicato ai docenti e agli studenti e supportato da Microsoft. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 68 69 5. Una “Buona scuola” digitale nelle linee guida del governo denominate “la buona scuola” sono richiamati sia i limiti dell’attuale situazione circa la digitalizzazione delle scuole, sia alcuni orientamenti operativi. in primo luogo si riconosce la necessità di promuovere una più diffusa e capillare connessione ad internet con rete veloce: “Ad oggi, solo il 10% delle nostre scuole primarie, e il 23% delle nostre scuole secondarie, è connesso ad internet con rete veloce”. e poi in “quasi una scuola su due (46%), la connessione non raggiunge le classi e quindi non permette quell’innovazione didattica che la Rete può abilitare”. inoltre si è investito quel poco che era disponibile in modo non congruo, “ingombrando con le liM le nostre classi e spaventando alcuni docenti”. “la tecnologia non deve spaventare. Deve essere invece leggera e flessibile, adattandosi alle esigenze di chi la usa, allo stile dei nostri docenti, alla creatività dei nostri ragazzi”. essa “deve essere abilitante, diffusa, personale, discreta. Rispettosa del valore umano dell’educazione, del valore sociale della didattica, e infine il più sostenibile per le nostre risorse pubbliche”. A parte un giudizio un pò troppo sbrigativo sull’introduzione delle liM in classe, in questa presa di posizione si nota una notevole dose di ragionevolezza, tanto più importante di fronte alla massa di docenti cosiddetti “precari” che dovrebbe essere assunta entro il 2015 e che presumibilmente non ha potuto sviluppare adeguate competenze digitali nell’insegnare. Certamente ciò può derivare sia dalla loro età, sia dalla loro precaria esperienza docente, priva di stabilità e di possibilità di realizzare esperienze didattiche con continuità e a lungo termine. tuttavia una presa di posizione di questo tipo può tranquillizzare un po’ troppo i docenti di fronte alle esigenze di sviluppo di quelle competenze digitali che costituiscono uno degli obiettivi chiave dell’apprendimento permanente. Certo, occorre ribadire con chiarezza che al cuore del processo di apprendimento sollecitato dai docenti deve porsi in primo luogo una comprensione sufficientemente profonda dei concetti e dei procedimenti proposti. Molti studiosi hanno ben chiarito che un apprendimento attivo dello studente si ha quando egli si impegna in un’appropriata attività cognitiva, ad esempio selezionando informazioni rilevanti, integrando le nuove conoscenze con quelle già possedute e organizzando in maniera coerente quanto acquisito; mentre un apprendimento passivo si ha quando tale attività non ha luogo e si ha solo una semplice recezione di quanto proposto, non integrato nella propria struttura conoscitiva, quindi non compreso e non ricordato adeguatamente. A una didattica attiva solo esternamente, nella quale gli studenti sono coinvolti in un’attività pratica, come ricerca di informazioni, di soluzioni a un problema o di discussione in gruppo, non corrisponde necessariamente un apprendimento attivo di questo tipo. Mentre esso può essere presente, per mezzo di appropriati processi cognitivi, anche attraverso forme di insegnamento che esternamente appaiono passive. la conseguenza è chiara: non basta mettere in moto gli studenti mediante l’utilizzo di strumenti digitali mobili, ciò che è importante è coinvolgerli cognitivamente in un apprendimento significativo, stabile e fruibile. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 69 70 per sollecitare tale apprendimento attivo sono state individuate non poche strategie positive. tra queste assume un ruolo decisivo il cosiddetto feedback, o retroalimentazione, da parte dell’insegnante verso lo studente, ma anche quello da parte dello studente verso il suo docente e quello che proviene dai compagni. in altre parole si sviluppa una forma di conversazione nella quale al centro dell’interesse è proprio la comprensione adeguata di quanto proposto e poi la sua valorizzazione nell’applicarlo a situazioni e problemi al fine di sollecitarne il consolidamento, il ricordo e la fruibilità. Se la tecnologia favorisce questa conversazione tra docente e studenti e riesce a sollecitare in questi un apprendimento attivo, allora essa diventa veramente uno strumento didattico significativo. e ciò vale anche sul piano della stessa competenza digitale. per questo è importante riportare una altro passo delle linee guida: “la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A non limitarsi ad essere ‘consumatori di digitale’. A non accontentarsi di utilizzare un sito, una app, un videogioco, ma a progettarne uno. perché programmare non serve solo agli informatici. Serve a tutti, e serve al nostro paese [...]. pensare in termini computazionali significa applicare la logica per capire, controllare, sviluppare contenuti e metodi per risolvere i problemi e cogliere le opportunità che la società già oggi ci offre.” A parte il tono un po’ enfatico, analoghe considerazioni erano già presenti quando fu sviluppato il piano nazionale per l’informatica, e molte delle sperimentazioni degli Anni ottanta e novanta dell’altro secolo andavano in questa direzione. quanto alla disponibilità di reti e di strumenti digitali si afferma: “non saremo soddisfatti fino a quando l’ultima scuola dell’ultimo comune d’italia non avrà la banda larga veloce, un wifi programmabile per classe (con possibilità di disattivazione quando necessario) e un numero sufficiente di dispositivi mobili per la didattica”; privilegiandone la proprietà personale (“le istituzioni intervengono solo per fornirle a chi non se lo può permettere”). Si tratta di una prospettiva che va poi calibrata istituto per istituto al fine di rendere il tutto coerente e praticabile. non è possibile, infatti, pensare a una classe nella quale gli studenti hanno strumenti con differenti sistemi operativi oppure strumenti che visualizzano le informazioni in modi non compatibili tra loro. 6. La questione dei libri di testo digitali il passaggio ai libri digitali può portare a qualche difficoltà ed evidenziare alcune condizioni di fattibilità. a) talora i libri di testo digitali proposti sono riproduzioni in pdf dei testi stampati con modeste possibilità di utilizzazione (sottolineature, note, …). in particolare, in alcuni casi vi è una certa difficoltà nello scorrimento delle pagine. Migliore la situazione se si tratta di ebook. tuttavia, a parte l’avere a disposizione il testo sul tablet, non sembra che queste soluzioni tecnologiche offrano grandi miglioramenti rispetto all’uso del testo stampato. la possibile soluzione ad alcune di questa problematicità LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 70 71 viene in genere data dall’uso contemporaneo di un quaderno che diventa la forma normale di accompagnamento del libro digitale. b) libri digitali e ebook più interattivi, con immagini, anche in movimento, occupano spazi di memoria non indifferenti. in qualche caso le case editrici riescono con vari accorgimenti a limitare tale occupazione di memoria, ma comunque diventa assai problematico scaricare da parte degli studenti i molti libri di cui hanno bisogno per le diverse discipline di insegnamento. c) Se la fruizione dei libri e materiali didattici offerti dalle case editrici vengono fruiti on line, occorre tener presente che a regime i collegamenti wifi contemporanei potrebbero essere assai numerosi e, se si devono scaricare immagini o filmati, le linee potrebbero congestionarsi e rallentare o addirittura interrompere i collegamenti. la normativa ministeriale, dopo molte tergiversazioni e oscillazioni, ha riconosciuto le conseguenze dell’entrata in vigore del Regolamento sull’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche e formative relativamente all’adozione dei libri di testo. Ricordiamo a questo proposito come da molti veniva considerato assai problematico che il Ministero potesse continuare a imporre l’adozione di testi sia cartacei, sia digitali, stante le disposizioni derivanti dal Regolamento sull’autonomia scolastica del 1999. l’obbligo di adottare testi scolastici (stampati o digitali) per la varie discipline di insegnamento risultava, infatti, assai poco coerente con i principi sanciti circa l’autonomia didattica delle istituzioni scolastiche. oggi viene affermato che: “il collegio dei docenti può adottare, con formale delibera, libri di testo oppure strumenti alternativi, in coerenza con il piano dell’offerta formativa, con l’ordinamento scolastico e con il limite di spesa stabilito per ciascuna classe di corso”. inoltre la norma prevede che: “nel termine di un triennio, a decorrere dall’anno scolastico 2014-2015, [...] gli istituti scolastici possono elaborare il materiale didattico digitale per specifiche discipline da utilizzare come libri di testo e strumenti didattici per la disciplina di riferimento; l’elaborazione di ogni prodotto è affidata ad un docente supervisore che garantisce, anche avvalendosi di altri docenti, la qualità dell’opera sotto il profilo scientifico e didattico, in collaborazione con gli studenti delle proprie classi in orario curriculare nel corso dell’anno scolastico. l’opera didattica è registrata con licenza che consenta la condivisione e la distribuzione gratuite e successivamente inviata, entro la fine dell’anno scolastico, al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e resa disponibile a tutte le scuole statali, anche adoperando piattaforme digitali già preesistenti prodotte da reti nazionali di istituti scolastici e nell’ambito di progetti pilota del piano nazionale Scuola Digitale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca per l’azione editoria Digitale Scolastica”. il progetto Book In Progress, promosso dall’itiS Majorana di Brindisi, che ne rimane il capofila, coinvolge ormai decine di scuole e centinaia di docenti nella preparazione di libri di testo: segue ormai tale normativa, anche se l’ha anticipata.39 39 www.bookinprogress.org. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 71 72 tale impresa deriva dalla convergenza di alcuni fattori fondamentali. in primo luogo, la sempre più accentuata diffusione delle comunicazioni tramite la rete web, che consentono la condivisione di testi, video, audio, immagini, ecc. tra le persone, indipendentemente dalla loro collocazione geografica e dal tempo di utilizzo della rete. in secondo luogo, la possibilità di collocare tali artefatti in un deposito accessibile in ogni momento da parte degli interlocutori, con possibilità non solo di fruirli passivamente online, ma di scaricarli, di interagire on line con essi, ecc. Ma, soprattutto, l’interesse e la disponibilità di molti docenti distribuiti su tutto il territorio nazionale a partecipare a una impresa collettiva nella redazione di libri di testo per le scuole. quindi, se l’iniziativa Book In Progress si colloca nella prospettiva ormai prevista dalla normativa nazionale, ma in qualche misura la supera, perché estende la partecipazione all’impresa comune a scuole e docenti di tutta la penisola e non solo a docenti del proprio istituto. Viene prevista, poi, la responsabilità di una scuola e di un coordinatore per ogni progetto di testo disciplinare da produrre, mentre la collaborazione alla sua redazione è aperta a tutti quelli che intendono partecipare. Un regolamento chiarisce tutta una serie di problematiche connesse con i diritti d’autore, con la questione della gratuità della prestazione, ecc. l’importanza di questa impresa può essere considerata da molti punti di vista. Credo interessante sottolinearne solo due. Si è molto insistito in questi ultimi decenni sull’importanza di una co-costruzione del sapere, sulla collaborazione nella produzione di artefatti, sul valore di una conoscenza distribuita, che si possa valorizzare nelle varie esigenze operative. il progetto sembra proprio corrispondere a una verifica della bontà di tali prospettive di lavoro. tradizionalmente i libri di testo venivano elaborati da uno i più autori (due o tre) in collaborazione con una casa editrice. Avendo nel tempo collaborato con più case editrici in questa direzione, posso testimoniare le ampie discussioni in merito alla redazione finale dei testi. Anche perché gli autori sviluppano un progetto e lo realizzano sulla base della loro esperienza didattica e delle assunzioni epistemologiche e metodologiche che li caratterizzano. Basti citare due celebri esempi di testi scolastici per la matematica: quelli di F. enriques e U. Amaldi e di e. Castelnuovo. le case editrici sono più sensibili alla loro commercializzazione e diffusione. testi molto interessanti dal punto di vista contenutistico e metodologico furono adottati da ben pochi insegnanti. l’impresa Book In Progress può confermare, o falsificare, l’assunzione che il prodotto collettivo di un libro di testo, indipendentemente da una casa editrice, può offrire risultati migliori e più funzionali rispetto a quelli tradizionalmente realizzati. la seconda prospettiva interessante riguarda la possibilità di cogliere, esaminando i risultati finali di tale impresa, cioè i vari libri di testi prodotti, qual è l’impianto epistemologico e metodologico che emerge come il più gettonato da parte di docenti distribuiti sul territorio nazionale e che manifestano interesse, impegno e dedizione particolare al loro lavoro didattico. Già, perché la natura stessa dell’im- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 72 73 presa, che non consente diritti d’autore significativi, come è stato nel passato in alcuni dei casi per testi particolarmente diffusi, implica passione per il proprio lavoro e desiderio di rispondere meglio alle attese di famiglie e studenti, anche dal punto di vista economico. Data la mia età, ho potuto cogliere a partire dagli Anni Cinquanta e Sessanta del secolo passato non poche evoluzioni, sia sul piano della stessa concezione della disciplina scolastica, sia su quello delle metodologie didattiche da adottare per insegnarla. inoltre, tra il livello della ricerca, e delle proposte operative che ne derivano, e quello della effettiva diffusione nella pratica quotidiana si è sempre manifestato un ampio divario. e ciò non può essere considerato sempre come negativo. Anzi. Raffinati studi, come quelli realizzati da John Hattie (Hattie, 2009), hanno messo in evidenza come molte idee, anche assai interessanti, non hanno avuto risposte sul campo analogamente positive. 7. Le prospettive in atto: dal consumo alla produzione la riflessione pedagogica attuale, richiamata anche nel documento “la buona scuola”, porta a identificare nell’ambito delle competenze digitali due prospettive: una consumistica e una produttiva. in tale documento si dice: “la scuola ha il dovere di stimolare i ragazzi a capire il digitale oltre la superficie. A non limitarsi ad essere ‘consumatori di digitale’. A non accontentarsi di utilizzare un sito, una app, un videogioco, ma a progettarne uno. perché programmare non serve solo agli informatici. Serve a tutti, e serve al nostro paese […]. pensare in termini computazionali significa applicare la logica per capire, controllare, sviluppare contenuti e metodi per risolvere i problemi e cogliere le opportunità che la società già oggi ci offre”. negli Stati Uniti presso il Mit (Massachusetts Institute of Technology) è stato sviluppato, in collaborazione con Google, un progetto di laboratorio scolastico per studenti di scuola secondaria (12-18 anni), che seguono qualsiasi filiera formativa, al fine di metterli in grado di progettare e realizzare App per tablet o smartphone (della serie Android). il progetto iniziato nel 2011 ha avuto un largo successo nel mondo di lingua inglese (Stati Uniti, Gran Bretagna) e nel contesto orientale (Hong Kong, Singapore) e ne è nato dal 2012 un servizio sistematico per aiutare docenti e studenti nell’attività laboratoriale. Chi è interessato a utilizzare il materiale, le guide del progetto e la relativa assistenza a titolo gratuito, può collegarsi al sito http://appinventor.mit.edu. in questo ultimo anno è stata sviluppata anche una seconda versione di tale progetto (http://ai2.appinventor.mit.edu). l’ipotesi formativa che sta alla sua base è quella di favorire un’esperienza diretta dell’uso della tecnologia per la realizzazione di nuovi prodotti e non solo per consumare quelli già disponili. proprio per favorire un’iniziazione agevole e coinvolgente al mondo della programmazione, il progetto non richiede nessuna esperienza previa di programmazione informatica al fine di realizzare le proprie applicazioni per strumenti infor- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 73 74 matici mobili. nel sito vengono anche descritti sommariamente numerosi casi di scuole che hanno adottato tale risorsa e i risultati ottenuti. esperienze di questo tipo, anche se non finalizzate a sviluppare specifiche competenze tecnico-professionali, a mio parere sono essenziali per accostare il mondo della tecnologia informatica mobile in maniera più consapevole, ma soprattutto per porre le basi di un atteggiamento verso la tecnologia non solo di tipo banalmente consumistico, ma anche per quanto possibile aperto a una sua valorizzazione per realizzare i propri progetti, adattando lo strumento utilizzato alle proprie esigenze ed evitando di diventarne totalmente dipendente. Certo i giovani spesso hanno già molto familiarizzato con le tecnologie mobili, ma ciò avviene soprattutto nella comunicazione informale e nel gioco, assai poco e solo occasionalmente in attività più sistematiche e ben finalizzate, sia di studio, sia di lavoro. inoltre, emerge l’importanza di sviluppare adeguate competenze connesse con la programmazione o la riprogrammazione degli strumenti utilizzati fino, come nel caso citato, alla produzione di veri e propri oggetti informatici. Recentemente anche in italia sono state avviate iniziative in questa direzione rivolte non solo a studenti degli istituti tecnici e professionali, ma anche del primo ciclo di istruzione e dei licei (esempio: progetto ministeriale Programmailfuturo). Ciò in continuità con quanto già realizzato sia negli Stati Uniti, sia in Gran Bretagna. l’idea è che il coding, cioè l’usare un codice informatico nella programmazione di un artefatto informatico, come un videogioco, ha un valore educativo da riscoprire. l’idea è che imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, di cui pure c’è bisogno, ha sviluppare quello che è stato definito il pensiero computazionale: il pensare in maniera algoritmica nel trovare e sviluppare la soluzione di un problema. Si racconta che Barack obama abbia esortato gli studenti americani in questo modo: «non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. non scaricate l’ultima app, disegnatela». il coding dovrebbe dare una “forma mentis” che permette progressivamente di affrontare problemi complessi. insomma imparare a programmare aprirebbe la mente. per questo si può cominciare già in tenera età. quando i bambini si avvicinano al coding diventano soggetti attivi della tecnologia. i risultati sono immediati. in poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante; così, si insiste, li rendiamo produttori di tecnologia. e i ragazzi via via maturano anche una specifica presa di coscienza. in questi anni l’insistenza sull’importanza del collegare conoscenze a competenze, cioè il sapere acquisito alla capacità di valorizzarlo per leggere, interpretare e valutare la realtà per potersi inserire in essa attivamente, ha alimentato un ulteriore sviluppo del concetto di occupabilità, collocandolo al centro dei processi istruttivi e formativi. Ricerche sia internazionali, sia italiane hanno indicato, ad esempio, che è più agevole inserirsi nel mondo del lavoro se è stata sviluppata precedentemente una qualche esperienza significativa di attività lavorativa. Da ciò le molteplici insistenze per accompagnare la formazione scolastica e universitaria con forme di alternanza studio-lavoro. più profondamente, occorrerebbe promuovere LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 74 75 una vera cultura del lavoro non solo come conoscenza e comprensione della sua complessità ed evoluzione, ma anche come iniziale sviluppo di competenze specificatamente implicate da esso. Si tratta di un potenziamento della persona necessario per affrontare la sfide attuali, ma anche una verifica delle proprie aspirazioni e possibilità. Serie forme di certificazione potrebbero contribuire a sviluppare progressivamente le varie componenti della propria occupabilità, attivando risorse interne ben relazionate con le esigenze evolutive del contesto occupazionale presente, ma soprattutto futuro. più che formare per un posto di lavoro specifico, infatti, occorre far crescere la persona in quelle dimensioni culturali e operative che le consentano scelte e adattamenti il più possibile validi e soddisfacenti al fine di “muoversi autonomamente nel mondo del lavoro per realizzare il proprio potenziale”. ora il mondo del lavoro, come in generale il mondo sociale, è sempre più segnato dalla presenza non solo della “tradizionali” tecnologie informatiche, ma soprattutto di quelle mobili, che tendono a essere presenti con le loro potenzialità in ogni sviluppo sia professionale, sia sociale. Certo i giovani spesso hanno già molto familiarizzato con tali tecnologie, ma ciò avviene soprattutto nella comunicazione informale e nel gioco, assai poco e solo occasionalmente in attività più sistematiche e ben finalizzate, sia di studio, sia di lavoro. inoltre, emerge l’importanza di sviluppare adeguate competenze connesse con la programmazione o la riprogrammazione degli strumenti utilizzati come nel caso citato, fino, alla produzione di veri e propri oggetti informatici. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 75 77 Quinto capitolo Alcuni fondamentali orientamenti concettuali e operativi emergenti Dalla documentazione esaminata nei capitoli precedenti derivano alcuni orientamenti che possono costituire un quadro di riferimento per l’azione educativa da svolgere in contesti nei quali le tecnologie mobili entrano in maniera valida e produttiva. In primo luogo si tratta di ambienti di lavoro di natura ibrida, nei quali la parola orale, quella scritta, la comunicazione mediata tramite tecnologie sono valorizzate secondo le loro potenzialità e funzionalità formative. Ciò implica una competenza specifica dei docenti: quella di saper progettare ambienti di apprendimento che tengano conto di tutte le variabili in gioco. In particolare tale progettazione assume come nuovi obiettivi comuni le competenze digitali necessarie oggi sia per lo studio, sia per il lavoro, anche una prospettiva di più chiara occupabilità. In questa prospettiva deve essere più chiaramente favorito lo sviluppo della capacità di auto-regolazione di sé sia nello studio, sia nel lavoro. Infine, occorre considerare anche le caratteristiche della competenza professionale del docente in un contesto segnato dalla presenza della tecnologie digitali. 1. Verso una prospettiva ibrida Sempre più dalla ricerca si hanno indicazioni a supporto di un’utilizzazione delle tecnologie di rete e mobili secondo una prospettiva ibrida o mista. Sul numero di settembre-ottobre della rivista Educational Techology due studiosi italiani insistevano sulla validità di una integrazione tra modalità formative on line e on-site, cioè tra forme di intervento didattico sviluppate valorizzando tecnologie di comunicazione mobili, ad esempio mediante modalità di insegnamento a distanza o gruppi di ricerca on line, e forme cosiddette faccia a faccia, cioè legate a una interazione diretta quale è possibile in una classe. non solo, viene anche considerata l’integrazione tra attività di studio individuale e di tipo collaborativo, tra attività che si svolgono in classe e attività che posso essere realizzate fuori dalla classe, a per esempio a casa propria. in altre parole la presenza delle tecnologie di comunicazione mobili e la disponibilità di una rete a supporto di tale comunicazione non vanno intese come sostituzione di forme più tradizionali di attività didattica, ma come nuove opportunità da combinare tra loro validamente ed efficacemente secondo una pluralità di approcci metodologici (trentin, Bocconi, 2014). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 77 78 in effetti il concetto di modalità di insegnamento ibrida, o blended (mista), va intesa secondo un ampio spettro di possibili attuazioni sul campo. Si tratta infatti di mescolare, meglio di integrare, tra loro differenti approcci di insegnamento, secondo le molteplici combinazioni possibili, al fine di promuovere un reale processo di apprendimento in vista del conseguimento di obiettivi formativi fondamentali. Un’integrazione non solo di metodi, ma anche di strumenti e materiali, che possano favorire al meglio tale processo. l’accettazione di tale approccio comporta dunque anche l’esigenza di riconsiderare in maniera aggiornata la stessa progettazione dell’attività didattica ed educativa, tenendo conto da un lato dello stato di preparazione degli studenti effettivamente presenti nelle classi sulla base non solo del grado scolastico, ma anche delle loro caratteristiche individuali; e, dall’altra, degli obiettivi da raggiungere nei vari ambiti di studio e di apprendimento (anche all’interno delle stesse discipline scolastiche o in contesti multidisciplinari). in questa prospettiva è anche necessario esaminare con cura la natura e l’apporto ai processi di apprendimento che le varie tecnologie della comunicazione possono dare se usate in maniera consapevole e il ruolo stesso dell’incontro e del dialogo interpersonale tra docente a studenti e degli studenti tra di loro. la giustificazione teorica di tale approccio ha come fondamento quanto sintetizzato al termine della rassegna critica sviluppata nel primo capitolo. Si era constatato come le indicazioni che si fondano su elementi documentati e controllabili siano soprattutto quelle che provengono dalla neuropsicologia, anche grazie alla possibilità di esplorare, tramite le immagini raccolte per mezzo di opportune tecnologie, le parti effettivamente attivate del cervello durante i differenti processi. i dati raccolti indicano come l’interazione con le tecnologie mobili e di rete tende a sollecitare il sistema nervoso centrale, e in particolare le cellule neuronali e le loro interconnessioni presenti nel cervello, sotto il profilo di quello che è stato definito il Sistema1, quello che presiede ai pensieri rapidi, automatici e intuitivi. questo si svilupperebbe in maniera notevole a scapito, sembra, di un parallelo progresso del Sistema2, cioè della parte che presiede al pensiero lento, alla riflessione, al ragionamento, al controllo critico. Ciò è particolarmente significativo dal punto di vista dello sviluppo umano, in quanto tenendo conto della plasticità presente soprattutto nell’età infantile potrebbe manifestarsi nel tempo uno squilibrio deleterio nell’intreccio necessario tra Sistema1 e Sistema2. l’indicazione che ne deriverebbe sarebbe non tanto quella di evitare a scuola l’utilizzazione di tecnologie mobili e di rete, quanto di favorirne progressivamente un uso consapevole, critico e produttivo, sollecitando confronti critici con fonti alternative, riflessione attenta personale e collettiva a riguardo della qualità delle informazioni raggiunte, elaborazione di progetti nei quali si cerca di valorizzare in maniera sistematica e controllata le fonti informative utilizzate. questa constatazione più che appoggiare in maniera esclusiva quella che è LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 78 79 stata definita la “teoria del medium”, cioè una teoria che assume come riferimento quanto intuito da Marshal Macluhan nel proporre la massima “il mezzo è il messaggio”, sollecita una presa di consapevolezza dell’influenza del mezzo di comunicazione nel proporre i contenuti della comunicazione, favorendone un’interpretazione tanto più che si sta sviluppando la tendenza a concentrare l’attenzione sullo schermo, il quale diventa quasi il nostro interlocutore privilegiato. Sembra quindi ragionevole tener conto della molteplicità dei mezzi comunicativi e della maniera con cui influiscono sullo sviluppo della persona e della sua cultura, ma anche di ciò che attraverso di essi viene proposto, interiorizzato e progressivamente rinforzato e delle modalità con le quali i differenti soggetti durante il loro sviluppo interagiscono con essi. in altre parole le finalità educative che presiedono i processi messi in atto dalle varie agenzie istruttive e formative devono tener conto da una parte della molteplicità dei canali comunicativi presenti nel contesto culturale e sociale attuale e del loro influsso sui processi cognitivi sollecitati da ciascuno di essi e, quindi, di un’azione equilibratrice laddove l’influenza di alcuni appare eccessiva da un punto vista di uno sviluppo armonico e integrato; ma anche dei contenuti formativi essenziali che devono costituire il patrimonio conoscitivo e competenziale e che attraverso tali canali comunicativi devono essere proposti e favoriti nei processi di apprendimento individuali. Deve comunque rimanere forte la presenza di un dialogo, di un rapporto diretto, di un incontro personale tra il docente e i suoi allievi e di questi ultimi tra di loro. nella conversazione educativa che si viene sviluppando rimane centrale la figura dell’educatore che rimane il principale responsabile di quanto viene attuato, ma soprattutto dei risultati che attraverso tale conversazione possono essere raggiunti. 2. Centralità della progettazione educativa e didattica questa impostazione oggi tende a sposarsi con una visione della progettazione didattica che valorizza una specie di circolo virtuoso tra scelta della metodologie di insegnamento e risultati di apprendimento ottenuti. questi costituiscono una fonte informativa di ritorno, feedback, essenziale per calibrare con continuità la propria azione didattica. Un impulso assai forte è venuto dalle ricerche sul rapporto tra metodologie didattiche e risultati di apprendimento avviate negli Anni ottanta da molti studiosi, che si avvalgono di metodologie cosiddette di meta-analisi. Un esempio ben conosciuto è quello di John Hattie, a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza. l’impostazione prevalente del movimento evidence based education, cioè istruzione basata su prove di efficacia, ha favorito tale orientamento, anche se certe posizioni estremiste possono far perdere di vista alcune questioni educative di LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 79 80 fondo. infatti, la natura e qualità dei risultati da prendere in considerazione deriva da assunzioni di tipo educativo che stanno alla base dell’identità stessa delle istituzioni formative. inoltre, ricerche ormai consolidate hanno evidenziato come lo stato di preparazione con cui gli studenti affrontano un percorso di apprendimento è responsabile almeno della metà del successo che si può raggiungere. È quanto già a suo tempo aveva segnalato D. p. Ausubel sul piano del patrimonio conoscitivo già posseduto in maniera stabile e significativa. Ma accanto a ciò vanno tenute presenti le variabili affettive, motivazionali e volitive. Secondo gli studi considerati da B. Bloom si può attribuire soltanto il 40% dell’influsso che hanno sui risultati di apprendimento le metodologie didattiche adottate (Bloom, 1979). proprio per questo la scelta metodologica insita nel processo di progettazione didattica deve rapportarsi con chiarezza allo stato di preparazione dei soggetti da una parte, agli obiettivi educativi e didattici da conseguire dall’altra, alla natura stessa dei contenuti di apprendimento e al loro statuto epistemologico riletto dal punto di vista educativo. la scelta delle tecnologie informatiche mobili rientra in tale processo e certamente su di essa influiscono tutti gli elementi presi in considerazione. Circa lo stato di preparazione degli studenti risulta chiaro non solo l’apporto da tenere presente e derivante dalla qualità delle conoscenze già possedute in uno specifico ambito del sapere, ma anche lo sviluppo raggiunto nelle capacità di gestire tali tecnologie in maniera produttiva sul piano degli apprendimenti piuttosto che soltanto su quello del divertimento e della comunicazione informale. più profondamente riguarda il livello di competenza raggiunto nell’autoregolarsi nell’attività di studio e di lavoro, di collaborare in maniera valida e produttiva con i propri compagni, nel concentrarsi a un livello adeguato di focalizzazione sui compiti ai quali si deve attendere. Sul piano degli obiettivi educativi e didattici emerge accanto all’acquisizione delle conoscenze e delle competenze intese sul piano dei contenuti lo sviluppo delle conoscenze e competenze connesse proprio con tali tecnologie informatiche. tutto ciò influisce sulle scelte che il docente, o il gruppo dei docenti, è chiamato a privilegiare, integrando le tecnologie mobili e la valorizzazione tramite esse della rete e della comunicazione mediale con le forme tradizionali di insegnamento. tenendo conto di questo quadro di riferimento, le modalità di attivazione di sperimentazioni nel secondo ciclo di istruzione e formazione possono, a volte devono, seguire strade diverse. A questo proposito si può delineare un continuo che va da due estremi. il primo comprende forme di presenza delle tecnologia mobili di tipo occasionale e chiaramente finalizzate nel processo didattico. tali modalità prevedono attività collaterali alle lezioni tradizionali, che si basano sull’uso di testi stampati o digitali in pdf, promuovendo gruppi di approfondimento, di recupero, di consolidamento o di ricerca, organizzati intorno a tematiche o argomenti precisi oppure diretto alla realizzazione di prodotti chiaramente delineati. All’altro estremo si collocano modalità didattiche che prevedono la eliminazione di testi stampati e che si basano esclusivamente su testi digitali, quaderni di lavoro digitali, interazioni insegnante-studenti basata su comunicazioni digitali, valutazione che racco- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 80 81 glie su dossier o portfolio digitali gli elaborati e i risultati delle prove di valutazione dei singoli, ecc. Si tratta di un ambiente di apprendimento che in una presentazione giornalistica è stato definito: “qui solo lezioni hi-tech”. tra questi due estremi si possono collocare le scelte possibili degli insegnanti, che devono tener conto da una parte delle suggestioni e buone pratiche a disposizione e, dall’altra, dei reali progressi nell’apprendimento degli studenti. il pericolo è quello di centrare l’attenzione solo sulla presenza diffusa e penetrante delle tecnologie, più che sui processi di apprendimento fondamentali che l’istituzione deve promuovere che certo comprende le competenze digitali, ma queste al servizio delle altre conoscenze e competenze che devono costituire il quadro di riferimento formativo. partendo da queste osservazioni possono essere individuati alcuni principi di riferimento che possono aiutare nella scelta di un contesto di apprendimento, che si ispira a una concezione ibrida o blended, ma che mantengono come focus fondamentale del suo lavoro progettuale la qualità e la produttività dell’azione educativa e didattica da sviluppare. Primo principio generale: le istanze provenienti dalla presenza di una, o più, tecnologia comunicativa nel contesto formativo non devono prevalere sulla prospettiva pedagogica fondamentale di una istituzione educativa, ma essere integrate in modo valido e produttivo in essa sulla base di una attenta analisi dei rischi e delle opportunità che essa (o esse) presenta. in particolare, in coerenza con questo principio possiamo considerarne alcune conseguenze. a) occorre garantire la prevalenza di un rapporto diretto tra docente e discenti e tra questi ultimi in modo di favorire una conversazione educativa e formativa protratta nel tempo e sensibile alle caratteristiche personali degli interlocutori. Gli ambienti educativi scolastici e formativi sono per loro natura ambienti di socializzazione. essi devono favorire lo sviluppo di quelle competenze relazionali e comunicative dirette faccia a faccia che stanno alla base della vita sociale e comunitaria. D’altra parte il dialogo educativo e il rapporto interpersonale rimangono al cuore di ogni realtà di natura pedagogica. b) nello sviluppo di una rete di rapporti interpersonali e sociali quale è possibile promuovere nel contesto del gruppo studentesco l’accostarsi di una rete virtuale basata su sistemi di comunicazione agevoli, come oggi WhatsApp o Instagram, può favorirne il consolidamento e la permanenza nel tempo. questo vale non solo per le interazioni tra studenti, ma anche per quelle tra docenti e discenti e tra docenti. c) il conteso culturale e comunicativo attuale comprende una molteplicità di tecnologie comunicative che si collocano accanto, e qualche volte si sovrappongono eccessivamente, alla comunicazione diretta e interpersonale faccia a faccia. occorre che gli studenti vengano formati a valorizzarle nei loro processi di studio e di lavoro, andando oltre la tendenza a valorizzarle solo per divertimento, per comunicazioni informali tra amici, esplorazioni occasionali e talora pruriginose. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 81 82 Secondo principio generale: le sollecitazioni attuali nei riguardi dell’integrazione delle tecnologie comunicative informatiche, in particolare di quelle mobili, nel contesto scolastico e formativo ripropongono in maniera particolarmente urgente lo sviluppo di competenze progettuali didattiche da parte della comunità docente e del singolo insegnante. progettare un ambiente di apprendimento e di lavoro collettivo formativo, che integri tra loro le esigenze di una conversazione educativa diretta, con quelle dello sviluppo della capacità di valorizzazione delle diverse tecnologie disponibili nel processo di apprendimento, implica la ricerca di una equilibrata soluzione tra sollecitazioni spesso contrastanti. la ricerca di una giusta integrazione di tali diverse esigenze non è sempre una impresa agevole. più che dipendere da modelli presentati spesso in maniera seducente, occorre cercare soluzioni direttamente collegate con la realtà istituzionale ed educativa presente. in questo vale ancora quanto suggeriva a suo tempo Aristotele parlando di saggezza pratica: occorre cercare la giusta soluzione tra due o più estremi. l’esempio più calzante da lui proposto diceva che tra una scarpa di 30 cm e una scarpa di 20 cm quella giusta non è una scarpa di 25 cm, ma quella che si adatta bene al piede, senza essere né troppo larga, né troppo stretta. il progetto deve adattarsi alla situazione e alle circostanze concrete con cui si ha a che fare, più che ad astratte prescrizioni metodologiche. queste possono suggerire possibili soluzioni, ma rimangono sempre come elementi che ci aiutano ad allargare le nostre conoscenze progettuali. Vale sempre un principio di realtà al quale occorre rimanere sempre fedeli. non è possibile imporre una soluzione preconfezionata a una situazione problematica specifica. 3. Promuovere le competenze strategiche necessarie per una buona capacità di autoregolazione nello studio e nel lavoro le caratteristiche fondamentali delle tecnologie mobili portano a rileggere le finalità fondamentali di azione educativa. Se l’educazione alla libertà è stato uno dei paradigmi fondamentali di ogni impresa formativa, ora la questione si pone in maniera più drammaticamente urgente. lo sviluppo della capacità di gestire se stessi nel contesto comunicativo che ci circonda viene costantemente messo in rilievo dalle ricerche. Come abbiamo prima visto nel primo capitolo l’Accademia delle Scienze francese ha insistito sul compito della scuola nel promuovere nel corso degli anni una progressiva competenza auto-regolativa del proprio apprendimento e dei processi cognitivi, affettivi e motivazionali che ne stanno alla base. D’altra parte, molte sollecitazioni sia internazionali, sia nazionali, provenienti dal mondo sociale, culturale e produttivo hanno orientato politici e amministratori a una rilettura degli obiettivi fondamentali dei propri sistemi educativi scolastici e formativi. Soprattutto in italia, emerge un’urgente riconsiderazione dell’identità del sistema, in quanto il futuro dei nostri giovani è segnato da incertezze e difficoltà sia sul piano lavorativo, sia sul piano sociale, sia sul piano culturale, sia su quello più propriamente LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 82 83 dell’identità personale. in parte ciò è dovuto alle molte inadeguatezze del processo educativo famigliare, nel quadro di situazioni altamente evolutive, che risultano non collegate ad adeguate esperienze educative presenti e influenti nell’ambito di vita dei giovani. le forme comunicative che avvolgono e sollecitano i giovani fin da un’età ancora assai precoce, spesso non sono adeguatamente prese in considerazione da parte degli adulti, oppure essi non riescono a gestirle positivamente. il giovane fin da molto piccolo vive in permanente collegamento mediale con altri, spesso compagni, ma anche talora presunti tali. Sui vari social network si presentano immagini, testi, giudizi, alla ricerca di risposte da parte di interlocutori più o meno conosciuti. il feedback che ricevono dagli altri conferma, o depotenzia, quanto esposto e orienta i propri comportamenti futuri. la ricerca del conforto altrui può alterare in modo anche profondo quanto sollecitato dai processi educativi famigliari. l’immersione in un sistema comunicativo permanente (computer, internet, smartphone, tablet, ... ) viene vissuto in un contesto informale e di vita sociale, anche se mediato da tecnologie. per contro l’esperienza scolastica sembra spesso segnata solo da forme comunicative dirette, esposizioni orali, comunicazione scritta, in un contesto formale, segnato da valutazioni e sottoposto a regole e abitudini comportamentali abbastanza statiche. la giornata scolastica è strutturata in maniera rigida, con ore scolastiche che si succedono spesso numerose e senza spazi adeguati di transizione tra un contenuto disciplinare e un altro. inoltre le modalità organizzative privilegiano la rotazione dei docenti, rispetto a quella degli studenti. per cui da una parte il docente non può organizzare autonomamente secondo le sue metodiche l’aula, dall’altra gli studenti sono costretti nei loro banchi per molte ore di seguito.40 il contrasto tra l’ambiente di vita informale segnato dalla presenza di tecnologie informative e comunicative e quello formale della scuola è evidente, anche se la presenza di computer, spesso raccolti in un’aula laboratorio, sembra segnalare un’apertura all’suo delle tecnologie. la questione è che i processi di apprendimento che caratterizzano l’esperienza scolastica sono segnati da chiara finalizzazione e sistematicità, mentre quelli che segnano l’esperienza quotidiana sono occasionali, caotici, spesso poco formativi, non controllati e non controllabili nella loro qualità. la tensione tra esperienza vissuta in un contesto formale come quello scolastico e quello informale proprio della vita sociale quotidiana si accentua se si considera il contesto del lavoro e delle professioni. Già la presenza del computer aveva segnato, spesso profondamente, l’attività lavorativa in molti settori professionali e per conseguenza era essenziale promuovere almeno fino a un certo livello la capa- 40 in gran parte dei paesi europei l’insegnante di una disciplina scolastica rimane nella propria aula dedicata a tale insegnamento e sono gli studenti che passano da un’aula all’altra durante l’attività didattica. in italia alcuni istituti stanno sviluppando analoghe organizzazioni logistiche sulla base delle esigenze di utilizzo delle tecnologie digitali. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 83 84 cità di lavorare a scuola utilizzando tale tecnologia. oggi però la questione investe in maniera globale sia la vita, sia il lavoro, sia la comunicazione, sia la formazione permanente e quindi la carriera professionale. la permeazione della strumentazione informatica e dei sistemi di comunicazione digitali in tutti i contesti vitali è tale che spesso si rimane bloccati senza un adeguato sviluppo in quello che a livello europeo viene definito ambito della competenza digitale. Di qui l’esigenza di sviluppare un sufficiente contesto permeato di tecnologie dell’informazione e della comunicazione al fine di promuovere la capacità di studio e di lavoro in un contesto di tale natura. in questo quadro il primo e più assoluto obiettivo formativo che si evidenzia è quello di aiutare ciascuno a sviluppare la capacità fondamentale di progettare, gestire e valutare se stesso. Si tratta dell’autonomia personale e quindi della capacità di autodeterminazione e di autoregolazione di sé, secondo un adeguato senso di responsabilità verso se stessi, verso gli altri, verso la comunità, verso l’ambiente sociale e naturale. e ciò nello studio, nell’apprendimento, nel lavoro, nei rapporti sociali. per rispondere a tale esigenza è stato realizzato un questionario per rilevare a quale grado di consapevolezza e di capacità di gestione dei processi e delle strategie di apprendimento siano giunti gli alunni sia all’inizio, sia durante la scuola secondaria superiore o la formazione professionale. il questionario è stato denominato “questionario sulle Strategie di Apprendimento”, in breve qSA. esso è attualmente disponibile on line collegandosi al sito www.competenzestrategiche.it. Rispondendo al questionario si può ottenere un profilo dello studente riferito a dieci tipologie di competenze strategiche. Un recente volume (ottone, 2014) aiuta a non solo interpretare tali profili, ma anche a impostare un percorso di sviluppo da parte del singolo docente o del consiglio di classe. in generale gli studi sull’autoregolazione in contesti tecnologici da una parte segnalano la necessità di progettare attività che offrano opportunità pratiche per sviluppare la loro capacità di autoregolazione; dall’altra suggeriscono di fornire loro forme di supporto (scaffolding) a tale sviluppo come ambienti funzionali a tale scopo, guide alla gestione di sé in tali ambienti, strategie di apprendimento coerenti. in un progetto diretto a elaborare un forma di verifica della qualità di un progetto elaborato in tale direzione sono state indicate quattro grandi aree di possibile supporto: a orientarsi nell’ambiente; a pianificare il proprio lavoro; a portarlo a termine, monitorando la propria attività; a valutarlo nella sua qualità. per ognuna di queste aree sono state poi indicati aspetti particolarmente importanti per aiutare lo studente a gestire se stesso in maniera valida e produttiva (Gianetti, 2006). 4. Competenze digitali e sviluppo dell’occupabilità nel contesto dell’attuale orientamento verso la promozione nei giovani di quanto si riferisce alle quattro capacità fondamentali per presentarsi adeguatamente LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 84 85 preparati nel mondo del lavoro e delle professioni, e cioè l’imprenditorialità, l’adattabilità, le pari opportunità e l’occupabilità o idoneità al lavoro, è a quest’ultimo pilastro che occorre fare riferimento.41 l’occupabilità inizialmente è stata intesa come “la capacità delle persone di essere occupate, di cercare attivamente un impiego e di mantenerlo”. essa è stata definita più esaustivamente da Hillage e pollard: “l’occupabilità è la capacità di trovare e conservare un lavoro soddisfacente. più ampiamente l’occupabilità è la capacità di muoversi autonomamente nel mondo del lavoro per realizzare il proprio potenziale attraverso un lavoro sostenibile. per l’individuo l’occupabilità dipende dalle capacità, conoscenze e competenze di cui è in possesso, dal modo in cui utilizza queste qualità nel mondo del lavoro e dal contesto (ad esempio circostanze personali, contesto occupazionale [...] in cui cerca un impiego” (Hillage, pollard, 1998). il concetto di occupabilità, o idoneità a entrare e permanere nel mondo lavoro, può essere adeguatamente approfondito se si considera una concettualizzazione della competenza professionale più ampia e profonda. il pericolo segnalato da molti studi recenti è quello di pensare che ciò possa essere descritto a partire da una diretta conoscenza della domanda presente nel mercato del lavoro. Una rassegna delle ricerche relative al legame tra mondo del lavoro e processi educativi è stata condotta da R. Wilson (Wilson, 2013). Riportando gli esiti di una ricerca sistematica internazionale europea egli evidenziava l’importanza dal punto di vista della preparazione a entrare nel mondo del lavoro, oltre che delle competenze di base (lingua e matematica), delle competenze nell’uso di internet e delle iCt, dell’apertura all’apprendimento permanente anche sul posto di lavoro, dello sviluppo della capacità di apprendimento autodiretto e dell’apertura alle altre culture e alle diversità personali. il quadro delineato dalle competenze chiave per l’apprendimento permanente ne indica una direzione di lavoro, e in questo contesto va preso in specifica considerazione l’ambito delle competenze digitali. Spencer e Spencer (Spencer, Spencer, 1995) hanno favorito una prospettiva più comprensiva e relativa alla persona considerata nella sua totalità, visione che è coerente con quanto delineato nella conclusione del secondo capitolo, riportando la sintesi offerta da Antonio Calvani. le componenti fondamentali di ogni competenza, e in particolare di quella digitale possono essere così descritte. a) Ad un livello più generale, personale e profondo si possono riscontrare le qualità che stanno alla base di tutte le azioni messe in atto sia nel contesto sociale, sia in quello professionale di appartenenza e la cui importanza e livello dipende dal tipo di attività professionale. Spesso tali qualità personali sono definite “trasversali”, in quanto influenti in modo diffuso sui comportamenti messi 41 la Strategia europea per l’occupazione (Seo), avviata nel 1997 in attuazione del trattato di Amsterdam, è stata collegata dal processo di lussemburgo alla considerazione di quattro pilastri: l’imprenditorialità, l’adattabilità, le pari opportunità e, appunto, l’occupabilità o idoneità al lavoro. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 85 86 in atto e sulle attività svolte. Se si considerano, a esempio, le competenze relazionali e comunicative, queste sono sempre importanti, ma quando si considera il contesto comunicativo e relazionale indotto dalla rete informatica e telematica esse si specificano ulteriormente. nei documenti europei s’insiste soprattutto su due di queste qualità: la capacità di agire autonomamente e con senso di responsabilità, qualità che devono caratterizzate i livelli di sviluppo di tutte le forme di competenza e che devono essere esplorate profondamente e dettagliatamente per poterle individuare come obiettivi formativi e dimensioni valutative. nella sintesi di Calvani questo livello è considerato nella dimensione etica della competenza digitale. a) Ad un livello intermedio si possono evocare le competenze riferibili all’ambito culturale e tecnologico generale. Ci si riferisce al possesso e all’integrazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti che permettono di leggere, interpretare e adattare la propria azione professionale ai contesti lavorativi e alle sfide presenti. la considerazione degli atteggiamenti posseduti è cruciale perché implica l’apertura al cambiamento in genere e all’innovazione tecnologica e organizzativa in particolare. Gran parte di queste capacità sono di tipo cognitivo e nella sintesi di Calvani sono incluse appunto nella dimensione cognitiva della competenza digitale. c) Ad un livello più direttamente riferibile a un posto di lavoro e/o alla competenza tecnico-pratica posseduta si possono considerare le conoscenze e le abilità che un operatore è in grado di attivare e coordinare livello di integrazione in un processo lavorativo specifico e in particolare nell’attività lavorativa presente nel proprio posto di lavoro. nel caso delle competenze digitali gran parte di esse sono incluse nella dimensione tecnologica della sintesi di Calvani. qualcosa di analogo avevano proposto Spencer e Spencer, distinguendo competenze di superficie considerate più suscettibili di modifica e di sviluppo, e di valutazione, da quelle più profonde come motivi, concezione di sé, tratti personali, di più complessa rilevazione e sviluppo. queste ultime costituiscono come l’iceberg della persona. Di qui la proposta di descrivere quanto sopra descritto attraverso un sistema di cerchi concentrici (Cfr. Fig. n. 1). il cerchio più esterno comprende le competenze tecniche e pratiche generali, soprattutto se collegate a uno specifico posto di lavoro. il cerchio intermedio fa riferimento a quelle culturali e tecnologiche. quello più interno, che costituisce come l’iceberg sommerso del soggetto include le qualità più personali. tenendo conto della complessità della competenza digitale, quale è stata descritta nel secondo capitolo ci si rende conto che un suo sviluppo costituisce un percorso abbastanza impegnativo e disteso nel tempo. Favorire un processo di autovalutazione del livello raggiunto nelle varie componenti di tale competenza diventa una condizione anche di promozione della capacità di autoregolazione nel suo apprendimento e sviluppo. il quadro riportato nel secondo capitolo può aiutare in tale processo. Vedremo nel decimo capitolo come anche la valutazione esterna può contribuire in tale direzione. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 86 87 5. La competenza didattica dei docenti in un contesto segnato dalla presenza delle tecnologie digitali Alcuni studiosi hanno accentuato il carattere soggettivo della competenza suggerendo l’espressione “competenza personale” ed evidenziando la natura in qualche modo irripetibile di ogni competenza, quanto è irripetibile ogni persona. A sostegno di tale posizione si critica la tendenza a prefigurare quasi una loro reificazione: “l’idea che la competenza indichi «qualcosa» da apprendere; un «oggetto» precostituito e altro rispetto al soggetto che lo deve poi incontrare e assumere [...]. impadronirsi di una «competenza» significherebbe, dunque, anzitutto, trovarla in un luogo e in un tempo determinati che sarebbero altri da noi” (Bertagna, 2010, 6-7). e viene prospettato: “un discorso affatto diverso, tuttavia, se la «competenza» non è più concepita come reificata o reificabile, ma da qualità di un «oggetto» che avrebbe una sua consistenza autonoma («qualcosa» di diverso separato dal «soggetto» che quest’ultimo sarebbe chiamato ad acquisire o vedere o cogliere fuori di sé per poterlo portare in sé), si presentasse, invece, come lo stesso modo di essere di un «soggetto autonomo», cioè libero e responsabile, nell’affrontare i problemi della sua vita umana personale e sociale («qualcuno in azione»)” (Ibidem, 12-13). Da questa premessa deriverebbe come conseguenza l’impossibilità di definire riferimenti generali per le competenze personali, perché queste non possono essere formulate a priori e quindi diventare né obiettivi formativi comuni, né oggetto di valutazione sulla base di standard prefissati: “Dato il carattere sempre contestuale, situato e distribuito delle competenze [...] certificare il raggiungimento di competenze uguali per tutti [...] vuol dire, quindi, trascurare questa circostanza e procedere a semplificazioni inaccettabili della complessità dell’esperienza di ciascuno” (Bertagna, 2004, 48). Se però il carattere relazionale, che emerge tra soggetto e situazione specifica che lo sfida, si rapporta con la pratica vissuta nella propria attività didattica, pratica che è soggetta, soprattutto oggi, a forti sollecitazioni di innovazioni sia di natura tecnologica, sia metodologica, si evidenzia un quadro relazionale nel quale si debbono individuare competenze tecniche e pratiche competenze culturali e tecnologiche competenze generali e personali Figura n. 1 - Un quadro comprensivo delle competenze professionali di natura digitale LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 87 88 almeno tre grandi riferimenti e relative relazioni reciproche: il docente che agisce, le tecnologie digitali, la pratica didattica. il carattere soggettivo della competenza rimane, soprattutto al suo livello centrale, quello valoriale e motivazionale, ma se ne deve riconoscere anche l’aspetto oggettivo e intersoggettivo, che può essere descritto e valutato attraverso le manifestazioni esterne, sia per quanto riguarda le componenti cognitive, sia per quelle tecniche. docente tecnologie digitali pratica didattica Figura n. 2 - Sistema relazionale che sta alla base della natura della competenza professionale tale prospettiva relazionale aiuta a precisare molti aspetti fondamentali del concetto di competenza professionale del docente nel quadro di una integrazione delle tecnologie digitali nell’insegnamento (Cfr. Fig. n. 2). La prima relazione è tra il soggetto e l’attività didattica da svolgere tenendo, conto sia del contenuto d’insegnamento, sia delle caratteristiche peculiari dei suoi studenti. Si attiva in tale relazione il processo che il soggetto deve essere in grado di gestire, nel quale entrano in gioco sia le sue caratteristiche personali, sia quelle del compito da svolgere, sia quelle della situazione presente. Si tratti di interpretare una situazione, di risolvere un problema, di realizzare un prodotto, di affrontare una situazione di relazione sociale, la competenza si evidenzia nell’essere in grado di attivare, guidare, sostenere, controllare, valutare il processo che permette di conseguire i risultati attesi. Si avvia un tipo di conversazione che si svolge sia all’interno del soggetto, sia al suo esterno. Si tratta di un’attività che è tanto più sentita e significativa, quanto più il docente ne è coinvolto e motivato; tanto più sfidante, quanto più essa è percepita come complessa e poco consueta; tanto più agevole, quanto più egli pensa di possedere le risorse in termini di conoscenze, abilità ed esperienza necessari per affrontarla. la capacità di progettazione didattica entra in gioco in maniera essenziale in questa prima relazione. D’altra parte, la generazione dell’intenzione di agire, di impegnare le proprie energie in una direzione, deriva dall’interazione tra il sistema del sé (conoscenze concettuali e operative; motivi, valori e convinzioni; attribuzioni di valore nei riguardi di sé, degli altri e del contesto lavorativo, ecc.) e la percezione della situazione specifica o del compito da affrontare e delle sue caratteristiche (nuttin, 1983). in questo ha un ruolo del tutto rilevante una componente della competenza che possiamo denominare interpretativa, in quanto si tratta di dare senso a una situazione (o a un problema), cogliendone gli aspetti che implicano un intervento che la modifichi secondo un obiettivo preciso e, contemporaneamente percepire se si è in grado di affrontare tale situazione in maniera valida ed efficace. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 88 89 La seconda relazione è tra il soggetto e la tecnologia digitale, o l’insieme delle tecnologie digitali, che si intende valorizzare nel contesto del suo insegnamento, pratica lavorativa e/o professionale nella quale si è inseriti. in questo caso emergono problematiche spesso assai complesse di rapporto tra soggetto tecnologia in generale e tecnologie informatiche e digitali in particolare. Si passa da esperti coinvolti anche emotivamente nella loro fruizione e nel cercare di aggiornarsi a mano a mano che queste evolvono e nuovi strumenti si rendono disponibili, a soggetti del tutto refrattari sia in generale nell’avvalersi di tecnologie della comunicazione che non siano libri, sia specificatamente per quanto riguarda quelle digitali. Superare tale diffidenza e repulsione spesso è assai complesso e di fatto con pochi risultati. Un possibile percorso che può essere sviluppato riguarda l’attivazione di forme di apprendistato pratico e l’esperienza di un gruppo di lavoro nel quale più esperti aiutano soggetti principianti o meno esperti. potrebbero essere qui ricordati i suggerimenti che provengono da quanto descritto da e. Wenger e collaboratori (Wenger, 2006; Wenger, McDermott, Snyder, 2007) circa le comunità di pratica. La terza relazione si evidenzia se teniamo presente come sia il docente che agisce, sia il compito di insegnamento da svolgere, sia l’eventuale gruppo di docenti che collabora, sono inseriti in un contesto sociale, culturale, tecnologico e pratico che caratterizza la propria istituzione scolastica o formativa. la singola azione si inscrive in tale pratica e il suo valore può essere colto solo a partire dal senso e valore che la pratica stessa ha nel contesto della comunità umana nella quale si attua. Di conseguenza, la qualità della competenza di una persona non può essere riferibile solo alla sua manifestazione in caso specifico e isolato, bensì entro una cornice assai più complessa di criteri di riferimento presenti nella comunità scolastica di appartenenza. Un compito, una sfida non può essere colta solo in riferimento a se stessi, bensì tenendo conto anche del contesto pratico, sociale e culturale nel quale tale compito o sfida si colloca. Basti pensare a un docente che si inserisce la prima volta in una scuola, che ha già sviluppato un progetto assai ambizioso di integrazione delle tecnologie digitali nella comunicazione interna e esterna, nella sua organizzazione generale, nell’attività didattica quotidiana e valutativa degli studenti. tutto ciò porta a considerare attentamente il fatto che una competenza didattica è legata certamente a riscontri sociali, pubblici di prestazioni che permettono di inserire la competenza di una personaz ed eventualmente un suo livello di eccellenza, in un contesto di pratica, ma anche che quest’ultima subisce nel tempo anche sostanziali evoluzioni. Basti pensare alle trasformazioni che sempre più rapidamente caratterizzano le tecnologie e le forme organizzative anche scolastiche e formative. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 89 91 Sesto capitolo Il mobile learning e i problemi metodologici connessi La diffusione delle tecnologie mobili che progressivamente va sviluppandosi anche nei contesti scolastici e formativi sembra aver sollecitato contemporaneamente una prospettiva metodologica ispirata al costruttivismo sociale. Il pericolo sta anche in questo caso in una rilettura un po’ ideologica del ruolo di un particolare approccio metodologico nel favorire i processi di apprendimento. A questo fine, prima viene presentata una analisi della tecnologia mobile quale è ora disponibile in maniera diffusa anche nella popolazione scolastica, poi viene esaminato criticamente un troppo semplice collegamento tra essa e le azioni didattiche da mettere in campo. Se la prospettiva ibrida dal punto di vista comunicativo sembra fondamentale, ciò è tanto più vero dal punto di vista della scelta dei metodi di insegnamento. 1. Le tecnologie mobili e le condizioni per una loro valorizzazione nei processi istruttivi e formativi: l’apporto degli studi coordinati da M. Sharples in generale con mobile learning si intende “ogni tipo di apprendimento che ha luogo quando l’apprendente non è legato a un posto fisso, predeterminato, oppure che si attua quando l’apprendente valorizza le opportunità offerte dalle tecnologie mobili” (Sharples, 2013). i contesti nei quali è possibile valorizzare le tecnologie mobili nei processi di apprendimento permanente possono essere distribuiti secondo un continuo, che in un suo estremo considera un contesto fisso, formale, come l’aula scolastica, mentre nell’altro estremo si può collocare un contesto mobile, aperto, informale. Contesto fisso, formale Contesto mobile, informale |__________________|__________________|____________________|_________ Sono stati anche individuati, sulla base sia dell’esperienza, sia della ricerca, alcuni fattori critici di successo nel valorizzare tali tecnologie (Ibidem). – Disponibilità della tecnologia. Sia quando questa sia fornita dall’istituzione, sia quando essa sia di proprietà dei singoli studenti (o delle loro famiglie), la tecnologia mobile deve essere disponibile in maniera sistematica e funzionale. – Connettività. occorre che sia disponibile un buon accesso alla rete wireless, sia che essa si gestita localmente, sia che essa si appoggi a reti telefoniche generali. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 91 92 – Integrazione. i buoni progetti non possono essere sviluppati in maniera separata dal curricolo scolastico fondamentale, bensì ben integrati con esso, con le esperienze degli studenti e la vita reale da essi vissuta, valorizzando tutte le forme possibili di collegamento tra di loro. – Uso o proprietà personale. Una caratteristica fondamentale delle tecnologie mobili è il fatto che debbono essere di uso personale e in ciò si differenzia la loro presenza e valorizzazione dalle consuete disponibilità di laboratori informatici. Sharples e collaboratori (Sharples, 2007)42 hanno elaborato una teoria relativa all’apprendimento nel caso di una valorizzazione sistematica di tecnologie mobili. tale teoria è solo parzialmente applicabile al caso di processi di insegnamento e di apprendimento in contesti formali, ma essa può essere valorizzata sia dal punto vista di una visione delle classi scolastiche e formative più aperte, sia del modo di imparare che è più caratteristico nel mondo del lavoro e delle professioni. l’impianto di Sharples può essere descritto sulla base di quattro assunti. il primo assunto riguarda la persona stessa, in quanto la mobilità dello strumento porta alla possibilità del suo utente di muoversi in ambienti diversi. Ciò è ormai una modalità di uso caratteristica del mondo del lavoro. Ma nel caso degli ambienti formali come la scuola tale mobilità riguarda sia quanto avviene all’interno delle aule, sia fuori di esse, come a casa, durante visite a musei, esperienze lavorative o di alternanza scuola-lavoro, ecc. il secondo assunto evidenzia la necessità di tener conto di quanto si può e si riesce ad apprendere fuori dai contesti formali scolastici o formativi. l’Autore fornisce alcune percentuali derivanti da indagini specifiche relative ad adulti. Un adattamento ai contesti scolastici può fare riferimento agli scambi telefonici, tramite mail, oppure per mezzo di sistemi come Skype tra gli studenti, tra studenti e docenti, tra docenti; ma può considerare anche esplorazioni personali o collettive tramite la rete. il terzo assunto mette in luce l’importanza di appoggiarsi sulla documentazione esistente e suggerisce l’importanza di alcune pratiche ai fini di un apprendimento valido e produttivo. Vengono citati ad esempio forme di apprendimento che fanno leva su quanto già acquisito come conoscenze e abilità da parte degli studenti per permettere di riflettere sulla loro esperienza; il curricolo viene organizzato includendo conoscenze fondamentali riconosciute valide, insegnate in maniera efficace e applicate in maniera significativa; la valutazione è diretta a favorire l’apprendimento offrendo non solo diagnosi ma anche guide per una sua realizzazione positiva; promuovere lo sviluppo di forme di collaborazione comunitario sia nel condividere conoscenze e competenze, sia per aiutare i più deboli. infine (quarto assunto), va tenuto conto della natura e ubiquità d’uso sia personale, sia condiviso, degli strumenti tecnologici che via via sono resi disponibili. 42 Una presentazione in italiano è contenuta nel volume di M. pieRi e D. DiAMAntini, Il mobile learning, Milano, Guerini e Ass., 2008. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 92 93 Sharples insiste sulla convergenza che si può constatare tra nuove prospettive riguardanti il processo di apprendimento (personalizzato, centrato sull’apprendente, situato, collaborativo, in atto ovunque, permanente) e le possibilità offerte dalle tecnologie attuali (apprendimento personale, centrato sull’utente, mobile, collegato in rete, ovunque in atto, durevole). Di conseguenza una buona teoria di supporto a forme di apprendimento mobile deve rispondere alle seguenti domande: – Differisce significativamente dalle comuni teorie dell’apprendimento in classe, nel posto di lavoro o permanente? – tiene conto della mobilità degli apprendenti? – Ricopre sia processi di apprendimento formali, sia quelli informali? – teorizza tali processi come costruttivi e sociali? – li analizza come attività personali e situate mediate dalla tecnologia? l’impianto proposto da Sharples si appoggia poi su alcune teorie che approfondiremo in seguito. in particolare quella conversazionale di G. pask, rivisitata da D. laurillard, e la teoria dell’allineamento costruttivo. ora ci soffermiamo soprattutto sull’apporto della teoria dell’attività elaborata da engeström. quest’ultimo Autore ha proposto una versione dell’attività storico-culturale propria della scuola russa, che utilizza lo schema di Figura 1, schema elaborato nel 1987 per evidenziare le sue componenti fondamentali, al fine di mettere in luce il rapporto tra il sistema di insegnamento e i risultati conseguiti (Roth, lee, 2007, 198). artefatti di mediazione, strumenti e segni soggetto regole divisione del lavoro oggetto ➯ risultati Figura n. 1 - Schema di analisi di una attività storico-culturale elaborato da Engeström. la relazione tra soggetto e oggetto regola sia la produzione, sia la fruizione dei contenuti di apprendimento; la relazione tra soggetto e comunità ne regola gli scambi; la relazione tra comunità e oggetto ne regola la distribuzione. lo schema vuole mettere in evidenza la complessità di ogni sistema di attività, e in particolare del sistema di istruzione, dove i mezzi a disposizione, le regole presenti e la divisione del lavoro incidono fortemente sulle caratteristiche proprie dell’attività svolta. tutti e tre questi riferimenti evolvono nel tempo: basti pensare ai mezzi e ai LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 93 94 materiali a disposizione dei docenti e degli studenti, alle regole di convivenza, al cosiddetto contratto didattico e ai contratti di lavoro dei docenti. Cambiamenti derivano in particolar modo dalle caratteristiche socioculturali della comunità locale nella quale la scuola è inserita e dalla comunità stessa formata da docenti e discenti, dai diversi contenuti e obiettivi di studio, dagli studenti che, come tutti gli insegnanti sanno, si presentano nei diversi anni con caratteristiche personali assai diversificate. la teoria insiste oggi sul fatto che un sistema di attività come quello che si attua in una scuola o in una classe è inserito in una rete assai più ampia di sistemi di attività, come quello proprio di una Regione, di uno Stato, al limite del mondo intero, anche per effetto della tendenza alla globalizzazione indotto dai sistemi di informazione e comunicazione. Di qui le esigenze di un dialogo complesso che deve attuarsi a più livelli dal locale, al nazionale, all’europeo, al mondiale, nel quale si intrecciano prospettive molteplici, esigenze contrapposte, sistemi di attività che si influenzano reciprocamente. Ad esempio, oggi si insiste molto sulla necessità che il sistema scolastico dialoghi in maniera più chiara con il sistema produttivo, ma anche sull’importanza di una connessione più puntuale con il sistema sociale e civile nel quale le istituzioni scolastiche e formative sono inserite. Di qui la prospettiva di includere, nelle competenze che la scuola deve promuovere, una serie di competenze di cittadinanza e di preparazione al lavoro che vanno oltre le istanze di formazione culturale rappresentate dalle singole discipline. Anche la sollecitazione a rendere gli studenti capaci di valorizzare quanto studiano nelle varie materie scolastiche, nel contesto sia della vita quotidiana, sia delle attività di produzione di beni e servizi, va in questa direzione. Così, se il lavoro, divenuto sempre più cognitivo e relazionale, dematerializzato ed informatizzato, improntato alla categoria della flessibilità, accentua i mutati caratteri delle emergenti forme di produzione, nel contesto educativo della scuola si ha il riflesso delle trasformazioni sociali, culturali, organizzative e comunicative in corso. e qui entra in gioco la presenza sempre più massiccia delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione accanto a una cultura sempre più sollecitata da molteplici forme espressive e comunicative, agli sviluppi scientifici e tecnologici che sollecitano nuove consapevolezze etiche, allo sviluppo di contesti di vita multi-culturali, multi-religiosi e multi-linguistici, ecc. Dal punto di vista delle tecnologie mobili, e più in generale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, tutti i riferimenti ne sono segnati, sia dal punto di vista semiotico, sia tecnologico: al livello semiotico, in quanto le azioni messe in atto e orientate a un oggetto sono mediate da segni e mezzi culturali; al livello tecnologico in quanto l’apprendimento è mediato da strumenti interattivi di tale tipologia. l’autore usa poi questo riferimento per esaminare alcune delle esperienze di valorizzazione di tali tecnologie ai fini dell’informazione e dell’apprendimento. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 94 95 2. Un approfondimento critico l’impostazione di Sharples suggerisce una convergenza reciproca e produttiva tra le principali influenze che la tecnologia ha, o può avere, sulla cultura e le teorie e pratiche educative contemporanee. le tecnologie mobili vengono considerate, infatti, come nuove risorse culturali. Di conseguenza le scuole dovrebbero “adeguare, o meglio ripensare, i propri curricola, tenendo in considerazione l’introduzione di queste nuove risorse culturali” (Ranieri, pieri, 3014, 132). le opportunità, affordance, offerte da tali tecnologie rinforzerebbero, se non proprio determinerebbero, la necessità di ricorrere a metodologie didattiche innovative rispetto a quelle tradizionali, veicolate da tecnologie più consuete e già entrate nella pratica corrente. la fallacia del ragionamento, che vari autori vanno sviluppando, sta nel fatto che nuove opportunità di impostazione della pratica culturale e didattica non implicano la necessità di adeguarsi e di valorizzarle come forme universali e diffuse di lavoro educativo. quello che si può, e si deve tenere presente, è che l’allargamento delle opportunità, la maggiore ricchezza di risorse, si possono tradurre in definitiva in una sollecitazione più forte a sviluppare una migliore e più aggiornata competenza progettuale dei percorsi e dei metodi didattici, che ne tenga conto nel quadro delle finalità fondamentali della loro azione educativa e della condizioni di preparazione degli studenti. inoltre, occorre fare molta attenzione a non cadere in un’evidente e ingenua impostazione tecnicista: dal momento che la tecnica permette di agire in un certo modo, è non solo conveniente, ma necessario adeguarsi. Analoga ingenua assunzione assimila una ricerca esplorativa che sembra promettente a un invito a impostare la propria a azione secondo gli stessi parametri. esempi interessanti possono essere citati come le ricerche sul valore delle varie forme di microapprendimenti, su quello dell’impostare la formazione a partire da una insieme di learning objects, sulla modularizzazione avanzata dei processi di apprendimento. tutte forme che a livello di formazione continua a livello adulto sembrano avere un discreto successo, ma il loro trasferimento a livello di educazione scolastica può essere introdotto solo dopo attenta riflessione e a precise condizioni progettuali. Riguardo all’impostazione, poi, di Sharples, occorre avanzare alcune osservazioni che invitano a una qualche cautela sul piano più teorico che pratico. in primo luogo la teoria dell’attività, e le varie sue interpretazioni, hanno accentuato (Wertsch, 1985), insieme ad alcune insistenze sul concetto di apprendimento situato (lave, Wenger, 1991), un certo determinismo nello sviluppo delle conoscenze e delle competenze del soggetto, nel senso i “discorsi” o le “pratiche” che si svolgono intorno al discente lo strutturano e determinano nella sua attività cognitiva e/o pratica (lichtner, 2013). Viene così a perdersi quel processo d’internalizzazione vygotskiano che è un “processo attivo, di riorganizzazione, un processo guidato dall’interno” (lichtner, 2013, 35). inoltre le tecnologie come artefatti umani tendono a costituirsi come mediatori su vari piani: enattivo, iconico, analogico, simbolico. “le analisi di Bruner e Damiano sottolineano da un lato, il ruolo delle tecno- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 95 96 logie nei processi culturali, ruolo che deriva dall’«incompiutezza» dell’essere umano e, dall’altro, la relazione tra tecnologie e processi mediatori” (Rossi, 2013). in questo quadro le tecnologie dell’informazione possono modificare la nostra esperienza mediata. occorre in questa prospettiva tener conto in maniera più attenta tra esperienza diretta, esperienza mediata e/o vicaria e forme diversificate di rappresentazione della realtà. Molte di tali rappresentazioni portano in sé già un’interpretazione di tale realtà. l’eccessiva enfasi sulla dematerializzazione delle conoscenze urta con alcuni apporti recenti della psicologia cognitiva così sintetizzati da pozzi e Bagnara: si è dato e si dà “più valore a una forma di conoscenza, quella simbolica, esplicita, che si trova nei libri e che può essere espressa con le parole, che sa descrivere il «che cosa», a discapito della conoscenza che è necessaria per «saper fare», la conoscenza del «come si fa». Ma alcune nuove tendenze sembrano indicare un «ritorno » del manuale, della componente pratica, del «saper fare»” (pozzi, Bagnara, 2012, 70). S’insiste sullo sviluppo di abilità di tipo manuale, che stanno alla base proprio dell’interazione con tecnologie mobili, come: “la straordinaria capacità di manipolazione fine, con tutte le dita della mano, anche il pollice: il pollice era un dito d’appoggio, quasi mai usato per la manipolazione fine; adesso è usato per digitare messaggi, per fare operazioni raffinate sul cellulare o nei videogiochi. la trasformazione delle capacità di manipolazione è accompagnata dall’arricchimento delle abilità di coordinamento visuo-motorio. le due abilità, insieme cognitive e manuali, costituiscono la base dei processi interattivi e segnalano anche lo stretto legame tra mente e corpo” (Ibidem, 70-71). A questa constatazione si deve aggiungere la capacità di accorgersi e far fronte all’inaspettato, Ma più profondamente il movimento denominato makers (Anderson, 2012) porta alla riscoperta dell’artigianalità nella produzione di oggetti passando dalla ideazione del prototipo all’oggetto “su misura” e in ciò le stampanti 3D diventano un supporto significativo per rendere fluido il passaggio tra il mentale e l’azione. inoltre alcuni apporti delle scienze cognitive come la conoscenza tacita, la cognizione distribuita e, soprattutto, la cognizione definita embodied (incorporata). 3. La questione metodologica: verso una visione più pluralista e operativa le osservazioni precedenti si possono collegare con altre prese di posizione analoghe che danno per assodato che le nuove tecnologie, soprattutto mobili, inducono una trasformazione radicale delle metodologie didattiche ed educative, privilegiando modalità di lavoro ispirate all’impianto proprio del costruttivismo sociale, o di una didattica per problemi e ricerca individuale o di gruppo, a scapito di forme di insegnamento più dirette ed esplicite. È allora opportuno approfondire la questione metodologica, anche perché questi ultimi cinque anni sono riemerse accese LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 96 97 discussioni relative a quali modalità di insegnamento favoriscano risultati effettivi di apprendimento da parte degli studenti. Un numero dell’American Educator (Spring, 2012) è stato dedicato alla questione che divide pedagogisti e docenti circa le forme più valide e produttive di impostare le lezioni scolastiche: favorire metodi di insegnamento espliciti e diretti o privilegiare modalità ispirate a forme di costruttivismo sociale, di ricerca personale o di gruppo, di scoperta, nei quali si lascia agli studenti molta libertà di organizzazione e di lavoro. Una eco di tale dibattito si può cogliere in un recente volume di norberto Bottani (2013, 140-141), il quale afferma che lo scontro tra pedagogisti e insegnanti, che fanno riferimento alle teorie costruttiviste, e coloro che vengono definiti, spesso in modo dispregiativo, come tradizionalisti “è reso più acuto dall’irruzione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, ossia dalla diffusione di nuovi mezzi che possono servire per potenziare una corrente o l’altra”. poco dopo afferma che: “Resta il fatto che nemmeno le pedagogie costruttiviste hanno migliorato le disuguaglianze scolastiche”. Anche da quest’ultimo punto di vista nel contesto della contesa viene fatto notare come da un’analisi di circa 70 studi si abbiano conferme di quanto osservato da Bottani. tali studi hanno preso in considerazione gruppi di studenti, che vanno dai più lenti ai più pronti, mettendoli a confronto con forme di insegnamento sia che seguono da vicino e in maniera esplicita il loro cammino di apprendimento, sia con forme di insegnamento che lasciano molta iniziativa e modalità di lavoro aperte. Da essi sono stati ottenuti risultati positivi a favore dei più svegli e risultati assai problematici, in qualche caso drammatici, per i più lenti e difficoltosi. in qualche modo i metodi meno direttivi favoriscono i migliori, mentre danneggiano i più deboli (Clark, Kirschner & Sweller, 2012, 8). in questo dibattito emerge un giudizio critico circa l’impostazione didattica genericamente definita “costruttivista”: un’impostazione che da una parte evoca metodologie di tipo attivo, nelle quali lo studente è impegnato, anche fisicamente, nell’esplorare ambienti di apprendimento e a sviluppare rappresentazioni e spiegazioni che possano portare alla comprensione di fenomeni e alla costruzione di conoscenze e abilità specifiche; e, dall’altra, si appoggia a teorie psicologiche che spesso fanno riferimento a l.S. Vygotsky ma che si sono sviluppate secondo prospettive in gran parte autonome e definite post-vygotskyane. Molte di esse si appoggiano nella loro interpretazione sulla teoria dell’attività. Maurizio lichtner (2013) ha messo in luce come, partendo dal pensiero di Vygotsky, sia stata sviluppata un’interpretazione socioculturale dello sviluppo conoscitivo, che va oltre se non in contrasto con il suo pensiero, per la quale le attività e i discorsi che si svolgono intorno al soggetto, ovvero le pratiche sociali nelle quali egli è iscritto, sono causa diretta dell’acquisizione delle sue conoscenze e delle sue competenze. Una forma di determinismo sociale che non tiene conto di una possibile consapevolezza e mediazione del soggetto nel processo di interiorizzazione di quanto esperito. Si giunge così a non tener conto dei processi cognitivi individuali che stanno alla base sia della comprensione concettuale, sia dello sviluppo intellettuale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 97 98 A questo proposito Richard Meyer (2009) ha fornito una chiarificazione concettuale assai utile. partendo dalle ricerche psicologiche che fanno riferimento ai processi cognitivi, egli afferma che è corretto pensare al costruttivismo dal punto di vista del processo di apprendimento della singola persona. infatti, ciascuno di noi costruisce le proprie conoscenze sulla base di quanto ha già acquisito in maniera significativa e stabile. per chiarire meglio la distinzione tra la considerazione di una teoria dell’apprendimento di natura costruttivista, considerata corretta, e l’indicazione che nel processo istruttivo ci si debba sempre muovere con procedure pratiche di natura costruttivista, posizione quest’ultima vista come errata, Richard Mayer ha descritto quattro possibili situazioni di apprendimento. in primo luogo viene considerato un apprendimento attivo nel quale lo studente si impegna in un appropriata attività cognitiva, ad esempio selezionando informazioni rilevanti, integrando le nuove conoscenze con quelle già possedute e organizzando in maniera coerente quanto acquisito. Un apprendimento passivo si ha quando tale attività non ha luogo e si ha solo una forma di semplice recezione di quanto proposto e ciò rimane non integrato nella struttura conoscitiva, quindi non compreso e non ricordato. Una didattica attiva si ha quando gli studenti sono coinvolti in un’attività pratica, come ricerca di informazioni, di soluzioni a un problema, o discussione in gruppo. Una didattica passiva è attuata quando non si sollecita un’attività pratico-operativa. Un vero apprendimento si ha quando si verifica un cambiamento sufficientemente permanente nel quadro di conoscenze dello studente. la teoria costruttivista dell’apprendimento sottolinea il fatto che lo studente per apprendere deve impegnarsi personalmente nel rappresentare nella sua memoria di lavoro le nuove conoscenze mettendo in atto appropriati processi cognitivi. e ciò è coerente con molte ricerche, anche di natura empirica. la questione però si pone quando si intende trasporre tale teoria, che riguarda i processi cognitivi, a una metodologia didattica che metta in moto soprattutto i comportamenti esterni degli studenti. A un’attività di questo tipo non corrisponde necessariamente un congruente e funzionale processo interno di costruzione concettuale. Ciò è dimostrato da numerose ricerche che l’Autore cita distesamente. per contrasto non pochi studi hanno messo in evidenza la possibilità di coinvolgere un apprendimento attivo, che mette in moto appropriati processi cognitivi, attraverso forme di insegnamento che esternamente appaiono passive. l’Autore non lo cita, ma è immediato evocare il concetto di apprendimento significativo per ricezione di D. p. Ausubel e le condizioni da lui indicate perché ciò avvenga (Ausubel, 1978). Mayer elenca anche alcuni principi di riferimento, derivati dalle ricerche in merito, che facilitano l’attivazione di processi di apprendimento attivo in contesti di didattica cosiddetta passiva43. 43 Si possono citare a esempio i principi di coerenza per escludere materiali estranei; di sottolineatura delle cose essenziali; di contiguità spaziale e temporale tra testi scritti e immagini; ecc. (Mayer, 2009, pp. 193-4). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 98 99 4. Le ricerche sull’efficacia dei vari metodi di insegnamento il confronto tra posizioni cosiddette costruttiviste, ma che più genericamente potrebbero essere definite poco direttive, e impostazioni che privilegiano un insegnamento esplicito, genericamente denominate dirette, è stato reso più incandescente dalla pubblicazione delle ricerche di John Hattie a partire dal 2009 (Hattie, 2009; Hattie, 2012; Hattie & yates, 2014). queste ricerche avevano come obiettivo fondamentale quello di esaminare la letteratura sperimentale disponibile al fine di verificare l’efficacia dei vari metodi di insegnamento. in generale si può dire che sulla base dei dati raccolti molti degli approcci più sollecitati dai pedagogisti e diffusi negli ambienti innovatori non abbiano dato i risultati sperati. in particolare, John Hattie ha evidenziato la fragilità di alcuni di essi, come ad esempio i metodi basati sulla ricerca autonoma condotta dagli allievi, l’apprendimento per problemi, ma anche lo stesso cooperative learning, quando questi metodi sono poco guidati e controllati dal docente; mentre l’insegnamento reciproco tra studenti, il feedback che riceve l’insegnante dagli allievi e quello che egli loro fornisce, la valutazione formativa, l’insegnamento diretto ed esplicito, che segue da vicino la comprensione dei concetti e la padronanza delle abilità, evidenziano una buona validità didattica. in questo quadro emerge come valido un insegnamento esplicito di strategie di natura metacognitiva, come il controllo della propria comprensione, ad esempio attraverso il porsi opportune domande, oppure strategie di studio adattate ai vari ambiti di apprendimento. la varie indagini esaminate mettono in evidenza come le attività a finalità aperta, come forme di apprendimento per scoperta, possono rendere difficile indirizzare l’attenzione su ciò che ha importanza, dal momento che gli studenti amano esplorare dettagli, aspetti irrilevanti e molto specifici, mentre svolgono tali attività. tra i suggerimenti che derivano dalle indagini di Hattie i più significativi sono stati riassunti da lui stesso nelle varie opere. l’insegnante deve puntare verso obiettivi chiari, condivisi dallo studente, mentre egli si prende cura della sua comprensione e del suo progresso, valutandone i vari passaggi e le difficoltà emergenti e intervenendo direttamente per favorire l’efficacia della sua azione e la solidità delle nuove acquisizioni. A questo fine egli dovrebbe usare metodologie che rispondano a queste finalità, in particolare associando spiegazioni orali a immagini, sollecitando l’intervento dei più pronti a favore dei più deboli (l’insegnamento reciproco, che evoca la zona di sviluppo potenziale di Vygotsky), adattando i suoi interventi alle esigenze che via via manifestano i singoli o il gruppo. queste e simili ricerche ripropongono con ancor maggior forza il ruolo centrale del docente non solo nel progettare l’impianto didattico, ma soprattutto nel condurre la sua azione di insegnamento nel contesto delle lezioni. Un docente esperto dovrebbe saper individuare le forme principali attraverso le quali è possibile rappresentare ciò che insegna: valorizzando opportunamente quanto lo studente già possiede; collegandolo agli altri insegnamenti; graduando, ed eventual- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 99 100 mente modificando, il suo procedere sulla base di quanto riescono effettivamente ad apprendere gli studenti. per questo è necessario che egli curi l’effettivo impegno di ciascuno nel costruire attraverso i propri processi cognitivi l’impianto concettuale e operativo che egli propone. D’altra parte tutto ciò può aver luogo solo se si riesce a sviluppare un clima nella classe che sia favorevole a questa attività di apprendimento. Hattie e yates (2014) ricordano come spesso nella formazione degli insegnanti si insiste su un giudizio negativo nei riguardi della “trasmissione della conoscenza”, affermando che si tratta di una nozione non valida, datata e che deve essere rimpiazzata dalla massima “quello che ascolto lo dimentico, quello che faccio lo capisco”, oppure da quella attribuita a Confucio “quando ascolto dimentico, quando vedo ricordo, quando faccio comprendo”. Ma come abbiamo notato evocando la distinzione proposta da Mayer tra didattica attiva e apprendimento attivo e, come noteremo a proposito del carico cognitivo, non è automatico apprendere quando ci si muove fisicamente, ma non si lavora intellettualmente: il vero laboratorio d’apprendimento è quello che si svolge nella testa. quando l’insegnamento esplicito è chiaro e il docente mette in luce i passaggi fondamentali e le variabili critiche di quanto espone, evidenzia i percorsi e gli schemi mentali che debbono essere utilizzati e l’appropriato vocabolario che deve essere padroneggiato, egli rende visibile ed esplicito quanto potrebbe rimanere nascosto e implicito, impedendo così un’adeguata comprensione e poi una valida valorizzazione di quanto compreso. Se lo studente, o anche il gruppo degli studenti, dovesse conquistare tutto ciò attraverso solo le risorse personali disponibili, come può raggiungere una conoscenza valida e completa? e se anche, date capacità eccezionali, potesse farlo, quanto tempo gli occorrerebbe e quanto di quel tempo andrebbe a scapito di quello necessario per gli altri apprendimenti? 5. L’apporto delle teorie cognitive per una riconsiderazione del costruttivismo nella critica alle metodologie didattiche che insistono su attività ispirate al costruttivismo e a metodi di ricerca ed esplorativi spesso si fa riferimento alla cosiddetta teoria del carico cognitivo. tale teoria è stata sviluppata dalla fine degli Anni ottanta del secolo passato da John Sweller (1988). le basi scientifiche di riferimento risalgono agli inizi dell’introduzione del modello di elaborazione delle informazioni proprio della psicologia cognitiva. nel 1956 era stato pubblicato lo studio fondamentale di G.A. Miller (1956) che evidenziava i limiti della cosiddetta memoria a breve temine, o memoria di lavoro, sia dal punto di vista quantitativo, sia da quello temporale. per capire e ricordare occorre attivare e coordinare processi cognitivi che integrano informazioni provenienti dall’esterno (memoria sensoriale) e informazioni e schemi interpretativi che provengono dall’interno (memoria a lungo termine o permanente). Ma la capacità elaborativa presenta non pochi limiti, per cui quando ciò LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 100 101 che deve essere elaborato è troppo complesso, si può verificare un carico eccessivo della memoria di lavoro e la prestazione ne può soffrire anche drammaticamente, con riflessi anche sul piano emozionale. il merito di Sweller è stato quello di promuovere uno studio sistematico delle correlazioni tra quanto proposto nelle attività istruttive e le esigenze di elaborazione cognitiva che ne derivano, evidenziando le condizioni sia soggettive, sia oggettive perché il soggetto possa acquisire le conoscenze e le abilità in maniera significativa, stabile e fruibile. la teoria del carico cognitivo tende a descrivere proprio tali condizioni di apprendimento. negli Anni novanta del secolo passato, e in quelli successivi del nuovo secolo, molti studi sono stati realizzati per approfondire tale teoria e per considerarne le conseguenze sul piano progettuale delle attività didattiche. in particolare sono stati distinti tre tipi fondamentali di carico cognitivo. il primo, ineliminabile, riguarda le esigenze di elaborazione cognitiva che certe conoscenze sia dichiarative, sia procedurali implicano. Si tratta del cosiddetto carico cognitivo intrinseco al contenuto da apprendere. per intenderci, è ben differente la sfida alla comprensione e alla valorizzazione in problemi pratici di un procedimento aritmetico elementare, rispetto a questioni di analisi infinitesimale, che implicano un’adeguata padronanza dei concetti di funzione e di limite. tuttavia, l’impegno cognitivo dipende anche dal soggetto, in quanto questi può possedere già le conoscenze e la competenze necessarie per affrontare compiti complessi. Ciò porta a due conseguenze valutative: la prima relativa alla complessità del contenuto; la seconda, allo stato di preparazione del soggetto. l’analisi del secondo tipo di carico cognitivo, quello denominato estrinseco, è diretta a individuare le condizioni che possono alleggerire il carico cognitivo e che quindi non dipendono dalla complessità intrinseca del materiale da apprendere. esse mirano a organizzare la presentazione dei contenuti da apprendere secondo progressioni che ne favoriscono l’assimilazione e verificare quali modalità di approccio siano più funzionali: ad esempio si è trovato che vi è una maggiore facilità di acquisizione delle conoscenze e delle abilità se si usano esempi sviluppati in maniera completa e adatta alla comprensione e al ricordo, rispetto a forme di esplorazione e scoperta, soprattutto se debolmente guidate da parte del docente; così l’uso di immagini può essere più utile di descrizioni solo verbali. Si è anche proposto di considerare carichi cognitivi di tipo coerente (in inglese germane), nel senso che si tratta di impegni diretti allo sviluppo di schemi concettuali o operativi funzionali alla possibilità di affrontare questioni più complesse, in quanto la disponibilità di tali schemi nella memoria di lavoro riduce il carico di lavoro nella memoria a breve termine.44 Ciò porta a progettare forme adeguate di pro- 44 in questo contesto viene confermata la validità non solo dell’automazione di alcuni processi elementari, ma anche dello sviluppo di quelli che nella terminologia aristotelica sono definiti “abiti”, cioè disposizioni stabili ad agire in maniera adatta alle diverse situazioni. Così si può parlare di abiti operativi, abiti di studio, abiti di lavoro. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 101 102 gressione sistematica nel proporre i vari contenuti in modo che ogni tappa raggiunta possa diventare la base per gli apprendimenti successivi. Dalle ricerche sul carico cognitivo sono derivate non poche informazioni circa la validità, sul piano della pratica didattica, di alcune indicazioni operative, spesso considerate tradizionali e poco produttive sul piano formativo. non solo, ma è emerso un certo ripensamento nei riguardi di prospettive considerate innovative. la discussione che ne è seguita è stata documentata in un volume a cura di S. tobias e t.D. Duffy nel 2009 (tobias & Duffy, 2009). tenendo conto delle differenti posizioni emerse si è cercato di elaborare un bilancio delle ricerche sull’efficacia dei metodi cosiddetti di “insegnamento indiretto”, rispetto a quelli definiti come forme di “insegnamento diretto”. John Sweller (2009) è intervenuto in tale contesto affermando: “le procedure derivanti dalla teoria del carico cognitivo sottolineano il ruolo più efficace dell’insegnamento esplicito, rispetto a quelli basati su forme di apprendimento per scoperta oppure di tipo costruttivistico”. egli ha osservato come i metodi didattici basati su forme di quest’ultimo tipo erano stati proposti prima di avere a disposizione i risultati degli studi sull’architettura della cognizione umana e sul suo funzionamento: quindi non deve sorprendere se essi non hanno dato i risultati sperati quanto alla loro efficacia. Sweller ha valorizzato alcuni studi che distinguono tra acquisizione di conoscenze e abilità in contesti informali, capacità che derivano da una lunga esperienza umana codificata anche nel proprio patrimonio genetico, come imparare a parlare e a comunicare oralmente in una lingua particolare, ma anche come risolvere problemi pratici della vita quotidiana, e acquisizioni relative a conoscenze e abilità sviluppate dall’uomo più recentemente e più artificiali, come leggere, scrivere testi in scrittura alfabetica e fare matematica astratta, ecc. per questo ambito di sviluppo si ha bisogno di ambienti strutturati e di forme di insegnamento diretto e sistematico (Geary, 2005). Ricorrere a metodi di natura esplorativa e di soluzione di problemi da una parte richiede tempo e notevole dose di creatività e di possibilità di gestione del carico cognitivo; dall’altra, occorre ricordare che non esistono metodi di problem solving generali che vadano bene in ogni caso, bensì metodi legati a specifici ambiti di conoscenza, che comunque richiedono notevoli basi informative adeguatamente organizzate.45 6. La posizione filosofica ispirata al nuovo realismo negli ultimi anni il costruttivismo, soprattutto quello radicale, è stato sottoposto a osservazioni critiche anche sul piano filosofico sulla base delle istanze del 45 È interessante citare a questo proposito le più recenti indagini oCSe-piSA (2012) sulle competenze dei quindicenni italiani. questi manifestano non poche difficoltà sia nelle scienze, sia in matematica, ma se si tratta di problemi di natura pratica quotidiana non legati a conoscenze e abilità disciplinari essi si collocano a livelli assai più elevati. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 102 103 cosiddetto “nuovo realismo”. questo movimento teorico ha messo in luce alcune problematiche irrisolte della filosofia della conoscenza (epistemologia), quando questa tende a ignorare la cosiddetta “resistenza della realtà”, cioè il doversi confrontare con l’esperienza diretta delle cose, degli eventi, delle istituzioni che tendono a limitare le nostre assunzioni interpretative. “Robusto, indipendente, ostinato, il mondo degli oggetti che ci circondano, ma anche dei soggetti con cui interagiamo, non si limita a dire no, a opporre resistenza come per dire «ci sono, sono qui». Con lo stesso gesto con cui resiste, ci offre l’acceso alla massima, e unica, positività a nostra disposizione, allo sfondo tutt’altro che amorfo, ma anzi ricco e strutturato, da cui prendono avvio la sensazione, l’immaginazione, il pensiero, il ricordo, l’attesa, il timore e la speranza. e soprattutto dispiega lo spazio delle possibilità...” (Feraris, 2013, 9). «Ribadire alcuni “limiti” (in tutte le accezioni del termine) del costruttivismo non equivale a contestarlo tout court, con una mossa che sarebbe solo il rovescio di quello stigma affibbiato al “realismo” da cui si è preso l’abbrivio. Senza disconoscerne i meriti, si tratta di smorzare le pretese del costruttivismo, di sorvegliarne gli scantonamenti, di “limitarne” le oltranze e le derive [...] in riferimento all’attività interpretativa e ad alcuni eccessi di decostruzionismo. [...] Si deve lavorarlo dall’interno, mantenendone alcune conquiste innegabili e rintuzzandone, però, le semplificazioni. infatti, spesso le ipotesi costruttiviste sono tanto più “viabili” ed efficaci quanto più vengono innervate di un elemento realista» (Corbi & oliverio, 2013, 21-22). in altre parole si critica la posizione del cosiddetto “costruttivismo radicale”, per prospettare una visione più integrata in cui si ritrovi un rapporto valido e fecondo tra pensiero e percezione della realtà, dando a questa un ruolo decisivo soprattutto di fronte alle scelte di natura educativa. pier Giuseppe Rossi nota come nelle tendenze post-costruttiviste attuali si rivisitano le teorie aristoteliche relative all’acquisizione della conoscenza pratica con alcune modificazioni: “il fine dell’agire del soggetto non è più un riferimento esterno che determina l’azione, ma viene ricorsivamente ridefinito nell’azione stessa e in connessione con i mezzi; il soggetto non è autonomo, ma interno a una rete complessa; l’agire umano non è frutto di una decisione cognitiva, ma un fare complesso in cui l’uomo opera in modo olistico, con il suo corpo. [...] in sintesi molte critiche al costruttivismo emerse nell’ultimo decennio sembrano focalizzarsi sostanzialmente sulle derive relativiste e sull’assenza di strumenti di validazione delle ipotesi” (Rossi, 2013, 93-94).“il post-costruttivismo indica essenzialmente quattro percorsi: (1) l’interazione tra i processi di insegnamento e di apprendimento, (2) la centralità delle pratiche educative per la comprensione dei processi di insegnamento-apprendimento e per la formazione degli insegnanti, (3) la rivalutazione dei prodotti dopo la centralità dei processi, (4) la rivalutazione del ruolo del corpo nei processi di insegnamento-apprendimento (Rossi, 2013, p.101). in realtà occorre riconoscere che buona parte della critica di natura filosofica, anche di tipo pedagogico, che anima le tendenze post-costruttiviste si concentra LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 103 104 sulla critica delle proposte provenienti dal costruttivismo radicale, nella convinzione che non è possibile far prevalere l’elaborazione conoscitiva, l’epistemologia, ripetendo che “tutto è interpretazione”, sulla realtà, ignorandone il ruolo fondamentale come costante controllo della bontà e funzionalità delle proprie costruzioni conoscitive. in qualche modo si vuole riproporre come riferimento essenziale una dialettica, in questo caso sì costruttiva, tra oggettività ed epistemologia, tra realtà e conoscenza, tra esperienza delle cose, delle persone, delle istituzioni, degli eventi e loro descrizione, interpretazione e valutazione. in ambito pedagogico si viene così sollecitando una posizione ragionevole, che riconosce nel dialogo educativo il ruolo fondamentale dell’altro, degli altri, del contesto, dell’ambiente culturale e sociale, di fronte a una pura deduzione di norme per l’azione derivanti da assunzioni teoriche e/o ideologiche (pellerey, 2014). 7. La posizione di chi sostiene un approccio all’insegnamento in forma diretta ed esplicita le ricerche di J. Hattie e quelle sul carico cognitivo hanno fatto riemergere prepotentemente la posizione di chi nel tempo ha insistito sulla qualità di un insegnamento esplicito e diretto. Così è stato recentemente pubblicato un volume curato da studiosi e formatori canadesi dal titolo “insegnamento esplicito e riuscita degli allievi. la gestione degli apprendimenti” (Gauthier, Bissonnette & Richard, 2013).46 nella Prefazione del volume Barak Rosenshine riassume la tesi fondamentale sostenuta dall’opera. egli richiama l’esito degli studi realizzati nel corso dei decenni passati sulla natura delle pratiche sviluppate in classe dagli insegnanti più efficaci. egli poi si ricollega agli studi sull’architettura cognitiva per insistere sul fatto che l’insegnante deve dare un sostegno appropriato ai suoi studenti quando insegna un nuovo contenuto d’apprendimento, riducendo in seguito tale sostegno a mano a mano che essi progrediscono. Ciò si realizza: distribuendo la materia in passaggi successivi in modo da evitare ogni confusione; strutturando la lezione dandone prima un’idea generale o un piano; dando poi l’opportunità a ciascun allievo di esercitarsi in ciascun passaggio successivo in modo da favorire il trasferimento delle nuove conoscenze nella memoria a lungo termine; fornendo esercizi supplementari per consolidare e or- 46 l’espressione “insegnamento esplicito” è stata utilizzata da B. Rosenshine a partire dagli Anni ottanta (cfr. a es. B. Rosenshine, 1986). la sua posizione è stata sviluppata sulla base di ricerche che tengono conto più dell’efficacia dei metodi di insegnamento che di una loro coerenza con una particolare teoria dell’apprendimento. Recentemente ha pubblicato in inglese una sintesi del suo pensiero sulla rivista americana American Educator che include una buona bibliografia (B. Rosenshine, 2012). la denominazione può essere collegata ad altre espressioni come “insegnamento diretto”. Si tratta di un approccio esplicito, strutturato, intensivo, che pone l’accento su una preparazione minuziosa delle lezioni, la cui efficacia è verificata e da cui trae indicazioni per una più valida attuazione. Cfr. www.nifdi.org. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 104 105 ganizzare meglio quanto appreso al fine di facilitare gli apprendimenti successivi. Gli studenti sviluppano in seguito attraverso la pratica la nuova abilità finché tutti ne abbiano avuto un feedback valutativo, favorendo progressivamente il raggiungimento di una maggiore autonomia nel realizzarla. egli richiama quindi alcune strategie risultate valide e produttive nell’attività degli insegnanti efficaci. questi avviano le loro lezioni richiamando brevemente gli apprendimenti precedenti; presentano la nuova materia per piccoli passi, seguiti da attività pratiche, all’inizio di tali pratiche guidano da vicino gli studenti; ragionano ad alta voce per evidenziare ciascuna tappa di un procedimento; esigono e ottengono una partecipazione attiva da parte di tutti; danno incombenze e spiegazioni chiare e dettagliate; porgono molte domande e verificano la comprensione degli studenti; mostrano esempi di problemi completamente risolti; domandano agli studenti di esplicitare la loro comprensione; verifica le risposte di tutti; presentano numerosi esempi; riprendono alcune spiegazioni quando necessario; preparano gli studenti a sviluppare pratiche di lavoro autonomo e all’inizio li seguono in tale impegno. la tesi fondamentale sostenuta dai fautori di un insegnamento esplicito e diretto può essere così riassunta: più uno studente è all’inizio di una nuovo contenuto d’apprendimento, più egli deve essere guidato da vicino nel comprenderne i concetti essenziali e nello svilupparne le abilità fondamentali attraverso una pratica sistematica controllata. A mano a mano che egli riesce ad acquisirne in maniera valida e significativa gli elementi fondamentali e a conservarli ben strutturati nelle sua memoria a lungo termine, più diventa capace di approfondire l’argomento attraverso forme di ricerca personale e di gruppo e in sempre più accentuata autonomia. 8. Per un quadro di riferimento operativo Come precedentemente chiarito, l’approccio costruttivista ha una sua chiara denotazione positiva quando si riferisce ai processi di apprendimento interni al soggetto, mentre non appare sempre adeguato quando insiste su forme organizzative esterne degli stessi processi: spesso, infatti, all’attivismo esterno non corrisponde l’attività interna del soggetto. Come già osservato, l’appoggiarsi sulla tradizione vygotskyana senza tener conto dell’attività interna del soggetto è un segno di infedeltà alle sue idee: quasi che automaticamente e in maniera deterministica quanto sollecitato dall’esterno si traduca in processi interni. A me sembra utile fornire una specie di bussola di orientamento alla progettazione di attività didattiche tenendo conto di una osservazione di D. Jonassen (2009)47. egli insisteva sul fatto che non 47 probabilmente questo è stato una dei suoi ultimi interventi, essendo venuto prematuramente a mancare dopo due anni di malattia il 2 dicembre 2012. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 105 106 tutti i contenuti e gli obiettivi d’apprendimento sono uguali e di conseguenza anche i processi di apprendimento e di insegnamento debbono articolarsi. Ciò porta a valorizzare quanto e. eisner nel 1985 aveva indicato come aree di progettazione didattica di natura differente, che implicano anche la considerazione di obiettivi di apprendimento diversificati e metodi didattici congruenti (eisner, 1985; pellerey, 1994, 60-63) la prima area concerne concetti e abilità che nella scolarità primaria e secondaria sono considerati come fondamentali e irrinunciabili; non solo, essi si presentano come strumentali rispetto ad altri apprendimenti e sono caratterizzati, o caratterizzabili, da una organizzazione sequenziale interna. Cioè si tratta di conoscenze e competenze che costituiscono come il nucleo centrale dell’apprendimento scolastico con il quale dobbia mo a tutti i costi confrontarci e che si presentano come altamente concatenate tra loro. la seconda area riguarda un insieme di aperture culturali e di competenze che non si presentano così strutturate e sequenziali, ma costituiscono una base conoscitiva fondamentale per collocare i giovani nel contesto culturale del proprio paese e più in generale dell’europa e del mondo intero. questi apporti allargano, approfondiscono e danno senso alla prima area, costituendo spesso come il campo nel quale esercitarne le abi lità fondamentali e nel quale usarne i concetti. la terza area è costituita da attività di arricchimento di natura più espressiva: ambiti di lavoro che offrono spazi di libera esplorazione, di gioia di esprimersi, di manifestazione spontanea dei propri sentimenti e dei propri interessi, di partecipazione a progetti vissuti come propri o di iniziative personali. Spesso una stessa disciplina può essere presente in tutte e tre le aree e, a seconda delle sue componenti, esige metodologie didattiche e processi di apprendimento coerenti. inoltre occorre tener conto della diversità dei processi cognitivi quali possono essere messi in atto da parte dei singoli studenti. Alcuni manifestano notevoli lentezze e difficoltà di elaborazione e organizzazione mentale, mentre altri sono più rapidi e capaci non solo di capire, ma anche di collegare le nuove conoscenze con quelle già possedute. nell’attività di apprendimento, poi, alcuni sono più pronti a collaborare con gli altri, mentre altri sono più restii a lavorare in maniera cooperativa. Certo, in quest’ultimo caso occorre favorire la disponibilità a lavorare in gruppo, ma ai fini dei risultati da ottenere nell’immediato occorre tener conto dello stato di preparazione già raggiunto da ciascuno, non solo sul piano delle conoscenze e delle abilità già fatte proprie. Da queste osservazioni deriva la possibilità di costruire un riferimento a due assi (Cfr. Fig. 2). il primo asse riguarda le esigenze del contenuto da apprendere, facendo però riferimento a quanto già acquisito o meno stabilmente da parte degli studenti come base portante per una sua acquisizione, cioè alla disponibilità o meno di conoscenze di appoggio o di ancoraggio al fine di coglierne gli elementi essenziali. il secondo asse concerne le caratteristiche degli studenti dal punto di vista della loro capacità di attivare e gestire i processi di apprendimento necessari per padroneggiare i contenuti proposti in maniera più o meno lenta e difficoltosa LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 106 107 oppure veloce e agevole. Gli assi debbono quindi essere considerati come graduati da un minimo a massimo. normalmente gran parte degli studenti possono essere collocati dal punto di vista della facilità e velocità nell’apprendere in posizioni intermedie. la stessa cosa non sempre è vera per i contenuti. Come sopra si è cercato di chiarire, alcuni permettono forme più esplorative e quindi modalità di insegnamento meno dirette, esplicite e strutturate; altri esigono una organizzazione sequenziale più attenta e interventi didattici più espliciti, diretti e progressivi. Massima complessità e sequenzialità dei contenuti da apprendere Minima complessità e sequenzialità dei contenuti da apprendere Grande velocità e facilità di apprendimento II III IV Grande I difficoltà di apprendimento Figura n. 2 - Quadro di riferemento progettuale nel primo quadrante, in alto a destra, si potrà procedere secondo quanto suggerito da Rosenshine, ma dando progressivamente maggiore autonomia e responsabilità ai singoli e favorendo forme di collaborazione per approfondire e applicare quanto acquisito. Mentre in alto a sinistra, nel secondo quadrante, occorrerà seguire più da vicino e sistematicamente i singoli studenti, sostenendoli, correggendoli e adattando frequentemente quanto proposto al livello di acquisizione raggiunto. Molte delle abilità che si ritengono essenziali per soggetti con disturbi specifici di apprendimento possono essere considerate come riferimento al limite per questo quadrante. i due quadranti inferiori permettono una minore strutturazione del percorso e una meno diretta ed esplicita azione didattica, inserendo attività di ricerca, di produzione collettiva, di lavoro di gruppo, ecc. Ma se ciò può essere un canone di riferimento per i soggetti più veloci e pronti nell’apprendere, per gli altri spesso si tratterà solo di attività occasionali, miranti più che ad apprendimenti disciplinari, allo sviluppo di dimensioni educative più generali. Da queste brevi osservazioni viene rafforzata l’importanza di una delle competenze fondamentali del docente: quella di progettatore di percorsi di apprendimento che mediano tra le esigenze poste da un’acquisizione significativa, stabile fruibile LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 107 108 di conoscenze e abilità disciplinari e interdisciplinari e le caratteristiche peculiari degli studenti con cui deve interagire. Uno studio di Diana laurillard (2012)48 ha messo bene in luce l’importanza strategica di tale competenza, in particolare oggi, a causa delle esigenze poste da una integrazione valida ed efficace delle tecnologie informatiche, soprattutto di natura mobile (tablet e smartphone). in questa attività progettuale occorre adottare una maniera di procedere che si ispira a quella che studi recenti definiscono “ragionevole” e che da alcuni viene riletta nella prospettiva della saggezza pratica quale fu già definita da Aristotele. la distinzione tra ragione e ragionevolezza è stata sollecitata da J. Rawls per evidenziare come l’impatto delle proprie ragioni ideali con la realtà delle ragioni degli altri e le situazioni di fatto implicano la ricerca di mediazioni operative che raggiungano il massimo possibile di consenso e di efficacia. nel caso dei processi didattici da mettere in atto ci si trova a dover mediare tra teorie dell’apprendimento provenienti da studi di natura cognitiva o socio-cognitiva, teorie dello sviluppo delle conoscenze di natura epistemologica e situazioni reali che spesso resistono a ogni forma di deduzionismo e sollecitano un’attività di riflessione progettuale, o anche di continua riprogettazione. Accettare i condizionamenti che provengono dalla realtà non è sempre agevole, né gratificante. Ma è anche deleterio rimanere prigionieri di situazioni difficili, che vengono considerate senza speranza. in questo complesso bilanciamento tra idealità e realtà si evidenzia la qualità personale di chi ha sviluppato la capacità di prendere decisioni prudenti e responsabili attraverso un diuturno esercizio (pellerey, 2014). 48 la laurillard ricorda come anche nell’ambito della ricerca didattica occorra tener conto della complessità e fluidità delle situazioni concrete e la necessità di considerare metodologie d’indagine che ne tangano conto. A questo proposito si può leggere: M. pelleRey (2005). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 108 109 Settimo capitolo L’integrazione delle tecnologie mobili nella progettazione educativa e didattica Da quanto precedentemente esaminato, e tenendo conto di quanto sperimentato nella pratica didattica, si possono suggerire alcune modalità di gestione dell’integrazione delle tecnologie mobili nell’attività che si svolge in classe. Ciò verrà fatto a vari livelli: di istituzione scolastica o formativa, di aula o ambiente di apprendimento, di programmazione curricolare o di progetto operativo. La preoccupazione fondamentale è quella di proporre forme organizzative e modelli d’azione che siano compatibili con progettazioni didattiche che si ispirano alla prospettiva ibrida sia in termini di strumenti e materiali utilizzati, sia di metodi didattici adottati. Viene infine presentato un esempio di integrazione valida sia sul piano degli apprendimenti disciplinari sia di quello dello sviluppo delle competenze digitali. 1. A livello di istituzione scolastica o formativa Come negli Anni Cinquanta il processo di motorizzazione italiano (allora assai arretrato) ha comportato che in primo luogo si costruissero le autostrade (vedi Autostrada del Sole completata nel 1964, cinquant’anni fa), così per la diffusione delle tecnologie mobili nella scuola deve essere garantita sul territorio una rete Wi-Fi veloce e di banda larga. Ciò è importante, in particolare, per le scuole perché l’uso contemporaneo delle rete implica problemi di accesso, se tale servizio non è abbastanza potente. Anche un impianto a ponti radio può risultare inizialmente valido ma poi insufficiente e deve essere raddoppiato. il principio generale può essere così riassunto: ogni istituzione scolastica e formativa deve poter disporre di un sistema di comunicazione adeguato al fine di costituire a sostegno della comunità educativa reale (una comunità cosiddetta off-line) una parallela comunità educativa virtuale (o comunità on line). tale sistema comunicativo on line deve poi potersi articolare in varie comunità virtuali, che diventano quelle che possono essere denominate realtà aumentate rispetto alle comunità reali: a) quella generale che comprende docenti, famiglie, studenti in comunicazione interattiva con il direttore e/o preside; b) quella più specificatamente costituita dai docenti (ad esempio, i collegi docenti dei vari cicli e/o indirizzi scolastici); c) quella relativa alle singole classi (e relativi consigli di classe) comprendente docenti e studenti; d) quella che mette in relazione reciproca il singolo docente con i suoi studenti. questa base LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 109 110 comunicativa costituisce il sistema di interazioni personali che facilita la comunicazione reciproca e consolida l’identità scolastica di docenti, allievi e la possibile partecipazione delle famiglie al processo educativo e didattico. Ai fini della costituzione e sviluppo della comunità virtuale della scuola, come delle singole classi e dei singoli insegnamenti sono risultati utili i programmi proposti da Google, in particolare il programma Google Drive, e da Dropbox. tramite essi non solo è possibile inviare messaggi, condividere documenti, raccogliere materiali utili, costruire insieme il piano dell’offerta Formativa e la programmazione curricolare annuale, organizzare le riunioni dei collegi docenti e dei consigli di classe, ma anche attivare un sistema d’interconnessioni tra docente e studenti del corso in modo da inviare e ricevere materiali didattici, ricerche, valutazioni, ecc. inoltre, sia l’istituzione scolastica o formativa, sia il singolo insegnante o il consiglio di classe, hanno a disposizione spazi, nei quali poter depositare materiali, documenti, testi, prove di valutazione, risultati ottenuti, portfolio digitali, ecc., con la possibilità di accedervi da qualunque dispositivo digitale collegato opportunamente, magari sotto il controllo di una password. 2. A livello di aula didattica o di classe Molto spesso si osserva che per sviluppare adeguatamente un progetto di integrazione delle nuove tecnologie, in particolare mobili, occorre modificare la struttura stessa della classe in modo che essa diventi un vero e proprio laboratorio. tuttavia nella pratica quotidiana la difficoltà sta proprio nel fatto che la struttura organizzativa fisica attuale prevede classi nelle quali gli studenti rimangono al loro posto, mentre si susseguono nelle varie ore di scuola i docenti. Accanto a queste aule comuni sono disponibili aule laboratorio per alcune discipline specifiche, come fisica o chimica. negli anni passati si è accostato a questi anche un laboratorio informatico, dotato di un certo numero di cosiddetti desk-computer, o computer fissi. questa impostazione è rimasta come peculiare della nostra scuola, perché in europa in genere le scuole sono strutturate in maniera che i singoli insegnanti hanno un proprio ambiente, o classe, dedicato alla loro disciplina e al loro insegnamento. Gli studenti passano da un ambiente, o classe, all’altro, mentre i docenti rimangono nel loro. Da noi sono gli studenti che normalmente stanno stabilmente nella loro classe e sono gli insegnanti che si spostano da una classe all’altra. Ciò comporta tra le altre cose una maggiore difficoltà per i singoli docenti di strutturare il loro ambiente in maniera funzionale al tipo di attività da loro progettata, magari variando nel tempo la stessa disposizione dei banchi e delle attrezzature. questa modalità di organizzazione degli spazi e dei tempi favorisce anche un pluralità di approcci didattici e di forme di integrazione delle tecnologie nell’insegnamento e apprendimento, rispettando in questo modo anche livelli e modalità diverse di com- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 110 111 petenza degli insegnanti. Anche in italia si stanno sperimentando forme organizzative che prevedono proprio la specializzazione degli ambienti di apprendimento in relazione ai contenuti e ai docenti che li propongono. Sono stati proposti vari modelli di strutturazione dell’ambiente di apprendimento. tra i più presenti nelle ideazioni, assumono un rilievo particolare quelli che prevedono possibilità diversificate di organizzazione del lavoro: a piccoli gruppi, a coppie, lavorando individualmente. tuttavia, rimanendo immutata l’organizzazione generale degli spazi, spesso occorre ristrutturare l’aula, spostando i banchi per adattarli alle esigenze di lavoro diverse da quelle cosiddette frontali, sempre che i banchi siano spostabili. Ciò è più facile nel primo ciclo scolastico, ma quando si passa a livelli di secondo ciclo di istruzione e Formazione, occorre tener presente non solo il succedersi dei diversi insegnanti e i tempi ristretti entro cui occorre muoversi, ma anche la numerosità delle classi. D’altra parte, dotare tutte le classi delle stesse attrezzature di base tali da garantire ai docenti la possibilità di strutturare in maniera flessibile le loro metodologie comunicative e di apprendimento non solo è costoso, ma spesso non molto produttivo, proprio perché non è possibile imporre a tutti le stesse modalità di insegnamento. Così la fruizione di attrezzature anche costose può rimanere molto modesta. tutto ciò implica anche la considerazione dei tempi. Anche da questo punto di vista l’attuale organizzazione in ore di lezione molto parcellizzate non favorisce lo sviluppo di attività che si prolungano nel tempo, come nel caso di ricerche, produzione di testi o di altri artefatti finali, ecc. di insegnamento. in genere un ambiente valido per poter integrare le tecnologie mobili nell’attività quotidiana deve poter disporre certamente di un collegamento valido con il sistema wi-Fi, ma anche della possibilità di proiettare su uno schermo a partire dagli strumenti disponibili al docente e agli allievi quanto ritenuto utile per l’attenzione comune. A causa poi di non pochi software disponibili per la didattica la presenza di un computer fisso spesso non solo è utile, ma necessaria. Sia il sistema messo in campo dalla Apple con l’ipad, sia quello proposto dalla Samsung consentono facilmente di proiettare ciò che è presente sul tablet sia da parte del docente, sia da parte degli studenti. Se si considerano, infine, le proposte che negli anni passati sono state avanzate circa l’organizzazione degli spazi fisici e degli spazi virtuali, entrano in gioco non pochi altri problemi generali, come l’articolazione assai differenziata per discipline. Mario Fierli in un suo recente intervento segnalava: “l’uso delle nuove tecnologie si è sostanzialmente adattato [...] alla didattica disciplinare nelle classi e nei laboratori. questo crea un’evidente contraddizione con il fatto che le tecnologie digitali non offrono solo specifici strumenti didattici per le discipline; ma ambienti complessi e integrati. D’altra parte, difficilmente l’ingresso, anche se massiccio, delle tecnologie digitali nella scuola riesce a sovvertirne l’organizzazione. È molto raro e limitato, ad esempio, l’uso di sistemi di condivisione delle conoscenze e di cooperazione in rete che presuppongono diversi modi di aggregazione degli studenti e LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 111 112 tempi diversi da quelli del rigido orario scolastico per discipline”. i vari sviluppi tecnologici e le stesse istanze formative sollecitate anche in sede europea richiederebbero: “almeno l’attenuazione delle separazioni disciplinari, tramite una parziale integrazione, orari scolastici più flessibili, l’affiancamento della lezione con pratiche di ricerca e progetto, raggruppamenti più articolati rispetto alla classe fissa [...], coerenti con metodi didattici orientati alle competenze. tutto questo dovrebbe portare alla riconsiderazione, necessariamente molto lunga, di tutta l’edilizia scolastica” (Fierli, 2013, 111-112). tuttavia in varie esperienze italiane sono state progettate soluzioni peculiari. Come esempio significativo può essere citato quanto realizzato a Bergamo da D. Bardi (Bardi, 2014, 25-26). Sono disponibili nell’aula 32 banchi, una cattedra, una liM (preesistente ma non necessaria), un videoproiettore, casse acustiche, una postazione per creare e-book, ragazzi dotati di strumento mobile. “Come primo step abbiamo fatto un’indagine presso i nostri ragazzi su quali fossero le postazioni di lavoro normalmente utilizzate a casa, quali i dispositivi a loro più congeniali per comunicare, reperire informazioni e lavorare; il nostro intento è stato di ricostruire un ambiente familiare, in cui gli alunni po tessero gestirsi autonomamente e sentirsi a proprio agio, che rispecchiasse il loro modo di studiare e di apprendere. Da queste considerazioni è nato il nostro modello di classe, che ha le seguenti caratteristiche: • i banchi sono spostati lungo le pareti (sarebbe ancora più utile avere banchi e sedie che si chiudono e si aprono all’occorrenza); • sono stati creati alcuni posti fuori dall’aula in un vicino sottoscala, che è divenuto il luogo in cui gli studenti studiano individualmente, anche con sedie più comode rispetto a quelle tradizionali; • sono state create postazioni per poter leggere tranquillamente i libri cartacei (biblioteca della classe); • altre postazioni servono per guardare i film in modo collaborativo; • una postazione è stata adibita alle webconference; • un’altra postazione è dedicata alla costruzione di e-book; • la cattedra è stata spostata in fondo all’aula con accanto una bacheca in cui vengono pubblicate le unità didattiche, le griglie di valutazione, gli orari dei docenti delle altre classi in modo che i ragazzi possano tranquillamente spostarsi o interagire con altri studenti o altri insegnanti durante le lezioni”. 3. A livello di programmazione curricolare Una delle studiose che più hanno approfondito nel tempo i complessi legami tra l’introduzione delle tecnologie informatiche e l’attività didattica scolastica è Diana laurillard (laurillard, 2008; 2012). tale studiosa ha sviluppato, a partire LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 112 113 dalle ricerche di Gordon pask (pask, 1976)49, una prospettiva conversazionale che pone al centro della scena la responsabilità progettuale dell’insegnante. nel contesto dell’attività che si sviluppa in contesti formali dell’apprendimento occorre considerare gli interscambi tra insegnante e studente e tra questi e i suoi compagni di classe. l’insegnante è portatore di conoscenze e di competenze che, attraverso l’organizzazione di uno spazio conversazionale adeguato, tende a promuoverne un analogo sviluppo presso i singoli studenti. il processo che viene messo in atto può essere modellato secondo forme di comunicazione diretta, oppure forme di comunicazione indiretta, che si appoggiano a metafore diverse. le più diffuse di tali metafore vedono lo studente come uno che può apprendere in vario modo: tramite la ricerca personale o di gruppo, attraverso la discussione comunque sostenuta e guidata dal docente, mediante la produzione di artefatti come testi scritti o prodotti multimediali, collaborando con gli altri nella realizzazione di obiettivi comuni. in questo spazio conversazionale le tecnologie possono, o debbono, svolgere un ruolo fondamentale da molti punti di vista. l’importante è che le attività proposte siano chiaramente dirette al raggiungimento di conoscenze e competenze ritenute fondamentali per la loro crescita. per questo l’appoggiarsi a forme di allineamento costruttivo delle diverse attività didattiche diventa essenziale. la teoria dell’allineamento costruttivo è stata in particolare sviluppata nel corso di questo millennio da parte di John Biggs (Biggs, tang, 2011).50 l’idea portante della sua teoria sta nella definizione delle condizioni essenziali attraverso le quali si possano ottimizzare nella loro organizzazione interna e nei risultati finali i vari corsi di studio, sia a livello secondario, sia terziario. l’allineamento si riferisce al fatto che l’istituzione predispone un ambiente che facilita e sostiene le attività di apprendimento dei singoli studenti al fine di conseguire i risultati previsti. l’insegnamento, quindi, è un sistema in cui tutte le componenti devono essere allineate tra loro: gli obiettivi, i risultati di apprendimento attesi, i metodi di insegnamento e le attività di apprendimento, le procedure di valutazione, il clima di interazione con gli studenti e il clima istituzionale, le regole e le procedure dell’organizzazione. tale impostazione esige una chiara delineazione delle finalità fondamentali dei diversi curricoli cioè del profilo finale che lo studente deve essere in grado di evidenziare attraverso opportune forme di valutazione. tutto ciò implica che il contesto o ambiente di apprendimento strutturato da parte del docente sia tale che lo studente possa e voglia acquisire quanto proposto. in primo luogo occorre tener conto dello stato di preparazione dello studente da vari punti di vista e cioè da quello delle conoscenze e abilità che egli dovrebbe avere già acquisite in modo adeguato per poterle ulteriormente sviluppare o integrare con le nuove. in se- 49 il processi di apprendimento secondo pask sono basati sui molteplici interscambi comunicativi e collaborativi tra insegnane e allievi al fine di elaborare una interpretazione della realtà. 50 la prima edizione è del 2000. l’impostazione di Biggs è stata alla base di molte ricerche europee legate al cosiddetto Processo di Bologna. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 113 114 condo luogo si deve verificare il suo stato motivazionale ed emozionale, condizioni interne sulle quali egli deve appoggiare l’attività di apprendimento. Ambedue le dimensioni dello stato di preparazione sono segnate dall’esperienza precedente più o meno segnata dalla presenza di tecnologie tradizionali (libro, lavagna, quaderno) e di tecnologie informatiche e mobili. tenendo conto di tale stato di preparazione l’insegnante progetta e realizza uno spazio conversazionale nel quale entrano in gioco gli artefatti comunicativi che giocano un ruolo essenziale dal punto di vista metodologico. le tecnologie mobili, i nuovi artefatti comunicativi, non possono comunque sostituire la guida e il sostegno dell’insegnante, sia che questi si avvalga di forme di insegnamento diretto, sia di forme di insegnamento indiretto. in quest’ultimo caso il docente dovrà essere particolarmente abile nel gestire situazioni esplorative, di ricerca, di lavoro produttivo, di discussione, di collaborazione, più o meno appoggiate a strumenti informatici, in maniera che esse non favoriscano dispersione o evasione, bensì rimangano allineate nella prospettiva dell’acquisizione delle conoscenze e competenze fondamentali intese. Da questo punto di vista ogni classe deve poter essere configurata secondo il progetto di attività didattica che l’insegnante intende sviluppare. Come abbiamo notato precedentemente, la struttura organizzativa degli spazi e dei tempi scolastici comporta una maggiore difficoltà per i singoli docenti di strutturare il loro ambiente in maniera funzionale al tipo di attività da loro progettata, magari variando nel tempo la stessa disposizione dei banchi e delle attrezzature. Dotare tutte le classi delle stesse attrezzature di base tali da garantire ai docenti la possibilità di strutturare in maniera flessibile le loro metodologie comunicative e di apprendimento non solo è costoso, ma spesso non molto produttivo, proprio perché non è possibile imporre a tutti le stesse modalità di insegnamento. Così la fruizione di attrezzature anche costose può rimanere molto modesta. Spesso si prospettano le attività didattiche che le opportunità offerte dalla rete e dalle tecnologie mobili consentono. Floriana Falcinelli ha offerto un esempio di descrizione succinta di tali possibilità: “Un progetto formativo in cui la dimensione classe si espande in rete, superando i limiti spazio/temporali permette di: integrare e sviluppare le attività didattiche in presenza con attività on-line da svolgere sia con modalità di lavoro autonomo, sia collaborativo a piccoli gruppi; facilitare l’accesso aperto ai materiali di studio e a momenti di problematizzazione degli argomenti di studio attraverso la discussione in rete; favorire momenti di interazione costante tra i docenti e gli allievi per il necessario scaffolding, consentire una espansione dei contenuti attraverso la costruzione da parte degli studenti di specifici materiali e la condivisione di mappe dei saperi; attivare percorsi di ricerca favorendo modalità di partecipazione attiva degli studenti alla costruzione della conoscenza; sviluppare spazi di comunicazione, di discussione e di riflessione condivisa sull’esperienza formativa anche con genitori ed esperti fuori dell’ambiente scolastico; permettere una verifica costante dei processi di apprendimento e una auto-valutazione da parte degli studenti del loro percorso di conoscenza” (Falcinelli, 2012, 92). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 114 115 4. Progettare attività didattiche integrate da tecnologie mobili nella sua trattazione Diana laurillard indica cinque possibili attività didattiche, che si appoggiano su altrettante forme di apprendimento da parte degli studenti. poi esamina come queste possono essere integrate dall’uso di tecnologie di natura informatica. in primo luogo gli studenti apprendono attivando processi che possono essere descritti come acquisizione di concetti, teorie, procedimenti. Ciò deriva dal fatto che essi devono poter far propri quello che altri hanno elaborato o scoperto, imparare da più esperti modi di pensare e di agire, dotarsi delle conoscenze fondamentali che caratterizzano un ambito disciplinare. ne derivano forme di attività didattica che sollecitano e sostengono tali processi. in tali attività gli studenti seguono narrazioni e spiegazioni sia direttamente dal docente, sia attraverso l’ascolto di audio, la visione di video, la lettura di libri e tutto ciò oggi attraverso l’utilizzo della rete. Secondo la laurillard le nuove tecnologie hanno solo spostato ciò da un mezzo comunicativo a un altro. Certamente la facilità di valorizzazione della multimedialità ha migliorato la qualità delle presentazioni (mediante diagrammi, animazioni, audio, video e ipertesti) ma con ciò si è sollecitato ancor più lo studente a seguire i discorsi che ad agire e il linguaggio è ancora la forma dominante di presentazione. questa modalità di apprendimento e di insegnamento è ancora la più diffusa, efficiente e poco costosa in termini di tempo e competenza didattica. Una seconda forma di apprendimento porta a valorizzare le fonti disponibili per sviluppare una propria ricerca conoscitiva, che permette da una parte una comprensione più profonda e contestualizzata del materiale individuato e, dall’altra, di elaborare una propria organizzazione concettuale e operativa. ne derivano attività didattiche che orientano, guidano e sostengono gli studenti in tale impresa. Si tratta di raggiungere e fruire di risorse di natura assai diversa: libri, fotografie, dipinti, testi audio, diagrammi, animazioni, video, banche di dati, biblioteche, archivi sia convenzionali, sia digitali; ma anche musei, gallerie, esposizioni, siti di interesse educativo, edifici storici, siti archeologici, aziende, laboratori, comunità, a seconda dell’ambito di studio. l’aspetto educativo più importante è che lo studente può seguire una sua linea di pensiero di indagine e così permettere una maggiore percezione di autonomia nell’apprendimento. occorre però ricordare anche i limiti dovuti ai possibili problemi di carico cognitivo, al bisogno di essere orientato, sostenuto e accompagnato in tale impresa e alla necessità di concentrazione chiara sugli obiettivi della ricerca, per evitare distrazioni ed esplorazioni parallele poco funzionali. Una terza prospettiva di considerazione dei processi di apprendimento riguarda la pratica. essa costituisce una componente essenziale di ogni esperienza di apprendimento, perché sollecita l’utilizzazione di quanto appreso alla risoluzione di un problema, al portare a termine un compito preciso. Attraverso la pratica s’impara a leggere e interpretare quanto richiesto in termini di prestazione e ad attivare e coordinare le conoscenze possedute per rispondervi positivamente. Ciò induce LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 115 116 anche una più puntuale comprensione della natura e della portata di quanto acquisito. in molti casi proprio durante la pratica emergono esigenze di comprensione nuova, di allargamento delle proprie conoscenze, di sviluppo di nuove abilità. in tale esperienza di apprendimento giocano un ruolo fondamentale sia le forme di feedback intrinseco, cioè quelle che derivano dalla reazione positiva o negativa degli oggetti o delle situazioni ai nostri interventi, sia di feedback esterno, dovute al docente o ai compagni. Una quarta modalità di apprendimento si attua attraverso la produzione di artefatti. Si tratta di una variante più impegnativa di pratica, in quanto coinvolge l’elaborazione del progetto di un prodotto finale, la sua realizzazione e la valutazione sia durante la sua attuazione, sia al termine di essa. Si può trattare di un saggio scritto, di un artefatto multimediale, di una audio o di un video, ecc. in particolare va evidenziata l’importanza dello sviluppo di una forma di conversazione interiore che si attua prima, durante e dopo la produzione, in vista dell’elaborazione del progetto, delle forme di sua concretizzazione e miglioramento, di valutazione finale. tale conversazione interiore si può intrecciare con una conversazione esteriore quando si esprime un feedback da parte del docente o dei compagni. e ciò soprattutto quando si tratta di un progetto di produzione che deve essere sviluppato in collaborazione. Una quinta modalità di apprendimento avviene attraverso forme di discussione ben pianificate e condotte, secondo un impianto metodologico adeguato. l’attività didattica che ne deriva tende a favorire un consolidamento e una verifica di quanto appreso e lo sviluppo della capacità di riflessione e argomentazione. non si tratta di un alleggerimento messo in atto durante una presentazione sistematica o una spiegazione dell’insegnante. nell’impostazione del costruttivismo sociale, tale esperienza svolge un ruolo essenziale in quanto si suppone che dal dialogo esteriore si passi quasi automaticamente al dialogo interiore, ma ciò sembra eccessivo. Come abbiamo visto precedentemente, perché si possa effettivamente costruire una conoscenza significativa occorre che il soggetto sia impegnato in tale processo da una punto di vista cognitivo. tuttavia se ben organizzata e guidata una discussione, soprattutto se riferita a una questione importante dal punto di vista dell’apprendimento, svolge un ruolo formativo non indifferente da due punti di vista: della capacità di relazionarsi con altri, di accettare idee diverse, di discutere e argomentare; da quella di un approfondimento, consolidamento e attribuzione di valore di quanto già conosciuto oppure di una sua messa in discussione per imprecisione o più serie incomprensioni ed errori. Una sesta strada per apprendere concerne la collaborazione con altri non solo al fine di ricerca, di approfondimento, di sviluppo pratico, ma anche per produrre qualcosa insieme, per portare a termine un progetto comune. Si apprendono in questo caso non solo contenuti, ma anche l’importanza e lo sviluppo della capacità di interagire validamente e produttivamente con altri. oggi si distingue tra cooperazione e collaborazione. nel primo caso si accentua la partecipazione a un’attività LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 116 117 come membro del gruppo che la porta avanti. nel caso della collaborazione si tratta di entrare come corresponsabile di un’impresa sia di costruzione di conoscenza, sia di produzione di artefatti, che assume un rilievo pubblicamente riconoscibile. l’autrice propone poi una tabella di comparazione evidenziando l’apporto possibile delle tecnologie informatiche digitali a ciascuna delle sei modalità di apprendimento. Apprendimento attraverso Tecnologie tradizionali Tecnologie digitali Acquisizione Lettura di libri, dispense; ascolto delle esposizioni e spiegazioni del docente, osservazione di dimostrazioni pratiche Fruizione di prodotti multimediali, di siti web, fonti e documenti digitali. Ascolto di podcast; visione di video e animazioni Ricerca Uso di guide stampate per lo studio e la ricerca. Esame delle idee e informazioni tramite risorse stampate e altri materiali. Uso di strumenti e materiali tradizionali per raccogliere, confrontare testi. esaminare e valutare fonti. Uso di guide e suggerimenti disponibili on line. Esame delle idee e delle informazioni tramite risorse digitali. Uso di strumenti digitali per raccogliere, confrontare testi, esaminare e valutare fonti. Pratica Esercizi applicativi, realizzazione di progetti operativi, laboratori, viaggi di studio, attività di role-play faccia a faccia. Uso on line di modelli digitali, di simulazioni, di micromondi, di laboratori virtuali, di viaggi, di attività di role-play. Produzione Produzione di artefatti sotto forma di testi, saggi, rapporti, relazioni di attività svolte, progetti, performance, animazioni, modelli, video. Produzione e memorizzazione sotto forma digitale di documenti, progetti grafici, modelli, artefatti, animazioni, slides, performance, foto, video, blogs e portfolio. Discussione Tutoriali, seminari, discussioni tramite email, gruppi di discussione, discussioni in classe. Tutoriali on line, forme sincrone e asincrone di seminari, di gruppi di discussione, forum, conferenze via web. Collaborazione Progetti di piccoli gruppi, analisi e valutazione di risultati altrui, costruire insieme un prodotto Attraverso il web realizzazione di progetti; forum on line, wiki, chat, per esaminare produzione altrui e costruire propri prodotti 5. Alcuni principi di riferimento la laurillard indica poi alcuni principi di riferimento per favorire l’attività progettuale dell’insegnante. in primo luogo questi deve essere disponibile a cercare di migliorare continuamente la sua azione didattica. questo ovviamente implica due condizioni. la prima concerne il docente stesso, le sue motivazioni e la concezione che ha della sua professionalità. l’altra condizione riguarda il contesto istituzionale e contrattuale nel quale egli è inserito, cioè che cosa viene richiesto dalle istituzioni nello svolgere il suo ruolo lavorativo (per esempio, il carico di lavoro cui è sottoposto). questo Figura n. 3 - Adattamento da D. Laurillard, o.c., 96. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 117 118 primo principio di riferimento sta alla base di ogni possibile valorizzazione delle tecnologie informatiche e mobili nell’attività di insegnamento. il secondo principio è di natura metodologica: il miglioramento inteso deve appoggiarsi su modalità progettuali e di verifica dei risultati ottenuti che effettivamente aiutino a ottenerlo e a riconoscerlo. in tale prospettiva il lavoro del docente deve tener conto di quanto gli altri hanno sviluppato o sviluppano, sia come possibili strade di soluzione dei problemi didattici, sia come collaborazione nel progettare e realizzare i propri percorsi di insegnamento. infine, quanto l’insegnante riesce a ottenere come miglioramento della sua pratica dovrebbe poter essere condiviso con gli altri evidenziando sia i risultati ottenuti, sia la loro relazione con il progetto e la sua realizzazione operativa (laurillard, 2012, 211). il singolo insegnante, o un gruppo di insegnanti in collaborazione, è il primo responsabile dell’ambiente di apprendimento che egli intende valorizzare per promuovere l’attività di apprendimento dei suoi studenti. Come abbiamo notato più volte, in questo lavoro progettuale entrano in gioco una molteplicità di fattori. in primo luogo i contenuti d’apprendimento che a lui sono stati affidati. Diversa è la situazione di un insegnante di lingua inglese da uno di matematica, come di uno di scienze rispetto a uno di lingua e letteratura italiana o latina. oggi si insiste sulla natura degli obiettivi didattici che al secondo ciclo di istruzione e Formazione devono essere raggiunti: non si tratta più solo di conoscenze, ma anche di competenze nel valorizzare i saperi per leggere, interpretare e affrontare le varie sfide poste dai compiti che sono proposti sia all’interno del lavoro di classe, sia più in generale nel contesto sociale ed esperienziale. e in ciò entra in gioco anche quella che è stata denominata la concezione epistemologica della propria disciplina e di conseguenza le centralità che la caratterizzano sul piano della formazione che intende sviluppare. Ad esempio un concezione dinamica della matematica porterà a privilegiare programmi, come il programma Geogebra, che favoriscono sia nella spiegazione, sia poi il lavoro degli allievi secondo una costruzione concettuale progressiva, che garantisca comprensione profonda e agevole loro utilizzazione nel risolvere problemi sia interni, sia esterni alla disciplina. Rispetto a tali obiettivi da conseguire qual è lo stato di preparazione dei suoi studenti? Dalle ricerche è emerso che tale stato di preparazione ha un peso determinante nell’apprendere nuove conoscenze e sviluppare nuove competenze. e ciò sia dal punto dei concetti e dei procedimenti propri del contenuto da apprendere, sia della capacità di gestire se stesso nello studiare e apprendere, sia quanto a motivazione in generale e interesse specifico per la disciplina. Da questo punto di vista il diagramma, precedentemente presentato, andrebbe reinterpretato tenendo conto degli strumenti di comunicazione disponibili e della diverse forme di interazione diretta o mediata, che è possibile utilizzare. la scelta di un insegnamento più o meno diretto e graduato o più o meno autonomo ed esplorativo da parte dei suoi studenti va fatto inizialmente su una base prudenziale legata alla propria esperienza e al loro stato di preparazione, per poi sulla base del feedback che egli è in grado di cogliere, adattarlo progressivamente. in questo lavoro occorre dosare attentamente le forme di comunicazione reciproca. Certamente l’uso di strumenti comunicativi di natura digitale e, tramite essi, LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 118 119 la possibilità di valorizzare il patrimonio conoscitivo messo a disposizione dalla rete in maniera sempre più massiccia, gioca un ruolo fondamentale; ma al centro di tale conversazione educativa rimane sempre l’interazione diretta e il contatto personale faccia a faccia del docente con i singoli studenti. l’interazione tramite messaggi, mail, ecc. può rafforzare tale contatto, ma non può mai sostituirlo. Anche perché al cuore di ogni processo di natura educativa il dialogo diretto protratto nel tempo ne costituisce la base fondamentale. inoltre, egli deve rimanere il regista della conversazione diretta o mediata, che tramite gli strumenti comunicativi viene attuata con le varie fonti informative e conoscitive. Come abbiamo chiarito precedentemente, la prospettiva ibrida può essere declinata nel concreto della propria classe in vari modi, e per questa ragione la progettazione della propria azione didattica implica una scelta ponderata dei vari media, del tempo messo disposizione per la loro fruizione, delle forme organizzative del lavoro comune (a coppie, a piccoli gruppi, a gruppo classe, individualmente) e della possibilità di valorizzare forme diversificate di impianto didattico come di forme di lavoro ispirate al modello delle cosiddette “classi rovesciate”. Vedremo nei prossimi capitoli quali attenzioni e quali strumenti di lavoro possono essere adottati dal docente nelle varie fasi del suo lavoro progettuale, realizzativo e valutativo. intanto è utile rileggere il risultato di un colloquio con un’insegnante di latino greco del liceo classico per avere un’idea di come è possibile progettare e realizzare una integrazione delle tecnologie mobili nel quotidiano lavoro didattico. 6. Un esempio d’integrazione dell’Ipad nella pratica didattica la professoressa Mariachiara lama insegna latino e greco nel liceo classico salesiano di treviglio. Da tre anni utilizza tecnologie mobili, in concreto l’ipad della Apple, nel suo insegnamento. per noi che studiamo i processi educativi e didattici è essenziale imparare dall’esperienza altrui, sia da quella divulgata attraverso le più varie pubblicazioni, sia da quella che possiamo cogliere osservando l’azione didattica nel suo contesto, sia dalla descrizione viva che ne fanno i protagonisti. questo calarsi nelle situazioni didattiche concrete implica contemporaneamente tener conto delle diverse discipline di insegnamento e delle assunzioni metodologiche che più o meno consapevolmente guidano l’azione del docente. Ad esempio, nel caso dell’insegnamento del latino e del greco si può privilegiare la capacità di lettura e interpretazione dei testi, rispetto a una produzione scritta o orale in tali lingue; dare importanza alla letteratura come fonte di coltivazione culturale e spirituale personale o come conoscenza strutturata degli autori e delle opere fondamentali, magari sotto un profilo storico; ecc. la prima questione che ho posto alla professoressa è stata molto generale: sulla base della sua esperienza, quale idea si è fatta circa il ruolo della tecnologia LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 119 120 da lei usata nell’impostare l’azione didattica? la riposta è stato netta: è uno strumento, uno strumento ulteriore rispetto a quelli disponibili nel passato, uno strumento che consente molte opportunità e agevolazioni in più rispetto ad altri, ma che non può sostituire l’uso di carta e penna e, quando opportuno e utile, gli stessi libri stampati. Ad esempio, la connessione in rete permette l’accesso a una impressionante raccolta di testi latini e greci e a molti dei loro più autorevoli commenti, soprattutto nei riguardi delle opere principali, che merita frequentare. Si tratta di fonti di libera fruizione e gli studenti, guidati dal docente, possono costruirsi le loro antologie, scaricando i passi più significativi delle opere raggiunte, magari con accanto la loro traduzione, collegandoli a commenti significativi e potendo aggiungervi le proprie osservazioni e le proprie risonanze personali. in questa attività si può dare spazio anche a preferenze individuali, accostando testi che diventano come riferimenti personali per riflettere ed emozionarsi. Si può costruire così sia una antologia comune, o di classe, sia una più soggettiva, che evidenzia scelte più vicine alla sensibilità di ciascuno. Quest’attività però è prevalentemente propria del triennio. Nei primi due anni l’attività didattica è più concentrata sullo sviluppare le basi lessicali e grammaticali delle due lingue classiche. In questo caso quali opportunità derivano dall’uso delle tecnologie mobili? in primo luogo occorre ricordare come accanto al tablet stia sempre un quaderno o blocco per scrivere. Anche perché non è facile scrivere sul tablet testi in greco antico. Ma, più in generale, perché è bene accostare l’uso di carta e penna alla valorizzazione dello strumento. Molti insegnanti, poi, continuano a usare una grammatica stampata, anche se è possibile fruire di grammatiche digitali. tuttavia la tipologia degli esercizi proposti dai testi sia stampati, sia digitali, è in genere abbastanza limitata. la rete permette di accedere a un ricchissima fonte di eserciziari e di proposte di attività assai variate e progressive. la loro risoluzione può poi essere registrata sul tablet, o tramite il tablet su un deposito esterno, come il Dropbox, costituendo un proprio portfolio digitale, facilmente consultabile, modificabile. l’analisi della proprie prestazioni così registrate apre anche alla possibilità di evidenziare i propri punti deboli e di esercitarsi ulteriormente per cercare di superarli. tra le altre opportunità offerte dalla tecnologia vi è anche la possibilità di registrazione vocale e di ascolto individuale tramite cuffie. la lettura ad alta voce di un testo da parte dell’insegnante, o da parte di un lettore trovato in rete, può essere conservata e riascoltata, per familiarizzare con il modo di pronunciare in tali lingue. Ciò è particolarmente efficace quando si introduce la metrica latina, o greca, nell’esplorare la poesia. Se dovesse consigliare ad un suo collega, o a una sua collega, che intende iniziare una strada di lavoro analoga alla sua, che cosa gli suggerirebbe subito? Certamente in primo luogo gli direi di famigliarizzare con lo strumento. le sue potenzialità esigono non solo una progressiva individuazione delle sue caratteristiche, ma anche un loro sfruttamento sistematico, che può divenire a poco a poco quasi automatico. Se poi si è avuta una buona esperienza nell’uso del computer fisso o da tavolo, il passaggio all’uso del tablet da una parte è più agevole, soprattutto per quanto riguarda lo sfrutta- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 120 121 mento della rete, ma, dall’altra, implica nuovi modi di rapportarsi con la tecnologia. in particolare occorre esplorare il mondo delle app (applicazioni), icone sul tablet che consentono un accesso diretto a risorse informative e operative alle volte di potenzialità non indifferente. ne esistono di gratuite, altre a pagamento. in generale all’inizio quelle gratuite sono più che sufficienti. A esempio l’app Evernote consente di redigere, conservare, catalogare e diffondere testi scritti e immagini, testi orali e video. Accanto a ciò occorre esplorare le varie forme comunicative che possono essere attivate per sviluppare un buon sistema di interazioni con i propri studenti, sia quanto a posta elettronica, a esempio nell’ambito di Google con il sistema delle gmail, sia quanto a valorizzazione di depositi di materiali accessibili da tutti gli studenti, a esempio valorizzando l’opportunità offerta da Dropbox. infine, può essere di notevole aiuto esplorare i siti dedicati esplicitamente all’insegnamento delle proprie discipline. Molti di tali siti sono nati e si sono sviluppati con l’apporto di insegnanti e studenti a partire dalla loro esperienza. in una sperimentazione dell’uso dell’ipad nell’attività scolastica sviluppata presso la contea di los Angeles non si è potuto andare avanti in maniera produttiva e l’attività, finanziata generosamente, è stata interrotta. Gli studenti si erano lasciati andare a un uso improprio di tali tecnologie mobili: per giocare, per comunicare tra loro, per esplorare siti stuzzicanti le loro curiosità adolescenziali. Mi sono quindi domandato se qualcosa di analogo fosse capitato nelle classi della professoressa. A questo proposito essa ha confermato la convinzione ormai sempre più diffusa che uno dei compiti educativi fondamentali della scuola nel contesto tecnologico attuale è proprio quello di promuovere la capacità di utilizzare in maniera produttiva e con senso di responsabilità le tecnologie mobili nell’attività di studio e di lavoro. tale impegno educativo non è facile, perché i cosiddetti “nativi digitali”, lo sono principalmente per giocare e comunicare tra loro e manifestano non poche difficoltà e resistenze a sviluppare quelle competenze digitali che sono oggi necessarie nel contesto dei processi istruttivi e professionali. l’incontro con la professoressa Mariachiara è stato assai utile sia per confermare varie ipotesi di lavoro, sia per sfatare alcune assunzioni che poco hanno a che fare con una introduzione seria e valida delle tecnologie mobili. in particolare quella che la loro presenza debba necessariamente provocare una trasformazione radicale della metodologia didattica. in realtà ogni insegnante nel corso della sua esperienza d’insegnamento ha sviluppato, spesso in maniera implicita, una sua concezione del suo ruolo e delle forme attraverso le quali egli è in grado di ottenere i risultati attesi. Se si pensa che tale approccio sia inadeguato, occorre che egli sperimenti direttamente l’efficacia di metodologie didattiche diverse altrimenti o rimarrà convinto della bontà di quanto è grado di svolgere e nulla cambierà o si adatterà a quanto a lui richiesto, ma demandando la responsabilità dei risultati attenuti a chi lo ha indotto a modificare il suo modo di procedere. in questa prospettiva occorre ribadire come, comunque, rimanga essenziale promuovere da parte dei docenti lo sviluppo delle fondamentali competenze digitali. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 121 122 7. Alcune prospettive più innovative la letteratura specificatamente dedicata all’impatto delle tecnologie digitali nell’apprendimento insiste spesso sulle nuove opportunità che esse offrono a docenti e studenti. Un esempio significativo è dato dall’intervento di Rosa Maria Bottino dell’istituto per le tecnologie Didattica di Genova, di cui è interessante riportare un brano (Bottino, 2013, 61). “È necessario prendere atto che l’integrazione delle nuove tecnologie nella scuola porterà a cambiamenti profondi poiché l’apprendimento reso possibile dallo sviluppo delle tiC diventerà sempre più personalizzato, collaborativo e informale. i metodi di insegnamento tradizionali, basati su modelli trasmissivi e standardizzati, lasceranno spazio a forme di insegnamento più flessibili, basate sulla sperimentazione e orientate a supportare lo studente nello sviluppo di competenze trasversali. All’interno di nuovi paradigmi di apprendimento centrati sullo studente e resi possibili dallo sviluppo delle tecnologie, gli insegnanti dovranno svolgere un ruolo di guida, predisponendo un ambiente in cui lo studente può apprendere (con e dagli altri) secondo modalità che meglio si adattano alle sue personali esigenze, preferenze e strategie. Mentre, concettualmente, lo studente assumerà una posizione centrale nel processo di apprendimento, spetterà agli insegnanti promuovere l’individualità, la personalizzazione e l’‘auto-gestione’ del processo di apprendimento. Cioè, fornire agli studenti i mezzi, le indicazioni e il supporto necessario per accrescere e sviluppare le proprie capacità. Un’indagine svolta dalla Commissione europea [...] raccomanda che gli insegnanti sappiano promuovere, ad esempio: – attività di apprendimento basate su progetti che impegnano gli studenti in questioni o problemi aperti e a lungo termine (una settimana o più); – attività di apprendimento basate sull’indagine e la scoperta; – processi di apprendimento personalizzato in cui gli studenti possano imparare con modalità consone al loro background, alle loro esperienze o ai loro interessi; – processi di apprendimento individualizzato, grazie al quale gli studenti possano lavorare al proprio ritmo e in cui l’insegnamento sia adattato al livello di abilità e alle esigenze di apprendimento di ogni singolo studente. naturalmente gli insegnanti devono essere preparati a questo tipo di attività, attraverso una formazione basata sulla costruzione di competenze professionali che trascendono il livello di aggiornamento personale ed evolvono grazie alla partecipazione a comunità di pratica anche nella scuola”. il lettore attento è invitato a confrontare queste prospettive con quanto discusso nel capitolo precedente. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 122 123 Ottavo capitolo La progettazione delle lezioni o dell’attività didattica Nel progettare le sue lezioni l’insegnante, o il gruppo dei docenti, deve in primo luogo chiarirsi bene quali obiettivi si pone in termini di apprendimento da parte degli studenti, anche perché questi dovranno essere chiaramente loro comunicati. Poi organizzare il percorso, o la conversazione educativa, che in via d’ipotesi, tenuto conto delle circostanze, può condurre al loro raggiungimento. In questo lavoro la pratica suggerisce di ricorrere alle indicazioni di D. P. Ausubel sul piano metodologico, e alla costruzione di mappe concettuali secondo le proposte di J. D. Novak. Recentemente si è infine insistito sulla valorizzazione della metodologia cosiddetta delle classi capovolte o rovesciate. 1. I passaggi fondamentali nella preparazione delle lezioni e l’utilizzo delle tecnologie mobili nell’affrontarli nel quadro della programmazione curricolare annuale o pluriannuale adottata, la predisposizione delle singole lezioni, o del gruppo di lezioni, che si deve affrontare, implica alcuni passaggi fondamentali. tra questi meritano un’attenzione particolare i seguenti, espressi sotto forma di domande, che il docente dovrebbe porsi e alle quali rispondere valorizzando le tecnologie mobili a disposizione. a. Che cosa dovrebbero apprendere gli studenti in maniera sufficientemente significativa e stabile; cioè quali gli obiettivi di apprendimento che dovrebbero essere conseguiti al temine di questo periodo di attività didattica? per essere concreti: quali manifestazioni di conoscenze e di competenza potranno dare una sufficiente fiducia che essi sono stati raggiunti? in altre parole come dimostreranno di avere appreso quanto affrontato e la valutazione finale come avverrà? Sarebbe assai utile far conoscere tramite il sistema di comunicazione disponibile tra docente e singoli studenti tali intendimenti in modo da coinvolgerli subito nell’impresa. b. quali conoscenze e abilità dovrebbero già possedere in maniera utilizzabile per acquisire tali conoscenze e competenze? più in generale, quale stato di preparazione sarebbe necessario? Come faccio ad accertarmene? Una volta decise le modalità di accertamento dello stato di preparazione in ordine ai nuovi apprendimenti da promuovere sarebbe assai utile che le prestazioni dei singoli studenti (o manifestazione di competenza) venissero registrate nel loro port- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 123 124 folio digitale personale di ogni studente in modo da poter poi confrontare i progressi raggiunti e avere un punto di riferimento al fine di constatare l’effetto dell’attività didattica sviluppata. Ciò è tanto più importante se si tratta di un periodo lungo o addirittura di un quadrimestre e di un anno scolastico intero. la percezione che uno studente ha dell’effettivo cambiamento raggiunto nelle sue conoscenze e competenze ha un ruolo non indifferente nel motivarlo a impegnarsi con costanza e sistematicità. c. quali i passaggi fondamentali in tale processo di apprendimento e quali punti critici che potrebbero presentarsi durante le lezioni? quali strategie adottare perché essi possano essere affrontati con successo? Ciò conduce a riflettere al fine di decidere quali modalità didattiche dovrebbero essere adottate, tenendo conto delle risorse disponibili in termini di comunicazione e di lavoro individuale e collettivo e delle caratteristiche personali, del contenuto da far proprio e delle abilità tecnologiche possedute dagli studenti. in questo lavoro preparatorio è risultato, sulla base delle esperienze sviluppate, di specifica importanza e produttività utilizzare alcune risorse tecnologiche, che occorre sempre esplorare nel loro valore nelle specifiche circostanze di lavoro. in primo luogo sono disponibili varie app e programmi per il computer che facilitano la costruzione di mappe mentali e mappe concettuali. Alcuni dei prossimi paragrafi saranno specificatamente dedicati ad approfondire tale metodologia di lavoro sia in vista della progettazione delle lezioni, sia della valutazione iniziale, formativa e finale. infatti, l’elaborazione di mappe concettuali, soprattutto se relative a precise unità di apprendimento, risulta spesso decisamente importante per avere un quadro di riferimento ben chiaro non solo per quanto riguarda i concetti implicati, ma anche per quanto concerne la loro importanza specifica e la progressione che è possibile adottare nell’affrontarli, evidenziando quali sono le idee e le competenze fondamentali che entrano in gioco e le loro interconnessioni. Se la mappa è abbastanza completa e precisa, si evidenzieranno anche le conoscenze previe che sarà necessario richiamare e consolidare. nella preparazione delle lezioni sono disponibili poi non poche applicazioni di carattere generale, anche riferite alle singole discipline, ma soprattutto vari siti offrono non pochi suggerimenti e materiali per impostare le proprie lezioni. Data l’evoluzione assai rapida delle disponibilità effettivamente presenti in rete, invece di proporne ora un elenco, si suggerisce di interrogare la rete sulla base delle proprie necessità. nel progettare le lezioni, come abbiamo approfondito nel sesto capitolo, occorre decidere se preferire forme di insegnamento diretto, quelle spesso definite tradizionali, o forme più innovative. la scelta non dipende solo dalle preferenze del docente; ma, come già notato, anche, se non di più, dalle caratteristiche del contenuto da apprendere e dallo stato di preparazione degli studenti. per chi è abituato a forme d’insegnamento che valorizzano come punto di partenza l’esposizione da parte del docente è consigliabile di iniziare ad utilizzare il tablet secondo questa modalità, per poi progettare alcune attività nelle quali sono coinvolti più diretta- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 124 125 mente gli stessi studenti, attraverso progetti di gruppo o individuali di ricerca e di produzione, valorizzando il web. l’ideale disponibilità tecnologica nella classe comprende, come già notato, che sia il docente, sia gli studenti abbiano lo stesso tablet (a es. ipad) collegato allo stesso sistema wi-Fi; inoltre deve essere disponibile uno schermo su cui poter proiettare testi, immagini e video, a partire dal proprio tablet, oppure da un computer. infatti, è anche utile avere in classe un desk-computer per poter assicurare alcuni utili collegamenti. le applicazioni che permettono di preparare le lezioni da vari punti di vista sono varie. in primo luogo la fotocamera in dotazione all’ipad. poi, un’applicazione che consente di preparare le proprie presentazioni (Prezi). Un’altra applicazione che permette di registrare sia testi, sia documenti (foto, video) è Evernote. 2. Mappe mentali e mappe concettuali Un recente volume di Flavio Fogarolo e Marco Guastavigna (Fogarolo, Guastavigna, 2013) è dedicato interamente all’utilizzazione delle mappe mentali e delle mappe concettuali nell’insegnare e nell’apprendere. Una mappa è sempre un modello della realtà, la rappresentazione di uno spazio, di un territorio, che dovrebbe aiutare a muoversi in essa. Così si parla di mappe stradali, di mappe cittadine, addirittura di mappamondo. in questo caso si tratta di rappresentare non più situazioni materiali, concrete, bensì aspetti mentali e/o concettuali. Mappare un territorio significa rappresentarlo da qualche punto di vista, così mappare la conoscenza significa rappresentarne gli elementi fondamentali da qualche punto di vista. Una prima forma di rappresentazione delle idee, quella delle cosiddette mappe mentali, è nata nel contesto di un’attività assai importante: quella di schematizzare una conferenza, una lezione, una spiegazione; oppure, di prendere appunti, ascoltandola. la proposta suggerisce di partire da un elemento centrale e poi collegare a esso, in un’inflorescenza progressiva a forma di raggiera, le idee, i fatti, gli elementi concettuali che si possono progressivamente collegare. Si tratta di visualizzare in tal modo le associazioni che nella nostra mente, o in quella di un altro, possono esser messe in relazione tra loro a partire da un nucleo centrale. nello sviluppare una mappa di questo tipo si possono cogliere differenti livelli, tenendo conto delle relazioni implicate. tali mappe possono non solo essere costruite e comunicate, ma anche osservate, analizzate, criticate, rielaborate, trasformate dallo stesso loro creatore o da altri. queste forme di rappresentazione delle idee possono essere utilizzate in vario modo nel contesto scolastico o formativo: per preparare un testo scritto (un tema, una relazione, una descrizione, un’argomentazione ...), per riassumere un testo (un articolo, un libro, una lezione ...), per elaborare un progetto, ecc. più sofisticata è l’origine delle mappe concettuali. essa si radica nella discussione sviluppata nel corso degli Anni Sessanta del secolo scorso nell’ambito della psicologia cognitiva. in questi anni, superate le impostazioni esclusivamente com- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 125 126 portamentiste, alcuni studiosi avevano elaborato alcune teorie relative ai processi di apprendimento in particolare scolastici, tenendo conto degli apporti sia piagetiani, sia della psicologia della Gestalt. J. Bruner nel 1964 aveva proposto un’idea di curricolo basato sulle strutture portanti delle varie discipline. la struttura di una disciplina, secondo Bruner, è data dai suoi concetti chiave e dai suoi prin cìpi organizzatori che, come tali, permettono di inquadrare i vari dati dell’esperienza e le va rie conoscenze in un quadro organico. in realtà sono proprio tali concetti e tali princìpi che consentono da una parte la comprensione della materia scolastica, dall’altra una sua ulteriore espansione. inoltre sta proprio nell’acquisizione più per strutture, che per elementi isolati, la radice della possibilità di una efficace ritenzione e di un valido transfer. il concetto di struttu ra è stato visto da Bruner anche come organizzazione cognitiva, come mezzo per andare oltre l’informazione, per ritenere i dati nella memoria e per trasferire abilità apprese a situazioni nuove: è il principio secondo cui si apprende, si ritiene e si generalizza meglio il materiale che presenta un’organizzazione interna. D’altra parte, occorre evitare di considerare questi insiemi come architetture statiche e cristallizzate. tutt’altro. Di ogni insieme di concetti e di abilità può essere fornita più di un’organizzazione interna, anche in settori che sembrano i più refrattari a questo pluralismo, come la matematica. inoltre ogni campo della conoscenza è un organismo vivo e vitale, che cresce sia a causa di nuove conquiste, sia mediante una più profonda autocomprensione, cioè cogliendo meglio la propria identità. in quegli stessi anni David p. Ausubel (Ausubel, 1978) aveva approfondito il concetto di apprendimento significativo, contrapponendolo a uno di tipo meccanico. Un apprendimento significativo dei concetti implica che questi entrino a far parte di una rete di collegamenti adeguata, in particolare con le conoscenze che sono già state acquisite in maniera valida e stabile da parte dello studente. il loro grado di significatività è dato dalla qualità delle relazioni che essi hanno con altri elementi conoscitivi; in particolare dalla numerosità, dalla rilevanza e dalla profondità dei collegamenti stabiliti con l’insieme delle altre conoscenze ed esperienze. Sulla base di queste premesse due collaboratori di Ausubel, J. D. novak e G.B. Gowin, negli Anni o ttanta del secolo scorso hanno sviluppato una forma di rappresentazione visiva della struttura concettuale che sta alla base di una disciplina o di parte di essa. ne sono nate le mappe concettuali. queste tendono a rappresentare non solo gli elementi fondamentali di una parte della conoscenza, ma anche se non soprattutto, le relazioni che li legano tra di loro. Data l’importanza di una loro utilizzazione nella progettazione, come nella realizzazione di una o più lezioni e nella stessa valutazione dei suoi risultati in termini di apprendimento significativo, dedichiamo ora un ampio spazio sia alla teoria di riferimento di D. p. Ausubel, sia all’impianto sviluppato in seguito da J. D. novak, sia ai programmi informatici che ne permettono una forma digitalizzata. Anche perché una delle esperienze più positive nel valorizzare strumenti informatici, in particolare di natura mobile, è risultata LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 126 127 proprio la costruzione sia di mappe concettuali, sia di mappe cognitive. le prime si riferiscono a un’analisi e organizzazione dei concetti fondamentali di una disciplina o di una parte importante di essa (novak, Gowin, 1989). le seconde tengono conto della organizzazione concettuale soggettiva di ogni studente, cioè di ciò che egli ha compreso e strutturato nella sua mente di quanto studiato. esse si prestano bene, come accennato, nel momento progettuale delle lezioni da parte del docente, ma anche come modalità utile a riassumere in maniera strutturata e visibile quanto studiato da parte degli studenti. le seconde favoriscono una rappresentazione di quanto è stato raccolto e organizzato nella mente degli studenti; possono dunque costituire un buon metodo di rilevazione di ciò che è rimasto come patrimonio conoscitivo nella mente degli studenti. infatti, l’uso dei processi di visualizzazione dell’organizzazione interna delle conoscenze assume un ruolo estremamente interessante in fase di valutazione dei risultati di apprendimento, quando se ne vuole verificare non solo la significatività, ma anche la stabilità e la possibilità di ulteriore utilizzazione nelle applicazioni. 3. La teoria dell’apprendimento significativo di D. P. Ausubel Come abbiamo già accennato, l’introduzione delle mappe concettuali si appoggia sulla teoria dell’apprendimento significativo di D. p. Ausubel. questi chiarisce che quando si parla di concetti ci si riferisce in generale a rappresentazioni consce della realtà, largamente semplificate, schematiche, selettive e generalizzate (Ausubel, 1978, 649). “i concetti di una data materia non sono altro che i significati generali espressi da termini generali in una particolare disciplina. quando si espongono i concetti di una data materia, quindi, è importante che i progettisti ne comprendano chiaramente i significati, in modo preciso e altamente qualificato. È quindi desiderabile e opportuno che il programmatore possegga sia una preparazione specifica della materia, sia una preparazione pedagogico-psicologica. Solo le persone che sono preparate in entrambi i campi possono adottare tecniche psicologiche efficaci di presentazione, senza sovrapporre o distorcere la logica interna e le proprietà organizzative del contenuto stesso della materia” (Ibidem, 440). Ciascun alunno all’inizio di una qualsiasi esperienza di apprendimento possiede a un certo grado di sviluppo e di organizzazione un insieme di concetti, di princìpi, di regole, di procedimenti e capacità intellettuali oltre che di atteggiamenti e stati emozionali, consci o inconsci, che formano come una rete più o meno sviluppata sia nel senso della significatività che della strutturazione interna. tutto questo insieme di elementi conoscitivi, di capacità e di atteggiamenti è più o meno ben organizzato in modo coerente, stabile, produttivo. Certo, non tutte le relazioni significative sono sempre presenti; spesso si hanno separazioni e settorializzazioni. All’inizio, infatti, si può trattare soltanto di semplici associazioni, di aggregati, di esperienze interiorizzate slegate tra di loro. Anche in seguito questo insieme appare LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 127 128 spesso parcellizzato, costituito da costellazioni anche assai distanti tra loro e piene di buchi e confusioni. Un apprendimento significativo dei concetti implica che questi entrino a far parte di una rete di collegamenti adeguata, in particolare con le conoscenze che sono già state acquisite in maniera valida e stabile da parte dello studente. il loro grado di significatività è dato dalla qualità delle relazioni che essi hanno con altri elementi conoscitivi; in particolare dalla numerosità, dalla rilevanza e dalla profondità dei collegamenti stabiliti con l’insieme delle altre conoscenze ed esperienze. Di conseguenza si può parlare di un contenuto di natura concettuale che sia logicamente significativo se si innesta in una struttura ricca e articolata di riferimenti concettuali. la strutturazione di questo contenuto può essere considerata in sé, cioè vedendone la coerenza interna e l’utilizzabilità esterna, ma può essere visto anche in riferimento alla struttura conoscitiva dello studente: se cioè quest’ultimo possiede in qualche modo le idee che devono fare da perno di ancoraggio a quanto viene proposto per l’apprendimento. Se ciò avviene, il contenuto di apprendimento non solo è logicamente significativo, ma anche potenzialmente significativo, cioè l’alunno è in grado di farlo proprio in maniera da collegarlo validamente con quanto egli già conosce. l’apprendimento da questo punto di vista consiste nell’incorporazione del contenuto da apprendere nella propria struttura conoscitiva sotto l’influenza dell’insegnante. A partire da questa assunzione, si possono quindi distinguere due fondamentali tipi di apprendimento: ripetitivo, o meccanico, e significativo. a) Un apprendimento meccanico è caratterizzato dal fatto che il nuovo elemento di conoscenza viene acquisito in maniera isolata, senza connessioni o legami con quanto già si conosce. A causa di questa mancanza di relazioni tra il nuovo apporto e la struttura conoscitiva già svi luppata, la sola maniera praticabile per poterlo ritenere nella memoria consiste nella ripetizione meccanica e stereotipata. non si ha alcuna trasformazione né dell’apporto conoscitivo esterno, né della struttura conoscitiva interna. possiamo aggiungere che, rimanendo la nuova conoscenza isolata nell’insieme dei concetti posseduti, essa risulta difficilmente reperibile e utilizzabile. b) Un apprendimento significativo, invece, è caratterizzato dal fatto che il nuovo materiale da apprendere può collegarsi, e viene di fatto collegato, con gli altri concetti e le altre capacità già posseduti e quindi incorporato non in maniera isolata, ma in forma ben connessa con la struttura conoscitiva precedente. Sia questa che il nuovo apporto vengono più o meno tra sformati. la rete di relazioni che così si costituisce rende facile sia il ricordo che l’utilizzazione della nuova conoscenza. Se vogliamo promuovere un apprendimento veramente significativo, e questo è senz’altro necessario per molte attività didattiche che puntano su uno sviluppo e su conquiste di tipo cognitivo, occorre che il nuovo contenuto venga incorporato in maniera valida nella struttura conoscitiva degli allievi, e per giungere a ciò occorre rispettare alcune condizioni. a) Ciò che si deve apprendere sia logicamente significativo, cioè abbia caratteristiche tali da poter essere acquisito all’interno dell’insieme delle conoscenze, abi- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 128 129 lità, atteggiamenti di un allievo, che abbia raggiunto un dato grado di sviluppo. Ad esempio certe dimostrazioni matematiche, certe abilità di calcolo frazionario, certe conoscenze di tipo storico, certi concetti di natura scientifica possono risultare già in se stessi refrattari per alunni dell’età o del grado di maturazione dei nostri, o per la loro complessità o per la maniera con la quale sono rappre sentati simbolicamente. nella progettazione delle lezioni o dell’attività di studio e ricerca proposta, la costruzione da parte del docente della mappa concettuale che fornisce il quadro di riferimento per impostare il lavoro tende a garantire proprio che il contenuto d’apprendimento sia logicamente significativo, cioè abbia una sua buona organizzazione in quanto si evidenziano i concetti e le abilità più complessi e quelli che devono essere acquisiti prima in maniera adeguatamente compresa e stabile. Viene aiutata la individuazione delle tappe fondamentali del percorso didattico e quindi la possibilità di lavorare in maniera progressiva e sistematica. b) l’alunno possieda già le idee o i concetti fondamentali che devono fare da perno per la rea lizzazione della connessione tra la nuova conoscenza da acquisire e la struttura conoscitiva già esistente, cioè il contenuto d’apprendimento sia potenzialmente significativo. qui non si tratta di uno studente generico, ma di un ben preciso e concreto allievo, dotato di specifiche conoscenze e competenze. Anche in questo caso ci si può avvalere della metodologia di sviluppo della mappe concettuali, chiedendo di costruire da parte dello studente una mappa di quanto sa circa ciò che può fare da piattaforma di appoggio per conquistare i nuovi contenuti di apprendimento. in questo caso si cerca di rendere visibile attraverso una mappa cognitiva ciò su cui si può innestare il nuovo contenuto. Un lavoro di questo tipo può evidenziare eventuali carenze o più gravi lacune che impedirebbero l’acquisizione di ulteriori conoscenze e quindi intervenire per fornire in maniera previa ciò che deve fare da supporto o perno di ancoraggio dei nuovi contenuti. Dall’altra è un impegno che favorisce la rievocazione da parte degli studenti di quelle conoscenze e abilità che dovranno essere valorizzate nel processo di apprendimento successivo. in termini tecnici si tratta di attivare la parte di rete cognitiva che deve fare da supporto per il successivo lavoro. talvolta tale porzione di rete cognitiva deve essere messa in crisi, o destabilizzato, al fine di consentire una sua ristrutturazione che includa i nuovi elementi conoscitivi e le relazioni che li legano a quanto già presente. Un apprendimento significativo comporta spesso una trasformazione attiva e dinamica della struttura conoscitiva. Almeno una parte di essa, infatti, deve subire una riorganizzazione, che consenta al nuovo concetto o al nuovo procedimento di inserirvisi in maniera ben collegata e connessa con il restante della conoscenza. Ciò esige da una parte un processo di differenziazione, dall’altra uno di integrazione. il processo di differenziazione può essere visto anche come processo di messa in crisi o di destabilizzazione della struttura conoscitiva dell’alunno. quest’ultima infatti possiede una cer ta sua stabilità dovuta o alla bontà della sua organizzazione interna e al grado di coerenza raggiunto ovvero alla sua validità esterna, in quanto LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 129 130 si dimostra capace di interpretare giudi care ed intervenire in maniera conveniente nella realtà ambientale. la presenza di un elemen to perturbatore, sia esso costituito dalla presa di coscienza di lacune e incongruenze interne, ovvero dalla constatazione dell’insufficienza o erroneità nella sua utilizzazione verso l’esterno produce un effetto di disagio o di dissonanza, cosa che è all’origine di ciò che in psicologia viene definita “situazione problematica”. questa situazione problematica produce da una parte una spinta motivazionale verso il suo superamento, dall’altra attiva tutta una serie di condotte intellettuali atte a produrre una nuova strutturazione della conoscenza. Una situazione problematica diventa problema quando sono chiaramente definiti l’oggetto e il settore che sono all’origine dello stato di disagio e viene espresso in maniera altrettanto precisa l’obiettivo da raggiungere attraverso il lavoro intellettuale messo in moto. in altre parole diventa evidente quando si può affermare di aver risolto il problema e superata la situazione problematica. il processo di integrazione consiste poi nella constatazione e verifica della raggiunta soluzio ne del problema e nella ricomposizione della struttura conoscitiva in un nuovo stato stabile e ben organizzato nel quale la soluzione del problema viene incorporata solidamente. il lettore anche in questo caso potrebbe erroneamente credere che per giungere a una conoscenza significativa occorra superare tale stato problematico da soli, lavorando in modo autonomo, o al più mediante una ricerca di gruppo. in realtà se si è creato uno stato problematico, si è creato anche un bisogno di sapere, di conquistare, si è prodotta una domanda. Anche una comunicazione più o meno diretta della soluzione o della conoscenza che consente di superare tale situazione realizza allora un apprendimento significativo. Anzi, occorre dire che gran parte dell’apprendimento scolastico, soprattutto nelle classi più avanzate, avviene proprio per queste strade, cioè attraverso la comunicazione diretta fatta o dall’insegnante o da un libro di testo. Comunque occorre ricordare che per promuovere un apprendimento concettuale significativo è necessario che l’insegnante si accerti delle conoscenze già acquisite dallo studente e sulle quali può appoggiare i nuovi apporti. Ausubel affermava: “il fattore di gran lunga più importante nell’influenzare l’apprendimento è ciò che l’alunno conosce già. Verifichiamo quindi le sue conoscenze preesistenti e istruiamolo di conseguenza” (Ausubel, 1969, 4). c) lo studente possa e voglia realmente mettere in relazione il contenuto dell’apprendimento con la sua struttura conoscitiva in modo sostanziale e non solamente ripetitivo. questo stato motivazionale è decisivo ai fini di un apprendimento autenticamente significativo e dipende a sua volta da vari fattori, tra i quali si può accennare all’ansia di fronte a interrogazioni ed esami, a stati emozionali che disturbano uno studio sistematico e in profondità, a difficoltà di rapporti interpersonali tra alunno e insegnante, ecc. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 130 131 4. La nascita delle mappe concettuali novak e Gowin (1989), sulla base della teoria elaborata da Ausubel, hanno proposto una metodologia di analisi delle mappe o organizzazioni concettuali coerente con tale teoria. l’analisi delle mappe concettuali dovrebbe mettere in luce le relazioni esistenti tra i vari concetti, che vengono a costituire i nodi della rete, generalmente rappresentati mediante rettangoli. la natura di tali relazioni viene indicata per mezzo di un’appropriata espressione che descrive il significato delle linee di collegamento tra i vari rettangoli. la costruzione di mappe concettuali può servire all’insegnante per individuare i concetti fondamentali, o “concetti organizzatori” secondo la terminologia di Ausubel, di un dato argomento di insegnamento e il grappolo o rete di concetti che a questi sono più direttamente collegati. in questa maniera potrà organizzare la progressione concettuale secondo la quale procedere nel suo insegnamento. occorre comunque ricordare che di una disciplina, o di una sua parte, possono essere costruite mappe concettuali diverse a seconda della prospettiva, o punto di vista, adottata. Circa i vantaggi che le mappe concettuali possono dare all’attività didattica ne sono stati sottolineati vari (Rosati, 2013). in primo luogo si può ricordare che catturare e archiviare la conoscenza nella forma di mappe concettuali, piuttosto che di rapporti testuali o di tabelle, rende molto più agevole la sua fruizione da parte dei principianti. più specificatamente esse possono essere anche utilizzate: – per aiutare a individuare collegamenti e relazioni; – per favorire la consapevolezza di ciò che si sa rispetto a ciò che non si sa; – come schemi di riferimento in preparazione alla redazione di un testo; – per preparare a una presentazione o a una interrogazione orale; – come tecnica per prendere appunti; – come mezzo per promuovere la comprensione di testi e la capacità di riassumerli; – per accrescere la motivazione allo studio che consegue dalla costruzione attiva del proprio sapere; – come strumento per la progettazione dei curricoli scolastici o delle singole lezioni; – per valutare gli apprendimenti degli studenti (nodi e relazioni riflettono esplicitamente la conoscenza posseduta dall’allievo; – come quadri di riferimento sui quali appoggiare i nuovi apprendimenti. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 131 132 i principali limiti individuati da novak (novak, 2001) nell’uso delle mappe concettuali possono essere così riassunti: carenza di un adeguato addestramento di insegnanti e studenti; mancanza di una domanda-focus che guidi la costruzione delle mappe; difficoltà a costruire mappe esplicative-interpretative e conseguente forte prevalenza di mappe descrittive-classificatorie; difficoltà degli allievi nella costruzione di proposizioni e nella strutturazione gerarchica della mappa. Viene anche fatto osservare che un influsso negativo può derivare dall’abitudine degli studenti ad apprendere meccanicamente, che spesso nel breve periodo è meno im- Domanda Focale: Mappe concettuali Quali sono la struttura e le funzioni del concept mapping? Conoscenza Apprendistato Insegnamento Parole-legate Contesto Concetti Proposizioni Collegamenti Struttura gerarchica Creatività Interrelazioni rappresentano è costituita da dipendente da sono collegati da formano possono essere slimola mostrano slimola coglie favoriscono Figura n. 4 - Esempio di mappa concettuale dal testo di Fogarolo e Guastavigna (2013, 42). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 132 133 pegnativo, più veloce e può anche garantire il “successo scolastico” immediato, ma nel tempo si rivela più lento perché il sapere è soggetto a continua dimenticanza e a interferenze. per il superamento di tali ostacoli viene proposto: conoscere meglio i fondamenti epistemologici e i principi dell’apprendimento su cui le mappe concettuali si fondano; la capacità di porre buone domande da parte dell’insegnante, tra pari e rivolte a se stessi che stimolino progressivamente una comprensione più profonda; l’insegnante, in particolare, dovrebbe privilegiare il “porre buone domande” al “fornire le giuste risposte”. l’insegnante pertanto, nel guidare gli allievi alla costruzione delle loro mappe concettuali, può focalizzare la domanda cui la mappa dovrà cercare di rispondere; può elencare una lista di concetti che gli studenti dovranno includere nella propria mappa collegandovi, eventualmente, opportune risorse: la difficoltà maggiore consiste infatti nel costruire proposizioni più che nel trovare concetti (la ricerca e la scelta di risorse aggiuntive pertinenti promuove inoltre lo sviluppo del pensiero critico); può fornire, come supporto all’apprendimento, uno “scheletro esperto” dellamappa che dovrà essere sviluppata dagli alunni. Ciò consentirà loro di costruire la conoscenza su solide fondamenta. Se lo scheletro contiene molti concetti gli studenti possono costruire submappe associate a un concetto, eventualmente collegate a esso tramite legami ipertestuali. 5. Programmi che consentono di sviluppare da parte dei docenti e degli studenti mappe concettuali l’utilizzo di un software che faciliti lo sviluppo di mappe concettuali era ormai assai diffuso nel caso di tecnologie informatiche di natura fissa, come con l’uso del desk-top computer. Molti di tali software sono oggi disponibili anche per l’uso su tecnologie mobili e possono esser scaricati gratuitamente sul proprio strumento mediante app. Alcuni di tali software sono scaricabili a titolo oneroso. È utile prendere in considerazione sia il software per desk-top, sia quello per tablet, anche perché molte volte si è più inclini a lavorare sul primo tipo di tecnologia. Un utile strumento di consultazione anche per quanto riguarda l’uso di programmi digitali è il quinto capitolo del volume già citato di Fogarolo e Guastavigna. Un software molto diffuso e che in qualche modo costituisce un riferimento fondamentale in inglese è quello disponibile a titolo gratuito iHMC-Cmaptools sviluppato dall’Institute for Human and Machine Cognition. esso può essere recuperato dal sito http://cmap.ihmc.us51. ne esiste anche una sua edizione italiana sul sito http://Cmaptools.forumer.it. 51 Una raccolta di molteplici software (circa trecento) per mappe concettuali e cognitive si trova in: http://www.mind-mapping.org/minf -mapping-sofware/97. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 133 134 Si tratta di un programma particolarmente utile quando si abbia bisogno di esprimere in maniera chiara e concisa, mediante un editor di mappe concettuali, strutture concettuali, idee, progetti, teorie. È possibile condividere le mappe e cooperare con altri utenti connessi, sia localmente, sia sul web, al fine di realizzarle (si deve però prima installare un CmapServer). Alla base di questo software sta l’idea del lavoro collaborativo e della partecipazione attiva degli utenti. le mappe sono facilmente realizzabili, con pochi clic si possono creare nodi concettuali e relazioni associative, questi elementi sono poi personalizzabili con colori, font e altro. esistono anche funzionalità avanzate che permettono di creare mappe utilizzando risorse del web, collegamenti ad altre pagine della rete, file allegati oltre a qualsiasi tipo di file multimediale o ai grafici. Una volta creata la mappa essa può essere stampata o esportata in alcuni dei formati più utilizzati (pDF, JpG, HtMl). per scaricare in modo totalmente free questo software è necessario effettuare una registrazione gratuita sul sito del distributore del software. Un programma italiano è denominato Ipermappe. Si tratta di un programma sviluppato espressamente dal Centro Studi erickson per lo studio individuale e la didattica collaborativa in classe. Sua caratteristica principale è la possibilità di produrre delle mappe concettuali, ossia delle rappresentazioni delle conoscenze che associano agli elementi (i nodi e i collegamenti) anche contenuti supplementari, in particolare testi e immagini, da aprire durante la fase, di consultazione. per accedere in modo completo a una mappa è necessario pertanto consultarla per mezzo di un computer, perché la versione stampata su carta rappresenta solo un indice visivo, necessariamente ridotto. Anche nella costruzione di una di queste mappe è consigliato l’uso di libri digitali per ricavare velocemente i testi da strutturare. il programma è particolarmente attento alla velocizzazione delle procedure e offre diverse funzioni per ridurre i tempi di costruzione delle mappe. il programma è a pagamento, ma è disponibile gratuitamente un visualizzatore che consente di leggere e navigare, ma non di modificare, i file prodotti. Ciò può essere utile, in particolare, per far consultare agli allievi a casa, anche senza possedere il programma, i materiali prodotti in classe o in laboratorio (Fogarolo, Guastavigna, 2013, 252). Sono poi disponibili vari programmi e app dedicati soprattutto alle mappe mentali. eccone alcuni che sono utilizzabili a titolo gratuito. – MindMeister. Si tratta di una web app gratuita che permette di creare e gestire facilmente delle mappe mentali, usando comode scorciatoie da tastiera e/o da menu estremamente semplici anche per chi è alle prime armi. È disponibile sotto forma di applicazione per iphone, ipad ed Android e consente di esportare le proprie mappe sotto forma di file pDF, JpG, pnG o GiF per una consultazione off line. – Xmind. include tutte le funzioni che ci si aspetterebbe da un software del genere con inoltre la possibilità di creare un account gratuito on line e condividere le proprie mappe concettuali con gli altri incorporandole in blog e siti internet. È disponibile per Windows, Mac oS X e linux, sia in edizione standard, sia in versione portable che non necessita di installazioni per poter funzionare. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 134 135 – FreeMind è un programma per fare mappe mentali, basato sulla tecnologia Java, il che rappresenta sia un pregio che un difetto. il pregio consiste nel fatto che il software può essere usato su tutti i principali sistemi operativi (Windows, Mac oS X e linux), mantenendo la stessa identica interfaccia utente, il difetto è che per eseguirlo occorre necessariamente avere il software Java installato sul pC. A parte ciò, è molto semplice da utilizzare e permette di esportare le mappe concettuali create sotto forma di file in formato HtMl, pDF e pnG. 6. Valorizzare alcuni recenti suggerimenti metodologici, come le classi capovolte nella tradizione italiana si erano già introdotte forme analoghe a quelle che ora sono divulgate come modalità innovative dovute all’introduzione delle tecnologie mobili. in realtà chiedere agli studenti di leggere testi o di approfondire tematiche specifiche, valorizzando fonti date dal docente o reperite in biblioteca, per poi in classe discuterne e verificare la qualità di quanto affrontato è stata una delle varie maniere di coinvolgerli in maniera più puntuale. tuttavia, oggi le opportunità date dalla comunicazione tra docente e suoi studenti tramite le tecnologie mobili permette di inviare loro testi, video, o altro materiale da leggere, vedere e studiare, per poi in classe discuterne, esercitarsi, produrre individualmente e collettivamente elaborati di vario tipo. nella versione più diffusa, e proposta anche attraverso video presenti nella rete da parte di un gruppo di appassionati (http://flipnet.it), l’impostazione prevede che i ragazzi studino a casa i video delle lezioni per apprendere in anticipo i contenuti dei corsi. poi in classe svolgono, in piccoli gruppi collaborativi, quelli che sarebbero stati i compiti per casa. l’insegnante valuta continuamente il lavoro dei singoli e dei gruppi, premia la creatività più dell’apprendimento mnemonico, evita l’isolamento degli alunni demotivati o meno capaci e valorizza le capacità delle eccellenze: in una parola personalizza l’apprendimento. più sofisticate alcune altre proposte, che prevedono una maggiore autonomia degli studenti nel scegliere i materiali (testi, audio, video, ecc.) messi a disposizione tramite la rete e impostare il proprio lavoro. in genere si insiste nel mettere in evidenza la novità fondamentale: i compiti a casa prevedono lo studio di quanto proposto dagli insegnanti o scelto dagli studenti seguendo i loro ritmi e avendo a disposizione possibilità di rileggerlo o rivederlo a seconda della necessità; in classe si svolgono attività di verifica, di discussione, di esercizio pratico, di lavoro individuale o di gruppo, ecc., mentre il docente può seguire anche personalmente i gruppi o i singoli studenti. nel prendere in considerazione quanto proposto sia sul piano internazionale, sia in ambito italiano, occorre comunque sempre tener conto del livello e della tipologia della scuola o del corso di Formazione professionale. Si ripropone, infatti, la questione dell’adattamento della pratica didattica allo stato di preparazione degli studenti da una parte e agli obiettivi che la normativa nazionale o la programma- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 135 136 zione curricolare prevede, dall’altra. più si è all’inizio del percorso di studi (scuola dell’infanzia e/o scuola primaria) più si pone l’esigenza di adattare l’attività didattica alle condizioni di preparazione, ai ritmi di apprendimento, ai progressi effettivi degli studenti; ma più ci si sposta nel percorso verso qualificazioni superiori, quali quelle previste dal quadro europeo delle qualifiche al quarto o quinto livello, più nasce l’esigenza di promuovere conoscenze, abilità e competenze, che devono essere certificate. in questi casi entrano in gioco non solo le dimensioni soggettive del processo formativo, ma anche le esigenze di un riconoscimento pubblico delle competenze effettivamente acquisite al fine di esercitare specifiche attività tecnicoprofessionali o di accedere a corsi universitari. infine, non possono essere ignorate alcune variabili cruciali come la disponibilità a casa propria di spazi di lavoro tranquilli, di strumenti digitali adatti e di interconnessioni agevoli, di un livello di motivazione e di impegno adeguati per evitare di presentarsi a scuola non preparati. Sulla classe capovolta o rovesciata sono stati pubblicati vari contributi. tra questi si possono citare il volume di Maurizio Maglioni e Fabio Biscaro del 2014 (Maglioni, Biscaro, 2014) e l’articolo di Roberto Franchini “the flipped classroom (le classi capovolte)” (Franchini, 2014). quanto alle strategie didattiche che possono essere attivate sia nel caso di classi capovolte, sia più in generale, dall’esperienza sviluppata nel tempo e sulla base di dati di ricerca, è risultato valido e particolarmente efficace il cosiddetto insegnamento reciproco (Hattie, 2009) tra studenti. Si tratta di una metodologia che favorisce il mutuo insegnamento tra compagni e consiste nel proporre agli studenti di utilizzare le loro conoscenze e competenze che per favorirne l’apprendimento e lo sviluppo nei propri compagni. Ciascuno studente indica quali conoscenze o quali competenze ritiene di possedere in maniera particolare; queste diventano l’argomento secondo il quale egli è impegnato nel proporlo ai compagni (topping, 2014). Attraverso questa esperienza si rende conto di quanto conosce e di quanto è abile nel comunicarlo agli altri. la metodologia dell’insegnamento reciproco si basa sul dialogo orale tra studenti, ne valorizza il ruolo e favorisce il suo sviluppo in ambito dell’apprendimento. Ad esempio, nella lettura di un testo possono emergere problemi di comprensione, questi diventano spazio di ricerca e di dialogo tra due o più compagni al fine di giungere una comprensione più profonda. ne deriva anche il suggerimento di valorizzare il tablet a coppie, in modo da potersi aiutare nell’affrontare i vari compiti, utilizzando tale tecnologia. Ciò può essere fatto sia in classe, sia a casa collegandosi ai compagni. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 136 137 Nono capitolo Fase di avvio e di sviluppo dell’attività didattica Tra la progettazione dell’attività didattica e la sua realizzazione esiste la stessa relazione tra la fiducia che sia ha circa il verificarsi di un evento futuro e la raccolta di informazioni che via via si riescono a raccogliere e le riflessioni che ne seguono al fine di migliorare il giudizio iniziale. Per quanto si possa prevedere lo svilupparsi del processo di apprendimento dei propri studenti, occorre essere aperti alla realtà di quanto si constata via via e di conseguenza adattarsi alla nuova situazione. Per questo è stato introdotto il concetto di valutazione formativa e la sua interpretazione come strumento fondamentale per favorire l’apprendimento. Da due punti di vista: come informazione per lo studente al fine di migliorare il suo apprendimento; come informazione al docente al fine di adattare la sua azione alla situazione riscontrata e migliorare. 1. Strutturazione dell’ambiente di apprendimento e avvio dell’attività occorre distinguere in primo luogo se l’aula a disposizione è mia e la posso configurare permanentemente come penso sia utile per il mio lavoro, oppure devo cercare di adattarmi a un’aula comune, che necessariamente dovrò lasciare al mio successore in condizioni a lui confacenti. nel primo caso l’impresa è più semplice, anche se certamente impegnativa dal punto di vista dell’organizzazione delle risorse disponibili. Due di queste sembrano indispensabili nella prospettiva ibrida assunta: una biblioteca specializzata nella disciplina d’insegnamento (anche sotto forma di ebook) e un computer fisso collegabile in wi-Fi con gli strumenti che gli studenti hanno a disposizione, siano essi personali e portati da casa, oppure dati in uso da parte della scuola. naturalmente anche il docente ha il suo strumento mobile e tramite la rete e il sistema di riferimento e di comunicazione adottato (sia esso Google Drive o Dropbox), egli deve potersi collegare con i suoi studenti per inviare, o permettere loro di accedere a messaggi, documenti, video, audio o testi e ricevere da loro quanto richiesto come loro impegno. inoltre deve esserci la possibilità di proiettare su uno schermo quanto ritenuto utile ai fini di un lavoro collettivo. Se, invece, si tratta di un’aula in comune, questa deve essere dotata della stessa strumentazione di base; tuttavia, essa ogni volta dovrà essere strutturata e calibrata secondo le necessità personali di ciascun docente. Ciò può richiedere tempo e anche assistenza tecnica più frequente. nell’esperienza documentata di un utilizzo LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 137 138 di un sistema completo, come quello proposto dalla Samsung, i problemi maggiori derivavano dalla necessità di avere a disposizione una buona assistenza tecnica (Rivoltella, 2014). inoltre, la disposizione dei posti nella classe non potrà essere facilmente strutturata secondo le proprie preferenze organizzative, anche se tavoli e sedie facilmente spostabili e assemblabili possono facilitare diverse impostazioni di lavoro: a banchi allineati, in circolo, per gruppi, ecc. Sempre che lo spazio e il numero degli studenti lo consenta. Comunque, l’idea fondamentale è che l’ambiente, dove si svolge l’apprendimento degli studenti, debba essere un ambiente il più possibile flessibile, cioè adattabile alle esigenze poste dal modo di impostare la lezione, o le lezioni, che il docente intende attivare, tenendo conto della domanda di formazione che proviene dai suoi studenti. All’inizio di ogni lezione o gruppo di lezioni, occorre sempre procedere sulla base di alcuni passaggi fondamentali: a) cercare di focalizzare su di sé l’attenzione; b) indicare o richiamare il senso degli apprendimenti proposti e verso quali obiettivi in termini di conoscenze, abilità e competenze ci si muove; c) indicare le conoscenze previe sulle quali ci si basa per procedere ed eventualmente verificarle e consolidarle; d) precisare quali modalità di verifica degli apprendimenti verranno adottate sia durante, sia alla fine del lavoro collettivo. tutto questo può essere inviato in anticipo ai singoli studenti, chiedendo loro di leggerli e verificando poi in classe se ciò è stato fatto, rispondendo a richieste di chiarificazione, precisando alcuni punti. insomma, riprendendo e consolidando quanto gli studenti dovrebbero avere già afferrato nelle sue linee generali. quanto all’attivazione delle conoscenze previe, quelle che dovrebbero essere disponibili nella memoria di lavoro degli studenti all’inizio della lezione, sono state suggerite varie tecniche (pellerey, 1994). esse possono essere valorizzate anche attraverso le vie di comunicazione disponibili prima dell’attività in classe. tuttavia, quanto ottenuto a distanza dovrà essere poi ripreso in classe. Viene utilizzato molte volte un pretest, cioè un insieme di domande correlate proposto allo studente all’inizio del processo di apprendimento, che si riferisce direttamente alle conoscenze, abilità e atteggiamenti oggetto di apprendimento. esso svolge due funzioni: a) sondare in maniera più o meno completa e profonda il complesso di conoscenze e competenze già posseduto dall’allievo nel settore specifico di apprendimento; b) risvegliare l’attenzione su alcuni problemi, concetti, fatti che risultano rilevanti per lo studio del materiale didattico e così collegare da una parte l’unità didattica con quanto l’allievo già possiede, dall’altra orientarlo nel suo lavoro. tale strumento informa sia lo studente, sia gli insegnanti, se l’unità didattica è adeguata o meno al suo livello di conoscenza e di abilità; mettendo lo studente in guardia circa quanto si richiederà da lui. Un’altra forma di preparazione alle lezioni consiste nel proporre una panoramica iniziale. essa ha la forma di una esposizione scritta, talvolta corredata da disegni o diagrammi, orale o video, che introduce a un argomento poco familiare e LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 138 139 focalizza l’attenzione sulle cose essenziali: concetti, principi, tecniche. tutto ciò è comunicato allo stesso livello di generalità e comprensività del materiale di apprendimento ed è efficace soprattutto attraverso la sottolineatura selettiva dei concetti centrali e la familiarizzazione con alcune parole chiave. insomma, tali panoramiche dovrebbero fornire un quadro di riferimento generale entro cui collocare il lavoro successivo preparando così la struttura conoscitiva dello studente al processo di apprendimento: sottolineano i punti focali del materiale didattico che verrà proposto. Ausubel ha suggerito un altro strumento di preparazione: i concetti organizzatori anticipati (o propedeutici). Si tratta di un materiale introduttivo steso a un livello di generalità e comprensività superiore al contenuto successivo e che può essere correlato in modo significativo con le idee già possedute dallo studente. Si tratta di richiamare e/o di introdurre i perni concettuali che permettono l’ancoraggio del materiale di apprendimento alla struttura cognitiva del discente, fornendo così un’impalcatura concettuale pertinente e aumentando la discriminabilità del nuovo materiale di apprendimento delle idee ad esso collegate e precedentemente apprese. È necessario che essi siano formulati in termini di linguaggio e di concetti già familiari all’allievo e devono usare illustrazioni e analogie appropriate. i concetti organizzatori anticipati: sollecitano la matrice cognitiva dello studente, evidenziando i perni concettuali a cui ancorare il materiale d’apprendimento; forniscono la rete o riferimento concettuale che farà da supporto a tutto il processo didattico. l’uso di queste tecniche è da commisurare attentamente alle esigenze e al livello proprio del tipo di insegnamento. Una loro utilizzazione combinata sembra indispensabile all’innesco di un autentico processo di apprendimento. tuttavia, non ci dobbiamo mai attendere effetti automatici. È la reale problematizzazione della struttura conoscitiva dell’allievo che rimane il perno di riferimento. le tecniche sono solo strumenti per realizzare questo innesco e d’altra parte esse non sono le uniche a disposizione dell’insegnante. 2. Lo sviluppo dell’attività didattica in una prospettiva ibrida nel promuovere lo sviluppo dell’attività didattica sono stati indicati alcuni elementi da tenere ben presenti: a) fornire progressivamente i contenuti da apprendere favorendo la loro comprensione e organizzazione; b) valorizzare forme di feedback valido ed efficace verso gli studenti e quello che proviene da loro verso l’insegnante; c) controllare la comprensione delle conoscenze proposte e favorire la loro applicazione; d) sostenere l’attenzione e lo stato motivazionale. la metafora che sembra sempre valida ed efficace nel descrivere come dovrebbe svolgersi una lezione, o un insieme di lezioni, sembra essere quella a suo tempo proposta da Gordon pask e ripresa in seguito da molti autori come Diana laurillard (laurillard, 2012). Si tratta di attivare e sostenere nel tempo uno spazio LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 139 140 conversazionale valido teoricamente e produttivo sul piano degli apprendimenti tra docente, studente e tra questi e i suoi compagni. in questo stessa prospettiva si può evocare quello che è stato definito il clima della classe, cioè il complesso delle modalità di interazione presenti tra le persone. la piattaforma comunicativa che si riesce a stabilire diventa come una precondizione perché le varie iniziative possano trovare un terreno fecondo di lavoro. in questo quadro entrano in gioco anche gli strumenti comunicativi di cui si può disporre, senza dimenticare quello fondamentale della parola, del docente come di quella dei suoi studenti. la presenza che si va diffondendo delle tecnologie mobili (tablet e smartphones), secondo quanto esaminato per esempio in inghilterra, non sembra modificare molto le forme di insegnamento che i docenti adottano sulla base della loro esperienza precedente, soprattutto a livello di scuola del secondo ciclo di istruzione e Formazione. Una possibile spiegazione può essere esplorata se si fa riferimento al noto triangolo dell’apprendimento di (Cfr. Fig.1 n. 1) e si esaminano i rapporti che sono presenti, e quelli che si desidererebbero, tra i vari riferimenti messi in evidenza. Contenuto Studente Docente Figura n. 1 - Il triangolo didattico fondamentale. qual è il rapporto tra il docente e il contenuto del suo insegnamento? in tale rapporto quale ruolo svolgono i diversi canali informativi e conoscitivi disponibili, inclusi libri, rete, computer, tablet, ecc. probabilmente la modalità con cui apprende e si aggiorna il docente nel suo ambito culturale segna anche la tendenza che egli manifesta in classe nel proporre le strade di apprendimento ai suoi studenti. D’altra parte, gli stessi studenti sono influenzati nel loro studio dalla comunicazione di base che egli stabilisce con loro. Si tratta di quella che può essere definita la cultura di riferimento della classe o della stessa scuola. questa segna non solo il modo di avvicinare e sviluppare i vari contenuti d’apprendimento, ma anche come saranno valutati i risultati d’apprendimento degli studenti. tale constatazione conduce a segnalare l’importanza di favorire, quanto possibile, lo sviluppo da parte del docente delle competenze digitali necessarie nell’apprendere, nello studiare, nell’aggiornarsi e nel lavorare. egli, infatti, come noteremo ulteriormente, si propone come un modello di lavoro intellettuale di fronte ai suoi studenti, sollecitando in loro analoghe modalità d’azione. quanto alle forme ideali di sviluppo di tale conversazione, tenendo conto del contesto culturale e sociale attuale, può essere rievocata la prospettiva già esaminata: la prospettiva ibrida. in questo caso si tratta di valorizzare in maniera congruente con la situazione da affrontare le varie possibilità metodologiche. esse LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 140 141 vanno da un insegnamento diretto ed esplicito, quale quello discusso nel sesto capitolo, a uno indiretto che lascia maggiore autonomia agli studenti nel loro cammino di apprendimento. occorre ricordare come, anche in base alla normativa attuale, non basta promuovere l’acquisizione di conoscenze significative e stabili: occorre anche sollecitare una loro valorizzazione nell’affrontare situazioni sfidanti sia interne, sua esterne alla loro esperienza scolastica. non è il caso di approfondire qui la relazione esistente tra saperi e competenze, occorre tuttavia prevedere nella progettazione didattica attività che implichino da parte degli studenti l’utilizzazione del loro patrimonio conoscitivo in attività che li coinvolgano progressivamente in maniera sempre più autonoma e responsabile. Una delle dimensioni formative oggi più importanti, infatti, come precedentemente ricordato, riguarda proprio lo sviluppo delle capacità di autodeterminazione e di autoregolazione personali nello studio e nel lavoro. 3. Insegnamento esplicito e diretto e utilizzo di tecnologie mobili Se si sceglie inizialmente di favorire un’acquisizione significativa e stabile di fatti, concetti, teorie e procedure, tramite una comunicazione diretta ed esplicita ottenuta sia attraverso la spiegazione orale del docente, sia attraverso la lettura di documenti o testi, l’ascolto di audio, la fruizione di video o di altre risorse raggiunte attraverso la rete si possono seguire le strategie suggerite da Rosensheine (Rosensheine, 2012). questi ricorda come gli insegnanti, riconosciuti efficaci nella varie ricerche internazionali, avviano le loro lezioni richiamando brevemente gli apprendimenti precedenti; presentano la nuova materia per piccoli passi, seguiti da attività pratiche e all’inizio di tali pratiche guidano da vicino gli studenti; ragionano ad alta voce per evidenziare ciascuna tappa di un procedimento; esigono e ottengono una partecipazione attiva da parte di tutti; danno incombenze e spiegazioni chiare e dettagliate; porgono molte domande e verificano la comprensione degli studenti; mostrano esempi di problemi completamente risolti; domandano agli studenti di esplicitare la loro comprensione; verificano le risposte di tutti; presentano numerosi esempi; riprendono alcune spiegazioni quando necessario; preparano gli studenti a sviluppare pratiche di lavoro autonomo e all’inizio li seguono in tale impegno. tutto questo è compatibile certamente anche con un’organizzazione didattica che si ispira alle cosiddette classi capovolte, o flipped, e all’utilizzazione di canali comunicativi mediati da tablet o smartphones. per essere chiari, per attivare un insegnamento diretto, o esplicito, non è necessario ricorrere a quelle che sono state definite “lezioni frontali”. infatti, assimilare un insegnamento diretto alle sole lezioni frontali è del tutto improprio, anche se evidentemente nel realizzare tale tipo di insegnamento è possibile limitarsi ad esse. l’esempio storico più significativo di insegnamento diretto integrato con processi di soluzione di problemi è quello presente nella Summa Theologiae di tom- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 141 142 maso d’Aquino. Si tratta di un trattato che ha una struttura espositiva complessa e minutamente articolata, chiaramente orientata a raggiungere obiettivi di conoscenza precisi in maniera sistematica e quindi possiamo collocarlo nel quadro di insegnamento diretto ed esplicito, anche perché riflette la maniera stessa di procedere del docente universitario del tempo. tale percorso è però articolato secondo momenti che implicano una dinamica di pensiero di natura problematica: un vero insegnamento per problemi. Ciascun momento o passaggio è denominato “articolo” la cui intestazione è una domanda. Ad esempio un articolo si pone la questione: se la giustizia sia la principale virtù morale. Così ogni articolo inizia enunciando innanzitutto il problema da affrontare, poi vengono avanzate una serie di possibili soluzioni e relative proposizioni, e relative prove, che risolverebbero la questione, generalmente in senso negativo. A queste fa seguito un’affermazione, tratta generalmente da fonti filosofiche o bibliche, di orientamento opposto. il pensiero del lettore è messo di fronte a una situazione di incertezza. Ci sono elementi a favore d’ipotesi contrastanti. A questo punto egli espone in maniera rigorosa la sua soluzione fornendone le argomentazioni probanti. infine, ed è questa una tipica maniera di consolidamento, o rinforzo, della soluzione trovata, egli passa in rassegna le posizioni inizialmente esposte per analizzarne la limitatezza, la falsità, oppure la verità. Si tratta di migliaia di articoli raccolti in Quaestiones, o problematiche, che costituiscono un imponente edificio progettato con cura analitica minuziosa. e. panofsky (panofsky, 2010) lo paragona a una cattedrale gotica, mirabilmente stabile e strutturata nonostante la leggerezza delle sue guglie, l’arditezza delle sue navate, la delicatezza dei suoi portali. Certo oggi non possiamo pensare a una progettazione didattica di tal genere. Ma anche se dobbiamo essere sensibili alla realtà della dinamica del pensiero e degli interessi dei nostri studenti, situando i momenti di sollecitazione all’apprendimento in coerenza con la loro esperienza, dobbiamo anche essere capaci di ricondurre l’episodicità di molti interventi entro un processo formativo ben orientato verso le sue finalità fondamentali e progressivo nel suo sviluppo verso di esse. in termini moderni si potrebbe definire l’impianto di tommaso d’Aquino come chiaramente orientato, quindi di tipo intenzionale e sistematico, ma che procede per piccoli passi, o micro-unità didattiche, che sollecitano il lettore sia quanto a conoscenze già disponibili, sia quanto a competenze nel pensare per procedere oltre. la dinamica di pensiero suggerita nelle cosiddette eAS (episodio di Apprendimento Situato) da Rivoltella è analoga (Rivoltella, 2013, 52-53). Si parte da un momento anticipatorio caratterizzato da uno stimolo e da una consegna, seguito da un momento operatorio nel quale lo studente è impegnato nel mettere alla prova la sua competenza, producendo un risultato; infine si ha un momento ristrutturativo che mira a dare, mediante la riflessione, consapevolezza del valore del risultato, favorendone il ricordo. per evitare una eccessiva frammentazione e parcellizzazione di tali episodi, il modello di tommaso d’Aquino offre un soluzione: progettare tali episodi in maniera chiaramente finalizzata e proposti in maniera sistematica. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 142 143 4. Apprendere da un modello la stessa cosa vale anche quando ci si appoggia a forme di apprendistato pratico e cognitivo, quali possono essere realizzate sia direttamente dal docente, sia tramite esperienze mediate, sia attraverso l’attivazione di vere comunità di pratica, nelle quali si attuino esperienze di insegnamento reciproco. nella prospettiva di un insegnamento esplicito e diretto può essere certamente inserito come un momento fondamentale il processo di apprendere da un modello. in particolare quando l’insegnante intende proporre forme di lavoro particolarmente valide, mediante lo sviluppo di un tipo di apprendistato, anche cognitivo, che valorizza il meccanismo psicologico dell’esperienza vicaria.52 negli studi di tipo socio-cognitivo s’indicano quattro livelli di progressiva acquisizione delle competenze attraverso le forme di apprendistato; non sempre occorre passare attraverso questi quattro livelli: essi indicano solo che la padronanza raggiunta in ognuno di essi facilita l’apprendimento successivo. Dal punto di vista dei risultati di apprendimento la storia della pedagogia ha messo in evidenza come l’apprendistato sia emerso nel tempo come una delle forme più efficaci di insegnamento. oggi se ne rivaluta la validità non solo nel caso delle proposte legate ai contesti professionalmente segnati53, ma anche in quelli più tipicamente scolastici. il primo livello è fondamentalmente legato all’osservazione di un maestro o esperto, che induce a considerare gli elementi fondamentali che concorrono a formare la sua competenza. l’esperienza vicaria, attivata dalla presenza di un soggetto già competente, permette di osservare direttamente le modalità attraverso le quali è possibile e utile attivare conoscenze e abilità già possedute per orchestrarle al fine di affrontare positivamente la situazione o il problema presente. la variante dell’apprendistato cognitivo implica un’adeguata manifestazione esterna di processi e strategie interne, normalmente messi in atto in maniera non evidente. Mediante tecniche di verbalizzazione, analoghe a quelle proprie del cosiddetto thinking aloud o della réflexion parlée, rispettivamente descritte da A. newell e H. A. Simon e da e. Claparède nello studio delle strategie di soluzione di problemi, è possibile comunicare tali processi e strategie in maniera efficace. in tal modo si evidenziano alcune abilità strategiche e di alcuni processi cognitivi e affettivi e se ne favorisce l’interiorizzazione. in particolare, si possono citare: mettere a disposizione standard di valutazione delle prestazioni messe in atto; seguire orientamenti motivazionali con- 52 È un processo psicologico che si mette in moto quando una persona osserva, prestandovi attenzione, i comportamenti di altre persone e li interiorizza, nel senso che vive in terza persona le situazioni e le vicende di altri e tende a conservare queste esperienze nella propria memoria. presentandosi una situazione analoga, quasi automaticamente si sente portata a comportarsi in maniera simile. Attraverso tale processo i soggetti interiorizzano modi di agire e di reagire, regole e forme di comportamento e di relazione, formando così un patrimonio di esperienza che una volta codificata internamente serve da guida all’azione. 53 Ad esempio negli studi legati alle cosiddette comunità di pratica. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 143 144 gruenti; essere sensibili a valori di riferimento; persistere nell’attività nonostante elementi di disturbo sia cognitivo, sia emozionale; ecc. la constatazione che l’esperienza vicaria non sia sufficiente per passare all’effettiva manifestazione autonoma della competenza, implica come sviluppo ulteriore la necessità di passare a prestazioni che cercano di imitare forme o stili d’azione, legati ad abilità che possono essere guidate e corrette socialmente. Si tratta del livello denominato dell’emulazione. tuttavia, ben difficilmente il soggetto che apprende riesce a realizzare prestazioni che si avvicinano alla qualità generale di quelle del modello. Un miglioramento si può avere se la persona competente adotta un ruolo docente e offre guida, feedback e sostegno durante l’esercizio pratico. D’altra parte, il riuscire a emulare almeno in alcuni aspetti generali un modello ha effetto sullo stato di motivazione favorendo l’impegno ulteriore. occorre segnalare come a questi due primi livelli la fonte di apprendimento delle abilità auto-regolatrici è esterna al soggetto che apprende. negli ulteriori livelli di sviluppo di tali abilità, come vedremo subito, il riferimento diventa interno. il terzo livello si raggiunge quando si è in grado di sviluppare forme indipendenti d’abilità, esercitate però in contesti e condizioni strutturate. È il livello denominato dell’autocontrollo. non basta infatti la presenza di un insegnante o di un modello, occorre una estesa e deliberata pratica personalmente esercitata: prestazioni che si svolgono in contesti organizzati affinché i soggetti si impegnino a migliorare e ad auto-osservarsi. il soggetto competente non è più presente e il riferimento a standard di qualità è interno, si tratti di immagini o di verbalizzazioni. il raggiungere livelli di qualità desiderati sostiene e alimenta la motivazione a impegnarsi. infine, si raggiunge il livello della competenza vera e propria quando il soggetto riesce ad adattare da solo le proprie prestazioni sulla base delle condizioni soggettive e ambientali varianti. egli riesce a mutare le sue strategie in maniera autonoma. la motivazione può fare riferimento a sentimenti di auto-efficacia. non c’è più grande bisogno di auto-monitoraggio. D’altra parte, dal momento che le competenze dipendono anche dalle condizioni esterne, possono presentarsi nuove situazioni che evidenziano i limiti delle competenze già acquisite ed esigono nuovi apprendimenti. l’importanza di offrire esperienze di apprendistato sta anche nella constatazione che molte componenti della competenza da sviluppare sono di natura tacita e non possono essere formalizzate tramite norme o indicazioni esplicite verbali. esse possono essere colte e fatte proprie solo nell’interazione diretta e nella comunicazione che l’accompagna. tuttavia, in questo possono essere utili video commentati che ne esplicitano la presenza, narrazioni che tendono a focalizzare l’attenzione su aspetti meno evidenti e pur centrali nello svolgere un’attività. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 144 145 5. Favorire una comunicazione multimediale Una delle qualità fondamentali delle tecnologie mobili attuali è quella di poter presentare contenuti in forma multimediale; non solo, ma permettere di interagire con essi in maniera esplorativa e costruttiva. l’importanza di tale constatazione dal punto di vista dei processi di apprendimento deriva dalla natura del sistema umano di elaborazione delle informazioni, che utilizza i due canali, o sistemi di codificazione, evidenziati da Richard paivio (paivio, 1986): quello verbale e quello visivo non verbale. Ciò ha delle implicazioni importanti nella progettazione e nella pratica didattica. Si tratta di presentare il materiale didattico usando tutti e due i canali, o sistemi di codifica e di trattamento dell’informazione, nell’intenzione di promuovere meglio l’apprendimento. tuttavia, la progettazione di contenuti multimediali può adottare un approccio centrato sulla tecnologia o un approccio centrato sulla persona che apprende. la progettazione centrata sulla tecnologia cerca di mettere a profitto le opportunità delle tecnologie emergenti e mette l’enfasi sull’importanza dell’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella concezione delle presentazioni multimediali. l’approccio centrato sulla persona che apprende, a sua volta, mette l’enfasi sulla natura del sistema cognitivo umano. Si tratta di cercare di capire come funziona la mente umana e di adattarne la tecnologia. in questa prospettiva, la tecnologia è percepita come uno strumento a servizio dell’apprendimento e della cognizione umana. Si tratta, allora di adattare la tecnologia ai bisogni di apprendimento del soggetto. Se si assume questa seconda prospettiva, la progettazione dell’istruzione deve affrontare due sfide: assicurarsi che l’allievo sia impegnato in processi cognitivi appropriati e incoraggiare questi processi, da una parte; evitare di sovraccaricare la sua capacità e il suo sistema cognitivo, dall’altra. Rispetto a questi due obiettivi si evidenziano tre esigenze corrispondenti a tre modalità secondo cui la capacità e il sistema cognitivo vengono sollecitati: i processi cognitivi estranei; i processi cognitivi essenziali; i processi cognitivi generativi. i processi estranei sono quelli che non servono all’apprendimento, anzi possono disturbarlo. i processi essenziali si riferiscono alla possibilità degli studenti di rappresentare mentalmente il materiale essenziale. i processi generativi servono a dare significato al materiale attraverso l’organizzazione mentale e la connessione con le conoscenze precedenti. essi influenzano la motivazione degli studenti a impegnarsi durante l’apprendimento. Si tratta di situazioni parallele a quanto considerato nel sesto capitolo circa il carico cognitivo di tipo estraneo, di tipo essenziale, di tipo generativo. la progettazione didattica si deve dare dunque tre obiettivi: ridurre i processi estranei, gestire i processi essenziali e sostenere i processi generativi. la predominanza dei processi estranei crea una condizione di sovraccarico estraneo. Da una parte, la lezione contiene una certa quantità di materiali superficiali e irrilevanti che, anche se possono essere interessanti, non aiutano a raggiungere gli obiettivi di apprendimento; dall’altra, significa che l’intervento si presenta confuso e disorientante. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 145 146 quando si presenta una situazione di sovraccarico essenziale, il numero dei processi richiesti per eseguire il compito eccede la capacità cognitiva dell’allievo, anche dopo la riduzione o l’eliminazione dei processi estranei. questa situazione può essere causata dal ritmo troppo veloce della presentazione multimediale, dall’inesperienza dell’allievo o la non familiarità con l’argomento e dalla sua complessità del materiale. in questo caso, l’allievo è incapace di rappresentare il materiale presentato nel limite del tempo concesso e si trova nell’impossibilità di trattare il materiale in modo profondo a causa di una presentazione visiva inadeguata o esagerata. l’obiettivo allora è superare questa situazione mediante una gestione equilibrata dei processi essenziali e riducendo l’impatto sulla capacità cognitiva. A questo fine si può segmentare meglio il materiale, migliorare lo stato di preparazione previo o la stessa modalità di presentazione. quando si ha un sottoutilizzo generativo, l’allievo non si impegna abbastanza e non usa sufficientemente i processi generativi, nonostante la disponibilità della capacità cognitiva necessaria per eseguire il compito. questa situazione può essere determinata dalla mancanza di motivazione dell’allievo, da un materiale noioso o da un presentatore poco gradevole. 6. Dare spazi di sviluppo della capacità di gestire se stessi nell’apprendimento Una prospettiva diversa tende a dare maggiore spazio all’iniziativa autonoma degli studenti per esempio attraverso forme di ricerca individuale o collettiva, produzione di artefatti di varia natura come testi, video, power point, ecc. tutto ciò implica però buone capacità organizzative da parte del docente e una sua guida e un suo controllo costante. nel primo caso gli studenti devono cercare e studiare testi, documenti e altre risorse, molto spesso tramite ricerche sul web, per riflettere e approfondire idee e concetti presentati da parte del docente. l’ambiente nel quale si svolgono le lezioni in questi casi assume sempre più le caratteristiche di un laboratorio nel quale si opera individualmente o in gruppo al fine di acquisire e controllare la qualità delle conoscenze a e abilità progressivamente affrontate, mentre se ne verifica la spendibilità nell’affrontare esercizi e problemi via via più impegnativi sotto la guida dei docenti. Un vero e proprio laboratorio di scrittura in italiano, eventualmente sostenuta dall’uso personale e/o collettivo di tecnologie digitali, nel quale si possano anche redigere relazioni su quanto esplorato nelle scienze o nelle tecnologie, oltre che commenti alle proprie letture; un vero e proprio laboratorio di introduzione e di applicazione dei concetti e dei procedimenti matematici, mediante la soluzione di problemi anche ispirati allo studio parallelo delle scienze o delle tecnologie; esercitazioni nella lingua straniera, valorizzando, se ci sono, quanti ne manifestano una maggiore padronanza, o mediante la lettura e/o ascolto collettivo di testi tecnici in inglese. in particolare, una didattica per progetti risulterà del tutto proficua. lavorare LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 146 147 per progetti, infatti, consente di cogliere lo scopo di molti apprendimenti anche di tipo ripetitivo, come quelli connessi con lo sviluppo di alcune abilità strumentali. l’impostazione di un lavoro collettivo al fine di conseguire il risultato o prodotto finale del progetto permette anche di far pratica di attività di natura progettuale, gestionale e collaborativa. Una tipologia di progetto che può coinvolgere tutta la classe o gruppi specializzati riguarda la costruzione di antologie digitali utilizzando il patrimonio disponibile in rete, inclusi commenti di grande interesse e valore: antologie relative alla letteratura italiana o straniera; oppure, se si riesce a raggiungere tale livello di competenza, magari con l’aiuto sistematico del docente anche antologie latine o greche con testi e traduzioni a fronte, soprattutto nel liceo classico. Analogo lavoro può essere realizzato costruendo eserciziari progressivi nelle varie discipline come matematica, scienze (fisica e chimica in particolare), oppure reperire in rete video che illustrano concetti, presentano esperimenti, approfondiscono applicazioni. la classe può essere articolata in gruppi di lavoro specializzati in qualche ambito di conoscenza o di competenza particolare, valorizzando il concetto di conoscenza distribuita. Gli appartenenti ai diversi gruppi diventano gli esperti nell’argomento e possono essere quindi valorizzati come aiutanti del docente nell’affrontare modalità di lavoro che si ispirano all’insegnamento reciproco. 7. Il ruolo centrale della valutazione formativa e del feedback la valutazione di tipo formativo si distingue da una valutazione diagnostica (iniziale) e da una valutazione sommativa (finale), in quanto essa svolge una ruolo essenziale nel contesto del processo formativo al fine di renderlo il più possibile valido ed efficace. essa si realizza di conseguenza durante l’attività educativa e didattica, accompagnandola costantemente. per questo è stata definita “per l’apprendimento”. qualcuno parla anche di valutazione “come apprendimento”. in questo tipo di valutazione gioca un ruolo essenziale il cosiddetto “feedback”, o retro-alimentazione, in due direzioni: dal formatore al formando, ma anche da quest’ultimo al formatore. È il cuore del processo che abbiamo definito conversazionale, in cui si sviluppa un reciproco adattamento dell’allievo al docente e del docente all’allievo. in questa conversazione e relativa presenza di forme di feedback entrano in gioco anche i compagni, o le compagne, che formano le classi o i gruppi di apprendimento. Sappiamo benissimo quanto incidano sulla percezione e stima di sé i giudizi valutativi e le possibili forme d’interazione con i propri colleghi (pellerey, 2014). Si distingue anche tra un feedback interno e uno esterno (e si può evocare di conseguenza una conversazione interna distinta da una esterna). il feedback interno è quello che è presente come risposta alle nostre azioni, ai nostri interventi, alle nostre prestazioni, ed è all’origine della riflessione critica sui risultati (buoni o meno buoni) delle nostre attività e sulle cause che li hanno determinati. Così quando si LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 147 148 parla di auto-valutazione, si prendono in considerazione i risultati del nostro agire, cercando di comprenderne le ragioni del successo o dell’insuccesso. in questo processo auto-valutativo si può distinguere tra: a) Feed-up: dove sto andando? b) Feedback: come sto procedendo? c) Feedforward: quale la prossima mossa? promuovere un processo auto-valutativo è essenziale. A questo fine occorre mettere a disposizione adeguati criteri di valutazione. in genere ci si riferisce agli obiettivi o ai risultati di apprendimento, alle competenze previste istituzionalmente, a standard di prestazione, ecc. tuttavia, la semplice loro enunciazione non è sufficiente per renderli fruibili dagli studenti. Ci vuole un percorso di chiarificazione, di condivisione, di riflessione e di negoziazione per chiarificare i criteri, gli standard e gli obiettivi. in questa prospettiva, l’efficacia del feedback richiede l’elaborazione di criteri espliciti e articolati, una comprensione condivisa degli obiettivi di istruzione e una corrispondenza tra l’interpretazione degli insegnanti e degli studenti del divario da colmare. il secondo tipo di feedback è esterno alle azioni e può assumere varie forme: a) puramente informativa, spesso di tipo misurativo; b) di commento valutativo; c) di suggerimento di come procedere; ecc. Si possono considerare quattro livelli di feedback: il livello del compito, del processo, dell’autoregolazione e del concetto di sé. il feedback relativo al compito fornisce informazioni focalizzate, specifiche e pertinenti sulla correttezza delle prestazioni e sull’acquisizione di informazioni supplementari necessarie al miglioramento della propria prestazione. il feedback riguardante il processo riguarda le strategie le informazioni fondamentali per la gestione del compito e delle interazioni. il feedback che considera l’auto-regolazione, riguarda la capacità di auto-valutazione e di monitoraggio del proprio impegno nella realizzazione del compito e del processo. Si tratta di sapere quali strategie utilizzare, quando e dove usarle per realizzare efficacemente il compito e il processo. il feedback concernente il concetto di sé non comporta necessariamente un’informazione sul compito, sul processo o sull’auto-regolazione, ma riguarda la soddisfazione o la gratificazione rivolta alla persona. questo tipo di feedback è atteso e gradito anche se, a prima vista, non contribuisce automaticamente al miglioramento dei risultati di apprendimento. Molto spesso più che la forma del feedback spesso è determinante la percezione che lo studente ha del soggetto che lo fornisce, sia esso l’insegnante o un compagno. Diverso è il commento, anche critico, da parte di chi sappiamo che ci vuole bene, rispetto a quello di chi ci valuta in maniera astiosa. Di conseguenza un ulteriore elemento da considerare è il soggetto all’origine del feedback esterno. Concepito in questo modo, il feedback comporta delle implicazioni importanti per la gestione dell’istruzione, il miglioramento della valutazione scolastica e la promozione dell’apprendimento. il feedback ha una funzione informativa in quanto mette a disposizione informazioni puntuali sulla prestazione relativa a un compito e sulla modalità che ha condotto a questa prestazione. il feedback ha anche una funzione di rinforzo in quanto esprime un giudizio su un risultato o su un obiettivo LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 148 149 raggiunto. il feedback ha soprattutto una funzione formativa e adattiva in quanto influisce sull’aggiustamento dell’istruzione e sullo sviluppo e la regolazione dell’apprendimento e comporta delle implicazioni per i processi cognitivi, motivazionali e comportamentali degli studenti e per le interazioni tra insegnanti e studenti. per questo è importante avere un attenzione particolare alle caratteristiche del feedback, alla sua qualità e efficacia. la pratica di un buon feedback implica il coinvolgimento degli studenti nella regolazione dei propri processi di apprendimento e nella riflessione sulle loro pratiche. questa capacità di valutare il proprio lavoro, di riflettere e di monitorare il proprio progresso facilita l’integrazione tra feedback interno e esterno e la comprensione reciproca tra insegnanti e studenti rispetto al feedback. Si tratta di riconoscere il ruolo proattivo degli studenti nella pianificazione e nella generazione del feedback, così come nella costruzione del significato da assegnare al feedback ricevuto. in questa logica, il feedback si percepisce come dialogo o negoziazione tra insegnanti e studenti piuttosto che come un semplice processo di trasmissione di informazione. la motivazione e l’autostima hanno anche un ruolo molto importante nell’apprendimento e nella valutazione. infatti, basandosi sulle loro credenze relative all’apprendimento, gli studenti attivano varie strutture motivazionali che influiscono sulle loro risposte ai feedback esterni e sul loro impegno nell’apprendimento. in questa prospettiva, è importante focalizzare la valutazione sull’apprendimento, sulla comprensione profonda e la padronanza dell’argomento. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 149 151 Decimo capitolo Fase conclusiva delle lezioni e valutazione delle competenze digitali Quest’ultimo capitolo è dedicato fondamentalmente a una rilettura della problematica della valutazione quale oggi è sollecitata a livello europeo e italiano: una valutazione che è aperta a una certificazione delle competenze. L’assunto principale sta nel ritenere che la competenza, come l’intelligenza o l’onestà, non si può cogliere, né tantomeno misurare, direttamente. Ciò che possiamo raggiungere, e in qualche modo misurare, sono le manifestazioni di competenza, cioè le prestazioni. Risalire quindi alla valutazione delle competenze è un processo inferenziale, o induttivo, che non potrà mai fornire certezze assolute ma, in base alla qualità del modo di procedere, può garantire un buon livello di affidabilità, pertinenza e validità alla valutazione. Una delle metodologie più valide e degne di fiducia è quella che valorizza il cosiddetto portfolio delle competenze, oggi facilmente disponibile sotto forma digitale. Infine, va considerato un aspetto oggi particolarmente urgente, quello di valutare le competenze digitali effettivamente conseguite. 1. La fase conclusiva di un ciclo di lezioni la fase conclusiva di una lezione, o di un ciclo di lezioni, implica anch’essa alcuni passaggi importanti. in primo luogo si tratta di verificare la qualità dell’apprendimento, se cioè si è realizzata un’acquisizione significativa, stabile e affidabile dei contenuti proposti o si deve intervenire per eventuali correzioni. Già durante la conversazione, che dovrebbe caratterizzare lo sviluppo dell’attività didattica, si è vista l’importanza del feedback come forma di valutazione formativa o per l’apprendimento; tuttavia, è opportuno ora prendere in considerazione una forma di valutazione dei risultati dell’apprendimento realizzato, in altre parole una forma di valutazione sommativa. tale forma di valutazione induce anche la possibilità di sviluppare una riflessione critica sul proprio operato da parte del docente. Altri passaggi sono importanti: consolidare le acquisizioni fatte attraverso esercizi e attività applicative; proporre la loro valorizzazione in ambiti diversi; suggerire percorsi di approfondimento. Si ripropone qui la dinamica tra sviluppo delle conoscenze e loro utilizzazione nell’affrontare situazioni sfidanti. non si tratta solo di un percorso unidirezionale da sapere a sua applicazione, ma di un innesto di natura circolare: nell’affrontare un nuova situazione viene sollecitato non solo lo svi- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 151 152 luppo della competenza, si crea ma anche un bisogno di integrare le nuove conoscenze con quelle già padroneggiate, oppure il bisogno di conquistarne di nuove. la considerazione della fase conclusiva di una lezione, o di un percorso più lungo, è l’occasione, dunque, per approfondire il discorso della valutazione in maniera più puntule e correlata alle opportunità che offrono le nuove tecnologie, in particolare di natura mobile. Una valutazione che non può ridursi a una verifica dell’acquisizione delle conoscenze, ma è orientata soprattutto a una verifica dello sviluppo raggiunto nelle competenze previste. 2. La valutazione delle competenze in questi ultimi anni si è progressivamente spostata l’attenzione dalle sole conoscenze e abilità acquisite verso la capacità di valorizzarle in compiti e problemi sia interni alla scuola, sia esterni a essa, che abbiano un qualche carattere di novità e/o di complessità, in genere maggiori o almeno diversi rispetto a quanto affrontato nell’esperienza precedente (pellerey, 1994). È questo il quadro entro cui si colloca la valutazione della competenza. in una frase molto pregnante Wiggins ha sintetizzato così questa prospettiva: «Si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa». Anche se occorrerebbe aggiungere l’avverbio «consapevolmente ». in questa espressione emerge una prospettiva ben precisa: non basta saper mostrare le proprie conoscenze o i propri saperi, non basta evidenziare le proprie abilità; occorre riuscire a mettere in luce pubblicamente quanto si è in grado di utilizzare in modo consapevole, coerente e proficuo, le proprie risorse interne (e, se opportuno o necessario, anche quelle esterne disponibili) nell’affrontare situazioni o problemi di natura non ripetitiva, sapendo gestire se stessi in tale impresa. Se lo sguardo si rivolge alla capacità di mettere in moto e coordinare il patrimonio posseduto nel portare a termine compiti un po’ diversi da quelli nei quali tali conoscenze e abilità sono state acquisite, la sua valutazione pone qualche difficoltà. infatti, nella pratica corrente ci si limita a verificare se lo studente abbia acquisito uno schema d’azione, sia esso prevalentemente intellettuale, di natura mista o essenzialmente pratica, e sia in grado di mostrarne la capacità di utilizzarlo sostanzialmente nello stesso contesto che ha caratterizzato il suo apprendimento. Ma, se la situazione è diversa da quella ormai familiare, oppure si debbano applicare le conoscenze apprese per analogia, emergono immediatamente difficoltà gravi, spesso insormontabili. la questione centrale riguarda il fatto che una competenza effettivamente posseduta non è direttamente rilevabile, ma è possibile inferirne la presenza, sulla base di un insieme di sue manifestazioni o prestazioni particolari, che assumono il ruolo di base informativa utile a ipotizzarne l’esistenza e il livello raggiunto. non è agevole, e molte volte impossibile, infatti, decidere se un soggetto possieda una competenza, e a quale livello, sulla scorta di una singola prestazione. Solo nel caso di abilità elementari, che mettano in gioco schemi d’azione di tipo ripetitivo, oppure assai semplici ap- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 152 153 plicazioni di regole e principi, è possibile valutarne l’acquisizione osservando un’unica prestazione. D’altra parte, in ogni programma educativo diretto all’acquisizione di vere competenze, soprattutto se implicate in maniera essenziale nel programma previsto, è cruciale la scelta della modalità di valutazione che i responsabili della progettazione e conduzione di tale programma debbono fare, sia per quanto riguarda le competenze iniziali, già validamente e stabilmente possedute, sia per quanto concerne il costituirsi progressivo di quelle oggetto di apprendimento. occorre anche aggiungere che, intrinseca al processo stesso, è la promozione di un’adeguata capacità di autovalutazione del livello di competenza raggiunto. Ciò per varie ragioni: in primo luogo, perché occorre sollecitare e sostenere lo sviluppo di competenze auto-regolative del proprio apprendimento; in secondo luogo, perché la constatazione dei progressi ottenuti è una delle maggiori forze motivanti all’apprendimento. A questo fine si suggerisce di procedere secondo un piano di lavoro che si richiama al metodo della “triangolazione” dei dati, molte volte utilizzato nella ricerca educativa e sociale. Si tratta di raccogliere informazioni pertinenti, valide e affidabili, utilizzando molteplici fonti e modalità di rilevazione, almeno tre di natura differente (di qui viene il termine “triangolazione”), che permettono di sviluppare, mediante il confronto tra di loro e con l’obiettivo di riferimento, la loro interpretazione e l’elaborazione di un giudizio che siano fondate e sufficientemente conclusive. Una competenza, infatti, come più volte ricordato, è costituita da una orchestrazione di risorse interne di fronte alle esigenze di un compito o di una tipologia di compiti particolare. Se l’analisi dei risultati delle prestazioni può aiutare a valutare la capacità di produrre determinati risultati, essa non può dire nulla del percorso attraverso il quale lo studente è stato capace di conseguirli. in altre parole, si dice che occorre non solo tener conto del prodotto finale, ma anche del processo che ha consentito di realizzarlo. informazioni sul processo possono essere fornite solo da strumenti osservativi attivati da altri e da narrazioni del diretto interessato. questo può anche evidenziare con il racconto non solo la successione dei passi che hanno condotto al risultato atteso, il perché delle scelte effettuate, la consapevolezza di eventuali errori, ma anche le risonanze interiori, le motivazioni, il senso di ciò che ha fatto. Così, nella pratica valutativa scolastica e formativa, vengono in genere valorizzate tre principali fonti informative: l’osservazione occasionale e sistematica, l’analisi attenta dei risultati conseguiti e l’auto-descrizione e l’autovalutazione dell’interessato. È opportuno infine ribadire che, in un processo valutativo, un conto è la raccolta di elementi informativi, di dati relativi alle manifestazioni di competenza, che si è stati in grado di acquisire, un altro conto è la loro lettura e interpretazione al fine di elaborare un giudizio comprensivo. Ambedue gli aspetti del processo valutativo esigono particolare attenzione. quanto alla raccolta di informazioni, occorre che queste siano pertinenti (cioè si riferiscano effettivamente a ciò che si deve valutare) e affidabili (cioè degne di fiducia, in quanto non distorte o mal raccolte). Ma LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 153 154 la loro lettura, interpretazione e valutazione, esige che preventivamente siano stati definiti i criteri in base ai quali ciò viene fatto; deve cioè essere indicato a che cosa si presta attenzione e si attribuisce valore e seguire effettivamente e validamente in tale apprezzamento i criteri determinati. l’elaborazione di un giudizio finale, che tenga conto dell’insieme delle manifestazioni di competenza, anche da un punto di vista evolutivo, non può certo basarsi su calcoli di tipo statistico, alla ricerca di medie: assume invece il carattere di un accertamento di presenza e di livello che deve essere sostenuto da elementi di prova (le informazioni raccolte) e da consenso (da parte di altri, in molti casi anche del soggetto valutato). Un giudizio, che risulti il più possibile degno di fiducia, sia per la metodologia valutativa adottata, sia per le qualità personali e professionali dei valutatori. 3. Il portfolio delle competenze: uno strumento fondamentale per la loro valutazione il termine portfolio, usato in ambito internazionale, soprattutto di lingua inglese, deriva dall’italiano “portafogli” (oppure “portafoglio”) e, come nel caso del corrispondente termine italiano, può riferirsi sia a un contenitore per raccogliere fogli di carta, disegni, biglietti di banca, ecc., sia alla lista di investimenti finanziari di una persona o di una ditta (portafoglio titoli), sia alla raccolta di richieste di preparazione di prodotti specifici (portafoglio ordini), sia a un ufficio ministeriale (portafoglio degli Affari esteri). Dalla metà degli Anni ottanta è sempre più invalso l’uso di denominare “portfolio” il particolare dispositivo valutativo che si avvale di una raccolta sistematica, a partire da specifici obiettivi e criteri, dei lavori realizzati da uno studente nel corso di una determinata pratica educativa. questa raccolta costituisce la documentazione di una serie di prestazioni, che permette poi un loro esame, interpretazione e valutazione al fine di inferire il livello raggiunto dalle competenze oggetto di apprendimento. nella pratica professionale, in particolare in quella segnata da competenze di natura artistica, era già consuetudine raccogliere in una cartella (spesso denominata in inglese book) esempi della propria migliore produzione, a testimonianza appunto delle competenze raggiunte in tale pratica professionale. qualcosa di analogo si poteva riscontrare nella pratica formativa professionale, specificatamente quando si trattava della produzione dei cosiddetti “capolavori”, o in quella dell’ap prendistato artigianale. il portfolio entra in tale tradizione, riconsiderandola, a partire dalle ricerche e dalle esperienze sviluppate nel corso degli ultimi decenni. il portfolio riguarda, dunque, fondamentalmente la raccolta della documentazione attestante ciò che lo studente sa, sa fare, sa essere o come egli sa stare con gli altri, più che quanto egli ancora non è in grado di affrontare. esso mira a trasformare la metodologia valutativa in modo da permettere la considerazione non solo di prestazioni finali puntuali, ma anche dei processi e delle strategie messe in LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 154 155 opera, dei progressi compiuti, delle circostanze e dei tempi nei quali le varie prestazioni sono state evidenziate. tramite questo dispositivo è possibile favorire una valutazione longitudinale comparativa realizzata sia da parte dell’insegnante, sia da parte dello studente, mediante il confronto tra quanto manifestato all’inizio di un percorso formativo e quanto è stato evidenziato nel tempo. in questo non solo si permette una valida valutazione formativa, che aiuta l’insegnante ad aggiustare il tiro sulla base dei risultati via via conseguiti, ma anche l’autovalutazione da parte dello studente e la collaborazione e la negoziazione tra docente e studente degli obiettivi da raggiungere. l’uso del portfolio si è diffuso, particolarmente nel mondo di lingua inglese, al fine di avere a disposizione uno strumento adatto alla certificazione e alla valutazione delle competenze effettivamente raggiunte. esso è stato ed è valorizzato come una fondamentale modalità di aiuto alla riflessione personale nelle attività di orientamento professionale. infatti, esso può presentarsi come un insieme di documenti scelti secondo particolari criteri ed accompagnati da riflessioni e descrizioni che illustrano il percorso seguito e gli sforzi praticati per la loro produzione ed ha lo scopo di rendere visibile non solo il risultato ottenuto ma anche il percorso che ne ha consentito il raggiungimento. Una delle ragioni che stanno alla base di un uso del portfolio si collega alla triangolazione dei dati, sopra richiamata: una metodologia che utilizza nella sua indagine una pluralità di metodi di raccolta delle informazioni e di forme di loro rappresentazione. l’uso del portfolio delle competenze può favorire quindi un valido e affidabile strumento circa la presenza e il livello raggiunto da una competenza, permettendo anche, a certe condizioni, una sua certificazione. le fonti informative, sulla base delle quali esprimere un giudizio di competenza, possono essere classificate secondo tre grandi ambiti specifici: quello relativo ai risultati ottenuti nello svolgimento di un compito; quello relativo a come lo studente è giunto a conseguire tali risultati; quello relativo alla percezione che lo studente ha del suo lavoro. in generale, la raccolta sistematica delle informazioni e la loro lettura e interpretazione permette di inferire se lo studente abbia raggiunto un certo livello di competenza in un ambito di attività specifico. per facilitare un giudizio finale comprensivo, spesso vengono predisposti quadri di riferimento che descrivono le manifestazioni di competenza secondo alcuni livelli di qualità o perfezione, dalla più elevata, ad una accettabile, ad una incerta o parziale.54 occorre precisare subito che, valutare complessivamente la presenza di una competenza e soprattutto il suo livello, non è facilmente inquadrabile in un sistema con voti decimali. Certo è possi- 54 È stato introdotto anche in italia l’uso delle cosiddette rubriche, o rubriche valutative, per descrivere i livelli di competenza nei vari ambiti. Si può consultare in merito il quinto capitolo del volume M. CAStolDi, Valutare le competenze, Roma, Carocci, 2009. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 155 156 bile trovare meccanismi di calcolo che permettono di giungere a sintetizzare in un voto numerico il giudizio finale; ma ciò, ai fini di una valutazione di competenza che sia valida ed efficace nella sua comunicazione, è assai poco significativo. occorre almeno allegare un supplemento alla pagella, che descriva quali competenze si è deciso di perseguire nell’attività formativa ai vari livelli di scolarità e come lo studente si collochi rispetto a tali riferimenti. tanto più che la normativa attuale prevede anche la certificazione delle competenze effettivamente acquisite.55 4. Il portfolio digitale, o eportfolio, per la valutazione e l’orientamento Un primo passaggio verso quello che oggi è denominato “eportfolio” o “portfolio elettronico” o “portfolio digitale” è stata la possibilità di raccogliere la documentazione attestante la competenza sviluppata in un ambito formativo o professionale sotto forma digitale. testi, immagini, audio, video potevano essere in questo modo resi disponibili in maniera agevole e con più facilità esaminati nella loro qualità. l’avvento poi e la diffusione delle tecnologie di rete ne hanno favorito un’ulteriore presenza di possibilità di utilizzo. Anche perché tali raccolte di dati informativi erano immediatamente accessibili da chiunque ne avesse interesse. negli ultimi anni anche in italia si è risvegliato l’interesse per l’uso del portfolio e di quello diretto alla valutazione delle competenze, soprattutto per l’avvento delle tecnologie digitali e di rete. Così si sono moltiplicate le pubblicazioni e le sperimentazioni in merito, soprattutto in ambito universitario, sia a fini valutativi sia di orientamento professionale e di studio (Galliani et alii, 2011; Giovannini, Riccioni, 2011; la Rocca, 2014). in coerenza con la tradizionale valorizzazione del portfolio i può intendere un eportfolio come “una raccolta sistematica di lavori realizzati o acquisiti in forma digitale (testi, immagini, audio, video, ...), che dimostri la progressione degli apprendimenti di uno studente” (triacca, 2013, 210). il suo valore formativo e orientativo è dato dalla possibilità di esaminare tale materiale informativo e documentario in maniera diacronica, collegando tale processo a una riflessione sempre più attenta circa lo sviluppo da una parte delle competenze evidenziate, dall’altra delle inclinazioni e prospettive future di studio o di lavoro. per questo un buon portfolio elettronico, come ogni buon portfolio, si presenta come un insieme di documenti scelti secondo specifici criteri e accompagnati da riflessioni e descrizioni che illustrano il percorso seguito e gli sforzi praticati per la loro produzione ed ha lo scopo di rendere visibile non solo il risultato ottenuto ma anche il percorso che ne ha consentito il raggiungimento. 55 A questo proposito occorre segnalare l’uso improprio del termine “certificazione”. Si tratta di giudizi la cui affidabilità dipende dalle evidenze che sono state utilizzate e dalla correttezza nella loro interpretazione, ma soprattutto da quanto i docenti o la scuola sono degni di fiducia nel contesto sociale e culturale della scuola, della città o del territorio più in generale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 156 157 “in sintesi, in ambito educativo, i docenti possono utilizzare l’eportfolio per osservare e valutare la progressiva acquisizione documentata delle competenze raggiunte dai propri allievi e possono riferirsi ad esso come ad una idea regolativa per la progettazione degli interventi didattici e dei curricoli formativi. Gli studenti possono impiegare l’eportfolio per riflettere sul proprio apprendimento e sui propri atteggiamenti, auto-valutandosi rispetto ai risultati raggiunti, o mancati, nelle varie fasi del percorso formativo. possono così migliorare la comprensione di se stessi e l’autostima per costruire, nel corso del tempo, quel bagaglio di competenze e metacompetenze che consentiranno loro di operare scelte lucide e responsabili per orientare il proprio progetto di vita” (la Rocca, 2014). i passaggi fondamentali che ne derivano possono essere così precisati: raccolta, selezione, riflessione, progettazione, proiezione. “la raccolta è considerata la prima attività che lo studente dovrà compiere, badando bene però a non collezionare ogni cosa, ma a tenere presente gli scopi e gli utenti finali del prodotto; la selezione dei documenti davvero importanti dovrà essere effettuata tenendo presenti gli obiettivi del curricolo scolastico; la riflessione riguarda l’attività che ciascuno studente dovrà svolgere in merito ad ogni documento inserito e che dovrà accompagnare il documento stesso; la proiezione riguarda la necessità di fare in modo che il portfolio guardi avanti, ovvero che non si limiti a descrivere lo status quo, ma che si sforzi di illustrare una prospettiva futura” (la Rocca, 2014). Rispetto a un portfolio cartaceo, che comunque ha sempre una sua validità, si possono citare alcune nuove possibilità. in primo luogo la presentazione delle conoscenze e delle fasi di sviluppo attraverso tutti i mezzi espressivi multimediali e dunque la possibilità di coinvolgere tutti canali sensoriali. poi, tramite link ipertestuali è possibile collegare i contenuti con gli obiettivi di apprendimento e con i criteri di valutazione. Si hanno ampie possibilità di memorizzazione, di protezione e di riproducibilità. Si possono includere colloqui e altre forme di di feedback indipendenti dal luogo e dal tempo con altri docenti, con compagni, con genitori, ecc. infine, la possibilità di valorizzare la rete, di favorire un utilizzo responsabile delle informazioni e del copyright reperibili e di comunicare attraverso di essa. l’introduzione di un eportfolio nella pratica scolastica o formativa può essere considerato da due punti di vista: da quello di una gestione dei processi di valutazione e di orientamento da parte dell’istituzione stessa, oppure di una gestione affidata al singolo studente con l’aiuto del docente. quanto al programma informatico che permette di costruire un portfolio, soprattutto nel secondo caso è possibile utilizzare applicazioni come Evernote, Dropbox, Google Drive. tuttavia, sembra emergere come valida ai vari livelli scolastici, formativi e universitari una risorsa specificatamente dedicata alla sua costruzione. Si tratta della piattaforma elaborata in nuova zelanda e disponibile in rete a titolo gratuito: Mahara56. 56 Cfr. https://mahara.org/ LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 157 158 Mahara nel linguaggio maori significa pensare o pensato. il progetto che prende tale nome è nato nel 2006 e ha coinvolto diverse università di Aukland e Wellington. la prospettiva adottata è stata quella di centrare l’attenzione sull’attività e la gestione dello studente più che sulle esigenze e la gestione da parte dell’istituzione di appartenenza. Di conseguenza viene offerto allo studente uno spazio di lavoro altamente personalizzabile da molti punti di vista. tale spazio prevede alcune sezioni fondamentali. tra queste una consente la presentazione di un proprio profilo: non solo dati personali, ma la descrizione della proprie competenze e delle proprie aspirazioni e progetti esistenziali. Un’ulteriore sezione permette l’inserimento dei propri artefatti (foto, video, testi, audio, documenti raccolti in rete) e tale sezione può essere articolato in cartelle e sottocartelle. in esse ciascun elemento può essere accompagnato da descrizioni e commenti. Ciascun elemento inoltre è segnato dalla data del suo caricamento e/o modifica. il fatto poi di essere un ambiente di lavoro personale implica che il titolare può decidere che cosa far vedere di tale materiale e a chi, persone singole o gruppi. A livello universitario è stato utilizzato in particolare ai fini dell’orientamento presso il Dipartimento di Scienze della Formazione la terza Università di Roma da Concetta la Rocca che ne ha presentato recentemente i risultati assai positivi; essa così riassumeva quanto constatato nell’esperienza realizzata: “l’esperienza è risultata molto positiva, così come si è rilevato dagli esiti dei questionari in ingresso e uscita somministrati agli studenti. nel merito si rileva che i ragazzi hanno recepito con grande chiarezza sia la modalità di costruzione dell’ep, dalla formulazione degli obiettivi all’utilizzo della piattaforma Mahara, sia la funzione dell’ep come strumento che li possa affiancare nel processo educativo costituendo un valido appoggio alla riflessione meta-cognitiva, sviluppata anche in un contesto relazionale, in funzione della determinazione delle proprie scelte formative. Un risultato molto interessante, non formulato esplicitamente nelle ipotesi di ricerca, ha riguardato il miglioramento che gli studenti hanno rilevato nel proprio utilizzo delle nuove tecnologie; questo dato sembra particolarmente interessante se si considera che la tipologia dell’utenza è senz’altro quella di ragazzi che hanno grande familiarità con i nuovi strumenti tecnologici”. Una sua sistematica valorizzazione nei corsi di laurea: “assolverebbe al compito di sostenere lo studente nella meta-riflessione e nella meta-cognizione e gli fornirebbe elementi sui quali riflettere nell’ottica di un orientamento in itinere e diacronico-formativo nell’ambito dell’iter accademico”. È stato anche suggerito di collegare le possibilità di sviluppo personale di un eportfolio a quello di ambienti personali di apprendimento. lorella Giannandrea così descrive questa possibilità: “le nuove potenzialità offerte dall’uso della rete internet stanno aprendo prospettive e punti di vista innovativi. la diffusione sempre più capillare di siti di social networking e di spazi in cui i soggetti possono inserire raccolte di materiali personali (foto, video, profili), etichettandole e rendendole pubbliche, permette di utilizzare questi strumenti come delle repository, dei depositi on line che consentono al soggetto di presentare il proprio punto di LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 158 159 vista, di comunicare le proprie risorse, in un certo senso di definire una propria ‘identità digitale’. Si arriva così all’idea di ambienti di apprendimento on line ‘personalizzati” e gestiti direttamente dal soggetto’. Si possono così proporre programmi che “hanno lo scopo dichiarato di aiutare gli utenti a costruire e gestire un percorso di apprendimento fatto su misura per ciascuno, che sfrutti tutte le risorse disponibili nei tradizionali ambienti on line, ma che consenta anche la relazione con altri individui impegnati nello stesso percorso formativo, allo scopo di supportare l’apprendimento attraverso una rete sociale” (Giannadrea, 2012, 286-287).57 57 programmi di questo tipo tendono a sviluppare ambienti che prendono il nome di PLE - Personal Learning Environment. (http://elgg.org/) è un esempio di questi sistemi software, che comprendono funzionalità tipiche degli applicativi del Web 2.0. Figura n. 1 - Come si presenta la piattaforma Mahara tradotta e utilizzata da Concetta La Rocca. Breve descrizione di Mahara Mahara è un software open source per la produzione di eportfolio, fornisce strumenti per realizzare e mantenere un portfolio digitale e propone funzioni di social networking per consentire di interagire e creare comunità di apprendimento on line. le caratteristiche principali di Mahara, sono: File Repository - Mahara include un file repository che permette agli utenti di: Creare cartelle e sub cartelle per strutturare il portfolio Caricare più file in modo rapido ed efficiente inserire ad ogni file il nome e una breve descrizione Gestire i propri file LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 159 160 5. La valutazione delle competenze digitali Dobbiamo ad Antonio Calvani, Antonio Fini e Maria Ranieri (Calvani, Fini, Ranieri, 2011) lo sviluppo di un progetto di valutazione delle competenze digitali in un contesto scolastico o formativo. essi partono dalla definizione europea di competenza digitale e, tenendo conto delle varie ricerche realizzate in tale contesto, e di cui abbiamo dato conto nel secondo capitolo, valorizzano a tal fine la sintesi da loro elaborata. essa porta a considerare la competenza digitale come dovuta a un’integrazione tra tre sue dimensioni fondamentali: tecnologica, cognitiva ed etica. Come abbiamo già riportato, la dimensione tecnologica include un insieme di abilità e nozioni di base, in particolare quelle che consentono di valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni, integrate con la capacità di scegliere tecnologie opportune per affrontare problemi reali. tale dimensione include anche atteggiamenti e modi di porsi. la dimensione cognitiva riguarda la capacità di leggere, selezionare, interpretare e valutare dati, costruire modelli astratti e valutare informazioni considerando la loro Blog - Mahara consente agli utenti di: Creare un blog utilizzando un editor WySiWyG Allegare file ai messaggi incorporare le immagini ai post Configurare i commenti che possono essere ricevuti sul blog Social networking - Mahara fornisce una struttura di social networking in cui gli utenti possono creare e mantenere una lista di amici all’interno del proprio eportfolio. Curriculum Vitae - Mahara include un sistema che permette di creare un CV digitale inserendo le informazioni, quali: Contatti e informazioni personali occupazione e istruzione Certificazioni, accreditamenti e riconoscimenti libri e pubblicazioni, iscrizioni ad associazioni professionali Conoscenze, competenze e abilità possedute Informazioni sul profilo - in Mahara gli utenti sono in grado di condividere le informazioni attraverso una serie di informazioni sul profilo, tra cui: nome preferiti iD studente indirizzo postale e numeri di telefono di contatto Skype, MSn, yahoo Amministrazione - Gli amministratori sono in grado di personalizzare Mahara attraverso una serie di impostazioni di configurazione, tra cui: pacchetti lingua e temi Virus protocollo Metodi di autenticazione Core editor di pagina interfaccia con Moodle – Mahara prevede una condivisione con la piattaforma Moodle, con un solo nome utente e password l’utente può entrare in entrambi gli ambienti. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 160 161 pertinenza e affidabilità. Sono considerati tre indicatori principali: capacità di reperimento e selezione dell’informazione; valutazione critica; organizzazione, sistematizzazione. la dimensione etica evoca la responsabilità sociale nel sapersi porre nei rapporti con gli altri, rispettandone i diritti e comportandosi in maniera positiva nel cyberspazio anche tenendo conto della tutela personale. A questo fine sono stati sviluppati alcuni strumenti di raccolta di informazioni relative allo sviluppo personale di tali dimensioni. Uno di questi è stato definito iDCA (instant Digital Competence Assesment) in quanto pensato come un mezzo rapido di verifica di facile somministrazione e gestione. esso valorizza una serie d’indicatori che permettono di inferire il livello di sviluppo della competenza digitale nelle sue tre dimensioni fondamentali. per la dimensione tecnologica sono stati scelti tre indicatori: la capacità di identificare interfacce e simboli; la capacità di risolvere i problemi tecnici più comuni; la comprensione concettuale della tecnologia. per la dimensione cognitiva gli indicatori sono cinque: il saper operare con il testo (riassumere, rappresentare, analizzare); il saper selezionare e interpretare grafici; il saper valutare l’informazione; saper organizzare i dati (inserire, ordinare e classificare dati strutturati); saper cogliere aspetti di logica formale. per la dimensione etica sono tre gli indicatori: garantire la salvaguardia della propria privacy; il rispetto degli altri in rete; la consapevolezza delle differenze sociali e tecnologiche. A ciascun indicatore sono collegate prove elaborate e validate per i vari livelli scolastici. Ad esempio, è disponibile una versione per soggetti del primo biennio del secondo ciclo di istruzione e formazione, utilizzabile sia mediante supporti cartacei, sia direttamente on line. Un secondo strumento di valutazione tiene conto della necessità di avere a disposizione anche la possibilità di cogliere i comportamenti degli studenti in situazioni più complesse, quali si possono incontrare quotidianamente. Si tratta di cinque tipologie di prove relative ad ambiti riferibili all’esplorazione, alla simulazione, alla ricerca, alla collaborazione, alla partecipazione. per l’esplorazione lo studente deve confrontarsi con un’interfaccia tecnologica sconosciuta che deve imparare a padroneggiare; per la simulazione si chiede di elaborare sperimentalmente dei dati formulando ipotesi sulle relazioni possibili; per la ricerca si tratta di raccogliere e selezionare criticamente informazioni pertinenti e affidabili intorno a un tema prefissato; per la collaborazione si deve partecipare a una compilazione collaborativa di un documento, inserendo apporti personali, revisioni, commenti; per la partecipazione si devono individuare i comportamenti più appropriati relativamente alla presenza on line in ambienti di social networking. Di questo secondo strumento esiste anche una versione corta che per ogni ambito presenta una situazione spiegata in modo sintetico (e denominata scenario) attraverso esempi di videate e testo correlato. Segue una serie di domande a risposta chiusa o aperta. Uno sviluppo possibile dell’uso di tali strumenti sta nel raccogliere le prestazioni degli studenti per mezzo del loro eportfolio personale in una sezione riferibile allo sviluppo della propria competenza digitale. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 161 163 Conclusione A conclusione della nostra indagine sembra emergere come decisiva la necessità di invertire la prospettiva di analisi da molti adottata: partire dalla considerazione delle tecnologie digitali, in particolare mobili, e delle opportunità, affordance, che esse offrono, per esaminare le problematiche relative la loro inserimento nei percorsi istruttivi e formativi del secondo ciclo del sistema d’educazione italiano. Si ritiene, invece, necessario tener conto in primo luogo delle finalità fondamentali e degli obiettivi di apprendimento essenziali che li caratterizzano, riletti, certo, nel contesto culturale, tecnologico e comunicativo attuale, per rimanere fedeli all’identità propria dell’istituzione educativa nella quale ci si trova ad operare. nell’esaminare la letteratura anche di ricerca, infatti, ci si trova spesso di fronte a una forma di argomentazione per lo meno problematica, se non fallace. essa può essere così riassunta: le tecnologie digitali mobili offrono nuove, più potenti e incidenti opportunità per realizzare alcune aspirazioni che nel tempo sono state invocate da pedagogisti ed esperti di didattica come personalizzazione dei percorsi educativi, adattamento dei metodi ai singoli studenti, collaborazione nello studio e nella produzione di artefatti, apertura dell’ambiente formale a esperienze informali, possibilità di comunicare e dialogare, sviluppo di metodi didattici basati su ricerca e scoperta, ecc. Data la ricchezza di opportunità offerte, l’attività di educazione scolastica o di formazione dovrebbe di conseguenza appoggiarsi fortemente su di esse per innovare e trasformare in profondità i propri contesti organizzativi, gli ambienti e i processi di apprendimento, i metodi e le forme d’insegnamento, sfruttandole al massimo. Se, poi, le esperienze, come le sperimentazioni e le ricerche più sistematiche, non danno gli esiti sperati in termini di risultati di apprendimento, la colpa viene allora attribuita ai metodi didattici seguiti. l’ipotesi, mai messa in discussione, è che la presenza di tali tecnologie impone una diversa didattica, più collaborativa, più basata su processi di ricerca e produzione, condotti quanto più possibile in autonomia, ispirantesi al cosiddetto costruttivismo sociale. Si dovrebbe quindi bandire ogni forma di insegnamento diretto, esplicito, sistematico chiaramente finalizzato in ogni passaggio, giungendo a ridicolizzanlo come come tradizionale, sorpassato, banale. in tale contesto, tenendo conto della letteratura esaminata e delle esperienze prese in considerazione, emerge come prospettiva essenziale ai fini di una integrazione valida e feconda di tali tecnologie nel contesto scolastico o formativo l’attività di progettazione educativa e didattica che ai vari livelli, ma soprattutto a livello di singoli curricoli d’apprendimento, l’istituzione formativa deve mettere in atto, tenere conto: delle finalità educative e formative dell’istituzione stessa; degli obiettivi generali e specifici che la normativa vigente indica per i vari canali istruttivi e formativi; delle caratteristiche peculia- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 163 164 ri degli studenti convolti e del loro effettivo stato di preparazione in vista del raggiungimento di tali obiettivi; delle risorse disponibili in termini di spazi, tempi, strumenti comunicativi effettivamente disponibili; delle competenze metodologiche che i docenti sono in grado di attivare nella quotidianità del loro lavoro. l’esplorazione sistematica condotta nel corso di questa indagine ha portato quindi a individuare come elemento centrale della problematica derivante dall’impatto delle tecnologie digitali mobili nei processi educativi scolastici e formativi proprio l’azione progettuale di dirigenti e docenti. Come principio di riferimento è stato poi individuato quello di promuovere più che una radicale trasformazione della realtà educativa a causa della loro presenza, quello di sviluppare una valida e feconda integrazione di tali strumenti nel progetto formativo proprio dell’istituzione ai suoi vari livelli di attuazione. Di seguito si cerca di esplicitare tale principio applicandolo ai differenti ambiti progettuali. 1) Integrare il quadro delle finalità educative e formative con l’esigenza di sviluppo delle competenze digitali. in una istituzione educativa scolastica o formativa il primo ambito progettuale, quello che dovrebbe costituire la sua identità e il riferimento fondamentale per una sua valutazione interna ed esterna, è il suo progetto educativo istituzionale (pei), o piano dell’offerta formativa (poF). esso comprende le finalità generali che la comunità educativa si propone di conseguire attraverso il suo impegno educativo ai vari livelli. tenendo conto del quadro europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente, ma più ancora della domanda formativa che emerge nel contesto sociale, culturale e professionale attuale, occorre che sia ben esplicitato il ruolo che, all’interno deglie altri ambiti di finalità educative, deve assumere uno sviluppo valido e funzionale della competenza digitale. non si tratta tanto di descrivere il rilievo che verrà dato alla presenza delle tecnologie digitali nel contesto formativo, quanto il senso che si intende attribuire a una loro valorizzazione. in particolare, va sottolineata l’importanza di aiutare i giovani a passare da un loro uso informale per comunicare, giocare, esplorare, a una loro utilizzazione finalizzata e sistematica in un contesto di studio o di lavoro. A questo fine ne va sollecitata la capacità di un loro utilizzo autonomo e responsabile, tenendo conto delle tre fondamentali dimensioni di tale competenza: quella tecnica, quella cognitiva e, soprattutto, quella etica. Dovrebbe essere chiarita anche l’importanza dello sviluppo di tali competenze digitali e dell’arricchimento nel loro contesto di esperienze produttive, non solo consumistiche, ai fini di una incisiva promozione dell’orientamento professionale e dell’occupabilità a favore dei singoli studenti. 2) Integrare la comunità educativa reale considerata nelle sue varie articolazioni con lo sviluppo di una comunità virtuale secondo le stesse articolazioni. il secondo ambito progettuale concerne la natura e dinamica stessa della comunità educativa o formativa. questa è costituita dalle sue varie componenti: dirigenza e servizi generali (anche amministrativi), docenti, studenti, famiglie, territorio nel quale si è in- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 164 165 seriti. il sistema di relazioni che si intende e si riesce ad attivare, la qualità di tali rapporti interpersonali e istituzionali che lo caratterizzano, la partecipazione responsabile delle sue varie componenti nella progettazione, realizzazione e valutazione dell’attività educativa o formativa, il clima che si può cogliere a livello generale, come nelle singole attività e nel contesto dell’attività didattica, la tempestiva e valida comunicazione tra le varie componenti della comunità, costituiscono certamente la piattaforma fondamentale di ogni impresa educativa. le ricerche e le esperienze che abbiamo esaminato inducono a ritenere fondata la prospettiva che lo sviluppo di un sistema di comunicazione virtuale accanto a quello reale possa potenziare sia nella qualità, sia nella continuità, sia nell’incisività, la realtà viva della comunità. Un buon sistema di comunicazione, basato sulle tecnologie digitali mobili, tra direzione, collegi docenti, consigli di classe, singoli docenti, studenti e loro famiglie può rendere ancora più efficaci gli incontri a livello personale, come a livello comunitario. non solo, ma ne permette una buona preparazione e un loro prolungamento nel tempo e nello spazio. 3) Integrare in maniera valida e funzionale gli ambienti e le attività educative e formative con la presenza delle tecnologie digitali, in particolare mobili. il terzo ambito progettuale riguarda gli ambienti di apprendimento e l’organizzazione generale dell’attività formativa. qui emerge subito una indicazione precisa: favorire una prospettiva che abbiamo definito di natura ibrida, una prospettiva che tende a integrare forme tradizionali di comunicazione e di insegnamento con forme legate alla presenza di tecnologie digitali mobili. Sembra ragionevole non tendere a una uniformizzazione delle risorse, dei contesti e degli ambienti, bensì cercare di renderli il più possibile flessibili e adattabili alle modalità didattiche ed esigenze dei singoli docenti e delle differenti discipline di insegnamento, rimanendo aperti alla prospettiva di ulteriori trasformazioni future delle tecnologie. Se si sceglie di accostare in maniera intelligente quella che viene chiamata la cultura del libro alla cultura dello schermo, occorre dare spazi anche fisici adatti alla possibilità di una proficua integrazione tra ciò che può favorire un pensiero veloce, intuitivo e manipolatorio e ciò che sollecita pensieri lenti, riflessivi, critici. Ciò viene reso possibile dall’esperienza e dal confronto stesso tra la molteplicità dei sistemi di comunicazione, anche per favorire una più perspicua attenzione e ciò che essi propongono. l’idea fondamentale è che ambienti, risorse, strumenti devono esser messi a disposizione per favorire il raggiungimento delle finalità educative degli obiettivi didattici senza pregiudicare metodi e scelte che il singolo docente e un gruppo di docenti deve fare. inoltre, occorre considerare che non tutti i docenti sono in grado, o per precedente formazione o per sensibilità personale, di valorizzare in maniera proficua e valida nel loro impegno didattico tali tecnologie. occorre considerare anche dal punto di vista organizzativo un loro uso continuo, intenso ed efficace, ad una loro utilizzazione più sporadica e mirata verso obiettivi specifici. A questo fine viene suggerito anche di favorire l’organizzazione di aule dedicate a singoli docenti o almeno a singole discipline, per- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 165 166 mettendo quindi agli insegnanti di organizzare il loro ambiente di lavoro, anche perché essi rimangono, insieme al consiglio di classe, i primi e fondamentali responsabili dell’apprendimento dei loro studenti. 4) Integrare i percorsi educativi e formativi con attività ed esperienze legate alla valorizzazione delle tecnologie digitali mobili, anche in vista dello sviluppo della capacità di autoregolazione del proprio apprendimento in contesti da esse arricchiti. il quarto ambito progettuale riguarda i percorsi didattici da attivare e gli obiettivi che attraverso di essi si vogliono conseguire. occorre garantire che per ogni studente nell’esperienza di classe e di istituto ci siano adeguati momenti di apprendimento finalizzato e sistematico, attuato con una valorizzazione intelligente e funzionale delle tecnologie mobili. non solo, ma che nel corso della sua vita scolastica o formativa egli possa sperimentare spazi progressivi, tenendo conto dell’età e del livello scolare, di lavoro autonomo e collaborativo, che metta in gioco lo sviluppo della capacità di autoregolazione del proprio apprendimento nel contesto proprio dell’utilizzazione delle tecnologie digitali mobili. Come le indagini sociologiche hanno messo in evidenza il cittadino contemporaneo nella sua attività sia di relazione, sia professionale valorizza una molteplicità di canali informativi e comunicativi e nello studio, e nel lavoro, e nella vita quotidiana. promuovere la capacità di gestire se stessi in un contesto culturale e comunicativo nel quale all’interazione diretta e alla relazione interpersonale si associa l’interazione mediata e la fruizione di una molteplicità di fonti informative e conoscitive, costituisce una delle priorità educative dei nostri tempi. Così i percorsi formativi proposti devono favorire l’esperienza guidata e la progressiva competenza nel valorizzare le varie possibilità di comunicazione sia faccia a faccia, sia tramite dispositivi digitali, in maniera valida e produttiva. 5) Integrare nella progettazione didattica, nella realizzazione delle lezioni e nella valutazione degli apprendimenti disciplinari l’utilizzo delle tecnologie digitali mobili. il quinto ambito progettuale riguarda i metodi stessi di insegnamento che il singolo docente intende valorizzare nella sua attività didattica. in tale attività egli deve tenere conto: delle finalità educative o formative dell’istituzione a cui appartiene; degli obiettivi generali e specifici che la normativa vigente indica per i vari canali istruttivi e formativi; delle caratteristiche peculiari degli studenti convolti e del loro effettivo stato di preparazione in vista del raggiungimento di tali obiettivi; delle risorse disponibili in termini di spazi, tempi, strumenti comunicativi effettivamente disponibili; delle competenze metodologiche che egli è in grado di attivare nel suo lavoro e dei risultati che tramite esse riesce a conseguire, in base alla sua esperienza e ai riscontri che via via può raccogliere. le metodologie disponibili vanno da un insegnamento diretto ed esplicito a un insegnamento indiretto e basato su ricerca, coproduzione e condivisione. Ciascuna di queste metodologie può valorizzare strumenti e materiali di diverse natura: da libri e dispense, al web e risorse disponibili in rete. Usando una metafora medica, la dieta che LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 166 167 l’insegnante progetta, dovrebbe basarsi da una parte su una diagnosi funzionale dello stato di preparazione dei suoi studenti e, dall’altra, sulle conoscenze e competenze che intende promuovere. quanto alle modalità di attuazione, come abbiamo visto, anche una nota studiosa come Diana laurillard ha suggerito di attivare una vera e propria conversazione tra docente e studenti e degli studenti tra di loro nel contesto della quale all’interazione diretta interpersonale si accompagna quella indiretta tramite i vari strumenti di comunicazione. quanto alle forme che può assumere questa conversazione essa ne ha citate sette, centrando l’attenzione sui processi di apprendimento attivati e segnalando le tecnologie tradizionali e innovative che possono essere valorizzate. Ricordiamoli brevemente, riportando la sua tabella. l’uso delle tecnologie tradizionali può così essere opportunamente integrata o alternata con l’utilizzo di quelle digitali. Apprendimento attraverso Tecnologie tradizionali Tecnologie digitali Acquisizione Lettura di libri, dispense; ascolto delle esposizioni e spiegazioni del docente, osservazione di dimostrazioni pratiche Fruizione di prodotti multimediali, di siti web, fonti e documenti digitali. Ascolto di podcast; visione di video e animazioni Ricerca Uso di guide stampate per lo studio e la ricerca. Esame delle idee e informazioni tramite risorse stampate e altri materiali. Uso di strumenti e materiali tradizionali per raccogliere, confrontare testi. esaminare e valutare fonti. Uso di guide e suggerimenti disponibili on line; Esame delle idee e delle informazioni tramite risorse digitali. Uso di strumenti digitali per raccogliere, confrontare testi, esaminare e valutare fonti. Pratica Esercizi applicativi, realizzazione di progetti operativi, laboratori, viaggi di studio, attività di role-play faccia a faccia. Uso on line di modelli digitali, di simulazioni, di micromondi, di laboratori virtuali, di viaggi, di attività di role-play. Produzione Produzione di artefatti sotto forma di testi, saggi, rapporti, relazioni di attività svolte, progetti, performance, animazioni, modelli, video. Produzione e memorizzazione sotto forma digitale di documenti, progetti grafici, modelli, artefatti, animazioni, slides, performance, foto, video, blogs e portfolio. Discussione Tutoriali, seminari, discussioni tramite email, gruppi di discussione, discussioni in classe. Tutoriali on line, forme sincrone e asincrone di seminari, di gruppi di discussione, forum, conferenze via web. Collaborazione Progetti di piccoli gruppi, analisi e valutazione di risultati altrui, costruire insieme un prodotto Attraverso il web realizzazione di progetti; forum on line, wiki, chat, per esaminare produzione altrui e costruire propri prodotti LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 167 169 Riferimenti bibliografici ARRiGo M. (2013), Apprendere con le tecnologie mobili, in D. peRSiCo, V. MiDoRo (eds.), Pedagogia nell’era digitale, ortona, Menabò, 77-82. AUSUBelD.p. (1978), Educazione e processi cognitivi, Milano, FrancoAngeli. BACH J., HoUDé o., lénA p., tiSSeRon S. (2013), L’enfant et les écrans. Avis de l’Académie des sciences, parigi, le pommier. BAGnARA S. et alii (2014), Apprendere in digitale, Milano, Guerini e Ass. BARDi D. (2014), La classe scomposta, Milano, nova Multimedia editore. BeRGe z. l., l.y. MUilenBURG (eds.) (2013), Handbook of Mobile Learning, new york, Routledge. BeRtAGnA G. (2004), Valutare tutti, valutare ciascuno, Brescia, la Scuola. BeRtAGnA G. 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Apprendimento in contesto informale Apprendimento risultante dalle attività della vita quotidiana legate al lavoro, alla famiglia o al tempo libero. non è strutturato (in termini di obiettivi di apprendimento, di tempi o di risorse) e di norma non sfocia in una certificazione. l’apprendimento informale può essere intenzionale, ma nella maggior parte dei casi non lo è (casuale). Apprendimento in contesto non formale Apprendimento che si realizza nell’ambito di attività pianificate non specificamente concepite come apprendimento (in termini di obiettivi, di tempi o di sostegno all’apprendimento). l’apprendimento non formale non sfocia di norma in una certificazione. l’apprendimento non formale, a volte denominato “apprendimento semistrutturato”, è intenzionale dal punto di vista del discente. Apprendimento ubiquo (Ubiquitous learning) qualsiasi forma di apprendimento che può aver luogo in un qualunque contesto o situazione attraverso l’uso di dispositivi mobili. Apprendimento ibrido Vedi blended learning Blended learning (o apprendimento misto) indica la combinazione di una molteplicità di approcci all’insegnamento e apprendimento. in particolare si può realizzare integrando la didattica d’aula con la formazione on line. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 173 174 Blog il termine blog deriva dalla contrazione di web log e indica una tipologia di applicazioni funzionali alla scrittura on line. Attraverso un blog è possibile scrivere, pubblicare e condividere facilmente note, pensieri, riflessioni, testi di qualunque tipo, all’interno di una pagina web. Bring your own device (ByoD, porta il tuo dispositivo) espressione impiegata per indicare le politiche aziendali che consentono di utilizzare i propri dispositivi personali sul posto di lavoro per accedere alle informazioni aziendali e alle loro applicazioni. Si parla di ByoD anche in ambito educativo per riferirsi a pratiche analoghe consentite agli studenti a scuola. Carico cognitivo Designa la quantità totale di attività imposta alla memoria di lavoro in un dato istante. Si distingue tra carico cognitivo estraneo, ossia associato a processi non direttamente legati all’apprendimento, carico cognitivo intrinseco, che è determinato dall’interazione tra la natura dei contenuti didattici e il livello di expertise dell’allievo e, infine, carico cognitivo rilevante che è legato a processi strettamente pertinenti alle attività di apprendimento. Certificazione dei risultati di apprendimento Rilascio di un certificato, un diploma o un titolo che attesta formalmente che un ente competente ha accertato e convalidato un insieme di risultati dell’apprendimento (conoscenze, know-how, abilità e/o competenze) conseguiti da un individuo rispetto a uno standard prestabilito. la certificazione può convalidare i risultati dell’apprendimento conseguiti in contesti formali, non formali o informali. Cloud computing (elaborazione attraverso la nuvola) indica un insieme di tecnologie informatiche basate sul Web 2.0, caratterizzato da un elevato livello di interazione tra gli utenti della rete, che spesso hanno necessità di collaborare e condividere risorse digitali (uso della nuvola informatica). in pratica si utilizza una rete di server remoti ospitati su internet, anziché su un server locale o un personal computer, per memorizzare, archiviare, gestire ed elaborare i dati. Competenza Comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. nel contesto del quadro europeo delle qualifiche le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia. Competenza digitale l’insieme delle abilità, conoscenze, disposizioni, atteggiamenti che l’individuo può mobilitare per un uso consapevole, critico ed efficace delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nei diversi ambiti della vita. implica la capacità di affrontare problemi tecnologici, di selezionare e valutare informazioni affidabili e di collaborare in modo responsabile e attivo per la costruzione di conoscenza condivisa e la pratica della cittadinanza attiva. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 174 175 Comunità di pratica espressione coniata da lave e Wenger nei primi Anni ‘90 per indicare un gruppo di persone che condividono un interesse comune intorno a problemi associati alla pratica professionale e che si impegnano nello scambio graduale e progressivo di esperienze e conoscenze. tre sono gli elementi che caratterizzano questi gruppi: un’identità definita sulla base di un interesse condiviso; il senso di appartenenza ad una comunità in cui i partecipanti si aiutano reciprocamente; la condivisione delle pratiche e non solo degli interessi. Connettivismo orientamento teorico che pone l’accento sulla dimensione sociale e culturale dell’apprendimento e che interpreta quest’ultimo come un processo di creazione di connessioni tra nodi specializzati o fonti di informazione di varia natura. Cyberspazio termine coniato dallo scrittore canadese William Gibson e reso noto dal suo romanzo Neuromancer, pubblicato nel 1984. oggi viene comunemente utilizzato per indicare lo spazio virtuale generato dall’interconnessione globale dei computer. Digital divide espressione che in prima approssimazione sta a indicare il divario esistente tra coloro che hanno accesso alle tecnologie dell’informazione e della Comunicazione (tiC) e coloro che non lo hanno. in un’accezione più articolata, esso rappresenta il divario tra individui, organizzazioni e aree geografiche non solo rispetto all’accesso alle tiC (accesso tecnico), ma anche in relazione alle conoscenze e capacità necessarie per beneficiare delle tiC (accesso sociale). Digitale in generale, l’aggettivo digitale si applica a tutti i tipi di informazioni che sono rappresentate utilizzando numeri. tipici dispositivi digitali sono i computer. È solitamente contrapposto ad analogico, soprattutto quando si vuole evidenziare un’altra caratteristica, ovvero il suo operare con insiemi finiti, numerabili e discreti, laddove le grandezze analogiche sono invece infinite e non numerabili. nella sua accezione più estesa, il termine si riferisce al mondo dei dispositivi (computer, telefoni, lettori musicali, televisori, ecc.) i quali, tutti basati su tecnologia digitale, costituiscono oggi un insieme di apparecchiature, spesso interconnesse, che sono entrate nella vita quotidiana di molte persone e ne caratterizzano comportamenti individuali e sociali. il termine «analogico» invece deriva da analogiaj ovvero riguarda la rappresentazione di una qualsiasi grandezza fisica mediante, appunto, un’analogia. Ad esempio la lancetta dell’orologio forma angoli analoghi al trascorrere del tempo, mentre la lancetta di un tachimetro è analoga all’aumentare della velocità. Dal momento che l’equivalente numerico di una grandezza digitale è un numero reale (quindi con un numero infinito di decimali, in teoria) le informazioni analogiche devono essere convertite in forma digitale per poter essere trattate dai computer. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 175 176 E-book (electronic book, libro elettronico) libro in formato elettronico che può essere letto sul personal computer o su un apposito lettore. E-Learning (electronic learning, apprendimento elettronico) neologismo coniato agli inizi del 2000, sta ad indicare un complesso di metodologie volte ad impiegare le tiC, in maniera da offrire ad allievi liberi da vincoli di tempo e di spazio i dispositivi di cui un ambiente di apprendimento normalmente si avvale (risorse informative, stimoli all’apprendimento, interazioni con docenti e/o compagni). Google App (Applicazioni offerte da Google) qualunque utente registrato può utilizzare un insieme di applicazioni rese disponibili da Google: Google calendar, Google Drive, Google doc, Google blogger, Google traduttore, Google foto, Google libri. ICT (o TIC) Con iCt (information and Communication technology), o con l’equivalente italiano tiC (tecnologie dell’informazione e della Comunicazione), si intende in senso generale tutto quanto ha che fare con le tecnologie dell’informazione (informatica) e della comunicazione. il collegamento tra queste tecnologie è reso sempre più evidente dall’esteso uso delle reti come internet e della convergenza verso il digitale (tV, telefonia, fotografia, audio, video). lo sviluppo delle iCt ha seguito delle fasi caratteristiche: negli Anni Settanta vi erano grandi computer utilizzati solo in ambito specialistico (per il loro uso occorre essere esperti programmatori); negli Anni ottanta si assistette all’avvento del personal computer, di uso familiare con sviluppo di software cosiddetti «di produttività individuale», come programmi per scrivere, disegnare, archiviare dati, ecc.; nei primi Anni novanta si assiste invece a un’esplosione della multimedialità, cioè i computer diventano capaci di gestire anche immagini, suoni, video, in virtù della maggiore velocità e capacità di memoria; dalla metà degli Anni novanta si è avuto lo sviluppo di internet, il computer diventa così soprattutto uno strumento di comunicazione; dai primi anni del XXi secolo si ha lo sviluppo di nuovi strumenti in internet (come blog, podcasting, ambienti di condivisione) il cui complesso caratterizza il cosiddetto web 2.0. Gli sviluppi attuali riguardano soprattutto l’integrazione in rete di dispositivi mobili come telefoni cellulari avanzati (i cosiddetti smartphone), netbook (computer molto piccoli e leggeri destinati all’uso in rete), lettori di libri e documenti in formato elettronico (e-book) e altri apparecchi specializzati. Learning Object la metafora comunemente usata per spiegare il concetto è quella dei leGo: l’idea è di creare dei mattoni per l’apprendimento che possono essere assemblati in costruzioni più estese e riutilizzati in altri contesti. in questo senso, i learning object sono le più piccole unità didattiche autoconsistenti, ossia oggetti formativi di entità minima che si focalizzano su obiettivi specifici di apprendimento. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 176 177 Learning Management System (LMS) Architettura portante di un progetto di e-learning o mobile learning dato che permette di erogare e gestire formazione on line, monitorando le attività e i progressi dei discenti e consentendo loro di personalizzare il proprio percorso formativo. Una piattaforma lMS gestisce anche procedure complesse di iscrizione e conferma per corsi sia on line che in presenza, integrando quindi più canali didattici, tradizionali e on line, in un sistema gestito centralmente. Microlearning Consiste in momenti o episodi di apprendimento focalizzati su uno specifico compito o contenuto, e articolato in brevi fasi. Mobile cloud learning il mobile cloud learning è il risultato dell’unione tra il cloud computing e il mobile learning. le risorse di apprendimento vengono archiviate nel cloud e i discenti vi possono accedere tramite un dispositivo mobile connesso alla rete. Motivazione Spesso il termine motivazione è usato secondo due prospettive di significato molto differenti. il primo riguarda lo stato momentaneo, il qui e ora della motivazione. e in ciò svolge un ruolo essenziale sia la condizione fisica, sia lo stato emozionale, sia la relazione in essere con le cose o le persone. tuttavia l’emergere di questo stato motivazionale deriva in gran parte da motivazioni, intese come disposizioni abbastanza stabili della persona, come atteggiamenti, motivi, valori. Si distingue tra motivazioni intrinseche ed estrinseche. la prime indicano bisogni profondi della persona umana almeno in tre ambiti particolari: utonomia, competenza, relazionalità. oggi a questi si aggiunge il bisogno di senso e prospettiva esistenziale che può informare e orientare i primi tre. Contrapposte a queste si evocano le cosiddette motivazioni estrinseche, come desiderio di ricchezza, onore, fama, popolarità, potere. Favorire l’integrazione positiva tra motivazioni intrinseche ed estrinseche è compito proprio di ogni processo educativo e autoeducativo. Anche perché molte ricerche hanno messo in luce il fatto che l’insistere su motivazioni estrinseche può affievolire le motivazioni intrinseche che guidano le nostre azioni. quanto allo stato motivazionale, esso va riferito alla relazione che si viene a stabilire tra il soggetto e la situazione quale è da lui percepita. questa sollecita più o meno fortemente un suo intervento migliorativo sulla base dell’interpretazione che egli ne dà. l’intenzione di agire e la definizione del compito da svolgere, deriva proprio dall’interazione tra le disposizioni interne del soggetto (conoscenze, motivi, valori, competenze,...) e la lettura che egli ne fà. Di qui deriva la spinta a intervenire e la direzione che viene assunta da tale intervento. in questo ambito viene anche rivalutato il ruolo dei cosiddetti “abiti”, cioè delle tendenze all’azione in determinati contesti, sviluppatesi nel tempo attraverso l’esperienza, l’esercizio e la riflessione sul valore personale di tali modi di agire. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 177 178 MP3 l’acronimo Mp3 (per esteso Moving picture expert Group-1/2 Audio layer 3) si riferisce ad una tecnologia per la compressione e la decompressione di file audio, che permette di mantenere una perfetta fedeltà e qualità anche riducendo il file audio di ben 12 volte la lunghezza originale. Ad esempio, un file che contiene 5 minuti di musica stereo passa dai 60 Mb del file originale, ai soli 5 Mb del file Mp3, pur conservando la stessa qualità che si otterrebbe da un CD audio. Multitasking il termine deriva dal lessico informatico, ma si ritrova ormai spesso applicato alle neuroscienze per indicare la capacità del cervello umano di svolgere più compiti simultaneamente multitasking work senza che si verifichino interferenze. Come il computer riesce a elaborare in parallelo le informazioni così il nostro cervello è capace di elaborare più compiti contemporaneamente, diventando più flessibile e in grado di suddividere l’attenzione in molteplici attività. Nativo digitale espressione introdotta da prensky (2001) per indicare quel segmento della popolazione nato e cresciuto dopo gli Anni ottanta del novecento a stretto e costante contatto con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sviluppando nuove pratichee stili cognitivi. Ai nativi digitali vengono contrapposti gli immigrati digitali, ossia quei soggetti nati prima degli Anni ottanta che hanno dovuto adattarsi all’evoluzione sociotecnica della società contemporanea. Open source (codice sorgente aperto) questa espressione indica un software i cui autori, o meglio detentori dei diritti, ne consentono e favoriscono il libero studio e la modifica da parte di altri programmatori. Osservazione il ruolo del processo osservativo nell’ambito dello sviluppo e della valutazione delle competenze è molteplice e per molti versi riveste una notevole importanza. Un primo ruolo dell’osservazione sta proprio nel processo formativo stesso delle competenze soprattutto se queste si sviluppano sulla base di un confronto sistematico con uno o più modelli. il rapporto tra maestro e allievo nell’apprendistato è un esempio, rapporto che è valorizzato oggi nello sviluppo delle cosiddette comunità di pratica. Un secondo e più generale ruolo dell’osservazione viene svolto nella valutazione delle competenze, in quanto in genere una competenza si manifesta attraverso una prestazione del soggetto, che mette in azione se stesso per portare a termine un impegno o un compito. opportune modalità di osservazione più o meno strutturate e sistematiche permettono di rilevare alcune caratteristiche della prestazione come la capacità di leggere e interpretare correttamente il compito assegnato, di coordinare conoscenze, abilità e disposizioni interne in maniera valida ed efficace, di valorizzare risorse esterne eventualmente necessarie o utili, di gestire la propria azione nel suo svolgersi. naturalmente occorre che l’osservazione sia adeguatamente organizzata per poter condurre alla raccolta di informazioni pertinenti, valide e affidabili. Ciò implica alcune condizioni di utilizzazione che rendano l’osservazione sufficientemente sistematica, cioè non occasionale e troppo sog- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 178 179 gettiva. in primo luogo occorre descrivere con sufficiente chiarezza le competenze oggetto di osservazione. A partire da questo riferimento è possibile individuare alcune categorie osservative, cioè aspetti specifici che caratterizzano una prestazione, e sulle quali concentrare l’attenzione per poter decidere se una certa competenza è stata raggiunta o meno, e a quale suo livello di sviluppo. Va comunque ricordato che per inferire il raggiungimento di un certo livello di competenza non basta osservare una singola prestazione, bensì occorre prestare attenzione a una pluralità di prestazioni attuate in tempi e contesti diversificati. l’individuazione di categorie osservative richiede alcune attenzioni particolari: esse devono essere facilmente utilizzabili per individuare i comportamenti indicatori; devono risultare distinte tra di loro in modo da non sovrapporsi; devono coprire in maniera sufficiente l’insieme dei comportamenti indicatori di competenza. infine, vanno considerati gli strumenti osservativi che si possono o si debbono utilizzare. in genere si tratta di griglie, opportunamente strutturate, che vanno utilizzate secondo un piano organizzato nei tempi e in riferimento a situazioni osservative specifiche. Podcasting insieme di tecniche relative alla produzione, condivisione e fruizione di contenuti audio o video, detti podcast (termine derivante dalla contrazione di poD, ‘personal on Demand, e broadcast, ‘trasmissione’), attraverso un sistema di trasmissione dati e un programma client chiamato ‘aggregatore’ (o feed reader). il podcast può essere più o meno sofisticato e può essere fruito direttamente on line o scaricato per l’ascolto o la visione off line. Prestazione la parola prestazione corrisponde all’inglese “performance”, termine da cui vengono dette le cosiddette “arti performative”, cioè la arti nelle quali si manifesta la competenza di un attore, di un musicista, di un ballerino. Così dalle prestazioni di uno studente durante un’interrogazione, un compito in classe, un’attività di laboratorio è possibile risalire alla sua competenza. tuttavia, occorre distinguere bene tra prestazione e competenza. Se la prima è certamente una manifestazione di competenza, non è possibile tuttavia identificare la competenza con una prestazione particolare. infatti in molti casi entrano in gioco fattori che possono perturbare tale manifestazione, ad esempio fattori di natura fisica o psicologica propri del soggetto o esterni a esso. Basti pensare a un valido cantante, la cui prestazione in una determinata occasione è condizionata da fenomeni di raucedine o addirittura di afonia; oppure al caso di uno studente che demotivato non si impegna nel compito proposto. negli Anni Sessanta e Settanta, sotto l’influenza del comportamentismo, una competenza veniva identificata nella capacità di manifestare un preciso comportamento o una sequenza di comportamenti. Un apporto concettuale importante è stato dato dalla distinzione di n. Chomsky tra prestazione e competenza. ne è derivata la nozione di competenza come disposizione interna astratta che per sua natura non è visibile direttamente, ma può essere individuata attraverso una famiglia di prestazioni, che permettano di inferirla presente nel soggetto. tale famiglia deve essere tanto più vasta e differenziata, quanto più la competenza è complessa e flessibile. questa conclusione LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 179 180 è estremamente importante sul piano della valutazione scolastica delle competenze e implica non poche modifiche nella pratica didattica. infatti non è possibile partire da una sola prestazione per inferire la presenza di una competenza, né tanto meno il suo livello. nemmeno è possibile dedurre la sua carenza sulla base di una sola sua manifestazione. È questa la base concettuale che ha portato alla diffusione nel mondo sia scolastico, sia lavorativo, di una metodologia basata sulla predisposizione di un portfolio delle competenze Realtà aumentata Consiste nella sovrapposizione di dati digitali al mondo reale. le informazioni si aggiungono alla realtà, arricchendo la percezione umana, attraverso una postazione dotata di webcam (workstation, pS, Mac), dispositivi mobili con fotocamera (smartphone o tablet) o particolari visori (smart glasses). la webcam o la fotocamera riprendono l’ambiente circostante, mentre l’applicazione di realtà virtuale rielabora il flusso visivo in tempo reale, aggiungendo contenuti multimediali che si integrano al contesto attraverso tracciamento e geo-localizzazione. Risponditori elettronici i risponditori elettronici e altri sistemi similari sono strumenti wireless di piccole dimensioni utilizzabili in aula dagli studenti per rispondere alle domande dell’insegnante. Scaffòlding (impalcatura di sostegno) negli approcci didattici di taglio costruttivistico, si riferisce a quei sostegni umani, tecnici ed organizzativi in grado di supportare lo studente nello sviluppo di abilità e competenze utili al conseguimento degli obiettivi d’ap prendimento. Smartphone Dispositivo mobile che racchiude in sé le funzioni di un computer palmare e di un telefono cellulare. Con lo smartphone, che si può personalizzare con nuove funzioni e programmi, si può navigare in internet e mandare e-mail. Social Media Applicazioni internet basate su contenuti digitali aperti che vengono prodotti, condivisi, discussi e rielaborati da una massa di utenti secondo i principi Web 2.0. Alcuni esempi di social media sono: i blog, i wiki, i siti di social network e altri ambienti per la produzione, condivisione o distribuzione di contenuti multimediali. Tablet PC Computer portatile, dall’aspetto simile ad una tavoletta (da cui il nome), è sprovvisto di tastiera e ha dimensioni paragonabili a quelle di un foglio di carta formato A4 oppure A5 e spessore di qualche millimetro. il tablet pC dispone di un display lCD con interfaccia touch. l’utente può impartire comandi al sistema toccando con un apposito pennino o con le proprie dita le icone desiderate. È anche possibile utilizzare una tastiera fisica tramite l’interfaccia Bluetooth. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 180 181 Touch Screen (Schermo tattile) Schermo che, toccato con un dito o con appositi strumenti (come ad esempio il pennino), consente di interagire con un computer. il touch Screen viene usato soprattut- to nei servizi d’informazione e di prenotazione, nei bancomat e in dispositivi mobili come palmari, smartphone. Ubiquitous computing (elaborazione informatica pervasiva) insieme dei sistemi informatici che permettono di accedere al medesimo servizio in qualsiasi momento da qualsiasi luogo in un mondo in cui le tecnologie scompaiono e si intrecciano nel tessuto degli strumenti della vita quotidiana diventando indistinguibili da essi. Unità di apprendimento il concetto di unità di apprendimento nel contesto della scuola italiana è stato introdotto in seguito alla legge 53 del 28 marzo del 2003. i concetti di competenza e di piano di studio personalizzato introdotti soprattutto nei documenti successivi inducevano la necessità di individuare una metodologia didattica congruente. l’unità di apprendimento veniva così a costituire lo spazio didattico nel quale le conoscenze e le abilità proposte dall’insegnante e fatte proprie dall’allievo venivano trasformate in competenze personali attraverso opportune attività di integrazione operativa. l’insieme poi delle unità di apprendimento effettivamente percorse dal singolo studente formava il suo piano di studio personalizzato. l’accento che viene posto in questo orientamento metodologico sta nell’attenzione alla persona, nel senso che nel corso di una unità di apprendimento viene sollecitata da parte dello studente la sua personale azione di integrazione e di interiorizzazione di quanto proposto per tutti, tenendo conto delle proprie caratteristiche soggettive. in altri termini si tratta di favorire una crescita personale mediante una appropriazione significativa e dinamica delle conoscenze e abilità oggetto di insegnamento. qui sta probabilmente la differenza sostanziale con il consueto concetto di unità didattica, che è più attento a una acquisizione significativa e stabile delle conoscenze dichiarative e/o procedurali proposte dal docente. Una unità didattica in questa prospettiva è più diretta all’acquisizione di conoscenze e abilità, che alla formazione della persona nel suo insieme e al ruolo che in tale processo ha da una parte l’appropriazione personale di quanto proposto e, dall’altra, la sua valorizzazione nel proprio agire. Da questo stesso punto di vista può anche essere interpretata la distinzione tra processo di individualizzazione e processo di personalizzazione. nel primo caso le metodologie didattiche tengono conto delle caratteristiche individuali quanto a ritmi e stili di apprendimento al fine di favorire il raggiungimento di obiettivi didattici comuni, nel secondo caso si ha un adattamento degli stessi obiettivi alle caratteristiche personali dello studente come attitudini, prospettive di studio e di lavoro, motivi e desideri, preferenze. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 181 182 Valutazione (delle competenze) Valutare significa in primo luogo dare valore, sia nel senso di definire che cosa per noi ha valore, sia per apprezzare il valore di qualcosa. per impegnarci a valutare la competenza di qualcuno dobbiamo per prima cosa essere convinti del valore del promuovere quella competenza. in secondo luogo occorre che ne possediamo un descrizione sufficientemente chiara e alcuni criteri di riferimento per identificarne il grado di sviluppo e/o le eventuali carenze e inadeguatezze. Si tratta infatti di poter osservare e individuare la capacità di valorizzare le conoscenze e abilità apprese nell’affrontare compiti e problemi sia interni alla propria disciplina, sia collegabili con situazioni a essa più o meno distanti, ma che abbiano un qualche carattere di novità e/o di complessità rispetto a quanto ormai familiare. in una frase molto pregnante Wiggins ha sintetizzato così questa prospettiva: «Si tratta di accertare non ciò che lo studente sa, ma ciò che sa fare con ciò che sa». Cioè non basta mostrare le proprie conoscenze o i propri saperi, non basta evidenziare le proprie abilità: occorre riuscire a mettere in luce pubblicamente quanto si è in grado di utilizzare in modo consapevole, coerente e proficuo, le proprie risorse interne (e, se opportuno o necessario, anche quelle esterne disponibili) nell’affrontare situazioni o problemi di natura non ripetitiva, sapendo gestire se stessi in tale impresa. D’altra parte la valutazione può svolgere funzioni assai diversificate: diagnostica, al fine di rilevare il livello di sviluppo di una data competenza e impostare di conseguenza un progetto di intervento; formativa o regolativa del processo formativo, per verificare se quanto si fa è valido ed efficace; certificativa, al fine di dichiarare se il soggetto ha raggiunto o meno un certo livello di competenza. in quest’ultimo caso, il valore di tale dichiarazione dipende in gran parte da quanto è degno di fiducia chi l’ha redatta. Sia per quanto riguarda la valutazione, sia per quanto concerne la certificazione delle competenze occorre ricordare che, in un processo valutativo, un conto è la raccolta di elementi informativi, di dati relativi alle manifestazioni di competenza, un altro conto è la loro lettura e interpretazione al fine di elaborare un giudizio comprensivo. Ambedue gli aspetti del processo valutativo esigono particolare attenzione. quanto alla raccolta di informazioni, occorre che queste siano pertinenti (cioè si riferiscano effettivamente a ciò che si deve valutare) e affidabili (cioè degne di fiducia, in quanto non distorte o mal raccolte). queste poi devono essere molteplici e raccolte secondo molteplici forme e metodi. la loro lettura, interpretazione e valutazione, esige che preventivamente siano stati definiti i criteri in base ai quali ciò viene fatto; deve cioè essere indicato a che cosa si presta attenzione e si attribuisce valore e seguire effettivamente e validamente in tale apprezzamento i criteri determinati. l’elaborazione di un giudizio finale, che tenga conto dell’insieme delle manifestazioni di competenza, anche da un punto di vista evolutivo, non può certo basarsi su calcoli di tipo statistico, alla ricerca di medie: assume invece il carattere di un accertamento di presenza e di livello che deve essere sostenuto da elementi di prova (le informazioni raccolte) e da consenso (da parte di altri, in molti casi anche del soggetto valutato). LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 182 183 Valutazione formativa Si tratta di una forma di valutazione volta a supportare l’allievo nel processo di apprendimento. Si effettua di solito più volte in itinere, lungo il processo formativo. Dovrebbe fornire all’alunno (e all’insegnante) indicazioni sui punti di forza e di debolezza della preparazione, in modo da poter intervenire opportunamente. Valutazione sommativa È la verifica finale o intermedia di un curriculum didattico, effettuata a scopo di certificazione conclusiva o comunque di misurazione del livello rag giunto, al fine di assegnare un giudizio o un voto di merito. Virtual Learning Environment (Vle, Ambiente di apprendimento virtuale) l’espressione designa una piattaforma per l’erogazione di corsi on line che fornisce accesso ai contenuti didattici e agli strumenti di interazione, consentendo la gestione di attività di insegnamento e apprendimento. Vedi anche learning Management System. Web 2.0 termine coniato da tim o’Reilly nel 2005 per indicare l’evoluzione del Web e di altri servizi internet. il termine in particolare indica un insieme di applicazioni che consentono agli utenti sia di creare e condividere contenuti sia di interagire e comunicare con altri utenti. Blog, wiki, social networking, instant messaging sono applicativi che appartengono a questa nuova generazione del Web. WiFi (Wireless Fidelity) tecnologia per la creazione di reti senza fili. LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 183 185 Indice SOMMARIO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3 PRESENTAZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 PREMESSA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 INTRODUZIONE Verso la presenza delle tecnologie informatiche mobili nei processi istruttivi e formativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 1. Una prospettiva storica a volo d’uccello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9 2. Una riflessione sul passato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11 3. la presenza delle tecnologie mobili nei processi d’insegnamento a livello di secondo ciclo di istruzione e Formazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 primo capitolo Rassegna critica orientativa di pubblicazioni riferibili al rapporto tra tecnologie, in particolare digitali, e educazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 1. introduzione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 2. il difficile rapporto tra l’uomo, l’educazione e la tecnologia . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 3. l’impatto delle tecnologie informatiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 4. tecnologie digitali e processi cognitivi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23 5. tesi contrapposte e polemiche roventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 6. Visioni più meditate e documentate . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 7. Verso una conclusione orientativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28 Secondo capitolo La competenza digitale nel Quadro europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 1. il quadro europeo delle competenze chiave . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 2. natura e articolazione delle competenze chiave digitali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34 3. Una mappa delle competenze. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 4. Un quadro di riferimento che proviene dallìanalisi di pratiche significative . . . . . 39 5. i risultati dello studio: un’articolazione analitica delle competenze digitali e dello loro componenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40 6. Una declinazione sottoforma di rubrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 7 Una sintesi operativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 terzo capitolo: Alcuni apporti da ricerche internazionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 1. Sul rapporto tra introduzione delle tecnologie informatiche e processi di apprendimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 2. libri stampati versus libri digitali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 3. Scrivere a mano in corsivo versus scrivere al computer . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 4. Ricerche sull’introduzione delle tecnologie mobili a scuola. . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 5. la situazione nei processi formativi: come è descritta nei rapporti Horizon 2014 58 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 185 186 quarto capitolo Uno sguardo alla situazione italiana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 1. la normativa italiana e gli indirizzi nazionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 2. le indicazioni provenienti dall’Agenda digitale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62 3. iniziative ministeriali e locali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64 4. Alcuni punti di riferimento per la ricerca e l’innovazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 5. Una “Buona scuola” digitale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 6. la questione dei libri di testo digitali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70 7. le prospettive in atto: dal consumo alla produzione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 quinto capitolo Alcuni fondamentali orientamenti concettuali e operativi emergenti. . . . . . . . . . . . . 77 1. Verso una prospettiva ibrida . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 2. Centralità della progettazione educativa e didattica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79 3. promuovere le competenze strategiche necessarie per una buona capacità di autoregolazione nello studio e nel lavoro . . . . . . . . . . . 82 4. Competenze digitali e sviluppo dell’occupabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84 5. la competenza didattica dei docenti in un contesto segnato dalla presenza delle tecnologie digitali. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87 Sesto capitolo Il mobile learning e i problemi metodologici connessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 1. le tecnologie mobili e le condizioni per una loro valorizzazione nei processi istruttivi e formativi: l’apporto degli studi coordinati da M. Sharples 91 2. Un approfondimento critico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 3. la questione metodologica: verso una visione più pluralista e operativa . . . . . . . 96 4. le ricerche sull’efficacia dei vari metodi di insegnamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99 5. l’apporto delle teorie cognitive per una riconsiderazione del costruttivismo . . . . 100 6. la posizione filosofica ispirata al nuovo realismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102 7. la posizione di chi sostiene un approccio all’insegnamento in forma diretta ed esplicita. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 8. per un quadro di riferimento operativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105 Settimo capitolo L’integrazione delle tecnologie mobili nella progettazione educativa e didattica . . 109 1. A livello di istituzione scolastica o formativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 2. A livello di aula didattica o di classe . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110 3. A livello di programmazione curricolare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112 4. progettare attività didattiche integrate da tecnologie mobili. . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 5. Alcuni principi di riferimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117 6. Un esempio d’integrazione dell’ipad nella pratica didattica. . . . . . . . . . . . . . . . . . 119 7. Alcune prospettive più innovative . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 122 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 186 187 ottavo capitolo La progettazione delle lezioni o dell’attività didattica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123 1. i passaggi fondamentali nella preparazione delle lezioni e l’utilizzo delle tecnologie mobili nell’affrontarli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123 2. Mappe mentali e mappe concettuali. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 125 3. la teoria dell’apprendimento significativo di D. p. Ausubel . . . . . . . . . . . . . . . . . 127 4. la nascita delle mappe concettuali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 131 5. programmi che consentono di sviluppare da parte dei docenti e degli studenti mappe concettuali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 133 6. Valorizzare alcuni recenti suggerimenti metodologici, come le classi capovolte . 135 nono capitolo Fase di avvio e di sviluppo dell’attività didattica. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 1. Strutturazione dell’ambiente di apprendimento e avvio dell’attività . . . . . . . . . . . 137 2. lo sviluppo dell’attività didattica in una prospettiva ibrida . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 3. insegnamento esplicito e diretto e utilizzo di tecnologie mobili . . . . . . . . . . . . . . 141 4. Apprendere da un modello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 143 5. Favorire una comunicazione multimediale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 6. Dare spazi di sviluppo della capacità di gestire se stessi nell’apprendimento . . . . 146 7. il ruolo centrale della valutazione formativa e del feedback . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 Decimo capitolo Fase conclusiva delle lezioni e valutazione delle competenze digitali . . . . . . . . . . . . . 151 1. la fase conclusiva di un ciclo di lezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151 2. la valutazione delle competenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152 3. il portfolio delle competenze: uno strumento fondamentale per la loro valutazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 154 4. il portfolio digitale, o eportfolio, per la valutazione e l’orientamento . . . . . . . . . 156 5. la valutazione delle competenze digitali. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 160 Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 163 Riferimenti bibliografici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 169 Glossario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 187 189 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Tutti i volumi della collana sono consultabili in formato digitale sul sito biblioteca.cnos-fap.it Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto finale, 2002 2003 MALIZIA G. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto sul follow-up, 2003 2004 CNOS-FAP (a cura di), Gli editoriali di “Rassegna CNOS” 1996-2004. Il servizio di don Stefano Colombo in un periodo di riforme, 2004 MALIZIA G. (coord.) - ANTONIETTI D. - TONINI M. (a cura di), Le parole chiave della formazione professionale, 2004 RUTA G., Etica della persona e del lavoro, 2004 2005 D’AGOSTINO S. - MASCIO G. - NICOLI D., Monitoraggio delle politiche regionali in tema di istruzione e formazione professionale, 2005 PIERONI V. - MALIZIA G. (a cura di), Percorsi/progetti formativi “destrutturati”. 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(a cura di), “Fare gli italiani” con l’educazione. L’apporto di don Bosco e dei Salesiani, in 150 anni di storia, 2011 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 2 2012 MALIZIA G., Sociologia dell’istruzione e della formazione. Una introduzione, 2012 NICOLI D., Rubriche delle competenze per i Diplomi professionali IeFP. Con linea guida per la progettazione formativa, 2012 MAliziA G. - pieRoni V., L’inserimento dei giovani qualificati nella FPI a.f. 2009-10, 2012 CnoS-FAp (a cura di), Cultura associativa e Federazione CNOS-FAP. Storia e attualità, 2012 2013 CUROTTI A.G., Il ruolo della Formazione Professionale Salesiana da don Bosco alle sfide attuali, 2013 pelleRey M. - GRząDziel D. - MARGottini M. - epiFAni F. - ottone e., Imparare a dirigere se stessi. Progettazione e realizzazione di una guida e di uno strumento informatico per favorire l’autovalutazione e lo sviluppo delle proprie competenze strategiche nello studio e nel lavoro, 2013 DonAti C. - BelleSi l., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Alcuni casi di studio delle aree Meccanica, Mobilità e Logistica, Grafica e Multimedialità, 2013 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 3, 2013 TACCONI G. - MEJIA GOMEZ G., Success Stories. Quando è la Formazione Professionale a fare la differenza, 2013 PRELLEZO J.M., Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953), 2013 2014 ORLANDO V., Per una nuova Formazione Professionale dei Salesiani d’Italia. Indagine tra gli allievi dei Centri di Formazione Professionale, 2014 DonAti C. - BelleSi l., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Approfondimento qualitativo sugli esiti occupazionali, 2014 DoRDit l., OCSE PISA 2012. Rapporto sulla Formazione Professionale in Italia, 2014 DoRDit l., La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo sistema nazionale di valutazione, 2014 2015 pelleRey M., LA valorizzazione delle tecnologie mobili nella pratica gestionale e didattica dell’Istruzione e Formazione a livello di secondo ciclo. Indagine teorico-empirica. Rapporto finale, 2015 AllUlli G., Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020, 2015 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 190 191 Sezione “Progetti” 2003 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La promozione delle capacità personali. Teoria e prassi, 2003 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione delle unità didattiche, 2003 COMOGLIO M. (a cura di), Prova di valutazione per la qualifica: addetto ai servizi di impresa. Prototipo realizzato dal gruppo di lavoro CIOFS/FP, 2003 FONTANA S. - TACCONI G. - VISENTIN M., Etica e deontologia dell’operatore della FP, 2003 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo, 2003 MARSILII E., Guida per l’accompagnamento al lavoro dipendente, 2003 TACCONI G. (a cura di), Insieme per un nuovo progetto di formazione, 2003 VALENTE L. - ANTONIETTI D., Quale professione? Strumento di lavoro sulle professioni e sui percorsi formativi, 2003 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale alimentazione, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale aziendale e amministrativa, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale commerciale e delle vendite, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale estetica, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale sociale e sanitaria, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale tessile e moda, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale elettrica e elettronica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale grafica e multimediale, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale meccanica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale turistica e alberghiera, 2004 NICOLI D. (a cura di), Linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema del - l’istruzione e della formazione professionale, 2004 NICOLI D. (a cura di), Sintesi delle linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, 2004 2005 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale legno e arredamento, 2005 CNOS-FAP (a cura di), Proposta di esame per il conseguimento della qualifica professionale. Percorsi triennali di Istruzione formazione Professionale, 2005 NICOLI D. (a cura di), Il diploma di istruzione e formazione professionale. Una proposta per il percorso quadriennale, 2005 POLÀČEK K., Guida e strumenti di orientamento. Metodi, norme ed applicazioni, 2005 VALENTE L. (a cura di), Sperimentazione di percorsi orientativi personalizzati, 2005 2006 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La corresponsabilità CFP-famiglia: i genitori nei CFP. Esperienza triennale nei CFP CNOS-FAP (2004-2006), 2006 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione dei sussidi, II edizione, 2006 2007 D’AGOSTINO S., Apprendistato nei percorsi di diritto-dovere, 2007 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 191 192 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo. Una proposta di percorsi per la creazione di impresa. II edizione, 2007 MARSILII E., Dalla ricerca al rapporto di lavoro. Opportunità, regole e strategie, 2007 NICOLI D. - TACCONI G., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. I volume, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere in... 1. L’identità. Percorso di cultura etica e religiosa, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere... Linee guida per i formatori di cultura etica e religiosa nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, 2007 2008 BALDI C. - LOCAPUTO M., L’esperienza di formazioni formatori nel progetto integrazione 2003. La riflessività dell’operatore come via per la prevenzione e la cura educativa degli allievi della FPI, 2008 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., Individuazione e raccolta di buone prassi mirate all’accoglienza, formazione e integrazione degli immigrati, 2008 NICOLI D., Linee guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2008 NICOLI D., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. II volume, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere con... 2. La relazione. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere per... 3. Il progetto. 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Comunità professionale automotive, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per l’orientamento nella Federazione CNOS-FAP, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale turistico-alberghiera, 2010 2011 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A. (a cura di), “Cittadini si diventa”. Il contributo dei Salesiani (SDB) e delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) nell’educare studenti/ allievi delle loro Scuole/CFP in Italia a essere “onesti cittadini”, 2011 TACCONI G., In pratica. 1. La didattica dei docenti di area matematica e scientifico-tecnologica nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 TACCONI G., In pratica. 2. La didattica dei docenti di area linguistica e storico sociale nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 MANTEGAZZA R., Educare alla costituzione, 2011 NICOLI D., La valutazione formativa nella prospettiva dell’educazione. Una comparazione tra casi internazionali e nazionali, 2011 BECCIU M. COLASANTI A.R., Il fenomeno del bullismo. Linee guida ispirate al sistema preventivo di Don Bosco per la prevenzione e il trattamento del bullismo, 2011 2012 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., In cammino per Cosmopolis. Unità di Laboratorio per l’educazione alla cittadinanza, 2012 FRiSAnCo M., Da qualificati, a diplomati, a specializzati. Il cammino lungo una filiera ricca di opportunità e competenze. Riferimenti, dispositivi e strumenti per conoscere e com- LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 192 193 prendere i nuovi sistemi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), 2012 2014 CNOS-FAP (a cura di), Per una pedagogia della meraviglia e della responsabilità. Ambito energia. Linea Guida, 2014 CNOS-FAP (a cura di), Linea Guida per i servizi al lavoro, 2014 OTTOLINI P. Strumenti e modelli per la valutazione delle competenze nei percorsi di qualifica IeFP CNOS-FAP, 2014 Sezione “Esperienze” 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 1. Guida per l’accoglienza, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 2. Guida per l’accompagnamento in itinere, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 3. Guida per l’accompagnamento finale, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 4. Guida per la gestione dello stage, 2003 2005 TONIOLO S., La cura della personalità dell’allievo. Una proposta di intervento per il coordinatore delle attività educative del CFP, 2005 2006 ALFANO A., Un progetto alternativo al carcere per i minori a rischio. I sussidi utilizzati nel Centro polifunzionale diurno di Roma, 2006 COMOGLIO M. (a cura di), Il portfolio nella formazione professionale. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2006 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V., Una formazione di successo. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale in Piemonte 2002-2006. Rapporto finale, 2006 2007 NICOLI D. - COMOGLIO M., Una formazione efficace. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali di Istruzione e Formazione professionale in Piemonte 2002-2006, 2007 2008 CNOS-FAP (a cura di), Educazione della persona nei CFP. Una bussola per orientarsi tra buone pratiche e modelli di vita, 2008 2010 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2010, 2010 2011 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2011, 2011 2012 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2012, 2012 niColi D. (a cura di), Sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale Diploma professionale di tecnico Principi generali, aspetti metodologici, monitoraggio, 2012 2013 SAlAtino S. (a cura di), Borgo Ragazzi don Bosco Area Educativa “Rimettere le ali”, 2013 CnoS-FAp (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2013, 2013 2014 CnoS-FAp (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2014, 2014 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 193 Tip.: Istituto Salesiano Pio XI - Via Umbertide, 11 - 00181 Roma Tel. 06.78.27.819 - Fax 06.78.48.333 - E-mail: tipolito@donbosco.it Maggio 2015 LaValorizzazione_imparare 27/04/15 09:02 Pagina 194

Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020

Autore: 
Giorgio Allulli
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2015
Numero pagine: 
121
Codice: 
978-88-95640-87-7
Giorgio Allulli Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020 Anno 2015 Coordinamento scientifico: Dario Nicoli (università Cattolica di Brescia) Hanno collaborato: Matteo D’ANDREA: Segretario Nazionale settore Automotive. Dalila DRAzzA: Sede Nazionale CNOS-FAP – ufficio Metodologico-Tecnico-Didattico. FiAT GROuPAutomobiles. Comunità professionale AUTOMOTIVE: Angelo Aliquò, Gianni BuFFA, Roberto CAVAGlià, Egidio CiRiGliANO, luciano CliNCO, Domenico FERRANDO, Paolo GROPPElli, Nicola MERli, Roberto PARTATA, lorenzo PiROTTA, Antonio PORziO, Roberto SARTOREllO, Fabio SAViNO, Giampaolo SiNTONi, Dario RuBERi. ©2015 By Sede Nazionale del CNOS-FAP (Centro Nazionale Opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 Roma Tel.: 06 5107751 – Fax 06 5137028 E-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it SOMMARIO IntroDuzIonE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 1. La Strategia di Lisbona . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 2. Verso Europa 2020 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 3. I benchmark europei . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 4. Il dibattito sulle competenze ed il Quadro europeo delle qualifiche . . . . . . . . 43 5. La raccomandazione sulla qualità dell’Istruzione e Formazione Professionale (EQAVEt) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 6. Le raccomandazioni europee sul riconoscimento dei crediti (ECVEt) e sulla convalida dell’apprendimento non formale e informale . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65 7. Il Fondo Sociale Europeo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 8. L’evoluzione dei sistemi educativi europei nel quadro delle sfide di Lisbona . . 77 9. L’impatto del processo di Lisbona sugli Stati membri europei e sul sistema italiano di Istruzione e Formazione Professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93 BIBLIogrAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113 InDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 3 5 INTRODUZIONE l’ambito di questo testo riguarda sia le politiche condotte dall’unione Europea per promuovere lo sviluppo di sistemi formativi europei in grado di affrontare le sfide poste dal processo di globalizzazione in atto, sia le politiche condotte dagli Stati membri dell’unione per rispondere alle sollecitazioni proposte a livello europeo e mondiale, con particolare attenzione al versante dell’istruzione e Formazione Professionale. in particolare il testo prende in esame le politiche condotte a partire dalla strategia di lisbona, varata nel 2000, fino allo sviluppo della strategia per il 2020. Si è trattato di un periodo molto intenso per quanto riguarda l’attività europea in questo ambito, perché ha preso corpo la Cooperazione rafforzata che ha portato, nel quadro del processo di Copenaghen, alla definizione di un sistema orientato all’apprendimento permanente ed al varo di tre importanti Raccomandazioni che hanno introdotto un quadro europeo per le qualifiche, un sistema di riconoscimento dei crediti formativi, un riferimento europeo per l’assicurazione di qualità. l’esame di questo periodo offre anche l’opportunità di condurre una verifica di cosa è stato realizzato rispetto agli obiettivi stabiliti nell’anno 2000, di quali sono i problemi tuttora aperti e di come si stanno muovendo i Paesi europei. 7 1. La Strategia di Lisbona 1.1. SoCIEtà DELLA ConoSCEnzA, CAPItALE umAno ED APPrEnDImEnto PErmAnEntE Per comprendere le motivazioni delle strategie europee per l’occupazione e la formazione che sono state adottate negli ultimi 20 anni è necessario prendere in considerazione alcuni termini “chiave”: Società della conoscenza, Capitale umano ed Apprendimento permanente. l’espressione “Società della conoscenza” viene spesso utilizzata per definire una delle principali caratteristiche del sistema economico e produttivo contemporaneo, in quanto sempre di più il sapere, invece del capitale “materiale”, diventa una risorsa indispensabile per la produzione e per lo sviluppo del sistema economico. la diffusione dell’informazione e delle nuove tecnologie trasforma le caratteristiche del lavoro e l’organizzazione della produzione. i lavori di routine e ripetitivi, cui era destinata la maggior parte dei lavoratori dipendenti, vanno scomparendo a vantaggio di un’attività più autonoma, più variata. il risultato è un diverso rapporto nell’impresa. il ruolo del fattore umano assume più importanza, ma al tempo stesso il lavoratore è più vulnerabile rispetto ai cambiamenti dell’organizzazione del lavoro, perché è diventato un semplice individuo inserito in una rete complessa. Sorge quindi la necessità per tutti di adattarsi non solo ai nuovi strumenti tecnici, ma anche alla trasformazione delle condizioni di lavoro. lo sviluppo delle conoscenze scientifiche, la loro applicazione ai metodi di produzione, i prodotti sempre più sofisticati che sono il risultato di questa applicazione, danno origine a un paradosso: malgrado un effetto generalmente positivo, il progresso scientifico e tecnico fa sorgere nella società un sentimento di minaccia, addirittura una paura irrazionale. in questo quadro, analizzato a livello europeo durante gli Anni ‘901, si afferma la nozione di Capitale umano. l’espressione “Capitale umano” ha avuto una rapida ed ampia diffusione negli ultimi vent’anni, per analogia con la terminologia economica che identifica le risorse materiali a disposizione di una data società. il capitale umano viene incluso nelle risorse economiche insieme all’ambiente e al capitale fisico, ed è costituito dall’insieme delle facoltà e delle risorse umane, in particolare conoscenza, istruzione, informazione, capacità tecniche, acquisite durante la vita da un individuo, che danno luogo alla capacità umana di svolgere attività di trasformazione e di 1 COMMiSSiONE EuROPEA (1995), White Paper On Education And Training - Teaching And Learning Towards The Learning Society COM(95) 590. 8 creazione e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi2. la formazione e crescita del capitale umano avvengono tramite i processi educativi di un individuo che si realizzano nell’ambiente familiare, nell’ambiente sociale, nella scuola e nell’esperienza di lavoro. Evidentemente in un sistema economico nel quale la conoscenza gioca un ruolo centrale, il capitale umano diventa la risorsa fondamentale del sistema produttivo. Si vengono a formare o si ampliano nuove categorie sociali, come i lavoratori della conoscenza, ovvero coloro che occupano posizioni lavorative nelle quali devono fare un intenso uso di sapere tecnologico: managers, professionisti, esperti, tecnici, ecc. Secondo Butera3 questo gruppo sociale è in forte espansione rispetto ai primi anni del secolo scorso. in ogni caso la necessità di ampliare le proprie competenze, sia di base che specialistiche, riguarda tutti i cittadini ed i lavoratori, che devono far fronte ad una crescente evoluzione delle tecnologie, applicate sia alla produzione che al vivere quotidiano. Ne consegue che per assicurare la crescita e la competitività del sistema economico occorre sviluppare il capitale umano incentivando e valorizzando l’apprendimento nelle sue diverse modalità, ed integrando la formazione ed il lavoro. le politiche riguardanti lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione e quelle relative allo sviluppo dell’istruzione e formazione vanno dunque strettamente intrecciate. Per offrire opportunità di lavoro per tutti e creare un’economia più competitiva e sostenibile, l’Europa ha bisogno di una forza lavoro altamente qualificata in grado di rispondere alle sfide attuali e future. È dunque urgente investire in competenze e migliorare la corrispondenza reciproca tra queste e l’offerta di lavoro, in modo valido per anticipare le tendenze future. A perseguire questi obiettivi è dunque principalmente rivolta la strategia europea che si è sviluppata negli ultimi 20 anni. Nell’anno 2000 l’unione Europea ha approvato la Strategia di Lisbona (v. par. seguente), che riconosce il ruolo determinante svolto dall’istruzione quale parte integrante delle politiche economiche e sociali. Per far fronte al cambiamento continuo ed alle richieste di competenze sempre più elevate ed aggiornate, l’apprendimento non può essere più promosso in una sola fase della vita, ma deve diventare una condizione permanente delle persone (lifelong learning): questa è una priorità essenziale per l’occupazione, l’agire efficace in campo economico, la completa partecipazione alla vita sociale. il concetto di “Lifelong learning” risale agli Anni ‘70 del secolo scorso. Secondo il Rapporto Faure pubblicato dall’uNESCO4, l’obiettivo della formazione è 2 Sul concetto di capitale umano si veda BECkER G. S. (1964), Human Capital, Columbia university Press, New York 3rd ed. 1993 e GORi E. (2004), L’investimento in Capitale Umano attraverso l’Istruzione, in G. Vittadini (a cura di) (2004) Capitale umano. la ricchezza dell’Europa, Guerini ed. 3 BuTERA F., con DONATi E., CESARiA R. (1998), I lavoratori della conoscenza, Milano FrancoAngeli; BuTERA F., BAGNARA S., CESARiA R., Di GuARDO S. (2008), Knowledge working, Milano Mondadori. 4 FAuRE E. (1972), Learning to Be, Paris, uNESCO. 9 quello di permettere all’uomo di “diventare stesso”; pertanto, nella concezione dell’uNESCO venivano sottolineate sopratutto le ricadute personali dell’apprendimento permanente. il Rapporto propose “il lifelong learning come concetto guida per le politiche educative negli anni a venire”. Nel corso degli Anni ‘90, sia l’OCSE5 che l’unione Europea6, oltre all’uNESCO7, espressero la necessità di uno sviluppo dell’economia della conoscenza e della società della conoscenza a causa del processo di globalizzazione. Apprendimento e lavoro o occupabilità e istruzione diventarono le questioni centrali in agenda. la conferenza di lisbona del 2000 fissò per l’Europa l’obiettivo di diventare l’area trainante nella economia della conoscenza. Si constatava che la realizzazione degli obiettivi economici richiedeva anche la realizzazione simultanea di obiettivi sociali, culturali e personali. una persona non è solo un’entità economica, né l’apprendimento può realizzarsi senza la motivazione e il desiderio personale. l’apprendimento permanente doveva essere un diritto, non un obbligo. la formazione permanente non era intesa solo come apprendimento a fini occupazionali, ma anche personali, civici e sociali, collegandosi ad altri obiettivi fondamentali, quali quelli dell’occupabilità, dell’adattabilità e della cittadinanza attiva. Per approfondire queste tematiche la Commissione europea propose a tutti gli Stati membri un Memorandum8, che conteneva la seguente definizione operativa: l’apprendimento permanente comprende “tutte le attività di apprendimento realizzate su base continuativa, con l’obiettivo di migliorare le conoscenze, abilità e competenze”. la politica di promozione dell’apprendimento per tutto l’arco della vita si basa sulla consapevolezza delle istituzioni che tra i loro compiti vi è anche quello di facilitare l’esercizio del diritto di tutti i cittadini di ogni età, ceto sociale o condizione professionale, di formarsi, apprendere e crescere, sia umanamente che professionalmente, per l’intero arco della vita. il documento, predisposto nella sua versione finale nell’aprile 2000 dopo un ampio processo di consultazione, sottolinea due importanti obiettivi per l’apprendimento permanente: promuovere la cittadinanza attiva e l’occupabilità. Cittadinanza attiva significa “se e come le persone partecipano a tutti gli ambiti della vita sociale ed economica, le opportunità e i rischi che devono affrontare nel tentativo di farlo, e la misura in cui esse ritengono di appartenere e di poter intervenire nella società in cui vivono”. inoltre “l’occupabilità – la capacità di trovare e mantenere l’occupazione – non è solo una dimensione di base della cittadinanza attiva, ma è anche la premessa determinante per il raggiungimento della piena occupazione e migliorare la competitività e la prosperità nella ‘nuova economia’”. 5 OECD (1996), Lifelong Learning for All, Paris, OECD. 6 COMMiSSiON OF ThE EuROPEAN COMMuNiTiES (1995), White paper on education and training - Teaching and learning: towards the learning society, Com95_590 Brussels. 7 uNESCO (1996), Learning - the treasure within. Report of the International Commission on Education for the 21st Century, Paris, uNESCO. 8 COMMiSSiON OF ThE EuROPEAN COMMuNiTiES (2000), Commission Memorandum on lifelong learning [SEC(2000) 1832. Brussels. 10 Facendo seguito alla approvazione del Memorandum, la Commissione europea emanò nel 2001 un documento dal titolo Realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente9. la Comunicazione propose in primo luogo una definizione ampia di apprendimento, sottolineando che l’apprendimento non si realizza solo nelle attività formative intenzionali e riconosciute come quelle proposte dalla scuola (formazione formale). l’apprendimento avviene anche in attività formative svolte al di fuori del contesto educativo tradizionale, per esempio sul lavoro (formazione non formale) ed avviene anche nella esperienza di vita quotidiana (formazione informale). Generalmente viene riconosciuto, attraverso l’attribuzione di un titolo di studio o di una qualifica, solo l’apprendimento formale, ma quello che conta non è il percorso seguito, ma l’acquisizione effettiva di competenze. Per promuovere la partecipazione all’apprendimento permanente, il documento propose azioni concrete a tutti i livelli, tra cui un nuovo modo di valutare e riconoscere le competenze acquisite, per permettere a tutti i cittadini di muoversi liberamente fra diversi contesti di studio, di lavoro e geografici, valorizzando le conoscenze e competenze possedute. questo documento si può definire come il manifesto della strategia comunitaria in campo educativo a partire dal 2000. Allo scopo di definire delle iniziative concrete per realizzare l’obiettivo dell’apprendimento permanente la Commissione europea istituì dei gruppi di lavoro nel campo delle qualificazioni, del riconoscimento dei crediti formativi e della assicurazione di qualità. Sulla base del lavoro e delle proposte presentate da questi gruppi, la Commissione predispose delle importanti Raccomandazioni per tutti gli Stati membri, che sono state approvate e ratificate da parte del Consiglio e del Parlamento europeo. il principio ed il potenziamento dell’apprendimento permanente è diventato dunque sia obiettivo centrale che contenitore strategico dell’azione dell’uE. 1.2. gLI oBIEttIVI DI LISBonA il 23 e 24 marzo del 2000, il Consiglio europeo tenne a lisbona (da cui l’appellativo Strategia di lisbona) una sessione straordinaria dedicata ai temi economici e sociali dell’unione Europea. il Consiglio di lisbona partì dalla premessa che l’unione si trovava dinanzi a una svolta epocale risultante dalla globalizzazione e dalle sfide presentate da una nuova economia basata sulla conoscenza. questi cambiamenti interessavano ogni aspetto della vita delle persone e richiedevano una trasformazione radicale dell’economia europea. l’unione doveva mo- 9 COMMiSSiONE DEllE COMuNiTà EuROPEE, Realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente, COM(2001) 678 Bruxelles, 21.11.2001. 11 dellare tali cambiamenti in modo coerente con i propri valori e concetti di società, anche nella prospettiva dell’imminente allargamento. Ne conseguiva la necessità per l’unione di stabilire un obiettivo strategico chiaro e di concordare un programma ambizioso al fine di creare le infrastrutture del sapere, promuovere l’innovazione e le riforme economiche, e modernizzare i sistemi di previdenza sociale e di istruzione. Pertanto i Capi di Stato e di Governo dell’unione convennero di realizzare in Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. È nel perseguimento di tale obiettivo che vennero avviate una serie di ambiziose riforme, il cui status è stato periodicamente valutato in occasione dei Consigli europei di primavera10. il raggiungimento di questo obiettivo richiese la definizione di una strategia globale volta a modernizzare il modello sociale europeo, investendo nelle persone e combattendo l’esclusione sociale, ed a predisporre il passaggio verso un’economia e una società basate sulla conoscenza, migliorando le politiche in materia di società dell’informazione e di R&S, accelerando il processo di riforma strutturale ai fini della competitività e dell’innovazione e completando il mercato interno. il Consiglio europeo di lisbona riconobbe il ruolo determinante svolto dall’istruzione quale parte integrante delle politiche economiche e sociali, strumento del rafforzamento della competitività dell’Europa nel mondo e garanzia di coesione delle nostre società e del pieno sviluppo dei cittadini. in tale quadro il Consiglio inserì, tra i punti chiave della politica comunitaria per l’occupazione, quello di attribuire una più elevata priorità all’attività di apprendimento lungo tutto l’arco della vita quale elemento di base del modello sociale europeo, promuovendo accordi tra le Parti Sociali in materia di innovazione e apprendimento permanente, sfruttando la complementarità tra tale apprendimento e l’adattabilità delle imprese e del loro personale. 10 Conclusioni della presidenza Consiglio Europeo di lisbona 23/24 marzo 2000. ILmEtoDo DEL CoorDInAmEnto APErto il Metodo del Coordinamento aperto fornisce una cornice per la cooperazione tra i Paesi europei, le cui politiche nazionali possono essere indirizzate verso obiettivi comuni. Nel Metodo di Coordinamento aperto la responsabilità riguardo alla definizione degli obiettivi specifici e degli strumenti di policy resta a livello nazionale; l’uE assume la funzione di facilitare il coordinamento e l’apprendimento reciproco tra gli Stati membri, senza alcun tentativo formale di controllare l’applicazione da parte dei Governi dei principi generali ed obiettivi definiti congiuntamente al livello europeo. l’applicazione del metodo del coordinamento aperto prevede le seguenti azioni: • definizione di linee guida a livello uE con tabelle di marcia che definiscono anche i tempi per ottenere gli obiettivi; 12 Per promuovere l’apprendimento permanente vennero fissati quattro rilevanti obiettivi politici trasversali: • Elaborare framework nazionali che contenessero ed inquadrassero tutti i titoli e le qualifiche rilasciate ai diversi livelli, dalla scuola di base fino all’università. • Attuare delle misure per valutare e convalidare l’apprendimento non formale ed informale. • istituire sistemi di orientamento per promuovere e sostenere l’apprendimento permanente. • Attuare iniziative per rafforzare la mobilità transnazionale. la combinazione di queste misure facilita l’attivazione di percorsi flessibili di formazione, mettendo gli individui in grado di trasferire i risultati del loro apprendimento da un contesto di apprendimento all’altro e da un Paese all’altro. 1.3. IL ProCESSo DI CoPEnAgHEn PEr L’IStruzIonE E FormAzIonE ProFESSIonALE Nel marzo 2002, il Consiglio europeo di Barcellona, approvando il programma di lavoro sul follow-up degli obiettivi di lisbona, stabilì l’obiettivo di “rendere l’istruzione e la formazione in Europa un punto di riferimento a livello mondiale per il 2010”11. il Consiglio invitò inoltre ad intraprendere ulteriori azioni per introdurre strumenti volti a garantire la trasparenza dei diplomi e delle qualifiche adattate al settore dell’istruzione e Formazione Professionale. Facendo seguito al mandato di Barcellona, il Consiglio dell’unione Europea (istruzione, Gioventù e Cultura) approfondì le questioni riguardanti l’Istruzione e Formazione Professionale (VET) ed emanò a Copenaghen (2002) una Dichiarazione volta a promuovere una maggiore cooperazione in materia di istruzione e Formazione Professionale. il Consiglio sottolineò le sfide fondamentali, per i si- 11 Dichiarazione dei Ministri europei dell’istruzione e Formazione Professionale e della Commissione europea, riuniti a Copenaghen il 29 e 30 novembre 2002, su una maggiore cooperazione europea in materia di istruzione e Formazione Professionale. “La Dichiarazione di Copenaghen”. • definizione a livello uE di indicatori quantitativi e qualitativi e benchmark calibrati sulle migliori performance mondiali e adattati alle necessità dei diversi Stati membri e settori come strumenti per comparare le migliori prassi; • monitoraggio e valutazione delle politiche nazionali rispetto a standard congiuntamente definiti (benchmark), che permettono di comparare la performance di ciascuno Stato membro rispetto agli altri e di identificare le “buone prassi”; • organizzazione di Peer review periodiche con lo scopo di promuovere l’apprendimento reciproco. 13 stemi di istruzione e Formazione Professionale europei, rappresentate dalla costruzione di un’Europa basata sulla conoscenza e di un mercato del lavoro europeo aperto a tutti e dalla necessità di adattarsi continuamente alle evoluzioni e alle richieste mutevoli della società. l’intensificazione della cooperazione nell’istruzione e Formazione Professionale avrebbe fornito un valido contributo sia per realizzare con successo l’allargamento dell’unione Europea, sia per conseguire gli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di lisbona. Venne pertanto introdotto il metodo della Cooperazione rafforzata nell’Istruzione e Formazione professionale (VET), con la finalità di incoraggiare un maggior numero di individui a fare un più ampio uso di opportunità di apprendimento professionale, a scuola, nell’istruzione superiore, sul posto di lavoro o attraverso corsi privati. in particolare vennero individuate quattro priorità: a) Rafforzare la dimensione europea dell’Istruzione e Formazione Professionale, allo scopo di migliorare e di intensificare la cooperazione, così da facilitare e promuovere la mobilità e lo sviluppo di forme di cooperazione interistituzionale, di partenariati e di altre iniziative transnazionali, tutto al fine di dare maggiore visibilità al settore europeo dell’istruzione e della formazione in un contesto internazionale e far sì che l’Europa fosse riconosciuta, a livello mondiale, come un punto di riferimento in materia di apprendimento. I PrInCIPALI orgAnISmI EuroPEI il Parlamento europeo è composto da 751 rappresentanti dei popoli degli Stati membri, eletti a suffragio universale. il numero dei rappresentanti eletti in ciascuno Stato membro differisce a seconda della popolazione. il Parlamento partecipa all’elaborazione degli atti legislativi comunitari in diversa misura, a seconda delle materie: può esprimere pareri non vincolanti o vincolanti; più spesso, i testi legislativi sono adottati di comune accordo dal Consiglio e dal Parlamento, il cui consenso è indispensabile per l’adozione del testo finale. il Consiglio dell’unione Europea è composto dai rappresentanti dei Governi degli Stati membri. la sua composizione cambia a seconda delle materie all’ordine del giorno in quanto ciascuno Stato viene rappresentato dal membro del Governo responsabile della materia in questione (Affari esteri, Finanze, Affari sociali, Trasporti, Agricoltura, ecc.). Fino alla fine del 2009, la presidenza del Consiglio europeo era una carica informale e temporanea, svolta dal Capo di Stato o di Governo dello Stato membro che deteneva la presidenza semestrale del Consiglio dei Ministri. il Trattato di lisbona ha reso stabile questa carica, che viene assegnata dal Consiglio europeo stesso a maggioranza qualificata. il mandato dura due anni e mezzo ed è rinnovabile una volta sola. la Commissione è composta da 28 membri (uno per Stato membro). i membri della Commissione sono nominati dal Consiglio per una durata di cinque anni. la Commissione è responsabile dell’elaborazione delle proposte di nuovi atti legislativi, che presenta al Parlamento e al Consiglio. inoltre, essa partecipa attivamente alle tappe successive del procedimento legislativo. la Commissione istruisce ed attua le politiche ed i programmi adottati dal Parlamento e dal Consiglio. 14 b) Trasparenza, informazione, orientamento • Aumentare la trasparenza nell’istruzione e Formazione Professionale tramite l’attuazione e la razionalizzazione degli strumenti e delle reti di informazione, anche grazie all’integrazione all’interno di una unica cornice di strumenti quali il CV europeo, i Certificate e Diploma supplement, il quadro comune europeo di riferimento per le lingue ed Europass. • Rafforzare le politiche, i sistemi e le prassi che sostengono l’informazione e l’orientamento negli Stati membri a tutti i livelli educativi, formativi ed occupazionali, in particolare per quanto concerne l’accesso all’apprendimento, l’istruzione e la Formazione Professionale e la trasferibilità e il riconoscimento delle competenze e delle qualifiche, in modo da agevolare la mobilità occupazionale e geografica dei cittadini in Europa. c) Riconoscimento delle competenze e delle qualifiche • Esaminare i modi per promuovere la trasparenza, la comparabilità, la trasferibilità e il riconoscimento delle competenze e/o delle qualifiche tra i vari Paesi e a differenti livelli elaborando livelli di riferimento, principi comuni di certificazione e misure comuni, fra cui un sistema di trasferimento di crediti per l’istruzione e Formazione Professionale. • Sostenere maggiormente lo sviluppo delle competenze e delle qualifiche a livello settoriale rafforzando in particolare il coinvolgimento e la cooperazione delle Parti Sociali. • Definire una serie di principi comuni concernenti la convalida dell’apprendimento non formale ed informale al fine di assicurare una maggiore coerenza tra le modalità seguite dai vari Paesi e a differenti livelli. d) Garanzia della qualità • Promuovere la cooperazione in materia di garanzia della qualità, con particolare attenzione allo scambio di modelli e metodi, nonché ai criteri ed ai principi qualitativi comuni in materia di istruzione e Formazione Professionale. • Prestare attenzione alle esigenze in materia di formazione degli insegnanti e dei formatori attivi in ogni tipo di istruzione e Formazione Professionale. • Tale strategia si fonda sul presupposto che l’istruzione e la Formazione costituiscano strumenti indispensabili per promuovere l’occupabilità, la coesione sociale, la cittadinanza attiva, nonché la realizzazione personale e professionale. 15 1.4. gLI StrumEntI DELLA DICHIArAzIonE DI CoPEnAgHEn Allo scopo di attuare gli obiettivi prefissati nella strategia per lo sviluppo dell’istruzione e Formazione Professionale individuata a Barcellona e Copenaghen, ed in sintonia con la strategia più generale di promozione dell’apprendimento permanente, il Consiglio europeo definì successivamente un Programma generale per promuovere la mobilità (Programma lifelong learning) ed individuò alcune aree di 12 Risoluzione del Consiglio del 19 dicembre 2002 sulla promozione di una maggiore cooperazione europea in materia di istruzione e Formazione Professionale (2003/C 13/02). 13 Versione consolidata del Trattato sull’unione Europea e del Trattato sul funzionamento dell’unione Europea (2010/C 83/01). I PotErI DELL’EuroPA In mAtErIA DI IStruzIonE E FormAzIonE E ILmEtoDo DELLA CooPErAzIonE rAFForzAtA12 Mentre la Formazione Professionale era già stata individuata come area di azione comunitaria con il trattato di Roma nel 1957, l’istruzione è stata formalmente riconosciuta come area di competenza dell’unione Europea solo con il trattato di Maastricht, che ha istituito l’unione nel 1992. il trattato di Maastricht afferma: “La Comunità contribuirà allo sviluppo di un’istruzione di qualità incoraggiando la cooperazione tra gli Stati membri e, se necessario, supportando ed integrando la loro azione, tuttavia rispettando pienamente la responsabilità degli Stati membri riguardo al contenuto dell’insegnamento e all’organizzazione dei sistemi educativi ed alla loro diversità linguistica e culturale”13. l’unione Europea, per quanto riguarda le Politiche dell’istruzione e della Formazione, svolge dunque un ruolo sussidiario. Gli Stati membri rimangono responsabili per il proprio sistema di istruzione e Formazione, ma cooperano all’interno del quadro europeo per raggiungere obiettivi comuni. le strategie politiche dell’unione Europea si configurano come un sostegno alle azioni nazionali e le indirizzano ad affrontare problematiche comuni quali l’invecchiamento della società, il deficit di competenze della forza lavoro e la competizione globale. A Copenaghen, nel 2002, il Consiglio Europeo dei Ministri dell’istruzione ha introdotto il metodo della Cooperazione rafforzata nell’istruzione e Formazione Professionale (Vocational Education and Training - VET). il concetto generale di Cooperazione rafforzata è previsto dal trattato sull’unione Europea (titolo Vii del trattato uE). la Cooperazione rafforzata è uno strumento per dare un maggiore impulso al processo di integrazione dell’unione Europea, senza necessariamente coinvolgere la totalità degli Stati membri, alcuni dei quali possono avere reticenze nell’incrementare l’integrazione in alcune aree. Essa permette una cooperazione più stretta tra i Paesi dell’unione che desiderano approfondire la costruzione europea nel rispetto del quadro istituzionale unico dell’unione. le deliberazioni degli Stati che partecipano al processo di Cooperazione rafforzata sono aperte a tutti i Paesi membri dell’unione, ma solo quelli che sono in Cooperazione rafforzata hanno diritto di voto. Gli Stati in Cooperazione rafforzata informano periodicamente il Parlamento europeo e la Commissione dei progressi compiuti. Gli Stati membri interessati possono quindi progredire secondo ritmi e/o obiettivi diversi. 16 intervento specifico, sulle quali vennero attivati dei gruppi di lavoro tra gli Stati membri. il lavoro condotto dalla Commissione e dai Paesi membri in queste aree ha portato alla definizione di obiettivi e di strumenti comuni, per l’attivazione ed il raggiungimento dei quali sono state emanate delle Raccomandazioni a livello europeo. le Raccomandazioni sono degli atti non vincolanti con i quali le istituzioni comunitarie invitano i destinatari a seguire un determinato comportamento. in genere sono adottate dalle istituzioni comunitarie quando queste non dispongono del potere di adottare atti obbligatori o quando ritengono che non vi sia motivo di adottare norme più vincolanti. le Raccomandazioni adottate per rafforzare l’attuazione del processo di Copenaghen riguardano: • lo sviluppo di un Quadro europeo per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze (European Qualification Framework - EQF); • l’introduzione di una metodologia per il trasferimento dei crediti per l’Istruzione e la Formazione Professionale (European Credit system for Vocational Education and Training - ECVET); • la definizione di un Quadro di riferimento per l’assicurazione di qualità (European Quality Assurance Reference framework for Vocational Education and Training - EQAVET); • la definizione di un Quadro europeo per le competenze chiave. Con l’emanazione di queste Raccomandazioni, tra la fine del 2006 e giugno 2009, viene portato a compimento il processo politico delineato tra lisbona e Copenaghen. l’unione Europea, dopo aver definito i suoi obiettivi strategici in materia di apprendimento permanente e sviluppo dell’istruzione e Formazione Professionale, attraverso questi atti, non vincolanti ma fortemente impegnativi, ha individuato delle modalità attuative, che vengono “raccomandate” ai Paesi membri dopo la loro approvazione. i capisaldi di questa strategia sono: • lo spostamento dell’attenzione dal processo di insegnamento al processo di apprendimento, • il rafforzamento delle competenze chiave di cittadinanza per tutti i cittadini europei, • la focalizzazione sui risultati dell’apprendimento, piuttosto che sui percorsi formali di istruzione e Formazione, • la possibilità di validazione e riconoscimento delle competenze possedute, a prescindere dalla modalità con cui sono state acquisite, • la definizione di un linguaggio e di livelli comuni che consentono il confronto delle qualificazioni e dei titoli ottenuti nei diversi sistemi nazionali, dai livelli più elementari fino a quelli di più elevata specializzazione, • la definizione di un modello e di strumenti comuni che garantiscano il controllo e lo sviluppo continuo della qualità dell’offerta formativa all’interno dei sistemi dei diversi Paesi. 17 Attraverso questa strategia l’unione Europea non entra nel merito dell’organizzazione dei percorsi scolastici e formativi, che rimane materia soggetta alle giurisdizioni nazionali, ma fissa alcune coordinate fondamentali che nei prossimi anni potrebbero modificarne notevolmente le prospettive evolutive. Per alcuni Paesi, come l’italia, l’applicazione delle Raccomandazioni comporta una vera e propria rivoluzione culturale: ad esempio la trasformazione del sistema formativo dall’attuale modalità organizzativa, basata sull’offerta di percorsi di istruzione e Formazione la cui frequenza viene convalidata e riconosciuta per l’acquisizione del titolo, ad un sistema nel quale non conterà quale percorso sia stato seguito, ma conteranno le conoscenze e competenze effettivamente acquisite, comporta un ripensamento totale delle attuali modalità di rilascio dei titoli, tutte schiacciate sulla conclusione e convalida dei percorsi formali. ugualmente impegnativa è la creazione di un quadro unico che raggruppi tutti i titoli e le qualificazioni, dal livello di base fino a quello postuniversitario; al di là dei problemi di tipo definitorio si pone il problema culturale dell’integrazione tra i diversi sistemi, quello di tipo accademico e quello più orientato alla creazione di professionalità specifiche; in italia, ma anche in molti altri Paesi, il mondo accademico ha sempre guardato con un certo sospetto il mondo della Formazione Professionale e l’obiettivo di ricomporre in un quadro realmente unitario i titoli e le qualifiche ottenute nei diversi sistemi non è semplice da realizzare. Anche l’attuazione dei modelli di garanzia di qualità, per quanto non manchino esperienze significative nel nostro Paese, dovrà assicurare che l’adozione di questi modelli non avvenga solo sul piano formale, ma produca un effettivo cambiamento nelle modalità di governo dell’azione formativa. le Raccomandazioni europee verranno descritte in dettaglio nei capitoli successivi. inoltre il Processo di Copenaghen ha portato alla realizzazione di strumenti per facilitare la mobilità e la trasparenza delle qualifiche (Europass) e di strumenti per promuovere l’informazione e l’orientamento sulle opportunità di formazione e di carriera nell’unione Europea (portale PlOTEuS e Euroguidance network). 1.5. IL ProgrAmmA LIFELong LEArnIng E LE AzIonI PEr LA moBILItà il Programma d’azione comunitaria nel campo dell’apprendimento permanente, o Lifelong Learning Programme (LLP), è stato istituito con decisione del Parlamento europeo e del Consiglio il 15 novembre 2006 ed ha riunito al suo interno tutte le iniziative di cooperazione europea nell’ambito dell’istruzione e della Formazione dal 2007 al 2013. il suo obiettivo generale è stato contribuire, attraverso l’apprendimento permanente, allo sviluppo dell’unione quale società avanzata basata sulla conoscenza, con uno sviluppo economico sostenibile, nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale, garantendo nel contempo una valida tutela dell’ambiente per le generazioni future (Strategia di lisbona). 18 il programma europeo lifelong learning ha raggruppato le iniziative concrete messe in atto dall’unione Europea per realizzare gli obiettivi strategici di Copenaghen; queste iniziative non riguardano solo studenti ed allievi, ma anche insegnanti, formatori e tutti coloro che sono coinvolti nell’istruzione e nella Formazione. in particolare ha promosso, all’interno della Comunità, gli scambi, la cooperazione e la mobilità tra i sistemi d’istruzione e Formazione in modo che essi diventino un punto di riferimento di qualità a livello mondiale. il Programma ha rafforzato e integrato le azioni condotte dagli Stati membri, pur mantenendo inalterata la responsabilità affidata ad ognuno di essi riguardo al contenuto dei sistemi di istruzione e Formazione e rispettando la loro diversità culturale e linguistica. i fondamenti giuridici si ritrovano negli artt. 149 e 150 del Trattato dell’unione dove si afferma che “la Comunità contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione...” (art.149) e che “la Comunità attua una politica di formazione professionale che rafforza ed integra le azioni degli Stati membri...” (art. 150). in particolare vennero messi in opera quattro sotto-programmi per finanziare progetti ai diversi livelli di istruzione e Formazione: Comenius, che è rivolto all’ambito scolastico, Erasmus per l’istruzione superiore, Leonardo da Vinci, destinato all’istruzione e Formazione Professionale ed infine Grundtvig, che contiene iniziative per promuovere l’educazione degli adulti. IL SuPPorto tECnICo ALL’AttuAzIonE DEgLI oBIEttIVI EuroPEI l’unione Europea si avvale di agenzie tecniche internazionali che nel campo dell’istruzione e della Formazione Professionale conducono un’attività di ricerca, analisi, documentazione e sostegno tecnico alla Commissione. Tra queste possiamo ricordare: il Cedefop; l’European Training Foundation (ETF); Eurydice. il Cedefop (European Centre for the Development of Vocational Training), istituito nel 1975 e localizzato a Salonicco, è una agenzia europea che facilita lo sviluppo dell’istruzione e Formazione Professionale nell’unione Europea. È il Centro di riferimento dell’unione per l’istruzione e la Formazione Professionale. il Cedefop: • fornisce know-how scientifico e tecnico in aree specifiche e promuove scambi di idee tra i diversi partner europei; • fornisce informazioni e analisi dei sistemi, delle politiche, delle ricerche e delle attività di istruzione e Formazione Professionale. i compiti del Cedefop sono: • predisporre documentazione selezionata ed analisi dei dati; • contribuire a sviluppare e coordinare attività di ricerca; • valorizzare e disseminare l’informazione; • incoraggiare approcci comuni alle problematiche dell’istruzione e Formazione Professionale; • fornire un forum di dibattito e scambio di idee. la Fondazione europea per la formazione (European Training Foundation - ETF) è un’agenzia dell’unione Europea situata a Torino. È stata istituita nel 1990 per contribuire allo sviluppo dei sistemi di istruzione e Formazione Professionale dei Paesi partner dell’unione. 19 la missione dell’ETF è aiutare i Paesi in transizione ed in via di sviluppo a promuovere il potenziale del loro capitale umano attraverso la riforma dell’istruzione, della Formazione e del mercato del lavoro nel contesto della politica delle relazioni esterne dell’uE. Alla base dell’attività dell’ETF c’è la convinzione che lo sviluppo del capitale umano nella prospettiva del lifelong learning può fornire un contributo fondamentale all’accrescimento della prosperità, alla creazione di una crescita sostenibile e ad incoraggiare l’inclusione sociale nei Paesi in transizione ed in via di sviluppo. la missione di Eurydice è fornire ai responsabili dei sistemi e delle politiche educative europee analisi ed informazioni a livello europeo che li possano sostenere nel processo decisionale. in particolare l’attività si focalizza su come i sistemi educativi si strutturano ed organizzano attraverso: • descrizioni dettagliate e rassegne dei sistemi educativi nazionali; • studi tematici comparativi su specifiche tematiche di interesse comunitario; • indicatori e statistiche; • materiali di riferimento e strumenti riferiti all’istruzione. Eurydice si articola in 35 unità nazionali basate in 31 Paesi partecipanti. 21 2. Verso Europa 2020 la Strategia di lisbona per la crescita e l’occupazione è stata la risposta comune dell’Europa per affrontare le sfide della globalizzazione, del mutamento demografico e della società della conoscenza. Essa era rivolta a creare un’Europa più dinamica e competitiva per assicurare un futuro prospero, equo ed ambientalmente sostenibile per tutti i cittadini. Nonostante gli sforzi comuni, questi obiettivi sono stati raggiunti solo in parte e la dura crisi economica ha reso queste sfide ancora più pressanti. Per emergere dalla crisi e preparare l’Europa al nuovo decennio la Commissione europea ha proposto la “Strategia 2020”1. la Strategia Europa 2020 succede a quella approvata a lisbona, condividendone alcuni aspetti, e ha proposto un progetto per l’economia sociale di mercato europea nel nuovo decennio, sulla base di tre obiettivi prioritari strettamente interconnessi che si rafforzano a vicenda: • crescita intelligente, attraverso lo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione; • crescita sostenibile, attraverso la promozione di un’economia a basse emissioni inquinanti, efficiente sotto il profilo dell’impiego delle risorse e competitiva; • crescita inclusiva, attraverso la promozione di un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale. i progressi verso la realizzazione di questi obiettivi vengono valutati sulla base di cinque traguardi principali da raggiungere a livello di unione Europea, che gli Stati membri devono tradurre in obiettivi nazionali da definire in funzione delle rispettive situazioni di partenza. 1 Comunicazione della Commissione Europa 2020 una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, Com(2010) 2020. gLI InDICAtorI DELLA StrAtEgIA EuroPA 2020 • il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro; • innalzare al 3% del Pil i livelli d’investimento pubblico e privato nella ricerca e lo sviluppo; • ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% rispetto ai livelli del 1990 e portare al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabili nel consumo finale di energia; • il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma; • 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio povertà. 22 l’istruzione, la Formazione e l’apprendimento permanente giocano un ruolo chiave per raggiungere questi obiettivi. Vengono inoltre individuate “sette iniziative faro”, focalizzate sui temi prioritari: • l’unione dell’innovazione, per migliorare l’accesso e l’utilizzo dei finanziamenti per la ricerca e l’innovazione, facendo in modo che le idee innovative si trasformino in nuovi prodotti e servizi tali da stimolare la crescita e l’occupazione. • Youth on the move, per migliorare l’efficienza dei sistemi di insegnamento e agevolare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. • un’agenda europea del digitale, per accelerare la diffusione di internet ad alta velocità e sfruttare i vantaggi di un mercato unico del digitale per famiglie e imprese. • un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse, per contribuire a scindere la crescita economica dal consumo delle risorse, favorire il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio, incrementare l’uso delle fonti di energia rinnovabile, modernizzare il nostro settore dei trasporti e promuovere l’efficienza energetica. • una politica industriale per l’era della globalizzazione, per migliorare il clima imprenditoriale, specialmente per le PMi, e favorire lo sviluppo di una base industriale solida e sostenibile in grado di competere su scala mondiale. • un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro, per modernizzare i mercati del lavoro e consentire alle persone di migliorare le proprie competenze in tutto l’arco della vita al fine di aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e di conciliare meglio l’offerta e la domanda di manodopera, anche tramite la mobilità dei lavoratori. • la Piattaforma europea contro la povertà, per garantire coesione sociale e territoriale in modo tale che i benefici della crescita e i posti di lavoro siano equamente distribuiti e che le persone vittime di povertà e esclusione sociale possano vivere in condizioni dignitose e partecipare attivamente alla società. Ogni Stato membro deve fornire un contributo alla realizzazione degli obiettivi della Strategia Europa 2020 attraverso percorsi nazionali che rispecchino la situazione di ciascun Paese e il suo “livello di ambizione”. Alla Commissione spetta il compito di controllare i progressi compiuti e, in caso di “risposta inadeguata”, di formulare una “raccomandazione” che deve essere attuata in un determinato lasso di tempo, esaurito il quale, senza un’adeguata reazione, segue un “avvertimento politico”. la Strategia Europa 2020 è stata adottata dall’unione Europea in occasione del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo del 17 giugno 20102. la Strategia – si legge nel documento finale – aiuterà l’Europa a riprendersi dalla crisi e a uscirne 2 Consiglio Europeo 17 Giugno 2010 Conclusioni (Euco 13/10). 23 rafforzata, a livello sia interno sia internazionale, incentivando la competitività, la produttività, il potenziale di crescita, la coesione sociale e la convergenza economica. Occorre rilevare che se la Strategia di lisbona era stata varata in un momento di grandi speranze per il rafforzamento del ruolo e della missione dell’unione Europea (si era nel periodo dell’ulteriore allargamento della sua composizione a 27 membri e della nascita dell’Euro), la Strategia Europa 2020 è venuta a cadere in un momento di stanchezza e ripensamento delle prospettive europee. i benchmark europei definiti a lisbona sono stati raggiunti solo in minima parte; anche i progressi che erano stati realizzati per quanto riguarda l’incremento dell’occupazione sono stati annullati dalla crisi economica internazionale. i vincoli finanziari ed economici imposti a Maastricht sono saltati in molti Paesi. Anche sul piano della coesione sociale le problematiche crescenti prodotte dall’aumento dell’immigrazione extra ed intracomunitaria stanno mettendo a dura prova i principi del Trattato di Roma, che sembravano ulteriormente acclarati dopo il libro Bianco di Delors3. l’impatto del Fondo Sociale Europeo, che è il principale strumento finanziario di sostegno allo sviluppo ed all’occupazione nelle aree in difficoltà, è quantomeno diseguale, ed anche i Paesi che più avevano beneficiato del suo sostegno per progredire, come l’irlanda e la Spagna, sono successivamente caduti in una grave crisi economica. le formulazioni che accompagnano i vari documenti strategici, ripetute ormai da oltre 20 anni, sembrano talvolta dei mantra retorici piuttosto che il frutto di una analisi non rituale dei problemi e delle sfide che si pongono di fronte ai Paesi europei. Alcuni importanti ed antichi Paesi promotori della cooperazione europea, come Francia ed Olanda, hanno votato in modo contrario all’introduzione della Costituzione europea, con la conseguente necessità di redigere il trattato di lisbona per salvaguardare quanto più possibile della Costituzione bocciata. D’altra parte ci si può chiedere che cosa sarebbe avvenuto negli ultimi anni se non ci fosse stata l’unione Europea. Probabilmente gli effetti della crisi internazionale sulle economie di alcuni Paesi europei sarebbero stati ancora più devastanti, senza la protezione assicurata dall’adesione al più vasto sistema economico europeo e senza l’obbligo di rispettare i parametri di Maastricht, o quantomeno di non discostarsi eccessivamente da essi. i benchmark europei non sono stati quasi mai raggiunti, ma in numerosi Paesi europei si sono registrati dei miglioramenti e la loro proposizione ha fornito uno stimolo concreto e misurabile ai Paesi europei per affrontare questioni strategiche, come quella dell’abbandono scolastico. la cultura del monitoraggio e della valutazione degli obiettivi politici si è diffusa anche a seguito dell’approccio strategico europeo. i sondaggi europei (Eurobarometro) che vengono condotti semestralmente dicono che oltre il 50% degli Europei ritiene che l’adesione del loro Paese all’unione sia stata una buona cosa e che abbia prodotto più benefici che svantaggi. 3 Commissione Europea, Il completamento del mercato interno: libro bianco della Commissione per il Consiglio europeo COM(85) 310, giugno 1985. 24 2.1. IL QuADro StrAtEgICo PEr LA rInnoVAtA CooPErAzIonE EuroPEA In CAmPo FormAtIVo PEr IL DECEnnIo 2010-2020 Anche nel campo formativo è stato definito un quadro strategico per la cooperazione europea nel decennio successivo. il programma Education and training 2020 (ET 2020)4 prende le mosse dai progressi realizzati nel quadro del programma di lavoro “istruzione e formazione 2010” (ET 2010) e dalla Comunicazione della Commissione Europea “Nuove competenze per nuovi lavori” del 20085, che alla luce delle previsioni sull’evoluzione dell’occupazione e sui fabbisogni di competenze in Europa stimati dal Cedefop, suggerì agli Stati membri una strategia centrata sulla capacità di riorientare l’offerta di istruzione e Formazione alla domanda delle imprese ed ai fabbisogni professionali richiesti dal sistema produttivo. il programma Education and training 2020 adotta il Metodo del Coordinamento aperto ed identifica quattro obiettivi strategici a lungo termine: • rendere l’apprendimento permanente e la mobilità una realtà concreta; • migliorare la qualità e l’efficienza dell’istruzione e della Formazione; • promuovere equità, coesione sociale e cittadinanza attiva; • stimolare la creatività e l’innovazione, inclusa l’imprenditorialità, a tutti i livelli dell’istruzione e della Formazione. Come si può vedere il Programma conferma in larga parte gli obiettivi già definiti nel processo di Copenaghen, introducendo però, come nuovo obiettivo strategico, quello dell’innovazione e della creatività, che non era stato preso in particolare considerazione nelle politiche precedenti. Secondo il Consiglio europeo, oltre a contribuire alla realizzazione personale, la creatività costituisce una fonte primaria dell’innovazione, che a sua volta è riconosciuta come uno dei motori principali dello sviluppo economico sostenibile. la creatività e l’innovazione sono fondamentali per la creazione di imprese e la capacità dell’Europa di competere a livello internazionale. 4 Conclusioni del Consiglio del 12 maggio 2009 su un quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione («ET 2020») (2009/C 119/02). 5 Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al comitato delle Regioni Nuove competenze per nuovi lavori prevedere le esigenze del mercato del lavoro e le competenze professionali e rispondervi SEC(2008) 3058. 25 LE PrEVISIonI DEL CEDEFoP rIguArDo L’EVoLuzIonE DELL’oCCuPAzIonE In EuroPA Secondo le previsioni, ipotizzando una lenta ma costante ripresa fino al 2020, l’economia europea creerà circa 8 milioni di nuovi posti di lavoro. inoltre, dovranno essere occupati circa 75 milioni di posti di lavoro per rimpiazzare persone che vanno in pensione o abbandonano la forza lavoro. tEnDEnzE DELL’oCCuPAzIonE PEr SEttorE Quantità (in migliaia) Evoluzione (%) 2008 2013 2020 2025 2008-2013 2013-2020 2020-2025 Settore primario 16 324 15 441 14 177 13 481 -5.4% -8.2% -4.9% Industria manifatturiera 37 778 33 864 33 010 32 547 -10.4% -2.5% -1.4% Costruzioni 18 214 15 534 15 803 16 116 -14.7% 1.7% 2.0% Distribuzione e trasporti 58 855 57 499 59 442 60 600 -2.3% 3.4% 1.9% Commercio ed altri servizi 53 269 55 189 58 957 61 215 3.6% 6.8% 3.8% Servizi non commerciali 52 626 53 917 54 939 55 623 2.5% 1.9% 1.25% Totale 237 068 231 443 236 328 239 583 -2.4% 2.1% 1.4% Fonte: Cedefop / Skills Forecasts / Dati pubblicati nel 2014 Anche se ci sarà la possibilità di lavoro per tutti i tipi di occupazione, la maggior parte dei nuovi posti di lavoro sarà posizionata nella parte superiore e inferiore dello spettro di abilità, producendo il rischio di polarizzazione dell’occupazione. la debole crescita dell’occupazione indica che ci può essere un eccesso di offerta di persone con qualifiche di alto livello nel breve termine, ma entro il 2020 l’Europa avrà la forza lavoro più altamente qualificata nella sua storia. inoltre i due terzi dell’occupazione europea si concentreranno nel settore terziario e quasi tutta l’occupazione aggiuntiva e una forte componente di quella sostitutiva saranno caratterizzate da lavori ad alta intensità di conoscenza e competenze tecniche. ForzE DI LAVoro PEr LIVELLo DI QuALIFICAzIonE Quantità (in migliaia) Evoluzione (%) 2008 2013 2020 2025 2008-2013 2013-2020 2020-2024 Alta 67 754 78 914 91 553 99 709 16.5% 16.0% 8.9% Media 115 901 117 065 115 193 112 256 1.0% -1.6% -2.55% Bassa 63 111 54 769 47 649 42 639 -13.2% -13.0% -10.55% Totale 246 766 250 748 254 394 254 605 1.6% 1.5% 0.1% Fonte: Cedefop / Skills Forecasts / Dati pubblicati nel 2014 Mentre le previsioni sulla domanda di lavoro e i fabbisogni di competenze in italia riflettono la tendenza media europea, i dati sull’offerta di lavoro e sulla popolazione denotano tendenze allarmanti, se confrontati sia con la media europea sia con i Paesi più vicini a noi, anche per dimensioni della forza lavoro, come Germania e Francia. le proiezioni al 2020 indicano, infatti, che l’italia: - sarà il Paese (con il Portogallo) con il peso più alto di lavoratori con bassi livelli di qualificazione (37,1% contro la media uE del 19,5%); - avrà un relativo allineamento alla media europea sui livelli intermedi (45,4% contro il 48,5% dell’uE); - avrà una carenza fortissima di forze di lavoro altamente qualificate (17,5% contro il 32% dell’uE). Se questo è lo scenario, l’italia potrebbe trovarsi in una situazione di grave deficit professionale, con carenza di profili tecnici e specialistici in molti campi, compromettendo le dinamiche di sviluppo e la propria capacità competitiva. 26 la prima posta in gioco consiste nel promuovere l’acquisizione da parte di tutti i cittadini di competenze trasversali fondamentali: in particolare le competenze digitali, “imparare ad imparare”, lo spirito d’iniziativa e lo spirito imprenditoriale, e la sensibilità ai temi culturali. una seconda sfida consiste nel vigilare sul buon funzionamento del triangolo della conoscenza: istruzione/ricerca/innovazione. i partenariati tra il mondo imprenditoriale e i vari livelli e settori dell’istruzione, della Formazione e della ricerca possono contribuire a garantire una migliore concentrazione sulle capacità e competenze richieste nel mercato del lavoro sviluppando l’innovazione e l’imprenditorialità in tutte le forme d’insegnamento. All’interno di questo rinnovato sforzo di avanzamento comune per la promozione dei sistemi di istruzione e formazione e dell’apprendimento permanente, il Consiglio dei Ministri europei per l’istruzione e la Formazione ha approvato 6 nuovi obiettivi quantitativi (benchmark) da raggiungere entro il 2020: • Almeno il 95% dei bambini tra i 4 anni e l’età di inizio della scuola primaria dovrebbero partecipare all’istruzione preelementare. • la quota di abbandoni precoci dall’istruzione e Formazione dovrebbe essere inferiore al 10%. • la quota dei giovani con scarse prestazioni in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15%. • la quota delle persone tra 30 e 34 anni con un titolo a livello terziario dovrebbe essere almeno il 40%. • una media di almeno il 15% di adulti dovrebbe partecipare alla formazione permanente. • la quota degli occupati tra i diplomati secondari od universitari da 20 a 34 anni a tre anni dal diploma dovrebbe essere almeno l’82%. Di questi Benchmark, e del ruolo che assumono nell’indirizzare le politiche nazionali, si parlerà più in dettaglio nel capitolo successivo. IL ComunICAto DI BrugES la necessità di rafforzare la cooperazione europea in materia di istruzione e Formazione Professionale per il periodo 2011-2020 è stata ribadita attraverso il comunicato di Bruges, che rafforza le principali direttrici di sviluppo e Formazione Professionale stabilite nell’ambito del processo di Copenaghen. il comunicato è stato adottato dai Ministri europei per l’istruzione e la Formazione Professionale, le parti sociali europee e la Commissione europea, riuniti a Bruges il 7 dicembre 2010 per rivedere l’approccio strategico e le priorità del processo di Copenaghen per il periodo 2011-2020. il comunicato di Bruges mira alla prospettiva di un sistema di Formazione Professionale moderno e attraente, che assicura: • massimo accesso all’apprendimento permanente, in modo che le persone abbiano l’opportunità di imparare in ogni fase della vita, seguendo percorsi di istruzione e Formazione più aperti e flessibili; 27 Anche nel campo dell’istruzione e Formazione la Commissione europea, applicando la Strategia generale Europa 2020, ha avviato una attività di più stretto monitoraggio dei risultati degli Stati membri, seguita da Raccomandazioni specifiche rivolte ai singoli Paesi riguardo i processi di riforma da attuare per raggiungere gli obiettivi europei. Dall’analisi dei dati sui sistemi di istruzione e Formazione europei emergono diversi elementi di criticità: • i sistemi di istruzione e Formazione europei continuano a non essere in grado di fornire le abilità adeguate per l’occupabilità e non collaborano adeguatamente con le imprese per avvicinare la formazione alla realtà del mondo del lavoro. questo mancato incontro tra domanda e offerta di competenze suscita una crescente preoccupazione per la competitività dell’industria europea. • Per quanto negli ultimi anni le percentuali di coloro che completano il ciclo di istruzione superiore siano aumentate, saranno necessari notevoli sforzi per raggiungere l’obiettivo del 40% dei giovani in possesso di un diploma di istruzione superiore. • Nonostante i significativi passi avanti compiuti negli ultimi anni, l’abbandono scolastico resta a livelli inaccettabili in troppi Stati membri, come la Spagna (26,5%) e il Portogallo (23,2%). Per ridurre l’abbandono scolastico continuano a essere necessari interventi mirati incentrati su strategie globali fondate su dati concreti (evidence-based). • Risultati insoddisfacenti continuano a essere rilevati in altri settori: 73 milioni di adulti possiedono solo un basso livello di istruzione, quasi il 20% dei giovani di 15 anni non possiede abilità sufficienti nella lettura e la partecipazione all’apprendimento permanente è solo dell’8,9%. • più opportunità di condurre esperienze ed attività di Formazione all’estero per aumentare le competenze linguistiche, fiducia in se stessi e capacità di adattamento; • corsi di qualità più elevata, che forniscano le giuste competenze per ottenere specifici posti di lavoro; • più integrazione e possibilità di accesso per le persone svantaggiate; • pensiero creativo, innovativo e imprenditoriale. il comunicato di Bruges include un piano a medio termine volto a incoraggiare misure concrete a livello nazionale e il sostegno a livello europeo. Ciò richiede ai Paesi membri di: - Rivedere l’uso di incentivi, diritti e doveri per incoraggiare più persone ad intraprendere attività di formazione. - Attuare la Raccomandazione sulla garanzia della qualità nella Formazione Professionale. - incoraggiare lo sviluppo di scuole professionali, con il sostegno delle autorità locali e regionali. - introdurre strategie di internazionalizzazione per promuovere la mobilità internazionale. - intensificare la cooperazione con le imprese al fine di garantire una formazione pertinente, ad esempio fornendo insegnanti e la possibilità di una formazione pratica nelle aziende. - Avviare strategie di comunicazione per evidenziare i vantaggi della Formazione Professionale. 28 Nel documento Rethinking education6 la Commissione ha sottolineato come sia necessario ampliare la portata delle riforme e accelerarne il ritmo in modo che abilità di qualità possano sostenere la crescita e l’occupazione. Pertanto la Commissione ha illustrato un limitato numero di priorità strategiche che spetta agli Stati membri affrontare e parallelamente ha presentato nuove azioni dell’uE con effetto moltiplicatore degli sforzi nazionali. Particolare attenzione è attribuita alla lotta alla disoccupazione giovanile. Rethinking education prende in considerazione quattro settori che sono essenziali per contrastare il problema e nei quali gli Stati membri dovrebbero intensificare gli sforzi: • sviluppo di un’istruzione e Formazione Professionale di eccellenza per innalzare la qualità delle abilità professionali; • promozione dell’apprendimento sul lavoro, anche con tirocini di qualità, periodi di apprendistato e modelli di apprendimento duale per agevolare il passaggio dallo studio al lavoro; • promozione di partenariati fra istituzioni pubbliche e private (per garantire l’adeguatezza dei curricoli e delle abilità trasmesse); • promozione della mobilità attraverso il programma Erasmus per tutti7. 6 Com (201)2 669. 7 “Erasmus per tutti” è il programma uE per l’istruzione, la Formazione, la gioventù e lo sport proposto dalla Commissione europea il 23 novembre 2011. 8 COMMiSSiONE EuROPEA (2014), Education and Training Monitor 2014. EDuCAtIon AnD trAInIng monItor 20148 queste sono le principali criticità emerse nell’ultimo monitoraggio condotto dalla Commissione (novembre 2014) e le conseguenti raccomandazioni: 1.1 Non si possono pretendere elevati risultati educativi senza fornire risorse sufficienti ed introdurre riforme che ne garantiscano l’efficacia. Eppure diciannove Stati membri hanno tagliato le loro spese per l’istruzione nel 2012. Sei Stati membri hanno ridotto gli investimenti di oltre il 5% (El, ES, CY, hu, PT, RO). Alcuni dei Paesi che dedicavano relativamente poche risorse all’istruzione hanno ulteriormente diminuito il loro investimento (BG, RO, Sk). Dal 2008, sei Paesi hanno praticato una riduzione della spesa a tutti i livelli di istruzione (BG, El, iT, lV, PT, RO). i minori investimenti in capitale umano rischiano di compromettere in prospettiva una crescita europea sostenibile e inclusiva. Saranno necessarie delle riforme per assicurarsi che i sistemi di istruzione e Formazione funzionino in modo efficace ed efficiente. 1.2 L’attenzione per l’occupabilità deve essere rafforzata all’interno delle istituzioni educative. la disoccupazione giovanile rimane molto alta in tutta Europa e il tasso di occupazione degli ultimi laureati è rimasto fermo al 75,5% nel 2013. i qualificati della Formazione Professionale hanno maggiori prospettive di lavoro nei Paesi in cui l’apprendimento basato sul lavoro rappresenta una forte componente dei programmi di Formazione Professionale, ed i laureati hanno ancora circa 11 punti percentuali di maggiori probabilità di essere occupati 29 rispetto a chi possiede un diploma di istruzione secondaria superiore. Ma gli squilibri occupazionali e l’inadeguatezza delle qualifiche richiedono che i sistemi di istruzione e Formazione Professionale diventino più sensibili alle esigenze del mercato del lavoro moderno. 1.3 L’educazione deve evitare attivamente qualsiasi forma di discriminazione e di esclusione sociale, e garantire le stesse possibilità di successo per tutti gli studenti. le disuguaglianze economiche e socio-culturali continuano ad avere un impatto negativo sui risultati scolastici. i livelli di istruzione dei genitori ancora condizionano in larga parte i risultati scolastici dei giovani e nuovi dati suggeriscono che la mobilità intergenerazionale relativa ai livelli di istruzione stia effettivamente rallentando nel mondo industrializzato. Dieci Paesi in particolare dovrebbero prestare attenzione agli studenti svantaggiati (AT, BG, Cz, DE, Dk, hu, lu, RO, SE e Sk). Anche se affrontare lo svantaggio educativo è complesso e richiede strategie integrate di ampio respiro, gli Stati membri non possono permettersi di ignorare queste sfide. 2.1 La riduzione del numero di abbandoni scolastici prematuri eviterà all’Europa gravi costi sociali pubblici e proteggerà gli individui da un elevato rischio di povertà ed emarginazione sociale. Si verificano ancora più di cinque milioni di abbandoni scolastici prematuri in Europa, che vanno incontro ad un tasso di disoccupazione del 41%. Mentre l’Europa si avvicina all’obiettivo previsto da Europa 2020, 12,0% di abbandoni nel 2013, diventa sempre più evidente che l’abbandono scolastico precoce è un problema complesso e dalle molte facce. il lento ma costante progresso nasconde notevoli disparità tra i Paesi europei ed anche al loro interno. il rischio di abbandono scolastico è più elevato del 33,3% tra gli uomini; è il doppio per gli stranieri; non meno del 156,1% superiore per coloro che soffrono handicap fisici; e più di tre volte superiore nelle regioni più arretrate di BG, Cz, Pl, Dk e BE. 2.2 Nel campo dell’Istruzione superiore, rimane difficile ampliare l’accesso e ridurre i tassi di abbandono tra i gruppi svantaggiati. il tasso di conseguimento di un titolo terziario in Europa è cresciuto costantemente fino al 36,9%, ma si prevede che l’occupazione altamente qualificata aumenti solo di un ulteriore 13% entro il 2020. inoltre, le disparità persistenti tra e all’interno dei Paesi non lasciano spazio per il compiacimento. il tasso di conseguimento di un titolo di istruzione terziaria è superiore del 26% tra le donne; circa il 10% in più per i nativi; 62,4% inferiore per gli individui che soffrono handicap fisici; e in Cz, RO e Sk, i tassi di riuscita nelle regioni meno avanzate sono inferiori di almeno il 60% rispetto a quelli delle regioni più avanzate. Solo pochi Paesi si sforzano di ampliare la partecipazione ed i tassi di completamento del percorso universitario tra i gruppi svantaggiati. 2.3 È necessaria un’azione politica mirata per ridurre la scarsa acquisizione di competenze chiave di base in tutta Europa. l’unione Europea non sta compiendo sufficienti progressi per raggiungere l’obiettivo 2020 di avere non più del 15% dei 15enni con bassi risultati in matematica, anche se le trascurabili differenze di genere in matematica e scienze fanno sperare in un’espansione dello studio delle discipline scientifiche, tecniche, matematiche e fisiche. Allo stesso tempo, l’ampio e persistente svantaggio nella capacità di lettura per i ragazzi in tutti gli Stati membri richiede di intraprendere specifiche iniziative politiche. Per quanto riguarda la popolazione in età lavorativa dell’uE, le prestazioni insufficienti in lettura ed in matematica arrivano rispettivamente al 19,9% ed al 23,6%, con differenze significative tra Paesi. lo status socio-economico è ancora di gran lunga il fattore determinante più importante per l’acquisizione di competenze di base da parte di un individuo. 30 La Formazione sul lavoro, attraverso l’apprendistato o altre forme di alternanza, è diventata una priorità strategica all’interno delle politiche educative dell’unione Europea, perché ha dimostrato, nei Paesi dove essa è particolarmente praticata, di costituire un importante strumento per motivare i giovani all’apprendimento e di combattere la disoccupazione. Pertanto l’unione Europea ha lanciato il Programma European Alliance for Apprenticeships, con l’obiettivo di migliorare la qualità e l’offerta di apprendistato in tutta l’uE e di modificare gli atteggiamenti mentali verso l’apprendimento nell’apprendistato attraverso un ampio partenariato che coinvolge i principali stakeholders dei settori dell’occupazione e dell’istruzione. l’European Alliance for Apprenticeships (EAFA) ha mobilitato i Paesi dell’uE e le parti interessate, ha sostenuto la creazione di accordi bilaterali e nazionali, iniziative e meccanismi di cooperazione, supportato la riforma dei sistemi di apprendistato, e aumentato la consapevolezza dei benefici di apprendistato, nonché contribuendo al contesto politico mediante studi e il dialogo. EAFA è stata lanciata nel mese di luglio 2013, con una prima dichiarazione congiunta da parte delle Parti sociali europee (CES, Business Europe, uEAPME e CEEP), della Commissione europea e della presidenza del Consiglio dell’unione Europea. questa è stata seguita da una dichiarazione del Consiglio composto dai Paesi dell’unione Europea, e da singoli impegni da parte dei Paesi dell’unione Europea. 2.2. Lo YoutH guArAntEE un altro documento importante, sul versante delle politiche e degli interventi per l’occupazione giovanile è costituito dalla Raccomandazione del Consiglio europeo del 22 aprile 2013 sull’istituzione del Programma “Garanzia per i giovani” (Youth Guarantee). lo Youth Guarantee costituisce un nuovo approccio alla disoccupazione giovanile per garantire che tutti i giovani di età inferiore ai 25 anni – iscritti o meno ai servizi per l’impiego – possano ottenere un’offerta valida entro 4 mesi dalla fine degli studi o dall’inizio della disoccupazione. il punto di partenza 2.4 Per consentire agli individui di competere in un mercato del lavoro moderno e in continua evoluzione, l’educazione deve dotare le persone di competenze trasversali chiave. Gli sforzi politici in materia di competenze digitali devono essere rafforzati, in quanto anche tra le generazioni più giovani solo la metà può risolvere problemi poco più che elementari con l’uso delle tecnologie informatiche. Gli sforzi degli Stati membri per sostenere la capacità imprenditoriale mediante l’istruzione sono frammentari e mancano di coerenza, mentre i 15enni ottengono risultati peggiori nella soluzione di problemi non di routine di quanto ci si aspetterebbe dalle loro competenze linguistiche, matematiche e scientifiche. Nonostante le competenze linguistiche siano essenziali per la occupabilità dei giovani, i curricoli nazionali mostrano differenze significative nel numero di lingue straniere insegnate. la percentuale di studenti di scuola secondaria che studia due o più lingue straniere è inferiore al 10% in BE FR, hu, iE e AT. 31 per il rilascio della garanzia per i giovani a un giovane dovrebbe essere la registrazione presso un servizio per l’impiego; per i “NEET”9 non registrati presso un servizio per l’impiego gli Stati membri dovrebbero definire un corrispondente punto di partenza per il rilascio della garanzia entro il medesimo periodo di quattro mesi. l’offerta può consistere in un impiego, apprendistato, tirocinio, o ulteriore corso di studi e va adeguata alla situazione e alle esigenze dell’interessato. l’uE integrerà le risorse nazionali necessarie per attivare questi sistemi mediante il Fondo Sociale Europeo (v. cap. 7) e 6 miliardi di euro dell’iniziativa per l’occupazione giovanile. 2.3. IL ProgrAmmA ErASmuS PLuS Nel 2014 è stato avviato il nuovo programma Erasmus+. questo programma ricomprende tutte le precedenti iniziative di finanziamento dell’unione nel settore dell’istruzione, della Formazione, della gioventù e dello sport, tra cui i programmi: • Lifelong Learning (che comprendeva Erasmus, leonardo da Vinci, Comenius, Grundtvig); • Gioventù in azione; • altri cinque precedenti programmi di cooperazione internazionale (Erasmus Mundus, Tempus, Alfa, Edulink e il programma di cooperazione con i Paesi industrializzati). Esso inoltre prevede per la prima volta un sostegno allo sport. Obiettivo della Commissione europea è favorire un’integrazione tra le diverse linee di azione comunitaria, in modo che possano rispondere sempre meglio, ed in maniera più coerente, agli obiettivi che l’unione Europea ha definito attraverso le Raccomandazioni e le decisioni del consiglio dei Ministri Europeo. il programma integrato permette inoltre agli interessati di avere più agevolmente una visione d’insieme delle opportunità di sovvenzione disponibili10. Erasmus+ viene avviato in un momento in cui nell’uE quasi 6 milioni di giovani sono disoccupati, con livelli che in taluni paesi superano il 50%. Nello stesso tempo si registrano oltre 2 milioni di posti di lavoro vacanti e un terzo dei datori di lavoro segnala difficoltà ad assumere personale con le qualifiche richieste. Ciò dimostra il sussistere di importanti deficit di competenze in Europa. Erasmus+ intende affrontare questi deficit fornendo opportunità di studio, di formazione o di esperienze lavorative o di volontariato all’estero. la qualità e la pertinenza delle organizzazioni e dei sistemi europei d’istruzione, Formazione e assistenza ai giovani saranno incrementate attraverso il sostegno al migliora- 9 NEET è l’acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, utilizzato per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una Formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili. 10 Per informazioni più dettagliate si veda http://www.erasmusplus.it. 32 mento dei metodi di insegnamento e apprendimento, a nuovi programmi e allo sviluppo professionale del personale docente e degli animatori giovanili, nonché attraverso una maggiore cooperazione tra il mondo dell’istruzione e il mondo del lavoro. LA StrutturA DI ErASmuS+ la struttura del nuovo Programma Erasmus+ è incentrata su tre attività chiave, trasversali ai diversi settori: n Attività chiave 1 – Mobilità individuale a fini di apprendimento - Mobilità individuale per l’apprendimento. - Mobilità dello Staff (in particolare docenti, leaders scolastici, operatori giovanili). - Mobilità per studenti dell’istruzione superiore e dell’istruzione e Formazione Professionale. - Garanzia per i prestiti. - Master congiunti. - Scambi di Giovani e servizio Volontario Europeo. n Attività chiave 2 – Cooperazione per l’innovazione e le buone pratiche - Partenariati strategici tra organismi dei settori educazione/Formazione o gioventù e altri attori rilevanti. - Partenariati su larga scala tra istituti di istruzione e Formazione e il mondo del lavoro. - Piattaforme informatiche: gemellaggi elettronici fra scuole (eTwinning, Portale europeo per i giovani, Epale per l’educazione degli adulti). - Alleanze per la conoscenza e per le abilità settoriali e Cooperazione con Paesi Terzi e Paesi di vicinato. n Attività chiave 3 – Riforma delle politiche - Sostegno all’agenda uE in tema di istruzione, Formazione e gioventù mediante il Metodo del Coordinamento Aperto. 33 3. I benchmark europei 3.1. un ruoLo StrAtEgICo PEr gLI InDICAtorI in molti Paesi europei sta crescendo, negli ultimi anni, la tendenza a quantificare gli obiettivi di governo indicando target quantitativi precisi, attraverso la definizione di indicatori che possono essere facilmente monitorati e verificati sia dai policy maker sia dall’opinione pubblica1. Nei Paesi di cultura anglosassone questo approccio è entrato stabilmente nella cultura di governo. Ad esempio in inghilterra erano stati introdotti i Public Service Agreements (PSA), che stabilivano obiettivi precisi per il miglioramento dei servizi pubblici, compresi i sistemi di istruzione e Formazione. Gli obiettivi dei PSA prevedevano traguardi (target) precisi per la crescita sia qualitativa che quantitativa del sistema educativo. Ad esempio tra gli obiettivi definiti nel 2004 figurava: Obiettivo iii: Tutti i giovani che raggiungono i 19 anni di età dovranno essere preparati per un lavoro qualificato o per l’Istruzione superiore. indicatori: • aumentare di 3 punti la percentuale di 19enni che raggiungono con esito soddisfacente almeno il livello 2 (diploma della scuola obbligatoria - General Certificate of Secondary Education) entro il 2006, e di altri 2 punti entro il 2008; • aumentare la percentuale di giovani che raggiungono il livello 3 (diploma secondario superiore - A level); • ridurre di 2 punti la percentuale di giovani che non partecipano all’istruzione, all’occupazione o alla Formazione entro il 2010. questi obiettivi quantitativi (targets) erano inoltre declinati a livello locale, in modo da responsabilizzare sul loro raggiungimento anche gli attori del territorio. Periodicamente si procedeva alla verifica del raggiungimento dei target e dei problemi connessi, e quindi alla riformulazione degli obiettivi2. la diffusione di una cultura legata al risultato non riguarda solo i Paesi anglosassoni. Anche il sistema francese, sulla base della “Loi organique relative aux lois de finances (lOlF)” ha modificato radicalmente la filosofia dell’intervento pubblico, spostandosi da un approccio di bilancio basato sul finanziamento dell’attività (delle scuole, degli insegnanti, ecc.) ad un approccio basato sul finanzia- 1 Allulli G. (2007), la valutazione della scuola: un problema di governance, in Economia dei servizi, il Mulino, n. 3/2007. 2 CEDEFOP (2009), Assuring the quality of Vet systems by defining expected outcomes, Cedefop Panorama series, 158. 34 mento dell’obiettivo da raggiungere, descritto in termini misurabili. Di conseguenza nella legge finanziaria ogni Ministero deve specificare in termini misurabili gli obiettivi da raggiungere e non solo le risorse che intende erogare. in questo modo chi governa, il Parlamento ed i cittadini hanno a disposizione uno strumento per misurare il successo dell’azione pubblica che viene finanziata annualmente e prendere le opportune decisioni, ovviamente ognuno nei suoi ambiti di competenza3. Come si è detto in precedenza questo tipo di procedimento è entrato a far parte anche delle politiche dell’unione Europea. il ricorso agli indicatori per fissare gli obiettivi da raggiungere presenta diversi aspetti positivi ma anche alcuni aspetti critici. in particolare si possono elencare i seguenti vantaggi4: • obbliga i decisori politici a stabilire i loro obiettivi e le loro priorità: talvolta gli obiettivi dell’azione politica non vengono esplicitati; l’azione politica viene concepita solo come processo, e non come attività finalizzata a conseguire un risultato. l’uso dell’indicatore costringe invece il policy maker a dichiarare e rendere trasparenti gli obiettivi della propria azione politica. • Costringe i decisori ad operazionalizzare gli obiettivi, in modo che possano essere misurabili: spesso, anche quando vengono definiti degli obiettivi, essi rimangono generici e non danno la possibilità ai cittadini di verificare effettivamente se essi sono stati conseguiti o meno. l’indicatore, che consiste in un dato preciso, obbliga ad uscire dalla genericità; questo è utile per i cittadini ma è utile anche per il policy maker, la cui capacità di azione strategica trae giovamento dalla operazionalizzazione dei propri obiettivi. • Consente il confronto ed il benchmarking: l’indicatore permette di confrontare situazioni diverse e di individuare punti di riferimento che vengono fissati come mete da raggiungere. • Consente un monitoraggio obiettivo: l’individuazione di parametri precisi di riferimento consente di evitare (o di ridurre) la soggettività del giudizio. • Permette di incentivare coloro che ottengono risultati migliori e di sostenere chi si trova in difficoltà: la maggiore trasparenza assicurata dall’indicatore permette di individuare più facilmente aree di eccellenza ed aree di criticità e dunque di adottare politiche premiali o compensative. • Fornisce un solido punto di partenza per la valutazione. Senza una base quantitativa qualunque attività di valutazione rischia di cadere nella soggettività. È opportuno però ricordare che la valutazione non si esaurisce nell’analisi quantitativa, perché deve essere sempre integrata con una analisi di tipo qualitativo. 3 Cfr. http://www.performance-publique.gouv.fr. 4 Allulli G. (2000), Le misure della qualità, Seam, Roma. 35 D’altra parte l’utilizzo di indicatori per definire gli obiettivi da raggiungere non è privo di pericoli; infatti un uso inappropriato degli indicatori può far emergere alcuni effetti inattesi: • la necessità di stabilire mete misurabili rischia di far concentrare l’attenzione solo sugli obiettivi più banali; infatti talvolta vengono scelti gli indicatori per i quali esistono dati disponibili, o più facilmente collezionabili, trascurando aspetti più complessi; • spesso si richiede di raccogliere grandi quantità di dati per monitorare i risultati; questo accresce l’aggravio burocratico, procurando la cosiddetta “molestia statistica” alle strutture soggette a monitoraggio o valutazione; • il confronto tra situazioni diverse senza tener conto del contesto potrebbe essere scorretto; talvolta i confronti che vengono condotti non tengono conto delle differenze esistenti tra i vari contesti; • l’enfasi sugli indicatori potrebbe far mettere in secondo piano l’analisi qualitativa; l’eccessiva dipendenza dai numeri (la cosiddetta “quantofrenia”) rischia di far trascurare gli aspetti cosiddetti “qualitativi” della valutazione, che la raccolta di dati quantitativi non permette di apprezzare adeguatamente; • i finanziamenti assegnati sulla base di risultati quantitativi potrebbero creare degli effetti perversi. Se ad esempio vengono introdotti premi per le scuole che fanno registrare un basso tasso di abbandono, le scuole saranno tentate dal selezionare gli alunni in partenza, in modo da accogliere solo quelli più bravi e motivati; oppure potrebbero abbassare gli standard da raggiungere, in modo da facilitare la frequenza. Occorre, infine, osservare che la modifica di un sistema complesso come quello educativo non si realizza in un tempo ridotto; la misurazione dell’impatto di una politica educativa sul sistema potrebbe richiedere tempi anche lunghi; i comportamenti di milioni di docenti, studenti e famiglie, che sono soggetti peraltro ad una molteplicità di stimoli al di là di quelli proposti dalle politiche riformatrici, non cambiano nel giro di pochi mesi. Pertanto, nel monitorare l’applicazione e l’evoluzione di una politica sarebbe opportuno utilizzare non solo gli indicatori di risultato, che misurano gli effetti finali della politica (ad esempio la diminuzione del tasso di abbandono o l’innalzamento dei livelli di apprendimento), ma anche gli indicatori di processo, che permettono di verificare in che modo la politica viene applicata sul sistema. inoltre, prima di concludere che un processo riformatore ha prodotto o meno i risultati attesi occorre aspettare un congruo lasso di tempo. Vi sono tanti modi per utilizzare gli indicatori nell’ambito delle politiche pubbliche: ad esempio essi possono essere utilizzati per il monitoraggio, per il confronto o per il controllo. Prendendo come parametro di analisi la finalità “politica” che riveste l’indicatore, si possono individuare due approcci al loro uso: un approccio che possiamo definire “morbido”, in quanto la sua applicazione non è propedeutica all’adozione di 36 particolari iniziative da parte di un soggetto sovraordinato, ed un approccio “rigido”, quando l’applicazione dell’indicatore è propedeutica all’intervento da parte dell’ente sovraordinato. Esempi di approccio “morbido” provengono dall’utilizzazione degli indicatori: • per il monitoraggio interno dei processi avviati; • per il confronto volontario con altre istituzioni, in particolare con quelle che presentano caratteristiche simili; • per la definizione volontaria di benchmark, ovvero di punti di riferimento da raggiungere o da prendere ad esempio; • per l’autovalutazione. i benchmark fissati dall’unione Europea nel quadro della Strategia di lisbona rientrano in questo tipo di approccio; essi infatti servono a monitorare il progresso degli Stati membri verso il raggiungimento degli obiettivi di lisbona, ma il loro mancato raggiungimento non comporta nessuna sanzione a carico del Paese “inadempiente”. Al contrario i parametri di Maastricht, il cui mancato rispetto comporta delle sanzioni a carico dello Stato inadempiente, fanno parte di un approccio di tipo rigido. Si può parlare di approccio “rigido” quando gli indicatori vengono utilizzati: • per il monitoraggio esterno, per controllare l’evoluzione di determinati progetti o programmi; • per assegnare finanziamenti aggiuntivi, sulla base di parametri statistici; • per verificare il raggiungimento di obiettivi precisi (targets). Sarebbe opportuno che nel processo di decisione politica gli indicatori venissero utilizzati integrando i due approcci: è necessario cioè stabilire dei traguardi misurabili, sui quali tutti si sentano responsabilizzati e che tutti possano verificare, nella consapevolezza che l’indicatore è uno strumento e non un fine, e che la complessità del sistema educativo richiede una grande attenzione ai diversi contesti, evitando confronti impropri tra soggetti od organizzazioni differenti, ed agli aspetti qualitativi dei processi che vengono osservati. 3.2. InDICAtorI E BEnCHmArk PEr monItorArE IL ProgrESSo VErSo gLI oBIEttIVI DI LISBonA le Conclusioni della presidenza a lisbona nel 2000 ed i successivi Consigli europei hanno riconosciuto un ruolo centrale per indicatori e benchmark all’interno del “Metodo aperto di coordinamento”, il metodo seguito per promuovere la convergenza degli Stati membri verso gli obiettivi principali dell’unione economica e sociale (v. par. 1.2). in particolare si è intensificato l’utilizzo di indicatori e benchmark nel settore della cooperazione riguardo l’istruzione e la Formazione in Europa. 37 Nel 2002 il Consiglio Europeo approvò un programma di lavoro dettagliato che fissava 13 obiettivi concreti in materia di istruzione e Formazione e un elenco indicativo di 33 indicatori, successivamente ridotti a 29. Venne anche istituito un gruppo permanente sugli indicatori e benchmark (Standing Group on indicators and Benchmarks), composto da esperti in rappresentanza di tutti gli Stati membri, per consigliare la Commissione sull’uso di indicatori e benchmark. l’atto più significativo è stato l’adozione, da parte del Consiglio di istruzione, di 5 benchmark (“livelli di riferimento della performance media europea”) nel settore chiave dell’istruzione e della Formazione, ovvero cinque obiettivi quantitativi che l’unione Europea si prefiggeva di raggiungere entro il 2010. la definizione dei benchmark intendeva costituire un modo concreto e misurabile per indicare agli Stati membri la strada da percorrere per costruire un sistema di apprendimento/Formazione permanente e per misurare il progresso in questa direzione. l’obiettivo che si proponeva era raggiungere il benchmark come media europea; dunque venivano/vengono ammesse anche differenze tra i diversi Paesi, ferma restando l’intenzione di raggiungere, nella media europea, il valore previsto dal benchmark. il mancato raggiungimento del benchmark da parte di un Paese non comporta alcuna sanzione: siamo all’interno di quell’approccio “morbido” sull’uso degli indicatori di cui si è parlato nel paragrafo precedente. i benchmark erano i seguenti: • almeno l’85% dei giovani deve conseguire un diploma di scuola secondaria superiore; • il tasso massimo di abbandono della scuola prima di conseguire un titolo superiore od una qualifica non deve superare il 10%; • la partecipazione alle attività di Formazione permanente deve coinvolgere il 12,5% della popolazione nell’arco di un mese; • diminuire di almeno il 20% la percentuale di giovani che dimostrano scarsa capacità di comprensione del testo; • aumentare di almeno il 15% il numero di laureati in Matematica, Scienza e Tecnologia. Successivamente la Commissione europea ha monitorato costantemente l’evoluzione di questi indicatori per tutti i Paesi europei, predisponendo un Rapporto annuale che ha consentito di fare periodicamente il punto della situazione. la rilevazione effettuata nel 2011 (su dati 2009)5 mostrò la seguente situazione italiana ed europea: 5 Progress towards the Lisbon Objectives in Education and Training. Indicators and benchmarks 2010/2001. SEC(2011) 526. 38 Posizione italiana ed europea nel 2009/10 rispetto ai benchmark di Lisbona BENCHMARK Media Media Unione Europea Italia Almeno l’85% dei giovani deve conseguire un diploma di scuola secondaria superiore 78,6% 76,3% Il tasso massimo di abbandono non deve superare il 10% 13,9% 18,8% La partecipazione alle attività di Formazione permanente 9,1% 6,2% deve coinvolgere il 12,5% della popolazione nell’arco di un mese Diminuire di almeno il 20% la percentuale di giovani 21,1% 24,9% con scarsa capacità di comprensione del testo (-6,0%) (+37,4%) Aumentare di almeno il 15% il numero di laureati in Matematica, Scienza e Tecnologia +4,0% +6,3% Fonti: Progress towards the Lisbon Objectives in Education and Training. Indicators and benchmarks 2010/2001. SEC(2011) 526 - Education and training monitor 2014 Come si può vedere, ad eccezione dell’ultimo indicatore, per nessuno degli altri benchmark il progresso dei Paesi europei è stato tale da permettere di raggiungere l’obiettivo previsto. il grafico seguente, riportato nell’ultimo rapporto di monitoraggio prodotto dalla Commissione europea sui benchmark di lisbona6, mostra l’andamento della media europea dei 5 indicatori dal 2000 al 2009. Solo un indicatore, quello relativo al numero dei laureati in materie scientifiche, mostra un deciso progresso nel corso degli anni posto sotto osservazione. Altri tre indicatori mostrano un progresso, ma con un andamento molto più lento di quanto programmato. infine uno, quello relativo ai livelli di comprensione della lettura, mostra addirittura un andamento nettamente negativo fino al 2006 ed una successiva ripresa, ma sempre sotto l’obiettivo europeo. Progresso verso il Raggiungimento dei benchmark di Lisbona Fonte: Progress towards the Lisbon Objectives in Education and Training. Indicators and benchmarks 2010/2011. SEC(2011)526 6 ibid. 39 Nel 2010 il Consiglio europeo esaminò questi dati pervenendo alle seguenti conclusioni7: a) Occorre fare di più per favorire l’alfabetizzazione e i gruppi svantaggiati. • il parametro di riferimento fissato dall’uE per il 2010 è una riduzione del 20% della percentuale dei quindicenni con scarse capacità di lettura, mentre il dato è in realtà aumentato passando dal 21,3 % nel 2000 al 24,1 % nel 2006. • Nella lettura, in matematica e nelle scienze i risultati degli studenti migranti sono inferiori a quelli degli studenti autoctoni (dati PiSA). • il progressivo declino delle abilità di lettura rispetto al parametro di riferimento fissato dall’uE per il 2010 resta un motivo di grave preoccupazione. un buon livello di alfabetizzazione è basilare per l’acquisizione delle competenze chiave e per l’apprendimento permanente. b) Rafforzare le competenze chiave nell’Istruzione e nella Formazione Professionale e nell’educazione degli adulti. qualche passo avanti è stato compiuto per quanto concerne una maggiore partecipazione degli adulti all’istruzione e alla Formazione, ma non abbastanza per raggiungere il livello di riferimento del 12,5% fissato per il 2010. Nel 2008, la percentuale degli europei di età compresa tra i 25 e i 64 anni che ha partecipato ad attività formative nelle quattro settimane precedenti la rilevazione è stata del 9,5%. la probabilità di partecipazione è cinque volte superiore per gli adulti altamente qualificati rispetto agli adulti scarsamente qualificati. c) Passi avanti in termini di miglioramento dell’accesso all’insegnamento superiore. Cresce la consapevolezza politica del fatto che per l’attuazione dell’apprendimento permanente è essenziale far in modo che gli studenti «non tradizionali» possano avere accesso all’istruzione superiore. la maggior parte dei Paesi ha adottato misure a favore di una maggiore partecipazione degli studenti di estrazione socioeconomica più modesta, anche attraverso incentivi finanziari. il 24% della popolazione adulta europea (di età compresa tra i 25 e i 64 anni) è in possesso di un titolo di studio di livello terziario, un dato che mostra un progresso ma rimane di gran lunga inferiore a quello di Stati uniti e Giappone (40%). Se la situazione europea non appare esaltante, quella italiana è di gran lunga peggiore. Per tutti i benchmark, fatta eccezione per quello riguardante i laureati nelle materie scientifiche, l’italia si colloca su valori nettamente inferiori a quelli della media europea. Anche il progresso in questi anni è stato piuttosto contenuto; solo per quanto riguarda il conseguimento del diploma di scuola secondaria vi è stato un avanzamento consistente da quando è stato fissato il benchmark. 7 Relazione congiunta 2010 del Consiglio e della Commissione sull’attuazione del programma di lavoro «istruzione e formazione 2010» (2010/C 117/01). 40 3.3. SEI nuoVI BEnCHmArk PEr IL 2020 All’interno del nuovo quadro strategico per l’istruzione e la Formazione che è stato elaborato per il 2020 (ET 2020) sono stati individuati 6 nuovi benchmark. Tre di questi in realtà riprendono i benchmark precedentemente definiti nell’ambito della Strategia di lisbona; tre, che riguardano l’accesso all’istruzione preelementare, la percentuale di laureati e l’occupazione dei diplomati secondari o universitari, sono del tutto nuovi. questi nuovi obiettivi rientrano nella strategia dell’apprendimento che deve riguardare tutti i momenti della vita, “dalla culla alla tomba”, come recitava la Comunicazione della Commissione del 20018. i 6 benchmark per il 2020 sono i seguenti: • Almeno il 95% dei bambini tra i 4 anni e l’età di inizio della scuola primaria dovrebbero partecipare all’istruzione preelementare. • la quota di abbandoni precoci dell’istruzione e Formazione dovrebbe essere inferiore al 10%. • la quota dei giovani con scarse prestazioni in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15%. • la quota delle persone tra 30 e 34 anni con un titolo a livello terziario dovrebbe essere almeno il 40% . • una media di almeno il 15% di adulti dovrebbe partecipare alla Formazione permanente. • la quota degli occupati tra i diplomati secondari o universitari da 20 a 34 anni a tre anni dal diploma dovrebbe essere almeno l’82%. Tuttavia anche la strada per raggiungere questi benchmark appare decisamente in salita, specialmente per il nostro Paese. Dall’ultimo rapporto di Monitoraggio della Commissione europea, pubblicato nel 2014, emerge la situazione presentata nel prospetto seguente: Posizione italiana ed europea nel 2012/13 rispetto ai benchmark 2020 BENCHMARK Media Media Unione Europea Italia Almeno il 95% dei bambini tra i 4 anni e l’età di inizio della scuola primaria 93,9% 99,2% dovrebbero partecipare all’istruzione preelementare Il tasso massimo di abbandono non deve superare il 10% 12,0% 17,0% La partecipazione alle attività di Formazione permanente 10,5% 6,2% deve coinvolgere il 15% della popolazione nell’arco di un mese La quota dei giovani con scarse prestazioni in Letteratura, Matematica e Scienze Let. 17,8% Let. 19,5% dovrebbe essere inferiore al 15% Mat. 22,1% Mat. 24,7% Sci. 16,6% Sci. 18,7% 8 Commissione delle Comunità europee, Realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente, COM(2001) 678 Bruxelles, 21.11.2001. segue 41 BENCHMARK Media Media Unione Europea Italia La quota delle persone tra 30 e 34 anni con un titolo a livello terziario 36,9% 22,4% dovrebbe essere almeno il 40% La quota degli occupati tra i diplomati secondari od universitari da 20 a 34 anni a tre anni dal diploma dovrebbe essere almeno l’82% 75,5% 48,3% Fonte: Progress towards the Lisbon Objectives in Education and Training. Indicators and benchmarks Come si può vedere dalla tabella, la situazione del nostro Paese è particolarmente difficile per quanto riguarda i tassi di abbandono, di conseguimento del diploma universitario e di occupazione, che sono molto lontani non solo dai benchmark europei, ma anche dalle attuali medie degli altri Paesi. Per quanto riguarda i primi due indicatori l’italia ha fissato benchmark di riferimento più raggiungibili, prevedendo come obiettivo di arrivare al 16% come tasso massimo di abbandono ed al 26-27% come tasso di conseguimento del diploma. in ogni caso i prossimi anni ci diranno in quale misura la definizione di questi 6 nuovi obiettivi riuscirà a dare un impulso effettivo alle politiche educative dei diversi Paesi, oppure si risolverà in una riproposizione meno credibile di un traguardo il cui raggiungimento rimarrà ancora lontano. Al di là di questo rimane tuttavia il positivo significato politico e pedagogico del benchmark, come riferimento strategico che indica in termini trasparenti e misurabili la meta da raggiungere. segue 43 4. Il dibattito sulle competenze ed il Quadro europeo delle qualifiche 4.1. trA ConoSCEnzE E ComPEtEnzE Nel dibattito degli ultimi 20 anni la discussione sulle politiche educative e sui risultati attesi del processo di apprendimento si è spostata da come definire ed acquisire le conoscenze (i saperi) a come definire ed acquisire le competenze (saper essere e saper fare). Nel mondo della Formazione Professionale l’utilizzo del concetto di “competenza” ha una storia abbastanza lunga. Occorre ricordare che il concetto di competenza si è sviluppato soprattutto in ambito lavorativo e dunque della formazione al lavoro. Guy le Boterf, uno dei massimi teorici in questo campo definiva la competenza come “Un insieme, riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in maniera pertinente in un contesto dato”1. Solo negli anni più recenti si è cercato di applicare il concetto di competenza all’ambito dell’istruzione generale, sulla base dell’esigenza di superare una concezione puramente trasmissiva del sapere e di travalicare l’ambito disciplinare per valorizzare invece la capacità di integrare i diversi ambiti disciplinari. un passaggio importante nel processo di elaborazione internazionale del concetto di competenza è stato rappresentato dal progetto DeSeCo (Definizione e selezione delle competenze chiave) che venne condotto dall’OCSE dal 1997 al 20032; questo progetto ha rivestito un ruolo significativo per l’evoluzione delle politiche pubbliche, attraverso la definizione e sistematizzazione di un quadro di riferimento internazionale di discussione. il progetto ha riunito vari esperti con il compito di elaborare “stati dell’arte” del concetto, per confrontare le definizioni, stabilire convergenze e, infine, elencare una serie di competenze chiave per lo sviluppo della società e degli individui. queste competenze chiave dovrebbero ovviamente costituire gli obiettivi principali dell’istruzione e della Formazione. questa iniziativa ha trovato la sua giustificazione nella considerazione che le tradizionali conoscenze di base sono importanti ma non sufficienti a soddisfare i requisiti e la complessità della domanda sociale di oggi. le pubblicazioni del progetto DeSeCo enfatizzano, in particolare, una definizione olistica del concetto di 1 lE BOTERF G. (1990), De la compétence: Essai sur un attracteur étrange, les Ed. de l’Organisation. 2 RYChEN D.S., SAlGANik l.h. (2007), Agire le competenze chiave. Scenari e strategie per il benessere consapevole, FrancoAngeli. 44 competenza, più ampio di quello del senso comune, assegnando al termine il significato di un complesso sistema di azione, compresi gli atteggiamenti cognitivi e non-cognitivi e altri elementi: “la competenza viene definita come la capacità di rispondere con successo ad esigenze complesse in un contesto particolare. La prestazione competente o l’azione efficace implica la mobilitazione di conoscenze, abilità cognitive e pratiche, nonché di componenti sociali come atteggiamenti, emozioni, valori e motivazioni. La competenza – una nozione olistica – non è dunque riducibile alla sua dimensione cognitiva”. il progetto DeSeCo ha individuato nove competenze chiave, suddivise in tre categorie, che possono essere rilevanti per ogni cittadino. ComPEtEnzE CHIAVE SEConDo IL ProgEtto DESECo (a) AGiRE iN MODO AuTONOMO 1) Capacità di difendere e affermare i propri diritti, interessi, responsabilità, limiti e bisogni. questa competenza implica la capacità, per esempio, di: • comprendere propri interessi personali (ad esempio in una elezione); • conoscere regole scritte e principi su cui basare un caso; • costruire l’argomentazione in modo da avere riconosciuti bisogni e diritti, e • suggerire compromessi o soluzioni alternative. 2) Capacità di definire e realizzare programmi di vita e progetti personali. Gli individui devono essere in grado, ad esempio, di: • definire un progetto e fissare un obiettivo; • identificare e valutare le risorse di cui dispongono e le risorse di cui hanno bisogno (ad esempio, tempo e denaro); • mettere in priorità e perfezionare gli obiettivi; • distribuire le risorse necessarie per raggiungere più obiettivi; • imparare da azioni passate, prevedendo i risultati futuri, e • monitorare i progressi, introducendo i necessari adeguamenti durante l’avanzamento del progetto. 3) Capacità di agire in un quadro d’insieme, in un contesto ampio. questa competenza richiede individui di essere in grado, ad esempio, di: • comprendere i modelli; • comprendere il sistema in cui si trovano; • identificare le conseguenze dirette e indirette delle loro azioni, e • scegliere tra diverse possibilità d’azione, riflettendo sulle possibili conseguenze in relazione alle norme ed agli obiettivi individuali e collettivi. SERViRSi Di STRuMENTi iN MANiERA iNTERATTiVA 1) Capacità di utilizzare la lingua, i simboli e i testi in maniera interattiva. questa competenza chiave riguarda l’uso efficace delle capacità linguistiche parlate e scritte, del calcolo e di altre abilità matematiche, in molteplici situazioni. Si tratta di uno strumento essenziale per inserirsi bene nella società e nel posto di lavoro e per mantenere un dialogo efficace con le altre persone. 4.2. LE ComPEtEnzE CHIAVE PEr L’APPrEnDImEnto PErmAnEntE Nel quadro della crescente attenzione alla capacità di applicare i saperi ai diversi contesti della vita attiva, il 18 dicembre 2006 l’unione Europea ha formalmente approvato una Raccomandazione relativa alle Competenze chiave per l’apprendimento permanente3, che individua le competenze chiave di cittadinanza che tutti i cittadini europei dovrebbero possedere e che costituiscono la base per l’apprendimento per- 45 2) Capacità di utilizzare le conoscenze e le informazioni in maniera interattiva. questa competenza chiave richiede una riflessione critica sulla natura stessa dell’informazione – la sua infrastruttura tecnica e il suo contesto e l’impatto sociale, culturale e persino ideologico. la competenza sull’informazione è necessaria come base per la comprensione delle scelte, per formarsi delle opinioni, prendere decisioni, e realizzare azioni informate e responsabili. 3) Capacità di utilizzare le nuove tecnologie in maniera interattiva. la tecnologia può essere usata in modo interattivo se gli utenti ne comprendono la natura e riflettono sulle sue potenzialità. Ancora più importante, gli individui devono mettere in relazione le possibilità sottese agli strumenti tecnologici con la loro situazione ed i loro obiettivi. il primo passo per gli individui è quello di integrare le tecnologie nelle loro pratiche quotidiane, familiarizzandosi con la tecnologia, diventando così in grado di estenderne l’utilizzo. FuNziONARE iN GRuPPi SOCiAlMENTE ETEROGENEi 1) Capacità di stabilire buone relazioni con gli altri. questa competenza chiave permette agli individui di avviare, mantenere e gestire rapporti personali con, ad esempio, conoscenti, colleghi e clienti. interrelarsi positivamente non è solo necessario per la coesione sociale ma, sempre più, per il successo economico, dal momento che le imprese e le economie in cambiamento pongono crescente enfasi sull’intelligenza emotiva. 2) Capacità di cooperare. la collaborazione impone ad ogni individuo di avere certe qualità. Ognuno deve essere in grado di bilanciare l’impegno nei confronti del gruppo e dei suoi obiettivi con le esigenze personali e deve essere in grado di condividere la leadership e di sostenere gli altri. 3) Capacità di gestire e risolvere i conflitti. Per gestire e risolvere dei conflitti, bisogna di essere in grado di: • analizzare le problematiche e gli interessi in gioco, le origini del conflitto e le motivazioni di tutte le parti, riconoscendo che vi sono diverse posizioni possibili; • identificare le aree di accordo e disaccordo; • ridefinire il problema; • definire le priorità di esigenze ed obiettivi, decidere a che cosa si è disposti a rinunciare e in quali circostanze. (a) OECD (2003) The definition and selection of key competencies - executive summary da: http://www.oecd.org/dataoecd/47/61/35070367.pdf 3 RACCOMANDAziONE DEl PARlAMENTO EuROPEO E DEl CONSiGliO del 18 dicembre 2006 relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE). 46 manente; in essa si esortano gli Stati membri, nell’ambito delle loro strategie di apprendimento permanente, a sviluppare l’offerta di competenze chiave per tutti, per assicurare che l’istruzione e la Formazione iniziali offrano a tutti i giovani gli strumenti per sviluppare le competenze chiave a un livello tale che li prepari alla vita adulta e costituisca la base per ulteriori occasioni di apprendimento, e per l’inserimento nella vita lavorativa. Per raggiungere questo obiettivo si deve debitamente tener conto di quei giovani che, a causa di svantaggi educativi determinati da circostanze personali, sociali, culturali o economiche, hanno bisogno di un sostegno particolare per realizzare le loro potenzialità educative; anche gli adulti, secondo la Raccomandazione, devono essere in grado di sviluppare e aggiornare le loro competenze chiave in tutto l’arco della vita con un’attenzione particolare per gruppi di destinatari riconosciuti prioritari nel contesto nazionale, regionale e/o locale. la Raccomandazione europea definisce la competenza chiave come una combinazione di conoscenze, abilità e attitudini appropriate al contesto. Le competenze chiave sono quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione. Senza il possesso di queste competenze è più difficile esercitare i diritti di cittadinanza ed accedere e valorizzare le opportunità di apprendimento che vengono offerte nel corso della vita. la Raccomandazione del Parlamento e del Consiglio europeo individua 8 competenze chiave di cittadinanza, che tutti i cittadini europei dovrebbero possedere. LE ComPEtEnzE CHIAVE SEConDo LA rACComAnDAzIonE EuroPEA (a) • Comunicazione nella madrelingua, intesa come la capacità di esprimere e interpretare concetti, pensieri, sentimenti, fatti e opinioni in forma sia orale sia scritta (comprensione orale, espressione orale, comprensione scritta ed espressione scritta). • Comunicazione in lingue straniere, che si basa sulla capacità di comprendere, esprimere e interpretare concetti, pensieri, sentimenti, fatti e opinioni in forma sia orale sia scritta in una gamma appropriata di contesti sociali e culturali - istruzione e formazione, lavoro, casa, tempo libero. • Competenza matematica, intesa come la capacità di sviluppare e applicare il pensiero matematico per risolvere una serie di problemi in situazioni quotidiane. Partendo da una solida padronanza delle competenze aritmetico-matematiche, l’accento è posto sugli aspetti del processo e dell’attività oltre che su quelli della conoscenza. • Competenza digitale, intesa come possesso delle nuove tecnologie informatiche. • Imparare a imparare, ovvero la capacità di perseverare nell’apprendimento, di organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace del tempo e delle informazioni, sia a livello individuale che in gruppo. • Competenze sociali e civiche, che includono le competenze personali, interpersonali e interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa. • Senso di iniziativa ed imprenditorialità, che concernono la capacità di una persona di tradurre le idee in azione. in ciò rientrano la creatività, l’innovazione e l’assunzione di rischi, come anche la capacità di pianificare e di gestire progetti per raggiungere obiettivi. 47 4.3. IL QuADro EuroPEo DELLE QuALIFICHE (EQF) i temi delle competenze e della loro definizione e certificazione si collocano come snodo strategico da affrontare non solo per conferire qualità al sistema formativo ma anche praticabilità al processo di integrazione tra sistemi nella logica del lifelong learning. l’integrazione acquista senso se dotata di modelli e strumenti che rendano possibile sia il dialogo costante con la realtà socio-economica, sia la effettiva possibilità di capitalizzare le esperienze di apprendimento condotte dagli individui in luoghi, in momenti e in contesti formativi diversi. Dopo un prolungato lavoro di confronto tra i diversi Paesi membri, promosso all’interno del processo di Copenaghen, l’unione Europea ha approvato nel 2008 una Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa all’istituzione di un quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (European Qualification Framework - EqF), che deve servire a fornire un linguaggio comune per descrivere le qualifiche e ad aiutare gli Stati membri, i datori di lavoro e gli individui a confrontare le qualifiche dei diversi sistemi di istruzione e di Formazione nell’uE attraverso la definizione di un unico quadro di riferimento4. l’EqF sposta l’attenzione della certificazione dalle caratteristiche delle attività formative frequentate (durata, contenuti, ecc.) ai risultati di apprendimento conseguiti (learning outcomes), in termini di conoscenze, abilità e competenze. Non importa come la competenza è stata acquisita (durata dell’esperienza di apprendimento, tipo di istituzione), ma importa il risultato finale: questo approccio facilita non solo il trasferimento e l’impiego di qualifiche di diversi Paesi e sistemi di istruzione e Formazione, ma anche la convalida della formazione non formale e informale. il quadro europeo include tutti i titoli di studio e le qualifiche, da quelli di base a quelli universitari e postuniversitari. Esso si articola in otto livelli di riferimento, che descrivono le conoscenze e le capacità (i risultati dell’apprendimento) che lo caratterizzano. questo permette di classificare il livello di conoscenze, abilità e competenze indipendentemente dal modo in cui è stato acquisito. tutti gli Stati membri devono indicare la corrispondenza dei titoli e delle qualifiche rilasciate a livello nazionale con gli otto livelli stabiliti a livello europeo, che vanno dal livello 1 (il livello di base, corrispondente al bagaglio di co- 4 RACCOMANDAziONE DEl PARlAMENTO EuROPEO E DEl CONSiGliO del 23 aprile 2008 su La costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (2008/C 111/01). • Consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni in un’ampia varietà di mezzi di comunicazione, compresi la musica, le arti dello spettacolo, la letteratura e le arti. (a) RACCOMANDAziONE DEl PARlAMENTO EuROPEO E DEl CONSiGliO del 18 dicembre 2006 relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006/962/CE). 48 noscenze e competenze conseguibile al termine del percorso della scuola obbligatoria), al livello 8, corrispondente al bagaglio di conoscenze e competenze conseguibile al termine di un percorso universitario post-laurea. il livello 1 è caratterizzato dal possesso di: • conoscenze di base, • abilità di base necessarie a svolgere mansioni semplici, • lavoro o studio, sotto la diretta supervisione, in un contesto strutturato. il livello 8 è caratterizzato dal possesso di: • conoscenze all’avanguardia in un ambito di lavoro o di studio e all’interfaccia tra settori diversi, • abilità e tecniche più avanzate e specializzate, comprese le capacità di sintesi e di valutazione necessarie a risolvere problemi complessi della ricerca e/o dell’innovazione e ad estendere e ridefinire le conoscenze o le pratiche professionali esistenti, • possesso di autorità, capacità di innovazione, autonomia, integrità tipica dello studioso e del professionista e impegno continuo nello sviluppo di nuove idee o processi all’avanguardia in contesti di lavoro, di studio e di ricerca. Nell’ambito della Raccomandazione europea vengono avanzate le seguenti richieste agli Stati membri: 1) usare il quadro europeo delle qualifiche come strumento di riferimento per confrontare i livelli delle qualifiche dei diversi sistemi nazionali. 2) Rapportare i sistemi nazionali delle qualifiche al quadro europeo delle qualifiche entro il 2010, in particolare collegando in modo trasparente i livelli delle QuADro EuroPEo DELLE QuALIFICHE: LE DEFInIzIonI FonDAmEntALI Per Risultato dell’apprendimento si intende ciò che un discente conosce, capisce ed è in grado di realizzare al termine di un processo d’apprendimento. i risultati sono definiti in termini di conoscenze, abilità e competenze. Per Conoscenza si intende il risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendimento. le conoscenze sono un insieme di fatti, principi, teorie e pratiche relative ad un settore di lavoro o di studio. Nel contesto del quadro europeo delle qualifiche le conoscenze sono descritte come teoriche e/o pratiche. Per Abilità si intende la capacità di applicare conoscenze e di utilizzare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi. Nel contesto del quadro europeo delle qualifiche le abilità sono descritte come: • cognitive (comprendenti l’uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) o • pratiche (comprendenti l’abilità manuale e l’uso di metodi, materiali, strumenti). le Competenze vengono definite come la comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. Nel contesto del quadro europeo delle qualifiche le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia. 49 qualifiche nazionali ai livelli europei e, ove opportuno, sviluppando quadri nazionali delle qualifiche conformemente alla legislazione e alle prassi nazionali. 3) Adottare misure affinché entro il 2012 tutti i nuovi certificati di qualifica, i diplomi e i documenti Europass rilasciati dalle autorità competenti contengano un chiaro riferimento all’appropriato livello del quadro europeo delle qualifiche. 4) Adottare un approccio basato sui risultati dell’apprendimento nel definire e descrivere le qualifiche, e promuovere la convalida dell’apprendimento non formale e informale. 4.4. uno StrumEnto PEr LA trASPArEnzA Prima di adottare la Raccomandazione sul quadro europeo delle qualifiche l’unione Europea aveva già formalizzato, introducendo Europass, uno strumento per facilitare la mobilità dei cittadini favorendo la trasparenza dei titoli e delle qualifiche possedute. Europass è stato varato con una decisione del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 dicembre 2004 relativa ad un quadro unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze5, e si compone di 5 elementi: • Europass Curriculum Vitae • Europass language passport • Europass certificate supplement • Europass diploma supplement • Europass mobility l’Europass Curriculum Vitae (ex Curriculum Vitae Europeo) è un modello standardizzato che offre ai cittadini la possibilità di presentare in modo chiaro e completo l’insieme delle informazioni relative alle proprie qualifiche e competenze. Consente di uniformare la presentazione di titoli di studio, esperienze lavorative e competenze individuali. l’Europass Curriculum Vitae fornisce informazioni su dati personali, competenze linguistiche, esperienze lavorative, percorsi di istruzione e Formazione, competenze personali sviluppate anche al di fuori di percorsi formativi di tipo tradizionale. Europass Certificate e Diploma Supplement sono rilasciati ad individui che possiedono un certificato di Formazione Professionale oppure un diploma. il Certificate Supplement è un documento che accompagna i titoli e le qualifiche professionali acquisite, allo scopo di renderli più facilmente comprensibili anche ad eventuali datori di lavoro stranieri. il Certificate Supplement fornisce in- 5 Decisione n. 2241/2004/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 dicembre 2004 relativa ad un quadro comunitario unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze (Europass). 50 formazioni sulle abilità e competenze acquisite, sul tipo di attività professionale cui è possibile accedere, nonché sul livello del certificato nell’ambito della classificazione nazionale. Esso contiene informazioni supplementari a quelle che sono già incluse nei certificati ufficiali, consentendone una maggiore comprensione, specialmente da parte di datori di lavoro od istituzioni al di fuori del Paese in cui è stato rilasciato. l’Europass Diploma Supplement è il dispositivo di trasparenza sviluppato dal Consiglio d’Europa, dall’unesco e dalla Commissione Europea, che mira a rendere più leggibili i titoli e le qualifiche rilasciate nell’ambito dell’istruzione Superiore accademica e non accademica, ed a valorizzare nel contempo i loro contenuti. il documento accompagna i titoli e le certificazioni rilasciate al termine di un corso di studi effettuato in una università o presso un istituto di istruzione Superiore. i Certificate ed i Diploma supplement sono predisposti dalle autorità di certificazione competenti. 4.5. ConoSCEnzE E ComPEtEnzE: un DIBAttIto AnCorA APErto Nonostante gli indubbi ed importanti progressi realizzati a livello nazionale ed europeo per promuovere una istruzione e Formazione basata sul concetto di competenza, il quadro concettuale e le modalità di applicazione di un “insegnamento per competenze” devono essere ancora chiariti. in particolare la trasposizione di questo concetto nell’ambito delle discipline scolastiche lascia aperti non pochi interrogativi. La definizione: non esiste ancora una definizione univoca di competenza; di questa nozione esistono molteplici definizioni e categorizzazioni, a seconda dell’ambito disciplinare (psicologico, pedagogico, organizzativo) cui si fa riferimento per proporre la definizione. in aggiunta la distinzione tra il concetto di competenza (Competence) e quello di abilità (Skill) non è chiara; la Raccomandazione europea afferma che per Abilità si intende la capacità di applicare conoscenze e di utilizzare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi: dunque nel concetto di abilità è già insita la dimensione applicativa della conoscenza acquisita, che viene utilizzata per lo svolgimento di compiti e problemi specifici. la Competenza è definita, invece, dalla Raccomandazione come la comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale. la differenza è sottile, al limite della tautologia. Secondo la Raccomandazione, rispetto all’abilità la competenza si distingue perché: – la dimostrazione della capacità viene “comprovata” (ma come potrebbe essere altrimenti? Anche il possesso delle abilità e delle conoscenze deve essere comprovato! N.d.A.) in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale; 51 – per esprimere una competenza è necessario utilizzare anche capacità personali, sociali e/o metodologiche. la competenza dunque si distingue dalle abilità perché vengono mobilitate anche risorse non cognitive (atteggiamenti, ecc.). Ma nell’ambito scolastico, dove vengono messe in gioco prevalentemente competenze cognitive, come distinguere le competenze dalle abilità? Mentre nell’ambito di lavoro è più agevole (ma non sempre) tracciare la linea di demarcazione tra le abilità (limitate all’ambito cognitivo) e la competenza (che coinvolge altre dimensioni della persona), nell’ambito di studio, e dunque in ambito scolastico il confine è più stretto. la difficoltà si avverte in particolare quando ci si trova a dover definire, o valutare gli obiettivi da raggiungere per quanto riguarda l’acquisizione di abilità e/o competenze relative a discipline o ambiti disciplinari. la lettura di molte indicazioni programmatiche ministeriali riguardanti gli obiettivi della scuola o della Formazione Professionale mostra numerose incertezze nell’utilizzo delle diverse categorie. Elemento di ulteriore complicazione, sotto l’aspetto definitorio, è la traduzione in lingua italiana del termine skill, che a volte viene reso come abilità, a volte come capacità. Anche la distinzione tra abilità e capacità non è sempre chiara. Il livello di acquisizione/dimostrazione della competenza: la definizione del “livello” di possesso della competenza non è semplice, sopratutto quando ci si trova a dover definire le prestazioni in ambito non lavorativo. Mentre la soddisfacente esecuzione di una prestazione professionale può essere definita, attraverso una batteria di indicatori (ad esempio attraverso l’elencazione delle operazioni che si dovrebbe essere in grado di compiere), la definizione di una prestazione cognitiva soddisfacente richiede che sia specificato anche il tipo di conoscenze che vengono utilizzate e valorizzate, altrimenti si rimane su un livello di assoluta genericità. Le modalità di insegnamento della competenza: alla incertezza semantica si aggiunge l’aspetto operativo. Stando alla definizione, la competenza non si può insegnare come si insegna una disciplina; l’acquisizione e la messa in opera di una competenza è il frutto di un processo complesso che comporta la mobilitazione di diverse risorse, sia cognitive che attitudinali che motivazionali, della persona; per acquisire e dimostrare una competenza è necessario rapportarsi a contesti reali. le modalità di traduzione di tutto questo nella pratica scolastica quotidiana sono evidentemente piuttosto complesse. Le modalità di valutazione: le modalità di valutazione delle competenze presentano diverse problematiche. Della difficoltà di definire il livello della competenza, e dunque di valutarlo, senza specificare quali sono le retrostanti conoscenze possedute, si è già detto. in secondo luogo la valutazione delle competenze diventa estremamente difficoltosa all’interno del contesto scolastico. in particolare, quando lo strumento di valutazione è la prova scritta ben difficilmente si può parlare di valutazione di una competenza. Se si mantiene la definizione di competenza predisposta dall’unione Europea caso mai si può parlare di valutazione di “abilità (skills)”. 52 l’ambiguità è indotta dalla stessa letteratura ufficiale: si consideri il Framework teorico che è stato pubblicato dall’OCSE riguardo alle prove Pisa 2009 (che vengono comunemente definite come “prove di competenza linguistica, matematica e scientifica”)6: nel testo il termine competenza viene usato solo nella presentazione dei quadri teorici riguardanti la matematica e le scienze (dove peraltro non si capisce in che cosa si distingua la competenza dall’abilità), mentre nella presentazione del quadro teorico della reading literacy si utilizza sempre il termine skills (abilità). la domanda che si pone è dunque: un test “carta e matita”, come quelli proposti dall’OCSE-PiSA (o come quelli normalmente somministrati in ambito scolastico), permette di valutare una competenza, come si afferma comunemente? Non sarebbe più corretto parlare di valutazione di abilità linguistiche, matematiche e scientifiche? Negli ultimi anni si è diffusa anche una preoccupazione rispetto all’enfasi, da alcuni ritenuta eccessiva, sull’uso del termine competenze in ambito scolastico. È emerso infatti il timore che l’enfasi sulle competenze togliesse spazio ed attenzione all’apprendimento dei saperi. Si è dunque sviluppato, sia in italia che negli altri Paesi, un movimento di reazione che ha cercato di riportare al centro dell’attività della scuola l’insegnamento dei contenuti. Si è acceso un dibattito tra coloro che mettono in risalto la necessità che attraverso l’apprendimento si formino solide categorie concettuali che consentano di acquisire e selezionare l’informazione che viene fornita dalla scuola e, in misura crescente, da mezzi e strumenti di comunicazione sempre più potenti e pervasivi (Edgar Morin diceva, riprendendo Michel de Montaigne, meglio una testa ben fatta che una testa ben piena)7 e coloro che sottolineano la necessità di una acquisizione di solidi saperi, come base per la successiva crescita culturale e professionale. Come ha ricordato la Commissione ministeriale incaricata di definire le modalità per l’innalzamento dell’obbligo di istruzione, non esiste una contrapposizione tra conoscenze e competenze: la competenza, senza la conoscenza che le dà sostanza, semplicemente non è, è un contenitore vuoto. Nel testo finale presentato dalla Commissione si legge8: “Le competenze chiave non costituiscono una proposta alternativa o separata dalle discipline; al contrario si costruiscono utilizzando i saperi previsti dai curricoli dei primi due anni degli istituti di istruzione secondaria superiore, a partire dagli assi culturali che sono stati individuati. Discipline e competenze costituiscono la trama e l’ordito di un unico processo di insegnamento/apprendimento. ... I processi che portano all’acquisizione delle competenze chiave non vanno dunque intesi come dei nuovi curricoli che si vanno 6 OECD (2009), PiSA 2009 Assessment Framework Key competencies in reading, mathematics and science. Ed. OECD, Parigi. 7 MORiN E. (1999), La tête bien faite. Repenser la réforme. Réformer la pensée, Paris, Seuil. 8 Commissione con il compito di approfondire la tematica relativa all’istruzione obbligatoria ed elaborare le possibili modalità tese all’obiettivo dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione Indicazioni sulle modalità dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione 3 marzo 2007. 53 a giustapporre a quelli esistenti, ma piuttosto come dei traguardi pluri e interdisciplinari dell’attività didattica curricolare”. Per concludere, il concetto di competenza è importante perché mette in risalto le implicazioni operative del sapere, promuovendo il superamento di un insegnamento astratto, e perché favorisce una ricomposizione del sapere tra le diverse discipline. Per quanto riguarda l’ambito scolastico sarebbe necessario però fare maggiore chiarezza tra i diversi termini, conoscenze, abilità, capacità e competenze per costruire dei quadri di riferimento chiari ed utilizzabili in modo univoco. 55 5. La raccomandazione sulla qualità dell’Istruzione e Formazione Professionale (EQAVEt) la qualità delle istituzioni scolastiche e formative è da qualche anno oggetto di grande attenzione da parte delle riflessioni e degli interventi nazionali e comunitari. la crescente autonomia di cui godono scuole e Centri di Formazione Professionale richiede infatti una accresciuta capacità di governo, nonché un maggiore controllo interno ed esterno sui processi organizzativi e sui risultati raggiunti, al fine di verificare l’efficiente ed efficace utilizzazione delle risorse pubbliche e private. A questo si aggiunge, per quanto riguarda in particolare l’istruzione e la Formazione Professionale, l’esigenza di innalzare la qualità dell’offerta, per almeno tre ragioni significative: • aumentare la capacità di attrazione di una offerta formativa talvolta giudicata o percepita dall’utenza, reale o potenziale, di “rango inferiore” rispetto a quella rappresentata dall’istruzione liceale e tecnica; • rafforzare la capacità di risposta della Formazione Professionale a fabbisogni del mondo produttivo molto articolati ed in continua evoluzione; • aumentare l’efficacia dell’intervento formativo, rispondendo alle necessità di un’utenza molto composita. 5.1. DAL ControLLo DEgLI InPut AL ControLLo DEgLI outPut Nei sistemi scolastici tradizionali la qualità del sistema veniva assicurata attraverso il controllo degli “input”; venivano cioè stabilite (e successivamente controllate) le caratteristiche di come doveva funzionare il sistema educativo: il numero minimo e massimo di alunni per classe; i loro prerequisiti di ingresso; il numero di docenti per ogni classe; la loro formazione certificata; i programmi di insegnamento; la tipologia delle strutture edilizie; le dotazioni didattiche e laboratoriali; ecc. Venivano (ed in gran parte ancora vengono) definiti e garantiti gli standard minimi di qualità dell’offerta formativa, nel presupposto di assicurare in questo modo anche una sostanziale omogeneità dei risultati. i controlli esterni sui risultati erano ridotti al minimo e svolgevano la prevalente funzione di convalidare il percorso compiuto, più che di controllarlo realmente. Tuttavia, a partire dai sistemi scolastici anglosassoni, che hanno sempre evidenziato una più spiccata sensibilità al controllo dei risultati, anche per compensare la maggiore flessibilità che viene lasciata a livello locale rispetto agli input (ovvero tutti gli aspetti organizzativi elencati in precedenza), negli ultimi 20 anni si è fatta 56 strada la consapevolezza che per garantire la qualità del sistema non sia sufficiente (e non sia neanche utile) definire e controllare gli standard “di partenza”, ma sia piuttosto utile e necessario definire gli standard di arrivo: infatti, l’allargamento della partecipazione ai sistemi educativi fa sì che le risposte ad input simili di alunni provenienti da contesti molto diversi siano anch’esse diversificate, per cui in mancanza di reali controlli a valle e del successivo feed-back i sistemi rischiano di frantumarsi. Occorre dunque, attraverso l’autonomia, mettere in grado le strutture scolastiche e formative locali di rispondere ad esigenze diversificate e concentrare l’attenzione di governo sul controllo dei risultati (output); questo viene fatto effettuando rilevazioni periodiche sugli apprendimenti degli alunni a livello nazionale ed internazionale ed attraverso altre misure di efficacia del sistema (ad esempio attraverso la analisi degli indicatori di efficacia-efficienza). questo approccio di governo del sistema educativo si è sviluppato a livello internazionale anche per merito dell’attività dell’OCSE, che a partire dagli Anni ‘90 ha avviato la raccolta ed il confronto dei dati sui diversi sistemi educativi nazionali, tramite un sistema articolato di indicatori1. Sempre l’OCSE, con il Progetto PiSA ha da 10 anni avviato un’attività sistematica di rilevazione nei Paesi aderenti all’organizzazione dei risultati relativi agli apprendimenti degli alunni di 15 anni, che sta assumendo un’importanza crescente nei diversi Paesi come strumento di verifica degli esiti delle politiche nazionali2. 5.2. I moDELLI InPut-outPut Secondo i tradizionali modelli di valutazione input-output, la qualità di un sistema scolastico e delle sue articolazioni locali (le scuole) si determina verificando la misura in cui (output) si riesce a trasformare la materia prima (input) seguendo gli obiettivi prefissati. le successive elaborazioni e riflessioni su questo modello hanno portato ad articolare il concetto di input, distinguendo la condizione di partenza (il Contesto) dalle Risorse erogate3. in ogni caso il centro dell’attenzione si focalizza sui Prodotti (così come preventivamente definiti dagli obiettivi di partenza), che rappresentano la vera cartina di tornasole della qualità dell’azione formativa. la ricerca valutativa ha messo in luce la relazione che lega il Prodotto scolastico al Contesto (in particolare alla condizione socioculturale della famiglia di appartenenza) e l’attenzione che va prestata, nel valutare i risultati, alle risorse im- 1 OECD, Education at a Glance, OECD indicators, OECD Publishing, Paris anni vari. 2 OECD (2007), PISA 2006 Science competencies for tomorrow’s world Volume 1: Analysis, OECD Publishing. 3 STuFFlEBEAM D. et. Al (1971), Educational Evaluation and Decision Making, itasca, il: F.E. Peacock. 57 piegate (umane, economiche, strutturali). Pertanto la valutazione dei risultati dell’azione formativa deve tenere sempre conto dei punti di partenza e delle risorse impiegate: sarebbe, ad esempio, del tutto scorretto mettere sullo stesso piano i risultati di una scuola posizionata in una zona benestante con quelli di una scuola che si trova in un’area degradata. Anche il concetto di obiettivo può essere ulteriormente declinato, aggiungendo complessità al modello della valutazione: accanto agli obiettivi finali possono infatti essere individuati degli obiettivi intermedi, propedeutici al raggiungimento dell’obiettivo finale. Tuttavia i classici modelli input-output presentano un rilevante punto debole, ovvero la mancanza di meccanismi di feed-back. Essi permettono cioè lo scatto di una fotografia precisa, ma non contengono elementi per indirizzare il sistema verso il miglioramento; si tratta più di un quality control che di quality development. la finalità della valutazione, invece, non è solo di tipo certificativo ma anche di tipo diagnostico, serve cioè per intervenire e correggere il sistema; fine principale della valutazione è aiutare il processo decisionale. È dunque necessaria anche una verifica dei processi, per comprendere non solo i risultati dell’attività formativa, ma in che modo i risultati sono stati ottenuti e sulla base di quali processi. la riflessione e la formalizzazione dei processi è l’aspetto più problematico dei modelli input-output. infatti è relativamente semplice valutare, utilizzando indicatori quantitativi che permettono il confronto nello spazio e nel tempo, il Contesto, gli input ed i Prodotti, ma è molto più complesso definire degli indicatori per valutare i processi. la valutazione degli effetti dell’azione formativa attraverso la rilevazione dei soli output presenta un ulteriore limite: essa rischia di essere poco significativa nei tempi brevi, in quanto l’impatto dell’intervento formativo ha tempi medio-lunghi, specialmente quando si tratta di valutare i risultati a livello di sistema. Al contrario sotto l’impulso delle strategie dell’organizzazione i processi si modificano più velocemente. in ogni caso la completezza e la sistematicità del modello Contesto, input, Risorse, Output (il cosiddetto CiPP model, ovvero Context, Input, Process, Product) lo rendono frequentemente utilizzato per analizzare la qualità dell’azione formativa, sia a livello di singola struttura che a livello di sistema. 5.3. I moDELLI BASAtI SuI ProCESSI il problema centrale diventa dunque il collegamento tra valutazione e decision making. Nel mondo aziendale il problema del collegamento tra valutazione e decisione è stato affrontato sin dagli Anni ‘50 da Deming. Secondo Deming il principio del controllo di qualità a valle del processo non è adeguato, in quanto ammette che debba comunque esistere una certa quantità di “scarti” o di “errori”, e dunque una perdita, per quanto ridotta, di efficienza 58 dell’azienda4. il centro dell’attenzione del controllo di qualità si deve spostare dal prodotto ai processi, ovvero da ciò che risulta a valle della produzione a come si gestiscono i processi a monte5; inoltre dal principio di controllo di qualità si deve passare al principio di qualità totale (perché la qualità riguarda tutte le fasi della produzione, e non solo quella finale). È stato dunque Deming ad introdurre il circolo della qualità – Plan, Do, Check, Act –, ovvero: • Pianificare, sulla base della diagnosi effettuata, • Agire, • Controllare i risultati, • Riprogrammare correggendo gli errori individuati, per migliorare i risultati. Dunque il ciclo non si ferma mai, e produce miglioramento continuo, altro concetto centrale di questo approccio. il lavoro di Deming, variamente integrato ed arricchito da altri contributi, ebbe un notevole successo e significativi riscontri, poiché fu uno dei fattori della rinascita e del boom dell’industria giapponese negli Anni ‘60 e ‘70 (Deming infatti fu grandemente apprezzato per il suo lavoro in Giappone). Negli anni successivi i principi della qualità totale si diffusero nel mondo della produzione di tutti i Paesi occidentali; negli Anni ‘90 questi principi cominciarono ad essere applicati anche dal mondo della produzione di beni immateriali, prima da parte del settore privato e poi anche di quello pubblico, ed infine anche dal mondo della formazione, della scuola e della stessa università. Sono stati prodotti diversi modelli che si ispirano a questi principi: basti ricordare i modelli iSO, EFqM, CAF. Per adattare i modelli ispirati al principio della qualità totale al mondo della formazione sono state anche definite apposite normative6, che definiscono il sistema di qualità come “uno strumento di carattere organizzativo/gestionale centrato sul monitoraggio/controllo di processi che hanno un impatto diretto sulla qualità del prodotto, sulla chiara suddivisione delle responsabilità e sulla predisposizione di risorse adeguate, al fine di prevenire le criticità e di assicurare le conformità ai requisiti del cliente e la sua soddisfazione. Esso costituisce inoltre per il management uno strumento di miglioramento continuo, necessario per una presenza competitiva sul mercato”. Come si può vedere tre sono le caratteristiche distintive di questo approccio: 4 iSFOl, a cura di Allulli G. e TRAMONTANO i. (2007), I modelli di qualità nel sistema di formazione professionale italiano, Rubettino. 5 Secondo le norme iSO può considerarsi processo qualsiasi attività, o insieme di attività, che utilizza risorse per trasformare elementi di entrata in elementi in uscita (uNi, Sistemi di gestione per la qualità, fondamenti e terminologia, dicembre 2000). 6 uni, linee guida per lo sviluppo e l’adozione di un sistema di qualità negli organismi di formazione secondo la norma uni EN 9001, Milano 1998. 59 • esso si focalizza sui processi, più che sui prodotti; la logica sottostante è che se il processo è condotto in modo adeguato anche il prodotto realizzato rispetterà i requisiti previsti, mentre la verifica che viene condotta solo al termine del processo rischia di non dirci niente rispetto ai motivi di successo o fallimento; inoltre è meglio prevenire l’insuccesso controllando il processo di esecuzione, piuttosto che limitarsi a registrare un insuccesso alla fine. • la seconda caratteristica è quella di coinvolgere il management nel processo di assicurazione qualità: il management non è solo l’utilizzatore di questo processo ma è anch’esso sottoposto a verifica; la capacità di tenere conto dei risultati della valutazione modificando l’attività non è solo un effetto sperato, ma è anch’essa uno processo messo sotto osservazione dal sistema “qualità”; la revisione dell’attività è una fase del “ciclo della qualità”. • la terza caratteristica riguarda il concetto stesso di qualità, che non è un concetto relativo, da definire di volta in volta rispetto agli obiettivi, come per lo più viene inteso, ma un concetto assoluto, che corrisponde al modo in cui determinati criteri, che vengono predefiniti dal modello, vengono rispettati. Ad esempio il Modello EFqM per l’Eccellenza elaborato dall’European Foundation for quality Management, ed il CAF (Common Assessment Framework) definiscono per ciascun criterio di qualità predefinito un punteggio da attribuire all’istituzione valutata. queste caratteristiche costituiscono gli aspetti “forti” ma anche i loro punti di debolezza7. Per quanto riguarda la prima di queste caratteristiche, ovvero la focalizzazione sui processi, mentre nell’ambito dell’attività aziendale è lecito presumere che un buon rispetto delle procedure produca ragionevolmente buoni risultati, nell’ambito della formazione questa regola viene meno: i risultati dell’attività formativa sono l’esito di fattori molteplici e complessi, non sempre riconducibili ai processi condotti: anche se una scuola rispetta rigorosamente le regole e le norme organizzative, non necessariamente i risultati degli alunni saranno positivi. la valutazione dei risultati deve dunque mantenere un ruolo specifico ed autonomo: non basta assicurarsi che vengono realizzate le cd. “procedure di qualità”, è anche non solo indispensabile, ma elemento centrale della valutazione, tenere sotto controllo i risultati delle procedure stesse: la qualità dell’offerta formativa non si evince solo dalla verifica del rispetto delle procedure ma anche dalla verifica dei risultati effettivamente ottenuti. Spesso il controllo del risultato si limita alla verifica della customers sastisfaction; questa però nel campo della formazione non è un parametro sufficiente per valutare gli esiti dell’attività formativa. infatti utenti giovani, e spesso anche le loro famiglie, non sono in grado di esprimere un consapevole giudizio critico sui conte- 7 Allulli G. (2007), la valutazione della scuola: un problema di governance, in Economia dei servizi, il Mulino, n. 3/2007. 60 nuti dell’attività formativa: un utente non esperto può valutare gli aspetti più tangibili del servizio stesso (regolarità, attenzione ai bisogni degli utenti, ecc.), ma è più difficilmente in grado di esprimere un giudizio adeguatamente informato sui contenuti della attività didattica. Va anche considerato che non necessariamente l’utenza esprime alte aspettative nei confronti dell’offerta formativa: ad esempio chi vuole ottenere un titolo di studio senza impegnarsi eccessivamente viene soddisfatto da una scuola “diplomificio” che permette di ottenere un diploma, a prescindere dall’effettivo livello della scuola. Per quanto riguarda il coinvolgimento del management come “oggetto” di valutazione, esso diventa un aspetto problematico nel momento in cui chi verifica il rispetto delle procedure di qualità si trova in posizione gerarchicamente subordinata rispetto al “manager” che viene valutato. questo avviene in particolare quando i modelli di qualità costituiscono un riferimento per l’autovalutazione; in questo caso l’indipendenza della attività valutativa potrebbe essere messa seriamente in discussione, mentre se l’autovalutazione si focalizza sui risultati raggiunti e su solide evidenze empiriche la sua autorevolezza viene sostenuta da elementi oggettivi. insomma non basta verificare il rispetto delle cd. “procedure di qualità”, ma occorre verificare i risultati realmente ottenuti per affermare se una determinata istituzione predispone una offerta formativa “di qualità”. i modelli di “qualità totale” che sono stati adattati per i servizi e la pubblica amministrazione (come l’EFqM ed il CAF) attribuiscono un peso rilevante alla valutazione dei risultati (il 50% del punteggio finale); permane però la contraddizione tra la filosofia di assicurazione di qualità basata sulla valutazione dei processi ed un approccio finalizzato a valutare i risultati. infine l’attenzione ai processi può facilmente scadere nell’attenzione al rispetto delle procedure; rischio grave, questo, all’interno di ambienti, come quello della scuola, già molto proceduralizzati. 5.4. LA rACComAnDAzIonE PEr L’IStItuzIonE DI un QuADro EuroPEo DI rIFErImEnto PEr LA gArAnzIA DELLA QuALItà DELL’IStruzIonE E DELLA FormAzIonE ProFESSIonALE l’esigenza di collegare strettamente la valutazione con il processo di decision making è anche alla base del modello a cui fa riferimento la Raccomandazione europea sulla garanzia di qualità nell’istruzione e Formazione Professionale8. 8 Raccomandazione del parlamento europeo e del consiglio del 18 giugno 2009 sull’istituzione di un quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e della formazione professionale (2009/C 155/01). 61 Nel quadro delle iniziative assunte alla luce della Strategia di lisbona, l’unione Europea ha promosso nel 2000 un percorso tecnico e politico volto a rafforzare i dispositivi di garanzia della qualità nei sistemi di istruzione e di formazione professionale. Nel 2001 il Parlamento ed il Consiglio Europeo hanno invitato gli Stati membri ad istituire sistemi trasparenti di valutazione. Secondo la Commissione europea la valutazione dovrebbe fornire dati affidabili sulla base dei quali si possono basare efficaci politiche a lungo termine9. Nel 2009 il percorso si è concluso con l’approvazione, da parte del Parlamento e del Consiglio Europeo, della Raccomandazione per l’istituzione di un quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale (European Quality Assurance Reference Framework for Vocational Education and Training - EQAVET). l’EqAVET è uno strumento di sostegno da utilizzare su base volontaria da parte degli Stati membri e da tutti i soggetti interessati per promuovere e monitorare il miglioramento continuo dell’istruzione e Formazione Professionale, sulla base di criteri e principi comuni. la Raccomandazione europea chiede agli Stati Membri di impostare una strategia nazionale che si raccordi con il quadro europeo di riferimento. il quadro di riferimento europeo per l’assicurazione di qualità si basa su un modello circolare di gestione dell’attività formativa articolato in quattro fasi (Progettazione, Sviluppo, Valutazione e Revisione), per ciascuna delle quali definisce i criteri per l’assicurazione ed il miglioramento continuo della qualità. la prima fase (progettazione) consiste nella definizione di obiettivi chiari e misurabili riferiti alle politiche perseguite, alle procedure da attivare, ai compiti da svolgere e alle risorse umane da utilizzare, al fine di consentire il controllo sul conseguimento dei risultati programmati. in questa fase è fondamentale il coinvolgimento dei principali stakeholders. la seconda fase (sviluppo) consiste nell’esecuzione delle azioni programmate per assicurare il conseguimento degli obiettivi. È necessario che le regole ed i passi procedurali siano chiari a tutti gli attori coinvolti. la terza fase (valutazione) prevede una combinazione di meccanismi di valutazione interna ed esterna. l’efficacia della valutazione dipende in larga parte dalla definizione di una metodologia chiara, nonché dalla coerenza tra gli obiettivi predeterminati e i dati e gli indicatori raccolti. Nella quarta fase (revisione) i dati raccolti attraverso la valutazione vengono utilizzati per assicurare il necessario feed back e la realizzazione dei cambiamenti opportuni. infatti il miglioramento è un processo continuo e sistematico. 9 European Commission (2006a), Efficiency and equity in European education and training systems, Communication from the Commission to the Council and to the European Parliament, {SEC (2006) 1096}. 62 Il Modello Europeo di Garanzia della qualità Come si può osservare, il modello europeo è molto simile al “Quality cycle” proposto da Deming, ma in questo caso viene posta un’enfasi molto maggiore sul controllo dei risultati. le quattro fasi del modello vengono illustrate dalla Raccomandazione attraverso un elenco di criteri e descrittori di qualità, che esemplificano le azioni da compiere per ciascuna delle fasi, a livello di sistema ed a livello di soggetto erogatore della formazione. Si tratta di indicazioni molto utili, perché conferiscono maggiore concretezza ad un modello che altrimenti rischierebbe di essere percepito come prevalentemente teorico. infine, la Raccomandazione propone un set di indicatori, relativi ai diversi aspetti dell’azione formativa. l’uso degli indicatori non è obbligatorio, ma rappresenta un utile punto di riferimento per confrontare alcuni aspetti strategici del processo formativo, quali i livelli di partecipazione, il successo formativo, il tasso di occupazione, l’utilizzazione delle competenze acquisite, l’inserimento dei soggetti svantaggiati, ecc. 10 InDICAtorI PEr LA QuALItà (a) N. 1 Diffusione dei sistemi di garanzia della qualità per gli erogatori di ieFP: a) quota di erogatori di ieFP che applicano sistemi di garanzia della qualità definiti dalla legislazione o di loro iniziativa, b) quota di erogatori di ieFP accreditati. N. 2 investimento nella formazione degli insegnanti e dei formatori: a) quota di insegnanti e di formatori che partecipano alla formazione continua, b) ammontare dei fondi investiti. 63 A tutti gli Stati membri l’unione Europea ha chiesto di definire un piano per la garanzia di qualità, che indichi quali iniziative si intendono adottare per introdurre il modello europeo a livello nazionale e di singola struttura formativa. la Raccomandazione EqAVET si collega strettamente a quella già esaminata sul quadro europeo delle qualifiche ed a quella, che verrà esaminata nel capitolo successivo, sul riconoscimento dei crediti. infatti l’introduzione od il potenziamento di un sistema di garanzia di qualità è presupposto indispensabile per rafforzare quel contesto di reciproca fiducia che è necessario perché ciascuno Stato membro riconosca e dia validità ai titoli ed alle qualifiche rilasciati dagli altri Stati europei. Va ricordato, a tale proposito, che anche la Raccomandazione sul quadro europeo delle qualifiche contiene alcuni principi della qualità da rispettare: N. 3 Tasso di partecipazione ai programmi di ieFP: Numero di partecipanti a programmi di ieFP, secondo il tipo di programma e i criteri individuali. N. 4 Tasso di completamento dei programmi di ieFP: Numero di persone che hanno portato a termine/abbandonato programmi di ieFP, secondo il tipo di programma e i criteri individuali. N. 5 Tasso di inserimento a seguito di programmi di ieFP: a) destinazione degli allievi ieFP in un determinato momento dopo il completamento di una formazione, secondo il tipo di programma e i criteri individuali, b) quota di allievi occupati in un determinato momento dopo il completamento di una attività formativa, secondo il tipo di programma e i criteri individuali. N. 6 utilizzo sul luogo di lavoro delle competenze acquisite: a) informazioni sull’attività svolta dalle persone che hanno completato una attività formativa, secondo il tipo di formazione e i criteri individuali, b) tasso di soddisfazione dei lavoratori e dei datori di lavoro in relazione alle qualifiche/ competenze acquisite. N. 7 Tasso di disoccupazione per categoria. N. 8 Presenza di categorie vulnerabili: a) percentuale di partecipanti alla ieFP, classificati come appartenenti a categorie svantaggiate (in una determinata regione o bacino d’occupazione), per età e per sesso, b) tasso di successo delle categorie svantaggiate, per età e per sesso. N. 9 Meccanismi per l’identificazione dei fabbisogni di formazione nel mercato del lavoro: a) informazioni sui meccanismi messi a punto per individuare l’evoluzione della domanda ai vari livelli, b) prova della loro efficacia. N. 10 Sistemi utilizzati per migliorare l’accesso all’ieFP: a) informazioni sui sistemi esistenti ai vari livelli, b) prova della loro efficacia. (a) RACCOMANDAziONE DEl PARlAMENTO EuROPEO E DEl CONSiGliO del 18 giugno 2009. Sull’istituzione di un quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e della formazione professionale (2009/C 155/01) 64 Rispetto al modello proposto dalla Raccomandazione sulla qualità, i principi contenuti nel quadro europeo delle qualifiche appaiono più concreti. Tuttavia vi è una sostanziale coerenza tra i due documenti: infatti entrambi sottolineano alcuni principi fondamentali: • la garanzia di qualità deve costituire una parte integrante della gestione dell’attività formativa; • la garanzia di qualità si basa sulla definizione di obiettivi chiari e misurabili, su meccanismi di attuazione adeguati, sulla valutazione, interna ed esterna, e su meccanismi di feedback che assicurino il cambiamento ed il miglioramento continuo; • i risultati del processo di apprendimento rappresentano un elemento centrale della valutazione. PrInCIPI ComunI DI gArAnzIA DELLA QuALItà nELL’IStruzIonE SuPErIorE E nELL’IStruzIonE E FormAzIonE ProFESSIonALE nEL ContESto DEL QuADro EuroPEo DELLE QuALIFICHE (a) Nell’attuazione del quadro europeo delle qualifiche, il livello di qualità necessaria a garantire l’affidabilità e il miglioramento dell’istruzione e della formazione va stabilito conformemente ai seguenti principi: • le politiche e procedure a garanzia della qualità devono essere alla base di tutti i livelli dei sistemi del quadro europeo delle qualifiche, • la garanzia della qualità deve essere parte integrante della gestione interna delle istituzioni di istruzione e di formazione, • la garanzia della qualità comprenderà attività regolari di valutazione delle istituzioni o dei programmi da parte di enti o di agenzie di controllo esterne, • gli enti o le agenzie di controllo esterne che effettuano valutazioni a garanzia della qualità andranno esaminate regolarmente, • la garanzia della qualità riguarderà anche gli elementi del contesto, gli input, la dimensione dei processi e degli output, evidenziando gli output e i risultati dell’apprendimento, • i sistemi di garanzia della qualità comprenderanno i seguenti elementi: - obiettivi e norme chiari e misurabili, - orientamenti di attuazione, come il coinvolgimento delle parti interessate, - risorse adeguate, - metodi di valutazione coerenti, che associno auto-valutazione e revisione esterna, - sistemi e procedure per la rilevazione del «feedback», per introdurre miglioramenti, - risultati delle valutazioni ampiamente accessibili, • le iniziative internazionali, nazionali e regionali a garanzia della qualità vanno coordinate per mantenere il profilo, la coerenza, le sinergie e l’analisi dell’intero sistema, • la garanzia della qualità sarà frutto di un processo di cooperazione attraverso tutti i livelli e i sistemi di istruzione e formazione con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, negli Stati membri e nell’intera Comunità, • orientamenti a garanzia della qualità a livello comunitario potranno fornire dei punti di riferimento per le valutazioni e le attività di apprendimento fra pari. (a) RACCOMANDAziONE DEl PARlAMENTO EuROPEO E DEl CONSiGliO del 23 aprile 2008 sulla costituzione del quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (2008/C 111/01) 65 6. Le raccomandazioni europee sul riconoscimento dei crediti (ECVEt) e sulla convalida dell’apprendimento non formale e informale 6.1. LA ConVALIDA E LA CErtIFICAzIonE DELL’APPrEnDImEnto PrEgrESSo i sistemi educativi si basano sull’offerta di percorsi scolastici e formativi erogati sotto la vigilanza di una autorità centrale. Al termine di questi percorsi, sulla base della verifica dell’apprendimento dei contenuti dell’attività formativa, viene rilasciato il titolo o la qualifica corrispondente. Tuttavia l’apprendimento non avviene solo nelle attività formative intenzionali e riconosciute (formazione formale), ma anche per mezzo di attività formative svolte al di fuori del contesto educativo tradizionale, per esempio sul lavoro (formazione non formale). E si realizza anche nella esperienza di vita quotidiana (formazione informale). Generalmente vengono riconosciuti solo i risultati dell’apprendimento formale; per le persone è difficile farsi riconoscere le competenze acquisite in contesti diversi da quelli tradizionali (come le competenze acquisite sul lavoro, o in esperienze formative all’estero o in altri luoghi). Da alcuni anni negli Stati uniti ed in alcuni Paesi europei (Francia, Regno unito, Olanda, ecc.), anche sotto la spinta delle politiche europee per incoraggiare e riconoscere l’apprendimento permanente, sono state definite nuove procedure per riconoscere l’apprendimento pregresso indipendentemente da come è stato acquisito (Assessment of Prior learning – APl). 6.2. IL SIStEmA EuroPEo DI CrEDItI PEr L’IStruzIonE E LA FormAzIonE Pro- FESSIonALE (ECVEt) Allo scopo di facilitare la capitalizzazione e il trasferimento dei risultati dell’apprendimento (conoscenze, abilità e competenze) di una persona che passa da un contesto di apprendimento ad un altro e/o da un sistema di qualifica ad un altro, e sostenere il riconoscimento dei risultati di apprendimento indipendentemente da dove vengono acquisiti, il Parlamento ed il Consiglio europeo hanno approvato nel 2009 una Raccomandazione sull’istituzione di un sistema europeo di crediti per l’istruzione e la Formazione Professionale (European Credits for Vocational Education and Training - ECVET)1. l’ECVET riguarda l’intero sistema di istruzione e 1 Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 giugno 2009 sull’istituzione di un sistema europeo di crediti per l’istruzione e la Formazione Professionale (ECVET) (2009/C 155/02). 66 Formazione Professionale e consente di conferire crediti in relazione ad esperienze di apprendimento, indipendentemente dal fatto che vengano realizzate all’interno di percorsi formali o non-formali. l’ECVET promuove la flessibilità dei sistemi di formazione: i risultati di apprendimento sono valutati e convalidati in modo da trasferire crediti da un sistema di qualifiche all’altro, o da un percorso di formazione ad un altro. Secondo questo sistema gli allievi possono accumulare nel tempo e farsi riconoscere i risultati di apprendimento richiesti per ottenere una certa qualifica, in differenti Paesi o in differenti situazioni senza frequentare ulteriori percorsi di istruzione e Formazione. ECVET può essere applicato in un contesto regionale o nazionale (in caso di mobilità interregionale o di mobilità tra sistemi formali e non-formali) e in caso di mobilità transnazionale. in particolare è stata creata una struttura metodologica per riconoscere gli apprendimenti acquisiti durante periodi di mobilità, attraverso la definizione di un linguaggio comune e stimolando la fiducia reciproca. Allo scopo di facilitare il trasferimento dei crediti la Raccomandazione ECVET propone una metodologia per la descrizione della qualifica in termini di unità di risultati di apprendimento, ai quali sono associati dei punti credito. in pratica le qualifiche o i programmi di istruzione/formazione possono essere divisi in unità o parti di unità. un’unità è definita all’interno dell’ECVET come la più piccola parte della qualifica, ed è basata sul risultato. l’unità costituisce oggetto della valutazione e può, eventualmente, essere certificata. Ciascuna unità corrisponde, inoltre, ad una specifica combinazione di conoscenze, capacità e competenze e può essere di differente misura, in accordo con i sistemi nazionali di istruzione e Formazione. 6.3. ComE FunzIonA ECVEt2 ECVET si basa sui seguenti concetti e strumenti: • Risultati di apprendimento. • unità di apprendimento. • Punti ECVET, che forniscono informazioni aggiuntive riguardo alle unità ed alle qualifiche in forma numerica. • Crediti ECVET. Al pari dell’EqF, ECVET focalizza la certificazione sui risultati di apprendimento, anziché sui processi formativi o sui programmi frequentati. i risultati di apprendimento (learning outcomes) vengono definiti come insiemi di conoscenze, abilità e competenze che possono essere acquisiti in una varietà di contesti di apprendimento. Essi indicano ciò che una persona sa, o sa fare, al termine del processo di apprendimento. 2 Commissione europea (2009) Get to know ECVET better - Questions and Answers. 67 6.4. LA ConVALIDA DELL’APPrEnDImEnto non FormALE E InFormALE il quadro europeo del riconoscimento delle competenze comunque acquisite è stato completato da una Raccomandazione del Consiglio europeo del 20 dicembre 2012 che, al fine di offrire alle persone l’opportunità di dimostrare quanto hanno appreso al di fuori dell’istruzione e della Formazione formali e di avvalersi di tale apprendimento per la carriera professionale e l’ulteriore apprendimento, richiede agli Stati membri di istituire, entro il 2018, modalità per la convalida dell’apprendimento non formale e informale che consentano di: • ottenere una convalida delle conoscenze, abilità e competenze acquisite mediante l’apprendimento non formale e informale; • ottenere una qualifica completa o parziale, sulla base della convalida di esperienze di apprendimento non formale e informale; ECVEt: LAmEtoDoLogIA la metodologia ECVET suggerisce di descrivere e scomporre le qualifiche esistenti in elementi che vengono definiti unità di apprendimento. le unità di apprendimento sono costituite da un complesso coerente di conoscenze, abilità e competenze; una qualifica contiene dunque diverse unità. le unità non vanno confuse con elementi del programma di insegnamento. Esse possono essere definite sulla base dei processi lavorativi che deve sostenere la figura professionale corrispondente alla qualifica. la stessa unità può far parte di diverse qualifiche. in questo modo le qualifiche, o segmenti di qualifica da conseguire in contesti diversi, possono essere confrontate e convalidate anche tra Paesi diversi. Ciascuna unità a se stante può essere valutata, convalidata e riconosciuta. una persona può acquisire una qualifica accumulando le unità necessarie acquisite in contesti e Paesi diversi. inoltre ciascuna unità di apprendimento può essere “pesata”, assegnando un punteggio sulla base della consistenza che riveste rispetto alla qualifica complessiva. Come base di riferimento si assume che l’apprendimento conseguente ad un anno di istruzione e Formazione Professionale equivalga a 60 punti ECVEt. la qualifica viene pesata riguardo al tempo di insegnamento/apprendimento formale normalmente previsto. Successivamente si pesano le singole unità. il Credito ECVEt viene riconosciuto riguardo ai risultati di apprendimento valutati e documentati di un allievo. il Credito può essere trasferito ad altri contesti ed accumulato fino ad ottenere una qualifica, sulla base degli standard di qualifica e delle regole che esistono nei Paesi partecipanti. il Credito viene “pesato” dalle autorità competenti a rilasciare la qualifica anche in termini di punti il memorandum of understanding è un protocollo stipulato tra due soggetti competenti a rilasciare la qualifica riguardo al riconoscimento reciproco della qualifica rilasciata o di elementi di essa, in termini di unità di apprendimento, al termine del percorso formativo. L’accordo di apprendimento (learning agreement) stabilisce l’impegno dell’istituzione che invia l’allievo in mobilità a riconoscere e convalidare, all’interno del percorso di qualifica, i risultati di apprendimento conseguiti presso l’istituzione ospitante. 68 • includere, se congruenti, i seguenti elementi nelle modalità per la convalida dell’apprendimento non formale e informale: a. l’individuazione dei risultati di apprendimento acquisiti dalla persona mediante l’apprendimento non formale e informale; b. la documentazione dei risultati di apprendimento acquisiti dalla persona mediante l’apprendimento non formale e informale; c. la valutazione dei risultati di apprendimento acquisiti dalla persona mediante l’apprendimento non formale e informale; d. la certificazione della valutazione dei risultati di apprendimento acquisiti dalla persona mediante l’apprendimento non formale e informale sotto forma di qualifica o di crediti che contribuiscono all’ottenimento di una qualifica o in un’altra forma. Pertanto la Raccomandazione, oltre a richiedere agli Stati membri di definire un sistema di riconoscimento delle competenze acquisite, suggerisce anche un percorso metodologico, che si fonda sui momenti successivi della individuazione, della documentazione, della valutazione ed infine della certificazione dei risultati. inoltre ricorda alcuni principi importanti per assicurare la coerenza ed il buon funzionamento del sistema, tra cui: • la necessità di un collegamento ai quadri nazionali delle qualifiche (in linea con il quadro europeo delle qualifiche); • la diffusione di informazioni, orientamento e consulenza appropriati sulle possibilità, i benefici e opportunità della convalida; • l’attenzione ai gruppi svantaggiati, tra cui i disoccupati e le persone a rischio di disoccupazione; • la garanzia di qualità del processo di convalida; • lo sviluppo delle competenze professionali del personale coinvolto. 69 7. Il Fondo Sociale Europeo 7.1. uno StrumEnto PEr FAVorIrE un ArmonIoSo SVILuPPo EConomICo E So- CIALE DEgLI StAtI mEmBrI il Fondo Sociale Europeo (FSE) è uno dei cinque Fondi strutturali e di investimento europei (ESiF)1. i Fondi strutturali sono strumenti finanziari che sostengono la coesione sociale in Europa concentrando i propri contributi sulle regioni meno sviluppate. il Fondo Sociale Europeo era stato previsto e regolamentato dallo stesso trattato istitutivo della Comunità Economica Europea e venne attivato sin dai primi anni della sua nascita, per assicurare in modo armonioso lo sviluppo economico e sociale dei diversi Paesi aderenti. Esso nacque con lo scopo di migliorare le possibilità occupazionali dei lavoratori all’interno del mercato comune, contribuendo in tal modo alla crescita del loro tenore di vita, attraverso la promozione della mobilità geografica e professionale e di nuove opportunità di lavoro. in particolare il Fondo Sociale Europeo intendeva essere uno strumento di sostegno ad aree o situazioni di crisi o in ritardo di sviluppo, con particolare riferimento alle Regioni meridionali italiane, che più delle altre rischiavano di subire il contraccolpo dell’allargamento del mercato comune. Successivamente l’aggravamento continuo della situazione occupazionale e in particolare di quella giovanile spinsero ad adottare nuove norme riguardanti i compiti del FSE, attribuendo carattere prioritario alle misure a favore dei giovani e delle zone afflitte da lungo tempo da un elevato tasso di disoccupazione. le modifiche introdotte rappresentarono un importante evoluzione per il Fondo, che veniva ad assumere il carattere di strumento delle politiche rivolto in particolare ai giovani di età inferiore ai 25 anni, disoccupati, le cui possibilità di trovare un’occupazione erano particolarmente ridotte per mancanza di formazione o per una formazione inadeguata, ed a persone di età superiore ai 25 anni in situazione di difficoltà (disoccupati o sottoccupati, donne, disabili, migranti, occupati in piccole e medie imprese). il Fondo Sociale Europeo finanzia interventi nei seguenti campi: • apprendimento e formazione permanente per i lavoratori; • organizzazione del lavoro; • sostegno ai dipendenti nei contesti di ristrutturazione; 1 Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), Fondo Sociale Europeo (FSE), Fondo di Coesione (FC), Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR), Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP). 70 • servizi all’occupazione; • integrazione delle persone svantaggiate nel mercato del lavoro; • riforme dei sistemi di istruzione e Formazione; • reti di parti sociali e ONG; • formazione nelle amministrazioni e nei servizi pubblici. Esso è gestito tramite cicli di programmazione di durata settennale. il livello dei finanziamenti del Fondo varia da una Regione all’altra a seconda della loro ricchezza relativa. le regioni comunitarie sono suddivise in tre categorie di regioni sulla base del loro Pil regionale pro capite raffrontato alla media dell’uE: • le regioni meno sviluppate, con un Pil pro capite inferiore al 75% della media uE, che costituiscono la priorità fondamentale. Nel prossimo periodo di programmazione rientreranno in questo gruppo Campania, Calabria, Sicilia e Puglia; • le regioni di transizione, con un Pil pro capite compreso tra il 75% e il 90% della media uE-27. Per l’italia rientreranno in tale categoria di regioni Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna; • le regioni più sviluppate, con un Pil pro capite superiore al 90% della media uE-27. in questo gruppo rientreranno le regioni del Centro nord. Alle regioni appartenenti alla prima categoria e (in parte) alla seconda categoria viene attribuita la parte maggiore dei finanziamenti europei; inoltre la quota di finanziamenti comunitari per i diversi progetti può essere molto più alta. la strategia e il budget del fondo sono negoziati tra gli Stati membri dell’uE, il Parlamento europeo e la Commissione europea. la strategia definisce gli obiettivi dei finanziamenti del Fondo Sociale Europeo, condivisi in parte o totalmente con altri Fondi strutturali. l’attuazione dei fondi FSE è invece responsabilità degli Stati membri e delle regioni dell’uE. la gestione dettagliata dei programmi sostenuti dal Fondo Sociale Europeo rientra nelle responsabilità degli Stati membri a livello nazionale e regionale. una volta stabilita la strategia e stanziato il budget, viene adottato un approccio condiviso alla programmazione. i programmi operativi di durata settennale sono pianificati dagli Stati membri e dalle loro regioni congiuntamente alla Commissione europea e descrivono i campi di attività, geografici o tematici, che riceveranno i finanziamenti. Per ciascun programma essi nominano un’autorità di gestione (a livello nazionale, regionale o altro tipo di livello) che ha il compito di informare i potenziali beneficiari, selezionare i progetti e monitorarne l’attuazione in generale. Sono inoltre nominate delle autorità di certificazione e di audit per monitorare e assicurare la conformità delle spese al regolamento sul Fondo Sociale Europeo. l’attuazione pratica del Fondo Sociale Europeo è realizzata tramite progetti presentati e condotti da un ampio ventaglio di organizzazioni pubbliche e private: Enti locali, regionali e nazionali, istituti di istruzione e Formazione, parti sociali e singole aziende. i beneficiari dei progetti FSE sono vari: singoli lavoratori, gruppi di 71 persone, settori industriali, sindacati, pubbliche amministrazioni o aziende. le fasce sociali vulnerabili che incontrano particolari difficoltà nel trovare o mantenere il proprio posto di lavoro, come i disoccupati di lunga durata e le donne sono tra i principali destinatari. 7.2. LA ProgrAmmAzIonE 2014-2020 le maggiori novità per il nuovo periodo riguardano alcune importanti modifiche alla programmazione e gestione dei fondi strutturali (FSE, FEASR, FESR, ecc.) mediante: • il principio della complementarietà dei fondi e l’istituzione di un quadro strategico comune, per definire le priorità d’investimento e concentrare l’intervento su un ristretto numero di obiettivi tematici comuni, connessi agli obiettivi della strategia Europa 2020; • la conclusione di un contratto di partenariato tra la Commissione e ciascuno Stato membro, recante l’impegno dei contraenti a livello nazionale e regionale ad utilizzare i fondi stanziati per dare attuazione alla strategia Europa 2020, nonché un quadro di riferimento dei risultati con il quale valutare i progressi in relazione agli impegni; • lo stretto collegamento con i programmi nazionali di riforma e i programmi nazionali di stabilità e convergenza elaborati dagli Stati membri e con le raccomandazioni specifiche per ciascun Paese adottate dal Consiglio sulla base dei medesimi programmi. Dal 2014, il peso finanziario del Fondo Sociale Europeo aumenta: per il periodo 2014-2020 il budget ammonta a circa 80 miliardi di euro, vale a dire oltre 10 miliardi di euro all’anno. Tale importo sarà integrato da una serie di co-finanziamenti pubblici e privati a livello nazionale pari a circa 50 miliardi di euro, il che porta l’ammontare complessivo a disposizione a circa 120 miliardi di euro. in particolare per l’italia sono stati stanziati quasi 10,5 miliardi di euro. il Regolamento CE 1304/13 prevede il raggiungimento di quattro obiettivi tematici: • Promuovere l’occupazione e sostenere la mobilità dei lavoratori (4.086 milioni di euro di assegnazione finanziaria per l’italia). il Fondo Sociale Europeo collaborerà con organizzazioni di tutta l’uE per avviare progetti mirati a formare i cittadini e ad aiutarli a trovare un’occupazione. Troveranno sostegno anche le iniziative tese a sostenere gli imprenditori tramite fondi di avviamento e le aziende che devono affrontare una riorganizzazione o la mancanza di lavoratori qualificati. Aiutare i giovani a entrare nel mercato del lavoro costituirà una priorità assoluta del Fondo Sociale Europeo in tutti gli Stati membri. 72 • Promuovere l’inclusione sociale e lottare contro la povertà (2.269 milioni di euro di assegnazione finanziaria per l’italia). le persone in difficoltà e chi appartiene a gruppi svantaggiati riceveranno maggiore sostegno affinché possano meglio integrarsi nella società. • Investire in istruzione, competenze e apprendimento permanente (3.156 milioni di euro di assegnazione finanziaria per l’italia). il Fondo Sociale Europeo finanzierà iniziative volte a migliorare l’istruzione e la Formazione e ad assicurare che i giovani completino il loro percorso formativo e ottengano competenze in grado di renderli più competitivi sul mercato del lavoro. Tra le priorità troviamo anche la riduzione del tasso di abbandono scolastico e il miglioramento delle opportunità di istruzione professionale e universitaria. • Migliorare la capacità istituzionale e un’efficiente amministrazione pubblica (593,80 milioni di euro di assegnazione finanziaria per l’italia). il Fondo Sociale Europeo asseconderà gli sforzi profusi dagli Stati membri per il miglioramento della qualità della governance e dell’amministrazione pubblica e sosterrà le loro riforme strutturali dotandoli delle capacità amministrative e istituzionali necessarie. i finanziamenti dovranno essere maggiormente concentrati per ottenere migliori risultati: indirizzando i propri interventi su un numero limitato di priorità, il Fondo Sociale Europeo intende garantire una massa critica di finanziamenti abbastanza elevata da avere un impatto reale sulle principali sfide affrontate dagli Stati membri. la Programmazione 2014-2020 è attuata attraverso i programmi operativi. Ciascun programma copre il periodo compreso fra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2020 ed è elaborato dagli Stati membri. Per quanto riguarda l’istruzione e la Formazione, ai finanziamenti stanziati dal Fondo Sociale Europeo si possono dunque aggiungere, in omaggio al principio di complementarietà tra i diversi fondi (FSE, FEASR, FESR, ecc,) le risorse degli altri fondi strutturali, primo tra tutti il FESR – Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, che finanzia interventi infrastrutturali e tecnologici, anche nel settore dell’istruzione. 7.3. LE rISorSE DISPonIBILI PEr L’ItALIA ED I ProgrAmmI oPErAtIVI nAzIonALI E rEgIonALI Sulle base delle linee strategiche e programmatiche contenute nell’Accordo di partenariato sono stati definiti i Programmi Operativi Nazionali (PON) ed il finanziamento dei Programmi Operativi Regionali (POR). il prospetto seguente presenta i principali PON che godono di finanziamento del Fondo Sociale Europeo; a questi finanziamenti si integrano quelle del FESR per quanto riguarda le dotazioni strutturali: 73 NOME DEL PROGRAMMA RISORSE DISPONIBILI (FSE) Sistemi di politiche attive per l’occupazione 1.180.744.376 Scuola 1.154.692.048 Inclusione 827.150.000 Iniziativa occupazione giovani 567.511.248 Governance e capacità istituzionale 328.669.463 in ogni Programma Operativo si definisce una strategia da attuare in conformità con quanto previsto dalla strategia dell’unione, con le norme specifiche di ciascun fondo e con i contenuti dell’Accordo di Partenariato, attraverso modalità volte a garantire l’attuazione efficace, efficiente e coordinata dei fondi. Si definiscono, inoltre, le priorità egli obiettivi specifici oltre che le dotazioni finanziarie. Ad esempio il PON scuola (“Per la scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”), si divide in quattro Assi: • ASSE i - istruzione (finanziato dal FSE) • ASSE ii - infrastrutture per l’istruzione (finanziato dal FESR) • ASSE iii - Capacità istituzionale e amministrativa (finanziato dal FSE) • ASSE iV - Assistenza Tecnica (finanziato dal FSE) All’interno dell’Asse 1 (istruzione) il PON scuola si prefigge di sostenere interventi per raggiungere i seguenti obiettivi:) • Riduzione del fallimento formativo precoce e della dispersione scolastica e formativa. • Miglioramento delle competenze chiave degli allievi. • Miglioramento delle capacità di auto-diagnosi, auto-valutazione e valutazione delle scuole e di innovazione della didattica. • innalzamento del livello di istruzione della popolazione adulta, con particolare riguardo alle fasce di istruzione meno elevate. • qualificazione dell’offerta di istruzione e Formazione tecnica e professionale. • Diffusione della società della conoscenza nel mondo della scuola e della formazione e adozione di approcci didattici innovativi. Dal canto suo il Programma Operativo Nazionale “occupazione giovani”, gestito dal Ministero del lavoro, intende affrontare l’emergenza dell’inattività e della disoccupazione giovanile; destinatari degli interventi del Piano sono giovani NEET (not in employment, not in education, not in training), di età compresa tra i 15 e i 24 anni, con estensione della fascia di età fino ai 29 anni per alcune misure. Di seguito si riportano alcune azioni che verranno implementate con il PON: • Accoglienza, presa in carico e orientamento dei giovani in cerca di occupazione, anche nell’ambito del Programma Garanzia Giovani. • Formazione finalizzata a fornire le conoscenze e le competenze necessarie a facilitare l’inserimento lavorativo e reinserimento di giovani 15-18enni in percorsi formativi (istruzione e Formazione Professionale). 74 • Accompagnamento al lavoro, attraverso l’esplorazione delle opportunità, tutoring, e matching rispetto alle caratteristiche e alle propensioni del giovane. • Apprendistato: per la qualifica e il diploma professionale; professionalizzante o contratto di mestiere; per l’alta formazione e la ricerca (rilascio di lauree, master, dottorati di ricerca, diplomi iTS, certificato di specializzazione iFTS). • Tirocinio extra-curriculare, anche in mobilità geografica, finalizzato ad agevolare le scelte professionali e l’occupabilità dei giovani nel percorso di transizione tra scuola e lavoro. • Servizio civile, finalizzato a fornire ai giovani fino a 28 anni una serie di conoscenze sui settori d’intervento del servizio civile nazionale e regionale e competenze trasversali. • Sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità per giovani fino a 29 anni, tramite formazione e assistenza per la stesura del business plan, accompagnamento all’accesso al credito, servizi di sostegno alla costituzione di impresa, supporto allo start-up. • Mobilità professionale transnazionale e territoriale, all’interno del territorio nazionale o in Paesi uE. • Bonus occupazionale: promozione dell’inserimento occupazionale dei giovani tramite erogazione di incentivi alle aziende. invece il Programma Operativo Nazionale “Sistemi di Politiche attive per l’occupazione”, sempre gestito dal ministero del lavoro, attuerà prevalentemente interventi di sistema. Nello specifico, gli interventi si incentrano sui seguenti ambiti e azioni: a) Promuovere un’occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori: • sperimentazione di politiche attive, ovvero di interventi diretti e relative azioni di sistema e di assistenza tecnica/animazione territoriale; • miglioramento dell’efficacia e della qualità dei servizi per il lavoro attraverso la cooperazione interistituzionale per l’implementazione dei livelli essenziali delle prestazioni (lEP) dei servizi per l’impiego; • azione di sistema per la permanenza/ricollocazione dei lavoratori colpiti da crisi plurilocalizzate; • azioni di sistema riconducibili in generale alle osservazioni e analisi sull’occupabilità. b) Investire nell’Istruzione, nella Formazione e nella Formazione Professionale per le competenze e l’apprendimento permanente: • sistematizzazione degli interventi per l’apprendimento permanente necessari e a supporto, tra gli altri, degli accordi in materia di standard formativi, professionali e di certificazione delle competenze; • decollo/efficacia dell’alternanza scuola-formazione e lavoro attraverso azioni di regolazione ed assistenza alle Regioni; 75 • anticipazione dei fabbisogni formativi e professionali ed innalzamento delle competenze. c) Capacità istituzionale • realizzazione di interventi per la costruzione del sistema informativo integrato lavoro-formazione, politiche attive e passive del lavoro; • interventi per il rafforzamento delle capacità degli attori nel sistema delle politiche attive per l’occupazione, per la predisposizione degli strumenti di monitoraggio e valutazione, funzionali alle suddette politiche, nonché per la divulgazione e promozione dei principali dispositivi sulle stesse politiche. il PON “Sistemi di politiche attive per l’occupazione” è totalmente finanziato dal Fondo Sociale Europeo. la dotazione finanziaria pari a 2,177 miliardi di euro, di cui 1,181 rappresenta il sostegno dell’unione Europea e la parte restante costituisce il cofinanziamento nazionale. la stragrande maggioranza delle risorse (84%) saranno finalizzate a rafforzare le misure previste nella “Garanzia Giovani”, a migliorare i servizi per l’impiego, a combattere la disoccupazione di lunga durata e a migliorare l’accesso al lavoro delle donne, dei disoccupati di lunga durata e degli immigrati. Nella tabella seguente si riportano invece le risorse attribuite a ciascuna Regione dal Fondo Sociale Europeo per l’attuazione dei POR, Programmi Operativi Regionali. REGIONE RISORSE DISPONIBILI Abruzzo 71.251.575 Basilicata 144.812.084 Calabria 254.339.876 Campania 627.882.260 Emilia Romagna 393.125.091 Friuli Venezia Giulia 138.213.907 Lazio 451.267.357 Liguria 177.272.384 Lombardia 485.237.258 Marche 143.989.809 Molise 23.853.230 Bolzano 68.310.599 Trento 54.989.992 Piemonte 436.145.000 Puglia 772.409.449 Sardegna 221.253.335 Sicilia 615.072.321 Toscana 366.481.608 Umbria 118.764.401 Valle d’Aosta 27.786.275 Veneto 382.015.911 TOTALE 5.974.473.722 76 i temi della strategia regionale sono sviluppati all’interno di una struttura di programma che comprende cinque Assi prioritari, sviluppati sulla base delle priorità indicate dal Fondo Sociale Europeo. • Asse A - Occupazione • Asse B - inclusione sociale e lotta alla povertà • Asse C - istruzione e Formazione • Asse D - Capacità istituzionale e amministrativa • Asse E - Assistenza tecnica Alle risorse del Fondo Sociale si aggiungono, come si è detto in precedenza, quelle previste dagli altri fondi comunitari, in particolare dal FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) per quanto riguarda gli interventi strutturali, e dal FEASR (Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale). 77 8. L’evoluzione dei sistemi educativi europei nel quadro delle sfide di Lisbona il processo di riflessione e di confronto internazionale sui fabbisogni formativi e sulle necessità di innovazione dei sistemi educativi ha dato un impulso ai processi di riforma della scuola dei Paesi europei. Non si può affermare che i tempi ed i modi delle riforme nazionali siano stati dettati da Bruxelles, tuttavia è innegabile che il crescente confronto internazionale in sede di unione Europea e gli input che sono provenuti dalle analisi condotte in sede OCSE1 hanno accresciuto la sensibilità dei diversi Paesi verso l’adeguamento del proprio sistema di istruzione e Formazione in modo da rispondere alle sfide che vengono evidenziate nelle varie sedi. Esaminando i maggiori processi di riforma dei sistemi di istruzione e Formazione che sono stati attuati durategli ultimi anni si possono osservare due diversi approcci di politica formativa. il primo approccio, più tradizionale, è sostanzialmente centrato sulla modifica della regolazione del sistema formativo, reindirizzando o riqualificando le risorse destinate al sistema (insegnanti, scuole) o introducendo nuovi processi, o correggendo quelli esistenti. il secondo approccio, che si è sviluppato in Europa a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, è focalizzato sul controllo dei risultati e viene definito outcome driven (o performance based) approach2. questi due approcci differiscono tra loro, ma non sono vicendevolmente esclusivi, dal momento che le strategie che motivano il secondo approccio non negano l’importanza di innovare i processi, ma si basano sul principio che solo una forte attenzione ai risultati raggiunti incoraggi le scuole a migliorare i processi. 8.1. LE PoLItICHE CEntrAtE SuLL’InnoVAzIonE DI ProCESSo il principio sottostante alle politiche centrate sull’innovazione di processo è che per migliorare la scuola è necessario modificarne la struttura, in base alle necessità che emergono dall’analisi del suo funzionamento e dalle richieste degli stakeholder (famiglie, dirigenti, docenti, opinione pubblica). 1 Basti pensare all’impatto che producono sull’opinione pubblica internazionale i rapporti dell’OCSE sugli indicatori e sugli apprendimenti degli studenti. 2 Allulli G. (2011), Le politiche scolastiche e l’Output Driven Approach, in Scuola Democratica, n. 3, Guerini e associati, Roma. 78 le politiche che vengono messe in atto, e che possono essere ricondotte a questa categoria, sono molteplici; in particolare si possono ricordare: • l’estensione della durata dell’obbligo scolastico (e della Formazione Professionale di base), • la riforma del curriculum scolastico, • l’assegnazione di nuove risorse (specialmente per le aree a rischio) o la riallocazione di quelle esistenti, • la riforma del reclutamento, della formazione e della carriera dei docenti. Esaminiamo che cosa è stato fatto negli ultimi anni in Europa riguardo a questa tipologia di intervento 8.1.1. L’estensione della durata dell’Istruzione obbligatoria i risultati delle indagini nazionali ed internazionali, come la rilevazione OCSEPiSA, mostrano che una canalizzazione precoce degli alunni (sotto i 14 anni di età) danneggia l’eguaglianza di opportunità senza migliorare le prestazioni degli alunni. inoltre i criteri di selezione degli studenti sono spesso condizionati da fattori sociali e non dal rendimento. Pertanto, allo scopo di assicurare a tutti gli studenti un percorso scolastico di base adeguato a fornire le conoscenze e le competenze necessarie per un consapevole proseguimento del percorso scolastico e formativo, oppure per l’inserimento nel mondo del lavoro e nella società civile, la maggioranza dei Paesi europei ha innalzato la durata della scuola obbligatoria all’età di 16 anni; l’ungheria fino a 18 anni, con frequenza a tempo pieno. un numero crescente di Paesi sta adottando un modello misto per il prolungamento dell’obbligo, integrando la frequenza scolastica a tempo parziale con diverse forme di esperienza di lavoro; tra questi la Germania, il Belgio, l’Olanda e l’italia, che prevedono una frequenza obbligatoria fino a 18 anni, ma con modalità a tempo parziale (alternando scuola e lavoro). il Regno unito sta considerando questa possibilità. Altri Paesi hanno abbassato l’età di inizio della scuola od hanno reso obbligatoria la frequenza della scuola pre-elementare. Tuttavia è emerso come l’obbligo di frequentare percorsi troppo generalisti e prolungati demotivi gli studenti meno propensi agli studi accademici, favorendo l’abbandono. Pertanto alcuni Paesi, ed in particolare Francia, Spagna e Regno unito, dopo aver prolungato l’istruzione obbligatoria a tempo pieno fino al sedicesimo anno di età, hanno dovuto predisporre nuovi percorsi formativi od introdurre un curriculum più flessibile per offrire agli studenti opzioni più vicine ai loro interessi e prevenire così l’abbandono scolastico; sono state anche introdotte nuove discipline, più collegate con il mondo “reale”, allo scopo di accrescere la motivazione degli studenti, specialmente di quelli meno accademici. Anche l’italia, nell’estendere il periodo di istruzione obbligatoria fino al sedicesimo anno di età, ha dato agli studenti la possibilità di scegliere tra diversi percorsi, compresa l’istruzione e Formazione Professionale, negli ultimi due anni dell’istruzione obbligatoria. invece nei Paesi di lingua tedesca la canalizzazione tra tipologie di scuole rivolte agli studi “accademici” oppure professionalizzanti comincia sempre ad 11 anni. Età terminale dell’Istruzione obbligatoria NuMERO DI PAESI 1 18 1 17 18 16 12 15 Come conseguenza di queste politiche un maggior numero di giovani consegue il diploma di scuola secondaria: secondo le rilevazioni della Commissione europea la percentuale di giovani che consegue il diploma è salita dal 76,1% del 2000 al 78,5% del 2008, anche se la maggioranza dei Paesi Europei rimane sotto l’obiettivo di lisbona (85%). Finlandia, Svezia, irlanda, Cipro ed alcuni Paesi dell’Est (Polonia, Repubblica Ceca, lituania, Slovacchia, Slovenia) hanno già raggiunto il Benchmark europeo, mentre Malta, Spagna e Portogallo stanno sotto il 70%. italia, Bulgaria, lituania, Malta e Portogallo hanno realizzato i maggiori progressi dal 2000. Durante lo stesso periodo si è registrato un discreto miglioramento anche per quanto riguarda il tasso di abbandono medio europeo, che è sceso dal 17,6% al 14,9%. 8.1.2. La riforma del curriculum la riforma del curriculum è un altro obiettivo che molti governi europei si pongono per migliorare il sistema educativo. innanzitutto, sulla base del dibattito sviluppatosi in ambito internazionale e facendo riferimento alla Raccomandazione europea che è stata emanata alla fine del 2006 su questa tematica (v. par. 3.1) molti Paesi hanno riconosciuto l’importanza per gli alunni di acquisire alcune competenze fondamentali utili per la cittadinanza attiva, la coesione sociale e l’occupabilità entro il termine dell’istruzione e della Formazione obbligatoria, indipendentemente dal tipo di percorso scolastico seguito. in particolare alcuni Paesi europei (Francia, Spagna, italia, Regno unito, Svezia) hanno riformato i curricoli scolastici della scuola obbligatoria tenendo conto delle otto competenze chiave europee, introducendo tra gli obiettivi da raggiungere l’acquisizione delle competenze di base di cittadinanza. un significativo esempio che viene spesso preso come riferimento di questo movimento europeo è lo “zoccolo comune” di conoscenze e competenze, che è stato introdotto nella scuola francese nel 2006. 79 80 in italia, per definire le linee guida dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione, il Ministero della Pubblica istruzione ha istituito una Commissione che ha prodotto un documento intitolato Indicazioni sulle modalità dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione3. la Commissione ha lavorato nel solco della Raccomandazione europea sulle competenze di cittadinanza, caratterizzate da componenti di carattere sia culturale che trasversale ed ha messo in evidenza le prime come assi culturali strategici, le seconde come competenze trasversali. in particolare la Commissione ha definito: • quattro assi culturali strategici: l’asse dei linguaggi; l’asse matematico; l’asse scientifico-tecnologico; l’asse storico-sociale; • otto competenze trasversali: imparare ad imparare, progettare, comunicare, collaborare e partecipare, risolvere problemi, agire in modo autonomo e responsabile, individuare collegamenti e relazioni, acquisire ed interpretare l’informazione. 3 Commissione con il compito di approfondire la tematica relativa all’istruzione obbligatoria ed elaborare le possibili modalità tese all’obiettivo dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione Indicazioni sulle modalità dell’innalzamento dell’obbligo di istruzione 3 marzo 2007. Lo “zoCCoLo ComunE” DI ConoSCEnzE E ComPEtEnzE (FrAnCIA) l’introduzione dello zoccolo comune è stata prevista dall’articolo 9 della legge Fillon di riforma della scuola del 23 aprile 2005, che afferma “la scolarità obbligatoria deve garantire a ogni allievo l’acquisizione di uno zoccolo comune costituito da un insieme di conoscenze e competenze indispensabili per completare con successo la propria scolarità, per proseguire nella formazione, per costruire il proprio avvenire personale e professionale e inserirsi attivamente nella vita sociale”. lo zoccolo si riferisce dunque alla scolarità obbligatoria, con l’ambizione di essere la base necessaria e indispensabile per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. l’insegnamento obbligatorio non si riduce, comunque, allo zoccolo comune, nonostante ne costituisca il fondamento. lo zoccolo non si sostituisce ai programmi della scuola primaria e del collège, e non ne è neppure un condensato. la sua specificità risiede nella volontà di dare senso alla cultura scolastica, assumendo il punto di vista dell’allievo e costruendo ponti tra le discipline e i programmi. lo zoccolo definisce ciò che nessuno può ignorare alla fine della scolarità obbligatoria pena la sua marginalizzazione. la scuola deve offrire tutti i mezzi perché ogni allievo sviluppi tutte le sue facoltà. Padroneggiare lo zoccolo comune significa essere capaci di utilizzare ciò che si è appreso in compiti e situazioni complesse, prima nella scuola poi nella vita; significa anche possedere i mezzi per continuare a formarsi per tutta la vita e riuscire a inserirsi attivamente nella società. lo zoccolo comune si acquisisce progressivamente, dalla scuola dell’infanzia alla fine della scolarità obbligatoria. Ogni competenza richiede il contributo di più discipline, e per converso, ciascuna disciplina contribuisce alla acquisizione di più competenze. Tutte le discipline insegnate nella scuola elementare e nel collège (la scuola media francese), compresa l’educazione fisica e sportiva, le arti plastiche e l’educazione musicale, hanno quindi un ruolo nell’acquisizione dello zoccolo. 81 Sulla base della proposta della commissione il Ministero della Pubblica istruzione ha emanato il Regolamento che disciplina l’elevamento dell’obbligo di istruzione4. 4 Ministero della Pubblica istruzione Decreto 22 agosto 2007, n. 139 «Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione, ai sensi dell’articolo 1, comma 622, della legge 27 dicembre 2006, n. 296» da G.u. n. 202 del 31.08.2007. ComPEtEnzE trASVErSALI PEr L’oBBLIgo DI IStruzIonE (a) • Imparare ad imparare: organizzare il proprio apprendimento, individuando, scegliendo ed utilizzando varie fonti e varie modalità di informazione e di formazione (formale, non formale ed informale), anche in funzione dei tempi disponibili, delle proprie strategie e del proprio metodo di studio e di lavoro. • Progettare: elaborare e realizzare progetti riguardanti lo sviluppo delle proprie attività di studio e di lavoro, utilizzando le conoscenze apprese per stabilire obiettivi significativi e realistici e le relative priorità, valutando i vincoli e le possibilità esistenti, definendo strategie di azione e verificando i risultati raggiunti. • Comunicare: - comprendere messaggi di genere diverso (quotidiano, letterario, tecnico, scientifico) e di complessità diversa, trasmessi utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali); - rappresentare eventi, fenomeni, principi, concetti, norme, procedure, atteggiamenti, stati d’animo, emozioni, ecc. utilizzando linguaggi diversi (verbale, matematico, scientifico, simbolico, ecc.) e diverse conoscenze disciplinari, mediante diversi supporti (cartacei, informatici e multimediali). • Collaborare e partecipare: interagire in gruppo, comprendendo i diversi punti di vista, valorizzando le proprie e le altrui capacità, gestendo la conflittualità, contribuendo all’apprendimento comune ed alla realizzazione delle attività collettive, nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli altri. • Agire in modo autonomo e responsabile: sapersi inserire in modo attivo e consapevole nella vita sociale e far valere al suo interno i propri diritti e bisogni riconoscendo al contempo quelli altrui, le opportunità comuni, i limiti, le regole, le responsabilità. • risolvere problemi: affrontare situazioni problematiche costruendo e verificando ipotesi, individuando le fonti e le risorse adeguate, raccogliendo e valutando i dati, proponendo soluzioni utilizzando, secondo il tipo di problema, contenuti e metodi delle diverse discipline. • Individuare collegamenti e relazioni: individuare e rappresentare, elaborando argomentazioni coerenti, collegamenti e relazioni tra fenomeni, eventi e concetti diversi, anche appartenenti a diversi ambiti disciplinari, e lontani nello spazio e nel tempo, cogliendone la natura sistemica, individuando analogie e differenze, coerenze ed incoerenze, cause ed effetti e la loro natura probabilistica. • Acquisire ed interpretare l’informazione: acquisire ed interpretare criticamente l’informazione ricevuta nei diversi ambiti ed attraverso diversi strumenti comunicativi, valutandone l’attendibilità e l’utilità, distinguendo fatti e opinioni. (a) MiNiSTERO DEllA PuBBliCA iSTRuziONE Decreto del 22 agosto 2007, n. 139 «Regolamento recante norme in materia di adempimento dell’obbligo di istruzione, ai sensi dell’articolo 1, comma 622, della legge 27 dicembre 2006, n. 296» da G.u. n. 202 del 31.08. 2007 82 8.1.3. Assegnare nuove risorse (specialmente per le aree a rischio) Gli insegnanti tendono ad evitare, ove possibile, le scuole situate in aree svantaggiate o più difficili, per cui in queste scuole si trovano ad operare gli insegnanti meno qualificati, che spesso cercano di trasferirsi rapidamente in un’altra scuola, producendo un continuo turnover. in molti Paesi europei, per migliorare la qualità dell’offerta formativa, sono stati predisposti rafforzamenti dell’offerta scolastica nelle aree che presentano maggiori difficoltà e debolezze sotto l’aspetto sociale e culturale. Si possono ricordare tra l’altro il programma “Excellence in Cities”, avviato nel Regno unito nel 1999, e l’iniziativa delle “zones d’education prioritaires”, che sono state introdotte nel sistema educativo francese nel 1982 (v. scheda). Tali misure prevedono anche una retribuzione migliore per gli insegnanti, per incoraggiarli a restare in scuole situate in aree svantaggiate. Tuttavia, è stato osservato che l’impatto dell’incentivo finanziario sulle scelte degli insegnanti è limitato5: per essere efficace l’incentivo finanziario dovrebbe essere abbastanza consistente6. 5 BENABOu R., F. kRAMARz, C. PROST (2005), The French zones d’education prioritaires: much ado about nothing? Discussion paper serie No. 5085 , Centre for Economic Policy Research. 6 hANuShEk E.A., J.F. kAiN and S.G. RiVkiN (1999), Do Higher Salaries Buy Better Teachers?, Working Paper No 7082, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA. zonES D’éDuCAtIon PrIorItAIrES la politica delle Zones d’éducation prioritaires (aree prioritarie - zEPs) è stata introdotta in Francia nel 1982 per combattere il fallimento scolastico degli studenti svantaggiati. in origine il programma era temporaneo, ma esso è stato confermato ed esteso a molte scuole fino a coinvolgere il 15% degli studenti distribuiti tra 800 aree prioritarie, in gran parte ubicate in aree urbane. Per incoraggiare le scuole a sviluppare progetti e partenariati a livello locale il programma ha fornito risorse addizionali attraverso: • la riduzione delle dimensioni della classe, • l’assegnazione di incentivi economici e giuridici ai docenti, • l’assegnazione di risorse aggiuntive alle scuole, • l’aumento del numero di ore di insegnamento. il programma ha dovuto affrontare problemi quali: • la difficoltà delle famiglie a far fronte ai bisogni educativi degli alunni, dato il loro basso livello socioculturale, • la necessità di combattere precocemente le disuguaglianze, • la concentrazione di studenti svantaggiati all’interno della stessa classe, • l’abbassamento di aspettative da parte dei docenti, • la rotazione dei docenti e le difficoltà per i nuovi insegnanti da poco assunti. Circa due terzi degli insegnanti nuovi assunti hanno cominciato la loro carriera come supplenti in un posto classificato come “Difficile” od in una zona prioritaria. i risultati del programma sono stati giudicati modesti, in quanto sono peggiorati sia la composizione sociale degli studenti iscritti nelle scuole delle zEP (il marchio negativo della zEP ha allontanato gli studenti che potevano iscriversi altrove), sia la qualità dei docenti, in quanto le difficoltà dell’insegnamento nella zona prioritaria hanno provocato la “fuga” dei docenti più esperti. infine, non si sono registrati significativi miglioramenti dei risultati degli alunni frequentanti le scuole di queste zone. 83 8.1.4. La riforma della carriera dei docenti Secondo l’OCSE7 è possibile definire due modelli di base che caratterizzano la professione degli insegnanti: il modello “basato sulla carriera” e quello “basato sulla posizione”. Nel modello basato sulla carriera, la gestione del personale insegnante viene generalmente organizzata a livello centrale. l’accesso alla professione si fonda sui titoli accademici e/o sul superamento di un esame di ammissione al servizio, e gli insegnanti sono normalmente assegnati alle diverse scuole sulla base di regole fisse. la progressione di carriera avviene attraverso di criteri predeterminati (spesso tenendo conto dell’anzianità piuttosto che dei risultati dell’attività svolta). Francia, italia e Spagna sono esempi di Paesi nei quali si possono rintracciare molti elementi di questo sistema. Nei modelli basati sulla posizione la gestione ed il reclutamento del personale insegnante si svolgono a livello di autorità locale o di singola scuola. Spetta alle scuole o agli Enti locali selezionare il candidato più adatto per ogni posizione, mediante reclutamento esterno o promozione interna. Tale modello consente un accesso più flessibile alla professione di insegnante; ad esempio è relativamente comune l’accesso all’insegnamento da parte di candidati più anziani o provenienti da altre carriere, così come è comune la mobilità dall’insegnamento verso altre carriere professionali. la progressione di carriera degli insegnanti è in funzione del successo nella competizione per i posti disponibili, e il numero di posti disponibili di livello più alto è di solito limitato. i sistemi svedese, svizzero e del Regno unito presentano molte caratteristiche di questo modello. Nei sistemi scolastici nei quali vige il modello basato sulla carriera, le preoccupazioni politiche riguardano la mancanza di incentivazione per gli insegnanti a continuare la loro formazione, una volta ottenuta l’assunzione e la forte accentuazione posta sui regolamenti che limitano la capacità delle scuole di rispondere alle diverse esigenze locali. Di conseguenza, la priorità nei Paesi con sistemi nei quali vige questo modello è l’introduzione di politiche che permettano di definire rapporti di lavoro più flessibili, consentendo alle autorità educative locali ed ai dirigenti scolastici un più ampio margine decisionale, ed una gestione per obiettivi. 7 OECD (2005), Teachers matter: attracting, developing and retaining effective teachers Education and Training Policy, Paris. i risultati hanno mostrato la necessità di concentrare maggiori risorse su un numero minore di scuole in maggiore difficoltà. Perciò il governo francese ha introdotto degli strumenti per selezionare meglio le scuole da includere nel programma. il nuovo programma, lanciato nel 2006 (“ambition reussite”), più selettivo, si basa sull’utilizzo di docenti più formati ed esperti. inoltre prevede degli incentivi salariali per incoraggiare gli insegnanti esperti a richiedere di insegnare in queste aree, ed istituisce speciali gruppi di insegnamento per fornire agli insegnanti senza esperienza strategie consolidate per migliorare i risultati scolastici degli alunni. 84 Nei Paesi ove vige il modello basato sulla posizione le scuole spesso devono registrare un elevato turnover del personale, soprattutto nelle zone svantaggiate. Dal momento che questo modello consente l’adozione di regole più flessibili per il reclutamento del personale, si determinano spesso più forti disparità tra le scuole in termini di qualificazione ed esperienza degli insegnanti. le priorità politiche in questi Paesi riguardano la definizione di criteri omogenei a livello di sistema per la selezione dei docenti e la valutazione delle loro prestazioni. Viene prestata anche grande attenzione alla selezione ed alla formazione dei dirigenti degli istituti scolastici. le scuole che si trovano nelle zone svantaggiate dovrebbero essere dotate di maggiori risorse per consentire loro di competere per reclutare insegnanti di qualità; si avverte inoltre la necessità di aumentare la differenziazione dei salari e delle condizioni di lavoro al fine di attrarre le tipologie di insegnanti meno disponibili a trasferirsi in queste aree. Molti Paesi hanno cercato di innalzare lo status e la qualità dei docenti sia attraverso una migliore selezione e formazione, sia attraverso un miglioramento della loro condizione e della carriera professionale. Per quanto riguarda la selezione e la formazione dei docenti, le riforme che sono state avviate in questi ultimi anni hanno cercato di introdurre modalità di selezione più accurate, hanno attivato lo svolgimento del tirocinio durante la formazione iniziale, hanno introdotto delle incentivazioni per incoraggiare la partecipazione alla formazione in servizio ed infine hanno promosso periodi di studio all’estero per i docenti di lingua straniera. invece, per quanto riguarda la carriera, si è cercato di introdurre maggiore flessibilità nelle posizioni professionali, di decentrare le decisioni riguardo al personale assegnando più potere a presidi ed autorità locali, di aumentare la retribuzione dei docenti nelle aree a rischio, di sviluppare nuovi sistemi per valutare i docenti (autovalutazione, valutazione esterna, test e misure di valore aggiunto), ed infine di introdurre incentivi e differenziazioni della retribuzione. in particolare sono stati compiuti molti sforzi per sviluppare nuovi sistemi per la valutazione delle prestazioni degli insegnanti e fornire loro incentivi. Per la valutazione degli insegnanti vengono utilizzate diverse metodologie8: • ispezioni esterne, effettuate per conto delle autorità nazionali (come in Francia, in collaborazione con il preside) o regionali (come in Germania o in Austria, ma solo per la progressione di carriera). l’osservazione in aula, le interviste e la documentazione preparata dal docente sono i metodi tipici utilizzati per questo tipo di valutazione. • Auto-valutazione a livello di istituto. questa metodologia è stata sviluppata dagli Anni ‘90 in poi; può essere utilizzata a se stante, oppure può essere adot- 8 Eurydice (2008), Levels of Autonomy and Responsibilities of Teachers in Europe, Eurydice network, Bruxelles. OECD (2005), Teachers matter: attracting, developing and retaining effective teachers Education and Training Policy, Paris. 85 tata come base per la valutazione esterna. Nel Regno unito, Repubblica Ceca, Estonia e ungheria, l’auto-valutazione comprende l’analisi del rendimento degli insegnanti. • Valutazioni interne, condotte dalla dirigenza scolastica (in genere il preside). questo metodo è in vigore in Belgio, Repubblica Ceca, lituania, Austria, Romania, Slovenia, Paesi Bassi, Francia (in collaborazione con gli ispettori) e Regno unito. • Risultati degli alunni, considerando il valore aggiunto acquisito da parte degli allievi dell’insegnante. in irlanda, Norvegia e Svezia, si pone l’accento sulla valutazione della unità scolastica, piuttosto che sulla valutazione dei singoli insegnanti. Solo in cinque Paesi (Danimarca, Finlandia, Grecia, italia e Spagna) gli insegnanti non sono periodicamente valutati una volta entrati in servizio. 8.2. LE PoLItICHE CEntrAtE SuL ControLLo DEI rISuLtAtI Di fronte alla crescente insoddisfazione riguardo all’impatto effettivo delle riforme di processo sul miglioramento dell’offerta scolastica e delle prestazioni degli alunni, si è progressivamente affermata una “scuola” di pensiero politico che ha rovesciato l’approccio riformatore; invece di intervenire sui processi, nell’aspettativa che la loro innovazione produca il miglioramento dei risultati degli alunni, si ritiene più efficace mettere direttamente i risultati al centro della politica riformatrice, nella convinzione che la maggiore attenzione alle prestazioni degli alunni spinga le scuole ed i docenti a modificare i processi di insegnamento, in modo da renderli più efficaci. Solo in questo modo vi sarà un effettivo ripensamento, da ILmErIt PAY Secondo l’OCSE, 11 Paesi, su 29 analizzati, collegano la retribuzione dei docenti alle loro prestazioni. questo tipo di politica viene definito Merit-Pay, ovvero retribuzione legata al merito. Negli uSA 8 Stati e numerosi distretti scolastici collegano le retribuzioni dei docenti ai risultati degli allievi, generalmente misurati attraverso i test. i giudizi su questa politica sono controversi. A favore viene rilevato che introducendo premi per i docenti e assegnando incentivi se ne aumentano l’impegno e le prestazioni; l’incentivazione e la più alta retribuzione rendono inoltre la professione docente più attraente ed in grado di attirare i migliori candidati. Coloro che sono contrari invece sostengono che il programma di Merit-Pay produce un gravoso appesantimento burocratico, perché richiede la costruzione di complesse banche dati. inoltre la competizione tra i docenti, che viene sollecitata, compromette la cooperazione all’interno della scuola, che invece rappresenta una dimensione fondamentale di un efficace insegnamento. Viene anche fatto presente che il successo degli alunni, soprattutto se svantaggiati, è difficile da misurare e che i docenti potrebbero essere invogliati a “truccare” i risultati degli studenti per migliorare la propria posizione. 86 parte delle scuole (alle quali viene concessa una più ampia autonomia organizzativa), delle modalità di erogazione dell’insegnamento ed un effettivo miglioramento delle prestazioni dei docenti e dunque dei risultati degli alunni. le politiche scolastiche centrate sul controllo dei risultati si basano sostanzialmente su: • la definizione di obiettivi e traguardi chiari e misurabili: vengono definiti dei traguardi da raggiungere, indicando anche con precisione i livelli e le quantità interessate, utilizzando degli indicatori; • la definizione dei risultati di apprendimento: il percorso scolastico e formativo viene definito in termini di risultati da ottenere, più che in termini di programmi, orari e discipline da studiare; • la concessione di una più ampia autonomia alle scuole: vengono concessi ai dirigenti ed al personale degli istituti scolastici più ampi poteri in materia di gestione delle risorse, reclutamento del personale, organizzazione dell’insegnamento, organizzazione dell’attività scolastica; • la valutazione dei risultati degli alunni attraverso l’utilizzo di prove oggettive: al posto dei tradizionali esami, che non consentono un reale apprezzamento dall’esterno dei risultati raggiunti, vengono introdotti dei test standardizzati, che consentono una verifica del livello raggiunto dagli studenti ed un confronto tra le scuole; • la responsabilizzazione della scuola rispetto ai risultati raggiunti: i risultati della scuola vengono comunicati all’esterno e di questi la scuola è chiamata a render conto alle autorità scolastiche ed alle famiglie degli alunni; • l’introduzione di sistemi di valutazione dei docenti: vengono introdotti sistemi di verifica dell’attività del docente, del suo impegno professionale, dei risultati raggiunti con gli alunni, sia attraverso ispezioni esterne che attraverso l’analisi dei risultati degli alunni nelle prove oggettive; • la concessione di premi alle scuole ed ai docenti sulla base dei loro risultati: al posto dei tradizionali meccanismi di carriera, basati sull’anzianità del docente, vengono introdotti meccanismi legati al merito effettivo; • l’estensione delle possibilità di scelta da parte delle famiglie: alle famiglie vengono offerti strumenti informativi sull’effettivo livello qualitativo delle scuole, in modo che possano compiere una scelta informata, e strumenti di carattere normativo, per consentire una scelta non vincolata alla residenza territoriale. l’obiettivo principale è introdurre un sistema di quasi-mercato nell’offerta formativa, ovvero un sistema concorrenziale basato sulla libera scelta dei cittadiniconsumatori, pur rimanendo all’interno dell’offerta di servizio pubblico. questo approccio sta ottenendo una popolarità crescente in molti Paesi europei (compreso il nostro); negli Stati uniti ed in inghilterra è stato al centro della strategia riformatrice (v. scheda sulla riforma inglese); in molti altri Paesi europei, anche se non si può parlare di una compiuta applicazione di un approccio riformatore basato sul controllo dei risultati, è stato introdotto un sistema di valutazione 87 delle scuole o del sistema scolastico (v. scheda). la maggiore attenzione alla valutazione dei risultati dell’apprendimento è stata sostenuta anche dal dibattito sviluppatosi in sede europea. lo sviluppo dell’attività di valutazione è fortemente legato alla crescita dell’autonomia delle scuole. Durante gli ultimi 20 anni nella maggioranza dei Paesi europei si è progressivamente sviluppato un processo di decentramento; è stata attribuita una responsabilità crescente alle scuole riguardo l’organizzazione dell’offerta educativa. i sostenitori di questo approccio mettono in luce che il miglioramento dei sistemi educativi deriva da una migliore gestione delle singole scuole, dal momento che insegnanti e capi d’istituto hanno a disposizione solidi punti di riferimento per confrontare i loro risultati e valutare i loro punti di forza e di debolezza. inoltre le scuole devono competere per essere scelte dalle famiglie degli studenti e dunque devono sforzarsi di migliorare; anche l’introduzione del sistema premiale per le scuole o per i docenti incrementa la competizione. Dal canto loro le famiglie sono più informate riguardo alle prestazioni delle singole scuole e possono scegliere le scuole migliori e questo rafforza il circuito virtuoso tra valutazione e miglioramento. infine questo approccio consente una migliore gestione del sistema educativo a livello centrale, dal momento che i decisori politici e le autorità educative sono più informati riguardo ai risultati realmente ottenuti a livello nazionale e locale e possono assumere le decisioni conseguenti, sia a livello di sistema che a livello di scuola (premiando le scuole migliori oppure sostenendo o chiudendo le scuole in difficoltà). LA VALutAzIonE DEI SIStEmI SCoLAStICI EuroPEI la valutazione della scuola è un approccio molto diffuso e utilizzato in materia di garanzia della qualità in Europa. in 26 Paesi viene effettuata sia la valutazione esterna che interna delle scuole. l’auto-valutazione è stata introdotta in molti Paesi (come Regno unito, Danimarca, Olanda, Svezia, Repubblica Ceca e Austria) come pratica di qualità e di miglioramento della qualità; spesso l’auto-valutazione è il punto di partenza per la valutazione esterna. i criteri e gli indicatori per l’auto-valutazione possono essere stabiliti a livello nazionale. Negli ultimi dieci anni le aspettative sulla valutazione interna delle scuole in Europa sono cresciute. Fin dai primi anni del 2000, lo stato di valutazione interna delle scuole è passato da raccomandato o possibile a obbligatorio per una dozzina di sistemi di istruzione. Attualmente i regolamenti a livello centrale stabiliscono che la valutazione interna è obbligatoria in 27 sistemi di istruzione. Dove la valutazione interna non è obbligatoria, essa è di solito raccomandata. Gli unici Paesi in cui le scuole non sono obbligate od invitate ad effettuare una valutazione interna sono la Bulgaria e la Francia, quest’ultima limitatamente alle scuole primarie. Per quanto riguarda la valutazione esterna nella maggior parte dei Paesi spetta all’ispettorato, sotto la responsabilità delle autorità centrali o regionali, gestire l’attività di valutazione. Gli ispettori utilizzano spesso criteri standard per valutare le scuole. Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Austria, Regno unito, Paesi Bassi, Bulgaria, lituania, Portogallo, Estonia e Polonia 88 i critici di questo approccio mettono in risalto che la metodologia di valutazione dei risultati degli alunni e delle scuole è imperfetta sotto molti aspetti. in particolare viene criticata l’enfasi attribuita alle prove oggettive di apprendimento, la cui somministrazione e analisi sono alla base di tutto l’impianto riformatore. queste prove focalizzano l’attenzione dei docenti e delle scuole su poche discipline 9 EuRYDiCE (2004), Evaluation of Schools providing Compulsory Education in Europe, Bruxelles e EuRYDiCE (2007), School Autonomy in Europe Policies and Measures Eurydice network, Bruxelles; European Commission/EACEA/Eurydice, 2015. Assuring Quality in Education: Policies and Approaches to School Evaluation in Europe. Eurydice Report. luxembourg: Publications Office of the European union. fanno parte di questa categoria. Nella maggior parte dei casi, la valutazione esterna della scuola si concentra su una vasta gamma di attività scolastiche, che comprende le attività didattiche e di gestione, i risultati degli studenti, così come la conformità alle normative. Per condurre il loro lavoro, i valutatori si basano su un quadro fissato centralmente che stabilisce in modo strutturato e omogeneo non solo i punti focali della valutazione esterna, ma anche le norme che definiscono una ‘buona’ scuola. una dozzina di sistemi di istruzione non seguono questo modello seppur in diversa misura. Alcuni approcci alla valutazione esterna della scuola si concentrano solo su aspetti specifici del lavoro scolastico quali la conformità alle normative (Estonia, Slovenia e Turchia). in Svezia, l’ispettorato ha autonomia per quanto riguarda i criteri di valutazione da considerare e li definisce basandosi sull’Education Act, sui regolamenti delle scuole e sui curricula per l’istruzione obbligatoria. Nel secondo gruppo di Paesi, le comunità locali e il governo locale hanno una forte responsabilità nella valutazione delle scuole; a volte la valutazione effettuata a livello locale è integrata con l’uso di test standardizzati a livello nazionale. i Paesi nordici, il Belgio e l’ungheria fanno parte di questo gruppo. Tuttavia anche in questi Paesi la valutazione esterna delle scuole sta assumendo sempre maggiore importanza: Danimarca e Svezia, dove il sistema di valutazione era incentrato prevalentemente sulle autorità locali, hanno rafforzato il ruolo delle autorità centrali nella valutazione esterna della scuola in Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Regno unito e islanda, i risultati della valutazione esterna delle scuole vengono pubblicati quando la valutazione è effettuata da valutatori esterni (nella maggior parte dei casi gli ispettori), che preparano i loro rapporti per le autorità centrali. in Svezia e islanda, anche i risultati delle valutazioni condotte a livello locale sono regolarmente pubblicati. in ungheria e in Polonia, la decisione viene presa rispettivamente a livello locale e regionale; a volte i risultati della valutazione vengono pubblicati. infine, in pochi altri Paesi europei non esiste un vero e proprio sistema di valutazione esterna delle scuole, anche perché l’autonomia delle scuole è più limitata. in questi Paesi l’ispettorato svolge un ruolo più formale, oppure valuta le prestazioni dei singoli insegnanti, come avviene in Francia. le scuole possono condurre iniziative di auto-valutazione, ma non hanno a disposizione dei criteri di riferimento standard per svolgere questa attività. Tuttavia anche in questi Paesi vengono realizzate alcune iniziative per l’introduzione di un sistema esterno di valutazione, attraverso l’uso di test standardizzati o altri strumenti. Francia e Bulgaria fanno parte di questo gruppo. l’italia ha avviato recentemente il suo sistema come si vedrà meglio più avanti9. 89 (quelle oggetto di valutazione con i test, normalmente le competenze linguistiche e matematiche), enfatizzandone oltremisura la loro importanza in confronto alle altre materie, che finiscono per essere trascurate. Anche l’insegnamento di queste due discipline rischia di essere eccessivamente focalizzato su come superare il test (teaching to the test è l’espressione comunemente utilizzata nei Paesi anglosassoni per indicare che l’insegnamento è finalizzato solo al superamento del test da parte degli alunni). l’altro problema che si riscontra nell’analisi e nell’utilizzazione dei risultati dei test oggettivi è la grande influenza che su questi riveste il contesto socio-culturale familiare. infatti gli esiti dei test hanno generalmente un alto grado di correlazione con il contesto, per cui i risultati degli alunni (e dunque dell’insegnante o della scuola che li hanno preparati) vanno sempre interpretati alla luce delle caratteristiche dell’ambiente familiare. Negli Stati uniti si parla talvolta di “effetto Volvo”, nel senso che per predire il risultato degli alunni nei test basterebbe contare il numero di automobili di lusso all’entrata delle diverse scuole. Ovviamente questo non significa che i test non siano affidabili, ma piuttosto che il risultato dell’attività scolastica è fortemente condizionato dalle caratteristiche ascritte degli alunni. Pertanto gli alunni delle scuole collocate nelle aree socialmente avvantaggiate tendenzialmente ottengono risultati migliori rispetto alle scuole delle zone socialmente difficili, ma questo non è riconducibile tanto al merito degli insegnanti quanto alla composizione sociale delle famiglie degli alunni, che ne condiziona fortemente il rendimento. Per questa ragione, se si vuole veramente valutare il risultato del lavoro degli insegnanti si dovrebbe misurare il “valore aggiunto”, ovvero quello che effettivamente lo studente ha appreso durante l’attività scolastica; questo viene fatto utilizzando test comparabili all’inizio ed alla fine del percorso scolastico e verificando la differenza tra le due rilevazioni. questo procedimento sta riscuotendo una grande interesse, specialmente nei Paesi anglosassoni, ma è di non semplice attuazione, specialmente su grande scala, perché presuppone l’esistenza di archivi molto consistenti e soprattutto la stabilità degli alunni e del corpo insegnante, che sono entrambi caratteristiche non presenti nel nostro sistema. Altro rischio legato alla misurazione del valore aggiunto e a tutte le valutazioni del rendimento delle scuole e degli insegnanti attraverso la misurazione del rendimento degli studenti è l’eventuale selezione, da parte delle scuole, degli allievi in ingresso, per avere studenti preparati, o l’eccessiva selezione durante il corso di studi, per ottenere migliori risultati finali. le scuole cioè, per conseguire risultati migliori, potrebbero essere portate ad escludere gli alunni considerati “difficili”. in Francia, per ovviare a questo fenomeno, sono stati introdotto dei calcoli per “pesare” il rendimento degli alunni nelle diverse scuole ed aree geografiche. Viene cioè sottratto dal risultato delle diverse scuole il vantaggio o lo svantaggio medio che viene riscontrato a livello nazionale dagli alunni di quella determinata compo90 sizione socioeconomica. in questo modo si viene ad annullare il fattore “estrazione sociale”. Viene inoltre considerata l’incidenza dell’abbandono. inoltre il confronto tra i risultati ottenuti in test diversi, da un anno all’altro, non è privo di difficoltà e di possibilità di errore. i critici di questo sistema osservano, infine, che questo approccio è discutibile non solo sotto l’aspetto metodologico, ma anche sotto il profilo dell’efficacia per migliorare il sistema. le famiglie che scelgono la scuola vogliono scegliere le scuole migliori in assoluto e non quelle che ottengono il più alto valore aggiunto. le scuole che si trovano nelle aree svantaggiate potrebbero essere abbandonate a favore di quelle collocate nelle aree ricche, anche se le loro prestazioni migliorano da un anno all’altro. L’EDuCAtIon rEFormACt (rEgno unIto 1988) Nel 1988 il governo inglese lanciò l’Education Reform Act, che introdusse un curriculum nazionale che tutte le scuole erano tenute ad applicare. Venne anche introdotto un nuovo sistema di valutazione; questo sistema comprende delle ispezioni gestite dall’Office for Standards in education (OFSTED, un organismo indipendente dal Ministero dell’istruzione) e delle prove standardizzate per valutare il livello di apprendimento raggiunto dagli alunni in inglese, Matematica e Scienze per ciascuna delle età chiave (7, 11, 14 e 16 anni). i risultati della valutazione vengono usati per valutare l’efficacia delle scuole operanti all’interno del sistema pubblico, le quali godono di un’ampia autonomia in termini finanziari. Ogni anno vengono predisposte delle graduatorie delle scuole (league tables) sulla base dei risultati ottenuti nei test; le graduatorie vengono pubblicate nei mezzi di comunicazione locali e nazionali per incoraggiare la rendicontabilità della scuola nei confronti: • dell’autorità centrale e locale e dell’organismo di governo della scuola (che include rappresentanti delle famiglie, dei docenti e della comunità locale), • della cittadinanza in generale, • delle famiglie, per incoraggiare le loro scelte scolastiche. la rendicontabilità della scuola viene assicurata anche attraverso ispezioni sistematiche organizzate periodicamente da gruppi di ispettori nominati dall’OFSTED. le équipe compiono delle visite molto approfondite alle scuole, sulla base di modelli di analisi predisposti in precedenza e simili per tutte le ispezioni. Durante queste visite vengono raccolti numerosi dati e materiali sul funzionamento della scuola, vengono condotte numerose interviste ad insegnanti ed alunni, svolti incontri con le famiglie degli alunni, osservati i processi di insegnamento. Alla fine di questa raccolta di informazioni viene predisposto un rapporto di valutazione piuttosto analitico (con una lunghezza variabile dalle 60 alle 100 cartelle), contenente sia indicatori raffrontati con le medie nazionali, sia analisi soggettive del funzionamento della scuola, che vengono poi riassunte in un giudizio finale. Tali rapporti vengono, oltreché inviati all’Ofsted ed al Department for Education per le decisioni del caso (le scuole che mostrano particolari problemi vengono difatti poste sotto osservazione), resi di pubblico dominio attraverso i principali mezzi di informazione, e diffusi su internet. un risultato negativo dell’ispezione obbliga la scuola a preparare un piano di miglioramento per superare le debolezze identificate. in mancanza di un miglioramento entro i tempi stabiliti, la scuola viene chiusa o completamente rinnovata, in base alla possibilità di ridistribuire gli alunni in altre istituzioni, dopo il licenziamento del personale. 91 10 un Comitato del Parlamento del Regno unito il cui mandato è esaminare la spesa, l’amministrazione e le politiche del Ministero per l’istruzione. 11 house of Commons (2008), Testing and Assessment Children, Schools and Families Committee, Third Report of Session 2007-08. A partire dal 2002 sono state introdotte anche misure di valore aggiunto. Esse misurano i risultati degli studenti in confronto con i risultai di altri studenti che in precedenza avevano avuto risultati simili. questo è un metodo più corretto di misurazione dal momento che i livelli di ingresso degli studenti sono molto diversi. Vengono considerati anche elementi di contesto quali: • il genere • la prima lingua parlata • l’appartenenza a differenti gruppi etnici • la presenza di particolari bisogni educativi • lo status economico. Nonostante i molti sforzi per migliorare la qualità dei test, le critiche sui loro effetti indesiderati sono sempre forti. un Rapporto del Children, Schools and Families Committee10 ha concluso che “l’uso dei risultati dei test nazionali per la rendicontazione della scuola è sfociato in una enfatizzazione della massimizzazione dei risultati del test a spese di una più equilibrata completa educazione degli alunni; teaching to the test e restringimento del curriculum sono fenomeni diffusi nelle scuole, con il risultato che vi è un’attenzione sproporzionata verso le materie “centrali” di inglese, matematica e scienze e, in particolare verso quegli aspetti di queste discipline che verranno probabilmente sottoposti a verifica con il test”11. 93 9. L’impatto del processo di Lisbona sugli Stati membri europei e sul sistema italiano di Istruzione e Formazione Professionale 9.1. IL rIConoSCImEnto DEL DIrItto ALL’APPrEnDImEnto DurAntE tutto IL CorSo DELLA VItA Come si è più volte detto in queste pagine l’obiettivo centrale della Strategia di lisbona è favorire il passaggio da un accesso all’istruzione e Formazione centrato sui primi anni della vita ad un accesso continuo alle opportunità formative, di tipo sia formale, che informale e non formale, che si sviluppa nel corso di tutta la vita. Anche in italia, dopo un lungo dibattito, è stata sancita l’importanza di questa strategia, attraverso la promulgazione della legge 28 giugno 2012, n. 92 (c.d. legge Fornero), che nei commi 51 e successivi dell’art. 4 introduce anche in italia il sistema dell’apprendimento permanente. L’APPrEnDImEnto PErmAnEntE SEConDo LA LEggE FornEro 51. In linea con le indicazioni dell’Unione Europea, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Le relative politiche sono determinate a livello nazionale con intesa in sede di Conferenza unificata, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentito il Ministro dello sviluppo economico e sentite le parti sociali, a partire dalla individuazione e riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, da documentare attraverso la piena realizzazione di una dorsale informativa unica mediante l’interoperabilità delle banche dati centrali e territoriali esistenti. 52. Per apprendimento formale si intende quello che si attua nel sistema di istruzione e formazione e nelle università e istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica, e che si conclude con il conseguimento di un titolo di studio o di una qualifica o diploma professionale, conseguiti anche in apprendistato a norma del testo unico di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, o di una certificazione riconosciuta. 53. Per apprendimento non formale si intende quello caratterizzato da una scelta intenzionale della persona, che si realizza al di fuori dei sistemi indicati al comma 52, in ogni organismo che persegua scopi educativi e formativi, anche del volontariato, del servizio civile nazionale e del privato sociale e nelle imprese. 54. Per apprendimento informale si intende quello che, anche a prescindere da una scelta intenzionale, si realizza nello svolgimento, da parte di ogni persona, di attività nelle situazioni di vita quotidiana e nelle interazioni che in essa hanno luogo, nell’ambito del contesto di lavoro, familiare e del tempo libero. 94 Come ha affermato la Conferenza unificata Stato-Regioni-Autonomie locali1, la portata più significativa introdotta dalle recenti disposizioni normative è la configurazione di un diritto della persona all’apprendimento (quindi a poter accedere e usufruire di reali e significative offerte educative e formative lungo l’arco della sua vita, nonché di veder riconosciuti gli apprendimenti e le competenze comunque acquisite in modo non formale e informale). l’Accordo stipulato in Conferenza unificata indica inoltre 5 priorità: • l’ampliamento della platea dei soggetti a sostegno dell’apprendimento permanente; • il potenziamento delle attività di orientamento permanente; • lo sviluppo delle competenze di specifici target maggiormente deboli o svantaggiati; • l’ampliamento dell’accesso anche attraverso strumenti specifici di trasparenza e lo sviluppo e l’integrazione dei servizi per l’apprendimento permanente; • il miglioramento della pertinenza dei sistemi di istruzione e Formazione al mercato del lavoro. Per raggiungere questi obiettivi è necessario allestire una serie di servizi sul territorio: • delle reti territoriali dei servizi come ossatura del sistema dell’apprendimento permanente; • un’attività di orientamento permanente; • un sistema di individuazione e validazione degli apprendimenti e di certificazione delle competenze; 1 Conferenza unificata: accordo tra Governo, Regioni ed Enti locali sul documento recante: “linee strategiche di intervento riguardo ai servizi per l’apprendimento permanente ed all’organizzazione delle reti territoriali”, 10 luglio 2014. 55. Con la medesima intesa di cui al comma 51 del presente articolo, in coerenza con il principio di sussidiarietà e nel rispetto delle competenze di programmazione delle regioni, sono definiti, sentite le parti sociali, indirizzi per l’individuazione di criteri generali e priorità per la promozione e il sostegno alla realizzazione di reti territoriali che comprendono l’insieme dei servizi di istruzione, formazione e lavoro collegati organicamente alle strategie per la crescita economica, l’accesso al lavoro dei giovani, la riforma del welfare, l’invecchiamento attivo, l’esercizio della cittadinanza attiva, anche da parte degli immigrati. In tali contesti, sono considerate prioritarie le azioni riguardanti: a) il sostegno alla costruzione, da parte delle persone, dei propri percorsi di apprendimento formale, non formale ed informale di cui ai commi da 51 a 54, ivi compresi quelli di lavoro, facendo emergere ed individuando i fabbisogni di competenza delle persone in correlazione con le necessità dei sistemi produttivi e dei territori di riferimento, con particolare attenzione alle competenze linguistiche e digitali; b) il riconoscimento di crediti formativi e la certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti; c) la fruizione di servizi di orientamento lungo tutto il corso della vita. 95 • un sistema informativo ai fini del monitoraggio, della valutazione, della tracciabilità e conservazione degli atti rilasciati. Pertanto il sistema dell’apprendimento permanente si riferisce e comprende gli ambiti di apprendimento formali, non formali e informali. Esso è finalizzato a sostenere la persona lungo tutto l’arco della vita, anche in una prospettiva occupazionale e di cittadinanza attiva. il ruolo del “non formale” nelle reti territoriali è uno dei fattori di novità e di maggiore qualità. infatti, l’offerta formativa non formale arricchisce i contesti culturali e sociali dei territori, svolgendo un ruolo specifico e non sostituibile, che integra il ruolo dell’offerta formale, pubblica e privata. in tale contesto, le Organizzazioni del no-profit possono entrare in contatto con cittadini spesso a rischio di esclusione sociale, grazie anche alle metodologie non frontali e interattive, alla flessibilità dei percorsi formativi, alle relazioni interpersonali e all’integrazione tra prestazioni sociali e offerte culturali. 9.2. L’ImPAtto DELLE rACComAnDAzIonI EuroPEE SuL SIStEmA DI IStruzIonE E FormAzIonE ProFESSIonALE il processo di Copenaghen e le 3 Raccomandazioni europee hanno avuto un impatto diversificato sui sistemi di istruzione e Formazione Professionale, in quanto alcuni Paesi sono stati più pronti a recepire le richieste comunitarie, anche perché il dibattito che si è sviluppato in sede europea e le successive Raccomandazioni, sono stati influenzati dalla cultura e dalle strutture di questi Paesi, i quali si sono ritrovati naturalmente allineati con le indicazioni emanate. infatti l’istruzione tecnica e professionale presenta caratteristiche fortemente differenziate da Paese a Paese2, al contrario della componente di istruzione “preaccademica”, come i licei classici e scientifici, che pur con nomi diversi (Gymnasium in Germania, Sixth Form in Gran Bretagna, Lycee C o B in Francia, ecc.) mostra una configurazione tutto sommato simile. il motivo di questa diversità risiede probabilmente nel fatto che mentre l’istruzione classica o comunque quella liceale tradizionale ha come riferimento il sapere formalizzato, all’interno di una tradizione culturale che in Europa si è consolidata su basi sostanzialmente comuni, l’istruzione professionale dei vari Paesi europei è stata fortemente e logicamente condizionata dalla struttura dei sistemi economici e produttivi locali. in particolare la domanda delle imprese e la forza con la quale si esprime appare un importante fattore di condizionamento dello sviluppo del sistema, in quanto laddove il sistema produttivo è più solido, esso assume un forte peso anche nel sistema formativo, che dunque si differenzia più nettamente da quello scolastico. 2 Treellle (2008), L’istruzione tecnica: un’opportunità per i giovani, una necessità per il paese, quaderno n. 8. 96 Ogni sistema nazionale appare dunque fortemente specifico; tuttavia, pur nella diversità dei diversi approcci emergono due modelli di fondo: • quello francese, all’interno del quale l’istruzione e la Formazione Professionale iniziale sono fortemente integrate con il sistema scolastico secondario, di cui rappresentano uno o più indirizzi; pensiamo ad esempio al licee professionel, che conduce al certificat d’aptude professionel (Cap) oppure al brevet d’etude professionel (BEP); altri esempi provengono dai Paesi scandinavi (Svezia, Finlandia), nei quali gli indirizzi a valenza professionale rientrano pienamente nella scuola secondaria, al punto che (in Svezia) una parte del curriculum degli indirizzi professionalizzanti è comune con gli indirizzi più accademici; • il modello tedesco e inglese, nel quale i due sistemi sono nettamente separati. in questi due Paesi, dopo il periodo di scolarità obbligatoria che arriva a 15/16 anni, la divisione tra i percorsi accademici ed i percorsi della Formazione Professionale (Berufschule in Germania, Further Education nel Regno unito) è molto netta. in Germania i due sistemi si biforcano quando i giovani hanno 15 anni, anche se già ad 11 anni i ragazzi tedeschi devono scegliere (o meglio vengono selezionati per) l’indirizzo di scuola media che prepara al passaggio successivo. Al termine della scuola media (articolata in Gymnasium, per chi proseguirà gli studi liceali, ed in Hauptschule e Realschule per chi proseguirà gli studi tecnici e professionali) si prosegue nel Gymnasium (ovvero il liceo), oppure si accede all’apprendistato con il sistema duale, e dunque alternando la formazione sul lavoro alla frequenza della Berufschule (ovvero la componente di formazione scolastica dell’apprendistato). Nel Regno unito dopo il termine della Comprehensive school, che accoglie tutti i giovani fino all’età di 16 anni, sia pure consentendo una grande pluralità di opzioni, gli studenti possono proseguire, se hanno buoni voti, nella Sixth form (biennio superiore che prepara il passaggio all’università), oppure accedono ad una delle tante opportunità offerte dalla Further Education, sistema non scolastico che prepara ad entrare nel mondo del lavoro ed è composto da una serie di differenti percorsi formativi a tempo pieno ed a tempo parziale. Tra i Paesi che fanno parte del primo modello l’istruzione professionale viene impartita in prevalenza a tempo pieno, anche se sono previste quote più o meno lunghe di tirocinio in azienda. Tra i Paesi che afferiscono al secondo modello l’impresa diventa protagonista come soggetto formatore; in particolare in Germania la formazione è definita “duale”, perché condotta parte in impresa parte dentro la scuola. l’italia rientra nel primo modello. uno dei motivi delle difficoltà della nostra istruzione e Formazione Professionale risiede nella debolezza del rapporto che si è sviluppato in italia tra scuola ed impresa, anche in ragione del modello di sviluppo del nostro sistema produttivo che, tramontata l’epoca delle grandi industrie degli Anni ‘60 e ‘70, si è basato sempre più largamente sulle medie, piccole e piccolis97 sime imprese. queste imprese vivono su commesse di breve periodo e cercano professionalità immediatamente utilizzabili; quindi hanno difficoltà ad investire sulla formazione e sulla ricerca. questo differenzia l’italia da altri Paesi, come la Germania, dove il sistema produttivo è strutturato su dimensioni d’impresa più consistenti e dunque investe di più, sia nei confronti della formazione, che della ricerca3. in questa situazione la scuola italiana, di fronte alle difficoltà di collegamento con la società produttiva, ha a sua volta nel corso del tempo cercato al suo interno le ragioni della propria esistenza; si è sviluppato insomma un circuito di tipo autoreferenziale, per cui le motivazioni dell’esistenza della scuola sono state cercate all’interno della stessa cultura scolastica, più che nell’aggancio esterno con la cultura della società in crescita, e con le richieste di cambiamento provenienti dal mondo del lavoro. Tuttavia l’attenzione europea al rafforzamento dei collegamenti tra istruzione, Formazione Professionale e mondo del lavoro ha portato all’istituzione anche in Italia di una nuova tipologia di offerta formativa, l’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), volta a stabilire un più stretto rapporto tra questi diversi mondi. questa tipologia di offerta, concepita per offrire una opportunità a quei giovani che dopo la scuola secondaria di primo grado desiderano intraprendere un percorso chiaramente professionalizzante, che li porti nel giro di tre anni a conseguire una qualifica, ed un diploma, si è sviluppata negli ultimi anni con grande rapidità. il Rapporto di monitoraggio condotto dall’iSFOl su questa filiera4 mette in evidenza che il totale degli iscritti ammonta per il 2012-13 a oltre 300 mila unità. Dunque anche nel nostro Paese è in atto un processo di avvicinamento del mondo dell’istruzione a quello del lavoro, testimoniato anche dalla nascita degli istituti Tecnici Superiori (iTS), per fornire una specializzazione superiore ai diplomati della scuola secondaria e dalle iniziative che sono state adottate per utilizzare lo strumento dell’Apprendistato anche nella scuola secondaria. 9.2.1. L’impatto della Raccomandazione sull’istituzione di un Quadro europeo delle qualifiche (EQF) il processo di Copenaghen e le Raccomandazioni europee impattano comunque su sistemi molto differenziati. Ad esempio, per quanto riguarda l’introduzione del quadro europeo delle qualifiche, l’inquadramento di tutti i titoli e le qualifiche all’interno di una unica cornice e l’enfasi sui risultati dell’apprendimento fanno parte della tradizione di Paesi come il Regno unito e l’irlanda, la cui cultura di governo del sistema formativo ha da più lungo tempo privilegiato il controllo dei risultati piuttosto che la gestione dei processi. Nel Regno unito le strutture formative godono di un’ampia autonomia, ma vige una forte attenzione alla verifica dei 3 AA. VV., Educare alla cittadinanza, al lavoro ed all’innovazione. Il modello tedesco e le proposte per l’Italia, in i numeri da cambiare, Treelle e Fondazione Rocca, gennaio 2015. 4 iSFOl, Istruzione e formazione professionale: una filiera professionalizzante a.f. 2012-13. 98 risultati ottenuti, attraverso la standardizzazione delle qualifiche. Anche l’irlanda segue un simile approccio di governo del sistema e sin dal 2004 ha introdotto un quadro nazionale delle qualifiche. Pertanto irlanda, Malta e Regno unito sono stati i primi Paesi europei a presentare il loro rapporto nazionale di referenziazione, che metteva in corrispondenza i titoli nazionali con gli otto livelli europei. il Rapporto della Commissione europea sull’attuazione della Raccomandazione EqF5 ha messo in luce che tre Stati membri disponevano già di un quadro nazionale delle qualifiche nel 2008 e quattro Stati membri avevano rapportato i loro sistemi nazionali delle qualifiche all’EqF entro il 2010. Entro giugno 2013, venti Stati membri hanno presentato i loro rapporti nazionali di referenziazione all’EqF. i restanti Paesi (otto Stati membri, quattro Paesi candidati e la Norvegia) hanno previsto di portare a termine il loro processo di riferimento nel 2013-14. Presentazione dei rapporti nazionali di referenziazione all’EQF (prima tappa della Raccomandazione dell’EQF) - 2013 Entro la fine del 2010 FR, IE, MT, UK 2011 BE-vl, CZ, DK, EE, LT, LV, NL, PT 2012 AT, DE, HR, LU 2013 BG, IT, PL, SI invece maggiori ritardi si verificano per l’attuazione della seconda tappa della Raccomandazione EqF, ovvero l’indicazione al livello appropriato del quadro europeo delle qualifiche di tutti i nuovi certificati di qualifica, i diplomi e i documenti Europass rilasciati dalle autorità competenti. Anche in italia si è in presenza di un movimento di ricomposizione delle qualifiche professionali in favore di una maggiore comparabilità a livello nazionale. Attraverso successivi accordi stabiliti nella Conferenza Stato-Regioni6 sono state individuate 22 qualifiche terminali del percorso triennale ed altrettanti diplomi professionali del percorso quadriennale. Alla fine del 2012 l’italia ha licenziato definitivamente il proprio rapporto di referenziazione, che indica a quale degli 8 livelli europei corrispondono i titoli e le qualifiche rilasciate nel nostro Paese7. Presentiamo nelle pagine di seguito la tavola di corrispondenza8: 5 Commissione europea (2013), Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio: Valutazione del quadro europeo delle qualifiche: attuazione della Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio sulla costituzione del Quadro Europeo delle Qualifiche per l’apprendimento permanente, Bruxelles, 19.12.2013 COM(2013) 897 final. 6 Accordo Conferenza Stato Regioni 27 luglio 2011 - Messa a regime ieFP; Accordo Stato Regioni 19 gennaio 2012 integrazione repertorio qualifiche ieFP. 7 Accordo Stato - Regioni del 20/12/2012. 8 Per ulteriori informazioni sui processi descritti e per scaricare il Rapporto italiano di referenziazione consultare il sito http://www.isfol.it/eqf. 99 LIVELLO EQF TIPOLOGIA DI QuALIFICAZIONE AuTORITÀ COMPETENTE PERCORSO CORRISPONDENTE 1 Diploma di licenza conclusiva del ciclo di istruzione Diploma di qualifica di operatore professionale MIUR/Istruzione MIUR/Istruzione Scuola secondaria di I grado Triennio dell’Istituto professionale 2 3 4 5 6 Certificazione obbligo di istruzione Attestato di qualifica di operatore professionale Diploma professionale di tecnico Diploma liceale Diploma di istruzione tecnica Diploma di istruzione professionale Certificato di specializzazione tecnica superiore Diploma di tecnico superiore Laurea Diploma accademico di primo livello MIUR o Regioni a seconda del canale di assolvimento scelto Regioni Regioni MIUR/Istruzione MIUR/Istruzione MIUR/Istruzione MIUR/Istruzione MIUR/Università MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale Regioni Fine del primo Biennio dei licei, istituti tecnici, istituti prof.li, percorsi di IeFP triennali e quadriennali Percorsi triennali di IeFP Percorsi formativi in apprendistato per il dir.-dov. o percorsi triennali in apprendistato per la qualifica e per il diploma Percorsi quadriennali di IeFP Percorsi quadriennali in apprendistato per la qualifica e per il diploma Percorsi quinquennali dei licei (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorsi quinquennali degli istituti tecnici (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorsi quinquennali degli istituti professionali (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorsi IFTS (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Corsi IFTS (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso triennale (180 crediti - CFU) (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso triennale (180 crediti - CFA) Diploma accademico di specializzazione (II) Diploma di perfezionamento o master (I) Dottorato di ricerca 100 LIVELLO EQF RILASCIATO DA 3 Attestato di Qualifica di operatore professionale TIPOLOGIA DI TITOLO/QuALIFICA 4 Diploma professionale di tecnico Regioni Regioni Da ricordare infine che con il Decreto legislativo No 13 del 2013 è stato regolamentato il repertorio nazionale delle qualifiche, che è costituito da tutti i reper- LIVELLO EQF TIPOLOGIA DI QuALIFICAZIONE AuTORITÀ COMPETENTE PERCORSO CORRISPONDENTE 7 8 Laurea Magistrale Diploma accademico di specializzazione (I) Diploma di perfezionamento o master (I) Diploma accademico di formazione alla ricerca Diploma di specializzazione Master universitario di secondo livello Master universitario di primo livello Diploma accademico di secondo livello MIUR/Università MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale MIUR/Università MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale MIUR/Università MIUR/Università MIUR/Università MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale MIUR/Istituti di alta formazione artistica e musicale Percorso biennale (120 crediti - CFA) Percorso minimo biennale (120 crediti - CFA) Percorso minimo annuale (min. 60 crediti - CFA) Percorso triennale (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso triennale Percorso minimo biennale (120 crediti - CFU) (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso minimo annuale (min. 60 crediti - CFU) (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso biennale (120 crediti - CFU) (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso minimo annuale (min. 60 crediti - CFU) (Percorsi formativi in apprendistato di alta formazione e ricerca) Percorso minimo biennale (120 crediti - CFA) Percorso minimo annuale (min. 60 crediti - CFA) 101 tori dei titoli di istruzione e Formazione codificati a livello nazionale, regionale o di Provincia Autonoma che rispondono a determinati requisiti previsti dal decreto. 9.2.2. L’impatto delle Raccomandazioni europee sul sistema europeo di crediti per l’Istruzione e la Formazione Professionali (ECVET) e sul riconoscimento delle competenze acquisite in contesti non formali ed informali il sistema europeo dei crediti per l’istruzione e Formazione Professionale si è rivelato uno strumento di attuazione piuttosto complessa. il Rapporto di valutazione dell’implementazione della Raccomandazione europea9 afferma che i progetti di mobilità basati su ECVET ritengono che i principali ostacoli al trasferimento dei risultati di apprendimento includono: a) una terminologia diversa per descrivere unità di apprendimento, moduli, crediti, punti di credito e altri elementi pertinenti; b) l’incompatibilità dei sistemi di credito nazionali con ECVET (con conseguente incapacità di utilizzare i punti di credito per trasferire risultati di apprendimento); c) la eterogeneità della qualità dell’offerta formativa e della valutazione. la mancanza di orientamento dei sistemi di istruzione e Formazione nazionali verso ECVET, un quadro giuridico poco sviluppato a livello nazionale (ad esempio per il riconoscimento dei crediti), gli oneri amministrativi e le difficoltà nell’applicare metodologie ECVET sono altre questioni chiave che hanno frenato la volontà dei partecipanti al progetto di utilizzare ECVET come strumento per la futura mobilità. le unità di risultati di apprendimento conseguiti nei progetti di mobilità ECVET avevano più probabilità di essere riconosciute e premiate dove il concetto di unità esisteva anche nel proprio sistema nazionale. Per i progetti di mobilità a breve termine, i documenti organizzativi di ECVET (learning Agreement, Transcript of Records, e Memorandum d’intesa) hanno rappresentato l’elemento più importante di questa iniziativa. in particolare, questi documenti hanno contribuito ad aumentare la fiducia reciproca tra invianti e riceventi e potrebbero potenzialmente favorire una mobilità a lungo termine. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il riconoscimento delle competenze acquisite in contesti non formali ed informali, che vede i Paesi europei su posizioni molto diverse. Alcuni Paesi hanno predisposto dispositivi di validazione già consolidati e funzionanti “a regime” all’interno del sistema formativo. la scheda seguente descrive il modello di valutazione delle competenze acquisite che è stato sviluppato in Francia. 9 Public Policy and Management institute (2014), Implementation of the Recommendation of the European Parliament and of the Council of 18 June 2009 on the establishment of a European Credit System for Vocational Education and Training(ECVET), Final report, 2014. 10 la descrizione del modello francese è tratta dal volume dell’iSFOl (1997), Esperienze di validazione dell’apprendimento non formale e informale in Italia e in Europa, a cura di Elisabetta Perulli, iSFOl editore, Roma. 102 LA VALutAzIonE DELLE ComPEtEnzE ACQuISItE In FrAnCIA10 la Francia ha una lunga tradizione in tema di validazione degli apprendimenti non formali e informali e il sistema nazionale di qualifiche è fortemente connesso con il mercato del lavoro. Negli Anni ‘90 è stato introdotto all’interno della legislazione francese il concetto di Validation des Acquis Professionnels (VAP): le persone che avevano almeno cinque anni di esperienza lavorativa potevano essere valutate al fine di ottenere certificazioni e qualifiche ministeriali afferenti all’istruzione secondaria e superiore. Per ottenere la certificazione o il titolo, il soggetto deve produrre un portfolio contenente il dettaglio delle attività svolte e delle competenze esercitate, che viene esaminato da un panel di valutatori che può definire il numero di crediti formativi concessi o il tipo di studi necessario al soggetto per ottenere la qualifica o il titolo richiesto. Nel 2002 il sistema di validazione dell’esperienza lavorativa è stato esteso a tutti i tipi di qualifica e certificazione attraverso il concetto di Validation des Acquis de l’Expérience (VAE). il concetto di VAE pone estrema importanza alla validazione sommativa, ossia all’acquisizione di un titolo o di un diploma piuttosto che a parti o sezioni del percorso formativo. l’accesso alla validazione delle esperienze per il conseguimento di un titolo formale è attualmente un diritto per tutti gli individui che abbiano maturato almeno tre anni di esperienza lavorativa. Allo scopo di predisporre e coordinare il quadro operativo di questa iniziativa nel gennaio del 2002 è stata creata la Commission Nationale de la Certification Professionnelle (CNCP), con il compito di: • attivare ed aggiornare il Répertoire national des certifications professionnelles; • controllare l’adozione della riforma sul sistema dell’istruzione e del mercato del lavoro; • supportare le agenzie e le organizzazioni che si occupano della validazione e degli esami per la qualificazione. il Répertoire national des certifications professionnelles contiene circa 15.000 differenti qualifiche di cui 11.000 universitarie, 700 di secondo livello, 600 certificati di competenze professionali, 800 certificati di competenze aziendali rilasciati dalle imprese e 400 altri certificati rilasciati da organizzazioni diverse. Attualmente, il dispositivo VAE prevede una valutazione condotta da agenzie accreditate (inclusi i Centri per il Bilancio delle Competenze) sulla base di un portfolio delle esperienze presentato dal candidato e controllato attraverso un panel di verifica o una prova pratica. Gli standard di valutazione (référentiels) sono definiti in base al tipo di qualifica e soggetti a modifiche e aggiornamenti. la decisione di rilasciare o meno la qualifica è collegiale e si basa sulla valutazione complessiva delle capacità e delle esperienze dichiarate e possedute dal soggetto. Parallelamente al VAE, il sistema del bilancio di competenze occupa un ruolo importante nel sistema di validazione francese: il bilancio di competenze è un’attività condotta congiuntamente da un soggetto e da uno o più esperti per ricercare, definire e descrivere le competenze comunque da lui acquisite. Nell’ambito del VAE, infatti, il bilancio di competenze serve per individuare le competenze che il soggetto potrà eventualmente sottoporre a verifica e si pone quindi come un passaggio dello stesso processo di VAE. Al termine del bilancio, il consigliere del Centro accreditato elabora un documento di sintesi, in collaborazione con il candidato, che permette di svolgere la verifica delle competenze e di metterla in relazione con gli obiettivi e le aspettative del soggetto. l’approccio individualizzato permette di fornire suggerimenti ed indicazioni per l’accesso ai percorsi formativi e per il riconoscimento di singoli crediti formativi. 103 in italia nel 2005 è stato introdotto Il Libretto Formativo del cittadino11, che costituisce uno strumento pensato per raccogliere, sintetizzare e documentare le diverse esperienze di apprendimento dei cittadini lavoratori nonché le competenze da essi comunque acquisite: nella scuola, nella formazione, nel lavoro, nella vita quotidiana. il libretto Formativo rappresenta lo strumento chiave per la trasparenza dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Esso si pone come strumento di documentazione trasparente e formalizzata di dati, informazioni, certificazioni, utilizzabile dall’individuo nel suo percorso di apprendimento, crescita e mobilità professionale. Gli obiettivi del libretto sono: • fornire informazioni sul soggetto e sul suo curriculum di apprendimento formale, non formale e informale, per la ricerca di un lavoro, per la mobilità professionale e per il passaggio da un sistema formativo all’altro; • rendere riconoscibili e trasparenti le competenze comunque acquisite e sostenere in questo modo l’occupabilità e lo sviluppo professionale; • aiutare gli individui a mantenere consapevolezza del proprio bagaglio culturale e professionale anche al fine di orientare le scelte e i progetti futuri. Tuttavia la realizzazione di un sistema di riconoscimento delle competenze acquisite rappresenta una strada ancora lunga da percorrere, perché oltre a individuare e rendere trasparenti le competenze acquisite, è necessario introdurre modalità condivise di riconoscimento delle competenze possedute all’interno di un sistema formalizzato di qualifiche. Come si diceva in precedenza (par. 8.1 e 8.2.1), dopo l’emanazione della Raccomandazione europea ECVET sono stati fatti importanti passi in avanti: • attraverso la legge Fornero che, introducendo le Reti territoriali, che comprendono l’insieme dei servizi di istruzione, Formazione e lavoro, inserisce tra le azioni prioritarie il riconoscimento di crediti formativi e la certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti (lettera b, comma 55, art. 4 della legge 28 giugno 2012, n. 92). • Attraverso il Decreto legislativo No 13 del 2013, con il quale è stato istituito formalmente il repertorio nazionale delle qualifiche, costituito da tutti i Repertori dei titoli di istruzione e Formazione codificati a livello nazionale, regionale o di Provincia Autonoma. 11 Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, Decreto 10 ottobre 2005, Approvazione del modello di libretto formativo del cittadino. 12 Si veda ad esempio Regione Veneto, Linee guida per la validazione di competenze acquisite in contesti non formali ed informali, 2012. 104 Si sta dunque precostituendo il quadro istituzionale nazionale al cui interno potrà trovare collocazione un compiuto sistema di riconoscimento delle competenze acquisite. il Ministero del lavoro ha predisposto uno schema di decreto ministeriale per definire le relative procedure, d’intesa con le Regioni. Vanno infine ricordate le iniziative regionali, che stanno introducendo sistemi di individuazione e riconoscimento delle competenze acquisite, nel quadro delle politiche attive per favorire il ricollocamento12. 9.2.3. L’impatto della Raccomandazione europea sull’assicurazione di qualità nella IeFP (EQAVET) infine, anche la Raccomandazione europea sull’assicurazione di qualità nell’istruzione e Formazione Professionale si inserisce in un contesto europeo molto differenziato per quanto riguarda lo sviluppo di metodologie di assicurazione di qualità del sistema formativo. rEPErtorIo nAzIonALE DEI tItoLI DI IStruzIonE E FormAzIonE E DELLE QuALIFICAzIonI ProFESSIonALI (art.8, Decreto Legislativo 13/2013) 1. in conformità agli impegni assunti dall’italia a livello comunitario, allo scopo di garantire la mobilità della persona e favorire l’incontro tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, la trasparenza degli apprendimenti e dei fabbisogni, nonché l’ampia spendibilità delle certificazioni in ambito nazionale ed europeo, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, è istituito il repertorio nazionale dei titoli di istruzione e Formazione e delle qualificazioni professionali, di cui all’articolo 4, comma 67, della legge 28 giugno 2012, n. 92 2. il repertorio nazionale costituisce il quadro di riferimento unitario per la certificazione delle competenze, attraverso la progressiva standardizzazione degli elementi essenziali, anche descrittivi, dei titoli di istruzione e Formazione, ivi compresi quelli di istruzione e Formazione Professionale, e delle qualificazioni professionali attraverso la loro correlabilità anche tramite un sistema condiviso di riconoscimento di crediti formativi in chiave europea. 3. il repertorio nazionale è costituito da tutti i repertori dei titoli di istruzione e Formazione, ivi compresi quelli di istruzione e Formazione Professionale, e delle qualificazioni professionali tra cui anche quelle del repertorio di cui all’articolo 6, comma 3, del testo unico dell’apprendistato, di cui al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, codificati a livello nazionale, regionale o di Provincia Autonoma, pubblicamente riconosciuti e rispondenti ai seguenti standard minimi: a) identificazione dell’Ente pubblico titolare; b) identificazione delle qualificazioni e delle relative competenze che compongono il repertorio; c) referenziazione delle qualificazioni, laddove applicabile, ai codici statistici di riferimento delle attività economiche (ATECO) e della nomenclatura e classificazione delle unità professionali (CP iSTAT), nel rispetto delle norme del sistema statistico nazionale; d) referenziazione delle qualificazioni del repertorio al quadro europeo delle qualificazioni (EqF), realizzata attraverso la formale inclusione delle stesse nel processo nazionale di referenziazione ad EqF. 105 Molto diffusi sono gli strumenti di certificazione, che possono far riferimento alla normativa iSO (molto seguita in italia) oppure al modello EFqM o ad altri simili, che hanno in comune il principio di prestare una grande attenzione ai processi. in irlanda, Danimarca, Finlandia, Olanda, Svezia e Regno unito le strutture scolastiche e formative devono avere per legge un sistema interno di controllo di qualità (EFqM, iSO 9000, od un altro modello). Alcuni di questi modelli possono portare al rilascio di “marchi di qualità”, che certificano al pubblico esterno il possesso di alcuni requisiti. inoltre in irlanda, Danimarca, Olanda e Regno unito esiste un incrocio tra autovalutazione e valutazione esterna. quest’ultima ha varie sfaccettature, e può essere rivolta sia al sostegno delle strutture formative che al loro controllo. in Austria, Romania, Finlandia, ungheria i sistemi di assicurazione di qualità dell’offerta formativa sono stati rafforzati sia potenziando l’autovalutazione, come in Finlandia, sia potenziando il ruolo della valutazione esterna, che viene affidata a nuclei di ispezione. un’altra metodologia di assicurazione di qualità degli erogatori di formazione che viene spesso utilizzata è quella dell’accreditamento. l’accreditamento, secondo il Cedefop, è un processo di garanzia di qualità in base al quale la competente autorità legislativa o professionale riconosce formalmente che un programma di istruzione o Formazione risponde a determinati standard13. Si tratta di una metodologia utilizzata particolarmente quando l’offerta formativa è erogata da soggetti privati. infine quasi tutti i paesi europei hanno sviluppato un sistema di indicatori relativi ai principali aspetti del loro sistema scolastico e formativo, che vengono normalmente utilizzati per monitorare l’evoluzione del sistema, ma possono essere utilizzati anche per premiare le strutture formative più virtuose, come in Finlandia, dove una parte (finora limitata) del finanziamento dei centri di formazione viene legata ai risultati conseguiti. Secondo i risultati di un sondaggio del Segretariato EqAVET e della valutazione esterna richiesta dalla Commissione europea14, più di 20 Stati membri hanno consolidato i loro approcci di garanzia della qualità, e la Raccomandazione EqAVET ha direttamente influito sulla riforma del sistema nazionale in 14 Paesi (BG, Cz, El, hu, hR, MT, RO, FYROM, e BE FR, ES, iT, lV, lT, Sl). la maggior parte degli approcci riguardano sia la formazione iniziale che la formazione continua organizzata a livello istituzionale con finanziamento pubblico. Alcuni di questi Paesi già si basavano su approcci compatibili con la Raccomandazione EqAVET e quindi non hanno avuto bisogno di modificare in modo significativo il loro sistema. 13 CEDEFOP (2008), Terminology of European education and training policy, A selection of 100 key terms, Office for Official Publications of the European Communities, luxembourg. 14 iCF Ghk, Evaluation of implementation of EQAVET Final report, 2013. 106 Ad oggi la maggior parte dei sistemi nazionali di istruzione e di Formazione dell’uE richiede ai soggetti erogatori di istruzione e Formazione Professionale il rispetto di standard di qualità, che fanno parte dell’ordinamento giuridico oppure costituiscono una condizione per ottenere l’accreditamento ed il finanziamento. quasi tutti gli Stati membri raccolgono dati per migliorare l’efficacia e l’efficienza dei loro sistemi e hanno messo a punto per questo appropriati metodi di rilevazione attraverso questionari e raccolta di dati ed indicatori; inoltre nella maggior parte dei casi gli Stati membri pubblicano le informazioni raccolte sui risultati delle attività di valutazione. Tuttavia, ciò non significa che i processi condotti sono regolarmente riesaminati e che vengono messi in atto piani d’azione per il cambiamento, dato che l’indagine mostra che solo un terzo circa dei Paesi conduce sempre verifiche regolari ed elabora conseguenti piani d’azione15. Per quanto riguarda l’italia, l’organizzazione delle attività di assicurazione qualità dell’istruzione e Formazione Professionale si differenzia fortemente a seconda che tali attività riguardino l’ambito di offerta formativa presidiato dal Ministero dell’istruzione (istituti tecnici e professionali) oppure quello presidiato dalle Regioni (istruzione e Formazione Professionale e Formazione continua). Nell’ambito di offerta formativa presidiato dal Ministero dell’istruzione una novità molto significativa è data dall’Avvio del Sistema Nazionale di Valutazione. 15 European Commission, Report from the Commission to the European Parliament and the Council on the implementation of the Recommendation of the European Parliament and of the Council of 18 June 2009 on the establishment of a European Quality Assurance Reference Framework for Vocational Education and Training, Brussels, 28.1.2014 COM(2014) 30 final. 16 Allulli G. (2007), la valutazione della scuola: un problema di governance, in Economia dei servizi, il Mulino, n. 3/2007. L’AVVIo DEL SIStEmA nAzIonALE DI VALutAzIonE Anche in italia è stato finalmente avviato il Sistema Nazionale di Valutazione, dopo alcune sperimentazioni condotte a livello locale (tra queste è stata particolarmente significativa l’attività del Comitato di valutazione della Provincia di Trento, che ha introdotto una attività di autovalutazione sulla base di una serie di indicatori raccolti a livello di scuola, al fine di dare alle scuole la possibilità di confrontarsi con altre scuole; il Comitato di Trento ha introdotto anche la valutazione esterna della scuola, sebbene a livello sperimentale16), ed a livello nazionale (ad esempio il progetto Vales, sviluppato dall’invalsi). il Regolamento n. 80 del 2013 (Regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione in materia di Istruzione e Formazione), che introduce formalmente il sistema di valutazione, e le successive indicazioni ministeriali tengono conto delle esperienze straniere, nonché del dibattito e delle sperimentazioni condotte in questi anni, evitando alcuni dei rischi più comuni; infatti opportunamente specificano: • le finalità della valutazione, che non sono di carattere premiale o punitivo, ma riguardano il miglioramento della qualità del servizio; • l’intreccio tra autovalutazione di istituto (basata sui risultati dei test e sugli indicatori forniti dal Ministero dell’istruzione) e valutazione esterna; 107 Tale sistema riguarda tutti gli ordini e le tipologie di istruzione, e dunque anche gli istituti tecnici e professionali, ed in prospettiva l’istruzione e Formazione Professionale. Non si può affermare che l’istituzione del Sistema Nazionale di Valutazione sia una conseguenza diretta della Raccomandazione EqAVET; casomai essa ha subito un’accelerazione a seguito delle raccomandazioni inviate dall’unione Europea al Governo italiano a seguito della grave crisi economico-finanziaria del 2011. Tuttavia, anche se nel Regolamento n. 80 e nei successivi provvedimenti attuativi mancano riferimenti al modello EqAVET, la filosofia del nuovo sistema di valutazione, indirizzato al miglioramento dell’offerta formativa attraverso un ciclo di valutazione, interna ed esterna, revisione e progettazione degli interventi di sviluppo, è in sintonia con il modello comunitario EQAVEt. Per quanto riguarda gli istituti tecnici e professionali si deve poi ricordare che i Regolamenti relativi ai nuovi ordinamenti dell’istruzione secondaria (comprendenti gli istituti tecnici17 e professionali18), richiamano esplicitamente il Quadro Europeo della qualità introdotto dalla raccomandazione EQAVEt, affermando: “Con successivi decreti del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definiti...(c) gli indicatori per la valutazione e l’autovalutazione degli istituti tecnici, anche con riferimento al quadro europeo per la garanzia della qualità dei sistemi di istruzione e formazione” (art. 8 del Regolamento). Sul versante che fa più direttamente riferimento alle competenze del MlPS e delle Regioni e Province Autonome, come strategia per assicurare la qualità del- 17 Regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti tecnici ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del Decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. 18 Regolamento recante norme concernenti il riordino degli istituti professionali ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del Decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. • l’integrazione tra analisi quantitativa e qualitativa e tra i diversi strumenti (test ed indicatori) in grado di rappresentare la complessità dell’azione scolastica; • la necessità di tenere in attenta considerazione l’influenza del contesto sociale ed economico; • il raccordo funzionale tra i diversi organismi (invalsi, indire, ispettori), che dovranno interagire sulla base di ruoli chiaramente definiti, con il coordinamento affidato all’invalsi, che dovrà anche predisporre un rapporto annuale. Pertanto, le scuole, sulla base di un modello predisposto dall’invalsi, dovranno raccogliere gli indicatori richiesti, analizzarli e predisporre un Rapporto di Autovalutazione (RAV), che individua anche punti di forza ed aspetti di criticità dell’azione scolastica. A questo deve far seguito la predisposizione e l’attuazione di un piano di miglioramento, al fine di ovviare alle problematiche riscontrate. Ogni anno un campione di scuole viene anche sottoposto a valutazione esterna, da parte di équipe composte da ispettori ed altri esperti opportunamente formati. 108 l’offerta formativa, va rilevata l’introduzione dell’accreditamento delle strutture formative; si tratta di un’attività istituzionale in virtù della quale ogni Regione e Provincia Autonoma definisce le regole e i parametri di servizio e di risultato che dovranno essere conseguiti e mantenuti dalle organizzazioni che concorrono all’erogazione dei servizi formativi utilizzando fondi pubblici. il meccanismo dell’accreditamento, introdotto nel 2001, è concepito come un presidio della qualità delle azioni formative sia preventivo, attraverso l’accertamento del possesso di alcuni requisiti minimi, sia nel corso dell’erogazione degli stessi servizi, prendendo in considerazione il mantenimento dei requisiti inizialmente posseduti. l’intesa Stato-Regioni del 20 marzo 2008, definita in sintonia con il dibattito sulla qualità dell’istruzione e Formazione Professionale sviluppato in sede comunitaria, ha dato il via alla seconda “generazione” dell’accreditamento, i cui obiettivi prioritari sono la promozione, la sensibilizzazione e la valorizzazione dell’accreditamento come strumento per la qualità, con specifica attenzione per la valutazione dell’efficacia ed efficienza dei servizi formativi in termini di esiti occupazionali e risultati di apprendimento. le organizzazioni che forniscono l’offerta formativa accreditata a livello territoriale devono pertanto passare progressivamente da un’ottica prevalentemente attenta agli aspetti gestionali di tipo organizzativo e logistico, all’adozione di un approccio teso a privilegiare la qualità della performance realizzata, ponendo l’accento sui fattori connessi al prodotto formativo e ai suoi effetti, piuttosto che a quelli collegati al processo. l’analisi del nuovo sistema di accreditamento regionale condotta dall’iSFOl ha rilevato che il sistema di accreditamento italiano, ed in particolare l’ultima versione del 2008, utilizza diversi indicatori richiesti dalla Raccomandazione EqAVET. A partire dai risultati dell’analisi comparativa l’iSFOl ha fornito alcuni suggerimenti su come sviluppare il sistema di Formazione Professionale in coerenza con le indicazioni della Raccomandazione EqAVET. Tali suggerimenti rimandano: a) in parte al rafforzamento dei dispositivi regionali di accreditamento: l’analisi ha rilevato un alto grado di coerenza con la Raccomandazione EqAVET, ma rimangono margini di miglioramento con riferimento alla formazione dei formatori (intesa come numero di utenti coinvolti e risorse dedicate), alla rilevazione della soddisfazione da parte delle imprese e degli esiti lavorativi degli utenti, alla prescrizione di procedure strutturate per l’analisi dei fabbisogni; b) all’introduzione e al rafforzamento di dispositivi diversi in relazione all’analisi dei fabbisogni e soprattutto a strumenti di indagini per la rilevazione e la valutazione della soddisfazione di utenti e imprese, degli esiti in termini di successo formativo e occupazionale degli interventi; c) soprattutto alla costruzione e al rafforzamento dei sistemi informativi regionali (con possibilità di raccordo a livello nazionale) per la raccolta di dati sulla Formazione Professionale; in particolare i dati che i sistemi informativi potrebbero raccogliere dai soggetti erogatori sono i seguenti: 109 - possesso da parte della struttura accreditata della certificazione di qualità; - numero di operatori che partecipano a corsi di formazione/aggiornamento e ammontare dei fondi investiti; - tasso di abbandono e tasso di successo formativo; - tasso di inserimento lavorativo; - tasso di inserimento lavorativo coerente; - numero di partecipanti ad eventi formativi appartenenti a categorie vulnerabili. Tuttavia l’iSFOl rileva anche che la Raccomandazione EqAVET e l’accreditamento insistono su ambiti non perfettamente sovrapponibili: • la Raccomandazione inquadra l’assicurazione della qualità nell’intero ciclo di programmazione-gestione-valutazione-revisione, mentre l’accreditamento è un dispositivo per l’accesso al sistema di formazione che verifica ex ante il possesso di alcuni requisiti e la performance degli ultimi anni; • la Raccomandazione fa riferimento tanto alla qualità dei sistemi che alla qualità degli erogatori di ieFP, laddove l’accreditamento copre solo questi ultimi; • la Raccomandazione EqAVET attiene alla qualità sia del sistema d’istruzione sia di quello della Formazione, mentre i dispositivi di accreditamento regolano esclusivamente l’accesso al sistema della formazione di competenza delle Regioni. Ne deriva che l’accreditamento è solo uno dei dispositivi che il Paese può mettere in campo nell’implementazione di dispositivi di assicurazione della qualità in linea con le indicazioni della Raccomandazione EqAVET19. una descrizione complessiva delle strategie nazionali adottate e da adottare riguardo all’attuazione della Raccomandazione sulla qualità è contenuta nel Piano nazionale per la garanzia di qualità del sistema di Istruzione e formazione professionale, elaborato dal Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, dal Ministero dell’istruzione dell’università e della Ricerca, e dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome con l’assistenza tecnica dell’iSFOl20. il Piano, che è stato predisposto in risposta alle richieste contenute nella Raccomandazione europea, ha presentato un quadro sistematico delle diverse iniziative già in atto sul versante della assicurazione di qualità del sistema di istruzione e Formazione Professionale italiano e degli sviluppi previsti per dare attuazione alle richieste della Raccomandazione europea. 19 iSFOl, Qualità e accreditamento, a cura di Sandra D’Agostino, in Collana isfol Research Paper numero 17 – ottobre 2014. 20 iSFOl, Piano nazionale per la garanzia di qualità del sistema di istruzione e formazione professionale, ottobre 2011. 110 9.3. ConSIDErAzIonI FInALI i risultati della Strategia di lisbona sono oggetto di dibattito tra opinioni discordanti. Per quanto riguarda però gli aspetti più specificamente rivolti all’education si può affermare che, sia pure tra accelerazioni e rallentamenti, la Strategia di lisbona ha prodotto dei frutti importanti per il futuro dei sistemi di istruzione europei. l’attenzione alla valorizzazione e sviluppo del capitale umano, la promozione di un sistema di apprendimento permanente, la ricomposizione tra i sistemi formativi, quello di tipo accademico, quello di tipo scolastico e quello professionalizzante, lo spostamento dell’attenzione dal processo di insegnamento al processo di apprendimento, l’attenzione ai risultati raggiunti piuttosto che al percorso seguito, l’enfasi sulla qualità dei sistemi e dell’offerta formativa, l’integrazione tra politiche della formazione e politiche del lavoro sono elementi fondamentali di una strategia che intende attrezzare i sistemi scolastici e formativi europei ad un futuro nel quale conoscenze e competenze possedute sono destinate a giocare un ruolo sempre più importante, per gli individui e per i sistemi sociali ed economici, mentre i processi di apprendimento saranno sempre più il risultato di molteplici processi, sia formali che informali. la realizzazione di questa strategia deve però confrontarsi con alcuni interrogativi importanti: • il primo, che interessa da vicino il nostro Paese, riguarda l’effettiva capacità del sistema produttivo pubblico e privato di utilizzare e valorizzare il capitale umano a disposizione. Nonostante le molte affermazioni retoriche che si leggono e si ascoltano, i dati a disposizione indicano che non solo l’investimento pubblico e privato nei confronti della Formazione è piuttosto basso e tende addirittura a diminuire anche in quei Paesi dove esiste una più antica e forte tradizione in tal senso, ma anche che le risorse umane, laddove esistono, vengono spesso poco valorizzate e che i percorsi seguiti per la loro selezione e valorizzazione seguono percorsi ben diversi da quello del riconoscimento delle capacità e delle competenze individuali. • il secondo riguarda le perduranti difficoltà di dialogo tra i vari sottosistemi della Formazione: quello universitario, quello scolastico e quello professionalizzante. Differenze istituzionali, legate al diverso quadro di governo, differenze culturali, legate all’eredità di tradizioni secolari, ma anche differenze oggettive, legate ad obiettivi oggettivamente peculiari di ciascun sottosistema rendono problematica l’organizzazione di un sistema unitario e senza barriere interne. • il terzo interrogativo riguarda la declinazione operativa di alcuni concetti chiave, come quello di competenze o quello di credito, la cui applicazione nei diversi sottosistemi incontra a volte difficoltà pratiche difficilmente sormontabili. • il quarto interrogativo riguarda l’esigenza di rimuovere i condizionamenti culturali e sociali che impediscono ad una buona parte della popolazione, quella meno istruita e che maggiormente ne avrebbe invece bisogno, di inserirsi in una logica di aggiornamento ed allargamento continuo delle proprie conoscenze e competenze. 111 Non è dunque un percorso semplice e breve quello che si prospetta ai Paesi dell’unione Europea per realizzare il Processo di lisbona e la successiva Strategia 2020, ed il nostro Paese è tra quelli che partono più arretrati; tuttavia, pur con gli opportuni aggiustamenti ed adattamenti, si tratta del percorso che meglio ci attrezza ad affrontare il futuro. 113 Bibliografia AA. 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Società della conoscenza, capitale umano ed apprendimento permanente . . . . . 7 1.2. Gli obiettivi di Lisbona . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 1.3. Il processo di Copenaghen per l’Istruzione e Formazione Professionale . . . . . . 12 1.4. Gli strumenti della Dichiarazione di Copenaghen . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 1.5. Il programma Lifelong Learning e le azioni per la mobilità . . . . . . . . . . . . . . . . 17 2. Verso Europa 2020 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 2.1. Il quadro strategico per la rinnovata cooperazione europea in campo formativo per il decennio 2010-2020 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24 2.2. Lo Youth Guarantee . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30 2.3. Il programma Erasmus Plus . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 3. I benchmark europei . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 3.1. Un ruolo strategico per gli indicatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 3.2. Indicatori e benchmark per monitorare il progresso verso gli obiettivi di Lisbona 36 3.3. Sei nuovi benchmark per il 2020 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40 4. Il dibattito sulle competenze ed il Quadro europeo delle qualifiche . . . . . . . . 43 4.1. Tra conoscenze e competenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 4.2. Le competenze chiave per l’apprendimento permanente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 4.3. Il Quadro europeo delle qualifiche (EQF) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 4.4. Uno strumento per la trasparenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 4.5. Conoscenze e competenze: un dibattito ancora aperto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50 5. La raccomandazione sulla qualità dell’Istruzione e Formazione Professionale (EQAVEt) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 5.1. Dal controllo degli input al controllo degli output . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 5.2. I modelli input-output . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 5.3. I modelli basati sui processi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 5.4. La Raccomandazione per l’istituzione di un Quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità dell’Istruzione e della Formazione Professionale . . . . 60 6. Le raccomandazioni europee sul riconoscimento dei crediti (ECVEt) e sulla convalida dell’apprendimento non formale e informale . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65 6.1. La convalida e la certificazione dell’apprendimento pregresso . . . . . . . . . . . . . 65 6.2. Il sistema europeo di crediti per l’Istruzione e la Formazione Professionale (ECVET) 65 116 6.3. Come funziona ECVET . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 6.4. La convalida dell’apprendimento non formale e informale . . . . . . . . . . . . . . . . 67 7. Il Fondo Sociale Europeo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 7.1. Uno strumento per favorire un armonioso sviluppo economico e sociale degli Stati membri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 7.2. La programmazione 2014-2020 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 7.3. Le risorse disponibili per l’Italia ed i programmi operativi nazionali e regionali 72 8. L’evoluzione dei sistemi educativi europei nel quadro delle sfide di Lisbona . . 77 8.1. Le politiche centrate sull’innovazione di processo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 8.1.1. l’estensione della durata dell’istruzione obbligatoria . . . . . . . . . . . . . . . 78 8.1.2. la riforma del curriculum . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79 8.1.3. Assegnare nuove risorse (specialmente per le aree a rischio) . . . . . . . . . . 82 8.1.4. la riforma della carriera dei docenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 83 8.2. Le politiche centrate sul controllo dei risultati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 9. L’impatto del processo di Lisbona sugli Stati membri europei e sul sistema italiano di Istruzione e Formazione Professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93 9.1. Il riconoscimento del diritto all’apprendimento durante tutto il corso della vita . . 93 9.2. L’impatto delle Raccomandazioni europee sul sistema di Istruzione e Formazione Professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 9.2.1. l’impatto della Raccomandazione sull’istituzione di un quadro europeo delle qualifiche (EqF) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97 9.2.2. l’impatto delle Raccomandazioni europee sul sistema europeo di crediti per l’istruzione e la Formazione Professionale (ECVET) e sul riconoscimento delle competenze acquisite in contesti non formali ed informali . . 101 9.2.3. l’impatto della Raccomandazione europea sull’assicurazione di qualità nella ieFP (EqAVET) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 9.3. Considerazioni finali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110 BIBLIogrAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 113 InDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Tutti i volumi della collana sono consultabili in formato digitale sul sito biblioteca.cnos-fap.it Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto finale, 2002 2003 MALIZIA G. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto sul follow-up, 2003 2004 CNOS-FAP (a cura di), Gli editoriali di “Rassegna CNOS” 1996-2004. Il servizio di don Stefano Colombo in un periodo di riforme, 2004 MALIZIA G. (coord.) - ANTONIETTI D. - TONINI M. (a cura di), Le parole chiave della formazione professionale, 2004 RUTA G., Etica della persona e del lavoro, 2004 2005 D’AGOSTINO S. - MASCIO G. - NICOLI D., Monitoraggio delle politiche regionali in tema di istruzione e formazione professionale, 2005 PIERONI V. - MALIZIA G. (a cura di), Percorsi/progetti formativi “destrutturati”. Linee guida per l’inclusione socio-lavorativa di giovani svantaggiati, 2005 2006 NICOLI D. - MALIZIA G. - PIERONI V., Monitoraggio delle sperimentazioni dei nuovi percorsi di istruzione e formazione professionale nell’anno formativo 2004-2005, 2006 2007 COLASANTO M. - LODIGIANI R. (a cura di), Il ruolo della formazione in un sistema di welfare attivo, 2007 DONATI C. - BELLESI L., Giovani e percorsi professionalizzanti: un gap da colmare? Rapporto finale, 2007 MALIZIA G. (coord.) - ANTONIETTI D. - TONINI M. (a cura di), Le parole chiave della formazione professionale. II edizione, 2007 MALIZIA G. - PIERONI V., Le sperimentazioni del diritto-dovere nei CFP del CNOS-FAP e del CIOFS/FP della Sicilia. Rapporto di ricerca, 2007 MALIZIA G. - PIERONI V., Le sperimentazioni del diritto-dovere nei CFP del CNOS-FAP e del CIOFS/FP del Lazio. Rapporto di ricerca, 2007 MALIZIA G. et alii, Diritto-dovere all’istruzione e alla formazione e anagrafe formativa. Problemi e prospettive, 2007 MALIZIA G. et alii, Stili di vita di allievi/e dei percorsi formativi del diritto-dovere, 2007 NICOLI D. - FRANCHINI R., L’educazione degli adolescenti e dei giovani. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2007 NICOLI D., La rete formativa nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP, 2007 PELLEREY M., Processi formativi e dimensione spirituale e morale della persona. Dare senso e prospettiva al proprio impegno nell’apprendere lungo tutto l’arco della vita, 2007 RUTA G., Etica della persona e del lavoro, Ristampa 2007 2008 COLASANTO M. (a cura di), Il punto sulla formazione professionale in Italia in rapporto agli obiettivi di Lisbona, 2008 DONATI C. - BELLESI L., Ma davvero la formazione professionale non serve più? Indagine conoscitiva sul mondo imprenditoriale, 2008 117 MALIZIA G., Politiche educative di istruzione e di formazione. La dimensione internazionale, 2008 MALIZIA G. - PIERONI V., Follow-up della transizione al lavoro degli allievi/e dei percorsi triennali sperimentali di IeFP, 2008 PELLEREY M., Studio sull’intera filiera formativa professionalizzante alla luce delle strategie di Lisbona a partire dalla formazione superiore non accademica. Rapporto finale, 2008 2009 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1977, vol. 1, 2009 2010 DONATi C. - l. BEllESi, Verso una prospettiva di lungo periodo per il sistema della formazione professionale. Il ruolo della rete formativa. Rapporto finale, 2010 NiCOli D., I sistemi di istruzione e formazione professionale (VET) in Europa, 2010 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., La valigia del “migrante”. Per viaggiare a Cosmopolis, 2 0 1 0 PRELLEZO J.M., Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953), 2010 ROSSi G. (a cura di), Don Bosco, i Salesiani, l’Italia in 150 anni di storia, 2010 2011 ROSSI G. (a cura di), “Fare gli italiani” con l’educazione. L’apporto di don Bosco e dei Salesiani, in 150 anni di storia, 2011 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 2 2012 MALIZIA G., Sociologia dell’istruzione e della formazione. Una introduzione, 2012 NICOLI D., Rubriche delle competenze per i Diplomi professionali IeFP. Con linea guida per la progettazione formativa, 2012 MAliziA G. - PiERONi V., L’inserimento dei giovani qualificati nella FPI a.f. 2009-10, 2012 CNOS-FAP (a cura di), Cultura associativa e Federazione CNOS-FAP. Storia e attualità, 2012 2013 CUROTTI A.G., Il ruolo della Formazione Professionale Salesiana da don Bosco alle sfide attuali, 2013 PEllEREY M. - GRząDziEl D. - MARGOTTiNi M. - EPiFANi F. - OTTONE E., Imparare a dirigere se stessi. Progettazione e realizzazione di una guida e di uno strumento informatico per favorire l’autovalutazione e lo sviluppo delle proprie competenze strategiche nello studio e nel lavoro, 2013 DONATi C. - BEllESi l., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Alcuni casi di studio delle aree Meccanica, Mobilità e Logistica, Grafica e Multimedialità, 2013 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 3, 2013 TACCONI G. - MEJIA GOMEZ G., Success Stories. Quando è la Formazione Professionale a fare la differenza, 2013 PRELLEZO J.M., Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953), 2013 2014 ORLANDO V., Per una nuova Formazione Professionale dei Salesiani d’Italia. Indagine tra gli allievi dei Centri di Formazione Professionale, 2014 DONATi C. - BEllESi l., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Approfondimento qualitativo sugli esiti occupazionali, 2014 DORDiT l., OCSE PISA 2012. Rapporto sulla Formazione Professionale in Italia, 2014 DORDiT l., La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo sistema nazionale di valutazione, 2014 2015 PEllEREY M., LA valorizzazione delle tecnologie mobili nella pratica gestionale e didattica dell’Istruzione e Formazione a livello di secondo ciclo. Indagine teorico-empirica. Rapporto finale, 2015 Allulli G., Dalla Strategia di Lisbona a Europa 2020, 2015 118 Sezione “Progetti” 2003 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La promozione delle capacità personali. Teoria e prassi, 2003 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione delle unità didattiche, 2003 COMOGLIO M. (a cura di), Prova di valutazione per la qualifica: addetto ai servizi di impresa. Prototipo realizzato dal gruppo di lavoro CIOFS/FP, 2003 FONTANA S. - TACCONI G. - VISENTIN M., Etica e deontologia dell’operatore della FP, 2003 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo, 2003 MARSILII E., Guida per l’accompagnamento al lavoro dipendente, 2003 TACCONI G. (a cura di), Insieme per un nuovo progetto di formazione, 2003 VALENTE L. - ANTONIETTI D., Quale professione? Strumento di lavoro sulle professioni e sui percorsi formativi, 2003 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale alimentazione, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale aziendale e amministrativa, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale commerciale e delle vendite, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale estetica, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale sociale e sanitaria, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale tessile e moda, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale elettrica e elettronica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale grafica e multimediale, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale meccanica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale turistica e alberghiera, 2004 NICOLI D. (a cura di), Linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, 2004 NICOLI D. (a cura di), Sintesi delle linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, 2004 2005 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale legno e arredamento, 2005 CNOS-FAP (a cura di), Proposta di esame per il conseguimento della qualifica professionale. Percorsi triennali di Istruzione formazione Professionale, 2005 NICOLI D. (a cura di), Il diploma di istruzione e formazione professionale. Una proposta per il percorso quadriennale, 2005 POLÀČEK K., Guida e strumenti di orientamento. Metodi, norme ed applicazioni, 2005 VALENTE L. (a cura di), Sperimentazione di percorsi orientativi personalizzati, 2005 2006 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La corresponsabilità CFP-famiglia: i genitori nei CFP. Esperienza triennale nei CFP CNOS-FAP (2004-2006), 2006 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione dei sussidi, II edizione, 2006 2007 D’AGOSTINO S., Apprendistato nei percorsi di diritto-dovere, 2007 119 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo. Una proposta di percorsi per la creazione di impresa. II edizione, 2007 MARSILII E., Dalla ricerca al rapporto di lavoro. Opportunità, regole e strategie, 2007 NICOLI D. - TACCONI G., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. I volume, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere in... 1. L’identità. Percorso di cultura etica e religiosa, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere... Linee guida per i formatori di cultura etica e religiosa nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, 2007 2008 BALDI C. - LOCAPUTO M., L’esperienza di formazioni formatori nel progetto integrazione 2003. La riflessività dell’operatore come via per la prevenzione e la cura educativa degli allievi della FPI, 2008 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., Individuazione e raccolta di buone prassi mirate all’accoglienza, formazione e integrazione degli immigrati, 2008 NICOLI D., Linee guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2008 NICOLI D., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. II volume, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere con... 2. La relazione. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere per... 3. Il progetto. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 2009 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale meccanica, 2009 MALIZIA G. - PIERONI V., Accompagnamento al lavoro degli allievi qualificati nei percorsi triennali del diritto-dovere, 2009 2010 BAY M. - GRZĄDZIEL D. - PELLEREY M. (a cura di), Promuovere la crescita nelle competenze strategiche che hanno le loro radici spirituali nelle dimensioni morali e spirituali della persona. Rapporto di ricerca, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale grafica e multimediale, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale elettrica ed elettronica, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale automotive, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per l’orientamento nella Federazione CNOS-FAP, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale turistico-alberghiera, 2010 2011 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A. (a cura di), “Cittadini si diventa”. Il contributo dei Salesiani (SDB) e delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) nell’educare studenti/ allievi delle loro Scuole/CFP in Italia a essere “onesti cittadini”, 2011 TACCONI G., In pratica. 1. La didattica dei docenti di area matematica e scientifico-tecnologica nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 TACCONI G., In pratica. 2. La didattica dei docenti di area linguistica e storico sociale nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 MANTEGAZZA R., Educare alla costituzione, 2011 NICOLI D., La valutazione formativa nella prospettiva dell’educazione. Una comparazione tra casi internazionali e nazionali, 2011 BECCIU M. COLASANTI A.R., Il fenomeno del bullismo. Linee guida ispirate al sistema preventivo di Don Bosco per la prevenzione e il trattamento del bullismo, 2011 2012 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., In cammino per Cosmopolis. Unità di Laboratorio per l’educazione alla cittadinanza, 2012 FRiSANCO M., Da qualificati, a diplomati, a specializzati. Il cammino lungo una filiera ricca di opportunità e competenze. Riferimenti, dispositivi e strumenti per conoscere e com- 120 prendere i nuovi sistemi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), 2012 2014 CNOS-FAP (a cura di), Per una pedagogia della meraviglia e della responsabilità. Ambito energia. Linea Guida, 2014 CNOS-FAP (a cura di), Linea Guida per i servizi al lavoro, 2014 OTTOLINI P. Strumenti e modelli per la valutazione delle competenze nei percorsi di qualifica IeFP CNOS-FAP, 2014 Sezione “Esperienze” 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 1. Guida per l’accoglienza, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 2. Guida per l’accompagnamento in itinere, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 3. Guida per l’accompagnamento finale, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 4. Guida per la gestione dello stage, 2003 2005 TONIOLO S., La cura della personalità dell’allievo. Una proposta di intervento per il coordinatore delle attività educative del CFP, 2005 2006 ALFANO A., Un progetto alternativo al carcere per i minori a rischio. I sussidi utilizzati nel Centro polifunzionale diurno di Roma, 2006 COMOGLIO M. (a cura di), Il portfolio nella formazione professionale. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2006 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V., Una formazione di successo. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale in Piemonte 2002-2006. Rapporto finale, 2006 2007 NICOLI D. - COMOGLIO M., Una formazione efficace. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali di Istruzione e Formazione professionale in Piemonte 2002-2006, 2007 2008 CNOS-FAP (a cura di), Educazione della persona nei CFP. Una bussola per orientarsi tra buone pratiche e modelli di vita, 2008 2010 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2010, 2010 2011 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2011, 2011 2012 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2012, 2012 NiCOli D. (a cura di), Sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale Diploma professionale di tecnico Principi generali, aspetti metodologici, monitoraggio, 2012 2013 SAlATiNO S. (a cura di), Borgo Ragazzi don Bosco Area Educativa “Rimettere le ali”, 2013 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2013, 2013 2014 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2014, 2014 121 Tip.: Istituto Salesiano Pio XI - Via Umbertide, 11 - 00181 Roma Tel. 06.78.27.819 - Fax 06.78.48.333 - E-mail: tipolito@donbosco.it Aprile 2015

La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo sistema nazionale di valutazione

Autore: 
Luca Dordit
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2014
Numero pagine: 
220
Codice: 
978-88-95640-66-2
Luca DorDit La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo sistema nazionale di valutazione Anno 2014 Coordinamento scientifico: Dario Nicoli (Università Cattolica di Brescia) Hanno collaborato: Matteo D’ANDrEA: Segretario Nazionale settore Automotive. Dalila DrAzzA: Sede Nazionale CNoS-FAP – Ufficio Metodologico-tecnico-Didattico. FiAt GroUPAutomobiles. Comunità professionale AUTOMOTIVE: Angelo ALiqUò, Gianni BUFFA, roberto CAVAGLià, Egidio CiriGLiANo, Luciano CLiNCo, Domenico FErrANDo, Paolo GroPPELLi, Nicola MErLi, roberto PArtAtA, Lorenzo PirottA, Antonio Porzio, roberto SArtorELLo, Fabio SAViNo, Giampaolo SiNtoNi, Dario rUBEri. ©2014 By Sede Nazionale del CNoS-FAP (Centro Nazionale opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 roma tel.: 06 5107751 – Fax 06 5137028 E-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it SOMMARIO INTRODUZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. 5 Parte i LA VALUTAZIONE INTERNA ED ESTERNA DEI CFP E IL NUOVO SISTEMA NAZIONALE DI VALUTAZIONE introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11 1. La valutazione delle istituzioni scolastiche e formative nello scenario oCSE . . . . 13 2. il quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale (EqArF) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 3. il sistema di valutazione nazionale ed il progetto VALeS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 4. Elementi di un framework per la valutazione dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 5. risultati di una prima ricognizione sulla sostenibilità del framework presso un panel di testimoni privilegiati ed operatori del CNoS-FAP . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99 Parte ii VALUTAZIONE DELLA PROFESSIONALITÀ E CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE DEI FORMATORI CNOS-FAP introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107 1. La figura dell’insegnante al centro dell’attività di analisi e ricerca sul piano internazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 2. La valutazione della performance di insegnanti e formatori nello scenario oCSE 119 3. rassegna di alcuni scenari nazionali significativi in ambito europeo . . . . . . . . . . 125 4. Profili e standard professionali differenziati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 5. Elementi di un framework per la valutazione dei formatori dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 6. Accountability e sistemi educativi: connessioni tra valutazione dei formatori ed ulteriori elementi concorrenti allo sviluppo della professionalità dell’insegnante . 195 7. risultati di una prima ricognizione presso testimoni privilegiati ed operatori CNoS-FAP . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 201 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 205 INDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 211 3 5 INTRODUZIONE A livello internazionale si riscontra oggi un diffuso riconoscimento del fatto che i sistemi di valutazione e di assessment siano da considerare elementi determinanti per la costruzione di sistemi educativi più efficaci ed al tempo stesso più equi. in particolare, vi è consenso sul ruolo giocato da due dimensioni chiave, rappresentate da un lato dal grado di accountability espressa dai sistemi verso l’esterno e dall’altro dallo sviluppo e dal miglioramento progressivo generato al proprio interno (improvement). La valutazione dei sistemi educativi è diventata pertanto di importanza cruciale per garantire un’istruzione di qualità per tutti, coerente con il principio di equa eguaglianza di opportunità, in un contesto in cui la “mercatizzazione” dei servizi formativi tende ad assumere forme progressivamente più diffuse in Europa. A partire dal 2009 l’oCSE ha promosso un programma, denominato Review on Evaluation and Assessment Frameworks for Improving School Outcomes, che articola l’analisi dei sistemi valutativi in quattro ambiti principali. Le sfere che interagiscono per dar vita ad un modello integrato di valutazione comprendono: l’accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti (student assessment), la valutazione della performance degli insegnanti (teacher appraisal), la valutazione delle istituzioni educative (school evaluation) ed infine la valutazione complessiva del sistema educativo (system evaluation). il lavoro che di seguito si presenta prende in considerazione due degli ambiti citati che, nella prospettiva della Formazione Professionale, rinviano alla valutazione di sistema dei CFP ed alla valutazione dei formatori. LA VALUTAZIONE DI SISTEMA DELLE ISTITUZIONI FORMATIVE Nel nostro Paese lo sviluppo di sistemi integrati per la valutazione delle istituzioni formative ha assunto negli anni recenti un nuovo impulso che si è tradotto in approcci metodologici sempre più multidimensionali. La pluralità di aspetti su cui concentrare l’attenzione si basa su un dato imprescindibile: la realtà dei CFP si presenta come fortemente complessa e la qualità va misurata conseguentemente considerando che si tratta di un costrutto multidimensionale. il processo di affinamento dei modelli, dispositivi e strumenti valutativi, anche per la VEt, si svolge sullo sfondo di un quadro in rapido cambiamento, anche grazie alla nascita del Sistema Nazionale di Valutazione (SNV). Con il DPr n. 80 6 del 28 marzo 2013 il nostro Paese si è dotato di un regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione in materia di istruzione e formazione, precedentemente delineato nella Legge n. 10 del 26 febbraio 2011. Già nel corso del 2010, l’iNVALSi aveva messo a punto il Quadro di riferimento della valutazione del sistema educativo – corredato di un set di indicatori di riferimento – il cui fondamento concettuale è rappresentato dal modello CiPP (Contesto, input, Processi, Prodotti-risultati). Limitandoci al settore specifico della Formazione Professionale, nel corso del 2009 il Parlamento ed il Consiglio Europeo hanno approvato la raccomandazione per la definizione di un “Quadro europeo per l’assicurazione di qualità dell’Istruzione e Formazione Professionale” (EqVAL/EqArF), che propone un modello di riferimento articolato in quattro fasi progressive: Pianificazione, Valutazione, Attuazione e revisione. L’introduzione dell’EqArF rappresenta un elemento di pressione su diversi sistemi nazionali e regionali della VEt, perché ripensino i modelli valutativi adottati, reinterpretando i processi ed i risultati formativi cui danno luogo all’interno di un ciclo continuo di miglioramento della performance. Alla luce del quadro sinteticamente richiamato, la prima parte del rapporto di ricerca si propone di delineare gli elementi portanti di un modello integrato di autovalutazione degli organismi formativi, coerente con il Quadro europeo di assicurazione della qualità e con il dispositivo messo a punto dall’iNVALSi, considerando gli esiti del dibattito scientifico che si è andato sviluppando nelle principali sedi internazionali. Si tratta quindi di un framework illustrato nelle sue coordinate generali, utile ad orientare lo sviluppo in chiave sistemica ed integrata delle pratiche di valutazione interna ed esterna dei Centri di Formazione Professionale ed al tempo stesso coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. Complessivamente, l’approccio adottato procede per linee generali, non rientrando tra gli scopi del rapporto di ricerca un’analisi nel dettaglio. La trattazione si concentra da un lato su una serie di linee di tendenza ampiamente condivise a livello internazionale, dall’altro sulla sintetica descrizione dei principali elementi portanti propri del modello proposto, articolati per aspetti chiave e comprendenti diversi set di indicatori e descrittori. A tale proposito, l’approccio sotteso al contributo potrebbe essere definito a ragione di tipo ostensivo. in tale prospettiva, la scelta di mantenere l’analisi su una prospettiva orientativa fa sì che le esemplificazioni precisate per ciascun elemento del modello rinvieranno per lo più ad una gamma differenziata di dispositivi, indicatori e descrittori, accomunati dall’essere impostati su comuni criteri guida. in tutti i casi il materiale presentato proviene da una serie di buone pratiche esistenti, individuate in ambito nazionale ed internazionale. Ci si è proposti di verificare inoltre, ad un livello orientativo e limitato nel numero di interlocutori, alcune prime reazioni alla proposta, mediante la realizzazione di interviste a testimoni privilegiati. 7 LA VALUTAZIONE DEI FORMATORI Lo sviluppo della valutazione delle istituzioni scolastiche e formative ha accresciuto l’esigenza di introdurre, inoltre, più precisate modalità di valutazione degli insegnanti e dei formatori, intese come parte essenziale della valutazione di un’istituzione formativa e del funzionamento del sistema di Formazione Professionale. Sul piano comunitario, le più recenti ricerche del Cedefop hanno delineato il campo della riflessione, evidenziando in proposito la natura ambivalente dei meccanismi di valutazione dei formatori. Ci si riferisce alla duplice questione della legittimità e degli usi della valutazione dei formatori, intesi di volta in volta come strumento di controllo e misurazione della performance (anche ai fini di un avanzamento di carriera o di status), oppure come strumento di riconoscimento e valorizzazione delle competenze professionali presenti nel sistema formativo. La tematica del riconoscimento e della validazione delle competenze dei formatori va affrontata tenendo in considerazione inoltre la raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 20 dicembre 2012, riguardante la convalida degli apprendimenti acquisiti in contesto non formale ed informale. È risaputo, infatti, che nel settore della VEt una parte degli skill che compongono la figura professionale del formatore, così come la progressione dei livelli di padronanza associati alle competenze, sono sovente il risultato di processi di apprendimento che eccedono i canali della formazione in contesto formale. Per tale ragione, i sistemi di valutazione loro applicati devono essere in grado di dar conto efficacemente delle acquisizioni associabili alla dimensione del non formale. in considerazione degli sviluppi cui si è fatto cenno, si rende opportuno esplorare le finalità ed i possibili quadri di riferimento della valutazione dei formatori – anche in chiave comparata sul piano internazionale – per individuare modalità, condizioni e percorsi da sperimentare eventualmente anche nel nostro Paese. Lo scopo generale è quello di valorizzare il ruolo professionale, culturale e sociale del personale formativo, promuovendo al contempo una sempre maggiore qualità del servizio educativo. Lo studio che si presenta nella seconda parte del rapporto di ricerca si propone pertanto di delineare gli elementi centrali di un modello per il riconoscimento e la validazione delle competenze dei formatori operanti nella ieFP, orientato al miglioramento del servizio ed allo sviluppo professionale. Anche in questo caso, come già era accaduto per la valutazione dei CFP, si intende introdurre e discutere un quadro di riferimento di carattere generale, in termini di framework. il dispositivo proposto vuole risultare utile ad orientare lo sviluppo, in chiave sistemica, delle pratiche di valutazione della performance dei formatori da parte dei CFP, coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. Lo sviluppo dell’argomentazione muove da una serie di elementi ampiamente condivisi sul piano internazionale, per giungere alla sintetica descrizione delle prin8 cipali componenti del dispositivo, con una focalizzazione sugli aspetti strutturali e la presentazione diversi set di indicatori e descrittori che ne mostrino le possibilità applicative in campo valutativo. Anche nel caso della valutazione dei valutatori, i dispositivi e gli strumenti portati ad esempio risultano molteplici e differenziati per ciascun elemento del framework, rinviando a diverse possibilità applicative. Ci si è inoltre proposti di sondare, in prima approssimazione, la rispondenza della proposta presso gli operatori, grazie all’effettuazione di un set di interviste a testimoni privilegiati. PARTE I La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo Sistema Nazionale di Valutazione Convergenze, specificità e prospettive in relazione alle recenti politiche nazionali ed europee sulla qualità della VET 11 Introduzione La valutazione dei sistemi educativi è diventata di importanza sempre più cruciale per garantire un’istruzione di qualità per tutti, in un contesto in cui la “mercatizzazione” dei servizi formativi tende ad assumere forme progressivamente più diffuse in Europa. A partire dal 2009 l’oCSE ha promosso un programma che interessa direttamente il mondo formativo, denominato Review on Evaluation and Assessment Frameworks for Improving School Outcomes, che prevede 4 ambiti principali di valutazione: l’accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti (student assessment), la valutazione della performance degli insegnanti (teacher appraisal), la valutazione delle istituzioni educative (school evaluation), la valutazione complessiva del sistema educativo (system evaluation). Nel nostro Paese lo sviluppo di sistemi integrati per la valutazione di sistema della sfera dell’education ha assunto negli anni recenti un nuovo impulso che si è tradotto in approcci metodologici sempre più multidimensionali. Dal punto di vista della valutazione delle istituzioni formative, infatti, questa pluralità è un dato imprescindibile: la realtà dei CFP si presenta come complessa e la loro qualità va misurata come un costrutto multidimensionale. Nel corso del 2010, l’iNVALSi ha pubblicato il “quadro di riferimento della valutazione del sistema educativo”. il riferimento concettuale sotteso è il modello CiPP (Contesto, input, Processi, Prodotti-risultati), con la produzione di un set di indicatori di riferimento. relativamente alla valutazione delle istituzioni formative, particolare importanza assume la rilevazione del “valore aggiunto” fornito da un organismo formativo, in termini di accrescimento degli apprendimenti e delle competenze degli studenti. Nel 2009 il Parlamento ed il Consiglio Europeo hanno approvato la raccomandazione per la definizione di un “Quadro europeo per l’assicurazione di qualità dell’Istruzione e Formazione Professionale” (EqArF), che propone un modello di riferimento per le attività di istruzione e Formazione Professionale che si articola in quattro fasi: Pianificazione, Valutazione, Attuazione e revisione. Proprio l’introduzione dell’EqArF obbliga oggi il sistema di ieFP a ripensare il rapporto tra valutazione interna e valutazione esterna, in funzione di dar vita a un ciclo continuo di miglioramento della performance nelle singole realtà organizzative. Lo studio che di seguito si presenta si propone di delineare gli elementi portanti di un modello integrato di autovalutazione degli organismi formativi coerente con il quadro europeo di assicurazione della qualità EqArF e con il modello messo a punto da iNVaLSi, nel quadro del dibattito scientifico che si è andato sviluppando nelle principali sedi internazionali. 12 Ci si riferisce pertanto alla proposta di un quadro di riferimento, di carattere generale, utile ad orientare lo sviluppo in chiave sistemica ed integrata delle pratiche di valutazione interna ed esterna dei Centri di Formazione Professionale, coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. Complessivamente, l’approccio adottato procede per linee generali, non rientrando tra gli scopi del rapporto di ricerca un’analisi nel dettaglio del sistema di valutazione. La trattazione si concentrerà quindi da un lato su una serie di linee di tendenza ampiamente condivise a livello internazionale, dall’altro sulla sintetica descrizione dei principali elementi portanti propri del modello, articolati per aspetti chiave e comprendenti diversi set di indicatori e descrittori. A tale proposito, l’approccio sotteso al contributo potrebbe essere definito a ragione di tipo ostensivo. in tale prospettiva, la scelta di mantenere l’analisi su una prospettiva orientativa fa sì che le esemplificazioni precisate per ciascun elemento del modello in alcuni casi rinvieranno ad una gamma differenziata di dispositivi, indicatori e descrittori, accomunati dall’essere impostati su comuni criteri guida. in tutti i casi il materiale esaminato proviene da una serie di buone pratiche esistenti, individuate in ambito nazionale ed internazionale. infine, ci si è proposti di verificare la rispondenza e l’accettabilità del modello generale presso un campione di CFP, mediante la realizzazione di interviste a testimoni privilegiati. 13 1. La valutazione delle istituzioni scolastiche e formative nello scenario OCSE 1.1. VALUTAZIONE DELLE ISTITUZIONI EDUCATIVE TRA PROSPETTIVE DI ACCOUNTABILITY E DI MIGLIORAMENTO CONTINUO Le pratiche di valutazione e di assessment entro i sistemi educativi costituiscono un oggetto relativamente recente nella riflessione condotta dai principali organismi internazionali che operano nel campo della ricerca nella sfera dell’education1. Limitandoci ai lavori condotti dall’oCSE indirizzati alla valutazione della scuola di grado primario e secondario nel corso dell’ultimo decennio, è possibile individuare un percorso di graduale ampliamento del campo di analisi e della formulazione di indicazioni di policy. Partendo dalla messa a punto di strumenti per l’assessment dei risultati di apprendimento degli studenti si giunge, per tappe distinte e progressive, sino alla presa in considerazione dei sistemi di istruzione e di Formazione Professionale nel loro insieme. questi ultimi sono divenuti oggetto di indagini sistematiche mediante l’analisi puntuale dei diversi scenari nazionali, che ad oggi presentano un quadro fortemente eterogeneo, oltre che essere posti al centro di proposte di policy mediante la formulazione di possibili linee di sviluppo in vista della definizione, implementazione ed utilizzo di efficaci e coerenti sistemi di valutazione ed assessment a livello sistemico. in tale ambito di analisi, va richiamata, in ordine di tempo, la recente ricerca internazionale sulla valutazione delle istituzioni scolastiche che si propone di ricostruire le più significative pratiche adottate presso i Paesi membri dell’organizzazione, sia sul versante della valutazione interna di istituto che della valutazione esterna svolta ad opera di organismi governativi o di agenzie e authority indipendenti2. in tale filone rientra anche il più recente filone centrato sulla valutazione del valore aggiunto, tesa a misurare l’impatto delle singole istituzioni scolastiche e formative sui risultati conseguiti dagli studenti, costruite in modo da isolare il contributo della singola istituzione scolastica dai fattori di carattere socio-economico che influenzano gli apprendimenti degli allievi. A tale riguardo si segnala il lavoro interdisciplinare Measuring Improvements in Learning Outcomes: Best Practices to Assess the Value-Added of Schools3. Ulteriori analisi settoriali promosse dal- 1 i termini evaluation ed assessment vengono comunemente impiegati come sinonimi, tuttavia nel lavoro qui presentato si utilizza la distinzione introdotta da Harlen, secondo la quale assessment è usato in relazione al processo di decisione, raccolta e formulazione di giudizi su evidenze collegate al raggiungimento di particolari obiettivi di apprendimento da parte degli studenti, mentre con evaluation si intende il medesimo processo applicato a sistemi, programmi, procedure e processi (Harlen, 2007). 2 Faubert, 2009. 3 oECD, 2008. 14 l’oCSE riguardano il programma tALiS (Teaching and Learning International Survey), diretto ad esplorare le componenti chiave che attengono ai processi di insegnamento e di apprendimento, oltre ai progetti che a partire dal 2003 si sono concentrati sulla valutazione del grado di equità assicurato dai sistemi educativi4. A partire dalla fine del 2009 l’oCSE lancia un nuovo programma che interessa il mondo della scuola primaria e secondaria. il programma, denominato Review on Evaluation and Assessment Frameworks for Improving School Outcomes, si colloca sul piano della valutazione dei sistemi educativi intesi come unità integrate al cui interno figurano elementi interrelati, riconducibili a piani distinti, quali l’accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti (student assessment), la valutazione della performance degli insegnanti (teacher appraisal), la valutazione delle istituzioni scolastiche (school evaluation) ed infine la valutazione complessiva del sistema educativo (system evaluation). i sistemi, come tali, non sono riassumibili nella somma degli effetti prodotti dalle loro singole componenti e per tale ragione necessitano di un modello unitario e sistemico (framework for evaluation and assessment). 5 il framework funge da quadro di riferimento per i processi di progettazione dell’impianto valutativo generale, oltre che per l’implementazione coerente e quanto più possibile integrata dei suoi elementi portanti e per l’utilizzo efficace dei risultati, ivi compresa la loro comunicazione e discussione presso l’intera rete degli stakeholder. il programma si propone di fornire agli Stati membri sia un quadro di analisi sullo stato dell’arte rinvenibile entro i diversi contesti nazionali/sub-nazionali, sia adeguate indicazioni in vista della definizione di più efficaci policy di settore. A livello internazionale si riscontra un diffuso riconoscimento sul fatto che i sistemi di valutazione e di assessment possano essere intesi come elementi chiave per la costruzione di sistemi educativi più efficacemente rispondenti alle funzioni formative, educative e socializzanti ed al tempo stesso maggiormente equi sotto il profilo di un’equa possibilità di accesso e nella fruizione delle opportunità di apprendimento. L’attività valutativa nelle sue diverse forme tende pertanto ad essere sempre meno intesa come un fine in sé, quanto piuttosto alla stregua di uno strumento per conseguire un più alto livello di risultati da parte della popolazione studentesca, grazie ad un miglioramento della performance delle istituzioni scolastiche e formative. tale centratura sugli esiti di apprendimento, rispetto ai quali diversi attori, ambiti e livelli entrano in gioco in un rapporto integrato, rappresenta la prospettiva di fondo con cui sempre più si guarda ai sistemi educativi. Ne deriva come corollario un’accresciuta attenzione per le dimensioni di accountability verso l’esterno e di sviluppo e miglioramento dei sistemi al proprio interno (improvement). in generale, i modelli di valutazione e di assessment impiegati nei diversi contesti nazionali (o 4 Per un inquadramento sul tema nel quadro dei Paesi oCSE si consulti: Field, Kuczera e Pont, 2007. 5 Santiago e Benavides, 2009. 15 sub-nazionali, nel caso le competenze siano devolute a tale livello) rispondono quindi a due distinte finalità tra loro interconnesse. Da un lato l’attività valutativa consente ai sistemi di rendere conto dei risultati ottenuti e del livello di qualità prodotta, considerata sia nel complesso, che generata dai diversi attori coinvolti, dall’altro i medesimi attori sono spinti a far evolvere le politiche o le pratiche adottate sulla base dei risultati ottenuti dall’opera di valutazione. 1.2. ALCUNE TENDENZE GENERALI EMERGENTI DALL’ANALISI DEI PROCESSI DI RIFORMA IN CORSO NEI PAESI OCSE Ciascun Paese oCSE presenta un contesto ricco di peculiarità e può pertanto rappresentare, considerato nel complesso, un unicum frutto di molteplici fattori che influenzano il sistema di valutazione e di assessment di volta in volta adottato ed implementato. Nonostante le profonde differenze ora richiamate, possono essere individuate una serie di comuni processi di riforma, diretti a sviluppare policy adeguate ed efficaci nel campo della valutazione ed assessment dei sistemi educativi, rispetto ai quali ciascun Paese si caratterizza per una peculiare strategia di affrontamento e per le specifiche soluzioni messe a punto. Di seguito si riassume il quadro generale che può essere ricavato dai risultati cui è giunta l’analisi svolta dall’oCSE negli anni recenti, muovendo dai molteplici programmi di ricerca realizzati. Per motivi di chiarezza espositiva, la trattazione seguirà l’articolazione del quadro di riferimento per la valutazione ed assessment dei sistemi educativi articolato nelle quattro dimensioni richiamate in precedenza. Nell’ambito della school evaluation si distingue un orientamento progressivo verso la ricerca di un più stretto raccordo tra la valutazione esterna ed interna delle istituzioni scolastiche. Negli anni recenti in ambito oCSE si è assistito ad un processo di progressiva acquisizione di rilevanza della cosiddetta valutazione interna delle istituzioni scolastiche, che in precedenza erano sottoposte quasi esclusivamente ad una valutazione esterna, tesa a riscontrare prevalentemente la loro conformità rispetto alle politiche e procedure stabilite a livello centrale (Faubert, 2009). La valutazione interna pone l’accento su processi di autodiagnosi ed autovalutazione, intesi come parte di una più complessiva strategia diretta ad individuare margini di miglioramento ed a porre in atto azioni adeguate per un loro conseguimento (improvement). Anche in conseguenza del crescente livello di autonomia riconosciuto alle scuole negli attuali sistemi di governance praticati presso i Paesi oCSE, il ruolo della valutazione esterna è oggi inteso sempre più in stretto raccordo con le forme di valutazione interna, con conseguenze dirette sugli obiettivi di policy. All’autovalutazione è riconosciuto il carattere di rispondenza agli specifici bisogni delle istituzioni scolastiche ed insieme di tempestività nella raccolta degli elementi informativi, così come di utilità effettiva nella predisposizione di piani di miglioramento rispondenti ai reali bisogni. 16 D’altro canto la valutazione esterna è andata gradualmente perdendo la connotazione di mero esercizio di controllo, spesso della conformità a criteri di natura esclusivamente formale, per vedere valorizzati i suoi benefici derivanti dalla maggiore distanza rispetto alle dinamiche interne alle scuole. tale prospettiva favorisce infatti una maggiore assunzione di responsabilità nei confronti dei portatori di interesse ed al contempo un’interpretazione maggiormente imparziale dei dati di evidenza raccolti, con la conseguente garanzia di un livello di accresciuta rigorosità nel processo valutativo. La valutazione esterna, considerata in questa nuova prospettiva, pone una serie di questioni che attengono al piano delle policy e si concentrano prevalentemente su questioni quali: chi debba valutare, quale sia l’oggetto della valutazione ed in quali forme venga attuata, oltre che il modo in cui i risultati debbano essere comunicati e divenire oggetto del dibattito pubblico. Per tali motivi il criterio della chiarezza, applicata agli obiettivi, procedure ed utilizzo dei risultati, è ritenuto sempre più centrale nello sviluppo delle policy di settore (Janssens e Van Amelsvoort, 2008). Le conseguenze della valutazione esterna variano ampiamente tra i Paesi. in caso di esito negativo le scuole possono essere soggette a raccomandazioni informali, come nel caso dell’irlanda o dell’islanda, oppure perdere il diritto al finanziamento, come nel Belgio fiammingo e nella repubblica Ceca. in alcuni altri Paesi, come l’olanda o il regno Unito, l’accountability è intesa soprattutto in funzione di un rafforzamento del controllo degli utenti più che con l’intento di comminare effettivamente misure sanzionatorie. in alcuni Paesi oCSE la possibilità di accedere pubblicamente ai dati sulla performance ottenuta dalle scuole rappresenta un obbligo giuridico, associato alla richiesta di accountability cui il sistema scolastico deve rispondere. Negli anni recenti in gran parte dei contesti nazionali quella dell’accesso ad un’informazione credibile ed affidabile è divenuta pertanto una delle questioni centrali nel dibattito non solo specialistico, ma nel discorso pubblico in genere. il principio da cui muove tale tendenza è che la misurazione e successiva pubblicizzazione dei risultati degli esiti di apprendimento degli studenti su base comparativa possa spingere le scuole a migliorare la propria performance, facendo derivare da un accresciuto livello di trasparenza ed accountability un conseguente miglioramento della qualità educativa prodotta dalle istituzioni scolastiche. La riflessione recente ha messo in luce come vi siano numerosi aspetti problematici nell’adozione di un tale approccio. qualora si limiti l’attenzione sui risultati di apprendimento ai soli test standardizzati, come sovente accade, va tenuto presente che le prove da un lato non sono in grado di rilevare fattori che esulano dall’influenza della scuola, dall’altro si sono dimostrate scarsamente adeguate nel porre a fuoco l’intero spettro degli obiettivi di apprendimento. inoltre, come si è osservato in precedenza, la struttura della valutazione sommativa si è riscontrato avere effetti diretti e involontari sulla stessa attività di insegnamento e di apprendimento, determinando un’eccessiva concentrazione sullo sviluppo di skill funzionali al superamento delle prove ed una contra17 zione corrispondente di significative porzioni del curricolo (Visscher et alii, 2000). il ricorso a modelli del valore aggiunto ha contribuito in larga misura ad attenuare le criticità sottolineate, consentendo di indagare in modo rigoroso il contributo che la scuola e le sue diverse componenti forniscono al progresso negli apprendimenti di individui e gruppi. Ciononostante, la necessità di sistemi impostati sulla raccolta di informazioni complementari nel processo di valutazione, mediante un allargamento della base delle evidenze raccolte ed una maggiore considerazione dei fattori che possano esercitare un’influenza sulla performance degli studenti, è divenuto un elemento sempre più centrale nelle definizione delle politiche valutative applicate alla scuola in ambito oCSE. La tendenza attuale vede uno sforzo comune nello sviluppare una più ampia strategia che utilizzi i risultati della valutazione, in alcuni Paesi diffusi pubblicamente sotto forma di ranking, in funzione di una crescita dei sistemi educativi ed evitando insidiose forme di disequilibrio nella pratica formativa. Ciò anche al fine di mantenere le scuole in uno stato di tensione al miglioramento sull’intero spettro degli obiettivi educativi e formativi, quale che sia l’esito ottenuto dai propri studenti nei test standardizzati. Sempre più spesso le attività legate alla raccolta ed all’analisi dei dati derivanti dai diversi tipi di assessment cui vengono sottoposti gli studenti, insieme alla rilevazione su ulteriori indicatori, quali ad esempio la rilevazione del livello di soddisfazione dei diversi portatori di interessi, sono entrati a far parte degli attuali quadri di riferimento per la valutazione delle istituzioni scolastiche. in alcuni Paesi si ricorre all’utilizzo di specifici tool che forniscono a dirigenti, insegnanti e famiglie, indicazioni circa i risultati degli studenti nei test standardizzati, incrociandoli con i dati sulle condizioni socio-economiche degli allievi, favorendo in tal modo l’individuazione di ambiti problematici in relazione ai processi di insegnamento e di apprendimento ed alla performance della scuola intesa in termini complessivi. in altri Paesi, come si è già richiamato, gli esiti delle prove vengono utilizzati in funzione formativa in vista di una ricognizione delle aree di criticità e di un conseguente potenziamento della preparazione. Sullo sfondo si registra una preoccupazione espressa dal corpo insegnante circa il proprio livello di conoscenze necessarie ad analizzare ed interpretare in modo appropriato i dati relativi alle performance degli studenti. Per tale ragione si scorge la tendenza a predisporre interventi adeguati a livello di policy affinché il personale della scuola impegnato nei processi valutativi venga formato adeguatamente, in modo da possedere le skill necessarie per la raccolta, analisi ed interpretazione dei dati. Si tratta in tal modo di consentire che i risultati della valutazione possano essere correttamente compresi e costituire la base di evidenza per la programmazione delle politiche di sviluppo delle istituzioni scolastiche. i programmi formativi interessano al momento in prevalenza i dirigenti di istituto e gli insegnanti con funzioni di supporto alla direzione nei processi di valutazione. La formazione del personale della scuola sui temi della valutazione è compresa ad esempio nei programmi di formazione in servizio sia in 18 alcuni Länder della Germania, che in diverse Comunità Autonome regionali in Spagna ed a livello di municipalità in islanda, Norvegia ed Ungheria. in Austria il Pädagogischen Institute per la formazione in servizio ha la competenza per la predisposizione di corsi rivolti sia ai docenti che ai dirigenti d’istituto. 1.3. RASSEGNA DI ALCUNI SCENARI NAZIONALI SIGNIFICATIVI IN AMBITO EUROPEO (ISTITUZIONI FORMATIVE) 1.3.1. Inquadramento generale Nel contesto dell’Unione Europea, l’analisi dei sistemi nazionali di accreditamento delle istituzioni formative si è innestata recentemente ai processi di promozione della trasparenza e della qualità della Formazione Professionale in funzione della mobilità a fini formativi. Nella figura seguente (cfr. Fig. 1) si riporta lo schema generale tratto da una delle principali ricerche compiute dal Cedefop negli anni recenti, con indicati compiti e funzioni attribuiti sia alle istituzioni formative che agli Enti competenti per i processi di accreditamento, così come si presentano in larga parte dei Paesi europei. Nella maggioranza dei casi esaminati dal Cedefop, si può osservare come all’organismo di accreditamento si richieda in primo luogo di elaborare i criteri e le norme che devono essere soddisfatte dal provider della VEt per superare il vaglio della valutazione esterna. A tale riguardo, gli Enti accreditanti predispongono specifiche linee guida. Benché i criteri e le norme di riferimento per l’accreditamento varino ampiamente tra diversi Paesi o in relazione allo specifico campo della Formazione, tuttavia si scorgono alcuni elementi centrali comuni che possono fungere da riferimento, anche in una logica di benchmarking. Circa i criteri e gli standard da rispettare, normalmente vengono definiti sistemi di requisiti minimi, in alcuni casi accompagnati da requisiti per raggiungere gradi o livelli di eccellenza. Secondo i risultati della ricerca promossa dal Cedefop per la Commissione Europea, si può affermare che un presupposto per le procedure di accreditamento esaminate nello scenario comunitario è costituito da forme, pur differenziate, di autovalutazione interna della VEt e/o l’implementazione di un sistema di gestione interna della qualità. in una parte dei casi, i sistemi interni di assicurazione della qualità gestiti dalle istituzioni formative devono tener conto obbligatoriamente di criteri e standard definiti dall’organismo esterno di accreditamento, anche se i provider sono in genere liberi di progettare il loro sistema interno di qualità in base alle loro specifiche esigenze. Successivamente alla presentazione della richiesta di accreditamento all’organismo competente, il processo di controllo prevede, anche in questo caso con una pluralità differenziata di approcci, una forma di valutazione esterna. in un certo numero di Paesi, compresi la Danimarca, l’irlanda, i Paesi Bassi e il regno Unito, l’autovalutazione sulla base documentale redatta dai provider della VEt è utiliz19 zata come punto di partenza per la valutazione esterna. Nella maggior parte dei casi non è necessario che l’organismo accreditante effettui la valutazione esterna direttamente con proprie risorse. Solitamente tale compito è delegato ad un gruppo di esperti esterni di sistemi formativi. A volte l’équipe di esperti indipendenti comprende anche i pari (peer), ossia i rappresentanti di altri VEt provider che operano nel medesimo campo. Ulteriori membri del gruppo di valutazione possono essere costituiti dalle parti sociali, da rappresentanti degli allievi, da organizzazioni di settore o da altri gruppi di rappresentanza della società civile. Fig. 1 - Schema del processo di accreditamento dei VET providers Se il risultato della valutazione risulta negativo, l’accreditamento verrà negato e l’istituzione formativa dovrà riformulare la richiesta dopo aver migliorato le sue strutture organizzative e la qualità della formazione erogata. La decisione dell’organismo di valutazione sovente comprende indicazioni e raccomandazioni circa le gli enti accreditanti predispongono specifiche linee guida. Benché i criteri e le norme di riferimento per l’accreditamento varino ampiamente tra diversi paesi o in relazione allo specifico campo della Formazione, tuttavia si scorgono alcuni elementi centrali comuni che possono fungere da riferimento, anche in una logica di benchmarking. Circa i criteri e gli standard da rispettare, normalmente vengono definiti sistemi di requisiti minimi, in alcuni casi accompagnati da requisiti per raggiungere gradi o livelli di eccellenza. Secondo i risultati della ricerca promossa dal Cedefop per la Commissione Europea, si può affermare che un presupposto per le procedure di accreditamento esaminate nello scenario comunitario è costituito da forme, pur differenziate, di autovalutazione interna della VET e / o l’implementazione di un sistema di gestione interna della qualità. In una parte dei casi , i sistemi interni di assicurazione della qualità gestiti dalle istituzioni formative devono tener conto obbligatoriamente di criteri e standard definiti dall’organismo esterno di accreditamento, anche se i provider sono in genere liberi di progettare il loro sistema interno di qualità in base alle loro specifiche esigenze.           20 modifiche necessarie da apportare al sistema formativo. in alcuni Paesi un corpo esterno, collegato all’organismo di accreditamento, può offrire un supporto professionale ai VEt provider, al fine di superare i deficit individuati. in altri casi, quando il risultato della valutazione esterna è critico ma non particolarmente negativo, saranno necessari alcuni ulteriori miglioramenti da apportare. in questo caso solitamente le indicazioni espresse dall’organismo di valutazione esterna possono contenere da un lato una serie di elementi stringenti e vincolanti per l’ottenimento dell’accreditamento, dall’altro alcune raccomandazioni di prospettiva, rispetto alle quali l’Ente di formazione può operare di propria iniziativa. in entrambi i casi l’organismo formativo dovrà dimostrare in un successivo rapporto di miglioramento che sono state apportate modifiche significative al proprio sistema, in modo che l’organismo incaricato per la valutazione esterna possa formulare una positiva proposta di accreditamento. Nel caso in cui la valutazione esterna dia luogo ad un esito positivo, all’istituzione formativa nella maggioranza dei casi viene riconosciuto lo status di Ente accreditato e contestualmente un certificato di qualità. il certificato di qualità non è mai rilasciato per un periodo di tempo illimitato, ma per un periodo definito, al termine del quale sarà necessario procedere ad un rinnovo del processo di accre - ditamento, normalmente intorno ai cinque anni. Nella norma dei casi europei esaminati, il rinnovo si presenta spesso come una procedura meno complessa rispetto all’accreditamento iniziale. Nelle procedure di rinnovo, ad essere valutati sono in particolar modo l’adeguatezza del sistema interno di autovalutazione o del sistema di gestione della qualità. Nei capitoli successivi vengono presentati alcuni casi nazionali particolarmente significativi, concentrandosi in particolare sui criteri per l’accreditamento, che costituiscono il nucleo centrale del processo di valutazione esterna, e sul processo di accreditamento. 1.3.2. Danimarca in Danimarca vi è un unico Ente cui è demandato il compito di accreditare tutti i programmi formativi che fanno capo al Ministero dell’Educazione, il Danish Evaluation Institute (Danmarks Evalueringsinstitut - EVA). i criteri per il sistema di accreditamento sono stati sviluppati da EVA in collaborazione con tutte le parti interessate nel corso della fase pilota che ha coinvolto i rappresentanti dei VEt provider. Va subito sottolineato che nel sistema danese l’unità di riferimento non è costituita solamente dai training provider, ma anche dai programmi di formazione, secondo un modello presente anche in Germania. Ad essere accreditati sono quindi sia i provider che i programmi formativi: – nuovi programmi formativi (accreditamento dei programmi); – offerta di nuovi programmi formativi (accreditamento dei provider); – offerta di programmi formativi già accreditati (accreditamento dei provider). 21 Fig. 2 - Criteri per l’accreditamento dei VET provider in Danimarca Per i nuovi programmi di formazione la qualità dei contenuti di formazione è contenuta nel criterio Learning outcomes (cfr. Fig. 2): – gli obiettivi per la formazione devono risultare fortemente coerenti con la domanda del programma di formazione; – gli obiettivi devono essere descritti in coerenza con il quadro nazionale danese delle qualificazioni; – peso e prioritizzazione delle unità formative devono risultare coerenti con l’obiettivo della formazione e devono essere espressi in crediti secondo il sistema europeo ECtS; – gli elementi relativi alla formazione pratica devono risultare adeguati in relazione alle ulteriori componenti del programma di formazione.  offerta di programmi formativi già accreditati (accreditamento dei provider).             Per i nuovi di Formazione la qualità dei contenuti di Formazione è contenuta nel criterio Learning outcomes (Fig. 2):  gli obiettivi per la Formazione devono risultare fortemente coerenti con la domanda del programma di Formazione;  gli obiettivi devono essere descritti in coerenza con il quadro nazionale danese delle qualificazioni;  peso e prioritizzazione delle unità formative devono risultare coerenti con l’obiettivo della Formazione e devono essere espressi in crediti secondo il sistema europeo ECTS;  gli elementi relativi alla Formazione pratica devono risultare adeguati in relazione alle ulteriori componenti del programma di Formazione. 22 Per i programmi già accreditati e forniti da un nuovo provider deve essere documentata l’esistenza di un numero sufficiente di collocazioni in azienda per la fase di pratica, che siano disponibili presso l’istituzione formativa le necessarie conoscenze e l’ambiente professionale per l’offerta di formazione, oltre che il provider abbia implementato un sistema di garanzia della qualità. i programmi di formazione esistenti sono regolati da criteri relativi alla soddisfazione del cliente e di riferimento ai risultati di apprendimento. in questo caso gli Enti formativi candidati sono tenuti a fornire diverse basi di dati, dal tasso di occupazione degli allievi al termine dei programmi, al sistema di assicurazione di qualità per gli apprendimenti in aula e in setting aziendale, così come per la mobilità formativa internazionale, alla prevenzione di fenomeni di drop-out. i providers devono inoltre esplicitare le attività di valutazione interna ed esterna ed i processi di assessment dei risultati di apprendimento. La sistematica e continua auto-valutazione da parte delle istituzioni formative, così come il sistema di gestione della qualità interna sono precondizioni per l’accreditamento. Le specifiche applicative sono strutturate con criteri e gli indicatori per la gestione interna della qualità, per cui il processo di accreditamento può essere inteso come un esercizio di auto-valutazione. 1.3.3. Germania in Germania la riforma del sistema occupazionale attraverso le Leggi Hartz ha interessato anche il contesto della Formazione Professionale in generale e in particolare il settore finanziato con fondi pubblici. La riorganizzazione della For - mazione Professionale è stata orientata a creare più concorrenza e una maggiore trasparenza tra i provider dell’istruzione e Formazione Professionale, oltre che a migliorarne il grado di qualità. Sia la modifica della Legge sulla Formazione Professionale che la richiesta proveniente dal livello europeo di aumentare la trasparenza dei certificati, delle competenze e della qualità nella Formazione Professionale hanno contribuito a rendere la qualità e la garanzia della qualità quali temi al centro della discussione per lo sviluppo del nuovo sistema di policy. Dal luglio 2004 i VEt provider sono tenuti ad avere un sistema interno di gestione della qualità interna e devono essere valutati sulla base di un certo numero di criteri della qualità da parte di un organismo riconosciuto. i criteri sono stati introdotti nel dettaglio da un regolamento del Ministero Federale dell’Economia e del Lavoro (Bundesministerium für Wirtschaft und Arbeit) sia per la valutazione esterna delle istituzioni formative che per regolare gli organismi autorizzati a svolgere questa valutazione. il sistema di accreditamento è strutturato in due fasi distinte (cfr. Fig. 3), costituito da procedure di certificazione e di accreditamento. Le agenzie formative devono ottenere una certificazione per poter operare, mentre per poter erogare singoli programmi formativi devono aver acquisito una licenza per ciascuno di essi. Nel 23 quadro regolamentare, la valutazione esterna dei fornitori della VEt e dei programmi di formazione è denominata certificazione e gli organismi in capo al rilascio della certificazione vengono denominati agenzie di certificazione (Zertifizierungsstellen) o centri di expertise (Fachkundige Stellen). Per svolgere le proprie attività, queste agenzie o centri devono essere accreditati prima dall’Agenzia Federale per il Lavoro (Bundesagentur für Arbeit), che funge da corpo generale per l’accreditamento. Le agenzie formative devono fare richiesta per la certificazione ad un’agenzia privata, accreditata dall’organismo nazionale. Le agenzie di certificazione possono accreditarsi a livello nazionale, ma anche limitatamente ad un determinato settore economico o educativo entro i confini di un territorio regionale. L’accreditamento delle agenzie di certificazione è temporaneo e vale un periodo di tre anni. inoltre, ogni anno il sistema per garanzia della qualità e lo sviluppo della qualità deve essere verificata dall’organismo nazionale di accreditamento. Fig. 3 - Framework per l’assicurazione e lo sviluppo della qualità in Germania il Consiglio per l’accreditamento (Anerkennungsbeirat) ha la funzione di fornire l’assistenza tecnica all’organismo nazionale di accreditamento e di elaborare raccomandazioni per l’accreditamento e le procedure di certificazione. il Consiglio                  Il Consiglio per l’accreditamento (Anerkennungsbeirat) ha la funzione di fornire l’assistenza tecnica all’organismo nazionale di accreditamento e di elaborare raccomandazioni per l’accreditamento e le procedure di certificazione. Il Consiglio ha al proprio interno rappresentanti sia del Ministero Federale dell’Economia e del Lavoro del Ministero federale dell’Educazione e la ricerca, un rappresentante dei Länder , dei sindacati, organizzazioni datoriali, organizzazioni di fornitori della VET e tre esperti scientifici indipendenti. Per beneficiare di finanziamenti pubblici, le agenzie formative devono essere certificate da un organismo di certificazione accreditato ed propri corsi di Formazione devono essere autorizzati. I VET provider possono richiedere la certificazione a livello nazionale, per le attività di Formazione in alcuni settori economici o educativi o in determinati Land. Per superare la procedura di certificazione, i fornitori della VET devono dimostrare la loro efficienza finanziaria e la capacità formativa, oltre che soddisfare una serie di dettagliate requisiti, tra cui: a) la capacità di supportare l’accesso degli allievi nel mondo del lavoro; b) le qualificazioni, l’esperienza professionale e la partecipazione alla Formazione continua di insegnanti e formatori; c) un sistema efficace per garantire la qualità e lo sviluppo della qualità che comprenda:  l’orientamento al cliente;  la valutazione continua della Formazione erogata basata sull’uso di indicatori quantificabili; 24 ha al proprio interno rappresentanti del Ministero Federale dell’Economia e del Lavoro, del Ministero federale dell’Educazione e la ricerca, un rappresentante dei Länder, dei sindacati, organizzazioni datoriali, organizzazioni di fornitori della VEt e tre esperti scientifici indipendenti. Per beneficiare di finanziamenti pubblici, le agenzie formative devono essere certificate da un organismo di certificazione accreditato ed i propri corsi di formazione devono essere autorizzati. i VEt provider possono richiedere la certificazione a livello nazionale, per le attività di formazione in alcuni settori economici o educativi o in determinati Land. Per superare la procedura di certificazione, i fornitori della VEt devono dimostrare la loro efficienza finanziaria e la capacità formativa, oltre che soddisfare una serie di dettagliati requisiti, tra cui: a) la capacità di supportare l’accesso degli allievi nel mondo del lavoro; b) le qualificazioni, l’esperienza professionale e la partecipazione alla formazione continua di insegnanti e formatori; c) un sistema efficace per garantire la qualità e lo sviluppo della qualità che comprenda: – l’orientamento al cliente; – la valutazione continua della formazione erogata basata sull’uso di indicatori quantificabili; – il miglioramento continuo dell’offerta formativa; – la collaborazione con esperti esterni per lo sviluppo della qualità. Le agenzie formative devono dimostrare di soddisfare ulteriori criteri per ottenere le licenze per i corsi di formazione finanziati con fondi pubblici, che prendano in considerazione: – la condizione specifica dei target groups della formazione; – le loro prospettive per l’accesso al mondo del lavoro; – l’organizzazione dei processi di apprendimento in vista di una qualificazione riconosciuta, o almeno di una parte di essa; – la durata temporale definita del corso di formazione, che includa un’adeguata esperienza pratica di lavoro. L’agenzia di certificazione determina quali fornitori della VEt possano essere certificati e ottenere le licenze formative. in caso di decisione negativa, l’agenzia formativa dispone di tre mesi per dimostrare un miglioramento in relazione ai criteri non soddisfatti; in caso contrario, la domanda viene respinta. Nel caso di decisione positiva, la certificazione rilasciata dall’organismo competente ha una validità triennale. Annualmente, tuttavia, viene effettuato un audit di monitoraggio da parte dell’agenzia di certificazione, centrato sul sistema di gestione della qualità. 1.3.4. Inghilterra Le agenzie formative sono soggette ai criteri – riferiti al sistema di National Vocational qualification (NVq) – richiesti dall’organismo competente (awarding 25 body) che deve approvare i loro programmi di formazione (normalmente BtEC, City and Guilds, Edexcel, oCN), oltre che ai criteri definiti dall’Agenzia delle qualificazioni (ofqual) ed a quelli che sovrintendono il processo di ispezione, definiti dall’ofsted. i principi cardine per l’ottenimento dell’accreditamento sono costituiti dall’autovalutazione e dalla peer review. Benché i diversi Enti regolatori dei processi di accreditamento siano dotati di propri sistemi, tuttavia esistono una serie di linee guida comuni alle quali tutti gli Enti sono tenuti a conformarsi, ossia l’NVq Code of Practice promosso nel 2006 da ofqual ed il manuale per le visite ispettive pubblicato dall’ofsted nel 2008. Secondo il codice di condotta NVq, le agenzie formative devono soddisfare una serie di requisiti generali: ogni centro deve attuare una valutazione interna, esplicita e documentata, per assicurare l’accuratezza e la coerenza della valutazione. Ciascun Ente di formazione deve quindi dotarsi di procedure di auto-valutazione e di monitoraggio, soggette a regolare ispezione da parte di un Ente competente esterno. inoltre, le agenzie formative sono tenute a istituire un corpo di valutatori interni responsabile delle seguenti attività: – raccogliere con regolarità evidenze delle decisioni in campo valutativo prese da tutti i valutatori su tutti gli aspetti della valutazione NVq; – mantenere aggiornati gli esiti delle verifiche interne, assicurando che questi siano disponibili per la verifica esterna; – monitorare e supportare l’attività dei valutatori interni; – promuovere lo sviluppo personale e la formazione dei valutatori; – fornire un feedback al verificatore esterno sull’efficacia della valutazione; – garantire che eventuali azioni correttive richieste da parte dell’organismo esterno di accreditamento siano effettuate entro i limiti temporali concordati. Gli enti accreditanti sono tenuti a controllare il rispetto dei requisiti da parte delle agenzie formative, attraverso l’analisi dei loro sistemi di garanzia di qualità. il supporto fornito dagli Enti per l’accreditamento deve coprire le seguenti aree: – un set di procedure standard per la valutazione in modo che i valutatori possano operare in forma omogenea; – modelli per lo sviluppo di un piano di valutazione interna; – tipi di documentazione che i centri devono tenere per dimostrare l’efficacia delle loro procedure di verifica interna. L’auto-valutazione delle agenzie formative è il presupposto principale per l’accreditamento. Prima di procedere all’accreditamento, ciascun Ente di formazione deve infatti produrre un rapporto di auto-valutazione (Self Evaluation report - SAr), che costituirà la base della valutazione. il rapporto risponde alla funzione di fornire agli ispettori esterni evidenze cruciali per valutare la qualità della leadership 26 e del management, oltre che la capacità del provider di essere orientato ad una logica di miglioramento continuo. Durante l’ispezione, i risultati cui sono pervenuti gli ispettori vengono confrontati con gli elementi forniti dal SAr e discussi nelle riunioni del team ispettivo e con il provider. Un’autovalutazione rigorosa ed un’efficace pianificazione degli interventi rivolti alle aree di miglioramento si ritiene debbano connotare il sistema di gestione della qualità degli Enti di formazione. Alle agenzie formative si richiede di presentare annualmente una relazione di autovalutazione, che definisca qual è lo stato del sistema interno in relazione ai requisiti per l’accreditamento. il report deve essere supportato da un piano di sviluppo che mostri come il provider punterà a gestire le aree di miglioramento, a partire da quali punti di forza. A tal fine, le agenzie formative possono individuare qualsiasi processo o modello soddisfi al meglio le proprie esigenze. Un’appendice del SAr contiene i dati chiave sull’insieme degli iscritti alle attività formative per area disciplinare e settore, tipo di programma ed età dei discenti, nonché le informazioni sui loro tassi di successo e sulle differenze tra gruppi. il nucleo ispettivo considera il livello di inclusività del processo (coinvolgimento del personale, la consultazione degli studenti, contributi di sub-contractors e altri partner esterni), come i dati sono utilizzati per dare giudizi appropriati sui tassi di successo, il completamento del corso ed i risultati del lavoro, la regolarità del processo di identificazione di punti di forza ed aree di miglioramento in modo tempestivo, e infine se gli elementi indicati nel report abbiano o meno un impatto significativo sui discenti. Gli scopi principali di ispezione mirano a rendere conto in forma pubblica e indipendente della qualità dell’istruzione e della formazione erogata, degli standard raggiunti e del grado di efficienza con cui vengono gestite le risorse. inoltre si punta a supportare i processi di auto-miglioramento basati sull’individuazione di punti di forza e aree di miglioramento, evidenziando le buone pratiche messe a punto e definire quali misure devono essere adottate per migliorare l’offerta. L’ispezione esterna, in questa prospettiva di miglioramento basata sulla promozione della dimensione auto-valutativa, fornisce informazioni sulla qualità e gli standard dell’istruzione e della formazione ad una serie di stakeholder: Secretaries of State for Children, Schools and Families, Innovation Universities and Skills, Work and Pensions, Learning and Skills Council for England. il FFE (Framework per l’eccellenza) è un quadro di valutazione delle prestazioni che considera una vasta gamma di attività svolte dai provider. Le dimensioni principali riguardano aspetti chiave sul piano della proattività, efficacia ed efficienza finanziaria. Dall’anno formativo 2008/09, il FFE si applica a tutti i campi della Formazione, dalla further education, all’istruzione terziaria, al sixth-form, ed a tutta la Formazione gestita da agenzie formative private che operano nel campo dell’apprendistato, oltre che tutti gli enti coinvolti nelle politiche a favore della disoccupazione giovanile 27 ogni organismo accreditante offre supporto nel corso del processo di accreditamento che varia da alcuni mesi ad anni, benché mediamente lo status di ente accreditato si ottenga in un arco di tempo che va da 18 a 24 mesi. 1.4. RASSEGNA DI ALCUNI SCENARI NAZIONALI SIGNIFICATIVI IN AREA OCSE (ISTITUZIONI SCOLASTICHE) 1.4.1. Inghilterra Nel sistema educativo inglese le istituzioni scolastiche che beneficiano di finanziamenti pubblici sono tenute a rispondere delle performance ottenute ad un consiglio direttivo formato da rappresentanti dei principali portatori di interesse, quali le famiglie, il personale e gli attori della comunità locale. tale processo di accertamento del livello di accountability espresso dalla scuola si attua mediante un sistema di autovalutazione, cui è correlato un processo di miglioramento continuo. oltre a ciò, nel contesto inglese vige da tempo un sistema di valutazione esterna delle istituzioni scolastiche, posto in opera da organismi di carattere nazionale. A. Valutazione interna Data l’ampia autonomia di cui godono nel sistema educativo inglese, le istituzioni scolastiche, tanto nel settore primario che in quello secondario, sono ritenute responsabili in prima istanza dell’assicurazione di qualità prodotta, nella forma di dispositivi e pratiche di autovalutazione, denominate self-evaluation o self-assessment. Benché non si tratti di una pratica recente, l’autovalutazione è stata sempre promossa e sostenuta da parte del Governo e degli Enti locali negli anni recenti, intesa come un fattore essenziale diretto al miglioramento della scuola. La responsabilità del processo di autovalutazione ricade in primo luogo sul consiglio direttivo e sul dirigente di ciascuna istituzione scolastica. in particolare, il preside insieme al senior management sono impegnati a mantenere un regolare controllo sui livelli di performance espressi dalla scuola, allo scopo di approntare adeguate politiche di fronteggiamento delle criticità e di promozione di una logica di miglioramento continuo. Per fare ciò, si rende necessario un costante monitoraggio che copra tutte le più significative componenti del sistema scolastico. Dal canto suo, il consiglio direttivo necessita di un flusso regolare di informazione circa la performance complessiva ottenuta dalla scuola, così come del livello del management ivi impegnato, in modo da poter esprimere la propria funzione strategica e di indirizzo sulla base di dati certi ed aggiornati. Al tempo stesso è cura del consiglio direttivo assicurarsi che presso la scuola sia attivo un sistema adeguato ed efficiente di monitoraggio e di valutazione della performance. in tal senso è previsto che nei regolamenti varati a cadenza annuale, il Governing body possa fissare livelli minimi circa i risultati di apprendimento da conseguire da parte degli allievi. 28 il sistema di ispezioni scolastiche, introdotto nel settembre del 2005 e da allora rivisto e modificato a più riprese, pone grande enfasi sul dispositivo di autovalutazione, concepito nei termini di uno strumento che consente di perseguire un costante miglioramento della scuola, correlato alla pratica della valutazione esterna. Nel corso del 2004 in forma congiunta da parte dell’allora DfES (ora divenuto il Department for Children, Schools and Families - DCSF) e dell’ofsted è stata pubblicata una guida per le istituzioni scolastiche dal titolo A New Relationship with Schools: Improving performance through school self-evaluation and development planning. il sistema di controllo stabilisce che spetti alla scuola l’assunzione di un approccio proattivo, dimostrando agli ispettori in visita presso di essa che è in grado non solo di diagnosticare i propri punti di forza e di debolezza, ma anche di operare nel senso di promuoverne il miglioramento e lo sviluppo. Poiché il nuovo sistema prevede che alle istituzioni scolastiche venga dato un preavviso molto breve circa l’imminente ispezione, si genera nel sistema un’aspettativa tale per cui le scuole sono stimolate a tenere costantemente aggiornati i dati che emergono dall’autovalutazione o SEF (School Effectiveness Framework), contenuti nel database centralizzato gestito dall’ofsted. Nello specifico, lo School Effectiveness Framework richiede alle scuole: – di valutare i propri progressi sulla base dei criteri alla base delle procedure ispettive; – di definire le principali evidenze su cui si basa la valutazione; – di identificare i propri punti di forza e di debolezza; – di descrivere le azioni che la scuola intende intraprendere per fronteggiare i punti di debolezza e incrementare ulteriormente i punti di forza. inoltre, alcune scuole si servono di standard di qualità a carattere nazionale, per valutare attività e compiti particolari. A titolo di esempio, lo standard Investors in People è focalizzato sullo sviluppo del personale per migliorare le prestazioni organizzative, mentre il Charter Mark accredita un buon servizio fornito ai clienti nelle organizzazioni del settore pubblico. L’autovalutazione è facilitata dalle dettagliate analisi delle performance, fornite dall’ofsted, nei test e negli esami nazionali, che misurano anche il valore aggiunto e il progresso degli studenti. Nella maggior parte delle scuole il giudizio sugli standard e i progressi compiuti dagli studenti si basa soprattutto sui dati relativi alle performance, a loro volta basati sui risultati dei test nazionali di valutazione. La politica varata di recente dal Governo inglese e diretta al miglioramento del sistema scolastico, denominata Every School A Good School, pone un forte accento sulla necessità che le scuole assumano la responsabilità di implementare dispositivi di autovalutazione rigorosamente fondati e di utilizzarli con sistematicità per costituire la base di una pianificazione dello sviluppo scolastico e della definizione degli obiettivi. il documento definisce gli indicatori di qualità da utilizzarsi da parte di 29 tutti i soggetti coinvolti nel miglioramento dei processi della scuola. Si prevede che tali indicatori vengano utilizzati per fornire un quadro aggiornato della performance espressa dalla scuola, così come di una serie di informazioni di carattere contestuale. in inghilterra l’autovalutazione delle scuole e le attività strettamente correlate di definizione degli obiettivi e di miglioramento dei processi e risultati raggiunti si fondano sulla raccolta e l’analisi di dati. La massa di dati viene utilizzata dal livello centrale per monitorare i progressi nella direzione degli obiettivi di rilievo nazionale, così come per alimentare le pratiche di valutazione esterna, attuata mediante le ispezioni svolte da parte degli ispettori nazionali e dalle autorità locali per monitorare il grado di performance delle istituzioni scolastiche di loro competenza. i dati costituiscono un riferimento fondamentale anche per la pratica dell’autova - lutazione curata da ciascuna scuola. Le scuole sono sostenute nell’uso di questi dati da una serie di dispositivi e di tool informatici prodotti sia dal Governo centrale che dalle autorità locali. tali strumenti consentono alle scuole di esaminare l’andamento della scuola nel suo insieme e le prestazioni dei diversi gruppi all’interno della scuola, così come di raffrontarle con altre scuole. il sistema rAiSEonline, promosso a livello centrale, online (Reporting and Analysis for Improvement through School self-Evaluation) fornisce un’analisi interattiva dei dati di performance della scuola e degli alunni. il sistema è stato implementato nell’estate del 2006 affinché ne potessero usufruire sia le scuole che le autorità locali e gli ispettori dell’ofsted, oltre che partner esterni del sistema scolastico su base territoriale. il dispositivo è diretto a supportare l’autovalutazione delle scuole, le visite ispettive, oltre che a promuovere il miglioramento complessivo del sistema educativo. il corpo degli ispettori ed i partner esterni delle scuole utilizzano l’analisi dei dati, consentita dall’impiego del dispositivo, per formulare ipotesi e per definire un punto di partenza nella discussione con le scuole. infatti, il sistema di valutazione esterna richiede agli organismi dirigenziali delle scuole di formulare giudizi sui punti di forza e di debolezza delle istituzioni da loro dirette e di fornire prove documentate, sulla base di dati, a sostegno di quanto affermano di volta in volta. La scheda di autovalutazione (SEF - Self Evaluation Form) fornisce un quadro di riferimento ed il tipo di analisi che è disponibile in rAiSEonline supporta le scuole nel realizzare il processo di autovalutazione. tuttavia, l’utilizzo dello strumento non è obbligatorio, dato che le istituzioni scolastiche possono usare metodi alternativi per condurre l’autovalutazione ed impostare la formulazione degli obiettivi di miglioramento. B. Valutazione esterna in inghilterra vige un sistema ben definito per la valutazione esterna delle istituzioni scolastiche, gestito dall’ispettorato nazionale. L’intero processo di ispezione che ha luogo nelle scuole, sia primarie che secondarie, viene effettuato ai sensi dell’articolo 5 della Legge sull’istruzione del 2005. il dispositivo si sostanzia in un 30 processo di raccolta di elementi di prova al fine di fornire una valutazione della performance che la scuola sta esprimendo, in relazione ad una serie di aspetti diversi. Gli obiettivi dell’ispezione delle scuole sono: – fornire una valutazione esterna e indipendente delle scuole; – promuovere una cultura mirata a una rigorosa autovalutazione e al miglioramento della qualità all’interno della scuola; – informare i genitori della qualità e degli standard della scuola dei loro figli; – contribuire al miglioramento identificando i punti forti e i punti deboli di ogni scuola; – dare indicazioni al Governo sulla base dei dati emersi dalle ispezioni. Per legge, gli ispettori valutano e stendono il loro rapporto su: la qualità del - l’istruzione impartita; il grado in cui essa soddisfa i bisogni diversi degli studenti; gli standard educativi raggiunti; la qualità della leadership e del management; lo sviluppo spirituale, morale, sociale e culturale degli studenti; il contributo della scuola al benessere degli studenti e alla promozione della coesione sociale. Le ispezioni sono di breve durata e fortemente mirate e il dialogo con i dirigenti e con il middle management riveste un ruolo centrale. Gli esiti cui è giunta l’autovalutazione operata dalla scuola forniscono il punto di partenza per gli ispettori. Al tempo stesso sono prese in seria considerazione le opinioni di allievi, genitori e ulteriori stakeholder. Le ispezioni sono condotte da un ispettore capo (lead inspector) e, a seconda delle dimensioni della scuola, da una squadra di ispettori. Di norma, il numero di ispettori coinvolti è proporzionale ai bisogni di supporto per il miglioramento. La Legge sull’istruzione promulgata in inghilterra nel 2005, prevede che il responsabile del servizio nazionale di ispettorato (Majesty’s Chief Inspector) sia tenuto ad informare regolarmente il Segretario di Stato seguenti sulle materie: – quale sia la qualità dell’istruzione fornita da ciascuna scuola; – in quale misura la formazione soddisfi le esigenze della gamma degli alunni; – quali siano gli standard educativi raggiunti in ciascuna scuola; – la qualità della leadership e del management delle scuole, incluso se le risorse finanziarie messe a disposizione delle scuole godano di una gestione efficace; – il grado di sviluppo spirituale, morale, sociale e culturale degli alunni nelle scuole; – il contributo fornito dalla scuola al benessere degli alunni; – il contributo fornito dalla scuola alla coesione della comunità. inoltre, la legge sul sistema di ispezioni nella sfera dell’istruzione (Education and Inspections Act), varata nel 2006, prevede che l’ofsted svolga la propria at tività in modo da incoraggiare i servizi che controlla a migliorare, essere user-focused e ad essere efficienti ed efficaci nell’utilizzo delle risorse. i principi generali che orientano le ispezioni effettuate dall’ofsted sono contenuti nell’Ofsted Inspects del 2009. 31 il quadro di riferimento per il sistema di ispezioni scolastiche si applica a tutte le scuole a finanziamento pubblico, comprese le scuole speciali. Nel settembre del 2009 l’ofsted, ha iniziato a variare la frequenza delle ispezioni delle scuole in base ai risultati ottenuti al termine delle precedenti valutazioni esterne ed una valutazione annuale del loro andamento successivo. quest’ultimo elemento comporta un’analisi dei dati della scuola ed il loro confronto con lo scenario nazionale. A partire dal 2010 la procedura in questione include anche le opinioni dei genitori, alunni e degli altri stakeholder. in particolare, il punto di vista dei genitori ora influenza la scelta delle scuole che devono essere ispezionate. Nel caso i dati non risultino disponibili o non appaiano tali da fornire un quadro organico della performance ottenuta dalla scuola, si ricorre al rapporto di ispezione precedente o in alternativa ai dati tratti dall’autovalutazione e contenuti nella Self Evaluation Form. Dal settembre 2009, le scuole giudicate buone o ottime al precedente controllo vengono ispezionate ad intervalli di cinque anni circa, a meno che non intervengano le seguenti eventualità, dalle quali emerga che debbano essere sottoposte ad un nuovo controllo prima del trascorrere del quinquennio: – la valutazione annuale delle prestazioni, svolta sulla base del database centralizzato, dia risultati non in linea con le attese; – vi siano motivi di preoccupazione legati alla sicurezza o al benessere degli allievi; – l’ofsted abbia ricevuto e investigato su una denuncia circostanziata relativa ad una scuola, cui si aggiungano ulteriori elementi di criticità segnalati da più fonti; – la scuola sia stata fatta rientrare nel campione prescelto per assicurare che la relazione annuale dell’ispettore Generale rifletta uno spaccato delle scuole di ogni ordine e grado, oltre che di tutti i livelli di performance rilevati; – si tratti di scuole speciali o residenziali. Le scuole che si attestino sul livello soddisfacente nel corso della precedente ispezione vengono sottoposte a controllo ad una cadenza triennale. Una quota significativa di queste scuole ricevere ispezioni di controllo per verificare i loro progressi dopo l’ultima ispezione completa ivi realizzata. Le scuole giudicate inadeguate circa il loro livello di efficacia complessiva continuano a ricevere visite di controllo e subiscono una nuova ispezione dopo un determinato periodo di tempo. Se l’efficacia complessiva di una scuola è giudicata inadeguata, gli ispettori sono tenuti a decidere se richiede misure speciali (special measures), o la richiesta di un miglioramento significativo (notice to improve). Le scuole richiedono misure speciali qualora non riescono a fornire agli allievi un accettabile standard di istruzione, e quando i soggetti responsabili della programmazione, gestione e Governo della scuola non dimostrino la capacità di garantire il necessario miglioramento. Differentemente, una scuola necessita miglioramento significativo quando non riesce a fornire uno standard accettabile di educa32 zione, ma al contempo dimostra una capacità di migliorare, o quando si attesti su un livello significativamente inferiore a quello che ci si attenderebbe. 1.4.2. Francia A. Quadro generale del sistema di valutazione delle scuole La formazione delle istituzioni scolastiche in Francia non passa attraverso un protocollo unico e definito. Si tratta di una grande varietà di pratiche, alcune istituite dall’amministrazione centrale, altre dalle académie, ossia dall’equivalente dei provveditorati. Per fare questo, in un periodo di circa due decenni, sono stati sviluppati molteplici strumenti e dispositivi per la misurazione e il monitoraggio delle prestazioni messi a disposizione dei diversi valutatori del sistema educativo. La cultura della valutazione, in generale, non è ancora molto diffusa in Francia, in particolare tra gli attori del sistema di istruzione. Solo la valutazione degli studenti risulta essere una pratica completamente implementata. inoltre, l’autonomia didattica e pedagogica delle scuole in Francia è molto contenuta: è quasi inesistente nelle scuole primarie molto limitata nella scuola secondaria. infatti, le politiche e le linee guida, nonché i programmi educativi ed piani di studio sono definiti dall’amministrazione centrale e poi attuati dalle académie. infine, gli ispettori, sia generali che territoriali, non sono numerosi a tal punto da consentire di mettere in opera un protocollo di valutazione esterna basato su una programmazione poliennale. tuttavia, negli anni recenti si è assistito ad un processo di standardizzazione delle pratiche che possono essere poste alla base della valutazione delle istituzioni scolastiche. L’attuazione della legge quadro del 2006 rende obbligatoria la valutazione dei servizi pubblici statali per misurarne il grado di efficacia, l’efficienza ed equità. Per quanto riguarda il sistema di educazione nazionale, si è posto in opera un dispositivo per la misurazione delle prestazioni del sistema di istruzione in termini di risultati degli studenti e delle scuole. inoltre, la legge quadro sul sistema scolastico del 2005 rafforza il grado di responsabilità e autonomia della scuola secondaria, introducendo l’obbligo di creare un consiglio pedagogico in ogni scuola. inoltre, ogni académie è libera di implementare protocolli di valutazione delle scuole secondo priorità definite. Le attuali pratiche di valutazione della performance delle scuole si iscrivono in un processo di miglioramento del rendimento degli studenti attraverso un Governo più vicino delle politiche alle peculiarità locali. L’enfasi è sulla gestione delle risorse finanziarie e umane, ma anche la coerenza e l’impatto delle attività educative attuate in ogni scuola in relazione alle difficoltà che le sono proprie. Secondo diversi livelli del sistema di istruzione, gli obiettivi concernenti la valutazione delle scuole sono di volta in volta diversi: – misurare l’efficienza del sistema educativo attraverso le performance delle istituzioni scolastiche; – adattare la gestione delle risorse umane ai fabbisogni delle diverse scuole; 33 – verificare che le scuole rispettino e applichino i programmi nazionali e gli orientamenti nazionali in campo pedagogico ed educativo; – misurare l’impatto dell’autonomia concessa alle scuole del ciclo superiore attraverso azioni attuate a livello locale, al fine di migliorare i risultati degli studenti; – identificare il valore aggiunto delle scuole; – analizzare il rapporto tra i diversi metodi in campo didattico e valutativo ed i risultati sul rendimento degli studenti; – osservare le buone pratiche di insegnamento, al fine di favorirne il transfer; – promuovere la comparazione tra risultati ottenuti dalle diverse istituzioni scolastiche; – sviluppare le pratiche interne di auto-valutazione nelle scuole, in modo da favorirne il miglioramento continuo. Come si è già osservato in precedenza, non esiste in Francia un protocollo unico per la valutazione delle istituzioni scolastiche; tuttavia, i diversi attori del sistema hanno a loro disposizione un certo numero di strumenti e per attuare pratiche di valutazione interna ed esterna delle scuole. Alcuni dispositivi di misurazione ed indicatori di performance, sia qualitativi che quantitativi, sono stati sviluppati nel tempo dal livello centrale e dalle académie. Altrettanto si può affermare circa la messa a punto di strumenti di valutazione definiti a livello di singola scuola entro le diverse équipe pedagogiche ed educative, così come a livello di istituto. infine, la creazione di forme di cooperazione tra accademie e scuole superiori ha rafforzato la collaborazione tra le académie e i dirigenti scolastici ed i controlli del corpo degli ispettori nell’ambito della valutazione degli insegnanti hanno visto un’interazione sempre maggiore tra questi ed i capi di istituto. Le ispezioni generali possono dare luogo ad analisi su determinate coorti di scuole, ma tale processo sino ad ora ha riguardato in misura maggiore l’implementazione di particolari riforme ed azioni di sistema, piuttosto che il livello di performance delle singole scuole. Anche se non esiste una procedura di valutazione a carattere nazionale, la varietà di strumenti e gli attori al servizio della valutazione delle istituzioni scolastiche possono permettere agli istituti scolastici di valutare le proprie prestazioni, in particolare per quanto riguarda i risultati degli studenti. Le responsabilità per la valutazione delle scuole si sviluppa attraverso diversi livelli: – all’interno dell’amministrazione centrale, la DEPP e la DGESCo sviluppano gli strumenti (indicatori ed indagini) necessari ai differenti organi responsabili della valutazione per stabilire gli aspetti diagnostici e l’evoluzione della performance delle istituzioni scolastiche; – le autorità afferenti all’académie definiscono i propri protocolli di valutazione e definiscono forme di collaborazione con la scuola secondaria; – i corpi ispettivi verificano la messa in opera delle politiche dell’istruzione all’interno delle scuole, promuovono le pratiche di autovalutazione e controllano la qualità dei sistemi di valutazione e dei loro effetti; 34 – i dirigenti scolastici fissano le azioni e le direttrici di lavoro con il concorso delle équipe pedagogiche e pongono in atto le procedure di autovalutazione. La valutazione delle scuole fa parte del quadro globale di valutazione delle prestazioni del sistema educativo francese e delle politiche messe in atto dal Ministero di Educazione Nazionale; contribuisce quindi alla valutazione delle académie e dei dirigenti scolastici. in tal senso è considerata inseparabile dalla valutazione degli studenti, strumento di riferimento fondamentale per la misurazione delle prestazioni delle scuole. B. Procedure per la valutazione delle scuole e indicatori nazionali i criteri di performance sono finalizzati a valutare le azioni realizzate dalle scuole allo scopo di garantire il successo scolastico di tutti gli allievi. Pertanto, i criteri utilizzati tengono conto della carriera degli studenti e del loro rendimento scolastico. Per ciascuna scuola di ordine superiore, ad essere utilizzate come rife - rimenti per la valutazione sono alcune forme di comparazione con i valori medi a livello nazionale, di académie e dipartimentali. i criteri di base sono i seguenti: – il tasso di successo degli studenti negli esami nazionali, i tassi di ottenimento dei diplomi, di frequenza e di ripetizione, il tasso di completamento, il tasso di abbandono; – l’orientamento degli allievi all’interno della scuola e le loro forme di fuoriuscita, così come le forme di inserimento professionale; – la vita scolastica degli allievi (ritardi, assenze, etc.). tuttavia, questi criteri di base non sono soli, dato che ogni académie è libera di completarli con l’aggiunta di criteri adeguati alle specificità locali. in sintesi, nel contesto francese non esistono norme o riferimenti a carattere nazionale fissati dal Governo centrale, quanto piuttosto ingiunzioni, obiettivi, orientamenti, rivolti al sistema di istruzione, che servono come linee orientative per l’azione delle scuole. Per misurare l’efficacia delle azioni poste in opera dalle scuole e valutare la loro performance, sono disponibili alcuni indicatori ad uso dei valutatori e dei soggetti valutati, che consentono la messa a punto di database. Vi sono diversi tipi di indicatori: indicatori di attività, indicatori di struttura (risorse), indicatori di processo e di risultato. Gli indicatori sono utilizzati dalle académie e dai dirigenti scolastici nelle diverse fasi di valutazione delle istituzioni scolastiche: – al momento della diagnosi per conoscere il livello iniziale su cui si colloca la scuola; – per la negoziazione tra académie e singola scuola superiore degli obiettivi perseguiti dalla scuola (contrat d’objectifs), allo scopo di fissarne le caratteristiche fondamentali; 35 – per la costruzione del progetto della scuola e definirne le direttrici di azione; – per il monitoraggio e la valutazione del contrat d’objectifs, allo scopo di rendere conto e di calibrare le azioni intraprese dalla scuola, per misurare l’efficacia delle riforme e delle soluzioni poste in opera, per tenere traccia dei risultati ottenuti e verificare la continuità dei cambiamenti introdotti; – per eseguire un confronto temporale e geografico in relazione a vari livelli: di singola scuola, di bacino scolastico, di dipartimento, di académie, e con i valori espressi dal sistema a livello nazionale. in sintesi, l’uso degli indicatori non è obbligatorio, si tratta di strumenti a disposizione delle académie e dei dirigenti scolastici. C. Sistema per il pilotaggio e autovalutazione delle scuole (APAE) introdotto a partire dal gennaio 2011 dalla DEPP, il sistema APAE (aide au pilotage et à l’auto-évaluation des établissements) restituisce alla comunità educativa informazioni ed indicatori per ciascuna scuola. tali indicatori sono forniti alla DEPP da banche dati diverse e sistemi di informazione del Ministero. Gli indicatori sono declinati su più categorie: – identificazione (coordinate dell’istituzione, caratteristiche della scuola, contrat d’objectifs, projet d’établissement); – Popolazione scolastica (numero di studenti, caratteristiche degli studenti, difficoltà di apprendimento); – risorse umane e materiali (caratteristiche del personale, risorse materiali); – Performance [percorsi degli allievi (frequenza di ripetizione e di passaggio), risultati degli allievi (tasso di accesso alle classi superiori, tasso di successo alle prove nazionali dei diplomi) vita scolastica e attrattività della scuola]. La maggior parte degli indicatori sono declinati con i loro riferimenti geografici (dipartimento, académie) e per una quota importante secondo una dimensione diacronica, per lo più sugli ultimi cinque anni. L’obiettivo principale del dispositivo APAE è di offrire ai dirigenti scolastici indicatori completi ed esaustivi per porre in opera un’autovalutazione della scuola, e al tempo stesso di fornire alle autorità dell’académie e centrali dati di performance delle scuole, necessari perché le académie possano stabilire un dialogo con il sistema scolastico locale e al tempo stesso al coordinamento del sistema educativo nel suo complesso. D. Indicatori del valore aggiunto dei licei (IVAL) il sistema iVAL (indicateurs de valeur ajoutée des lycées), sviluppato dal Ministero dell’istruzione Nazionale, nello specifico dalla DEPP (Direction de l’Évaluation, de la Prospective et de la Performance), riguarda i licei pubblici e privati finanziati con risorse pubbliche. Si tratta di indicatori pubblicati sul sito del Ministero, disponibili pertanto per l’intera comunità educativa, ma anche per le famiglie, che rispondono ad un triplice obiettivo: 36 – rendere conto dei risultati espressi dal servizio pubblico di educazione nazionale; – fornire ai responsabili del sistema educativo ai vari livelli strumenti per valutare l’efficacia delle azioni poste in campo; – misurare il valore aggiunto di ciascuna scuola. tali indicatori, prodotti annualmente, considerano: – l’offerta educativa della scuola; – le caratteristiche degli studenti (età, origine sociale, sesso, livello di istruzione di ingresso al liceo, etc.); – fattori legati alla struttura della scuola (percentuale di femmine, quota degli allievi con ritardo scolastico, percentuale degli allievi per categoria socio-professionale dei genitori, etc.). L’iVAL comprende tre indicatori ulteriori: – il tasso di successo all’esame di maturità (baccalauréat): numero di allievi che hanno superato l’esame in rapporto al numero degli ammessi; – il tasso di accesso all’esame di maturità: probabilità di un allievo che frequenta il secondo anno di ottenere il baccalaureato al termine di una carriera scolastica effettuata interamente dentro l’istituto, nel numero minimo di annualità necessarie; – la proporzione dei diplomati in rapporto agli uscenti: numero di allievi che hanno ottenuto il baccalaureato in rapporto all’insieme degli allievi che ha lasciato definitivamente l’istituto. tale indicatore può essere rapportato agli allievi, indipendentemente dalla classe in cui siano situati, o specificamente alle classi terminali, ossia la prima e l’ultima in cui è scandito il percorso liceale, cosa che permette di valutare l’efficacia della ripetizione dell’annualità. Un confronto tra il rendimento degli studenti viene fatto tra licei con caratteristiche di base identiche, per misurarne il valore aggiunto, ossia l’effetto prodotto dal liceo in questione sulla carriera scolastica dell’allievi, a prescindere dalla condizione socio-economica della famiglia cui appartiene. E. Il progetto scolastico (Projet d’école ou d’établissement) il progetto scolastico è obbligatorio dopo il varo della legge quadro sul sistema scolastico del 1989 per tutte le scuole, sia pubbliche che private a finanziamento pubblico ed è stato confermato dalla successiva legge quadro del 2005. richiede l’elaborazione di un progetto da parte di ciascuna scuola, sia primaria che secondaria, alla creazione di un consiglio pedagogico, al fine di porre l’accento sulla componente pedagogica ed educativa che va affiancata alla gestione amministrativa della scuola. il suo obiettivo primario è quello di adattare gli orientamenti e le politiche nazionali e delle académie alle specificità di ciascuna scuola. il progetto, di durata triennale, comprende aspetti quali la definizione delle linee di azione strategiche, la 37 convergenza delle pratiche educative, la coerentizzazione delle diverse azioni intraprese in seno alla scuola, il miglioramento dell’efficacia delle forme di governo dell’istituzione scolastica da parte dei dirigenti scolastici. Per fare questo, il progetto scolastico segue un processo di elaborazione specifico, basato su quattro fasi: – diagnosi della scuola; – definizione degli assi del progetto; – elaborazione e presentazione del programma d’azione; – valutazione. La diagnosi deve essere basata su indicatori (nazionali e/o di académie). Gli indicatori permettono di valutare il progresso dei risultati delle azioni intraprese. Ciascuna scuola è libera ed incoraggiata ad utilizzare le basi di dati messe a disposizione a vario livello. Gli indicatori più usati riguardano: – le caratteristiche della popolazione scolastica; – il percorso effettuato dagli allievi (ripetizione, riorientamento, opzioni, etc.); – i risultati ottenuti dagli allievi nelle differenti fasi di valutazione del ciclo secondario (diplomi); – la vita scolastica; – l’ambiente; – i rapporti della scuola con i partner (enti locali, associazioni culturali ed artistiche, etc.); – i beneficiari (allievi, famiglie degli allievi). F. Il contratto sugli obiettivi (Contrat d’objectifs) istituito con la legge quadro del sistema scolastico del 2005, il contrat d’objectifs tra le autorità delle académie e ciascuna scuola si inserisce in un processo di decentramento che ha investito l’intero settore pubblico francese. Ne consegue una maggiore enfasi posta sull’autonomia e responsabilizzazione delle istituzioni scolastiche in rapporto all’autorità centrale e locale. Al loro arrivo nella nuova scuola e successivamente ogni tre anni per la scuola media e ogni quattro per i licei, i dirigenti scolastici, con il concorso dell’intera comunità educativa, devono condurre una diagnosi dell’istituzione scolastica, sulla base dei punti di forza, di debolezza e delle possibili evoluzioni. Una volta che la diagnosi è stata eseguita, il dirigente scolastico ne redige una sintesi, con inclusi i dati, gli indicatori e la definizione di due o al massimo tre assi di sviluppo, che consegna alle autorità dell’académie. queste, in collaborazione con il dirigente scolastico, definiscono un contrat d’objectifs per ciascuna scuola. ogni obiettivo è correlato ad un programma d’azione, corredato da indicatori di risultato. il contrat d’objectifs è oggetto di una duplice valutazione: una valutazione annuale interna ed una valutazione finale esterna. il dirigente scolastico, con il concorso del consiglio pedagogico, produce annualmente un rapporto sullo stato di 38 avanzamento del progetto. La valutazione esterna, curata da un corpo di ispettori, si tiene alla conclusione del contratto. 1.4.3. Svezia La valutazione delle scuole in Svezia ha una tradizione che risale alla fine degli anni Cinquanta. La finalità principale alla base della valutazione delle scuole è quella di garantire una scuola equa in cui ogni studente ha l’opportunità di raggiungere gli obiettivi fissati nel piano di studi. La valutazione avviene a diversi livelli del sistema educativo. il sistema di valutazione ha avuto un’evoluzione frammentaria, derivando in parte dai bisogni delle scuole, delle municipalità, così come da ulteriori attori, in parte come derivazione dei processi di progressivo sviluppo delle agenzie nazionali e degli organismi del Ministero dell’istruzione e della ricerca. Ciò significa che le diverse parti del sistema possono non essere strettamente coordinate le une con le altre. Gli insegnanti e capi di istituto sono responsabili della valutazione interna operata quotidianamente nelle scuole. il capo di istituto riferisce direttamente alla municipalità. tuttavia differiscono da Comune a Comune – e talvolta tra le scuole all’interno dello stesso Comune – il modo e la frequenza con cui la valutazione viene realizzata, i metodi ed i criteri utilizzati, il fatto se sia di tipo sistematico o ad hoc. Non è raro che i Comuni utilizzino strumenti quali ad esempio Siq – uno strumento sviluppato dall’istituto svedese per la qualità; la Carta a punti della qualità; qualis – un modello di certificazione sviluppato appositamente per il settore scuola, o strumenti simili. Ma non esistono attualmente dati disponibili per quanto riguarda il numero di Comuni che hanno adottato tali strumenti in modo sistematico. Alcuni Comuni realizzano la valutazione degli apprendimenti secondo schemi sviluppati ad hoc. in altri casi le municipalità curano la valutazione per mezzo di una sorta di ispettori scolastici comunali, come nel caso di Stoccolma. il NAE (Ufficio nazionale per la valutazione del sistema scolastico) ha messo a punto uno strumento di auto-valutazione per gli insegnanti e le scuole denominato BrUK, con indicatori basati sul curriculum nazionale e sui piani di studio. inoltre, alcuni comuni utilizzano di norma insegnanti provenienti da comuni limitrofi come valutatori. in genere, questi insegnanti sono preparati da parte delle municipalità con una breve attività di presentazione del sistema scolastico locale, ma non ricevono alcuna formazione formale nella pratica della valutazione. L’uso di ulteriori valutatori esterni, come ricercatori o consulenti di valutazione, sembra raro. qualora utilizzati vengono fatti rientrare come esperti all’interno di specifici progetti. A. La valutazione interna Fino al passato recente vi era un obbligo imposto alle scuole, relativo all’assicurazione della qualità e al miglioramento continuo. in conformità con l’ordinanza del 1997 relativa alla reportistica sulla qualità, che è attualmente in fase di revi39 sione, le scuole erano tenute a sviluppare analisi e relazioni sulla qualità, come una fase nel processo continuo di follow-up e di valutazione delle attività scolastiche. tale analisi sistematica della qualità mirava a individuare periodicamente i prerequisiti necessari per operare nella direzione degli obiettivi nazionali, sviluppando processi di lavoro, valutandone i risultati e prendendo le misure appropriate. Per garantire che i miglioramenti fossero sostenibili e che fosse stata arricchita la qualità prodotta dalla scuola, la tendenza si basava su diverse forme di monitoraggio nel tempo. Le forme di rendicontazione della qualità espressa, in termini di report e di comunicazioni alle municipalità, sono state considerate uno strumento efficace per verificare regolarmente dove fosse giunta l’organizzazione nello sforzo verso il miglioramento continuo. ogni comune era tenuto a redigere una relazione sulla qualità delle scuole a livello municipale. ogni scuola a sua volta era tenuta a definire un piano della qualità a livello operativo. tuttavia l’obbligo di presentare una relazione annuale sulla qualità creata si è rilevato abbia imposto agli insegnanti ed ai capi di istituto di concentrare molte attività su aspetti prevalentemente formali e burocratici. inoltre, il processo di redazione delle relazioni sulla qualità e l’uso dei loro risultati non ha sortito gli effetti previsti. Si è ritenuto pertanto che l’uso limitato e gli effetti prodotti dal sistema di comunicazione non giustificassero il lavoro di analisi e reporting. Pertanto, da alcuni anni non vi è più l’obbligo per le scuole di presentare tali relazioni. questa decisione deve essere considerata anche alla luce della discussioni in corso nel mondo della scuola, secondo cui il tempo trascorso dagli insegnanti nelle attività didattiche concrete sarebbe insufficiente, mentre verrebbe destinato in parte eccessiva per altri generi di impegni extradidattici. il NAE ha sviluppato uno strumento per l’auto-valutazione della qualità in tutte le attività curricolari, denominato BrUK (Bedömning, reflektion, Utvärdering, Kvalitet - Accertamento, riflessione, Valutazione e qualità). L’auto-valutazione usa indicatori che si sviluppano sulla base dei documenti di politica scolastica nazionale. BrUK può fornire supporto nell’autovalutazione ad un team di insegnanti, così come ad una scuola, o una municipalità. Lo strumento può essere usato per avviare processi di sviluppo e come parte del lavoro sistematico sulla qualità. in particolare, può essere utilizzato nel processo di definizione degli obiettivi, implementazione, valutazione dell’efficacia, analisi e formulazione degli obiettivi operativi, sviluppo continuo dei processi. BrUK si articola su aree principali: processi, raggiungimento degli obiettivi e fattori di contesto. È graduato su cinque livelli a partire dalle aree di indicatori, fino alla specificazione dei singoli indicatori e dei criteri. Un criterio è una definizione riguardante le operazioni. ogni criterio è suddiviso sulla base di una scala di sei livelli a partire dalla constatazione che “il criterio non coincide in alcun modo con le operazioni realizzate nella scuola”, passando per “il lavoro è iniziato e si è sulla buona strada”, sino “al criterio caratterizza pienamente le operazioni”. Una volta che gli insegnanti abbiano concluso la loro valutazione della situazione corrente, sono in grado di discutere le possibili azioni. 40 B. L’attività ispettiva L’obiettivo generale dell’ispezione delle scuole è quello di fare in modo che tutti i bambini ed i giovani frequentino la scuola concentrandosi sugli aspetti relativi alla sicurezza ed all’apprendimento. tutti devono avere pari opportunità nel raggiungere gli obiettivi, indipendentemente dal sesso, condizioni socio-economiche o luogo di residenza. È quindi responsabilità dell’ispettorato Scuole fare in modo che ogni scuola soddisfi tali requisiti. L’ispettorato si accerta pertanto che i responsabili, vale a dire, in primo luogo gli enti locali, si uniformino alle leggi ed ai regolamenti vigenti. L’ispezione delle scuole si attua attraverso accertamenti periodici e review tematiche della qualità. Durante gli accertamenti periodici l’obiettivo principale è la legalità, lo scopo è quello di garantire il diritto di ogni individuo in relazione alla legge sull’istruzione e ai regolamenti in vigore. Nel corso delle review tematiche della qualità il fuoco dell’analisi è sugli aspetti della qualità nei processi di insegnamento e di apprendimento, in relazione ai risultati e alla performance delle scuole. L’obiettivo è quello di influenzare il lavoro delle scuole e degli enti locali, al fine di aumentare la qualità e gli standard di conseguimento. in termini di analisi organizzativa, va notato che le scuole svedesi presentano per lo più una struttura organizzativa piuttosto piatta. Esse sono in genere suddivise in piccole unità in cui un gruppo o un team di insegnanti lavora insieme e condivide la responsabilità di organizzare il lavoro. A livello di scuola nel suo complesso, invece, si analizzano i risultati delle discussioni individuali compiute due volte l’anno con gli studenti sui loro progressi e sviluppi, in aggiunta alle analisi svolte da ciascun docente in merito ai propri studenti. L’analisi complessiva può essere effettuata dal capo di istituto o da un gruppo specifico. il risultato delle analisi è consegnato agli studenti e agli insegnanti come base per uno sviluppo continuo dell’istituzione scolastica. Le valutazioni sono svolte di norma dal gruppo di insegnanti a cui appartengono. La valutazione può essere seguita da discussioni in piccoli gruppi o da riflessioni individuali scritte da parte degli insegnanti che sono analizzate in seguito entro un gruppo di maggiori dimensioni. i problemi che coinvolgono l’intero corpo degli insegnanti sono generalmente discussi nel corso delle sessioni di pianificazione cui partecipano tutti i docenti. L’idea di base è quella di coinvolgere il maggior numero possibile di docenti nei processi di follow-up e di valutazione, così come di impostare il miglioramento dell’istituzione scolastica su processi continui e sistematici. L’ispezione delle scuole si sviluppa su tre aree chiave con attenzione sia alle condizioni di funzionamento che ai risultati ottenuti: – i risultati, gli standard di realizzazione, l’apprendimento e l’insegnamento. Gli ispettori raccolgono informazioni in merito a ciò che gli studenti hanno appreso in rapporto agli obiettivi del programma nazionale e su come le scuole stanno operando per incrementare gli standard di realizzazione, oltre che su come gli insegnanti adattino il loro insegnamento alle esigenze individuali di ogni studente, 41 se e come abbiano monitorato i risultati di apprendimento e valutato l’insegnamento, se e come abbiano sostenuto gli studenti con bisogni educativi speciali. – Gli ispettori analizzano in secondo luogo come le scuole operino per insegnare agli studenti le norme ed i valori propri di un società democratica. Gli ispettori valutano in tal senso l’ethos della scuola e in che modo la scuola si è attrezzata per prevenire fenomeni di bullismo e di discriminazione. – infine, gli ispettori controllano le forme di gestione della scuola e le attività di autovalutazione, sia a livello municipale che entro le diverse istituzioni scolastiche. il processo di ispezione prevede la raccolta dei dati, controlli, analisi, valutazioni, sulla base di un modello di assicurazione della qualità. indipendentemente dal tipo di ispezione, il processo è suddiviso in quattro fasi: preparazione, visite in loco, analisi e feedback. Prima dell’ispezione, si realizza una ricerca avente per oggetto sia l’autorità competente, che può essere un comune o il consiglio di una scuola indipendente, sia la singola scuola. Nel corso di questo processo sono utilizzati materiali esistenti, come dati statistici, relazioni sulla qualità, precedenti decisioni comunicate al termine delle visite di routine. L’obiettivo è quello di ottenere una panoramica delle attività dell’autorità responsabile ed individuare ogni possibile criticità. Anche gli ispettori raccolgono il maggior numero di conoscenze ed informazioni sulla base di diversi tipi di studi, ricerche ed indagini svolte in precedenza. Nel corso di un accertamento periodico, sono visitate tutte le scuole di una municipalità. Vengono intervistati i membri del personale in relazione a diverse categorie, così come gli studenti, i genitori ed i decisori politici in carica. Nel caso di review tematiche sulla qualità, sono visitate autorità locali e scuole selezionate su base campionaria. L’interpretazione di ciò che è stato raccolto viene effettuata congiuntamente all’interno del team degli ispettori, sulla base delle competenze professionali e in relazione ai documenti guida nazionali. Successivamente alla visita presso una scuola, viene fornito un feedback orale al capo d’istituto. Prima di pubblicare la relazione, all’autorità responsabile e al capo di istituto viene data la possibilità di formulare osservazioni sulla relazione preliminare degli ispettori. Al termine del processo ispettivo, gli ispettori ritornano presso la municipalità per un incontro con l’amministrazione e le diverse scuole, così come con i rappresentanti del personale, di studenti e genitori, per commentare le relazioni scritte e le decisioni assunte, così come per commentare l’esito dell’opera di valutazione. La scuola ispezionata è tenuta a riferire per iscritto entro tre mesi sul lavoro svolto per ovviare alle carenze esistenti. Se l’ispettorato ritiene che le richieste siano state soddisfatte, l’ispezione giunge a conclusione. in caso contrario, l’ispettorato richiede l’implementazione di misure aggiuntive da parte della scuola. 1.4.4. Nuova Zelanda in Nuova zelanda il sistema di valutazione delle scuole si articola su due assi principali: 42 – audit per il controllo della correttezza nella gestione delle risorse finanziarie e della conformità a quanto stabilito dalla legislazione vigente; – review per il controllo degli aspetti legati all’accountability ed al miglioramento ed allo sviluppo dell’istituzione scolastica. Entrambe le forme di valutazione sono previste e dettagliate all’interno della legge sul sistema di istruzione, promulgata nel 1989 e utilizzano sia processi di valutazione interna che esterna. Le scuole riferiscono annualmente circa i conti finanziari all’ufficio del revisore generale ed includono la relazione del revisore generale nella loro relazione annuale al Ministero della Pubblica istruzione. oltre a ciò, le istituzioni scolastiche realizzano un’autovalutazione su aspetti legati alla conformità e preparano una dichiarazione di affidabilità da parte del consiglio direttivo che è vagliata dall’ufficio per il controllo del sistema di istruzione, che in quanto tale diviene un elemento del processo di valutazione esterna della scuola. A. Il sistema di autovalutazione Le scuole hanno l’obbligo di realizzare un’autovalutazione permanente che ha lo scopo di porre le basi per la pianificazione strategica, la definizione delle priorità e dell’allocazione delle risorse. L’autovalutazione costituisce il punto di partenza anche per la realizzazione della valutazione esterna che viene condotta all’incirca ogni tre anni. Alcune scuole possono volontariamente entrare in ulteriori processi di valutazione relative alla loro matrice religiosa o filosofica. Ad esempio, le scuole cattoliche ogni tre anni sono sottoposte ad un processo di revisione da parte dalla Diocesi. Nella pratica, la qualità dell’autovalutazione è variabile. Nel 2007, circa la metà delle scuole utilizzava le informazioni derivanti dall’autovalutazione come base per i processi decisionali riguardanti le pratiche di insegnamento e la gestione della scuola nel suo complesso. tuttavia negli anni recenti lo sviluppo delle ca - pacità degli insegnanti, dirigenti scolastici e dei consigli di amministrazione nel gestire efficacemente i processi autovalutativi ha assunto una rilevanza sempre maggiore. il sistema di valutazione esterna ha iniziato ad utilizzare la qualità dell’autovalutazione come uno dei criteri per determinare il tempo che deve essere lasciato intercorrere tra le visite ispettive. Per incentivare questo approccio, Ero ha aggiornato il processo di revisione, rielaborato la documentazione e fornito attività di formazione diretta ai dirigenti scolastici e middle management. L’attenzione è sempre più rivolta a come le scuole utilizzino i risultati dell’autovalutazione per alimentare i processi decisionali e promuovere un miglioramento continuo. B. Il sistema di valutazione esterna La valutazione esterna della qualità dell’istruzione in tutte le istituzioni pubbliche di istruzione primaria e secondaria è effettuata dall’Ufficio per la Valutazione del Sistema di istruzione (Education Review Office - Ero). Ero è stato istituito nell’ambito della legge quadro del 1988 sulla pubblica amministrazione, come un dipartimento governativo indipendente. 43 Fino al passato recente, la valutazione esterna delle scuole ruotava intorno a tre aree principali di intervento: aspetti in materia di conformità, la valutazione del sistema educativo, tra cui un’area specifica riguardante le scuole e le aree di interesse nazionale, in cui i dati vengono aggregati per produrre un’analisi di sistema ad ampio spettro). tale approccio è ora in fase di modifica ed affinamento, per far sì che la valutazione interna compiuta dalle scuole e la valutazione esterna trovino sempre maggiori forme di complementarietà. Ero mira a bilanciare le sue due componenti – basate sulla valutazione dell’affidabilità e del miglioramento interno – rivolgendosi alla qualità dell’istruzione all’interno della scuola e formulando raccomandazioni per favorire il miglioramento. il processo di riorganizzazione del sistema complessivo di valutazione in Nuova zelanda vede da un lato accrescersi il ruolo delle scuole nella sfera dell’accountability, mediante pratiche di autovalutazione, e dall’altro una sempre maggiore specializzazione della valutazione esterna nel sostenere lo sforzo delle scuole verso un miglioramento continuo. in tal senso si può affermare che il sistema di valutazione delle scuole prenda le mosse dall’autovalutazione operata dalle scuole, riconoscendo che queste conoscono i propri processi interni e l’ambiente socio-economico nel quale sono immerse e possono quindi definire gli obiettivi di accountability. Differentemente, la valutazione esterna può risultare uno strumento estremamente efficace per garantire una comparazione tra ciò che avviene presso ciascun contesto scolastico locale comparato con il sistema educativo nazionale inteso nel suo complesso. La funzione degli ispettori ha acquisito pertanto il significato di supportare le scuole ad operare una triangolazione tra i risultati di volta in volta acquisiti e le dinamiche generali che interessano il sistema nazionale e la sua evoluzione. i rapporti prodotti entro il sistema Ero vengono pubblicati nel sito dell’organismo che sovrintende alla valutazione esterna delle scuole. qualora necessario, le équipe di ispettori fanno ritorno presso le scuole esaminate, nel caso si rendano necessarie azioni specifiche di supporto al miglioramento. i rapporti prodotti al termine della valutazione esterna producono un forte impatto sulle scuole esaminate, a causa della loro natura pubblica. Le relazioni forniscono un quadro completo di ciò che accade in una scuola in quel punto nel tempo e indicano se si ritiene che la scuola possa continuare a funzionare in modo efficace o se si renda necessaria qualche forma di intervento. il Ministro può, in qualsiasi momento, richiedere che Ero conduca il controllo di una scuola qualora si accerti l’esistenza di motivi di preoccupazione che necessitino di ulteriori indagini. i rapporti prodotti non perseguono una logica di ranking o di comparazione tra le scuole esaminate. Da questo punto di vista, l’attenzione dei media si concentra su altri tipi di valutazione che possano dare luogo ad una classifica tra istituti, in particolare le scuole secondarie superiori. A tale scopo vengono utilizzati i risultati 44 ottenuti dagli allievi nella partecipazione a programmi internazionali di assessment dei risultati di apprendimento, a cominciare dalla ricerca oCSE/PiSA. Laddove la valutazione esterna stabilisca che sia necessario un intervento, di norma nel caso in cui siano a rischio il benessere o la qualità dell’apprendimento degli studenti, il sistema Ero sottopone una raccomandazione al Ministero dell’istruzione il Ministero può scegliere tra una gamma di interventi che vanno dalla richiesta al consiglio direttivo di servirsi di un supporto specialistico, all’indicazione alla scuola di intervenire su particolari aspetti, sino allo scioglimento del consiglio direttivo ed alla nomina di un commissario straordinario. Allo scopo di promuovere l’obiettivo del miglioramento della scuola sotto esame, la valutazione esterna si concentra sul livello cui giunge l’istituzione scolastica nel garantire il successo di tutti gli studenti, in particolare di quelli a rischio di dispersione o di mancato raggiungimento di livelli minimali. il processo di review indaga come la scuola utilizza le proprie pratiche di autovalutazione per stabilire priorità, prendere e attuare decisioni strategiche e monitorare i propri sforzi verso il miglioramento continuo. Per far ciò, l’équipe identifica le aree di sviluppo della scuola e conferma o contesta le aree che l’autovalutazione ha messo in luce come punti di forza e di debolezza. i giudizi valutativi sono guidati dall’utilizzo di una serie di indicatori. Da un lato, gli indicatori di risultato sono collegati direttamente a come si sta operando nella scuola in vista dei risultati desiderati. Ad esempio: – la misura dell’impegno e del coinvolgimento degli studenti; – i dati relativi al successo scolastico ed al conseguimento del diploma; – la misura dei progressi ottenuti dagli studenti. Dall’altro lato, gli indicatori di processo si basano su fattori che la ricerca specialistica e la pratica concreta mostrano presentare un impatto su impegno, successo scolastico e progresso degli studenti. Ad esempio: – leadership per l’apprendimento; – strategie e metodologie efficaci di insegnamento; – una cultura scolastica inclusiva. in passato, qualora la valutazione esterna avesse mostrato criticità sul fatto che una scuola potesse continuare nel ciclo di revisione periodica e si raccomandasse una revisione supplementare (in tempi più brevi rispetto al ciclo normale), si rendeva disponibile la possibilità di un’assistenza post-review. in tal caso il programma di assistenza veniva definito in forma concertata nel corso di un incontro specifico con la partecipazione del consiglio direttivo, del dirigente scolastico, di un rappresentante del Ministero e di altri soggetti o enti che avrebbero potuto supportare la scuola nello sviluppo di un piano d’azione che ponesse al centro le priorità individuate. Attualmente Ero sta sviluppando una metodologia che incorpora forme di assistenza post-review entro un processo a lungo termine. 45 in termini di comparazione con altre forme di valutazione, Ero ha accesso a tutta la documentazione della scuola, tra cui i risultati della valutazione degli studenti, i rapporti del consiglio direttivo, i documenti finanziari, i verbali di riunioni, così come la valutazione degli insegnanti ed i piani di sviluppo professionale. i rapporti prodotti non valutano i singoli insegnanti, ma si concentrano sulla qualità complessiva del corpo insegnante e sulle aree che necessitano di attenzione. Sebbene l’obiettivo principale di una review sia fornire una relazione su ogni scuola, Ero raccoglie anche dati sulle aree di interesse nazionale. i dati vengono generalmente raccolti al momento di una revisione periodica e aggregati per fornire una più ampia visione su una problematica, un’iniziativa presa a livello centrale, una politica o un’area del curriculum. tali oggetti di analisi possono essere determinati da Ero, oppure richiesti dal Ministro o dal Ministero dell’istruzione, o ancora suggeriti da un gruppo di stakeholder. questi rapporti forniscono preziose informazioni a livello regionale o a livello di sistema. i risultati delle analisi sono a disposizione delle scuole e di altri attori del sistema in forma cartacea o elettronica. 1.4.5. Corea del Sud A. Quadro generale di riferimento per la valutazione delle scuole Nel 1990, il Governo coreano ha lanciato un’iniziativa di riforma dell’istruzione focalizzata sulla trasformazione del sistema di governance sino ad allora uniforme, rigido e centralizzato, in un sistema maggiormente decentrato in cui le scuole sono considerate responsabili per il loro funzionamento. L’obiettivo consisteva nel soddisfare le esigenze di studenti e genitori dirette ad una più diversificata e specializzata offerta formativa. Se la struttura di governance precedente era stata basata sui principi di regolazione e di controllo, con l’iniziativa di riforma l’asse di sviluppo aveva iniziato a muoversi verso l’accrescimento di forme di autonomia e responsabilità. Nel corso di tale trasformazione, il Governo ha riconosciuto la necessità di dotarsi di un meccanismo di valutazione che ponesse sotto analisi le istituzioni scolastiche, in linea con quanto stava accadendo per l’intero sistema dell’amministrazione pubblica. Nel 1995, la Commissione presidenziale sulla riforma dell’istruzione ha proposto l’introduzione di un sistema di valutazione delle scuole destinato a migliorare la qualità dell’istruzione scolastica potenziando la concorrenza tra istituzioni scolastiche. Lo scopo alla base del sistema di valutazione della scuola è stato quello di istituire un sistema di istruzione scolastica user-oriented, migliorando la qualità dell’istruzione e il grado di responsabilizzazione delle scuole attraverso un meccanismo competitivo. in particolare, rendendo pubblici i risultati della valutazione delle scuole, l’intenzione principale del Governo era quella di favorire una più informata scelta della scuola da parte degli studenti e dei genitori. Nelle fasi iniziali di attuazione, la valutazione delle scuole è stata effettuata in un sistema duale, il promo attivo a livello nazionale e l’altro al livello dell’ufficio 46 di educazione metropolitano o provinciale. A livello nazionale, la valutazione della scuola era focalizzata sulla valutazione qualitativa allo scopo di migliorare l’istruzione scolastica. Al contrario, la valutazione effettuata a livello metropolitano/provinciale ha preso la forma nei termini di una valutazione quantitativa, misurabile mediante indicatori di valutazione. La valutazione a livello nazionale assumeva il modello di valutazione britannico sviluppato dall’oFStED, mentre la valutazione quantitativa mutuava l’analogo modello di derivazione statunitense. Nel periodo (2005-2010), è stato introdotto un nuovo sistema di valutazione delle scuole mediante l’uso di indicatori comuni. Come risultato degli sforzi di riforma avviati nel 2004, il ruolo del Governo centrale e delle autorità scolastiche locali ha visto una chiara divisione di ruoli e funzioni. Nel nuovo sistema, il Governo centrale si occupa degli aspetti legati alla ricerca, formazione e monitoraggio ai fini della valutazione, mentre il livello locale effettuata praticamente la valutazione e ne utilizza i risultati. il modello di valutazione presentato a livello nazionale è basato sul principio di utilizzare un insieme di indicatori comuni e condurre una review da parte di un pool di esperti esterni. rompendo con il precedente sistema basato sull’uso di indicatori quantitativi che era stato precedentemente usato a livello locale, tale modello fa invece, affidamento su un’interpretazione prevalentemente qualitativa dei valutatori circa i fenomeni educativi, nel senso che l’intero sistema scolastico comprendente input, processi e output è stata rivisto. in questa fase è iniziata inoltre la sistematizzazione degli indicatori di valutazione. il set di indicatori precedenti aveva omesso di fornire indicazioni per le scuole, limitandosi a costituire un elenco di variabili usate per verificare se il nucleo dei progetti portanti sviluppati a livello locale erano stati attuati o meno. invertendo la pratica, il Governo coreano ha richiesto all’istituto nazionale per lo sviluppo del sistema di istruzione di sviluppare indicatori chiave per misurare la qualità dell’istruzione impartita. A partire 2011, il Governo ha concesso maggiore autonomia nella valutazione delle scuole, consentendo agli organismi amministrativi locali di definire autonomamente indicatori e metodi di valutazione in base alle proprie esigenze e peculiarità. B. Il framework per la valutazione delle scuole La legge sull’istruzione primaria e secondaria ed i successivi decreti applicativi stabiliscono che il Ministro dell’istruzione, della Scienza e della tecnologia effettua la valutazione delle scuole. Ma nella realtà, la competenza specifica è delegata ai sovrintendenti degli uffici metropolitani e provinciali dell’istruzione. tutte le scuole primarie e secondarie vengono valutate ogni tre anni, secondo un modello di valutazione che pone al centro un processo di review operata da esperti. il modello si basa sulla valutazione dell’intero sistema dell’istituzione scolastica, rappresentato da input, processi ed output. La procedura di valutazione si articola in una dimensione di autovalutazione e in una componente di valutazione esterna. i risultati della valutazione sono utilizzati come base informativa e docu47 mentale per offrire alle scuole eccellenti incentivi di carattere amministrativo e finanziario, e sostenere le istituzioni scolastiche che presentino criticità con programmi di accompagnamento mirato. i risultati sono resi pubblici allo scopo di migliorare i risultati ottenuti dalle diverse scuole e innalzarne i livelli di responsabilità. il Governo riconosce che, quando non vengono presi in considerazione fattori legati alla dimensione socio-economica che fa da sfondo a ciascuna istituzione scolastica, non è possibile pervenire ad una corretta analisi valutativa. Pertanto, la valutazione si concentra sui livelli di crescita e di sviluppo delle scuole nel corso del tempo, piuttosto che sulla comparazione tra realtà profondamente eterogenee sotto il profilo del contesto socio-economico di riferimento. Al tal fine, gli organismi locali del sistema di istruzione dividono le scuole in categorie, in considerazione delle dimensioni della scuola, della posizione (urbano/agricolo), della tipologia. Le scuole che condividono situazioni simili sono valutate dal medesimo pool di valutatori, e vengono attribuiti punteggi finali all’interno di ciascuna categoria di scuole. Anche se la classifica delle scuole in base ai risultati della valutazione non sono resi pubblici, le scuole migliori e quelle meno performanti sono individuabili indirettamente, vagliando gli effetti di misure amministrative quali il livello differenziato di sostegno finanziario per le scuole eccellenti, l’esenzione delle scuole migliori da esigenze di controllo, la fornitura di consulenza alle scuole con risultati insoddisfacenti. oltre a ciò, a partire da febbraio 2011, il sistema di valutazione della scuola è collegato con un sistema informativo centralizzato, attraverso il quale vengono comunicati ai genitori e al pubblico i risultati complessivi della valutazione della scuola (punti di forza e raccomandazioni). C. Divisione dei ruoli e delle funzioni tra autorità centrali e locali del sistema dell’istruzione in base all’attuale sistema di valutazione delle scuole, il primo passo consiste nella formulazione di un piano di base per la valutazione, sviluppato a livello nazionale, mentre il piano attuativo viene demandato interamente ai livelli inferiori, ossia agli organismi di tipo metropolitano e provinciale, su cui si basa l’architettura del sistema amministrativo coreano; vale a dire che, sulla base del piano quadro di valutazione stabilito dal Ministero dell’istruzione, della Scienza e della tecnologia, compete poi ai livelli locali lo sviluppo di specifici e diversi piani di attuazione e l’effettuazione delle azioni conseguenti sul campo. Benché l’attuale sistema presenti una scansione duale, tale per cui si dà una rigida distinzione di ruoli e funzioni tra il livello centrale e le autorità locali del sistema dell’istruzione, sono attualmente allo studio una serie di proposte di legge che tendono ad attribuire piena competenza nella definizione e gestione della valutazione delle scuole alle autorità locali, in una logica di progressivo decentramento. inizialmente, la valutazione è stata condotta separatamente ai due livelli, centrale e locale. tuttavia, il sistema dualistico ha creato un problema di sovrapposizioni, che ha condotto alla necessità di ristrutturare il sistema. 48 A partire dai primi anni Duemila, il Governo ha intrapreso una serie di sforzi per riorganizzare la valutazione della scuola in termini di una maggiore efficacia. Come risultato, si è stabilito sul piano normativo che gli organismi cui spettano i due piani di competenza non devono concentrarsi sulle medesime procedure di valutazione. Si è definito da poco un principio di base per suddividere le funzioni del Governo centrale e degli uffici locali. Nell’ambito del nuovo quadro, il Governo centrale è responsabile della pianificazione della valutazione delle scuole, la formazione, la progettazione del quadro di valutazione, l’elaborazione di indicatori, la formazione dei valutatori e il monitoraggio. Gli organismi locali sono responsabili dell’attuazione pratica della valutazione. Gli elementi di dettaglio nella suddivisione dei ruoli tra le due sfere di competenza sono illustrati alla Figura 4. Fig. 4 - Divisione di funzioni tra livello nazionale e livello locale D. Metodo e procedure di valutazione delle scuole Per quanto riguarda il metodo di valutazione, si prevede un’autovalutazione da parte della scuola ed una visita in loco da parte di un esperto esterno. Le scuole hanno l’obbligo di realizzare e di istituire un comitato per l’autovalutazione composto del preside della scuola, il vice preside e gli insegnanti. Nel preparare il rapporto di autovalutazione, le scuole sono tenute a presentare prove documentate della loro attività didattica e dei risultati conseguiti per ciascun indicatore di valutazione, sulla base delle linee guida di valutazione fornite dal Ministero. i valutatori esterni, che raccolgono e analizzano i dati sulle condizioni ambientali ed i successi conseguiti, sviluppano le loro valutazioni a partire dalla relazione di autovalutazione presentata dalla scuola. Sulla base dei rapporti di autovalutazione, si sviluppano ipotesi sui punti di forza e punti deboli di ogni scuola, e si identificano i problemi che dovrebbero divenire oggetto di review durante le visite in loco.                         -                - !"            #      -         $%   #   - &         - '(   $ (   ) - &   -     *      -           -              #   -       )    D. Metodo e procedure di valutazione delle scuole Per quanto riguarda il metodo di valutazione, si prevede un’autovalutazione da parte della scuola ed una visita in loco da parte di un esperto esterno. Le scuole hanno l’obbligo di realizzare di istituire un comitato per l’autovalutazione composto del preside della scuola, il vice preside e gli insegnanti. Nel preparare il rapporto di autovalutazione, le scuole sono tenute a presentare prove documentate della loro attività didattica e dei risultati conseguiti per ciascun indicatore di valutazione, sulla base delle linee guida di valutazione fornite dal Ministero. I valutatori esterni, che raccolgono e analizzano i dati sulle condizioni ambientali ed i successi conseguiti, sviluppano le loro valutazioni a partire dalla relazione di autovalutazione presentata dalla scuola. Sulla base dei rapporti di autovalutazione, si sviluppano ipotesi sui punti di forza e punti deboli di ogni scuola, e si identificano i problemi che dovrebbero divenire oggetto di review durante le visite in loco. Prima di visitare una scuola, il pool per la valutazione esterna acquisisce e analizza i risultati cui è giunta l’autovalutazione, i piani di studio, il background socio-economico, etc. Tale fase è definita pre-assessment. La visita in loco richiede normalmente una giornata. Il gruppo di valutatori è in gran parte composto da insegnanti in pensione, presidi e vice-direttori. Il pool, sulla base della documentazione di pre-assessment, tiene incontri con il preside, il vice-preside, gli studenti ed i genitori per verificare i problemi legati agli indicatori di base che sono stati individuati in fase di pre-assessment. Dopo aver completato la valutazione, il gruppo condivide i risultati cui è giunta la review. L’équipe fornisce una valutazione su una scala di classificazione 0-4 per ogni indicatore:  4: Eccellente tanto da essere disseminato in altre scuole  3: Buono  2: Discreto  1: Insufficiente  0: Assenza di ogni attività di rilievo Quattordici indicatori comuni sono fissati a livello nazionale all’interno di quattro settori: obiettivi dell’Istruzione scolastica, curriculum e metodologia, management dei risultati di apprendimento, amministrazione. L’assunto di base per la determinazione delle quattro aree è che la scuola è un sistema in cui gli elementi chiave della programmazione, attuazione e management dei risultati si compongono in un processo organico e ciclico.                         -        - !"            #      -         $%   #   - &         - '(   $ (   ) -  -     *     -          -            #   -      )    D. Metodo e procedure di valutazione delle scuole Per quanto riguarda il metodo di valutazione, si prevede un’autovalutazione da parte della ed una visita in loco da parte di un esperto esterno. Le scuole hanno l’obbligo di realizzare istituire un comitato per l’autovalutazione composto del preside della scuola, il vice preside insegnanti. Nel preparare il rapporto di autovalutazione, le scuole sono tenute a presentare documentate della loro attività didattica e dei risultati conseguiti per ciascun indicatore valutazione, sulla base delle linee guida di valutazione fornite dal Ministero. I valutatori esterni, raccolgono e analizzano i dati sulle condizioni ambientali ed i successi conseguiti, sviluppano loro valutazioni a partire dalla relazione di autovalutazione presentata dalla scuola. Sulla base rapporti di autovalutazione, si sviluppano ipotesi sui punti di forza e punti deboli di ogni scuola, identificano i problemi che dovrebbero divenire oggetto di review durante le visite in loco. Prima di visitare una scuola, il pool per la valutazione esterna acquisisce e analizza i risultati è giunta l’autovalutazione, i piani di studio, il background socio-economico, etc. Tale fase è definita pre-assessment. La visita in loco richiede normalmente una giornata. Il gruppo di valutatori gran parte composto da insegnanti in pensione, presidi e vice-direttori. Il pool, sulla base documentazione di pre-assessment, tiene incontri con il preside, il vice-preside, gli studenti genitori per verificare i problemi legati agli indicatori di base che sono stati individuati in pre-assessment. Dopo aver completato la valutazione, il gruppo condivide i risultati cui è giunta review. L’équipe fornisce una valutazione su una scala di classificazione 0-4 per ogni indicatore:  4: Eccellente tanto da essere disseminato in altre scuole  3: Buono  2: Discreto  1: Insufficiente  0: Assenza di ogni attività di rilievo Quattordici indicatori comuni sono fissati a livello nazionale all’interno di quattro obiettivi dell’Istruzione scolastica, curriculum e metodologia, management dei risultati apprendimento, amministrazione. L’assunto di base per la determinazione delle quattro aree è scuola è un sistema in cui gli elementi chiave della programmazione, attuazione e management risultati si compongono in un processo organico e ciclico. 49 Prima di visitare una scuola, il pool per la valutazione esterna acquisisce e analizza i risultati cui è giunta l’autovalutazione, i piani di studio, il background socio-economico, etc. tale fase è definita pre-assessment. La visita in loco richiede normalmente una giornata. il gruppo di valutatori è in gran parte composto da insegnanti in pensione, presidi e vice-direttori. il pool, sulla base della documentazione di pre-assessment, tiene incontri con il preside, il vice-preside, gli studenti ed i genitori per verificare i problemi legati agli indicatori di base che sono stati individuati in fase di pre-assessment. Dopo aver completato la valutazione, il gruppo condivide i risultati cui è giunta la review. L’équipe fornisce una valutazione su una scala di classificazione 0-4 per ogni indicatore: – 4: Eccellente tanto da essere disseminato in altre scuole – 3: Buono – 2: Discreto – 1: insufficiente – 0: Assenza di ogni attività di rilievo. Fig. 5 - Indicatori comuni per la valutazione delle scuole  !            !  ! +" ,   +" ,  )-#". ) - #    ". /  &   ) - %      "    "  .    . *    )            0  " . )   0    "  " . )   0              "%1 . 2   3 )2" . ) &     ,   . 2  )       . )- % . 4    -# / "  '  )         #. )-   " . - 3  % )   "       ,#. ) - #  "    %. E. Utilizzo dei risultati Le relazioni della valutazione esterna sono pubblicate a livello nazionale e locale. Il rapporto nazionale fornisce un’analisi comparativa dei risultati della valutazione per dimensione della scuola, posizione e tipo di istituto, con l’obiettivo di diagnosticare il livello di qualità e lo stato dell’Istruzione scolastica coreana. Relazioni redatte dagli organismi locali hanno inoltre lo scopo di fornire una diagnosi analitica dei punti di forza e di debolezza delle scuole all’interno dei distretti, e di identificare le aree che necessitano di un sostegno. Ulteriori pubblicazioni sono realizzate per diffondere le migliori prassi in modo che altre scuole possono trovare un utile spunto per il miglioramento. I risultati della valutazione vengono consegnati alle scuole sotto forma di una relazione di valutazione. In genere, la relazione comprende i gradi di valutazione per ciascun indicatore, i risultati della valutazione, una descrizione generale per ogni area e una panoramica generale della valutazione. Le autorità locali possono definire un sistema premiante in base ai risultati della valutazione basato su misure amministrative e finanziarie per le diverse scuole. Molti organismi locali raccolgono i risultati delle valutazioni eccellenti, allo scopo di pubblicizzare i 50 quattordici indicatori comuni sono fissati a livello nazionale all’interno di quattro settori: obiettivi dell’istruzione scolastica, curriculum e metodologia, management dei risultati di apprendimento, amministrazione. L’assunto di base per la determinazione delle quattro aree è che la scuola è un sistema in cui gli elementi chiave della programmazione, attuazione e management dei risultati si compongono in un processo organico e ciclico. Nel selezionare gli indicatori fondamentali per valutare la qualità educativa della scuola come un sistema, sono stati applicati un numero di standard. Lo standard più importante è che gli indicatori dovrebbero fornire una visione d’insieme della qualità della scuola in termini di input educativo, di processo e di risultati. Gli indicatori dovrebbe inoltre fornire una visione di cosa sia una buona scuola, e orientare in tal modo le scuole verso l’innovazione e il miglioramento. Gli indicatori comuni hanno lo scopo di valutare la totalità del sistema di istruzione scolastica comprese le condizioni delle scuole, il curriculum ed i risultati di apprendimento. in termini di contenuti della valutazione, gli obiettivi dell’istruzione scolastica attengono all’input, il processo ha a che fare con il curriculum, le metodologie e gli aspetti amministrativi, mentre l’output è costituito dal management dei risultati. il dettaglio degli indicatori è riportato alla Figura 5. E. Utilizzo dei risultati Le relazioni della valutazione esterna sono pubblicate a livello nazionale e locale. il rapporto nazionale fornisce un’analisi comparativa dei risultati della valutazione per dimensione della scuola, posizione e tipo di istituto, con l’obiettivo di diagnosticare il livello di qualità e lo stato dell’istruzione scolastica coreana. relazioni redatte dagli organismi locali hanno inoltre lo scopo di fornire una diagnosi analitica dei punti di forza e di debolezza delle scuole all’interno dei distretti, e di identificare le aree che necessitano di un sostegno. Ulteriori pubblicazioni sono realizzate per diffondere le migliori prassi in modo che altre scuole possono trovare un utile spunto per il miglioramento. i risultati della valutazione vengono consegnati alle scuole sotto forma di una relazione di valutazione. in genere, la relazione comprende i gradi di valutazione per ciascun indicatore, i risultati della valutazione, una descrizione generale per ogni area e una panoramica generale della valutazione. Le autorità locali possono definire un sistema premiante in base ai risultati della valutazione basato su misure amministrative e finanziarie per le diverse scuole. Molti organismi locali raccolgono i risultati delle valutazioni eccellenti, allo scopo di pubblicizzare i risultati delle diverse scuole come buone pratiche. Verso le scuole che non riescono a raggiungere determinati livelli di qualità, gli organismi locali stabiliscono misure di sostegno e di accompagnamento. 51 2. Il Quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’Istruzione e della Formazione Professionale (EQARF) 2.1. IL PROCESSO DI COPENHAGEN ED IL RAFFORZAMENTO DELLA DIMENSIONE EUROPEA DELL’ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE il quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale (EqArF), oggetto di una specifica raccomandazione europea approvata nel giugno del 2009, si inserisce in un disegno organico di policy a favore della trasparenza delle qualificazioni e della mobilità europea per scopi formativi, le cui premesse sono inscritte nel cosiddetto Processo di Copenhagen. Nel capitolo che segue si tracciano le principali linee di sviluppo che originano dalla Dichiarazione di Copenhagen, la cui conoscenza è da considerarsi un presupposto fondamentale per cogliere le finalità generali sottese al framework europeo per l’assicurazione della qualità della VEt. Nel novembre 2002 i ministri dei Governi nazionali dell’istruzione e della Formazione e la Commissione, riuniti a Copenhagen, sottoscrivono una Dichiarazione comune in materia di istruzione e Formazione Professionale. La Dichiarazione, adottata oltre che dagli Stati membri anche dai Paesi EEA (Area Economica Euro - pea), dalle parti sociali e dai Paesi Candidati, segna l’avvio del cosiddetto Processo di Copenhagen che riunisce l’insieme delle politiche varate a livello comunitario nel settore della VEt. il processo di Copenhagen mira a promuovere la permeabilità, la trasparenza e la mobilità dei soggetti in apprendimento attraverso lo sviluppo di procedure e strumenti di coordinamento che consentano la progressiva armonizzazione dei sistemi nazionali e sub-nazionali della formazione. Si punta alla nascita di una dimensione europea dell’istruzione e della Formazione Professionale, mediante il rafforzamento della cooperazione tra Paesi ed il potenziamento della mobilità europea. L’elemento chiave è dato dal riconoscimento della centralità dell’utente rispet - to ai diversi sistemi e alle molteplici filiere della Formazione Professionale all’interno delle quali si trovi a transitare, sulla base dei percorsi di sviluppo individuale e professionale di volta in volta prescelti. Nel passaggio dalla centralità dei sistemi tradizionalmente autoreferenziali a quella dell’utente, assume un ruolo centrale il principio della capitalizzabilità e della spendibilità delle qualifiche e delle competenze, indipendentemente dal tipo di apprendimento che le abbia veicolate, sia esso di tipo formale, non formale o informale. Secondo la Dichiarazione di Copenhagen diviene, inoltre, indispensabile che i titoli e le qualificazioni ottenute in esito ai percorsi formativi presentino una validità ed una conseguente spendibilità a livello 52 nazionale ed europeo e, dove possibile, a livello internazionale. Nella Dichiarazione si insiste sulla necessità di rafforzare ed intensificare la cooperazione europea nel campo della VEt, in modo da sostenere l’idea che i cittadini possano muoversi liberamente tra differenti occupazioni, regioni, settori e Paesi in Europa. Viene formulato, inoltre, un deciso impegno ad eliminare gli ostacoli alla mobilità geografica e professionale e promuovere l’accesso all’apprendimento permanente. Ciò comporta l’adozione di misure per accrescere la trasparenza ed il riconoscimento delle competenze e delle qualifiche e per innalzare la qualità dei sistemi europei di istruzione e Formazione Professionale, come solida base per incrementare la fiducia reciproca. Nell’intesa si pone, inoltre, l’accento sulla necessità di assicurare collegamenti appropriati tra l’istruzione e la Formazione Professionale, necessari per superare la frammentazione tra i diversi sistemi della VEt e per sfruttarne appieno le diversità e complementarietà. Di seguito si elencano le priorità su cui si lavorerà in futuro con l’emanazione di specifiche raccomandazioni. Dimensione europea – rafforzare la dimensione europea dell’istruzione e Formazione Professionale allo scopo di migliorare e di intensificare la cooperazione, così da facilitare e promuovere la mobilità e lo sviluppo di forme di cooperazione interistituzionale, i partenariati e altre iniziative transnazionali, tutto al fine di dare maggiore visibilità al settore europeo dell’istruzione e della Formazione nel contesto internazionale e far sì che l’Europa sia riconosciuta, a livello mondiale, come un punto di riferimento in materia di apprendimento. Trasparenza, informazione, orientamento – Aumentare la trasparenza nell’istruzione e Formazione Professionale, al fine di incoraggiare la mobilità e l’apprendimento permanente, tramite l’attuazione e la razionalizzazione degli strumenti e delle reti di informazione, anche grazie all’integrazione di strumenti esistenti, quali il CV europeo, i supplementi ai certificati e ai diplomi, il quadro comune europeo di riferimento per le lingue e l’EUroPASS, in un unico quadro. – rafforzare le politiche, i sistemi e le prassi che sostengono l’informazione, l’orientamento e le consulenze negli Stati membri a tutti i livelli educativi, formativi ed occupazionali, in particolare per quanto concerne l’accesso all’apprendimento, l’istruzione e la Formazione Professionale e la trasferibilità e il riconoscimento delle competenze e delle qualifiche, in modo da agevolare la mobilità occupazionale e geografica dei cittadini in Europa. Riconoscimento delle competenze e delle qualifiche – Esaminare i modi per promuovere la trasparenza, la comparabilità, la trasferibilità e il riconoscimento delle competenze e/o delle qualifiche tra i vari Paesi e a differenti livelli, elaborando livelli di riferimento, principi comuni di certi53 ficazione e misure comuni, fra cui un sistema di trasferimento di crediti per l’istruzione e la Formazione Professionale. – Sostenere maggiormente lo sviluppo delle competenze e delle qualifiche a livello settoriale rafforzando, in particolare mediante il coinvolgimento delle parti sociali, la cooperazione ed il coordinamento. tale impostazione si riflette in numerose iniziative a livello comunitario, bilaterale e multilaterale, ivi comprese quelle già individuate in vari settori e che si prefiggono qualifiche reciprocamente riconosciute. – Definire una serie di principi comuni concernenti la convalida dell’apprendimento non formale ed informale al fine di assicurare una maggiore compatibilità tra le impostazioni seguite dai vari Paesi e a differenti livelli. Garanzia della qualità – Promuovere la cooperazione allo scopo di migliorare la qualità dei sistemi VEt, con particolare attenzione allo scambio di modelli e metodi nonché a criteri e principi qualitativi comuni in materia di istruzione e Formazione Professionale. – Prestare attenzione alle esigenze in materia di apprendimento degli insegnanti e formatori attivi in ogni tipo di istruzione e Formazione Professionale. riorganizzando gli obiettivi della Dichiarazione di Copenhagen che più hanno attinenza con l’oggetto della nostra ricerca, ossia le politiche per la trasparenza, mobilità, riconoscimento e certificazione delle qualifiche e delle competenze, possiamo indicarli nei termini seguenti: – incoraggiare la mobilità e l’apprendimento permanente attraverso la messa in trasparenza di qualifiche e competenze; – migliorare la qualità dei sistemi di istruzione e Formazione Professionale; – favorire l’accesso personalizzato di tutti i cittadini ai percorsi di istruzione e Formazione superiori attraverso il riconoscimento e la validazione dell’apprendimento non formale e informale; – definire un approccio comune per il trasferimento dei risultati dell’apprendimento tra i diversi sistemi; – definire un codice di riferimento comune per i sistemi di istruzione e Formazione basato sui risultati dell’apprendimento. Le soluzioni cui si darà luogo in seguito per far fronte agli obiettivi individuati a Copenhagen hanno dato gradualmente forma ad un complesso sistema in cui si articolano le politiche per la trasparenza e la qualità nella VEt: – il quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EqF) corredato di un sistema di livelli di riferimento; – il quadro comunitario unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze, diretto a riunire in un unico formato i vari strumenti di trasparenza come il CV Europeo, i supplementi ai certificati, i supplementi ai diplomi, l’Europass- Formazione e i punti di riferimento nazionali (EUroPASS); 54 – il Sistema europeo di crediti per l’istruzione e la Formazione Professionale, ispirato al successo del sistema europeo ECtS per il trasferimento di crediti nell’istruzione superiore (ECVEt); – il quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale; – i principi comuni europei per l’individuazione e la convalida dell’apprendimento non formale; – il quadro di riferimento europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente; – il quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale (EqArF). Gli output concreti in termini di sistemi, dispositivi e strumenti, cui ha dato luogo nel tempo la Dichiarazione di Copenhagen possono essere schematizzati come di seguito (Fig. n. 6). Fig. 6 - Priorità ed output del Processo di Copenhagen Le soluzioni cui si darà luogo in seguito per far fronte agli obiettivi individuati a Copenhagen hanno dato gradualmente forma ad un complesso sistema in cui si articolano le politiche per la trasparenza e la qualità nella VET:  il Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF) corredato di un sistema di livelli di riferimento;  il Quadro comunitario unico per la trasparenza delle qualifiche e delle competenze, diretto a riunire in un unico formato i vari strumenti di trasparenza come il CV Europeo, i supplementi ai certificati i supplementi ai diplomi, l’Europass- Formazione e i punti di riferimento nazionali (EUROPASS);  l Sistema europeo di crediti per l’Istruzione e la Formazione Professionale, ispirato al successo del sistema europeo ECTS per il trasferimento di crediti nell’Istruzione superiore (ECVET);  il Quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’Istruzione e della Formazione Professionale;  i Principi comuni europei per l’individuazione e la convalida dell’apprendimento non formale;  il Quadro di riferimento europeo delle competenze chiave per l’apprendimento permanente;  Il Quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’Istruzione e della Formazione Professionale (EQARF). Gli output concreti in termini di sistemi, dispositivi e strumenti, cui ha dato luogo nel tempo la Dichiarazione di Copenhagen possono essere schematizzati come di seguito (Fig 6). ""     "   # 55 2.2. IL QUADRO DI RIFERIMENTO PER L’ASSICURAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA VET il quadro di riferimento per l’assicurazione della qualità della VEt (EqArF: European Quality Assurance Reference Framework for VET), la cui raccomandazione della Commissione reca la data del 18 giugno 2009, è diretto a supportare gli Stati membri nel promuovere e monitorare il miglioramento della qualità dei sistemi VEt.6 L’uso del quadro di riferimento, la cui applicazione è volontaria, è raccomandato per promuovere un’ampia cooperazione e l’apprendimento reciproco nel quadro della rete europea per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale, per rafforzare e sviluppare i punti di riferimento nazionali per l’assicurazione della qualità e per monitorare l’attuazione del quadro di riferimento.7 il quadro mira a potenziare la qualità dei sistemi nazionali nella Formazione Professionale e nella Formazione Professionale continua, e a creare maggiore trasparenza e integrazione tra i diversi sistemi di Formazione Professionale. A tale scopo si inserisce nel sistema europeo di policy diretto a promuovere la fiducia reciproca, la mobilità delle persone in Formazione e dei professionisti, così come ad incentivare l’apprendimento permanente. in tale prospettiva, l’EqArF rappresenta un quadro di riferimento il cui obiettivo è aiutare i Paesi membri a osservare e migliorare costantemente i sistemi di Formazione Professionale. il quadro di riferimento non prescrive un determinato sistema di garanzia di qualità; tale strumento può essere considerato come una “cassetta degli attrezzi” dalla quale ogni Paese sceglie i propri, ritenendoli adatti a soddisfare le condizioni necessarie al proprio specifico sistema di garanzia della qualità. L’obiettivo infatti non è introdurre nuovi standard, ma sostenere i Paesi membri nello sviluppo di politiche e strumenti di garanzia della qualità e nella tutela della loro diversità. il quadro comune di riferimento europeo si basa su un modello circolare di sviluppo dell’attività formativa articolato in quattro fasi, per ciascuna delle quali definisce i criteri per l’assicurazione e il miglioramento continuo della qualità (cfr. Fig. n. 7). 6 Commissione delle Comunità Europee, raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’istituzione di un quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale, Bruxelles, 18.06.2009 (2009/C 155/02). 7 Per un approfondimento in merito alle politiche europee in tema di qualità della Formazione si consultino: Cedefop (2007), Indicators for quality in VET. To enhance European cooperation, Publications office of the European Union; Cedefop (2009), Accreditation and quality assurance in vocational education and training. Selected European approaches, Luxembourg, Publications office of the European Union; Cedefop (2011), Assuring quality in vocational education and training. The role of accrediting VET providers, Luxembourg, Publications office of the European Union; Cedefop (2012), Evaluation for improving student outcomes. Messages for quality assurance policies, Luxembourg, Publications office of the European Union. 56 Fig.7 - Ciclo di garanzia e di miglioramento della qualità EQARF La prima fase (Progettazione) riguarda la definizione di obiettivi chiari e misurabili riferiti alle politiche, alle procedure, ai compiti e alle risorse umane, al fine di consentire il controllo sul conseguimento dei risultati programmati. Comprende anche la definizione di standard di input e output per la progettazione e lo sviluppo di dispositivi di assicurazione qualità, per la certificazione degli individui e/o l’accreditamento delle strutture formative e/o dei programmi. La fase di Sviluppo riguarda l’esecuzione delle azioni programmate per assicurare il conseguimento degli obiettivi. È necessario che le regole e i passi procedurali siano chiari a tutti gli attori coinvolti. il processo di Valutazione richiede una combinazione di meccanismi di valutazione interna ed esterna. L’efficacia della valutazione dipende in larga parte dalla definizione di una metodologia chiara e dalla frequenza del processo, nonché dalla coerenza tra i dati e gli indicatori raccolti e gli obiettivi predeterminati. infine, poiché il miglioramento è un processo continuo e sistematico, esso deve prevedere una Revisione costante che, a partire dai dati raccolti attraverso la valutazione, assicuri il necessario feed back e la realizzazione dei cambiamenti opportuni. il quadro di riferimento è inoltre corredato di un insieme di criteri di riferimento, così come di un set di descrittori ed indicatori. i descrittori e gli indicatori proposti fungono esclusivamente da quadro di orientamento e possono essere scelti e utilizzati in linea con la situazione nazionale e le condizioni per lo sviluppo dei sistemi di garanzia della qualità. La raccomandazione prevede che ciascun Paese membro dell’UE sviluppi un proprio piano nazionale per il sistema di garanzia della qualità, coinvolgendo tutti i principali gruppi di interesse. inoltre i Paesi membri sono chiamati ad istituire organismi di riferimento ed a partecipare attivamente alla rete europea dei quadri di riferimento per la garanzia di qualità. sistemi di Formazione Professionale. A tale scopo si inserisce nel sistema europeo di policy diretto a promuovere la fiducia reciproca, la mobilità delle persone in Formazione e dei professionisti, così come ad incentivare l’apprendimento permanente. In tale prospettiva, l’EQARF rappresenta un quadro di riferimento il cui obiettivo è aiutare i Paesi membri a osservare e migliorare costantemente i sistemi di Formazione Professionale. Il quadro di riferimento non prescrive un determinato sistema di garanzia di qualità; tale strumento può essere considerato come una “cassetta degli attrezzi” dalla quale ogni Paese sceglie i propri, ritenendoli adatti a soddisfare le condizioni necessarie al loro specifico sistema di garanzia della qualità. L’obiettivo infatti non è introdurre nuovi standard, ma sostenere i Paesi membri nello sviluppo di politiche e strumenti di garanzia della qualità e nella tutela della loro diversità. Il Quadro comune di riferimento europeo si basa su un modello circolare di sviluppo dell’attività formativa articolato in quattro fasi, che per ciascuna fase definisce i criteri per l’assicurazione e il miglioramento continuo della qualità (Fig. 7). #$%& # #     '()   6 Commissione delle Comunità Europee, Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’istituzione di un quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’Istruzione e della Formazione professionali, Bruxelles, 18.06.2009 (2009/C 155/02). 7 Per un approfondimento in merito alle politiche europee in tema di qualità della Formazione si consultino: Cedefop (2007), Indicators for quality in VET. To enhance European cooperation, Publications Office of the European Union; Cedefop (2009), Accreditation and quality assurance in vocational education and training. Selected European approaches, Luxembourg, Publications Office of the European Union; Cedefop (2011), Assuring quality in vocational education and training. The role of accrediting VET providers, Luxembourg, Publications Office of the European Union; Cedefop (2012), Evaluation for improving student outcomes. Messages for quality assurance policies, Luxembourg, Publications Office of the European Union. 57 il framework EqArF, le cui coordinate di massima possono essere reperite già nel documento del gruppo di lavoro del Cedefop (technical Working Group “quality in VEt”, 2004), definisce un approccio sistematico alla qualità, stabilendo in particolare il ruolo degli attori ai vari livelli e i modi in cui possono essere monitorati i risultati della VEt. Fornisce, inoltre, uno strumento di misura per il riesame ed il miglioramento dell’istruzione e Formazione Professionale al livello dei sistemi e dei fornitori. È fondato su un processo continuato di assicurazione della qualità che associa i seguenti elementi: – fissazione degli scopi/obiettivi politici e pianificazione; – definizione dei principi su cui si basa l’applicazione dei mezzi e delle misure previsti per raggiungere gli scopi e gli obiettivi; – concezione di meccanismi per la valutazione delle realizzazioni del programma rispetto agli scopi e agli obiettivi e valutazione delle realizzazioni/risultati a livello degli individui, dei fornitori e dei sistemi; – riesame fondato sui risultati della valutazione interna ed esterna, trattamento del feedback e organizzazione di procedure per il cambiamento. in sintesi, il sistema EqArF si articola in: – una strategia di riferimento che prevede quattro passaggi fondamentali, finaliz - zati alla ricerca di risultati ottimali, attraverso i quali dovrebbe essere gestito qualsiasi processo organizzativo e si dovrebbero affrontare situazioni e problemi: • la definizione degli output, dei risultati attesi, degli obiettivi da conseguire, di un piano che li traduca in azioni ed individui le condizioni di massima necessarie per il loro conseguimento; • l’implementazione del piano, ossia l’attuazione delle strategie, l’individuazione e gestione delle risorse umane, l’attivazione delle condizioni organizzative necessarie per affrontare la situazione e risolvere i problemi; • il controllo, ossia la valutazione del prodotto realizzato, del conseguimento parziale o totale dei risultati previsti, con la relativa analisi dei fattori che sono responsabili del mancato esito positivo; • il consolidamento, la valorizzazione e la diffusione dei risultati conseguiti, ovvero la pianificazione delle azioni che intervengano sui punti di debolezza, per il cambiamento ed il miglioramento dei processi e dei risultati. – Una metodologia che pone al centro di questa strategia di miglioramento continuo il processo di autovalutazione, combinato con un momento di verifica realizzato da soggetti esterni all’organizzazione. L’autovalutazione è intesa quindi come efficace strumento complementare di garanzia della qualità, che consente di misurare i successi ottenuti e di individuare gli ambiti in cui esiste un margine di miglioramento per quanto concerne l’attuazione del programma di lavoro degli attori del processo valutativo. – Un sistema di monitoraggio, definito a livello nazionale e/o regionale, associato a momenti di Peer review. 58 – Un dispositivo di rilevazione e misurazione, costituito da una griglia contenen - te un set di criteri e di indicatori ed un sistema di attribuzione e di calcolo dei valori rilevati nell’applicazione della griglia all’istituzione formativa. La raccomandazione sollecita gli Stati membri ad impegnarsi per un miglioramento complessivo dei sistemi della qualità nella sfera dell’education su cinque direttrici principali: – utilizzare e sviluppare ulteriormente il quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità, i criteri di qualità, i descrittori indicativi e gli indicatori di riferimento, allo scopo di migliorare e sviluppare ulteriormente i loro sistemi di istruzione e Formazione Professionale; – definire in ciascuno Stato membro un approccio volto a migliorare, se del caso, i sistemi di garanzia della qualità a livello nazionale e ad utilizzare nel modo migliore il quadro di riferimento, coinvolgendo le parti sociali, le autorità regionali e locali e tutti i soggetti interessati, conformemente alla legislazione e alla prassi nazionali. Per l’italia tale indicazione si è tradotta nel 2012 nell’approvazione del Piano Nazionale per la garanzia di qualità del sistema di istruzione e Formazione Professionale (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e MiUr, 2012); – partecipare attivamente alla rete per il quadro europeo di riferimento per la garanzia della qualità come base per l’ulteriore sviluppo di principi, criteri di riferimento e indicatori, linee guida e strumenti comuni per il miglioramento della qualità dell’istruzione e Formazione Professionale; – creare, qualora non sia già previsto, un punto nazionale di riferimento per la garanzia della qualità dell’istruzione e Formazione Professionale, che in italia è stato costituito presso l’iSFoL; – di procedere ogni quattro anni ad una revisione del processo di attuazionerevisione. 2.3. ULTERIORI ELEMENTI DI SUPPORTO ALLA STRATEGIA EUROPEA PER L’ASSICURAZIONE DELLA QUALITÀ DELLA VET SVILUPPATI DAL CEDEFOP 2.3.1. La Guida per l’autovalutazione Un primo elemento a supporto della strategia europea per l’assicurazione della qualità nella VEt precede l’approvazione della raccomandazione europea ed è costituito dalla European Guide on Self-assessment for VET-providers, frutto del lavoro di collaborazione svolto nell’ambito del Gruppo Tecnico sulla Qualità (TWG) costituito dalla Commissione Europea presso il CEDEFoP. La guida è dotata di una griglia di autovalutazione con le relative linee guida applicative che ne facilitano l’uso e risponde a due obiettivi principali. Da un lato la guida intende offrire uno strumento agli organismi erogatori d’istruzione e Formazione Professionale 59 che desiderano migliorare le performance della propria organizzazione in un’ottica di qualità, raccogliendo sistematicamente e valorizzando la percezione che i destinatari del servizio formativo esprimono. Dall’altro lo strumento è finalizzato a gettare un ponte tra i sistemi d’istruzione e Formazione Professionale dei diversi Paesi europei per facilitarne il dialogo, la cooperazione, la mobilità delle persone e lo scambio delle buone pratiche. La Guide on Self-assessment for VET-providers è stata adattata al contesto italiano dall’iSFoL. La versione italiana, denominata Guida all’Autovalutazione (Allulli et alii, 2006) costituisce una rivisitazione, contestualizzata rispetto alla realtà nazionale, della Guida prodotta nell’ambito europeo. infatti, la Guida nella sua versione originale è il risultato dell’analisi comparata dei criteri e dei migliori modelli qualità adottati dai diversi Paesi europei e applicati nei sistemi d’istruzione e Formazione Professionale. A livello nazionale la Guida all’Autovalutazione costituisce una tappa del percorso già avviato dall’iSFoL per lo sviluppo della qualità del Sistema di istruzione e Formazione Professionale. La Guida all’Autovalutazione, così com’è stata elaborata dal Gruppo di Lavoro Europeo e rivista dall’iSFoL, intende fornire agli organismi erogatori d’istruzione e Formazione Professionale un ausilio all’uso delle tecniche di gestione della qualità al fine di migliorarne le performance. in particolare nello scenario italiano, la Guida all’Autovalutazione si propone come uno strumento che può assumere funzioni diverse: – attivare negli organismi una riflessione che sia complementare al necessario accreditamento della struttura formativa, così come disciplinato dalla normativa nazionale e regionale, oppure che prepari la struttura stessa alla Certificazione di qualità secondo le norme UNi EN iSo 9000: 2000; – essere una risorsa preliminare o complementare alla Certificazione conseguita da una struttura formativa, perché consente, se utilizzata periodicamente, di focalizzare l’attenzione su aspetti specifici, peculiari alla natura dei servizi formativi, non abbastanza esplicitati in questo approccio alla qualità. All’interno di tale scenario la Guida all’Autovalutazione fornisce: – una concezione della qualità delle attività d’istruzione e di Formazione Professionale, ispirata alla Carta qualità prodotta dall’iSFoL; – una visione sistematica e generale di tutte le attività ed i processi messi in atto da un organismo erogatore d’istruzione e Formazione Professionale; – una mappa delle aree dell’organismo suscettibili di miglioramento, alle quali è stata attribuita una priorità; – la possibilità di verificare se i processi e le attività realizzate dall’organismo sono coerenti con i risultati ottenuti; – uno strumento per il controllo e la verifica continua dei processi e dei risultati in termini di insegnamento/apprendimento, di gestione del personale, di impatto sul territorio e di efficacia/efficienza finanziaria, poiché l’autovalutazione rientra nella pianificazione generale delle attività; 60 – la possibilità di sviluppare e valorizzare le competenze del proprio personale e i processi richiesti per la realizzazione dei servizi; – gli strumenti per pianificare le azioni di miglioramento e di innovazione dei processi chiave; – un elemento di riferimento per valutare l’efficacia delle scelte effettuate, poiché le decisioni sono assunte anche sulla base dei dati forniti dall’autovalutazione. 2.3.2. Il manuale per la Peer Review La Peer Review (valutazione tra pari) è una forma di valutazione esterna che ha l’obiettivo di supportare le strutture scolastiche e formative nelle iniziative di sviluppo e di assicurazione della qualità. il modello di Peer Review per la qualità nel settore education è stata messo a punto dalla Commissione Europea per essere adottato su base volontaria dalle istituzioni di istruzione e Formazione Professionale. Pertanto, la procedura di Peer Review ha una funzione formativa, orientata allo sviluppo, che pone uno specifico accento sulla promozione del miglioramento continuo della qualità. La procedura di Peer Review europea assiste le istituzioni di istruzione e Formazione Professionale nel definire lo stato dell’offerta formativa e fornisce suggerimenti e raccomandazioni utili per il suo miglioramento. Pertanto, i principali destinatari della procedura di Peer Review europea sono le stesse istituzioni di istruzione e Formazione Professionale valutate. La procedura descritta nel manuale è focalizzata soprattutto sulla promozione di uno sviluppo continuo della qualità. Un gruppo esterno di esperti, definiti Pari (Peers), è chiamato a valutare la qualità di alcune aree della struttura scolastica/ formativa, come per esempio la qualità dell’insegnamento/ apprendimento, o dell’intera struttura. Durante il processo valutativo, i Peer conducono visite presso l’istituzione soggetta a valutazione. i Peer sono esterni ma lavorano in un contesto simile a quello dell’istituzione valutata e sono dotati di esperienza e professionalità specifiche nella materia valutata. Sono persone indipendenti e si pongono su base di parità con le persone delle quali deve essere valutato il rendimento. il manuale italiano della Peer Review, il cui adattamento dalla versione comunitaria è stato curato dall’iSFoL (Allulli e tramontano, 2012), descrive una metodologia standard per la conduzione di una valutazione tra pari nell’istruzione e Formazione Professionale iniziale a partire dalla procedura definita a livello europeo. La procedura è stata messa a punto nel quadro del Progetto Leonardo da Vinci “Peer Review in initial VET” da un gruppo di esperti di otto istituzioni provenienti da sette Paesi europei. Nel 2006 sono state condotte 15 Peer Review pilota transnazionali in otto Paesi europei di cui 3 in italia. Nel 2010 la metodologia della Peer Review ha conosciuto un’applicazione estensiva nell’ambito di una sperimentazione finanziata dal PoN FSE Ministero del Lavoro, coordinata dall’iSFoL e condotta insieme a 12 strutture scolastiche e formative distribuite sull’intero territorio 61 nazionale. L’esperienza ha consentito di sperimentare la guida su un campione più allargato di istituti/centri di formazione e di apportare gli adattamenti necessari. Nel 2010/2011 è stato condotto, con il finanziamento dell’Unione Europea, un nuovo progetto internazionale, Peer Review Impact, che si è focalizzato soprattutto sull’impatto della Peer Review sulla struttura scolastica e formativa e su come rafforzarlo. questo progetto ha visto la partecipazione di esperti provenienti da centri di ricerca e da strutture formative di una serie di Paesi europei e ha portato alla redazione di linee guida che sono state inserite nel manuale italiano. Le indicazioni derivanti dalle esperienze condotte a livello europeo e nell’applicazione estensiva a livello nazionale sono state recepite nella revisione della procedura di Peer Review europea e nel suo adattamento al contesto italiano. Pertanto, il manuale di Peer Review descrive un sistema di procedure che ha superato la prova dell’attuazione pratica e capitalizza le esperienze realizzate. 63 3. Il sistema di valutazione nazionale ed il progetto VALeS il decreto del Presidente della repubblica del 28 marzo 2013, n. 80 ha istituito il nuovo Sistema di Valutazione Nazionale di valutazione in materia di Istruzione e Formazione (nel seguito SVN). Vi contribuiscono tre soggetti: iNVALSi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema di Istruzione e Formazione), indire (Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) ed il contingente ispettivo. La diversificazione dei compiti, tra i soggetti vede l’attribuzione a iNVALSi del coordinamento funzionale dell’SNV, della predisposizione dei protocolli di valutazione, distribuisce alle singole istituzioni scolastiche gli strumenti necessari alla procedura di valutazione ed è competente a definire gli indicatori per la valutazione dei dirigenti scolastici. iNVALSi cura infine la selezione, la formazione e l’inserimento in un apposito elenco degli esperti dei nuclei per la valutazione esterna delle scuole. All’indire compete altresì la definizione e attuazione dei piani di miglioramento della qualità dell’offerta formativa e dei risultati degli apprendimenti degli studenti, anche autonomamente adottati dalle scuole. indire cura, inoltre, il sostegno ai processi d’innovazione tesi al miglioramento della didattica centrati sulle nuove tecnologie, con interventi di consulenza e formazione in servizio del personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario e dei dirigenti scolastici, anche sulla base di specifiche richieste delle istituzioni scolastiche. infine, il contingente ispettivo concorre a realizzare gli obiettivi dell’SNV partecipando ai nuclei di valutazione esterna. 3.1. MODELLO INTERPRETATIVO MULTIDIMENSIONALE il modello interpretativo adottato da iNVALSi (iNVALSi-MiUr 2012, 2013) va inteso – secondo quanto espresso nei documenti di inquadramento teorico-metodologico – come lo schema concettuale che permette di categorizzare aspetti ritenuti rilevanti, che possano offrire un quadro sufficientemente esauriente degli effetti valutati e delle loro possibili cause. Nello specifico, si ritiene cruciale fornire elementi informativi da differenti punti di vista, che diano conto del complesso delle relazioni esistenti fra i diversi fenomeni in campo educativo. il modello interpretativo deve inoltre consentire di ragionare in maniera coerente su una pluralità di casi e di contesti, consentendo di ricavare indicazioni concrete per il singolo caso dal confronto con altre situazioni. il riferimento concettuale prescelto per l’impostazione generale del framework è il cosiddetto modello CiPP (Context - Input - Process - Product). il CiPP va inteso non tanto come un modello in cui i risultati risultino legati da un rapporto 64 deterministico alle altre variabili, ma come un approccio concettuale tale da permettere di categorizzare aspetti ritenuti rilevanti, che almeno su un piano logico possano offrire un quadro completo degli effetti e delle possibili cause. Pertanto la scelta è caduta sulla predisposizione di un quadro di riferimento unitario, che permetta di collegare i processi formativi da un lato alle risorse disponibili in un determinato contesto, dall’altro agli esiti cui si è pervenuti mediante l’azione educativa. il modello interpretativo risulta articolato in quattro classi di fattori: – gli esiti formativi ed educativi; – le pratiche educative e didattiche poste in essere nelle singole scuole; – l’ambiente organizzativo all’interno del quale quelle pratiche e quei processi si sviluppano; – il contesto socio-ambientale e le risorse in cui si inscrive il funzionamento dell’istituto, visto nella duplice prospettiva di vincoli e opportunità per l’azione organizzativa e formativa della scuola. A. Gli esiti formativi ed educativi Nel corso del recente passato il mondo della scuola, tanto sul piano europeo ed internazionale che su scala nazionale, è stato investito da un processo di cambiamento che suole essere definito nei termini di una progressiva destrutturazione dei curricoli scolastici tradizionali basati sulle conoscenze disciplinari a favore di un approccio per competenze. Gli esempi di riforma dei sistemi scolastici in tale direzione muovono dal principio secondo cui, per garantire una formazione di qualità, sia necessario porre l’accento sull’utilizzo da parte degli studenti di ciò che apprendono in classe in compiti e situazioni complesse, sia a scuola che nella vita, argomentando che questa prospettiva debba essere interpretata in termini di acquisizione e spendibilità delle competenze. La competenza diventa in tal modo un principio d’organizzazione del curricolo, mediante la quale costruire condizioni di apprendimento autentico e significativo, che diventi patrimonio personale spendibile in una pluralità di ambienti di vita. il concetto di significatività richiama il fatto che le nuove conoscenze possano essere collegate a quelle già presenti nel soggetto, contribuendo a riorganizzare il suo campo cognitivo ed emotivo sulla base delle nuove acquisizioni. Le riforme in corso implicano perciò un vero e proprio ripensamento delle funzioni dell’insegnamento ed una netta trasformazione dell’organizzazione scolastica intesa in senso tradizionale. Alla luce di quanto si è accennato circa l’adozione nel sistema scolastico nazionale di un approccio alla programmazione didattica centrata sulle competenze e gli esiti di apprendimento, va rilevato come il modello di valutazione delle istituzioni scolastiche sviluppato da iNVALSi risulti fortemente concentrato sull’analisi dei risultati di apprendimento degli studenti, considerati nella loro molteplicità e multidimensionalità. i learning outcomes, secondo la terminologia europea, riguardano in primo luogo il fatto che il sistema formativo ed educativo italiano assume come orizzonte di riferimento per lo sviluppo dei propri curricoli il quadro delle 65 competenze chiave per l’apprendimento permanente definite dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea (raccomandazione del 18 dicembre 2006). questo compito è ritenuto prioritario per la scuola sia perché rappresenta una precondizione per una piena partecipazione degli individui alla vita culturale, sociale ed economica della collettività di appartenenza, sia perché esso è specifico dell’istituzione scuola. in secondo luogo, il modello sviluppato dall’iNVALSi muove dal principio secondo cui le scuole sono chiamate a promuovere negli studenti valori e modelli di comportamento appropriati a un pieno esercizio dei diritti e doveri di cittadini di una società libera e democratica. L’educazione alla cittadinanza attiva diviene in tal modo una seconda direttrice su cui misurare lo sviluppo delle istituzioni scolastiche. Una terza dimensione significativa ai fini della valutazione degli esiti formativi è individuata nella promozione di una maggiore equità sociale. L’equità può essere osservata e valutata in una duplice prospettiva. La prima è quella delle pari opportunità, ossia la necessità di assicurare a tutti gli studenti uguali chance di riuscita scolastica, a prescindere dalla loro estrazione socio-economica, dal genere o dalla nazionalità di provenienza. La seconda prospettiva possibile è quella dell’uguaglianza degli esiti e rimanda alla necessità di assicurare comunque a tutti gli studenti il raggiungimento di alcuni livelli essenziali di competenza necessari per la partecipazione attiva alla vita sociale e allo sviluppo professionale. B. Le pratiche educative/didattiche e l’ambiente organizzativo in aggiunta agli esiti formativi, la multidimensionalità del modello VALeS prende in considerazione la dimensione dei processi, articolata su due componenti fondamentali, ossia le pratiche educative/didattiche e l’ambiente organizzativo. L’area delle Pratiche educative e didattiche ricomprende ciò che può essere definito come la selezione dei saperi, ossia dei contenuti oggetto dei processi di insegnamento erogati nel lavoro d’aula, e quindi l’adeguatezza e completezza del curricolo effettivamente perseguito. L’area definita come Ambiente organizzativo, per parte sua, include innanzitutto processi afferenti a ciò che può essere definito come ‘leadership distribuita e collegialità’, ossia gli stili di direzione e coordinamento, la collaborazione tra insegnanti, la promozione di una comunità professionale guidata da una leadership diffusa e condivisa. La leadership per l’apprendimento, così configurata, è inclusiva del dirigente e dei suoi più diretti collaboratori e si estende altresì ad una rete di ruoli e funzioni ricomprensibili sotto la denominazione di middle leadership. L’ambiente organizzativo si connota inoltre per il tipo di relazioni che connettono la scuola al territorio di riferimento, grazie alla costruzione di una rete aperta alla partecipazione ed al coinvolgimento della comunità locale, mediante la capacità della scuola di proporsi come partner attivo e strategico delle reti professionali e interistituzionali. Ulteriori processi collegati all’ambiente organizzativo sono legati allo sviluppo professionale delle risorse umane, oltre che i processi che guidano le forme 66 di valutazione interna/autovalutazione, lo sviluppo di competenze manageriali di gestione della performance scolastica e le modalità di rendicontazione sociale. C. Il contesto socio-ambientale e le risorse dell’Istituto il contesto è inteso nei termini dell’ambiente entro cui si svolge l’azione educativa. Anche nel caso della dimensione contestuale si distinguono una molteplicità di livelli tra loro interconnessi. Prendendo in esame il piano costituito dall’unità-classe, la composizione della popolazione studentesca può essere segmentata ed analizzata per singole variabili significative, ciascuna delle quali presenta un impatto diretto o indiretto sui risultati di apprendimento. Al più complessivo livello di istituto scolastico, le dimensioni maggiormente degne di rilievo attengono da un lato alle relazioni tra l’organizzazione scolastica e l’ambiente socio-economico locale, dall’altro alle risorse potenzialmente a disposizione della scuola. oltre alle macrovariabili cui si è fatto cenno, nell’impostazione del modello interpretativo sviluppato da iNVALSi contano anche aspetti apparentemente più soft, quali i valori civici e le attitudini diffuse nel territorio, spesso ricompresi nel concetto di capitale sociale. il contesto locale gioca infine un ruolo nel differenziare la situazione delle diverse scuole, introducendo ulteriori aspetti di interesse, legati alle risorse socio-economiche e culturali che connotano una specifica e circoscrivibile comunità territoriale. 3.2. IL PROCESSO VALUTATIVO Secondo l’impianto generale sotteso al progetto Vales, la valutazione delle scuole parte da un momento di autovalutazione, cui fa seguito una visita valutativa esterna, che prende le mosse da un’opera di verifica e di discussione dei contenuti del rapporto di autovalutazione (rA) elaborato dalla scuola. il rA, oltre a fornire una valutazione multidimensionale della situazione della scuola, rappresenta lo l’elemento cardine all’interno del quale vengono fissati e descritti nel dettaglio una serie di obiettivi di miglioramento, sulla base di chiare e definite priorità di intervento. il procedimento di valutazione delle istituzioni scolastiche, delineato nel decreto istitutivo del SNV, si sviluppa nelle seguenti fasi: – autovalutazione mediante analisi multidimensionale e attribuzione di un punteggio all’istituzione scolastica su una molteplicità di indicatori; – elaborazione di un rapporto di autovalutazione strutturato in dimensioni e aree distinte; – formulazione di un piano di miglioramento coerente con l’autoanalisi eseguita; – valutazione esterna mediante visite dei nuclei di valutazione esterna e ridefinizione dei piani di miglioramento; – azioni di miglioramento cioè attuazione da parte delle istituzioni scolastiche degli interventi migliorativi; – rendicontazione sociale e pubblicazione dei risultati raggiunti. 67 il rapporto di autovalutazione costituisce il luogo dove viene condotta a sintesi la multidimensionalità dei dati, provenienti da una molteplicità di fonti differenziate. Nel concreto si chiede al dirigente scolastico e al Nucleo di autovalutazione di esprimere giudizi sul posizionamento della scuola in relazione ad una serie di aree di riferimento, individuando gli elementi di forza e di debolezza. il rapporto costituisce pertanto il medium per il successivo confronto con il Nucleo di valutazione esterna, tenuto ad analizzare e verificare il documento, effettuando ulteriori approfondimenti. il piano di miglioramento scaturisce dalla lettura critica della realtà scolastica e prende avvio con l’individuazione di alcuni obiettivi strategici di sviluppo e con la precisazione di alcuni traguardi attesi attraverso cui valutare i risultati del piano. i risultati attesi richiedono di essere espressi in termini misurabili, sulla base di indicatori. Nel corso dell’intero procedimento valutativo, il ruolo del dirigente consiste principalmente nel promuovere e coordinare le diverse azioni, con particolare attenzione al raccordo con la scuola e con la comunità di appartenenza. in termini più specifici, vengono richiamate quattro funzioni cardine proprie del dirigente scolastico per sostenere il cambiamento: – facilitatore: favorire e promuovere l’autodeterminazione e l’elaborazione collegiale nei gruppi professionali, con particolare riguardo alla motivazione dell’azione e alla gestione delle resistenze professionali; – catalizzatore: favorire una rivisitazione critica della propria azione professionale e valorizzare le risorse interne ed esterne potenzialmente disponibili al cambiamento, con particolare riguardo alla legittimazione del processo innovativo e alla sua integrazione nel sistema scuola; – consigliere tecnico: mettere a disposizione una competenza esperta in rapporto agli specifici temi che caratterizzano il progetto di cambiamento, alimentare la riflessione e la progettazione attraverso approcci teorici, proposte operative e altre esperienze; – collegamento con l’esterno: alimentare costantemente il processo di miglioramento, sia operando dall’interno, sia mettendolo in collegamento con esperienze e soggetti esterni, con particolare riguardo al superamento di chiusure autoreferenziali. 69 4. Elementi di un framework per la valutazione dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore Dall’indagine condotta a livello oCSE emerge in modo chiaro come la valu - tazione sia andata assumendo un ruolo progressivamente centrale nei sistemi del - l’education, di pari passo con una loro rimodulazione che miri a renderli maggiormente rispondenti ad istanze di accountability e di improvement. queste ultime manifestano sempre più la loro cogenza sulla tenuta dei sistemi dell’istruzione e della Formazione, anche a fronte di un processo di crescente contrazione della spesa pubblica. risulta inoltre rilevante la tendenza a promuovere lo sviluppo di sistemi integrati di valutazione, le cui componenti siano interconnesse sulla base di sistemi di rilevazione e set di indicatori unitari, pur nella specificità degli oggetti cui si rivolgono, ed entro un sistema informativo che consenta l’interoperabilità dei dati raccolti ed elaborati. Nel capitolo che segue viene introdotta la proposta di un quadro di riferimento, di carattere generale, utile ad orientare lo sviluppo in chiave sistemica ed integrata delle pratiche di valutazione interna ed esterna dei Centri di Formazione Professionale. il quadro è delineato in modo da risultare coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. L’obiettivo di questa sezione consiste pertanto nel delineare l’articolazione di un framework che possa risultare coerente con gli elementi di policy fin qui illustrati. in primo luogo ci si riferisce al quadro introduttivo, in cui sono state tratteggiate le principali linee di tendenza nei processi di trasformazione dei sistemi valutativi delle istituzioni scolastiche e formative nell’area oCSE. inoltre si terranno in considerazione gli orientamenti attuali sia in sede europea (EqArF), sia sul piano nazionale (VALeS).8 Complessivamente, l’approccio adottato procede per linee generali, non rientrando tra gli scopi del rapporto di ricerca un’analisi nel dettaglio del sistema di valutazione. La trattazione si concentrerà quindi da un lato su una serie di linee di 8 Per un’analisi comparativa dei principali approcci alla valutazione delle istituzioni scolastiche ed alla gestione della qualità in ambito formativo si rinvia ad Allulli G., Verdi Vighetti L. (2012), Modello teorico integrato di valutazione delle strutture scolastiche e formative; iSFoL, I libri del Fondo Sociale Europeo, rubettino, Catanzaro. Per un esame del quadro nazionale in ordine alle tematiche della qualità nel settore della Formazione Professionale si rinvia ad Allulli G., Gentilini D. (2011), Studio comparato sui modelli di garanzia di qualità dell’Istruzione e Formazione Profes - sionale in alcuni paesi europei, Analisi iSFoL, 2011/4; Allulli G., tramontano i. (a cura di) (2007), I modelli di qualità nel sistema di Formazione Professionale italiano, i libri del Fondo Sociale Europeo, iSFoL, roma. 70 tendenza ampiamente condivise a livello internazionale, dall’altro sulla sintetica descrizione dei principali elementi portanti propri del modello, articolati per aspetti chiave. Un secondo approccio sotteso al contributo potrebbe essere definito a ragione di tipo ostensivo, in opposizione ad un orientamento di carattere più marcatamente stipulativo. in tale prospettiva, la scelta di mantenere l’analisi su una prospettiva orientativa fa sì che le esemplificazioni precisate per ciascun elemento del modello in alcuni casi rinvieranno ad una gamma differenziata di dispositivi, accomunati dall’essere impostati su comuni criteri guida. in tutti i casi il materiale esaminato proviene da una serie di buone pratiche esistenti, individuate in ambito nazionale ed internazionale. 4.1. IMPIANTO VALUTATIVO A CARATTERE SISTEMICO, CENTRATO SUL CICLO DI VITA DELL’OFFERTA FORMATIVA A partire dall’analisi degli attuali processi di riforma dei sistemi dell’education in sede internazionale, si coglie come orientamento generale la considerazione che essi siano sempre più interpretati e costruiti come sistemi a più dimensioni, al cui interno figurano elementi interrelati, per quanto riconducibili a piani distinti. Nella modellizzazione proposta dall’oCSE, come si è osservato, si distinguono molteplici dimensioni valutative, afferenti a piani distinti e interconnessi: nell’ordine, l’accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti (student assessment), la valutazione della performance degli insegnanti (teacher appraisal), la valutazione delle istituzioni scolastiche (school evaluation) ed infine la valutazione complessiva del sistema educativo (system evaluation). il principio ispiratore che sottostà alla nuova generazione di dispositivi valutativi muove dalla considerazione secondo cui i sistemi educativi, come tali, non sono riassumibili nella somma degli effetti prodotti dai loro elementi componenti e per tale ragione necessitano di un modello interpretativo unitario e sistemico (oECD Santiago e Benavides, 2009). il framework funge da quadro di riferimento per i processi di progettazione dell’impianto valutativo generale, oltre che per l’implementazione coerente e quanto più possibile integrata dei suoi elementi portanti e per l’utilizzo efficace dei risultati, ivi compresa la loro comunicazione e discussione presso l’intera rete degli stakeholder. risulta quindi opportuno definire l’attività di valutazione nei termini di un intervento improntato ad una logica sistemica (Bezzi, 2001): “essa è un sistema in quanto non esprime una logica semplice e lineare, secondo la quale esaurita una tappa si procede verso la seconda, ciascuna con sue logiche indipendenti: nella ricerca valutativa (....) la logica che governa il processo è una logica sistemica, che pone in continua interazione ogni parte, crea continuamente feedback fra le componenti”. 71 in tal senso, anche il modello interpretativo adottato da iNVALSi (VALeS), così come esaminato in precedenza sulla base dei documenti di inquadramento teorico-metodologico, intende fornire elementi informativi da differenti punti di vista, che diano conto del complesso delle relazioni esistenti fra i diversi fenomeni in campo educativo. il modello interpretativo deve consentire inoltre di ragionare in maniera coerente su una pluralità di casi e di contesti, consentendo di ricavare indicazioni concrete per il singolo caso dal confronto con altre situazioni. Se dal piano degli orientamenti generali ci spostiamo su quello dei modelli valutativi concreti, possiamo rilevare come il riferimento concettuale prevalente per l’impostazione generale del framework sia da individuare nel cosiddetto modello CiPP. il modello che, come si è osservato nello sviluppo dei capitoli precedenti, trova ampia corrispondenza in sede internazionale, si articola su quattro dimensioni (Context - Input - Process - Product): – il contesto in cui le scuole operano (aspetti demografici, economici e socioculturali nei quali confini la scuola si trova ad operare e che determinano la sua utenza); – gli input, ossia le risorse di cui il sistema educativo e le singole unità scolastiche dispongono per offrire il proprio servizio (risorse umane – inclusi gli studenti – materiali e risorse economiche a disposizione); – i processi attuati, ossia le attività realizzate dalla scuola (l’offerta formativa, le scelte organizzative e didattiche, gli stili di direzione); – i risultati ottenuti, sia immediati (percentuali di promossi, votazioni conseguite agli esami di stato, livelli di apprendimenti rilevati con prove standardizzate) sia a medio e lungo periodo (accesso all’università, al mondo del lavoro). il modello CiPP, nella riflessione compiuta dall’iNVALSi, va inteso non tanto come un modello in cui i risultati risultino legati da un rapporto deterministico alle altre variabili, ma come un approccio concettuale tale da permettere di categorizzare aspetti ritenuti rilevanti, che almeno su un piano logico possano offrire un quadro completo degli effetti e delle possibili cause. Si tratta di un quadro di riferimento unitario, che permette di collegare i processi formativi da un lato alle risorse disponibili in un determinato contesto, dall’altro agli esiti cui si è pervenuti mediante l’azione educativa. in tal senso, secondo l’elaborazione dell’iNVALSi, il modello interpretativo risulta articolato in quattro classi di fattori: – gli esiti formativi ed educativi; – le pratiche educative e didattiche poste in essere nelle singole scuole; – l’ambiente organizzativo all’interno del quale quelle pratiche e quei processi si sviluppano; – il contesto socio-ambientale e le risorse in cui si inscrive il funzionamento dell’istituto, visto nella duplice prospettiva di vincoli e opportunità per l’azione organizzativa e formativa della scuola. 72 4.2. APPROCCIO INTEGRATO TRA LE COMPONENTI DI AUTO-VALUTAZIONE E DI ETEROVALUTAZIONE L’analisi dello scenario internazionale, sia a livello di paesi dell’Unione Europea che più in generale nell’ambito dell’oCSE, mostra come nella costruzione dei modelli sempre più vadano intensificandosi i rapporti tra esiti di apprendimento degli studenti, forme di valutazione delle scuole e schemi di progressione di carriera e di remunerazione degli insegnanti. Allo stesso modo si va verso una più stretta connessione tra forme di valutazione interna ed esterna sia nei confronti della performance degli studenti che delle stesse istituzioni scolastiche e formative. Dall’altro lato risulta evidente che la definizione di policy che attengono alla dimensione valutativa non possono prescindere da un più ampio riferimento a quelle che sovrintendono ai sistemi della scuola e della Formazione Professionale intesi nel loro complesso. La rassegna internazionale dei modelli di valutazione delle istituzioni scolastiche ha posto in evidenza come il versante interno ed esterno della valutazione, nei termini di autovalutazione e di valutazione esterna, siano strettamente collegati. Nella maggior parte dei casi, a partire dal contesto anglosassone, l’autovalutazione precede sempre la valutazione esterna e ne pone le basi. Viene attuata direttamente dalla scuola su tutte le aree di attenzione su cui si svilupperà successivamente la valutazione esterna. Mentre l’autovalutazione risponde ad una logica di improvement, la valutazione esterna, realizzata nella maggior parte dei casi da un ente terzo, consente al sistema di garantire un elevato livello di accountability nei confronti dell’intera rete di portatori di interessi, a cominciare dagli studenti, dalle famiglie, dalla comunità locale e dai suoi principali attori sociali. in generale, il processo di autovalutazione è in capo al dirigente scolastico e, laddove sia previsto e operante, al consiglio direttivo della scuola. Le principali funzioni dell’attività autovalutativa riguardano in primo luogo l’analisi diagnostica di tutti i principali elementi che concorrono a comporre il sistema dell’istituzione scolastica, compresi gli elementi di input, così come i processi attivati ed i risultati ottenuti. Per ciascuno di tali aspetti si richiede di specificare le principali evidenze su cui si basa la valutazione. inoltre, l’attività di analisi compiuta sulla scorta di evidenze consente di identificare punti di forza e di debolezza e di graduare il posizionamento della scuola. infine, sulla base dell’attività di autoanalisi compiuta nelle fasi ora richiamate è possibile descrivere le azioni che la scuola intende intraprendere per fronteggiare i punti di debolezza e incrementare ulteriormente i punti di forza. La valutazione esterna, nella maggior parte dei casi esaminati, si sostanzia in un processo di raccolta di elementi di prova, spesso in forma di review, al fine di fornire una valutazione della performance che la scuola sta esprimendo, in relazione ad una serie di aspetti diversi. 73 tra le finalità principali della valutazione esterna, operata da personale specializzato e opportunamente formato, vi è innanzitutto quello di fornire una valutazione esterna e indipendente delle scuole, promuovendo una cultura mirata alla realizzazione di una rigorosa autovalutazione ed al miglioramento della qualità all’interno della scuola. Ulteriore obiettivo consiste nel contribuire al miglioramento dei processi e dei risultati, identificando i punti forti e i punti deboli di ogni scuola, in rapporto all’autovalutazione che le scuole curano regolarmente. inoltre, si dà una finalità che va oltre i confini della sfera scolastica, nel senso di fornire un’informazione rigorosa ed accurata ai genitori e a tutti gli attori della comunità locale sulla qualità e sugli standard sviluppati dalla scuola, oltre che di dare indicazioni al Governo sul grado di qualità espressa dall’intero sistema, anche ai fini della definizione di nuove politiche in campo scolastico. in particolare si segnala il caso inglese centrato su un modello integrato di valutazione delle istituzioni scolastiche e formative che combina periodicamente forme di valutazione esterna ed autovalutazione. Negli ultimi anni l’autovalutazione ha acquisito sempre più un ruolo strategico come metodologia di controllo interno della qualità dell’offerta formativa che deve essere integrata e suffragata dalla valutazione esterna. 4.3. COMPLEMENTARIETÀ TRA PROSPETTIVE DI ACCOUNTABILITY E DI MIGLIORAMENTO CONTINUO Dall’indagine condotta a livello oCSE emerge in modo chiaro come la valutazione sia andata assumendo un ruolo progressivamente centrale nei sistemi del - l’education, di pari passo con una loro rimodulazione che miri a renderli maggiormente rispondenti ad istanze di accountability e di improvement. queste ultime manifestano sempre più la loro cogenza sulla tenuta dei sistemi dell’istruzione e della Formazione, anche a fronte di un processo di crescente contrazione della spesa pubblica. risulta inoltre rilevante la tendenza a promuovere lo sviluppo di sistemi integrati di valutazione, le cui componenti siano interconnesse sulla base di sistemi di rilevazione e set di indicatori unitari, pur nella specificità degli oggetti cui si rivolgono, ed entro un sistema informativo che consenta l’interoperabilità dei dati raccolti ed elaborati. qualora si pongano a confronto le prospettive di accountability e di improvement dei sistemi educativi in relazione alla school evaluation, possono essere ricostruiti alcuni elementi qualificanti che danno conto del grado di complessità dello scenario complessivo. Nello schema seguente se ne riporta il quadro sinottico (Fig. 8). Sul terreno della valutazione delle istituzioni scolastiche e formative, la prospettiva di accountability può essere declinata in diverse forme, assumendo in primo luogo una connotazione di contractual accountability, esercitata prevalente74 mente con azioni valutative compiute dall’esterno (valutazione esterna) e basata su gradi di soddisfacimento di requisiti predefiniti e sul miglioramento della qualità espressa dall’istituzione nel suo insieme. tale accezione si distingue dalla moral accountability, che richiede all’istituzione scolastica di corrispondere ai bisogni espressi dagli studenti e delle rispettive famiglie. inoltre si può distinguere una professional accountability, che si basa sulla rispondenza alle aspettative del gruppo di pari (colleghi insegnanti) ed ha luogo in prevalenza all’interno della stessa istituzione formativa. Sempre in termini classificatori, si distingue inoltre tra accountability verticale, che si dà quando la scuola fornisce informazioni alle autorità pubbliche locali e/o nazionali mediante pratiche di valutazione esterna, dalla accountability orizzontale, che si attua qualora l’istituzione formativa fornisca alla comunità ed agli stakehorlder indicazioni su processi adottati, sulle scelte effettuate ed i risultati ottenuti, secondo quanto emerso dalle pratiche di valutazione interna. Fig. 8 - Prospettive di accountability e di improvement (miglioramento continuo) in rapporto alla valutazione delle istituzioni scolastiche e formative La school evaluation presenta altresì un versante connotato da una finalità di improvement, secondo una logica di tipo più eminentemente formativo. Su tale terreno ha luogo l’analisi dei livelli di accesso alle opportunità di apprendimento, che risponde al criterio di equità che caratterizza le forme di istruzione/Formazione finanziate dal settore pubblico. inoltre, la valutazione interna di istituto presiede ad un’analisi della performance espressa generalmente in termini di qualità ed efficienza a fini di sviluppo e miglioramento. Al tempo stesso la valutazione a fini for- #"  * + ,#     -                      $               +  !    #          #$(     !  (  !        45(  "          $ !!"  0  (  "        $         '       #    "(   "         $ 4#$5(   "       " 4#$  5   (                  # " !  ( Sul terreno della valutazione delle istituzioni scolastiche e formative, la prospettiva di accountability può essere declinata in diverse forme, assumendo in primo luogo una connotazione di contractual accountability, esercitata prevalentemente con azioni valutative compiute dall’esterno (valutazione esterna) e basata su gradi di soddisfacimento di requisiti predefiniti e sul miglioramento della qualità espressa dall’istituzione nel suo insieme. Tale accezione si distingue dalla moral accountability, che richiede all’istituzione scolastica di corrispondere ai bisogni espressi dagli studenti e delle rispettive famiglie. Inoltre si può distinguere una professional accountability, che si basa sulla rispondenza alle aspettative del gruppo di pari (colleghi insegnanti) ed ha luogo in prevalenza all’interno della stessa istituzione formativa. Sempre in termini classificatori, si distingue inoltre tra accountability verticale, che si dà quando la scuola fornisce informazioni alle autorità pubbliche locali e/o nazionali mediante pratiche di valutazione esterna, dalla accountability orizzontale, che si attua qualora l’istituzione formativa fornisca alla comunità ed agli stakehorlder indicazioni su processi adottati, sulle scelte effettuate ed i risultati ottenuti, secondo quanto emerso dalle pratiche di valutazione interna. La school evaluation presenta altresì un versante connotato da una finalità di improvement, secondo una logica di tipo più eminentemente formativo. Su tale terreno ha luogo l’analisi dei livelli di accesso alle opportunità di apprendimento, che risponde al criterio di equità che caratterizza le forme di Istruzione/Formazione finanziate dal settore pubblico. Inoltre, la valutazione interna di istituto presiede ad un’analisi della performance espressa generalmente in termini di qualità ed efficienza a fini di sviluppo e miglioramento. Al tempo stesso la valutazione a fini formativi può consentire alle autorità territoriali l’acquisizione e trasmissione di dati in vista di interventi diretti alla riduzione del gap tra istituzioni scolastiche ad alto e basso grado di performance. 75 mativi può consentire alle autorità territoriali l’acquisizione e trasmissione di dati in vista di interventi diretti alla riduzione del gap tra istituzioni scolastiche ad alto e basso grado di performance. 4.4. LA DIMENSIONE INTERNA DELLA VALUTAZIONE: DESCRITTORI ED INDICATORI CHIAVE. ESEMPLIFICAZIONI 4.4.1. Il dispositivo procedurale INVALSI-VALeS Nella visione espressa da iNVALSi, il processo di autovalutazione delle istituzioni scolastiche è diretto all’individuazione di concrete piste di miglioramento, sfruttando le informazioni qualificate di cui ogni scuola dispone, inoltre deve immaginarsi parte d’un processo di riflessione continua. La valutazione interna serve a strutturare una rappresentazione dell’istituto da parte della comunità scolastica che lo compone, attraverso un’analisi critica del suo funzionamento, sostenuta da evidenze emergenti dai dati disponibili. tale rappresentazione costituisce la base a partire dalla quale individuare alcune priorità di sviluppo verso cui orientare il progetto di miglioramento. A ciascun Dirigente scolastico, in stretta collaborazione con il Nucleo di autovalutazione e con la partecipazione della Comunità professionale, è richiesto di redigere un rapporto di Autovalutazione agile, di facile compilazione grazie alle informazioni e i dati messi a sua disposizione, oltre che agevolmente consultabile e comprensibile da parte degli stakeholder. È importante che il rapporto di Autovalutazione abbia un format comune e che vengano utilizzati i dati della scuola confrontabili con valori di riferimento (benchmark). il rA è composto da due sezioni interdipendenti. La prima è diretta all’analisi della situazione esistente, interpretata sulla base di evidenze. La seconda contiene alcuni obiettivi di miglioramento su cui orientare l’azione della struttura scolastica in prospettiva. La connessione tra le due parti consiste nella coerenza argomentativa che il nucleo di autovalutazione e il Dirigente scolastico esprimono, collegando la scelta degli obiettivi e l’analisi precedentemente compiuta. Il set di indicatori previsti dal modello VALeS La batteria di indicatori sviluppato da iNVALSi si articola all’interno delle diverse dimensioni di analisi poste alla base del modello: – Dimensione Contesto e risorse – Dimensione Processi: Pratiche educative e didattiche – Dimensione dei processi: Ambiente organizzativo per l’apprendimento – Dimensione Esiti: Esiti formativi ed educativi A. Analisi del contesto e delle risorse L’azione ricognitiva sul contesto e sulle risorse viene attuata utilizzando principalmente evidenze e dati in possesso della scuola. Alcuni indicatori messi a dis76 posizione dal fascicolo Scuola in chiaro e iNVALSi possono inoltre facilitare il nucleo di autovalutazione nel ragionare sul contesto. Gli indicatori in questa circostanza possono essere un utile strumento informativo, se utilizzati all’interno di una riflessione e interpretazione più ampia da parte della scuola. in questo caso al nucleo di autovalutazione viene richiesto di individuare e descrivere in modo sintetico i caratteri salienti del contesto di riferimento e le risorse disponibili. i set di indicatori sono riportati rispettivamente alle Figg. 9 e 10. Fig. 9 - VALeS: Dimensione Contesto Fonte: iNVALSi-MiUr, 2013 Fig. 10 - VALeS: Dimensione Risorse Fonte: iNVALSi-MiUr, 2013 Il RA è composto da due sezioni interdipendenti. La prima è diretta all’analisi della situazione esistente, interpretata sulla base di evidenze. La seconda contiene alcuni obiettivi di miglioramento su cui orientare l’azione della struttura scolastica in prospettiva. La connessione tra le due parti consiste nella coerenza argomentativa che il nucleo di autovalutazione e il Dirigente scolastico esprimono, collegando la scelta degli obiettivi e l’analisi precedentemente compiuta. Il set di indicatori previsti dal modello VALeS La batteria di indicatori sviluppato da INVALSI si articola all’interno delle diverse dimensioni di analisi poste alla base del modello:  Dimensione Contesto e Risorse  Dimensione Processi: Pratiche educative e didattiche  Dimensione dei processi: Ambiente organizzativo per l’apprendimento  Dimensione Esiti: Esiti formativi ed educativi A. Analisi del contesto e delle risorse L’azione ricognitiva sul contesto e sulle risorse viene attuata utilizzando principalmente evidenze e dati in possesso della scuola. Alcuni indicatori messi a disposizione dal fascicolo Scuola in chiaro e INVALSI possono inoltre facilitare il nucleo di autovalutazione nel ragionare sul contesto. Gli indicatori in questa circostanza possono essere un utile strumento informativo, se utilizzati all’interno di una riflessione e interpretazione più ampia da parte della scuola. In questo caso al nucleo di autovalutazione viene richiesto di individuare e descrivere in modo sintetico i caratteri salienti del contesto di riferimento e le risorse disponibili. I set di indicatori sono riportati rispettivamente alle Figure 9 e 10. %(./       Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti &'(./  )   &'(./  )   Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./    77 B. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’iNVALSi, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. Fig. 11 - VALeS: Dimensione Esiti Fonte: iNVALSi-MiUr, 2013 C. Analisi e valutazione dei processi L’analisi e la valutazione si realizza mediante la riflessione del gruppo di autovalutazione, utilizzando evidenze e dati in possesso della scuola. il nucleo di autovalutazione ed il dirigente scolastico possono inoltre utilizzare gli indicatori reperibili da iNVALSi e Scuola in chiaro, così come le risultanze dagli ulteriori strumenti d’indagine messi a disposizione dall’iNVALSi. Anche in questo caso gli indicatori non sono immediatamente valutativi ma rappresentano un utile strumento informativo. A conclusione dell’analisi si chiede di esprimere una valutazione utilizzando una scala a quattro livelli per ciascuna area di analisi, motivando i giudizi espressi sulla base degli indicatori disponibili. Per ciascuna area viene richiesto di esprimere una valutazione che sia strettamente integrata con i dati a disposizione, utilizzando una scala a su quattro livelli. il livello 1 (inadeguato) si riferisce alle situa-  Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 A. Analisi e valutazione degli esiti L’opera di analisi e di valutazione viene realizzata utilizzando il set di indicatori forniti dal fascicolo Scuola in chiaro e dall’INVALSI, eventualmente integrati con evidenze e dati in possesso della scuola. Il set di indicatori è riportato alla Fig. 11. #$00&(./     Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 78 zioni nelle quali, rispetto a una determinata area, la scuola non ha raggiunto un livello ritenuto accettabile. il livello 2 (accettabile) viene applicato ai casi in cui il livello raggiunto rappresenta il punto di partenza minimo per arrivare a successivi miglioramenti. il livello 3 (buono) riguarda i casi in cui la scuola ha messo in campo le azioni necessarie per raggiungere un livello ritenuto buono per quella determinata area. infine, il livello 4 (eccellente) si riferisce alle situazioni nelle quali sono stati raggiunti standard di eccellenza attraverso azioni che garantiscono una qualità diffusa o esiti ottimali. i set di indicatori sono riportati rispettivamente alle Figure 12 e 13. Fig. 12 - VALeS: Dimensione Processi (Pratiche educative e didattiche) Fonte: iNVALSi-MiUr, 2013 C. Analisi e valutazione dei processi L’analisi e la valutazione si realizza mediante la riflessione del gruppo di autovalutazione, utilizzando evidenze e dati in possesso della scuola. Il nucleo di autovalutazione ed il dirigente scolastico possono inoltre utilizzare gli indicatori reperibili da INVALSI e Scuola in chiaro, così come le risultanze dagli ulteriori strumenti d’indagine messi a disposizione dall’INVALSI. Anche in questo caso gli indicatori non sono immediatamente valutativi ma rappresentano un utile strumento informativo. A conclusione dell’analisi si chiede di esprimere una valutazione utilizzando una scala a quattro livelli per ciascuna area di analisi, motivando i giudizi espressi sulla base degli indicatori disponibili. Per ciascuna area viene richiesto di esprimere una valutazione che sia strettamente integrata con i dati a disposizione, utilizzando una scala a su quattro livelli. Il livello 1 (inadeguato) si riferisce alle situazioni nelle quali, rispetto a una determinata area, la scuola non ha raggiunto un livello ritenuto accettabile. Il livello 2 (accettabile) viene applicato ai casi in cui il livello raggiunto rappresenta il punto di partenza minimo per arrivare a successivi miglioramenti. Il livello 3 (buono) riguarda i casi in cui la scuola ha messo in campo le azioni necessarie per raggiungere un livello ritenuto buono per quella determinata area. Infine, il livello 4 (eccellente) si riferisce alle situazioni nelle quali sono stati raggiunti standard di eccellenza attraverso azioni che garantiscono una qualità diffusa o esiti ottimali. I set di indicatori sono riportati rispettivamente alle Figg. 12, 13. ' (./  "  ," -  Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 79 Fig. 13 - VALeS: Dimensione Processi (Ambiente organizzativo per l’apprendimento) Fonte: iNVALSi-MiUr, 2013 4.4.2. Descrittori ed indicatori del dispositivo EQARF Un secondo esempio di dispositivo basato sull’approccio CiPP (Context - Input - Process - Product) è rappresentato dalla batteria di descrittori ed indicatori racchiusi nel modello EqArF. All’interno della raccomandazione europea precedentemente esaminata viene proposto un set di descrittori, contenenti sia un insieme di criteri di qualità, sia una griglia di descrittori destinati a fornire un aiuto agli Stati membri, se ritenuto opportuno, nel processo di implementazione del quadro di riferimento sul piano nazionale. i criteri di qualità insistono su alcune dimensioni chiave: una pianificazione che rifletta una visione strategica condivisa dai '(./  "  ,(* #      -  Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 4.4.2. Descrittori ed indicatori del dispositivo EQARF Un secondo esempio di basato sull’approccio CIPP (Context - Input - Process - Product) è rappresentato dalla batteria di descrittori ed indicatori racchiusi nel modello EQARF. All’interno della Raccomandazione europea precedentemente esaminata viene proposto un set di descrittori, contenenti sia un insieme di criteri di qualità, sia una griglia di descrittori destinati a fornire un aiuto agli Stati membri, se ritenuto opportuno, nel processo di implementazione del quadro di riferimento sul piano nazionale. I criteri di qualità insistono su alcune dimensioni chiave: una pianificazione che rifletta una visione strategica condivisa dai soggetti interessati e comprenda scopi, obiettivi, azioni ed indicatori espliciti; il fatto che i piani attuativi sino elaborati in consultazione con i soggetti interessati e includano regole esplicite; una valutazione dei risultati e dei processi effettuata regolarmente con l’aiuto di misurazioni; un ciclo valutativo che si concluda con una fase di revisione. Di seguito si riporta la griglia di descrittori proposti per il livello dell’istituzione formativa (Fig. 14). '(./  "  ,(* #      -  Fonte: INVALSI-MIUR, 2013 4.4.2. Descrittori ed indicatori del dispositivo EQARF Un secondo esempio di dispositivo basato sull’approccio CIPP (Context - Input - Process - Product) è rappresentato dalla batteria di descrittori ed indicatori racchiusi nel modello EQARF. All’interno della Raccomandazione europea precedentemente esaminata viene proposto un set di descrittori, contenenti sia un insieme di criteri di qualità, sia una griglia di descrittori destinati a fornire un aiuto agli Stati membri, se ritenuto opportuno, nel processo di implementazione del quadro di riferimento sul piano nazionale. I criteri di qualità insistono su alcune dimensioni chiave: una pianificazione che rifletta una visione strategica condivisa dai soggetti interessati e comprenda scopi, obiettivi, azioni ed indicatori espliciti; il fatto che i piani attuativi sino elaborati in consultazione con i soggetti interessati e includano regole esplicite; una valutazione dei risultati e dei processi effettuata regolarmente con l’aiuto di misurazioni; un ciclo valutativo che si concluda con una fase di revisione. Di seguito si riporta la griglia di descrittori proposti per il livello dell’istituzione formativa (Fig. 14). 80 soggetti interessati e comprenda scopi, obiettivi, azioni ed indicatori espliciti; il fatto che i piani attuativi sino elaborati in consultazione con i soggetti interessati e includano regole esplicite; una valutazione dei risultati e dei processi effettuata regolarmente con l’aiuto di misurazioni; un ciclo valutativo che si concluda con una fase di revisione. Di seguito si riporta la griglia di descrittori proposti per il livello dell’istituzione formativa (Fig. 14). Fig. 14 - Criteri di qualità e descrittori per il livello dell’istituzione formativa '                (  ) *     + !  ,  (,      0!'  • 1 0! '           )  6      !      ) 6 • % 0! 7 ! • ,!$ #$           +'"# #$ • 1         ) 6 •          $ • 1 ) 6  #$ !     , 0!  ! • 6  +  •           !)   •           $  #$  /   +  8+ /    + !  #0          ) 6 • , ) '         "9        • ,          %    :           + !  + La progettazione riguarda la definizione di obiettivi chiari e misurabili riferiti alle politiche, alle procedure, ai compiti e alle risorse umane, al fine di consentire il controllo sul conseguimento dei '                !  ,  (,      0!'  • 1 0! 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L’efficacia della valutazione dipende principalmente dalla definizione di una metodologia chiara applicabile alla valutazione esterna e interna, nonché dalla coerenza tra i dati e gli indicatori raccolti e gli obiettivi predeterminati. È, dunque, necessario il ricorso a metodi di rilevazione dei dati, per esempio questionari e indicatori misurabili. infine, dato l’obiettivo del miglioramento continuo dell’offerta formativa, è necessario mettere a punto un processo di revisione dei risultati della valutazione che garantisca tramite una procedura di feedback la realizzazione dei cambiamenti opportuni e di piani d’azione appropriati. infatti, il quadro di riferimento europeo per la garanzia di qualità evidenzia l’esigenza che il processo di valutazione sia organicamente inserito all’interno del processo decisionale. Diversamente i risultati della valutazione sarebbero utili per il controllo, ma non per lo sviluppo del sistema. inoltre, la raccomandazione europea pone al centro il monitoraggio e la valutazione interna ad esterna, che devono essere opportunamente definiti dagli Stati membri per individuare punti di forza dei sistemi, dei processi e delle procedure e i settori da migliorare. La raccomandazione europea sulla qualità dell’istruzione e Formazione Professionale contiene anche un set di dieci indicatori di qualità relativi ai diversi aspetti dell’azione formativa, che possono essere utilizzati per facilitare la valutazione e il miglioramento della qualità dei sistemi. Gli indicatori di qualità sono volti a sostenere la valutazione e il miglioramento della qualità dei sistemi e/o degli erogatori di istruzione e Formazione Professionale in conformità alla legislazione e alla prassi nazionale e possono servire da tool box grazie al quale ogni utente possa scegliere gli indicatori più adeguati alle condizioni del proprio specifico sistema di garanzia della qualità. •           $  #$  /   +  8+ /    + !  #0          ) 6 • , ) '         "9        • ,          %    (2 • :           + !   (  /    !     ,  !!" • ,!; + + •            + La progettazione riguarda la definizione di obiettivi chiari e misurabili riferiti alle politiche, alle procedure, ai compiti e alle risorse umane, al fine di consentire il controllo sul conseguimento dei '                !  ,  (,      0!'  1 0! '      ) 6 • % 0! • 7 ! • ,!$ #$    +'"# #$ • 1    ) 6 •    $ • 1 ) 6  #$ !     , 0!  ! • 6  +  •    !)   •     $  #$  /   +  8+ #0   ) 6 • , ) '    "9   • ,    %    :      + !   (   ,  !!" • ,!; + + •     + La progettazione riguarda la definizione di obiettivi procedure, ai compiti e alle risorse umane, al fine di 82                                                                                 !                       "   •                              • #            • $      %     &                                    !           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Gli indicatori, così come i descrittori illustrati in precedenza, sono destinati ad un uso su base volontaria, conformemente alla legislazione e alla prassi nazionali. Nella raccomandazione si insiste sul fatto che essi non dovrebbero essere considerati né parametri di riferimento, né mezzi per riferire o fare raffronti in relazione alla qualità ed all’efficacia dei sistemi nazionali. La responsabilità del controllo della qualità dei sistemi educativi infatti, così come previsto dai trattati istitutivi dell’Unione, ricade esclusivamente nelle competenze degli Stati membri. Gli indicatori sono ripartiti tra Indicatori generali per l’assicurazione della qualità, Indicatori che sostengono gli obiettivi di qualità delle politiche nel campo dell’IeFP e indicatori diretti a raccogliere Informazioni di contesto. Di seguito si riporta la griglia di indicatori proposti nella raccomandazione, suddivisi per macroarea ed articolati per tipologia e per finalità cui tende la policy corrispondente (Fig. 15). 4.4.3. Il modello allo studio presso la Provincia Autonoma di Trento L’autovalutazione degli istituti scolastici del trentino si caratterizza, sin dalla sua nascita, come una proposta rivolta alle scuole per l’avvio, l’implementazione e lo sviluppo dell’auto-valutazione periodica, finalizzata a elaborare, sviluppare e verificare gli obiettivi dei Progetti di istituto. il processo di auto-valutazione, per questo, è coerentemente inserito in un percorso di Programmazione - Monitoraggio - Valutazione - riprogrammazione focalizzato sulle singole scuole e ispirato al principio generale dell’autonomia scolastica. A tal fine è stata promossa la costituzione dei Nuclei interni di Valutazione (NiV), i quali hanno lo scopo di gestire a livello di istituto il processo di fissazione degli obiettivi di miglioramento, raccolta dati e registrazione degli stessi nel sistema on-line, nonché di riflessione-valutazione-decisione rispetto ai dati messi a disposizione dal sistema degli indicatori di monitoraggio, costruiti ed elaborati a partire dalla rilevazione on-line. il sistema di servizio e consulenza che finora ha funzionato a livello provinciale è stato orientato a coadiuvare le scuole nel processo di auto-valutazione collegato a propri autonomi obiettivi/aree di miglioramento. Nel corso del tempo, la raccolta dei dati ha offerto l’opportunità di sviluppare confronti provinciali tra istituti scolastici su specifici indicatori e indici sintetici. tali confronti avrebbero lo scopo di procedere alla definizione di standard su cui confrontare i risultati dei singoli istituti scolastici, in modo da sviluppare una sorta di confronti tra scuole. Esistono pertanto due potenziali finalità generali dell’attuale modello di (auto) valutazione. La prima ha un carattere costitutivo e originario, diretto a coadiuvare gli istituti scolastici a sviluppare un proprio autonomo sistema di auto-valutazione. La seconda si è venuta a costituire come possibilità nel corso delle varie rilevazioni 85 e consiste nel promuovere, tramite specifici indici, un processo di valutazione interistituto a livello provinciale, da affiancare ad un periodica valutazione esterna. L’ipotesi di modello di valutazione delle istituzioni di istruzione trentine (ciclo primario e scuole secondarie di secondo grado) tiene conto anche dei seguenti riferimenti nazionali e internazionali: l’esperienza di valutazione esterna condotta dall’Università Cattolica di Milano in raccordo con l’iPrASE per conto del Dipartimento istruzione della PAt nel corso del 2008; il quadro di riferimento elaborato dall’iNVALSi per la valutazione del sistema scolastico e delle scuole, rilasciato nel giugno 2010; lo European Common quality Assurance Framework e, per l’italia, la collegata Guida all’Autovalutazione delle Strutture Scolastiche e Formative. questi riferimenti valorizzano quanto già realizzato in trentino in materia di autovalutazione e di valutazione esterna di istituto e, al tempo stesso, si collegano a quanto è in fase di attuazione a livello nazionale (principalmente a cura di iNVALSi) e internazionale. Fig. 16 - Architettura generale del modello La figura (Fig. 16) mostra in sintesi l’architettura generale del modello di valutazione. questa si basa sui seguenti elementi generali: un insieme di indicatori, suddivisi in tre “blocchi”, utilizzabili tanto per i processi di auto-valutazione, quanto a supporto della valutazione esterna; l’attivazione di un servizio specifico di supporto alla valutazione all’interno del Dipartimento istruzione, che ha come principali funzioni quelle di coordinare la rilevazione on-line, sostenere i singoli istituti scolastici nei loro processi di auto-valutazione e di costruire, insieme alla funzione di valutazione esterna, la “mappa” degli istituti scolastici (confronto e relazione tra indicatori di contesto e indicatori di risultato) utile per ulteriori approfondimenti 86 valutativi; l’attivazione, in coordinamento con organismi di valutazione interna già esistenti (i NiV, il servizio di supporto e il Comitato Provinciale di Valutazione), di una funzione di valutazione esterna in capo ad un soggetto terzo rispetto al sistema trentino. il cuore del modello è dato dal sistema degli indicatori suddivisi in tre gruppi. in primo luogo gli indicatori di situazione/contesto: si tratta di valori che descrivono la situazione del singolo istituto e costituiscono, per così dire, l’input contestuale entro cui agiscono i processi di apprendimento e quelli organizzativi. Sono il “punto di partenza” dei singoli istituti scolastici e, pertanto, tali indicatori possono essere funzionali alla identificazione del valore aggiunto in termini di prestazioni del singolo istituto (e del complesso degli istituti) alla fine di un certo periodo di riferimento (uno o più anni scolastici). il secondo gruppo comprende gli indicatori di risultato: rappresentano valori sintetici che identificano i risultati dell’istituto al termine del periodo di riferimento, in termini di apprendimento, soddisfazione, raggiungimento di obiettivi di policy nonché prosecuzione e successo degli/delle ex-allievi/e. Nel terzo gruppo figurano gli indicatori di processo: si tratta di indicatori che si focalizzano sul funzionamento didattico ed organizzativo degli istituti e, pertanto, possono contribuire a spiegare le differenze tra contesto/ risultati del singolo istituto e quelli del complesso degli istituti. 4.5. IL RAPPORTO DI AUTOVALUTAZIONE ED IL PIANO DI MIGLIORAMENTO: ELEMENTI DI RACCORDO TRA VALUTAZIONE INTERNA E VALUTAZIONE ESTERNA. ESEMPLIFICAZIONI Secondo l’impostazione che caratterizza i modelli sviluppati prevalentemente in area anglosassone, la valutazione esterna rappresenta uno strumento diretto da un lato a potenziare la capacità delle istituzioni formative a compiere la sistematica azione autovalutativa, dall’altro ad assolvere alla funzione di rendicontazione (accountability). 4.5.1. Il dispositivo procedurale INVALSI-VALeS il modello VALeS sviluppato da iNVALSi risulta essere articolato in una simile prospettiva. in questo caso, il rapporto di Autovalutazione costituisce il momento di sintesi della diagnosi complessiva volta a individuare punti di forza e di debolezza del servizio offerto. Al tempo stesso il rapporto intende rappresentare un anello di congiunzione con il processo di valutazione esterna, rappresentando uno strumento di comunicazione con i team di valutazione esterna. La valutazione esterna si configura in tal senso come un momento di verifica e validazione dei risultati derivanti dall’opera di autovalutazione. Un secondo elemento che funge al tempo stesso da cerniera tra l’azione autovalutativa e la valutazione esterna compiuta dal team multidisciplinare è rappresentato dalla redazione del Piano di Miglioramento. 87 il Piano scaturisce dalla lettura critica della realtà scolastica e, in una prima fase, si sostanzia nella individuazione di alcuni obiettivi strategici di sviluppo e nella precisazione di alcuni traguardi attesi attraverso cui valutarne i risultati nel medio periodo. Le priorità poste alla base del Piano forniscono le direzioni di marcia su cui sviluppare il documento di programmazione. Secondo iNVALSi è importante evidenziarne la valenza strategica e scegliere con cura una serie contenuta (massimo tre o quattro) di linee di lavoro su cui focalizzare l’attenzione. i risultati attesi, dal canto loro, richiedono di essere espressi in termini misurabili e controllabili, facendo riferimento a precisi indicatori. Gli obiettivi racchiusi nel Piano di Miglioramento scaturiscono dal processo di autovalutazione e vengono indicati esplicitamente nel rapporto. Sotto il profilo procedurale, gli obiettivi vengono proposti dal Dirigente scolastico al Direttore dell’Ufficio Scolastico regionale per la loro effettiva definizione e la conseguente assegnazione contrattuale. La definizione negoziata degli obiettivi fra Dirigente scolastico e Direttore USr intende evidenziare l’importanza del ruolo del Dirigente scolastico e la sua responsabilità nei confronti dei i risultati concordati. Per questa ragione, secondo il modello VALeS, la definizione degli obiettivi deve inquadrarsi all’interno di una strategia dirigenziale tesa a definire gli obiettivi generali in relazione sia al sistema dell’istituzione scolastica sia alla più estesa comunità territoriale di riferimento. 4.5.2. Il modello trentino di integrazione tra valutazione esterna di istituto e valutazione della dirigenza scolastica La Provincia di trento esercita sulla base delle disposizioni statutarie e delle relative norme di attuazione, le funzioni amministrative in materia scolastica che nel restante territorio nazionale sono esercitate dal Ministero attraverso i suoi organi. tali funzioni amministrative assolvono il compito fondamentale di assicurare il regolare svolgimento del servizio scolastico ed educativo nel territorio di riferimento. Fra le funzioni di Governo del sistema educativo provinciale, come delineate dalla legge provinciale 5 del 2006, art.35, vi è l’adozione di criteri ed indirizzi generali destinati alle istituzioni scolastiche e formative per il coordinamento complessivo del servizio educativo erogato. Le linee di indirizzo e gli obiettivi al sistema educativo provinciale per il biennio 2012-2014, promulgati dalla Giunta Provinciale con delibera n.1943 del 14 settembre 2012, prendendo spunto dai contenuti del Programma di Sviluppo Provinciale della XiV legislatura, nonché dagli obiettivi europei per il 2020, costituiscono un punto di riferimento per l’elaborazione da parte di ciascuna istituzione scolastica e formativa di un proprio piano di miglioramento biennale (coerentemente con i suoi compiti d’indirizzo e di programmazione) che, tenendo in considerazione le specificità del proprio contesto di riferimento, definisce percorsi per il miglioramento che possono riguardare l’innalzamento della qualità di quanto già attuato, il miglioramento del livello di efficienza dell’istituzione scolastica e l’in88 troduzione di nuove attività progettuali. Gli indirizzi servono inoltre per la definizione dei progetti di istituto. Le linee provinciali e il piano di miglioramento dell’istituzione scolastica approvato dal Consiglio dell’istituzione costituiscono il framework strategico all’interno del quale il dirigente scolastico esercita la sua attività di orientamento e di miglioramento del servizio, avendo nel contempo ben chiara la situazione dei dati derivanti dall’autovalutazione della propria istituzione scolastica e i risultati di apprendimento dei propri studenti. Pertanto, il punto di partenza è l’autonomia e la responsabilità dell’azione dirigenziale del dirigente scolastico che, dato il quadro di riferimento ed i dati a disposizione, individuerà gli obiettivi da raggiungere e metterà in atto tutte le azioni opportune per concordarli e promuoverli nella comunità professionale e sociale di riferimento. il Dirigente, avendo chiare le Linee di indirizzo di sistema, nonché il piano di miglioramento approvato dal Consiglio dell’istituzione, definisce gli obiettivi di processo (indicativamente due) per raggiungere gli obiettivi di risultato (indicativamente due), considerando: – i punti di forza e debolezza della propria istituzione scolastica oggettivamente misurati attraverso gli indicatori per l’auto-valutazione messi a disposizione a livello centrale, – i risultati sugli apprendimenti forniti innanzitutto da iNVALSi, – altre misure a sua disposizione. il raggiungimento degli obiettivi viene misurato attraverso un indicatore per obiettivo, scelto dal dirigente stesso all’interno di una griglia prestabilita a livello provinciale. rispetto a ciascun indicatore il Dirigente dovrà, partendo dal valore di quell’indicatore nell’a.s precedente a quello di valutazione, indicare il valore target che intende raggiungere nel periodo di valutazione. tali obiettivi e target verranno validati dal Dirigente Generale del Dipartimento della Conoscenza, eventualmente affiancato da un team di esperti esterni, tenendo in considerazione le priorità strategiche e i punti di forza e debolezza dell’istituzione scolastica. in questa sede potrà essere chiesto al Dirigente scolastico di rivedere o integrare gli obiettivi e dove è necessario inserire un ulteriore obiettivo che il Dipartimento ritiene significativo per quella specifica istituzione scolastica con il relativo indicatore di misurazione e target atteso. il Dirigente al fine del perseguimento degli obiettivi in autonomia definirà un piano operativo per il periodo di valutazione, senza la necessità di condividere tale piano con l’Amministrazione Provinciale. A fine del periodo, viene verificata la qualità e la coerenza del piano operativo per il conseguimento degli obiettivi assegnati, il reale raggiungimento dei target e le motivazioni degli scostamenti e sulla base di questi, in modo oggettivo, viene determinata la valutazione della dirigenza 89 scolastica. A campione durante il periodo di valutazione l’istituzione scolastica in cui il dirigente è inserito e quindi anche il dirigente potrebbe essere sottoposti ad un processo di valutazione esterno. 4.6. FUNZIONE CENTRALE DEL NUCLEO INTERNO DI VALUTAZIONE L’autovalutazione degli istituti scolastici rappresenta un tratto caratterizzante il sistema trentino dell’istruzione e Formazione Professionale. Sin dalla sua nascita, si è connotata come una proposta rivolta alle scuole per l’avvio, l’implementazione e lo sviluppo dei processi di valutazione interna, finalizzata a elaborare, sviluppare e verificare gli obiettivi dei Progetti di istituto. il processo di autovalutazione, per tale ragione, è coerentemente inserito in un percorso di Programmazione - Monitoraggio - Valutazione - riprogrammazione, focalizzato sulle singole scuole e ispirato al principio generale dell’autonomia scolastica. i Nuclei interni di Valutazione hanno lo scopo di stimolare la costante attenzione verso gli obiettivi di miglioramento dell’istituzione scolastica e formativa, mediante una sistematica opera di raccolta dati e pareri degli studenti, delle famiglie e del personale AtA, nonché di realizzare una riflessione-valutazione-decisione rispetto ai dati messi a disposizione dal sistema degli indicatori di monitoraggio. i Nuclei rappresentano lo strumento con cui le istituzioni scolastiche possono procedere ad un’analisi integrata delle variabili che concorrono a determinare la qualità erogata, mettendo in relazione dimensioni afferenti al contesto, ai risultati raggiunti ed ai processi posti in atto. il modello trentino prevede che le istituzioni scolastiche e formative valutino periodicamente il raggiungimento degli obiettivi del progetto d’istituto, con particolare riferimento a quelli inerenti alle attività educative e formative, anche avvalendosi degli indicatori forniti dal comitato provinciale di valutazione del sistema educativo. i risultati dei processi di valutazione sono posti a confronto con le rilevazioni del comitato provinciale di valutazione e sono inviati al comitato e al dipartimento provinciale dell’istruzione. i risultati sono altresì tenuti in considerazione al fine della predisposizione del progetto d’istituto. Le istituzioni formative, per svolgere la valutazione interna, costituiscono un nucleo interno di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia del servizio educativo, con compiti di analisi e di verifica interni, finalizzati al miglioramento della qualità nell’erogazione del servizio. il regolamento interno dell’istituzione disciplina il funzionamento del nucleo interno di valutazione, la cui composizione e individuazione sono determinate, secondo criteri di competenza, dallo statuto, assicurando in ogni caso la presenza di docenti, genitori, non docenti e studenti del secondo ciclo. i docenti sono individuati dal collegio dei docenti. 90 4.7. LA DIMENSIONE ESTERNA DELLA VALUTAZIONE: FASI E PROCESSI CHIAVE. ESEMPLIFICAZIONI 4.7.1. Il dispositivo procedurale INVALSI-VALeS Secondo il modello messo a punto da iNVALSi, un team di valutatori condurrà visite di osservazione di tre giorni, utilizzando diverse tecniche della ricerca qualitativa, inserite all’interno di un protocollo di visita strutturato, elaborato da iNVALSi. Dopo aver esaminato i criteri utilizzati da diversi Paesi europei per selezionare figure con compiti di valutazione, si è scelto di individuare due profili distinti per la conduzione delle visite: un profilo interno al mondo della scuola (dirigenti scolastici e insegnanti che hanno maturato competenze professionali non solo legate all’insegnamento, ma anche alla gestione e all’organizzazione scolastica, alla valutazione e all’autovalutazione) e un secondo profilo con competenze metodologiche maturate nel campo della ricerca nelle scienze sociali e/o nella valutazione organizzativa (tecniche di rilevazione, gestione e valutazione dei processi formativi, gestione e valutazione delle istituzioni scolastiche o delle organizzazioni). il primo elemento dovrebbe anche apportare al processo una dimensione di valutazione tra pari (peer evaluation); il secondo dovrebbe rafforzare sia la congruenza metodologica nell’uso degli strumenti e delle procedure, sia ridurre i rischi di autoreferenzialità. i team saranno coordinati da Dirigenti tecnici che, dato il ruolo istituzionale che ricoprono e la conoscenza della legislazione scolastica, sono particolarmente indicati per l’analisi della documentazione prodotta dalle scuole in conformità alle disposizioni previste. il protocollo della valutazione esterna prevede l’analisi dei principali documenti della scuola (PoF, Programma Annuale, attraverso griglie predisposte da iNVALSi), la verifica della coerenza fra quanto dichiarato della scuola nel format della Griglia di Autovalutazione e l’effettivo agito della scuola, l’analisi delle politiche scolastiche in termini di servizio offerto e funzionamento dell’istituzione scolastica, la realizzazione di interviste alle diverse componenti scolastiche (individuali e di gruppo, su tracce appositamente elaborate), lo studio di dati di tipo quantitativo (ad es. dei livelli di apprendimento raggiunti nelle prove iNVALSi o altri dati messi a disposizione dei team, rilevati da strumenti appositamente costruiti, fra cui anche quelli per il percorso di autovalutazione delle scuole – questionari, griglie, ecc.). il protocollo è volto a permettere ai team non solo di esprimere un giudizio su diverse aree individuate (attraverso la compilazione di Rubriche di valutazione predisposte da iNVALSi), ma anche di stilare un Rapporto di Valutazione esterna per ciascuna istituzione scolastica osservata a partire da un format, integrando la parte qualitativa con informazioni quantitative presenti in diversi database, e volto a individuare le piste di miglioramento da implementare con il supporto di esperti esterni. i risultati della valutazione esterna saranno oggetto di condivisione tra dirigenti delle istituzioni scolastiche partecipanti, team di Valutazione e direzione generale degli Uffici Scolastici regionali coinvolti, al fine di definire il programma di 91 interventi di miglioramento delle scuole interessate, comprensivo degli obiettivi di miglioramento da assegnare direttamente al dirigente scolastico. 4.7.2. Il dispositivo procedurale nel contesto inglese Nel contesto inglese il processo di valutazione esterna delle istituzioni scolastiche si presenta intimamente correlato alla valutazione interna, di cui costituisce la dimensione legata all’accountability. Nella maggioranza dei casi le scuole ricevono un preavviso di uno o due giorni prima di essere ispezionate. tuttavia, alcune scuole possono non ricevere alcun avviso di controllo, qualora siano in gioco problemi di sicurezza o una sollecitazione grave sia giunta da parte delle famiglie degli allievi. Le visite di monitoraggio (effettuate in tutte le scuole giudicate insufficienti e circa il 40% di quelle giudicate soddisfacenti) sono condotte senza preavviso. Le ispezioni non durano più di due giorni, ma il numero di ispettori varia in base alle dimensioni e alla natura della scuola, essendo compreso di norma da uno a cinque. Gli ispettori usano l’autovalutazione effettuata dalla scuola (SEF), ed i dati sulle prestazioni della scuola (rAiSEonline) come base di discussione tra l’ispettore capo, il dirigente scolastico, il team di direzione e, ove possibile, il consiglio direttivo della scuola. Gli ispettori utilizzano una scala comune per procedere alla valutazione della scuola, i cui gradi sono i seguenti: – ottimo (outstanding) – Buono (Good) – Soddisfacente (Satisfactory) – inadeguato (inadequate). i risultati dell’ispezione hanno un’amplissima diffusione. i genitori degli studenti ricevono copia cartacea del rapporto entro poche settimane dall’ispezione, e entro tre settimane il rapporto viene pubblicato su internet. Non ci sono documenti segreti e il feedback fornito alla scuola è esattamente identico a quello del rapporto reso pubblico. i rapporti dell’ispezione indicano i punti forti e i punti deboli della scuola in relazione ai criteri pubblicati negli “inspection Frameworks”. Essi formulano anche un giudizio sulla capacità della scuola di migliorare, sul sostegno di cui ha bisogno e sulle priorità da affrontare. Una serie di organizzazioni private esterne e operanti su scala regionale attualmente operano con l’ofsted, organizzando team di ispezione e fornendo ispettori capo e ispettori aggiuntivi. questi ultimi possono essere sia dipendenti delle organizzazioni, che soggetti che lavorano a contratto. Gli ispettori aggiuntivi sono reclutati, formati e valutati dai provider privati sulla base di standard fissati dall’ofsted. Gli ispettori devono essere ben qualificati ed aver rivestito posizioni dirigenziali in scuole e college. in genere si tratta di insegnanti apprezzati e in molti casi ex capi di istituto. 92 Di seguito si riporta, nella traduzione in lingua italiana, un esempio di format per la redazione del giudizio ispettivo da parte del team di valutazione esterna. Giudizio ispettivo Livelli di giudizio ispettivo: • livello 1, ottimo; • livello 2, buono; • livello 3, sufficiente; • livello 4, insufficiente. Per l’istituto Per particolari nel suo insieme fasce d’età efficacia compLessiva deLL’offerta Quanto sono stati efficaci, efficienti e completi l’offerta d’Istruzione, l’assistenza integrata e qualsiasi servizio supplementare nel soddisfare le esigenze degli studenti? Con che grado di efficienza la scuola collabora con terze parti per promuovere il “benessere” degli studenti? Qualità e standard dell’Istruzione prescolare Efficacia dell’autovalutazione della scuola Capacità di introdurre le migliorie necessarie Dall’ultima ispezione sono stati presi provvedimenti efficaci per permettere dei miglioramenti? iL profitto e GLi standard di proGresso Qual è il grado di profitto conseguito dagli studenti? Standard di progresso conseguiti dagli studenti (1) (1) Livello 1 - Decisamente ed uniformemente elevato; Livello 2 - Generalmente superiore alla media con nessun caso significativamente inferiore alla media; Livello 3 - Grosso modo nella media; Livello 4 - Straordinariamente basso Quanto sono in grado di progredire gli studenti disabili o problematici? In che misura gli studenti sono in grado di fare progressi, tenendo presente eventuali variazioni significative fra i diversi gruppi di alunni? 93 Benessere e sviLuppo personaLe Giudizio suLLo sviLuppo ed iL Benessere personaLe deGLi studenti Grado di sviluppo spirituale, morale, sociale e culturale degli studenti Condotta degli studenti Frequenza scolastica degli studenti Capacità degli studenti di essere avvinti dal processo educativo In che misura gli studenti adottano prassi improntate alla sicurezza? In che misura gli studenti adottano uno stile di vita sano? In che misura gli studenti danno un contributo significativo alla collettività? In che misura gli studenti sviluppano competenze lavorative e di altra natura, tali da contribuire al loro futuro benessere economico? QuaLità deLL’offerta In che misura la didattica e il processo di apprendimento sono in grado di soddisfare le diverse esigenze degli studenti? In che misura il curricolo e le altre attività sono in grado di soddisfare le diverse esigenze degli studenti? Qual è il grado di assistenza, orientamento e supporto riservato agli studenti? Leadership e manaGement Con quale efficacia leadership e management possono incrementare il profitto e supportare tutti gli studenti? Con quale efficacia il dirigente e il suo team, a tutti i livelli, sono in grado d’impartire direttive precise per introdurre migliorie e promuovere un’assistenza ed un’Istruzione altamente qualitative? Con quale efficacia il rendimento scolastico è monitorato, valutato e potenziato per soddisfare obiettivi rigorosi, attraverso l’assicurazione qualità e l’autovalutazione? 94 Qual è il grado di promozione delle pari opportunità ed in che misura è condotta la lotta alla discriminazione per dare a tutti l’opportunità di avere successo nei limiti delle proprie possibilità? Con quale grado di efficienza ed efficacia vengono impiegate risorse ai fini di ottimizzare il rapporto costo-risultati? In che misura amministratori ed altri organi di vigilanza adempiono alle proprie responsabilità? Sufficienza e idoneità del personale per assicurare la tutela degli studenti In che misura la scuola permette agli studenti di condurre una vita sana? Gli studenti sono incoraggiati e messi nelle condizioni di consumare bevande e cibi sani? Gli studenti sono incoraggiati e messi nelle condizioni di fare regolare esercizio fisico? Gli studenti sono dissuasi dal fumo e dall’assunzione di sostanze stupefacenti? Gli studenti ricevono un’educazione in materia di salute ed igiene sessuale? In che misura gli operatori scolastici tutelano gli studenti dai rischi? Le procedure di tutela degli studenti sono conformi agli attuali requisiti amministrativi? Sono state predisposte procedure di valutazione rischi e la relativa Formazione del personale? Sono state adottate misure per ridurre i comportamenti antisociali come bullismo e razzismo? Gli studenti sono informati sui rischi principali e su come farvi fronte? In che misura gli studenti sono in grado di dare un contributo positivo? Gli studenti sono aiutati a sviluppare rapporti stabili e positivi? Gli studenti concorrono, individualmente e collettivamente, a prendere decisioni che li riguardano direttamente? 95 Gli studenti sono incoraggiati ad avviare, gestire e partecipare ad attività nell’ambiente scolastico ed in quello più ampio della comunità in cui vivono? In che misura la scuola aiuta gli studenti a conseguire un futuro benessere economico? Esistono iniziative di promozione delle competenze di base degli studenti? Si offre agli studenti l’opportunità di sviluppare competenze imprenditoriali ed attività collaborative? Sono offerti programmi d’informazione ed orientamento alla carriera a tutti gli studenti nelle fasce d’età 11-14, 14-16 e 16-19? L’offerta didattica per tutti gli studenti della fascia 14-19 fornisce loro delle basi di economia e conoscenza del mondo del lavoro? 4.7.3. Il dispositivo procedurale nel contesto neozelandese La valutazione esterna della qualità dell’istruzione in tutte le istituzioni pubbliche di istruzione primaria e secondaria è effettuata dall’Ufficio per la Valutazione del Sistema di istruzione (Education Review Office - Ero). Ero è stato istituito nell’ambito della Legge quadro del 1988 sulla pubblica amministrazione, come un dipartimento governativo indipendente. Ero ha sviluppato una metodologia completa che viene regolarmente rivista ed aggiornata, in linea con i risultati della ricerca nazionale ed internazionale e la pratica concreta realizzata sul campo. Se da un lato l’obiettivo consiste nell’assicurare la coerenza e la credibilità del sistema complessivo, dall’altro le équipe di ispettori sono autorizzati ad utilizzare un certo grado di libertà per adattare la metodologia in modo che possa soddisfare i diversi contesti specifici di scuola. Le linee guida generali per la valutazione esterna delle scuole sono indicate nel manuale, prodotto da Ero, di procedure standard (Manual of Standard Procedures), che definisce lo scopo, i fondamenti e le procedure in dettaglio. La metodologia viene descritta in due documenti complementari, Framework for Reviews ed Evaluation Indicators. Si distinguono quattro metodologie ed altrettanti set di indicatori per venire incontro a quattro contesti distinti, rappresentati dalle scuole primarie e secondarie, dalla scuola materna, oltre che a due tipi di scuole nei territori Maori e Kōhanga. il quadro di riferimento per le review, completo dei relativi indicatori, è a disposizione delle scuole in modo che possano prepararsi per la valutazione esterna avendo compreso i parametri fondamentali del processo. 96 Un opuscolo dal titolo Getting the most out of your ERO review descrive il processo di valutazione in un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Ciascuna review è condotta da un team composto da una varietà di esperienze e competenze. Uno sforzo particolare è compiuto per far corrispondere le caratteristiche professionali della squadra alla scuola da esaminare, in termini di una pregressa esperienza di insegnamento o di direzione scolastica nel settore specifico. il quadro concettuale per la valutazione esterna della scuola, fino a poco tempo fa, era basato sulla catena di qualità che collega quattro elementi: – governance efficace – leadership professionale – insegnamento di alta qualità – successo scolastico degli studenti nel contesto di un ambiente positivo e sicuro e con il coinvolgimento delle famiglie e della comunità locale. La versione attuale della metodologia mantiene l’essenza della catena della qualità ma include sei dimensioni: – l’apprendimento degli studenti in termini di impegno, progresso e conseguimento, – governare la scuola, – condurre e gestire la scuola, – insegnare in modo efficace, – la cultura a favore di una scuola sicura e inclusiva, – coinvolgere i genitori e le comunità. Prima della review, la scuola e Ero sono soliti scambiarsi informazioni rilevanti. questo scambio può includere anche la richiesta da parte della scuola di fare uso di un amico della Scuola (Friend of the School), ossia di un soggetto selezionato dalla scuola per seguire sistematicamente come osservatore (shadowing) le attività della squadra di valutatori. il gruppo di revisione procede successivamente a determinare i tempi e le priorità dell’intervento. Un primo incontro tra l’équipe e il Consiglio direttivo aiuta a rendere chiare reciprocamente le aspettative ed i processi che avranno luogo, oltre che a costruire una relazione di collaborazione prima che la visita sul posto abbia luogo. La visita si svolge nell’arco di diversi giorni e coinvolge un team di revisori. Ero usa una serie di strategie di raccolta dei dati: – analisi dei documenti; – analisi della valutazione degli studenti e ulteriori dati quantitativi e qualitativi; – risultati dell’autovalutazione effettuata dalla scuola; – incontri, interviste e conversazioni con Consiglio direttivo, il dirigente scolastico, il management team, gli insegnanti, il personale in generale, gli studenti, i genitori, e altri gruppi rilevanti per il contesto e la collocazione geografica della scuola; 97 – osservazioni in classe ed altre strategie che potrebbero sorgere in una situazione specifica. Gli indicatori di valutazione forniscono dettagliate domande valutative, indicatori e fonti di dati per guidare le strategie di raccolta dei dati, oltre che domande, analisi e giudizi. Sono correlati a ciò che il team si aspetterebbe di trovare in una scuola capace di esprimere alte prestazioni. Non sono concepiti per essere una checklist, ma una guida in rapporto alla quale i valutatori sono chiamati ad usare il loro giudizio professionale. Le scuole, come si è osservato, hanno accesso agli indicatori, in modo che il processo risulti aperto e trasparente, e sono incoraggiate ad utilizzare gli indicatori in preparazione della review e per le proprie pratiche autovalutative. La scuola è tenuta informata in merito all’analisi in corso e alla sintesi dei risultati raggiunti, con l’opportunità di contribuire al processo. Prima di lasciare il sito, Ero presenta una relazione verbale, mentre un rapporto scritto segue alcune settimane più tardi. il rapporto viene redatto seguendo precise procedure di assicurazione della qualità con un’attività di peer review. La scuola ha l’opportunità di commentare i risultati prima che il rapporto venga considerato confermato, inviato al Consiglio direttivo e reso pubblico. Nella relazione finale si informa la scuola sui tempi della successiva review – entro uno o due anni (se si evidenziano problemi da affrontare), entro tre anni (la norma), o entro quattro o cinque anni (se la scuola dispone di adeguati processi di autovalutazione e soddisfa i criteri che la indicano essere una scuola ad alte prestazioni). Le scuole sono quindi informate sulla tempistica approssimativa della successiva revisione. questo sarà confermato per iscritto nell’imminenza di una visita sul posto, con il tempo per la scuola di intraprendere ogni necessaria attività di preparazione. 99 5. Risultati di una prima ricognizione sulla sostenibilità del framework presso un panel di testimoni privilegiati ed operatori del CNOS-FAP Emerge in modo chiaro come la valutazione vada assumendo un ruolo progressivamente centrale nei sistemi dell’education, di pari passo ad una loro rimodulazione che miri a renderli maggiormente rispondenti ad istanze di accountability e di improvement. queste ultime manifestano sempre più la loro cogenza sulla tenuta dei sistemi dell’istruzione e della Formazione, anche a fronte di un processo di crescente contrazione della spesa pubblica. risulta inoltre rilevante la tendenza a promuovere lo sviluppo di sistemi integrati di valutazione, le cui componenti siano interconnesse sulla base di sistemi di rilevazione e set di indicatori unitari, pur nella specificità degli oggetti cui si rivolgono, ed entro un sistema informativo che consenta l’interoperabilità dei dati raccolti ed elaborati. L’analisi dello scenario internazionale, sia a livello di Paesi dell’Unione Europea che più in generale nell’ambito dell’oCSE, mostra come sempre più vadano intensificandosi i rapporti nella costruzione dei modelli, tra esiti di apprendimento degli studenti, forme di valutazione delle scuole e schemi di progressione di carriera e di remunerazione degli insegnanti. Allo stesso modo si va verso una più stretta connessione tra forme di valutazione interna ed esterna sia nei confronti della performance degli studenti che delle stesse istituzioni scolastiche e formative. Dall’altro lato risulta evidente che le definizioni di policy che attengono alla dimensione valutativa non possono prescindere da un più ampio riferimento a quelle che sovrintendono ai sistemi della scuola e della Formazione Professionale intesi nel loro complesso. La rassegna internazionale dei modelli di valutazione delle istituzioni scolastiche ha posto in evidenza come il versante interno ed esterno della valutazione, nei termini di autovalutazione e di valutazione esterna, siano strettamente collegati. Nella maggior parte dei casi, a partire dal contesto anglosassone, l’autovalutazione precede sempre la valutazione esterna e ne pone le basi. Viene attuata direttamente dalla scuola su tutte le aree di attenzione su cui si svilupperà successivamente la valutazione esterna. Mentre l’autovalutazione risponde ad una logica di improvement, la valutazione esterna, realizzata nella maggior parte dei casi da un ente terzo, consente al sistema di garantire un elevato livello di accountability nei confronti dell’intera rete di portatori di interessi, a cominciare dagli studenti, dalle famiglie, dalla comunità locale e dai suoi principali attori sociali. in generale, il processo di autovalutazione è in capo al dirigente scolastico e, laddove sia previsto e operante, al consiglio direttivo della scuola. Le principali funzioni dell’attività autovalutativa riguardano 100 in primo luogo l’analisi diagnostica di tutti i principali elementi che concorrono a comporre il sistema dell’istituzione scolastica, compresi gli elementi di input, così come i processi attivati ed i risultati ottenuti. Per ciascuno di tali aspetti si richiede di specificare le principali evidenze su cui si basa la valutazione. inoltre, l’attività di analisi compiuta sulla scorta di evidenze consente di identificare punti di forza e di debolezza e di graduare il posizionamento della scuola. infine, sulla base del - l’attività di autoanalisi compiuta nelle fasi ora richiamate è possibile descrivere le azioni che la scuola intende intraprendere per fronteggiare i punti di debolezza e incrementare ulteriormente i punti di forza. La valutazione esterna, nella maggior parte dei casi esaminati, si sostanzia in un processo di raccolta di elementi di prova, spesso in forma di review, al fine di fornire una valutazione della performance che la scuola sta esprimendo, in relazione ad una serie di aspetti diversi. tra le finalità principali della valutazione esterna, operata da personale specializzato e opportunamente formato, vi è innanzitutto quella di fornire una valutazione esterna e indipendente delle scuole, promuovendo una cultura mirata alla realizzazione di una rigorosa autovalutazione ed al miglioramento della qualità all’interno della scuola. Un ulteriore obiettivo consiste nel contribuire al miglioramento dei processi e dei risultati, identificando i punti forti e i punti deboli di ogni scuola, in rapporto all’autovalutazione che le scuole curano regolarmente. inoltre, si dà una finalità che va oltre i confini della sfera scolastica, nel senso di fornire un’informazione rigorosa ed accurata ai genitori e a tutti gli attori della comunità locale sulla qualità e sugli standard sviluppati dalla scuola, oltre che di dare indicazioni al Governo sul grado di qualità espressa dall’intero sistema, anche ai fini della definizione di nuove politiche in campo scolastico. Gli intervistati hanno osservato come le indagini invalsi, che in una logica di valutazione delle istituzioni formative potrebbero entrare nel campo dell’autovalutazione, tendono a descrivere il sistema educativo italiano nei suoi risultati di apprendimento. in genere le interpretazioni dei dati e la loro valutazione è fatta sotto forma comparativa tra regioni e indirizzi scolastici. Nel caso del secondo anno del secondo ciclo di istruzione e Formazione sarebbe utile sviluppare una comparazione anche rispetto ai profili di riferimento dal punto di vista dei risultati di apprendimento previsti nei vari canali. Nella tradizione di alcuni Paesi, i riferimenti o standard per identificare le competenze raggiunte vengono progressivamente messi a punto sulla base delle manifestazioni, o evidenze, ottenute negli anni precedenti. tenendo conto delle diversità geografiche e delle articolazioni dei canali istruttivi, si cerca di individuare quali manifestazioni di competenza nelle varie aree dovrebbero essere esplorate nell’anno successivo avendo come quadro di riferimento le indicazioni normative, leggi e/o decreti ministeriali. Si cerca, inoltre, di evitare il pericolo di redigere prove valutative a partire, principalmente se non esclusivamente, dalle esigenze proprie delle discipline oggetto di accertamento; tenendo 101 conto, invece, del riferimento diretto alla promozione delle conoscenze e competenze proprie di una cittadinanza attiva e consapevole. Si è insistito inoltre sul fatto che in italia la seconda classe del secondo ciclo di istruzione e Formazione è collegata per gran parte degli studenti al completamento del percorso decennale previsto dall’obbligo istruttivo. Di conseguenza un ulteriore riferimento obbligato è dato da quanto indicato negli assi culturali come conoscenze e competenze da certificare. in questo contesto si evidenzia una questione assai impegnativa. Le più recenti ricerche sui processi di apprendimento scolastico mettono in luce la centralità del loro carattere situato, cioè legato alle esperienze portate a termine nel contesto delle diverse pratiche didattiche. Ciò è vero anche nel caso di una scolarità segnata da indicazioni contenutistiche valide per tutte le scuole, ma lo è ben più nel caso di canali istruttivi assai differenziati tra di loro come lo sono i vari licei, i diversi istituti tecnici e professionali, i centri di Formazione Professionale. Di conseguenza appare assai delicato, e problematico, individuare prove, o evidenze, che possano far emergere i risultati di apprendimento raggiunti dai vari percorsi scolastici e formativi in modo univoco. Un terzo elemento di riflessione insiste sul fatto che le informazioni raccolte dall’invalsi riguardano i risultati di apprendimento in italiano e in matematica verso il termine dell’obbligo istruttivo. qualche perplessità è emersa per alcuni aspetti di uniformità di redazione delle prove utilizzate in tale rilevazione. La prima riguarda la coerenza con quanto descritto dagli assi culturali contenuti per queste due aree di competenza. La seconda concerne la modalità di leggere, interpretare e valutare i dati raccolti per mezzo di tali rilevazioni. La prima tipologia di perplessità evoca la necessità di essere più attenti nel corso degli anni nell’individuare modalità di accertamento che siano valide e funzionali per far emergere i livelli di competenze disciplinari fondamentali per quanto concerne la base culturale di tale cittadinanza. Non c’è alcun dubbio che la competenza nella lettura e nella scrittura di testi in lingua italiana sia essenziale da tale punto di vista. Ma la familiarità con alcuni ambiti di conoscenza e di esperienza risulta essenziale sia sul piano del lessico, sia della forme argomentative. in altre parole, anche le competenze linguistiche di base sono segnate culturalmente da quella che viene denominata l’enciclopedia linguistico-culturale posseduta. Di qui l’esigenza di trovare strade che tengano conto della padronanza linguistica nonostante la variazioni contestuali. Parallelamente si può parlare di competenza matematica e di sua identificazione come elemento essenziale della cittadinanza. Ma per non rimanere nell’astratto, pare opportuno porsi la questione di come sondare la significatività personale e la capacità applicativa di alcuni concetti fondamentali, quali quelli di rapporto e proporzionalità, tenendo conto di un loro apprendimento situato, e quindi legato al tipo di esperienze vissute, alla tipologia degli stimoli e delle forme di esercitazione sperimentati. Se si esaminano i risultati delle prove invalsi di fine primo biennio secondario superiore per la matematica si nota d’altronde una minore difficoltà, e quindi una 102 maggiore percentuale di risposte corrette, se la questione investiva ambiti di possibile esperienza diretta degli studenti. Dato il quadro problematico cui si è fin qui accennato, una possibile soluzione si ritiene possa prevedere: a) una parte uguale per tutti e coerente con quanto disposto dagli assi culturali; b) una parte specificatamente riferita ai quattro canali: licei, istruzione tecnica, istruzione professionale, istruzione e Formazione Professionale con prove che tendano a verificare, anche ai fini di una verifica dell’orientamento prescelto, i risultati di apprendimento coerenti con gli indirizzi scolastici e formativi percorsi. tutto ciò diventa ancor più rilevante se si procede in modo censuario e non solo per campionamento, in quanto tale rilevazione tende a sovrapporsi alla certificazione delle competenze quale è definita secondo l’obbligo istruttivo e che va realizzata secondo quanto indicato dagli assi culturali ed è di competenza dei Consigli di classe. Un secondo centro di focalizzazione riguarda il fatto che negli anni recenti l’enfasi sulla misurazione delle performance è stata crescente, spingendo la valutazione degli apprendimenti ad assumere in tutti i Paesi forme diverse ed a comprendere metodi e strumenti via via più articolati (interni, esterni, formativi, sommativi). A fronte di questa ricchezza metodologica funzionale all’obiettivo base perseguito – nello specifico, la misurazione dei progressi compiuti dagli studenti e la produzione di informazioni che mirino a migliorare l’apprendimento – la ricerca di confronti affidabili (studenti/istituti/sistemi/territori) ha generato il crescente sviluppo di valutazioni standardizzate, modellate in conformità con le agende politiche e le strutture educative. Sullo sfondo della discussione vi sono soprattutto gli echi delle reazioni allarmate e le proteste provenienti dai contesti sociali di vari Paesi, soprattutto anglosassoni, dove specifiche e diverse tipologie di associazionismo, anche genitoriale, si battono per valutazioni di più ampio respiro. questo per non ipotecare il futuro dei più giovani sulla base dei soli punteggi raggiunti nelle prove standardizzate, per evitare situazioni di “over-testing” che possano mettere in crisi il profilo motivazionale degli studenti, per scongiurare il pericolo del “teaching to test” con assegnazione alla didattica di contenuti e metodi funzionali prioritariamente a mettere il discente nella condizione di affrontare con successo i quiz e secondariamente alla sua crescita educativa, culturale e professionale. in parallelo, inoltre, il dibattito è alimentato dalla questione dell’utilizzo dei risultati. La loro valorizzazione sul piano interno, ad esempio, è per lo più sconosciuta. Carente, se non assente, è il quadro informativo sulle modalità di effettiva traduzione degli esiti delle valutazioni in azioni di assistenza e supporto a fronte dei bisogni emersi dai processi di apprendimento dei singoli studenti. Sul piano esterno, invece, le performance degli studenti sono, di fatto, indicatori della qualità del “servizio offerto” dal sistema educativo nel suo insieme oppure nei suoi diversi sottosistemi (ad esempio, Licei, istruzione tecnica, istruzione professionale, istruzione e Formazione Professionale), nei vari territori, in una singola istituzione scolastica e/o formativa. 103 in italia l’ieFP, secondo il quadro normativo e attuativo che si è via via delineato negli ultimi dieci anni, si connota per pari dignità istruttiva/formativa e specifica identità strutturale. Mettendo a sintesi i tratti principali, la fisionomia della ieFP si caratterizza per: finalità (forte riferimento al lavoro e alla professionalità); oggetti della valutazione (da sempre le manifestazioni di competenza, oltre le abilità, le conoscenze e gli atteggiamenti); approcci didattico/formativi/valutativi (massima valorizzazione di un approccio olistico funzionale alla promozione di tutta la persona, centratura sul compito significativo); contesti di apprendimento (aula, laboratorio, organizzazioni lavorative, luoghi informali della propria vita sociale); dispositivi e strumentazioni operative a supporto di una valutazione che va oltre i giudizi di processo e/o di prodotto (auto-percezione/valutazione e pratiche riflessive degli studenti, narrazione, valorizzazione e documentazione del proprio apprendimento attraverso la pratica del portfolio, valorizzazione di una pluralità di fonti informative e di manifestazioni, forte integrazione di aspetti soggettivi, oggettivi e intersoggettivi); struttura e impianto dei curricula (forte integrazione e non separatezza della dimensione culturale da quella professionale). questi tratti identitari connotano un contesto educativo-formativo che più di altri mette a dura prova il senso e la significatività di un modello di valutazione esterna centrato su prestazioni decontestualizzate rese in situazioni valutative standardizzate. È lecito chiedersi: in che modo la forte e sistematica integrazione tra saperi, la centratura della didattica su compiti significativi, la personalizzazione dei percorsi, un processo valutativo formativo di tipo qualitativo improntato alla “restituzione del senso di ciò che si apprende”, la minore significatività delle prestazioni di tipo cognitivo rispetto a quelle realizzative di un “prodotto” reale, possano trovare una valorizzazione effettiva dentro un quadro, e relativo protocollo metodologico, di valutazione esterna per la ieFP. Non vi è dubbio sul fatto che questa valutazione sia particolarmente importante anche per la ieFP, soprattutto come conseguenza del quadro ordinamentale post-2010 che stabilisce finalità e standard comuni per i diversi sistemi regionali. in questa prospettiva, sarebbe importante che questo quadro possa essere valorizzato anche ai fini di una valutazione esterna degli apprendimenti. questo primo elemento di contestualizzazione potrebbe essere sufficiente affinché la valutazione esterna degli apprendimenti diventi per gli operatori della ieFP un’opportunità per alimentare, in primo luogo, processi mentali aperti all’auto-osservazione, alla riflessione critica, all’auto-monitoraggio e, in secondo luogo, sistematici interventi di miglioramento a sostegno di una crescita armonica del sistema Paese di ieFP. Coloro che apprendono potrebbero, invece, vivere questo setting valutativo contestualizzato come esperienza dove esprimere tutto il potenziale effettivo, in cui poter essere veramente protagonisti di un processo che ha tante, e talvolta dolorose, implicazioni sul piano dell’immagine di sé e della costruzione della propria personalità. Un confronto che favorisca i tanti e necessari approfondimenti sul tema che qui ho solo tratteggiato nei suoi riferimenti principali è quanto mai auspicabile. L’invito è rivolto a regioni, Associazioni, Enti e istituzioni formative, esperti e soggetti responsabili della valutazione. PARTE II Valutazione della professionalità e certificazione delle competenze dei formatori CNOS-FAP Convergenze, specificità e prospettive in relazione alle politiche nazionali ed europee in campo valutativo 107 Introduzione A livello internazionale si riscontra oggi un diffuso riconoscimento del fatto che i sistemi di valutazione e di assessment siano elementi chiave per la costruzione di sistemi educativi più efficaci ed al tempo stesso maggiormente equi; da ciò deriva un’accresciuta attenzione per le dimensioni di accountability dei sistemi verso l’esterno e di sviluppo e miglioramento al proprio interno (improvement). Lo sviluppo della valutazione delle istituzioni scolastiche e formative ha accresciuto l’esigenza di introdurre anche modalità di valutazione degli insegnanti e dei formatori come parte essenziale della valutazione di una istituzione formativa e del funzionamento del sistema di Formazione Professionale. Le più recenti ricerche del Cedefop hanno inoltre evidenziato la duplice questione della legittimità e degli usi della valutazione dei formatori, come strumento di controllo e misurazione della performance (anche ai fini di un avanzamento di carriera o di status), oppure come strumento di riconoscimento e valorizzazione delle competenze professionali presenti nel sistema formativo. infine, va citata la “raccomandazione” del Consiglio dell’Unione Europea del 20 dicembre 2012 riguardo la convalida dell’apprendimento non formale e informale. in tale cornice va ricondotta anche la tematica del riconoscimento e della validazione delle competenze dei formatori, comprese quelle acquisite in contesti non formali. questa prospettiva, tuttavia, ha sempre incontrato parecchie resistenze da parte di molti formatori e delle organizzazioni sindacali e non si è mai tradotta in dispositivi concreti che mettessero in discussione i sistemi basati sull’anzianità di servizio. torna opportuno pertanto esplorare le finalità e i possibili quadri di riferimento della valutazione dei formatori, anche in chiave comparata, per individuare modalità, condizioni e percorsi eventualmente da aprire anche nel nostro Paese, da un lato ai fini di valorizzarne il ruolo professionale, culturale e sociale di questo personale, dall’altro ai fini di promuovere una sempre maggiore qualità del servizio formativo. Lo studio che di seguito si presenta si propone di delineare gli elementi portanti di un modello di riferimento per il riconoscimento e la validazione delle competenze dei formatori della ieFP orientato al miglioramento del servizio e allo sviluppo professionale. Ci si riferisce pertanto alla proposta di un quadro di riferimento, di carattere generale, utile ad orientare lo sviluppo in chiave sistemica ed integrata delle pratiche di valutazione della performance dei formatori da parte dei Centri di Formazione Professionale, coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. 108 Complessivamente, l’approccio adottato procede per linee generali. La trattazione si concentrerà quindi da un lato su una serie di linee di tendenza ampiamente condivise a livello internazionale, dall’altro sulla sintetica descrizione dei principali elementi portanti propri del modello, articolati per aspetti chiave e comprendenti diversi set di indicatori e descrittori. A tale proposito, l’approccio sotteso al contributo potrebbe essere definito a ragione di tipo ostensivo. in tale prospettiva, la scelta di mantenere l’analisi su una prospettiva orientativa, in modo tale che le esemplificazioni illustrate per ciascun elemento del modello in alcuni casi rinvieranno ad una gamma differenziata di dispositivi, accomunati dall’essere impostati su comuni criteri guida. in tutti i casi il materiale esaminato proviene da una serie di buone pratiche esistenti, individuate in ambito nazionale ed internazionale. infine, ci si è proposti di verificare la rispondenza e l’accettabilità del modello generale presso un campione di CFP, mediante la realizzazione di interviste a testimoni privilegiati. 109 1. La figura dell’insegnante al centro dell’attività di analisi e ricerca sul piano internazionale 1.1. INQUADRAMENTO GENERALE il complesso insieme di elementi che ruotano intorno alla figura ed alle funzioni dell’insegnante ha registrato sin dagli inizi degli anni Duemila un crescente interesse nell’analisi e nella riflessione da parte delle principali istituzioni ed organizzazioni che operano sul piano internazionale. È in questo scorcio di tempo infatti che, sia ad opera dall’Unione Europea che dell’oCSE, vengono promosse una serie di ricerche di ampia portata, tese ad esaminare le prospettive dei sistemi scolastici nei paesi ad economia avanzata, presso i quali sono in atto profonde trasformazioni che esigono una riformulazione dei significati e delle funzioni con cui vengono tradizionalmente interpretati i processi di insegnamento e di apprendimento, così come le istituzioni ad essi socialmente deputate. Le ragioni di una ripresa di interesse per l’istituzione scuola e per le diverse figure che operano al suo interno, manifestatasi in forma convergente da parte di realtà nazionali tra loro eterogenee, si deve ad una serie di fattori problematici che all’inizio del decennio si sono manifestati in tutta la loro intensità, interessando trasversalmente le maggiori economie mondiali. Da un lato sono questi gli anni in cui i processi reali di trasformazione dei sistemi sociali ed economici verso nuovi assetti che costituiscono la base della cosiddetta società e dell’economia della conoscenza escono dai limiti circoscritti della riflessione sociologica e socioeconomica per divenire manifestamente percepibili nei loro effetti sul medio e lungo periodo. il peso che la variabile rappresentata dalla conoscenza è andata acquisendo nella produzione di beni e di servizi, impone un’attenta riflessione sulle policy da porre in atto per fronteggiare gli effetti dei mutamenti, orientate ad un necessario innalzamento del livello delle conoscenze e delle competenze sia di coloro che già sono già presenti all’interno dei sistemi produttivi, sia di coloro che si apprestino a farvi ingresso, potendo contare su una Formazione iniziale maggiormente rispondente ai bisogni in divenire. tuttavia l’accento posto sul rinnovato interesse per i processi di istruzione, di cui la scuola mantiene a tutt’oggi una sostanziale centralità, in funzione della crescita e della trasformazione dei sistemi di produzione e di adattamento all’innovazione tecnologica ed organizzativa, non deve porre in ombra le ulteriori dimensioni interessate, in primis quelle che attengono ai risvolti sociali dei mutamenti in atto. Un rapido e progressivo innalzamento del grado di istruzione della popolazione, specie di quella di più giovane età, ed in genere il possesso di nuove compe110 tenze necessarie per partecipare alle dinamiche che regolano il funzionamento degli odierni sistemi sociali, diventano requisiti basilari per la partecipazione alla vita associata. in questo senso il passaggio dal concetto di occupazione a quello di occupabilità, le sfide poste dall’alfabetizzazione informatica, la crescita dei flussi migratori ed il delinearsi di società ad elevato livello di differenziazione culturale e linguistica, richiedono una ridefinizione del ruolo della scuola. questa va caratterizzandosi sempre più come risorsa non solo in vista della trasmissione dei saperi tra le generazioni, ma anche come luogo in cui i soggetti vengono abilitati a comprendere e fronteggiare i nuovi meccanismi di interazione sociale. Fin qui si è accennato alle domande che i sistemi sociali a progressiva richiesta di conoscenza pongono al mondo della scuola, fenomeno che fa la sua comparsa già alla metà degli anni ottanta per divenire improcrastinabile nel corso del decennio successivo. tuttavia verso il termine degli anni Novanta nei Paesi oCSE si va delineando una specifica criticità che riguarda i meccanismi di reclutamento e di turn over che interessano il corpo docente. Sono principalmente due i processi che all’epoca generano forti preoccupazioni e la necessità di intervenire con policy appropriate. il primo riguarda la limitata attrattività che la carriera dell’insegnante sembra suscitare, anche in termini tendenziali, soprattutto nelle discipline a più alto contenuto scientifico e tecnologico. il secondo processo ha a che fare con la struttura della popolazione degli insegnanti che, con accentuazioni diverse, si ripropone nella gran parte dei paesi caratterizzati dalle maggiori economie mondiali e che rappresenta un quadro segnato da fattori comuni quali l’invecchiamento, la forte femminilizzazione, il limitato ritmo di ricambio, etc. in quella fase lo scenario si carica di un ulteriore fattore critico, rappresentato dall’uscita dall’età lavorativa, prevista allora nell’arco di cinque-dieci anni, di una quota ingente del personale docente, che avrebbe quindi generato un problema di tenuta del sistema. Al tempo stesso la prevista fuoriuscita di un’ampia compagine di docenti della scuola dalla vita lavorativa attiva offriva al contempo la possibilità di mettere a punto processi di riforma che incidessero sui principali snodi del sistema scuola, quali la Formazione iniziale ed i meccanismi di ingresso nella professione degli insegnanti, ma anche i dispositivi che presiedono alla Formazione in servizio ed alla valutazione dei docenti. Ciò allo scopo di rendere da un lato maggiormente attrattiva la professione dell’insegnante e al contempo di innalzare il livello di accountability del sistema scolastico nei confronti dei diversi portatori di interessi che, nel quadro della società e dell’economia della conoscenza, andavano moltiplicandosi e differenziandosi. Una prima fase di ricerca a carattere internazionale sulla figura dell’insegnante si apre nel 2001, allorché la Direzione Generale istruzione e Cultura della Commissione Europea promuove una serie di studi dal titolo La professione docente in Europa: profili, tendenze e sfide.1 Le ricerche, pubblicate a partire dal 2002, si con- 1 Commissione Europea, Direzione generale istruzione e Cultura (2002a), La professione docente in Europa. Rapporto I. Formazione iniziale e passaggio alla vita professionale. Istruzione 111 centrano sul segmento dell’istruzione secondaria inferiore generale, coprendo alcune delle questioni chiave riguardanti l’evoluzione professionale dell’insegnante, dalla Formazione iniziale, alle forme di ingresso nella carriera, alle dinamiche del rapporto tra domanda e offerta, alle condizioni di servizio, sino al trattamento salariale. La pubblicazione del rapporto di ricerca nel 2002 non è casuale, dato che in quell’anno, nel corso del Consiglio di Barcellona, viene approvato il Programma di lavoro Istruzione e Formazione 2010 che costituirà per l’intero decennio il documento che integra tutte le azioni a livello europeo riguardanti le sfere dell’istruzione e della Formazione, compresi i processi di Bologna per l’istruzione superiore e di Copenhagen per l’istruzione e la Formazione Professionale.2 Nel 2004 esce un ulteriore rapporto di ricerca (solo in lingua inglese e francese), incentrato sul tema dell’attrattività della professione docente nel ventunesimo secolo, che esamina lo scenario europeo fortemente diversificato al proprio interno, ponendo sotto osservazione una serie di questioni nodali. tra queste si segnalano la necessità di differenziare l’accesso alla carriera dei docenti mantenendone inalterato il livello di competenza, il potenziamento che deve essere impresso alla Formazione continua per evitare una progressione di carriera svincolata processi reali di crescita professionale, la questione della differenziazione degli sviluppi di carriera e dell’uso conseguente di forme di premialità, pur mantenendo garanzie generali di uguaglianza di trattamento, oltre all’importanza di motivare e trattenere nel sistema gli insegnanti di maggiore esperienza e capacità.3 Nel 2005 viene pubblicato un ultimo volume della collana, dal titolo Reform of Teaching Professions: A Historical Survey, in cui si ripercorrono i processi di riforma attuati nel contesto europeo dal 1975 al 2002.4 La scelta di concentrare la ricerca sulla scuola secondaria inferiore generale si deve a due ordini di ragioni. La prima attiene alla struttura dell’istruzione post obbligatoria, che nello scenario europeo presenta forti differenziazioni: si pensi all’affermazione del sistema duale nell’area germanica, così come alle differenze tra modelli scolastici tra mondo anglosassone e blocco continentale, etc. inoltre va ricordato che in base al trattato di Lisbona, l’Unione Europea non ha competenza diretta in materia di istruzione generale a livello nazionale, ma si serve del cosiddetto secondaria inferiore generale, Eurydice, Bruxelles; Commissione Europea, Direzione generale istruzione e Cultura (2002b), La professione docente in Europa. Rapporto II. Domanda e offerta. Istruzione secondaria inferiore generale, Eurydice, Bruxelles; Commissione Europea, Direzione generale istruzione e Cultura (2002c), La professione docente in Europa. Rapporto III. Condizioni di servizio e salari. Istruzione secondaria inferiore generale, Eurydice,Bruxelles. 2 Council of European Communities (2002), Detailed Work Programme on the Follow-up of the Objectives of Education and Training Systems in Europe, Brussels, (2002/C 142/01 - oJ C142/1 del 16.06.2002). 3 Commission of the European Communities, Directorate General Education and Culture (2004), The Teaching Profession in Europe: Profile: Trends and Concerns, Report IV. Keeping Teaching Attractive for the 21th Century. General Lower Secondary Education, Eurydice, Brussels. 4 European Commission, Directorate General Education and Culture (2005b), The Teaching Profession in Europe: Profile: Trends and Concerns, Report V. Reform of Teaching Professions: A Historical Survey. General Lower Secondary Education, Eurydice, Brussels. 5 oECD (2005a), Teachers Matter. Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers, oECD Publishing, Paris. 6 oECD (2005b), Teachers Matter. Pointers for Policy Development, oECD Publishing, Paris. 112 metodo aperto di coordinamento, nel quadro degli articoli 149 e 150 del trattato. Con tale termine si intende un approccio decentralizzato che utilizza un’ampia varietà di attività cooperative e il cui obiettivo punta a favorire lo sviluppo progressivo delle politiche da parte degli Stati membri, perseguendo una maggiore convergenza in vista degli obiettivi comunitari. in altri termini, il metodo aperto implica un processo di cooperazione tra Stati membri sulla base di diversi contesti e tradizioni nazionali, mediante la condivisione di esperienze, la definizione di obiettivi comuni e l’apprendimento dalle best practices realizzate nei diversi contesti nazionali, ma non può intervenire con direttive specifiche. Parallelamente all’azione della Comunità Europea anche l’oCSE, l’organizzazione per la Crescita e lo Sviluppo Economico, a cui aderiscono attualmente 32 Paesi, di cui la maggioranza europei, Svizzera compresa, gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia, il Canada il Messico e la Corea del Sud, decide di promuovere un’attività di ricerca sulla figura dell’insegnante, posta a confronto con i sistemi di policy che ne regolano le principali fasi di evoluzione e gli snodi della carriera.5 La ricerca internazionale viene lanciata nel 2002 e nel corso dell’anno successivo si giunge alla pubblicazione di venticinque rapporti nazionali che inquadrano lo stato dell’arte per ciascun Paese mediante una ricognizione operata da esperti interni. Successivamente si passerà a corroborare le analisi svolte da esperti dipendenti o incaricati dai governi nazionali con un’attività di valutazione esterna, che sarà condotta in dieci Paesi. Nel 2005 vede la pubblicazione il documento finale, dal titolo Teachers Matter. Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers, che può essere tradotto con Il ruolo cruciale degli insegnanti. Attrarre, formare e trattenere gli insegnanti di qualità. Sin dal titolo si chiarisce la finalità dello studio, che come già era accaduto per l’indagine promossa dalla Commissione Europea, non intende limitarsi ad una disamina dell’esistente, ma si propone di fornire sia un’ampia ed articolata analisi dei contesti nazionali e dei raffronti che ne possono essere ricavati sul piano internazionale. inoltre, il lavoro si caratterizza per essere un contributo allo sviluppo di nuove policy che possano incidere efficacemente sugli elementi del sistema che determinano l’innalzamento del grado complessivo di qualità degli insegnanti nei diversi sistemi scolastici nazionali. La premessa da cui muove la riflessione dell’oCSE è che il miglioramento del grado di efficienza e di equità della scuola dipenda in larga parte dal garantire che soggetti di provata competenza e capacità vogliano intraprendere la carriera di insegnanti, che il livello espresso sia costantemente di qualità e che al più grande numero di studenti sia consentito l’accesso ad un insegnamento di elevata qualità.6 in molti Paesi, pur in presenza di un accentuato incremento dell’età media della classe docente, si registra una difficoltà ad attrarre docenti qualificati o a trattenerli 113 nel sistema, cosa che determina un possibile abbassamento tendenziale della qualità dell’insegnamento. Si identificano una serie di criticità comuni nell’area oCSE, tra cui la presenza di criticità a livello qualitativo entro il corpo docente, collegamenti limitati tra Formazione iniziale, sviluppo professionale e bisogni delle scuole, oltre ad un peggioramento nell’immagine sociale e nello status degli insegnanti, la composizione problematica della forza lavoro (invecchiamento e femminilizzazione), la presenza di carichi di lavoro medio eccessivo. il rapporto è integrato da una serie di prospettive di policy che possono favorire un superamento delle criticità accennate. Si insiste ad esempio sul fatto che l’incremento delle conoscenze e delle capacità dei docenti andrebbe perseguito sviluppando profili di insegnamento differenziati, flessibilizzando la Formazione iniziale e stabilendone un sistema di accreditamento, migliorando la selezione in ingresso, certificando i nuovi docenti e potenziandone i programmi di inserimento. Nella fase di recruiting e di selezione viene auspicata la promozione di forme più flessibili di impiego, il riconoscimento di maggiore responsabilità alle scuole nella fase di assunzione, l’obbligatorietà del periodo iniziale di prova e la promozione di una maggiore mobilità. infine, per aumentare la capacità del sistema scolastico di trattenere i docenti meritevoli si consiglia di promuovere una maggiore attività di valutazione e di valorizzazione delle pratiche di insegnamento efficace, di fornire più opportunità per una diversificazione della carriera e di migliorare le condizioni di lavoro. inoltre, si propone l’introduzione di forme di sanzionamento degli insegnanti che esprimono bassi livelli di professionalità, di fornire maggiore supporto ai neodocenti, di offrire condizioni ed orari di lavoro più flessibili, oltre che di sviluppare comunità professionali di insegnanti. Al tempo stesso si ritiene che lo sviluppo e l’implementazione di policy volte al miglioramento del sistema della scuola non possa prescindere da un coinvolgimento degli insegnanti sia nella fase di predisposizione che nella successiva opera di attuazione. Nel 2005 viene diffuso un primo documento della Commissione Europea, cui due anni più tardi farà seguito un testo maggiormente sistematico, che fissa una serie di principi guida volti a promuovere la professionalità e ad innalzare i livelli di qualificazione degli insegnanti.7 il primo principio evidenzia la necessità di portare la Formazione iniziale degli insegnanti al livello di istruzione terziaria. in secondo luogo, a parere della Commissione, lo sviluppo professionale dell’insegnante dovrebbe mantenersi costante nel corso della carriera lavorativa e in tal senso andrebbe incoraggiato a tutti i livelli. inoltre la professione dell’insegnante dovrebbe essere caratterizzata da una forte propensione alla mobilità tra Stati membri, come componente della Formazione iniziale e continua. in tal senso i docenti dovrebbero vedersi riconosciuto lo status di cui godono nel Paese d’origine 7 Commission of the European Communities, Directorate-General for Education and Culture (2005a), Common European Principles for Teacher Competences and Qualifications, (http: //ec. europa.eu/education/policies/2010/doc/principles_en.pdf). 114 anche presso i Paesi ospitanti e al tempo stesso dovrebbero potersi vedere validate le competenze acquisite all’estero. infine viene raccomandata una collaborazione più attiva tra gli organismi che dispensano la Formazione iniziale degli insegnanti e le istituzioni scolastiche, le imprese ed i soggetti che promuovono percorsi formativi in ambiente di lavoro (non formal ed informal learning). Dato lo scenario appena tratteggiato, le competenze chiave dell’insegnante dovrebbero essere ampliate, includendovi innanzitutto la capacità di lavorare interagendo con gli sviluppi della conoscenza, della tecnologia e con i mezzi della società dell’informazione. Dato il ritmo sempre più elevato con cui le conoscenze divengono obsolete, l’insegnante deve essere in grado di acquisire, analizzare, validare e trasmettere tipi diversi di conoscenza e di riflettere su di essi. Le sue skill dovranno quindi comprendere la costruzione di ambienti di apprendimento anche non tradizionali, oltre all’uso efficace delle tecnologie di informazione e comunicazione nei processi di insegnamento e apprendimento. Un secondo filone di competenze chiave risulta collegato alla dimensione sociale dell’insegnamento. L’importanza attribuita ai processi di inclusione sociale cui l’attività didattica risulta finalizzata, insieme alla progressiva enfasi posta sulle caratteristiche individuali degli allievi, comportano il potenziamento di competenze legate allo sviluppo di una collaborazione efficace con una molteplicità di soggetti eterogenei e ad una didattica personalizzata e orientata alla promozione di forme di apprendimento di tipo cooperativo. Un ultimo cluster di competenze chiave riguarda la dimensione sovranazionale ed europea, da promuovere in tutte le sedi. A partire dal 2005 il contesto dell’Unione Europea ha conosciuto una stagione di riforme dei sistemi scolastici nazionali e dei dispositivi che regolano la Formazione iniziale e la progressione di carriera degli insegnanti, alcune delle quali vengono ripercorse in questo lavoro, compresi i loro sviluppi in corso (si pensi al caso della Francia). Per tale ragione scopo della ricerca che qui si presenta è anche quello di aggiornare le conoscenze sugli scenari nazionali, operandone una ricognizione a conclusione dei processi riformatori o, come nel caso della Francia, ad una fase di sviluppo avanzato. Nel medesimo anno l’UNESCo pubblica una serie di linee guida e di raccomandazioni volte a riorientare la Formazione degli insegnanti per renderla compatibile con le necessità di sostenibilità del sistema scolastico.8 Nel 2009 l’oCSE ha inoltre promosso un’indagine internazionale di tipo settoriale che verte sugli aspetti della valutazione applicata alla misurazione della performance degli insegnanti. Lo studio, più che ad un’analisi sistematica dei contesti nazionali, mira a raccogliere ed inventariare una serie di buone pratiche sia in fase sperimentale che poste a regime, osservabili sul piano nazionale, regionale e delle singole istituzioni scolastiche.9 Contestualmente, sempre nel 2009, l’organizza- 8 UNESCo (2005), Guidelines and Recommendations for Reorienting Teacher Education to Address Sustainability, technical Paper N. 2/2005, Paris. 115 zione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico pubblica un secondo lavoro di ricerca, che insiste anch’esso sui temi della valutazione dei docenti scolastici, approfondendo cinque scenari internazionali, costituiti da Finlandia, inghilterra, ohio, Cile e Francia.10 infine nel 2010 l’organizzazione internazionale del Lavoro (iLo) cura un lavoro di ricerca dal titolo Teachers and Trainers for the Future, in cui viene delineato un nuovo profilo dell’insegnante e del formatore nel settore dell’istruzione e della Formazione tecnica e professionale, guardando alle nuove condizioni ed ai nuovi scenari cui il sistema scolastico odierno deve fare fronte.11 in italia la riflessione in merito alla figura dell’insegnante ed alla sua evoluzione abbraccia una molteplicità di aree disciplinari, dalla sociologia della scuola e più in generale della ricerca sociale, agli studi di carattere giuridico, socio-psicologico e di teoria della didattica, per giungere ad ambiti specializzati quale l’applicazione delle nuove tecnologie ai contesti di insegnamento, le analisi di autoefficacia, la relazione tra insegnante allievo, il rapporto tra insegnamento e bisogni educativi speciali e così via.12 Non si intende qui approfondire questo genere di studi, dato che l’analisi verrà condotta e si manterrà sul piano internazionale. tuttavia, sembra opportuno citare il fatto che alcuni degli elementi che hanno caratterizzato il recente processo di riorganizzazione di alcuni settori della scuola italiana troveranno nelle pagine che seguono alcuni riscontri e rinvii degni d’interesse. 1.2. LA QUALIFICAZIONE DEGLI INSEGNANTI SECONDO LA COMMISSIONE EUROPEA L’Unione Europea si è espressa a più riprese in materia di qualificazione degli insegnanti. È il caso in primo luogo dei Principi comuni europei sulle qualifica- 9 oECD (2009), Evaluating and Rewarding the Quality of Teachers. International Practices, Paris. 10 isoré M. (2009), Teacher Evaluation: Current Practices in OECD Countries and a Literature Review, oECD Education Working Paper N. 23, oECD Publishing, Paris. 11 iLo (international Labour organization) (2010), Teachers and Trainers for the Future. Technical and Vocational Education and Training in a Changing World. Report for Discussion at the Global Dialogue Forum on Vocational Education and Training (29-30 September 2010), iLo, Geneva. 12 Per citare solamente a titolo di esempio alcuni degli studi maggiormente significativi sul profilo e la condizione degli insegnanti in italia apparsi negli anni recenti si può fare riferimento ai testi seguenti. Fondazione Giovanni Agnelli (2009), Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Bari, Laterza; Fondazione Giovanni Agnelli (2010), Rapporto sulla scuola in Italia 2010, Bari, Laterza; Associazione treelle (2002), Scuola italiana, scuola europea? Dati e confronti, Genova, tipografia Araldica; Associazione treelle (2004), Quali insegnanti per la scuola dell’autonomia? Dati analisi e proposte per valorizzare la professione, Genova, tipografia Araldica; Associazione treelle (2008), Sistemi europei di valutazione della scuola a confronto, Genova, tipografia Araldica. Per una ricognizione comparata sulla condizione degli insegnanti in area oCSE si rinvia al programma tALiS (Teaching and Learning International Survey). infine per mettere a fuoco la condizione dei docenti italiani della scuola si può consultare la recente indagine promossa da CiSL Scuola e realizzata da SWG: CiSL Scuola (2010), Energie per il domani. La scuola italiana: valori e consapevolezza a servizio dei giovani e del Paese, roma. 116 zioni e le competenze dell’insegnante.13 La comunicazione del 2005 fissa quattro principi comuni volti a promuovere la professionalità e ad innalzare i livelli di qualificazione degli insegnanti. il primo principio evidenzia la necessità che la classe insegnante europea sia costituita da soggetti laureati, che sotto il profilo della qualificazione siano giunti sino al livello di istruzione terziaria. Un aspetto di rilievo riguarda il fatto che l’accesso alla laurea triennale (Bachelor) o alla successiva laurea specialistica (Master degree) dovrebbe essere favorito anche nei confronti di quanti esercitano la professione e ne siano sprovvisti, secondo una logica di qualificazione professionale nel corso dell’intera vita lavorativa. Si insiste inoltre sul carattere di tipo multidisciplinare che è opportuno caratterizzi la Formazione iniziale dei docenti. i percorsi formativi in tal senso dovrebbero, oltre che abilitare al possesso delle conoscenze disciplinari, essere orientati inoltre allo sviluppo di conoscenze pedagogiche, delle capacità e competenze richieste per guidare e supportare i processi di apprendimento e infine non dovrebbero prescindere dalla necessaria comprensione delle dimensioni culturali e sociali dell’educazione. in secondo luogo, a parere della Commissione, lo sviluppo professionale dell’insegnante dovrebbe caratterizzarsi come una costante nel corso della carriera lavorativa e in tal senso andrebbe incoraggiato a tutti i livelli. Così come alle nuove generazioni si richiede di intendere la propria progressione nelle conoscenze e competenze in una prospettiva aperta in termini temporali, così anche coloro che sono chiamati a formarne le risorse intellettuali per vivere attivamente nella società della conoscenza dovrebbero sentirsi per primi coinvolti in un processo di apprendimento permanente. inoltre la professione dell’insegnante dovrebbe essere caratterizzata da una forte propensione alla mobilità tra Stati membri, come componente della Formazione iniziale e continua. in tal senso i docenti dovrebbero vedersi riconosciuto lo status di cui godono nel Paese d’origine anche nei paesi ospitanti e al tempo stesso dovrebbero potersi vedere validate le competenze acquisite all’estero. infine, secondo il parere della Commissione, gli organismi che si occupano della Formazione iniziale degli insegnanti è opportuno collaborino attivamente con le istituzioni scolastiche, con le imprese e con quanti forniscono percorsi formativi in ambiente di lavoro (non formal e informal learning). Solo così sarà possibile che i docenti siano incoraggiati a valutare e affinare periodicamente la propria pratica professionale, mantenendosi aggiornati sugli sviluppi in campo tecnologico e sugli scenari di innovazione e ricerca applicata al mondo del lavoro e delle professioni e vedendosi validare le competenze acquisite. Dato lo scenario appena tratteggiato, le competenze chiave dell’insegnante dovrebbero essere ampliate, includendovi innanzitutto la capacità di lavorare con la conoscenza, la tecnologia e l’informazione. Dato il ritmo sempre più elevato con 13 Commission of the European Communities, Directorate-General for Education and Culture (2005a), cit. 117 cui le conoscenze divengono obsolete, l’insegnante deve essere in grado di acquisire, analizzare, validare e trasmettere tipi diversi di conoscenza e di riflettere su di essi. Le sue skill dovranno quindi comprendere la costruzione di ambienti di apprendimento anche non tradizionali, oltre all’uso efficace delle tecnologie di informazione e comunicazione nei processi di insegnamento e apprendimento. Un secondo filone di competenze chiave risulta collegato alla dimensione sociale dell’insegnamento. L’importanza attribuita ai processi di inclusione sociale cui l’attività didattica risulta finalizzata, insieme alla progressiva enfasi posta sulle caratteristiche individuali degli allievi, comportano lo sviluppo di competenze legate alla propensione alla collaborazione con altri e ad una didattica personalizzata e orientata alla promozione di forme di apprendimento di tipo cooperativo. Un ultimo cluster di competenze chiave riguarda la dimensione sovranazionale ed europea. Gli insegnanti dovrebbero essere in grado di promuovere la mobilità e la cooperazione a livello comunitario, incoraggiando il rispetto e la comprensione interculturale. tale aspetto richiede come precondizione la conoscenza e l’uso efficace delle lingue straniere da parte dei docenti della scuola, oltre che la trasparenza delle qualificazioni degli insegnanti per permetterne il mutuo riconoscimento e promuovere la mobilità in campo scolastico e formativo. Lo spirito ed i contenuti specifici alla base dei Principi comuni europei sulle qualificazioni e le competenze dell’insegnante sono reperibili, in forma maggiormente analitica, anche nella Comunicazione della Commissione del 2007 dal titolo Potenziare la qualità della Formazione degli insegnanti.14 Nel testo, che raccorda la precedente riflessione sui principi comuni ad un’analisi sulle caratteristiche del profilo dell’insegnante a livello europeo e sulla crescente domanda di personale cui non corrisponde un’equivalente crescita dell’offerta, si insiste sulla necessità di una riqualificazione complessiva della figura del teacher, sia in termini di riorganizzazione della sua Formazione iniziale, che di predisposizione di adeguati sistemi di Formazione continua intesa in una prospettiva di lifelong learning. 14 Commission of the European Communities (2007), Communication from the Commission to the Council and the European Parliament, Improving the Quality of Teacher Education, CoM(2007) 392 final. (http://ec.europa.eu/education/com392_en.pdf) 119 2. La valutazione della performance di insegnanti e formatori nello scenario OCSE il tema riguardante le pratiche di valutazione e di assessment entro i sistemi educativi costituisce un punto di approdo relativamente recente nella riflessione condotta dai principali organismi internazionali che operano nel campo della ricerca nella sfera dell’education.15 Limitandoci ai lavori condotti dall’oCSE indirizzati alla valutazione della scuola di grado primario e secondario nel corso dell’ultimo decennio, è possibile individuare un percorso di graduale ampliamento del campo di analisi e della formulazione di indicazioni di policy che, partendo dalla messa a punto di strumenti per l’assessment dei risultati di apprendimento degli studenti, giunge, per tappe distinte e progressive, sino alla presa in considerazione dei sistemi di istruzione e di Formazione Professionale nel loro insieme. questi ultimi sono divenuti oggetto di indagini sistematiche mediante l’analisi puntuale dei diversi scenari nazionali (o sub-nazionali), che ad oggi presenta un quadro fortemente eterogeneo, oltre che essere posti al centro di proposte di policy mediante la formulazione di possibili linee di sviluppo in vista della definizione, implementazione ed utilizzo di efficaci e coerenti sistemi di valutazione ed assessment a livello sistemico. Se ci atteniamo ad una definizione classica di sistema, inteso nei termini di un insieme di elementi componenti tra loro in rapporto di interrelazione che dà luogo ad un’unità integrata, la cui modifica di una singola parte retroagisce sul tutto riorganizzandone la conformazione complessiva, è possibile proporre una periodizzazione di massima, sulla cui base scandire le principali fasi che hanno fin qui caratterizzato l’azione, insieme analitica e propositiva, compiuta dall’oCSE. Una prima fase, situabile tra gli anni Novanta ed i primi anni Duemila, segnata in particolare dall’avvio dell’indagine PiSA (Programme for International Student Assessment), ha per fulcro la predisposizione di dispositivi per la misurazione dei risultati (outcomes) dei sistemi educativi, mediante l’assessment ciclico di set distinti di competenze (o sarebbe meglio dire di loro componenti). Nel caso dell’indagine PiSA ad essere sottoposto ad esame comparato è il grado di letteratismo su cui si posizionano gli studenti quindicenni in tre campi distinti, corrispondenti alle conoscenze e skill in lettura, matematica e scienze. L’indagine è preceduta da una 15 i termini evaluation ed assessment vengono comunemente impiegati come sinonimi, tuttavia nel lavoro qui presentato si utilizza la distinzione introdotta da Harlen, secondo la quale assessment è usato in relazione al processo di decisione, raccolta e formulazione di giudizi su evidenze collegate al raggiungimento di particolari obiettivi di apprendimento da parte degli studenti, mentre con evaluation si intende il medesimo processo applicato a sistemi, programmi, procedure e processi. Si veda Harlen, W. (2007), “Criteria for Evaluating Systems for Student Assessment”, Studies in Educational Evaluation, Vol. 33, No. 1, pp. 15-28. 120 serie di ricerche comparate compiute dall’oCSE nel corso degli anni Novanta sulla popolazione adulta, tra cui si segnalano iALS (International Adult Literacy Survey) e ALL (Adult Literacy and Life Skills Surveys). il programma di assessment fa seguito inoltre all’attività di ricerca compiuta dalla iEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), che sin dagli inizi degli anni Settanta realizza indagini sulla performance degli alunni della scuola primaria in ambiti disciplinari quali la lettura, la matematica e le scienze e che successivamente, con il programma tiMMS (Trends in International Mathematics and Science Study) avviato nel 1995 e PirLS (Progress in International Reading Literacy Study) a partire dal 2001, imprime alle proprie indagini una progressione ciclica ed una più accentuata enfasi sulle competenze piuttosto che sui contenuti curricolari. L’elemento che accomuna le diverse indagini internazionali è costituito dal ricorso a test standardizzati ed output-based, che rispondono allo scopo di accertare il possesso di conoscenze ed abilità (knowledge, skills) non in termini di padronanza di porzioni del curricolo scolastico, ma di una loro capacità di selezione, mobilitazione ed utilizzo efficace in vista di una piena partecipazione alla vita sociale e dell’ingresso nella vita adulta da parte degli studenti giunti in prossimità del completamento dell’obbligo scolastico.16 A questa prima fase, che non si esaurisce nel periodo considerato ma i cui effetti si sono andati progressivamente ampliando in termini di paesi coinvolti nei programmi triennali di assessment, oltre che di progressivo affinamento degli strumenti di indagine, a partire dal 2005 ne segue una seconda che presenta le caratteristiche di un passaggio di livello. in quegli anni si assiste alla pubblicazione di una serie di attività di ricerca di carattere settoriale, che pongono a fuoco di volta in volta componenti distinte del sistema educativo, accompagnando l’opera di indagine comparata a livello internazionale con l’offerta di elementi diretti al miglioramento delle policy praticate presso i diversi contesti nazionali o sub-nazionali, sia sul piano della riflessione teorico-metodologica che sotto il profilo della governance dei processi di evoluzione a livello settoriale. È questo il caso, in primo luogo, dei programmi di ricerca sugli aspetti della valutazione applicata alla misurazione della performance degli insegnanti. Nel 2005 vede la pubblicazione il lavoro di ricerca dal titolo Teachers Matter. Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers.17 il filone di indagine verrà ripreso in seguito. Un primo lavoro, Teacher Evaluation: A Conceptual Framework and Examples of Country Practices, intende fornire un quadro di riferimento teorico per la lettura delle pratiche di assessment della performance degli insegnanti, distinguendo i diversi aspetti coinvolti e le loro connessioni reciproche.18 La finalità è di assicurare che la valutazione 16 Si veda al riguardo oECD (2002), PiSA 2000 technical report, oECD Publishing, Paris. 17 oECD (2005), Teachers Matter. Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers, oECD Publishing, Paris. 18 Santiago P., Benavides F. (2009), Teacher Evaluation: A Conceptual Framework and Examples of Country Practices, oECD Publishing, Paris. 121 dei docenti possa essere maggiormente finalizzata all’innalzamento del livello dei risultati di apprendimento ottenuti dagli studenti. L’applicazione del quadro di riferimento metodologico messo a punto dall’oCSE è stata effettuata al momento per compiere una review del caso portoghese.19 Un successivo rapporto di ricerca pubblicato nel medesimo anno, Evaluating and Rewarding the Quality of Teachers. International Practices, mira a raccogliere ed inventariare una serie di buone pratiche osservabili a livello di paesi oCSE sul piano nazionale, regionale e delle singole istituzioni scolastiche e formative, mentre il terzo, Teacher Evaluation: Current Practices in OECD Countries and a Literature Review, approfondisce cinque scenari internazionali, costituiti da Finlandia, inghilterra, ohio, Cile e Francia.20 A partire dalla fine del 2009 l’oCSE lancia un nuovo programma, che nell’economia della periodizzazione qui proposta potrebbe essere fatto rientrare in una terza fase di approccio al tema della valutazione, che interessa il mondo della scuola primaria e secondaria. il programma, denominato Review on Evaluation and Assessment Frameworks for Improving School Outcomes, si colloca sul piano della valutazione dei sistemi educativi intesi come unità integrate al cui interno figurano elementi interrelati, riconducibili a piani distinti, quali l’accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti (student assessment), la valutazione della performance degli insegnanti (teacher appraisal), la valutazione delle istituzioni scolastiche (school evaluation) ed infine la valutazione complessiva del sistema educativo (system evaluation). La figura (Fig. 1), che riporta il Framework concettuale per l’analisi dei sistemi di valutazione e di assessment nella scuola sviluppato dall’oCSE, mostra la fitta rete di interrelazioni che percorrono i sistemi educativi, di cui solo in tempi relati - vamente recenti si è passati da una visione prevalentemente monodimensionale o settoriale ad un approccio di tipo più “olistico”. Va richiamata inoltre la comparazione contenuta nel volume Responsabilità ed autonomia degli insegnanti in Europa, (EUrYDiCE, 2008) che presenta un quadro piuttosto aggiornato della situazione ed evidenzia come nella maggior parte dei Paesi europei i meccanismi di valutazione e di incentivi siano sempre più strettamente collegati. i sistemi, come tali, non sono riassumibili nella somma degli effetti prodotti dalle loro singole componenti e per tale ragione necessitano di un modello unitario e sistemico (framework for evaluation and assessment). il framework funge da quadro di riferimento per i processi di progettazione dell’impianto valutativo generale, oltre che per l’implementazione coerente e quanto più possibile integrata dei suoi elementi portanti e per l’utilizzo efficace dei risultati, ivi compresa la loro 19 Santiago P., roseveare D., van Amelsvoort G., Manzi J., Matthews P. (2009), Teaching Evaluation in Portugal, oECD review, oECD Publishing, Paris. 20 oECD (2009), Evaluating and Rewarding the Quality of Teachers. International Practices, oECD Publishing, Paris; isoré M. (2009), Teacher Evaluation: Current Practices in OECD Countries and a Literature Review, oECD Education Working Paper N. 23, oECD Publishing, Paris. 122 comunicazione e discussione presso l’intera rete degli stakeholder. il programma si propone di fornire agli Stati membri sia un quadro di analisi sullo stato dell’arte rinvenibile entro i diversi contesti nazionali/sub-nazionali, sia adeguate indicazioni in vista della definizione di più efficaci policy di settore. L’attività valutativa nelle sue diverse forme tende pertanto ad essere sempre meno intesa come un fine in sé, quanto piuttosto alla stregua di uno strumento per conseguire un più alto livello di risultati da parte della popolazione studentesca, grazie ad un miglioramento della performance delle istituzioni scolastiche e formative. tale centratura sugli esiti di apprendimento, rispetto ai quali diversi attori, ambiti e livelli entrano in gioco in un rapporto integrato, rappresenta la prospettiva di fondo con cui sempre più si guarda ai sistemi educativi. Ne deriva come corollario un’accresciuta attenzione per le dimensioni di accountability verso l’esterno e di sviluppo e miglioramento dei sistemi al proprio interno (improvement). Fig. 1 - Framework concettuale per l’analisi dei sistemi di valutazione e di assessment nell’education Fonte: oECD, 2009 situazione ed evidenzia come nella maggior parte dei paesi europei i meccanismi di valutazione e di incentivi siano sempre più strettamente collegati.                 Fonte: OECD, 2009 I sistemi, come tali, non sono riassumibili nella somma degli effetti prodotti dalle loro singole componenti e per tale ragione necessitano di un modello unitario e sistemico (framework for evaluation and assessment). Il framework funge da quadro di riferimento per i processi di progettazione dell’impianto valutativo generale, oltre che per l’implementazione coerente e quanto più possibile integrata dei suoi elementi portanti ed per l’utilizzo efficace dei risultati, ivi compresa la loro comunicazione e discussione presso l’intera rete degli stakeholder. Il programma si propone di fornire agli stati membri sia un quadro di analisi sullo stato dell’arte rinvenibile entro i diversi contesti nazionali / sub-nazionali, sia adeguate indicazioni in vista della definizione di più efficaci policy di settore. L’attività valutativa nelle sue diverse forme tende pertanto ad essere sempre meno intesa come un fine in sé, quanto piuttosto alla stregua di uno strumento per conseguire un più alto livello di risultati da parte della popolazione studentesca, grazie ad un miglioramento della performance delle 123 in generale, i modelli di valutazione e di assessment impiegati nei diversi contesti nazionali (o sub-nazionali nel caso le competenze siano devolute a tale livello) rispondono quindi a due distinte finalità tra loro interconnesse. Da un lato l’attività valutativa consente ai sistemi di rendere conto dei risultati ottenuti e del livello di qualità prodotta, considerata sia nel complesso, che generata dai diversi attori coinvolti (in primis istituzioni scolastiche e insegnanti), dall’altro i medesimi attori sono spinti a far evolvere le politiche o le pratiche adottate sulla base dei risultati ottenuti dall’opera di valutazione. Sotto il profilo della riflessione teorica sul termine accountability, si evidenzia come sia in corso una ridefinizione del suo concetto, che va nella direzione di un’espansione della sua estensione semantica. tradizionalmente il concetto è stato utilizzato nel campo della sociologia politica ma più recentemente Mulgan ha sottolineato che quello di accountability “va inteso come un termine generale per ogni meccanismo che rende le istituzioni responsabili nei confronti dei loro pubblici particolari”.21 in questo senso accountability si lega a concetti quali responsabilità, capacità di risposta [responsiveness], controllo, trasparenza, etc. Bovens chiarisce tale aspetto e definisce il termine in un significato esteso: “una relazione tra un attore [actor] ed un forum [forum], nella quale l’attore ha un obbligo di spiegare e di giustificare la propria condotta, il forum può porre quesiti e formulare giudizi e l’attore deve affrontarne le conseguenze”.22 il merito di tale definizione si basa sulla relazione sociale che intercorre tra attori e forum e sul processo di formulazione delle ragioni a giustificazione della propria linea di azione. il significato si presta in modo particolare a spiegare i processi di legittimazione delle policy che si sviluppano tra istituzioni e sfera della società civile. qualora si pongano a confronto le prospettive di accountability e di improvement dei sistemi educativi con ciascuna componente del framework di valutazione ed assessment proposto dall’oCSE, articolato in student assessment, teacher appraisal, school evaluation e system evaluation, possono essere ricostruiti alcuni elementi qualificanti che danno conto del grado di complessità dello scenario complessivo (Fig. 2). Considerando la componente del sistema rappresentata dalla valutazione degli insegnanti, secondo una prospettiva di accountability possiamo distinguere tra due criteri che generalmente ne sono sottesi. Da un lato l’efficacia educativa, che si esplica nell’assicurare che la pratica di insegnamento soddisfi gli standard curricolari che consentono agli studenti di operare attivamente nella società della conoscenza, dall’equità educativa, che consiste nel garantire che le opportunità di successo formativo siano accessibili a tutti gli studenti senza riguardo al loro back- 21 Mulgan r. (2000),“Accountability: An Ever-Expanding Concept?” Public Administration 78 (3), pp. 555-573 (nostra traduzione). 22 Bovens M. (2007), “New Forms of Accountability and EU-Governance”, Comparative European Studies 5/2007, pp.104-120 (nostra traduzione). 124 ground in ingresso. La valutazione degli insegnanti risponde altresì ad una serie di finalità ulteriori, quali l’accertamento del grado di attitudine, delle conoscenze e capacità per promuoverne il riconoscimento del livello di competenza e di performance, anche ai fini di un avanzamento di carriera o di status. in tal modo il riconoscimento sociale delle capacità di insegnamento e dell’impegno espresso nell’attività professionale si coniuga con la finalizzazione della qualità della performance dagli insegnanti al successo formativo degli studenti. in termini di approccio formativo la valutazione del corpo docente risponde alla necessità di identificare punti di forza e di debolezza sia sotto il profilo delle conoscenze disciplinari che della padronanza di ulteriori competenze di carattere metodologico e comunicativo, raccordando il processo di definizione dei programmi di sviluppo professionale svolti ai vari livelli del sistema scolastico con i bisogni effettivi degli insegnanti ed i loro obiettivi di apprendimento. Fig. 2 - Prospettive di accountability e di improvement in rapporto alla valutazione della valutazione degli insegnanti e formatori 125 3. Rassegna di alcuni scenari nazionali significativi in ambito europeo Negli anni recenti la tematica connessa allo sviluppo di framework concettuali sulla cui base costruire i profili degli operatori dei sistemi educativi nazionali entro lo scenario europeo è andata acquisendo progressivamente sempre maggiore rilievo. Nella dimensione europea i sistemi di valutazione di insegnanti e formatori hanno acquisito progressivamente un ruolo centrale, anche per ragioni legate alla trasparenza e all’assicurazione della qualità per le esperienze di apprendimento attuate mediante scambi transnazionali. A partire dal Consiglio di Lisbona e dal - l’adozione nel 2002 del programma Education and Training 2010, la cui finalità generale consiste nello sviluppo di uno spazio europeo dell’apprendimento in cui i soggetti possano realizzare pratiche di mobilità formativa nel corso della vita potendo spendere le competenze comunque e ovunque acquisite, quello della reciproca trasparenza e leggibilità dei sistemi dell’istruzione e della Formazione è divenuto un elemento cardine delle policy comunitarie. Di seguito vengono passati in rassegna una serie di quadri nazionali particolarmente significativi in tema di valutazione dei docenti e dei formatori. 3.1. INGHILTERRA A. Sistemi di valutazione degli insegnanti il sistema di valutazione degli insegnanti applicato in inghilterra (Fig. 3) si basa sulla nozione centrale di performance management of teachers, ossia di gestione dei livelli di performance dei docenti scolastici. Con questo concetto si intende il processo di valutazione del grado di prestazione complessiva di un insegnante in rapporto alla sua job description e alle condizioni previste dall’ordinamento ministeriale che stabilisce le condizioni di servizio e di retribuzione dell’insegnante, lo School Teachers’ Pay and Conditions Document.23 inoltre il sistema di gestione della performance tiene conto dello sviluppo professionale individuale dei docenti scolastici, nel contesto del piano di miglioramento complessivo dell’istituto scolastico. A tale scopo, il processo si basa sul set di standard che definisce le attitudini, le conoscenze e le capacità professionali ad ogni stadio della carriera dell’insegnante. 23 Department for Children, Schools and Families (DCSF) (2009a), School Teachers’ Pay and Conditions Document, London: the Stationery office, 2009 (http: //publications.teachernet.gov.uk/ default.aspx?PageFunction=productdetails&PageMode=publications&Productid=DCSF-00800-2009). 126 Le attuali disposizioni che regolano l’intera materia, una versione con rilevanti integrazioni e modifiche rispetto al modello adottato in precedenza, sono entrate in vigore nel settembre del 2007 ed hanno trovato effettiva applicazione sulla struttura delle retribuzioni a partire dal settembre 2008.24 il testo di legge che ne rappresenta il fondamento giuridico è costituito dal regolamento sullo School Teacher Management, approvato nel 2006.25 Entrambi gli articolati, in forma diversa, discendono dalla legge quadro sull’educazione (Education Act) del 2002. Fig. 3 - Valutazione degli insegnanti. Inghilterra il procedimento sulla base del quale gli insegnanti sono sottoposti ad una valutazione della performance professionale si svolge con cadenza annuale. il processo di valutazione si articola in una serie di fasi consecutive, di cui lo stadio iniziale è rappresentato da un incontro programmatorio che viene tenuto all’inizio di ogni ciclo valutativo tra il valutatore (reviewer) e l’insegnante oggetto dell’attività valutativa (reviewee). Gli aspetti considerati nel corso della riunione in cui si procede all’impostazione della fase operativa riguardano in primo luogo gli obiettivi individuali del valutato in relazione alla sua job description e all’annualità di servizio. inoltre, vengono definite le modalità per l’osservazione della pratica didattica all’interno della classe, oltre ai criteri sulla base dei quali si procederà alla verifica della performance, al supporto che verrà fornito al valutato ai fini di venire incontro ai criteri di giudizio, ed ai fabbisogni formativi e di sviluppo professionale necessari al raggiungimento degli standard e le azioni che devono essere intraprese 24 Department for Education and Skills (DfES) (2006), Performance Management for Teachers and Head Teachers, London: DFES, http: //www.teachernet.gov.uk/_doc/10405/PM%20Guidance %20print% 20final%20 Nov%2006.pdf 25 The Education School Teacher Performance Management (2006) Regulations, Si 2006/2661 (http: //www.opsi.gov.uk/Si/si2006/20062661.htm). 16 una serie di fasi consecutive, di cui lo stadio iniziale è rappresentato da un incontro programmatorio che viene tenuto all’inizio di ogni ciclo valutativo tra il valutatore (reviewer) e l’insegnante oggetto dell’attività valutativa (reviewee). Gli aspetti considerati nel corso della riunione in cui si procede all’impostazione della fase operativa riguardano in primo luogo gli obiettivi individuali del valutato in relazione alla sua job description e all’annualità di servizio. Inoltre vengono definite le modalità per l’osservazione della pratica didattica all’interno della classe, oltre ai criteri sulla base dei quali si procederà alla verifica della performance, al supporto che verrà fornito al valutato ai fini di venire incontro ai criteri di giudizio, ed ai fabbisogni formativi e di sviluppo professionale necessari al raggiungimento degli standard e le azioni che devono essere intraprese per farvi fronte. A conclusione di ciascun ciclo si tiene una riunione di revisione (review meeting) allo scopo di vagliare il grado di performance dimostrato dall’insegnante nel corso dell’intero periodo di osservazione, in rapporto ai criteri fissati e, laddove il valutato possieda i requisiti per un avanzamento retributivo, di formalizzarne la richiesta. L’osservazione in classe ha una durata massima di tre ore nel corso dell’anno. L’osservazione è compiuta di norma dal reviewer. La valutazione verte generalmente su una serie di obiettivi definiti in rapporto agli standard professionali di performance, ma il valutatore può allargare la propria osservazione sino a prendere in considerazione il grado di performance nel suo complesso. !"      !   Nel contesto inglese, la politica per la valutazione della performance degli insegnanti è posta in capo al dirigente scolastico, coadiuvato dal proprio staff, che ne risponde al consiglio direttivo. Ciascun istituto scolastico è tenuto a sviluppare una propria politica ed una serie di procedure operative in tal senso, incentrate sui seguenti aspetti principali:  definizione dei risultati che si intende raggiungere e dei metodi e delle modalità con cui verranno misurati;  definizione del processo di gestione della performance degli insegnanti all’interno di un più generale sistema di miglioramento della qualità espressa dalla scuole, con l’indicazione dei raccordi tra la valutazione dei docenti e le ulteriori misure di sviluppo della scuola, l’autovalutazione di istituto e la programmazione del miglioramento continuo dei processi e dei risultati dell’insegnamento e degli apprendimenti;  definizione delle misure e delle modalità con cui si intende perseguire l’affidabilità e l’equità delle pratiche di valutazione delle performance individuali che riguardino insegnanti in possesso di simili livelli di esperienza o di responsabilità; 127 per farvi fronte. A conclusione di ciascun ciclo si tiene una riunione di revisione (review meeting) allo scopo di vagliare il grado di performance dimostrato dall’insegnante nel corso dell’intero periodo di osservazione, in rapporto ai criteri fissati e, laddove il valutato possieda i requisiti per un avanzamento retributivo, di formalizzarne la richiesta. L’osservazione in classe ha una durata massima di tre ore nel corso dell’anno. L’osservazione è compiuta di norma dal reviewer. La valutazione verte generalmente su una serie di obiettivi definiti in rapporto agli standard professionali di performance, ma il valutatore può allargare la propria osservazione sino a prendere in considerazione il grado di performance nel suo complesso. Nel contesto inglese, la politica per la valutazione della performance degli insegnanti è posta in capo al dirigente scolastico, coadiuvato dal proprio staff, che ne risponde al consiglio direttivo. Ciascun istituto scolastico è tenuto a sviluppare una propria politica ed una serie di procedure operative in tal senso, incentrate sui seguenti aspetti principali: – definizione dei risultati che si intende raggiungere e dei metodi e delle modalità con cui verranno misurati; – definizione del processo di gestione della performance degli insegnanti all’interno di un più generale sistema di miglioramento della qualità espressa dalla scuola, con l’indicazione dei raccordi tra la valutazione dei docenti e le ulteriori misure di sviluppo della scuola, l’autovalutazione di istituto e la programmazione del miglioramento continuo dei processi e dei risultati dell’insegnamento e degli apprendimenti; – definizione delle misure e delle modalità con cui si intende perseguire l’affidabilità e l’equità delle pratiche di valutazione delle performance individuali che riguardino insegnanti in possesso di simili livelli di esperienza o di responsabilità; – definizione dei tempi del processo; – definizione di un protocollo per l’osservazione delle attività di docenza all’interno delle classi; – garanzia di un livello adeguato di Formazione rivolta alle figure impegnate nei processi di valutazione; – definizione delle procedure per il monitoraggio e la valutazione periodica del sistema di valutazione degli insegnanti messo a punto presso la scuola; – definizione di procedure supplementari per l’esecutività del sistema di valutazione degli insegnanti. B. Periodo di primo inserimento La riforma del sistema scolastico inglese varata nel 1998 introduce l’obbligatorietà di un periodo di inserimento in prova denominato induction, da parte di tutti gli insegnanti di nuova qualifica (newly qualified teachers).26 La fase di inseri- 26 Teaching and Higher Education Act (1998). 128 mento, della durata di un anno, prevede che i nuovi insegnanti vengano sottoposti ad un periodo di osservazione, e che possano godere di specifiche misure quali l’offerta di un accompagnamento prolungato e di sostegno nello stadio di primo accesso alla professione. L’implementazione del periodo di prova nell’attività professionale prende avvio nel maggio del 1999, quando a tutti gli insegnanti in Formazione da poco entrati in possesso del qtS viene richiesto di portare a termine un periodo di tre trimestri (terms), equivalenti ad un’annualità. L’assolvimento del periodo di induction risponde allo scopo di condurre gli allievi ad un livello di professionalità misurata su precisi standard nazionali di riferimento. Più recentemente nuovi standard, riformulati dalla tDA e che vanno sotto il termine di core standards, rappresentando la parte basilare degli attuali standard professionali dell’insegnante introdotti nel 2007, fungono da referenziali per il completamento del periodo di inserimento dei docenti nella scuola.27 Alla stessa stregua degli standard di riferimento per il qtS i core standards, che ne rappresentano la parte rispetto al tutto, seguono un’articolazione in attitudini professionali, conoscenze e sapere professionale, oltre che capacità professionali. La loro funzione, come nel caso degli standard qtS, è quella di fornire un referenziale in termini di competenze per misurare l’effettiva padronanza delle attività professionali.28 il periodo di prova combina un programma individualizzato di accompagnamento, che fornisce opportunità di approfondimento delle conoscenze, capacità e livelli di raggiungimento in relazione agli standard per l’ottenimento del qtS, con una valutazione sistematica del grado di performance via via ottenuto dai neodocenti. Le diverse e tra loro integrate attività di supporto tengono conto dei punti di forza e delle aree di sviluppo, così come definiti nel profilo di ingresso nella carriera e di successivo sviluppo (Career Entry and Development Profile: CEDP), cui si è accennato in precedenza, che accompagna ciascun nuovo insegnante dal termine della Formazione iniziale sino al primo impiego, tenendo traccia del patrimonio di competenze acquisite e del loro livello di raggiungimento. il CEDP è costituito da una risorsa di tipo on-line rivolta agli allievi ed ai docenti in prova e fornisce un framework rispetto al quale individuare le acquisizioni, gli obiettivi e le dinamiche dei bisogni di sviluppo professionale. 27 training and Development Agency for Schools (tDA) (2007a), Professional Standards for Teachers: Core, London: tDA, (http: //www.tda.gov.uk/upload/resources/pdf/s/standards_core.pdf). 28 Per la consultazione del materiale di orientamento predisposto ad uso degli insegnanti neoqualificati si veda: Department for Children Schools and Families (DCSF) (2008a), Statutory Guidance on Induction for Newly Qualified Teachers in England, London: DCSF, (http: //www.teachernet.gov. uk/_doc/12703/080623%20induction%20Statutory%20Guidance.pdf); training and Development Agency for Schools (tDA) (2007c), Supporting the Induction Process: TDA Guidance for Newly Qualified Teachers, London: tDA, (http: //www.tda.gov.uk/upload/resources/pdf/c/core_standards _guidance.pdf). 129 Nel corso del periodo di induction un ruolo cruciale è svolto dai dirigenti scolastici, i quali sono tenuti ad assicurare che l’orario di insegnamento dei newly qualified teachers non ecceda il 90% di quello degli altri docenti della scuola. i docenti in prova che non superino positivamente il periodo obbligatorio di primo inserimento non sono dichiarati idonei ad essere impiegati come insegnanti nelle scuole pubbliche. i nuovi insegnanti sono assistiti da un tutor che ha la responsabilità di monitorare, accompagnare e valutare l’operato di un docente da poco nominato. in linea di principio tale figura deve essere un membro del personale docente che possieda il tempo, le competenze, la preparazione e l’autorevolezza per esercitare il proprio ruolo efficacemente, incluso il fatto di tenere un comportamento rigoroso e di formulare giudizi chiari e imparziali sui progressi verso l’assolvimento dei core standards. in termini di analisi dell’operato del nuovo insegnante e di valutazione formale del suo operato, il General Teaching Council for England ha fissato una serie di risultati attesi dai vari attori: – tutor: realizzare almeno sei analisi dei progressi e coordinare tre incontri di valutazione formale; – newly qualified teacher: tenere traccia delle attività svolte e partecipare agli incontri programmati per l’analisi dei progressi e la valutazione formale; – dirigente scolastico: assicurare che le relazioni di valutazione siano completate e siano trasmesse all’organismo che ne ha la competenza, inclusa la dichiarazione su quanto gli standard previsti siano stati effettivamente raggiunti al termine del periodo; – organismo competente: al termine del periodo di induction, decidere se il docente che ha sostenuto il periodo di prova soddisfa i core standard e fornire al GtCE la documentazione relativa; – GTCE: rappresenta l’organismo cui il newly qualified teacher può fare appello in caso di mancato superamento del periodo di inserimento. Gli incontri per l’analisi dei progressi rappresentano un’opportunità per il tutor e il docente in prova per discutere sui risultati ottenuti e per definire eventuali modifiche al piano di inserimento sotto il profilo degli obiettivi e delle azioni da realizzare. Dovrebbero tenersi a metà del percorso annuale. La preparazione degli incontri va curata nel dettaglio dal tutor, che ha raccolto e tenuto traccia dei feedback forniti dal mentor e dagli altri colleghi che hanno esercitato un ruolo di supporto o di osservazione. Gli esiti della valutazione conclusiva offrono l’opportunità di valutare l’intera esperienza professionale e, in caso di valutazione positiva, di preparare il docente in prova ad essere coinvolto nelle successive attività di Formazione in servizio. C. Forme e livelli di autonomia locale termini e condizioni di servizio della professione insegnante all’interno del settore della further education in inghilterra sono definiti sovente a livello locale, 130 oltre che istituzionale. Ciascun college rappresenta un’organizzazione indipendente, dotata di un consiglio direttivo (board of governors) ed inquadrata, sotto il profilo legale, alla stregua di un datore di lavoro nei confronti delle proprie maestranze. Per tale motivo, le forme di salario, così come le condizioni di impiego, possono variare sensibilmente in rapporto alla singola scuola, benché siano in vigore una serie di linee guida frutto di un accordo nazionale. Nel 2000 viene costituito un nuovo organismo quale sede di negoziazione il Further Education National Joint Forum (NJF) che raggruppa i datori di lavoro ed i rappresentanti delle organizzazioni sindacali riconosciute. Una serie di accordi separati in merito alle condizioni di servizio caratterizzano anche gli insegnanti che operano presso i sixth form colleges. questi ultimi sono caratterizzati da un’offerta educativa che va dall’istruzione secondaria ai corsi della Formazione Professionale (vocational courses), rivolti a studenti di età compresa tra i 16 ed i 19 anni. in precedenza erano retti sulla base delle School Regulations, ossia della legislazione in vigore per il sistema dell’istruzione pubblica inglese, ma dal 1992 sono entrati a far parte del settore della further education, sulla base del Further and Higher Education Act. Successivamente, nel novembre del 2009 in forza di un nuovo ordinamento (Skills, Children and Learning Act) si è introdotta una nuova fattispecie legale per i sixth form colleges. Nonostante mantengano diverse caratteristiche in comune con i college che offrono corsi di further education, mantengono tuttavia un’identità distinta sotto il profilo giuridico. il National Joint Council for Sixth Form Colleges (NJC) è stato costituito nell’aprile del 1993 quale sede al cui interno vengono negoziate le condizioni di servizio e di salario valide per il settore ed al contempo per curare l’adozione degli accordi, una volta sottoscritti a livello centrale, presso i singoli college. 3.2. FRANCIA Gli ispettori rappresentano gli attori principali della valutazione degli insegnanti. Nella scuola di primo grado il rapporto proporzionale attuale è di circa un ispettore per 350 insegnanti. Gli insegnanti sono soggetti alla visita ispettiva al - l’incirca a cadenza quadriennale. La frequenza delle ispezioni varia in rapporto alle circoscrizioni ed al tempo a disposizione. Sovente sono gli stessi insegnanti a richiedere la visita ispettiva allo scopo di una progressione di carriera. L’ispettore ministeriale della circoscrizione in cui l’insegnante esercita rappresenta il loro superiore secondo la linea gerarchica. il punteggio attribuito al termine dell’attività ispettiva è basato su una serie di criteri sia di carattere didattico che amministrativo. La valutazione tiene conto dell’osservazione di una sequenza di attività didattiche e del successivo colloquio individuale intrattenuto con l’insegnante. Nella scuola di secondo grado il rapporto tra numero medio di ispettori per il totale di insegnanti si attesta all’incirca sulla quota di 400. Sia presso i colléges che presso i licei, gli insegnanti sono interessati da un’attività ispettiva mediamente ogni sei o sette anni, benché la frequenza degli interventi negli ultimi anni sia andata migliorando. La valutazione operata dai funzionari si svolge presso il luogo di esercizio professionale del docente e prende la forma di un’osservazione di una sequenza didattica, seguita da una conversazione strutturata e individuale con l’insegnante. L’esito dell’attività di valutazione dell’insegnante (Fig. 4) si articola su due distinti ordini di punteggio. il primo ambito, di competenza dell’ispettore, si concentra sugli aspetti di ordine pedagogico e dà luogo ad un massimo di sessanta punti. il secondo tipo di punteggio esamina gli aspetti di carattere amministrativo e conferisce un massimo di quaranta punti. quest’ultimo viene ricavato dall’analisi compiuta annualmente dal capo d’istituto sulla base dei criteri di frequenza, puntualità, autorità e influenza. Sotto il profilo formale, il punteggio amministrativo è fissato dal provveditore, su proposta del capo d’istituto, mentre quello didattico è fissato dagli ispettori, di livello nazionale o regionale a seconda della categoria cui appartengono gli insegnanti valutati. Fig. 4 - Valutazione degli insegnanti. Francia Da un lato la valutazione sul piano didattico espressa dall’ispettore è sottoposta successivamente, a cadenza annuale, ad un collegio di funzionari appartenenti al corpo superiore del personale ispettivo, che ne assicurano l’armonizzazione con la media dei giudizi raccolti a livello nazionale. tale allineamento aiuta a bilanciare il possibile utilizzo di scale di valutazione eterogenee tra valutatori diversi e di curare l’aggiornamento dei punteggi compiuti negli anni pregressi. Dall’altro lato, la dimensione dell’attività valutativa che si concentra sugli aspetti prettamente amministrativi può variare a seconda delle differenti prassi uti- 131 #"        Da un lato la valutazione sul piano didattico espressa dall’ispettore è sottoposta successivamente, a cadenza annuale, ad un collegio di funzionari appartenenti al corpo superiore del personale ispettivo, che ne assicurano l’armonizzazione con la media dei giudizi raccolti a livello nazionale. Tale allineamento aiuta a bilanciare il possibile utilizzo di scale di valutazione eterogenee tra valutatori diversi e di curare l’aggiornamento dei punteggi compiuti negli anni pregressi. Dall’altro lato, la dimensione dell’attività valutativa che si concentra sugli aspetti prettamente amministrativi può variare a seconda delle differenti prassi utilizzate in ambito locale. Di conseguenza, una perequazione del punteggio di carattere amministrativo è necessaria per compensare il divario di punteggi tra gli insegnanti che presentino la medesima situazione individuale, in termini di livello e posizione amministrativa, tra diversi contesti territoriali. La sommatoria dei due punteggi finali, su un massimo di cento punti, determina la valutazione complessiva che misura il valore professionale di ciascun insegnante e consente di stabilire una serie di diritti in termini di avanzamento di carriera. Infatti, le diverse fasi di progressione di carriera degli insegnanti, che si traducono in promozione di livello, di grado, o di categoria, sono tutte basate sul punteggio ottenuto al termine della visita ispettiva, in misura relativamente diversa in rapporto alle diverse categorie di insegnanti. Va osservato in proposito che il personale appartenente alle categorie degli insegnanti della scuola di secondo grado, impegnati in attività di docenza nella Formazione superiore, prevalentemente insegnanti agregés, non possono essere soggetti ad ispezione. La loro valutazione, effettuata su un piano esclusivamente amministrativo su una scala in centesimi, è condotta annualmente dal capo di istituto di Istruzione superiore in cui esercitano le loro funzioni. 132 lizzate in ambito locale. Di conseguenza, una perequazione del punteggio di carattere amministrativo è necessaria per compensare il divario di punteggi tra gli insegnanti che presentino la medesima situazione individuale, in termini di livello e posizione amministrativa, tra diversi contesti territoriali. La sommatoria dei due punteggi finali, su un massimo di cento punti, determina la valutazione complessiva che misura il valore professionale di ciascun insegnante e consente di stabilire una serie di diritti in termini di avanzamento di carriera. infatti, le diverse fasi di progressione di carriera degli insegnanti, che si traducono in promozione di livello, di grado, o di categoria, sono tutte basate sul punteggio ottenuto al termine della visita ispettiva, in misura relativamente diversa in rapporto alle diverse categorie di insegnanti. Va osservato in proposito che il personale appartenente alle categorie degli insegnanti della scuola di secondo grado, impegnati in attività di docenza nella Formazione superiore, prevalentemente insegnanti agregés, non possono essere soggetti ad ispezione. La loro valutazione, effettuata su un piano esclusivamente amministrativo su una scala in centesimi, è condotta annualmente dal capo di istituto di istruzione superiore in cui esercitano le loro funzioni. 3.3. SPAGNA Nel contesto spagnolo le autorità educative delle singole Comunità Autonome regionali sono responsabili della creazione di piani per la valutazione dell’insegnamento nel settore pubblico (Fig. 5). tali piani definiscono gli obiettivi ed i criteri di valutazione, così come le modalità con cui gli insegnanti, la comunità scolastica e le autorità educative stesse partecipano al processo di valutazione. Le autorità educative, assimilabili sotto questo profilo a corpi ispettivi, promuovono pertanto anche la valutazione degli insegnanti su base volontaria e sono responsabili per la definizione delle modalità della valutazione stessa. Gli organismi di ispezione dipendono pertanto dai governi regionali e si occupano di azioni di controllo effettuate nei confronti dei diversi istituti scolastici sotto il profilo pedagogico ed organizzativo. La responsabilità del controllo e della valutazione include sia le strutture scolastiche pubbliche che quelle private, siano esse finanziate o meno dallo Stato. tra le funzioni principali di ispezione figurano da un lato la valutazione delle procedure e dell’organizzazione, dall’altra dei risultati dell’azione didattica. Al tempo stesso si prevede che gli ispettori svolgano il duplice ruolo di valutatori e di consulenti nell’implementazione delle nuove norme introdotte nella sfera del - l’istruzione. in linea di principio le loro valutazioni dovrebbero sortire un effetto diretto sulla carriera professionale degli insegnanti. tuttavia, nella pratica non sempre un 133 rapporto negativo redatto da parte di un ispettore potrà avere effetti reali su un determinato insegnante che intenda permanere all’interno del proprio corpo e livello, sia in termini positivi, ossia in vista di incentivi salariali, sia in termini negativi, per mezzo di effetti sanzionatori sullo sviluppo della carriera professionale. Un effetto di maggior impatto si ha qualora un docente della scuola si presenti ad una selezione pubblica in vista del passaggio ad altro corpo o ad altro livello del sistema educativo. in questo caso il vaglio della documentazione sull’evoluzione pregressa della professione può avere una ripercussione di maggiore peso sull’avanzamento professionale e sulle possibilità di acquisire un punteggio elevato in fase di selezione. Fig. 5 - Valutazione degli insegnanti. Spagna in tutti i casi, l’attività ispettiva rappresenta una funzione della pubblica amministrazione nel campo dell’istruzione e come tale determina un effetto rilevante anche in relazione ad altri organismi ed attori che concorrono a garantire il livello della qualità prodotta dal sistema scolastico. Nel corso della ricerca internazionale promossa dall’oCSE nel 2002 e volta ad analizzare la capacità dei singoli sistemi nazionali dell’istruzione di assolvere efficacemente le funzioni di reclutamento, selezione, formazione e mantenimento in servizio degli insegnanti, i risultati cui sono pervenuti i ricercatori sul tema della valutazione dei docenti scolastici paiono descrivere uno scenario in cui sono presenti alcune criticità.29 i docenti ed i dirigenti di istituti intervistati in proposito, appartenenti sia alla scuola primaria che secondaria, esprimevano scetticismo sul reale effetto che le 29 oECD (2003a), Teachers Matter: Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers in Spain. Overview for the OECD, OECD, Paris. 21 Gli organismi di ispezione dipendono pertanto dai governi regionali e si occupano di azioni di controllo effettuate nei confronti dei diversi istituti scolastici sotto il profilo pedagogico ed organizzativo. La responsabilità del controllo e della valutazione include sia le strutture scolastiche pubbliche che quelle private, siano esse finanziate o meno dallo stato. Tra le funzioni principali di ispezione figurano da un lato la valutazione delle procedure e dell’organizzazione, dall’altra dei risultati dell’azione didattica. Al tempo stesso si prevede che gli ispettori svolgano il duplice ruolo di valutatori e di consulenti nell’implementazione delle nuove norme introdotte nella sfera dell’Istruzione. In linea di principio le loro valutazioni dovrebbero sortire un effetto diretto sulla carriera professionale degli insegnanti. Tuttavia nella pratica non sempre un rapporto negativo redatto da parte di un ispettore potrà avere effetti reali su un determinato insegnante che intenda permanere all’interno del proprio corpo e livello, sia in termini positivi, ossia in vista di incentivi salariali, sia in termini negativi, per mezzo di effetti sanzionatori sullo sviluppo della carriera professionale. Un effetto di maggior impatto si ha qualora un docente della scuola si presenti ad una selezione pubblica in vista del passaggio ad altro corpo o ad altro livello del sistema educativo. In questo caso il vaglio della documentazione sull’evoluzione pregressa della professione può avere una ripercussione di maggiore peso sull’avanzamento professionale e sulle possibilità di acquisire un punteggio elevato in fase di selezione.  !     "   In tutti i casi, l’attività ispettiva rappresenta una funzione della pubblica amministrazione nel campo dell’Istruzione e come tale determina un effetto rilevante anche in relazione ad altri organismi ed attori che concorrono a garantire il livello della qualità prodotta dal sistema scolastico. Nel corso della ricerca internazionale promossa dall’OCSE nel 2002 e volta ad analizzare la capacità dei singoli sistemi nazionali dell’Istruzione di assolvere efficacemente le funzioni di reclutamento, selezione, Formazione e mantenimento in servizio degli insegnanti, i risultati cui sono pervenuti i ricercatori sul tema della valutazione dei docenti scolastici paiono descrivere uno scenario in cui sono presenti alcune criticità.29 I docenti ed i dirigenti di istituti intervistati in proposito, appartenenti sia alla scuola primaria che secondaria, esprimevano scetticismo sul reale effetto che le attività ispettive producono sul miglioramento del sistema scolastico nel suo complesso. Essi ne ravvisavano il carattere ancora  "# $%& '"(()*+ # ! $ % &   ' (    )      # !   "  * !*+('*+(+ 134 attività ispettive producono sul miglioramento del sistema scolastico nel suo complesso. Essi ne ravvisavano il carattere ancora spiccatamente burocratico, ritenendo che gli ispettori dovrebbero appuntare maggiormente il loro interesse nel supportare le strutture scolastiche nelle situazioni complesse con cui devono confrontarsi, quali ad esempio le criticità con gli allievi, le difficoltà che intercorrono tra presidi e corpo docente, etc. i testimoni intervistati all’epoca chiedevano quindi dall’autorità ispettiva più azioni di supporto e meno appesantimenti burocratici. Nel corso degli anni recenti il quadro complessivo non sembra essere mutato radicalmente. Nella Ley Orgánica 2/2006 de Educación, all’articolo 106, si afferma che allo scopo di migliorare la qualità dell’insegnamento le autorità educative regionali sono tenute ad elaborare piani per la valutazione del personale docente, con la partecipazione dei diretti interessati mediante i loro rappresentanti. Nei piani sono compresi gli obiettivi ed i criteri di valutazione e le forme di partecipazione da parte del corpo docente, della comunità educativa e della funzione ispettiva nel processo valutativo. in merito alla situazione nel settore della valutazione della performance degli insegnanti va rimarcato che nel passato recente le autorità educative regionali hanno iniziato a promuovere forme di valutazione degli insegnanti su base volontaria. L’introduzione nelle selezioni pubbliche e nei concorsi per il passaggio ad altro corpo o livello della valutazione della carriera pregressa dei candidati anche sotto il profilo delle verifiche ispettive ha contribuito ad attribuire un peso maggiore alla funzione valutativa nella scuola. 3.4. SVIZZERA - CANTON TICINO il processo che, a partire dalla fine degli anni Novanta, ha introdotto nei diversi sistemi cantonali dell’istruzione e della Formazione Professionale un sempre maggiore livello di autonomia delle scuole, ha prodotto conseguentemente un utilizzo progressivo di modelli e pratiche di valutazione, ed insieme di dispositivi tesi a garantire il grado di accountability dei singoli istituti scolastici e del sistema educativo nel suo insieme. Attualmente la maggior parte delle amministrazioni cantonali si è dotata o si sta predisponendo di sistemi di assicurazione della qualità dell’offerta formativa erogata, anche allo scopo di fornire informazioni e dati utili all’elaborazione ed alla valutazione delle politiche scolastiche e formative. Negli anni recenti quindi, sia i diversi cantoni che la Confederazione intendono costituire un sistema di monitoraggio per tenere sotto controllo la performance dei sistemi educativi. L’autorità ispettiva della scuola operante a livello cantonale detiene generalmente la responsabilità istituzionale di controllo nella maggior parte della Confederazione. tale organismo monitora l’implementazione delle leggi cantonali e la qualità dell’insegnamento impartito dai singoli insegnanti, prevalentemente nella 135 scuola primaria e secondaria di primo grado, mentre in quelle di secondo grado l’assessment dei docenti rientra nelle procedure di gestione della qualità di istituto. Se un tempo alla funzione ispettiva veniva associata una connotazione di tipo burocratico, imperniata sul controllo a fini sanzionatori, oggi si è evoluta ed è andata includendo attività di consulenza e di promozione di progetti educativi ad ampio impatto cantonale. il suo ruolo si è spostato progressivamente sullo sviluppo del sistema scolastico. Gli ispettori di norma sono ex insegnanti di lunga esperienza, giunti a rivestire la funzione grazie ad una formazione specifica. Va segnalato che in tal senso si sono ottenuti risultati significativi in vista dello sviluppo di una cultura della valutazione della performance delle scuole e del sistema educativo nel suo complesso. Sempre a livello di Confederazione, gli insegnanti vengono valutati di norma dalle autorità locali o cantonali della scuola. in alcuni cantoni i docenti sono oggetto di valutazione all’interno dei processi valutativi che interessano l’intero istituto scolastico di appartenenza. i metodi impiegati in genere comprendono l’osservazione in classe e colloqui con il personale docente. Le pratiche differiscono notevolmente tra cantoni quanto a frequenza, metodi impiegati, grado di qualificazione degli ispettori e strumenti di valutazione. Nel settore della scuola secondaria di secondo grado, la responsabilità degli interventi formativi richiesti in esito alla valutazione del corpo docente è spesso assegnata ai dirigenti di istituto. Nello studio condotto nel 2003 dall’oCSE sulla figura dell’insegnante in relazione allo sviluppo dei sistemi educativi, cui si è accennato in precedenza, ci si sofferma sull’elevate eterogeneità delle pratiche valutative utilizzate, delle figure professionali che vi presiedono e sugli effetti alquanto limitati degli esiti della valutazione sull’evoluzione di carriera degli insegnanti (promozione di grado, premi di rendimento, etc.). Al tempo stesso dalla ricerca emerge come nel contesto svizzero le maggiori esperienze nel campo della valutazione della qualità dei sistemi educativi siano state realizzate prevalentemente nell’area germanofona ed in ticino, dove l’intero sistema delle scuole professionali ha dovuto avviare una procedura di certificazione della qualità sin dagli inizi degli anni Duemila, secondo quanto previsto per legge anche nel resto della Confederazione. Si tratta di ambiti territoriali in cui si è optato per l’adozione di modelli e procedure centrati su una sempre maggiore autonomia attribuita alle singole scuole nel campo cella certificazione della qualità dell’offerta formativa e dei processi di insegnamento e di apprendimento, soprattutto nella scuola superiore di secondo grado. Le aree prevalenti tenute sotto osservazione in vista della valutazione del livello di performance espresso dagli insegnanti sono la gestione della classe, la pianificazione degli apprendimenti, il lavoro in team, l’uso di metodologie efficaci per favorire l’apprendimento e la padronanza e l’impiego efficace di strumenti per la valutazione degli apprendimenti. in tale contesto diviene rilevante il ruolo rivestito da un insieme di fattori diversi, quali ad esempio l’attività di ispettori e valutatori esterni, i diversi tipi di feedback offerti da altri colleghi o dal dirigente scolastico, 136 forme di peer reviews, oltre che feedback provenienti da studenti. il ruolo delle autorità ispettive consiste quindi tendenzialmente sempre più nel coordinare le diverse forme di autovalutazione e di valutazione esterna di istituto, assicurandone la correttezza sul piano dell’impiego delle metodologie e della correttezza dei dati raccolti. 137 4. Profili e standard professionali differenziati 4.1. QUESTIONI CENTRALI PER UNA LETTURA MULTILIVELLO L’elemento centrale che scaturisce dall’analisi condotta sui casi nazionali attiene alla definizione di un profilo generale di competenze dell’insegnante, su cui si possano innestare ulteriori profili specializzati, correlati a determinati ruoli e funzioni presenti sia a livello di staff di direzione che di campi di intervento extra disciplinari. tali profili, nei contesti maggiormente evoluti risultano definiti mediante lo sviluppo di standard di carattere professionale o formativo. La diffusione di profili di competenze dell’insegnante origina principalmente dalla necessità di fissare una serie di obiettivi di sviluppo dei sistemi scolastici per intervenire con policy appropriate sulle criticità presenti. tali obiettivi, tesi ad incrementare il livello di accountability espresso dai sistemi scolastici nei confronti dell’utenza e dei diversi ulteriori portatori di interessi, possono essere richiamati sinteticamente in rapporto a diversi livelli del sistema. A. Livello delle policy Fornire standard di competenza che possano orientare i percorsi di Formazione iniziale terziaria di preparazione all’accesso nella carriera e al contempo guidare la successiva pratica professionale dell’insegnante. Sviluppare referenziali di competenze dell’insegnante differenziati che, partendo da un nucleo di competenze comuni, siano in grado di differenziare appropriatamente le ulteriori specializzazioni di carattere funzionale ed organizzativo, sia orizzontalmente (differenziazione funzionale su aree non disciplinari) che verticalmente (accesso allo staff di direzione). Correlare la progressione di carriera, di status e di fascia retributiva degli insegnanti ad un’effettiva ed accertabile crescita professionale di competenze nei settori specifici di dispiegamento delle attività lavorative. Differenziare i profili degli insegnanti in rapporto ai diversi target di utenza, i cui fabbisogni formativi risultano richiedere forme crescenti di personalizzazione ed individualizzazione dell’apprendimento (BES, problematiche socioeconomiche, tutorship all’apprendimento, counselling, etc.). introdurre nuovi profili in relazione alla definizione del curricolo scolastico, sia per linee orizzontali (aree disciplinari, aree di competenze interdisciplinari, dipartimentalizzazione degli istituti scolastici, etc.), che verticali (curricoli verticali, coerenza e progressività dei curricoli di ciclo scolastico, etc.). Armonizzare ed allineare i profili dell’insegnante con le recenti policy promosse dall’Unione Europea, in specie in rapporto ai livelli in cui si articola l’European Qualification Framework. 138 B. Livello del sistema scolastico/formativo locale Fornire ai diversi organismi che all’esterno dell’istituzione scolastica si occupano dello sviluppo, implementazione e valutazione della performance dell’insegnante, standard di competenze per l’attività valutativa sia di tipo ordinario (valutazione periodica) che straordinario (passaggio tra status e accesso a ruoli e funzioni di ordine superiore). Fornire ai diversi organismi che all’esterno dell’istituzione scolastica si occupano dello sviluppo, implementazione e valutazione della Formazione continua degli insegnanti, standard di competenze per l’attività di impostazione dei programmi e di valutazione di impatto delle diverse misure e delle azioni formative promosse. C. Livello dell’istituzione scolastica e formativa Fornire standard di riferimento per guidare l’azione delle figure tutoriali e di accompagnamento che supportano l’ingresso degli insegnanti neoassunti nel percorso di carriera (tutoring, mentoring, coaching). Fornire ai diversi organismi che all’interno dell’istituzione scolastica si occupano della valutazione della performance dell’insegnante, standard di competenze per l’attività valutativa sia di tipo ordinario (valutazione periodica) che straordinario (passaggio tra status e accesso a ruoli e funzioni di ordine superiore). Fornire ai diversi organismi che all’interno dell’istituzione scolastica si occupano dello sviluppo, implementazione e valutazione della Formazione continua degli insegnanti, standard di competenze per l’attività di impostazione dei programmi e di valutazione dell’apprendimento, di risultato e di impatto delle diverse misure e programmi formativi promossi. Predisporre profili diversificati di insegnanti (diversificazione organizzativa) in rapporto a ruoli e funzioni di supporto al dirigente scolastico ed al suo staff (definizione di policy scolastiche in campi diversi e della loro implementazione e valutazione). Differenziare operativamente i profili degli insegnanti in rapporto ai diversi target di utenza, i cui fabbisogni formativi risultano richiedere forme crescenti di personalizzazione ed individualizzazione dell’apprendimento (BES, problematiche socioeconomiche, tutorship all’apprendimento, counselling, etc.). 4.2. QUADRO SINOTTICO DELLE POLITICHE NAZIONALI Di seguito si riporta una tabella sinottica relativa ai diversi ruoli e funzioni supplementari attribuibili alla figura dell’insegnante della scuola, entro lo staff dirigenziale o aree di intervento extra disciplinari (Fig. 6). L’articolazione dei ruoli e delle responsabilità riscontrati non si osserva allo stesso modo in ciascuna istituzione scolastica ma risulta essere presente in funzione 139 del sistema nazionale dell’istruzione, del modello organizzativo adottato dall’istituzione scolastica, oltre che dell’adozione ed implementazione di policy nazionali, territoriali e di istituto. La tabella specifica per ciascun livello di funzione, rispettivamente di staff di direzione o di linea, lo status ed i referenziali corrispondenti ad ogni ruolo specifico. Si tratta in entrambi i casi di professionalità di gruppo, cui si richiede un’elevata capacità di interazione con una molteplicità di attori interni ed esterni alla scuola. Sotto tale profilo possono essere distinti ben quindici profili differenziati. A. Staff di direzione - coordinatore della Formazione continua; - coordinatore della valutazione della performance degli insegnanti; - coordinatore delle politiche per i bisogni educativi speciali; - coordinatore della valutazione di istituto (spesso comprende la valutazione della performance). Si tratta di profili che, presidiando ambiti di intervento di responsabilità del dirigente scolastico, presentano nuclei di competenza comuni con tale figura. B. Specializzazioni extra disciplinari esterne allo staff di direzione - coordinatore di dipartimento; - coordinatore di classe; - l’insegnante per soggetti con BES; - il tutor per insegnanti neoassunti; - insegnante orientatore; - tutor per i percorsi di alternanza formativa; - referente per la valutazione di istituto; - learning mentor; - coordinatore di progetti complessi interni all’istituzione scolastica e con attori esterni; - coordinatore di progetti complessi entro una rete di istituzioni scolastiche e con attori esterni; - docente dei programmi di Formazione continua territoriale. 4.3. DIFFERENZIAZIONI FUNZIONALI ALL’INTERNO DELLA FIGURA DELL’INSEGNANTE/ FORMATORE E CENTRALITÀ DEL CONCETTO DI FAMIGLIA PROFESSIONALE Da quanto si è potuto osservare in sede di analisi comparata, si rileva come negli anni recenti a livello internazionale si siano moltiplicati i ruoli e le responsabilità attribuiti agli insegnanti. Un tale processo ha determinato una maggiore articolazione dei profili di carriera aperti ai docenti scolastici sia sull’asse orizzontale, mediante l’assunzione di funzioni di sistema che eccedono dalla tradizionale divisione in aree disciplinari (valutazione di istituto, orientamento, coordinamento 140 &")              '    '()*(+,- ,./,)0-'' ', .  ,++-'10 2 ,                  ,   # ! 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Dall’altro lato si percepisce l’esigenza di raccordare in modo sempre più stretto l’avanzamento di carriera all’acquisizione di responsabilità via via più estese. infine, si coglie l’importanza di accompagnare la progressione nella pratica professionale con l’offerta di percorsi formativi orientati all’acquisizione di sistemi di competenze sempre più specialistiche e di livello elevato. Le analisi effettuate nel corso della descrizione degli scenari nazionali e della loro successiva comparazione hanno posto in evidenza una serie di profili articolati in relazione all’assunzione di ruoli e responsabilità differenziate. A questo proposito si intende qui riprendere il concetto di famiglia professionale. in quella sede si era anticipato come la riflessione compiuta a livello europeo avviatasi negli anni scorsi avesse offerto spunti di rilievo sul versante interpretativo, con conseguenti possibili ricadute sul piano metodologico ed operativo. Si sono già citati i lavori entro il gruppo tt Net, avviati nell’ambito del progetto Defining VET Professions in Line with the European Qualifications Framework.30 Si è ricordato come in quella sede il concetto di famiglia professionale fosse stato introdotto dal gruppo di lavoro, e si fosse dimostrato centrale nell’individuare nei job profiles degli operatori della VEt un nucleo comune di competenze derivante da una convergenza di ruoli funzioni in parte tradizionali ed in parte di nuova attribuzione. il concetto di famiglia professionale può quindi divenire l’elemento con cui ridefinire il nucleo di professionalità e di competenze convergenti su più profili professionali, sul quale possano svilupparsi ulteriori ambiti specifici e differenziati di intervento verso forme crescenti di specializzazione. il ricorso al binomio famiglia professionale-specializzazioni funzionali ed organizzative consente di integrare la precedente analisi comparativa, compiuta sul tronco centrale delle competenze professionali dell’insegnante, con una ricognizione sugli aspetti, oggi sempre più centrali, della specializzazione sia a livello di staff di direzione che all’interno di aree non disciplinari. 30 Frimodt r., Volmari K., Salatin A., Carlini D., di Giambattista C. (2006), cit. 143 4.4. LO SFONDO PER LO SVILUPPO DI STANDARD PROFESSIONALI DELL’INSEGNANTE: L’EUROPEAN QUALIFICATION FRAMEWORK i Consigli europei di Lisbona e di Barcellona hanno individuato nella maggior trasparenza delle qualificazioni e delle competenze il presupposto necessario per trasformare la diversità dei sistemi formativi nazionali in una risorsa spendibile a livello europeo. La trasparenza delle qualifiche si definisce come il livello alla cui altezza si può fissarne e compararne il valore nel mercato del lavoro, nell’istruzione e nella Formazione, oltre che nel più vasto sistema sociale. La trasparenza può allora essere vista come il presupposto necessario per riconoscere i risultati dell’apprendimento che conducono a diverse qualificazioni. Una maggiore trasparenza è importante allo scopo di permettere ai singoli cittadini di giudicare il valore relativo delle qualificazioni; consentire di trasferire e accumulare le qualificazioni (perseguire l’apprendimento permanente in tal senso richiede che i cittadini possano combinare titoli acquisiti in contesti, sistemi e Paesi diversi); migliorare la capacità dei datori di lavoro di giudicare profilo, contenuto e pertinenza delle qualificazioni offerte sul mercato del lavoro; permettere alle organizzazioni che erogano istruzione e Formazione di comparare reciprocamente profili e contenuti delle rispettive offerte, creando così un presupposto importante per garantirne ed incrementarne la qualità. il quadro europeo delle qualificazioni per l’apprendimento permanente (European Qualification Framework), oggetto di una raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008, è costituito da otto livelli di riferimento che fungono da punto comune e neutro di riferimento per gli Enti di istruzione e Formazione a livello nazionale e settoriale.31 i livelli coprono l’intera gamma delle qualificazioni, da quelle ottenute al termine dei percorsi di istruzione e Formazione obbligatoria a quelle assegnate ai più alti livelli di istruzione e Formazione accademica e professionale. in quanto strumento che promuove l’apprendimento permanente, l’EqF comprende tutte le tipologie e le filiere dell’istruzione e della Formazione: istruzione generale e per adulti, istruzione e Formazione Professionale e istruzione superiore. i livelli maggiormente elevati contengono un chiaro riferimento ai corrispettivi gradi definiti nello schema per lo spazio europeo dell’istruzione Superiore nel contesto del processo di Bologna.32 31 Parlamento Europeo e Consiglio, Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla costituzione del quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, Bruxelles, 23.04.2008 (2008/C111/01). 32 Per una presentazione del quadro di policy promosse recentemente dall’Unione Europea in tema di riconoscimento delle qualificazioni e delle competenze si rimanda a Dordit L., Perulli E. (2008), Le politiche di cooperazione europea in tema di trasparenza dell’apprendimento, in Di Francesco G., Perulli E. (2008), Verso l’European Qualification Framework, Il sistema europeo dell’apprendimento: trasparenza, mobilità, riconoscimento delle qualifiche e delle competenze, isfol, roma. 144 Dato il quadro appena descritto, risulta evidente come sia importante che nuove forme di qualificazione emergenti nel mondo della scuola possano allinearsi con il quadro predisposto in sede europea per favorirne il riconoscimento e la certificazione, oltre che potenziare le forme di mobilità entro lo spazio comunitario. 4.5. DALLE FIGURE PROFESSIONALI AI CLUSTER DI COMPETENZE Nel mercato del lavoro sin dagli anni ottanta è andata crescendo la necessità di passare da una visione della figura professionale intesa in senso tradizionale, dettagliata mediante un’analisi delle mansioni e non soggetta a modifiche sostanziali nel breve e medio periodo, ad un diverso approccio secondo il quale la figura può essere articolata in cluster di competenza a geometria variabile, progressivamente modificabili in relazione ai diversi contesti di lavoro, ai modelli organizzativi ed alle tecnologie di volta in volta impiegate. La transizione ad un modello di tipo combinatorio pare risultare particolarmente utile in contesti in rapida trasformazione, quale sembra essere oggi quello della scuola italiana, con l’apertura di nuovi scenari e la richiesta di professionalità per il presidio di nuovi processi. La compresenza di elementi che rimandano al concetto di famiglia professionale, con il rinvio ad un tronco comune di competenze ed ulteriori ambiti e livelli di tipo specialistico, insieme ad un’impostazione combinatoria, che vede nelle competenze la capacità di mobilitare risorse di diverso ordine in vista del fronteggiamento di situazioni complesse, pare offrire una prospettiva particolarmente utile. Un tipo di modello di competenza che pare adattarsi in modo particolarmente adeguato al contesto analizzato è ricavabile dall’analisi di Guy Le Boterf, sociologo dell’organizzazione, tra le figure di maggiore spicco a livello europeo in tema di analisi delle organizzazioni. Fig. 7 - Le Boterf. Relazione tra risorse, competenze, attività, performance Fonte: Elaborazione da Le Boterf, 1997 Un tipo di modello di competenza che pare adattarsi in modo particolarmente adeguato al contesto analizzato è ricavabile dall’analisi di Guy Le Boterf, sociologo dell’organizzazione, tra le figure di maggiore spicco a livello europeo in tema di analisi delle organizzazioni. 6"15 )  '   '  '  Saperi teorici Saperi contestuali Saperi procedurali Saper fare operazionali Saper fare esperienziali Saper fare sociorelazionali Saper fare cognitivi RISORSE individuali Reti di RISORSE organizzative (tecnologie, attrezzature..) PERFORMANCE (competenze attualizzate) ATTIVITA’ (Processi) COMPETENZE MOBILITARE, COMBINARE, UTILIZZARE risorse dell’individuo e dell’organizzazione per fronteggiare situazioni professionali complesse, al di là di quanto è già prescritto SAPER AGIRE POTERE AGIRE VOLERE AGIRE (motivazioni e valori) SAPERI: si trasmettono COMPETENZE: si costruiscono mediante l’esperienza  Fonte: Elaborazione da Le Boterf, 1997 Secondo Le Boterf (Fig. ) le competenze operano su una serie di materiali di base, le risorse, costituite da un’ampia gamma di oggetti eterogenei: saperi disciplinari, procedimenti, processi, abilità, capacità operative e cognitive, saperi riguardanti l’ambiente in cui si opera, saperi relazionali, qualità personali. Tuttavia le competenze non vanno confuse con le risorse, rispetto alle quali si situano ad un livello superiore. Mentre le risorse, elementi componenti delle competenze, possono essere apprese e trasmesse, le competenze si costruiscono invece solo mediante l’esperienza in situazioni concrete e definite. In questo senso le competenze possono essere concepite nei termini di un saper agire: “la competenza non risiede nelle risorse (conoscenze, capacità) da mobilitare, ma nella mobilitazione stessa di queste risorse. La competenza rientra nel concetto di saper-mobilitare. Affinché ci sia competenza è necessaria la messa in campo di un repertorio di risorse. Questo bagaglio è la condizione della competenza [...] La competenza consiste nel mobilitare saperi che si sono saputi selezionare, integrare e combinare [...] La competenza è un saper agire”.33 Il riferimento all’esperienza consente di superare una visione della Formazione legata unicamente ai percorsi di apprendimento formali e di allargare la considerazione 145 Secondo Le Boterf (Fig. 7) le competenze operano su una serie di materiali di base, le risorse, costituite da un’ampia gamma di oggetti eterogenei: saperi disciplinari, procedimenti, processi, abilità, capacità operative e cognitive, saperi riguardanti l’ambiente in cui si opera, saperi relazionali, qualità personali. tuttavia, le competenze non vanno confuse con le risorse, rispetto alle quali si situano ad un livello superiore. Mentre le risorse, elementi componenti delle competenze, possono essere apprese e trasmesse, le competenze si costruiscono, invece, solo mediante l’esperienza in situazioni concrete e definite. in questo senso le competenze possono essere concepite nei termini di un saper agire: “la competenza non risiede nelle risorse (conoscenze, capacità) da mobilitare, ma nella mobilitazione stessa di queste risorse. La competenza rientra nel concetto di saper-mobilitare. Affinché ci sia competenza è necessaria la messa in campo di un repertorio di risorse. Questo bagaglio è la condizione della competenza [...] La competenza consiste nel mobilitare saperi che si sono saputi selezionare, integrare e combinare [...] La competenza è un saper agire”.33 il riferimento all’esperienza consente di superare una visione della Formazione legata unicamente ai percorsi di apprendimento formali e di allargare la considerazione anche alle competenze acquisite in situazioni e contesti non formali e informali.34 oltre alle conoscenze collegate al saper agire, che si possono trasmettere mediante la Formazione, le competenze necessitano di una dimensione legata al poter agire, ossia alle reti di risorse organizzative. infine, non va tralasciata la componente volitiva, il voler agire, frutto delle motivazioni e dei valori individuali e collettivi. Se i saperi si acquisiscono mediante la trasmissione, le competenze non sono trasmissibili meccanicamente, ma necessitano di uno sviluppo legato all’esperienza, ossia in situazione. Le competenze si esprimono nel presidio di determinate attività, e come tali sono in parte visibili ed in parte implicite. La performance costituisce in tal senso la forma attualizzata della competenza, in termini osservabili e misurabili. 33 Le Boterf G. (1997), De la compétence à la navigation profetionelle, Edition d’organisation, Paris. 34 Per un approfondimento sulla nozione di competenza come esito di apprendimenti in contesti formali, non formali ed informali, si veda: Cedefop (2009) The Dinamycs of Qualifications, Luxembourg, office for official Publications of the European Communities. 147 5. Elementi di un framework per la valutazione dei formatori dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore Nel capitolo che segue viene introdotta la proposta di un quadro di riferimento, di carattere generale, utile ad orientare lo sviluppo in chiave sistemica ed integrata delle pratiche di valutazione della professionalità (performance appraisal) dei Centri di Formazione Professionale. il quadro è delineato in modo da risultare coerente con i cambiamenti intervenuti recentemente nelle policy di settore sul piano nazionale ed europeo. L’obiettivo di questa sezione consiste pertanto nel delineare l’articolazione di un framework che possa risultare coerente con gli elementi di policy fin qui illustrati. in primo luogo ci si riferisce allo scenario internazionale, in cui sono state tratteggiate le principali linee di tendenza nei processi di trasformazione dei sistemi valutativi delle istituzioni scolastiche e formative con riferimenti all’Unione Europea e più estesamente all’area oCSE. inoltre si terranno in considerazione gli orientamenti attuali in sede nazionale. Complessivamente, l’approccio adottato procede per linee generali, non rientrando tra gli scopi del rapporto di ricerca un’analisi nel dettaglio del sistema di valutazione di insegnanti e formatori. La trattazione si concentrerà quindi da un lato su una serie di linee di tendenza ampiamente condivise a livello internazionale, dall’altro sulla sintetica descrizione dei principali elementi portanti propri del modello, articolati per aspetti chiave. Un secondo approccio sotteso al contributo muove dalla scelta di mantenere l’analisi su una prospettiva orientativa, in modo tale che le esemplificazioni illustrate per ciascun elemento del modello in alcuni casi rinvieranno ad una gamma differenziata di dispositivi, accomunati dall’essere impostati su comuni criteri guida. in tutti i casi il materiale esaminato proviene da una serie di buone pratiche esistenti, individuate in ambito nazionale ed internazionale. 5.1. VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI E OBIETTIVI DI SVILUPPO DEI SISTEMI EDUCATIVI: QUESTIONI CENTRALI PER UNA LETTURA MULTILIVELLO Dall’indagine condotta a livello oCSE emerge in modo chiaro come la valutazione sia andata assumendo un ruolo progressivamente centrale nei sistemi dell’education, di pari passo con una loro rimodulazione che miri a renderli maggiormente rispondenti ad istanze di accountability e di improvement. queste ultime manifestano sempre più la loro cogenza sulla tenuta dei sistemi dell’istruzione e della 148 Formazione, anche a fronte di un processo di crescente contrazione della spesa pubblica. risulta inoltre rilevante la tendenza a promuovere lo sviluppo di sistemi integrati di valutazione, le cui componenti siano interconnesse sulla base di sistemi di rilevazione e set di indicatori unitari, pur nella specificità degli oggetti cui si rivolgono, ed entro un sistema informativo che consenta l’interoperabilità dei dati raccolti ed elaborati. il tema della valutazione della performance degli insegnanti costituisce oggi uno degli elementi su cui si è concentrata maggiormente l’attenzione sia sul piano delle indagini internazionali che delle concrete misure e sistemi messi a punto in forma eterogenea all’interno dei diversi contesti nazionali. Lo sviluppo di tali sistemi si ricollega ad una serie di obiettivi di policy per incrementare il livello di accountability espresso dai sistemi scolastici che possono essere richiamati sinteticamente in rapporto a diversi livelli del sistema. Livello delle policy Accrescere l’importanza della valutazione degli insegnanti per migliorarne la pratica didattica, riconoscerne il lavoro e supportare sia i docenti che le istituzioni scolastiche allo scopo di individuare opportunità di sviluppo professionale. includere nella valutazione degli insegnanti forme di auto-valutazione, valutazione informale tra pari, l’osservazione in aula e l’uso di feedback regolari da parte del dirigente scolastico e dei colleghi con esperienza. Assicurare che la valutazione degli insegnanti avvenga in un quadro di regole concordate, riguardanti le responsabilità dei docenti e l’individuazione di standard di prestazione professionale. Garantire che i dirigenti di istituto e i docenti più esperti siano formati riguardo ai processi di valutazione e che le scuole dispongano delle risorse adeguate per soddisfare le esigenze individuate nello sviluppo professionale degli insegnanti. Utilizzare la valutazione degli insegnanti per riconoscere e premiare le prestazioni esemplari con diverse forme di incentivo: più rapida progressione di carriera, indennità in giornate di lavoro, periodi sabbatici, opportunità per ricerche in contesto scolastico, supporto per la Formazione post-laurea, così come opportunità di Formazione in servizio. Garantire che le misure utilizzate per valutare le prestazioni degli insegnanti siano definite rispecchiando gli obiettivi della scuola e tenendo conto del contesto della scuola e della classe. Distinguere tra forme diverse di valutazione, in particolare la valutazione formativa (in itinere, informale) per il miglioramento della pratica professionale, dalla valutazione sommativa per la progressione della carriera, che dovrebbe poggiare su una forte componente esterna all’istituzione scolastica. Livello del sistema scolastico locale Stimolare e supportare i sistemi di valutazione delle performance degli insegnanti, adottando misure per promuovere la loro diffusione. 149 Favorire la costituzione di reti tra istituzioni scolastiche per lo scambio di esperienze e di buone prassi, in risposta a bisogni di sviluppo dei sistemi scolastici su scala locale. Supportare, laddove esistano, forme di coordinamento dell’attività di valutazione della performance all’interno delle istituzioni scolastiche. Livello dell’istituzione scolastica Sviluppare ruoli e funzioni di supporto alla dirigenza di istituto che siano in grado di impostare, implementare e valutare sistemi di valutazione della performance degli insegnanti, connettendoli con l’offerta di Formazione continua presente all’interno o all’esterno dell’istituzione scolastica, a forme di premialità ed alla politica di assicurazione della qualità promossa dalla scuola. Approntare una politica ed un sistema operativo per lo sviluppo delle misure di valutazione della performance che possa connettersi con le forme di crescita della pratica professionale, anche potenziando le azioni di autovalutazione individuale. 5.2. IL SISTEMA VALUTATIVO: TENDENZE GENERALI Nonostante le profonde differenze, possono essere individuate una serie di comuni processi di riforma in area oCSE, diretti a sviluppare policy adeguate ed efficaci nel campo della valutazione ed assessment dei sistemi educativi, rispetto ai quali ciascun Paese si caratterizza per una peculiare strategia di affrontamento e per le specifiche soluzioni messe a punto. Di seguito si riassume il quadro generale che può essere ricavato circa la valutazione degli insegnanti, sulla base dei risultati cui è giunta l’analisi svolta dall’oCSE negli anni recenti, sulla base dei molteplici programmi di ricerca realizzati. Per questa specifica componente del sistema valutativo vengono enucleati alcuni dei principali elementi su cui si stanno concentrando i processi riformatori. Di seguito si ricostruisce anche il quadro relativo alla valutazione dei risultati di apprendimento degli allievi, dato che in molti paesi la sfera della valutazione degli insegnanti risulta strettamente collegata a quella dei risultati di apprendimento. innanzitutto si riporta la tabella sinottica relativa agli elementi chiave del processo di valutazione della performance degli insegnanti, sulla base degli approfondimento operati nella prima parte del rapporto di ricerca (Fig. 8). 5.2.1. Valutazione della performance degli insegnanti e formatori La valutazione degli insegnanti di norma risponde a due finalità prevalenti. Da un lato mira a migliorarne la pratica professionale, individuando punti di forza e di debolezza in vista di uno sviluppo professionale. tale prospettiva si sostanzia nel supportare gli insegnanti a riflettere sulla propria pratica con l’utilizzo di approcci auto ed eterodiagnostici, affinandone conoscenze e capacità relative ai contenuti 150 67  !          -)-;-0,/, - ,./,)0-'' ', .  ,++-'10 2            /  '  * 136 ',    * .             .                 <               +     '    *  &       &   ,          ,         7  :                    +(1 - - $       ,$#(((                              $  $  ,    .             %   ) +(1    $        '    *     ,$#((( ',    * ;                    $            $     7  $      8          $      7     %                   '1(9*   '5(9*             '         &         &         ,               ,                 Fig. 8 - Elementi chiave del processo di valutazione della performance per contesto nazionale '           % +     ( -+(.1 - - -     <            +     '    *             ?C           &                &               =  . =       =           E    3  .          ,         ,          '                      =     =  &       =                     + FG +  + +0+ .  &  '   * ?C         &         '+ ) *        ,?,                          '$ *                  '$ *      -        &   7                '$  * ;             &       7    7             7           &    %&0, 151 disciplinari, così come alle ulteriori competenze proprie del profilo. Dall’altro lato la teacher evaluation è diretta a far sì che i docenti siano resi responsabili della propria performance in funzione dell’apprendimento degli allievi. Ciò implica, in modo differenziato nei diversi contesti nazionali (o sub-nazionali), forme di avanzamento di carriera basate sul rendimento professionale, premialità in relazione al conseguimento di esiti di valutazione correlati o meno alla presenza di standard, così come la possibilità di sanzioni in caso di scarso livello di performance espressa. Di norma i processi di valutazione del corpo docente costituiscono altrettanti punti nodali nel percorso di carriera dell’insegnante. integrare le funzioni di accountability e di improvement in un processo di valutazione unitario solleva una serie di problematiche. qualora la valutazione sia orientata al miglioramento della pratica professionale e si svolga all’interno della scuola di appartenenza, gli insegnanti hanno dimostrato in genere ampia disponibilità a porre in atto attività di autoanalisi tese all’individuazione di aree di sviluppo professionale. Ciò si realizza anche nella prospettiva di facilitare un’efficace presa di decisione circa la programmazione di azioni di Formazione in servizio coerenti con i fabbisogni reali del corpo docente. qualora invece i sistemi valutativi siano configurati in modo da determinare conseguenze dirette della valutazione sullo sviluppo di carriera e sui livelli salariali, le analisi compiute dall’oCSE rivelano il rischio che la funzione di improvement possa risultare seriamente compromessa. Nel concreto, raramente i Paesi adottano un unico modello di teacher evaluation, quanto piuttosto una combinazione che integra molteplici finalità e metodologie. Ad esempio, negli Stati Uniti il National Board for Professional Teaching Standards (NBPtS) ha messo a punto standard professionali rigorosi in relazione a ciò che un insegnante esperto deve sapere ed essere in grado di fare, come base per un sistema nazionale volontario di certificazione dei soggetti che soddisfino tali requisiti. Le procedure di valutazione vengono definite sovente su base regionale qualora la struttura federale o l’elevato livello di decentramento del Paese lo permetta. Ad esempio in Germania, i ministeri dell’istruzione in ciascun Land determinano i propri orientamenti su tutti gli aspetti della valutazione degli insegnanti: dalla responsabilità dei processi, alla determinazione dei criteri, al sistema di raccolta dei dati, sino alle conseguenze degli esiti dell’attività valutativa. Lo stesso vale nel caso dei Cantoni svizzeri. B. Sviluppo di sistemi basati sull’incidenza dei risultati degli studenti sulla valutazione degli insegnanti in genere nei Paesi oCSE i risultati dei test standardizzati cui vengono sottoposti gli studenti non vengono utilizzati come elementi incidenti nel processo di valutazione degli insegnanti. Dato che un’ampia gamma di fattori influiscono su tali risultati, l’identificazione dello specifico contributo di uno specifico docente pone infatti una serie di difficoltà statistiche di ardua soluzione. Sotto tale aspetto, lo sviluppo di modelli cosiddetti del valore aggiunto rappresenta un significativo 152 progresso, dato che essi sono concepiti per porre sotto esame il conseguimento dei risultati registrati nel tempo di un gruppo di studenti (ad esempio una o più classi) o per ipotesi anche di un solo soggetto e quindi possono prestarsi più adeguatamente allo scopo. Non vanno tuttavia sottovalutati i costi che i modelli del valore aggiunto richiedono per essere resi effettivi, oltre che la necessità di raccolta di un’ampia mole di dati. i sistemi di accountability basati sulla corresponsione di incentivi offerti ai docenti in rapporto ai risultati conseguiti dagli studenti in test standardizzati muovono dal principio che possa vedersi accresciuto l’impegno dei primi nel supportare tutti gli allievi nel conseguimento di standard rilevanti e di conseguire obiettivi collegati al curricolo nazionale. tuttavia, come si è già osservato, il modello dei test standardizzati può generare effetti involontari, quali ad esempio la tendenza a finalizzare eccessivamente la pratica di insegnamento ad un’elevata riuscita nelle sessioni di prova, la riduzione degli approfondimenti curricolari a vantaggio dello sviluppo di skill utili per il testing, la crescita del numero di soggetti posti in carico all’educazione speciale tra gli studenti a basso rendimento scolastico, etc. Nondimeno, la relazione tra progressi nell’apprendimento degli allievi e valutazione degli insegnanti costituisce un elemento centrale di riflessione presso i Paesi oCSE, dove in alcuni contesti si stanno sperimentando modalità quali la raccolta di evidenze o la redazione di elementi di tracciabilità nel tempo (portfolio) che possano fornire utili indicazioni circa l’efficacia dell’azione didattica degli insegnanti sugli output fatti registrare, sotto forme diverse, dagli allievi. C. Valutazione degli insegnanti e forme di premialità La valutazione della performance degli insegnanti può essere usata per determinare la struttura degli avanzamenti di carriera o al contrario sanzionare i docenti al di sotto dei requisiti previsti. Ciò costituisce un’opportunità per riconoscere e premiare la competenza e la professionalità, elemento essenziale per trattenere nella scuola gli insegnanti maggiormente dotati professionalmente, così come per fare dell’insegnamento una scelta di carriera con una sufficiente forza attrattiva. in tutti i casi va evidenziato che la questione del rapporto tra livello di professionalità e forme di premialità continua ad essere controversa in tutti i Paesi, dove la ricerca in questo campo presenta molteplici difficoltà ed ha prodotto sino ad ora risultati eterogenei. Vi è accordo sul fatto che le fasi di definizione ed implementazione di sistemi di incentivi basati sulla performance rappresentano altrettanti elementi cruciali per il loro successo. Le questioni principali riguardano lo sviluppo di indicatori di performance equi ed affidabili, la formazione dei valutatori per un utilizzo equanime degli indicatori, così come una chiara definizione delle procedure che definiscano come e in base a quali criteri gli insegnanti debbano essere valutati. Al riguardo può essere richiamato il caso dell’inghilterra, dove il sistema di valutazione degli insegnanti si basa sulla nozione centrale di performance manage153 ment of teachers. Con questo concetto si intende il processo di valutazione del grado di prestazione complessiva di un insegnante in rapporto alla sua job description, data dallo status cui appartiene. A tale scopo, il processo di avanzamento di carriera si basa sulla progressione tra diversi tipi di status per mezzo della valutazione della corrispondenza a standard articolati in termini di attitudini, conoscenze e capacità professionali. D. Connessioni con il sistema di valutazione di istituto Nei contesti maggiormente evoluti il sistema di valutazione della performance degli insegnanti rappresenta una componente rilevante inscritta nel quadro della più ampia valutazione di istituto. qualora si verifichi questa condizione, si danno diverse articolazioni possibili nella definizione delle figure di sistema. in alcuni casi il coordinatore delle politiche di sviluppo della professionalità del corpo docente si concentra in modo esclusivo sugli aspetti legati alle azioni di Formazione (continua e rivolta ai neoassunti), al coordinamento dei tutor per l’accompagnamento dei docenti di recente nomina ed al presidio della valutazione della performance e delle premialità, trattandosi di tre ambiti tra loro fortemente collegati. È questo il caso in cui l’istituzione scolastica abbia implementato un sistema di assicurazione della qualità, per cui gli aspetti ora considerati costituiscono un nucleo di processi interconnessi e coerenti entro una più vasta attività di controllo che vede operare numerose altre figure in ulteriori aree del sistema. in istituti di dimensioni ridotte o in assenza di figure diversificate il CPD Leader assume in sé anche la definizione della politica di valutazione di istituto. tra questi due estremi ovviamente si collocano situazioni intermedie e variamente articolate. E. Collegamento con il sistema di Formazione continua e con la progressione di carriera Un ultimo richiamo è opportuno fare sottolineando che nella ricognizione internazionale, in particolare nei contesti inglese e francese le pratiche di valutazione della performance degli insegnanti acquistano pienamente la propria efficacia qualora vengano collegate strettamente ai sistemi di progressione di carriera e di Formazione continua dei docenti. in tal modo può delinearsi un sistema integrato di misure e di azioni, il cui prodotto complessivo risulta effettivamente in grado di accrescere il livello di accountability espresso dall’istituzione scolastica e, nella progressiva diffusione del modello, dall’intero sistema territoriale dell’education. 5.2.2. Accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti collegato alla valutazione degli insegnanti A. Ricerca di un più stretto raccordo e tra standard formativi e forme di assessment degli studenti Una prima tendenza generale riscontrabile in ambito oCSE riguarda la questione dell’allineamento tra standard formativi e pratiche di assessment degli 154 studenti. Data la particolare configurazione dei sistemi di assessment cosiddetti standards-based, in cui i due elementi richiamati rivestono un ruolo chiave, risulta cruciale che le pratiche di assessment manifestino una forte coerenza da un lato con la struttura del curricolo e dall’altro con lo sviluppo di standard adeguati. in caso contrario il valore insieme diagnostico e di giudizio sui risultati della performance verrebbe meno, inficiando la possibilità di inferire dall’esito delle prove indicazioni utili per la definizione dei bisogni educativi degli studenti e, in parte, del grado di efficacia formativa delle scuole (in relazione agli output). Sotto il profilo delle strategie impiegate, i diversi Paesi paiono accomunati dalla ricerca di sistemi che favoriscano una correlazione maggiormente efficace tra valutazione della performance degli studenti e formulazione di standard coerenti ed adeguati. A tal fine i criteri guida sono rappresentati prevalentemente dalla validità (sino a quale grado i processi valutativi sono in grado di misurare ciò che intendono misurare), affidabilità (data dalla coerenza e stabilità dei risultati presso la popolazione studentesca), generalizzabilità (applicabilità ad un ampio target di istituzioni formative e studenti) ed utilizzabilità (a quale livello i decisori politici, i dirigenti scolastici e gli insegnanti possiedono una percezione positiva dell’attività valutativa e rispondono ai suoi esiti). Va notata la tensione interna che vige tra i criteri di affidabilità/ generalizzabilità da un lato ed il criterio di validità dall’altro, che rispondendo a logiche ed imperativi divergenti possono innescare processi di conflitto interno. Una seconda linea di azione che vede impegnati i Paesi oCSE consiste nello sviluppo delle capacità degli insegnanti di valutare sulla base di standard, fornendo linee guida dettagliate sulle pratiche di assessment e rafforzando i processi di collaborazione tra scuole ed insegnanti, anche ai fini di costruire una visione comune del valore della cultura della valutazione in rapporto alla crescita dei sistemi educativi. Alcuni Paesi hanno promosso la pubblicazione di linee guida per supportare gli insegnanti. in tal senso, nel caso ad esempio dell’inghilterra, si segnala il progetto Assessment for Learning avviato nei primi anni Duemila, che ha mobilitato l’intera rete delle istituzioni scolastiche supportate dalle autorità locali e dalle agenzie governative ed autority indipendenti. B. Ricerca di un più stretto raccordo tra pratiche di assessment esterno e di valutazione degli apprendimenti effettuata dagli insegnanti Gli esiti dell’attività di ricerca in campo psicopedagogico hanno dimostrato come la valutazione sommativa, orientata a misurare i risultati di apprendimento e particolarmente legata alla prospettiva di accountability, in realtà eserciti un effetto sugli stessi processi di acquisizione di conoscenze e capacità, in modo tale da influenzare elementi quali la motivazione, gli stili di apprendimento, oltre che le pratiche di insegnamento. Per tale ragione la valutazione esterna degli studenti, specie se collegata a prove standardizzate, è stata sovente sottoposta a critiche negli ambienti della ricerca pedagogica. Un primo problema è legato alla difficoltà di decostruire le performance cognitive a fini di misurazione, mediante prove strutturate su batterie di 155 items discreti che concorrono a formulare un punteggio complessivo, quando il processo di apprendimento è oggi interpretato sempre più nei termini di un’acquisizione e ristrutturazione ininterrotta di elementi di conoscenza variamente acquisiti. inoltre, si è evidenziato da più parti come la valutazione standardizzata mancherebbe del carattere di continuità e non si avvarrebbe della raccolta di molteplici forme di evidenza, tra cui l’osservazione della performance degli allievi in una varietà di contesti diversi, l’espressione orale ed i risultati di attività pratiche che richiedono la mobilitazione di risorse eterogenee di competenza. inoltre uno dei principali rischi associati alle pratiche di valutazione esterna consiste nella possibilità che gli insegnanti si concentrino eccessivamente sull’acquisizione da parte degli allievi di competenze per l’efficace svolgimento delle prove di testing. L’analisi sullo scenario oCSE sembra indicare come ci si stia muovendo verso forme di più efficace raccordo tra le pratiche di assessment esterno e la valutazione degli apprendimenti (sia di tipo sommativo che formativo) effettuata in classe dagli insegnanti, in modo tale da assicurare un livello accettabile di validità e al tempo stesso di affidabilità della pratica valutativa. Le forme di intervento maggiormente promettenti per promuovere una contaminazione reciproca e virtuosa tra le due diverse tipologie di assessment riguardano da un lato la distinzione tra accertamento di conoscenze e di abilità nell’elaborazione ed utilizzo di saperi teorici e pratici, che rispondono maggiormente a modalità di assessment esterno con l’ausilio di standard, dalla valutazione di competenze complesse, che per loro natura richiedono un processo continuo e protratto, basato sulla capacità valutativa professionale dell’insegnante e l’osservazione in contesti differenziati, oltre che possibilmente in situazione. Dall’altro lato la pratica professionale del docente può essere orientata al raggiungimento di un maggiore grado di affidabilità e comparabilità intersoggettiva, avvalendosi di strumenti quali il ricorso a criteri di punteggio negoziati, benchmark esterni, giudizi multipli, etc. in diversi Paesi e regioni in ambito oCSE si combinano il punteggio ottenuto dagli studenti in prove di valutazione esterna con quello attribuito in classe dagli insegnanti. È il caso di Danimarca, olanda, Polonia, Svezia, Svizzera e regno Unito. C. Integrazione della valutazione formativa degli studenti in un quadro generale di riferimento per la valutazione e l’assessment in ambito scolastico La valutazione formativa è andata acquisendo nel recente passato un ruolo di sempre maggiore rilievo nelle politiche dell’education entro i Paesi oCSE, come nel caso delle politiche promosse di recente da Danimarca, Finlandia, Canada e Nuova zelanda. Una questione centrale consiste nell’individuare strategie che possano promuovere un’efficace integrazione della valutazione formativa svolta in classe entro un più generale quadro di riferimento per la valutazione e l’assessment in ambito scolastico. Alcuni Paesi hanno mirato a sviluppare forme di assessment complesso, combinando tra loro valutazione basata sulla performance (performance-based assessment) con prove di valutazione sulla base di standard (standardised assessment). il 156 primo genere di attività valutativa appare maggiormente in grado di registrare le performance degli studenti ad un più elevato grado di complessità, come nel caso delle capacità di ragionamento e di problem solving, mentre gli assessment standardizzati consentono di ottenere un maggiore livello di affidabilità dei risultati. Una seconda linea di condotta adottata attualmente in forma diffusa in ambito oCSE consiste nel far leva sul potenziale formativo della valutazione standardizzata creando le condizioni affinché sia progressivamente utilizzata in classe da parte del personale insegnante secondo una logica di sviluppo individuale e di gruppo. Una variante al procedimento richiamato consiste nella costruzione di banche dati di test a livello centrale, che consentano ai docenti di selezionare le prove da sottoporre agli allievi per scopi di valutazione formativa. Al fine di giungere ad una maggiore integrazione tra le due forme di valutazione, in alcuni Paesi la valutazione degli insegnanti prevede l’accertamento delle abilità nel condurre una valutazione formativa, così come la valutazione esterna delle scuole è tesa a mettere a fuoco quali siano gli approcci adottati in tal senso a livello di istituzione scolastica. Al riguardo, in Canada è in corso di implementazione lo School Achievement Indicators Programme (SAiP), che seleziona una percentuale di studenti nell’intero Paese. Gli esiti di apprendimento sono strutturati su cinque livelli progressivi, articolati per competenze. La prova include sia domande a risposta multipla che domande aperte. La batteria di test è accompagnata da una valutazione pratica delle abilità nel problem solving applicato alle scienze e delle skill comunicative per la lingua inglese. in Svezia gli allievi vengono sottoposti a valutazione esterna all’età di nove, undici e quindici anni. Le prime due prove sono facoltative e rispondono alla finalità di monitorare il rendimento degli studenti e di assicurare equità ed imparzialità del giudizio degli insegnanti. La prova che si tiene al termine del ciclo di istruzione obbligatoria è di tipo sommativo. Le singole scuole possono decidere in quale misura il punteggio finale dell’annualità conclusiva sia basato sulla valutazione esterna a carattere nazionale e in quale parte sul giudizio formulato in classe dagli insegnanti. infine, sulla base del No Child Left Behind Act, negli Stati Uniti ciascuno Stato sviluppa il proprio sistema di valutazione per monitorare i progressi formativi, sulla scorta di precisi standard. Diversi Stati dispongono di prove standardizzate a risposta multipla, mentre in alcuni altri è stato sperimentato un sistema di prove di valutazione performance-based, come nel caso del Vermont (portfolio assessment) o del Maryland (task-based performance assessment). 5.2.3. Figure di sistema Coordinatore della valutazione degli insegnanti La predisposizione di un sistema complesso di gestione delle attività di valutazione, raccordate con i piani di sviluppo della scuola ed in relazione con molteplici 157 attori sia interni che esterni all’istituzione scolastica e formativa necessita di una figura dedicata che sia in grado di coordinare le diverse misure ed azioni da intraprendere. Nel contesto inglese la figura che presiede alla valutazione della performance è la medesima che coordina i diversi processi di Formazione continua degli insegnanti e prende il nome di CPD Leader, ossia di coordinatore dello sviluppo professionale continuo del corpo docente. il CPD Leader è un insegnante esperto, di norma appartenente allo status di Excellent Teacher o di Advanced Skills Teacher, avendo superato una selezione sulla base di standard professionali definiti. tra le funzioni del CPD Leader figurano: il coordinamento delle misure di Formazione continua, della valutazione della performance degli insegnanti e dei tutor che forniscono supporto ed accompagnamento ai docenti neoassunti. inoltre il ruolo richiede di coordinare progetti complessi all’interno di reti di scuole volti alla crescita professionale degli insegnanti. L’esempio si pone come best practice tra i casi internazionali esaminati e offre numerosi spunti per una sua applicazione nel contesto italiano. Tutor per i processi valutativi Nel contesto inglese i nuovi insegnanti sono assistiti da un tutor che ha la responsabilità di monitorare, accompagnare e valutare l’operato di un docente da poco nominato. in linea di principio tale figura deve essere un membro del personale docente che possieda il tempo, le competenze, la preparazione e l’autorevolezza per esercitare il proprio ruolo efficacemente, incluso il fatto di tenere un comportamento rigoroso e di formulare giudizi chiari e imparziali sui progressi verso l’assolvimento dei core standards. Colui che ne ricopre il ruolo può variare a seconda dell’istituto scolastico e del numero di nuovi insegnanti. Ad esempio le funzioni di accompagnamento, monitoraggio e valutazione possono essere suddivise tra due o più docenti. in questo caso una sola persona deve in ogni caso assumersi la responsabilità di coordinare quotidianamente il programma di induction. Nelle scuole di dimensioni minori può accadere che sia lo stesso dirigente d’istituto a svolgere la funzione di tutor per l’inserimento. in questo caso diviene particolarmente importante che sia un altro membro del corpo docente a svolgere la funzione di mentor e che il docente in prova possa contare su un ulteriore network di risorse, derivanti dall’autorità locale o da gruppi di colleghi in fase di primo inserimento. Negli istituti di maggiori dimensioni, il responsabile di dipartimento può essere designato come tutor. Sulla base di questo modello il preside o un insegnante esperto dovrebbero coordinare i programmi di inserimento, operare la valutazione dei docenti in prova, assicurando la qualità delle attività di accompagnamento svolte nell’intera struttura scolastica. La maggior parte delle scuole e dei college individuano un mentor, chiamato anche buddy, per ciascun insegnante in periodo di prova. il suo compito è quello di 158 lavorare a stretto contatto con il novizio, fornendogli supporto quotidianamente nelle attività didattiche o in relazione ai contenuti dell’insegnamento. Le responsabilità del tutor includono l’assolvimento delle funzioni seguenti: – fornire o coordinare azioni di orientamento e aiuto efficace, incluse le funzioni di coaching e di mentoring; – curare la valutazione dei progressi durante il periodo di induction; – realizzare tre incontri formali di valutazione nel corso del periodo di inserimento; – coordinare gli apporti degli altri colleghi; – assicurare che si realizzino sessioni di osservazione dell’operato dei docenti in prova e che gli si forniscano feedback dell’esito delle valutazioni in forma scritta; – assicurare che le persone seguite comprendano i ruoli degli altri colleghi coinvolti nell’inserimento, incluse le responsabilità di svolgere un ruolo attivo nel proprio percorso di sviluppo; – lavorare con i docenti in prova per organizzare ed implementare un programma personalizzato di monitoraggio, accompagnamento e valutazione che tenga conto dei loro reali bisogni e punti di forza, in relazione con gli standard da raggiungere ed il contesto specifico della scuola in cui operano. 5.3. REFERENZIALI DI COMPETENZA: ARCHITETTURA E FUNZIONI Un primo elemento comune che attraversa trasversalmente la molteplicità dei casi esaminati sul piano internazionale riguarda il fatto che la valutazione si basi su un’architettura di sistema al cui interno siano presenti e descritti analiticamente una serie di referenziali strutturati per competenze. in caso contrario, l’assenza di riferimenti comuni, definiti a livello nazionale o regionale, su cui parametrare i livelli di padronanza raggiunti nel corso della carriera professionale, rischia di inficiare in radice la possibilità di sviluppare sistemi e processi valutativi adeguatamente articolati. in una parte dei casi esaminati, le competenze risultano a loro volta articolate in sottocomponenti. in Francia le dieci competenze professionali dell’insegnante sono suddivise in conoscenze (connaissances), capacità attuative (capacités à les mettre en oeuvre) ed attitudini professionali (attitudes professionnelles), mentre in inghilterra gli standard per il conseguimento del qualified teacher status non definiscono un elenco di competenze, ma si strutturano indirettamente a partire da un insieme di 33 sottocomponenti organizzate attorno a tre nuclei, corrispondenti alle attitudini professionali (professional attributes) conoscenze e saperi professionali (professional knowledge and understanding) e capacità professionali (professional skills). Gli standard spagnoli sono impostati per così dire secondo una prospettiva opposta a quella adottata in inghilterra. Mentre il modello britannico non specifica 159 le competenze di riferimento ma si situa direttamente sul piano delle loro parti costitutive (ponendosi sotto il livello della competenza), nel caso spagnolo si osserva che a livello nazionale è stato definito un set di undici competenze generali, su cui le strutture universitarie possono innestare un ulteriore insieme di competenze specifiche. infine in ticino le competenze sono raggruppate in undici diversi ambiti, che rispecchiano altrettante aree di esercizio della pratica professionale. Per ciascun’area sono esplicitate sia le competenze che i relativi risultati attesi. in tutti i casi la centralità della competenza, intesa come elemento unificatore e strutturante le qualificazioni (qualifications), emerge con chiarezza. L’articolazione dei referenziali per competenze assolve la funzione di fornire un chiaro ed inequivoco parametro di riferimento per lo sviluppo della programmazione formativa secondo una prospettiva interdisciplinare, quando si tratti di standard formativi, oppure per le pratiche di accertamento del possesso dei requisiti professionali frutto di percorsi e tipi di apprendimento differenziati (formale, non formale, informale), come nel caso inglese. in Francia le competenze professionali orientano i programmi della Formazione iniziale e continua, oltre allo sviluppo di carriera e l’analisi della pratica professionale. Un primo elemento di parziale divergenza osservabile in base all’analisi dei diversi casi nazionali non attiene alla struttura dei referenziali di competenza dell’insegnante in quanto tali, ma all’utilizzo che ne viene fatto in relazione allo sviluppo di carriera dei docenti. Come si è osservato in precedenza analizzando i diversi scenari nazionali, la correlazione che si registra tra elementi quali l’avanzamento nella carriera, la valutazione della performance degli insegnanti e la Formazione in servizio presenta gradi di intensità assai variabili e differenziati al variare dei contesti nazionali. in particolare, la relazione tra avanzamento di status e valutazione del livello professionale assume un valore cogente in Francia ed in inghilterra. Nel primo caso, salvo eccezioni limitate e particolari, il passaggio tra corpi diversi del sistema professionale è sempre regolato da prove di concorso di tipo competitivo (numero limitato di posti, quale che sia il valore numerico dei partecipanti), mentre nel secondo la transizione tra status è soggetta al superamento di prove che tendono a valutare l’effettivo possesso di competenze sulla base di un set di standard definiti. in Spagna e nel Canton ticino l’attività di valutazione della performance degli insegnanti non manifesta sempre un effetto diretto sugli sviluppi di carriera, come testimoniato dall’assenza di ordinamenti che lo prevedano in forma obbligante. Pur tuttavia, nell’esame dei casi nazionali si è dato conto di una sperimentazione in corso di attuazione nel contesto svizzero in cui è stato adottato un tipo di approccio per così dire maggiormente nordeuropeo. quanto detto sul rapporto tra avanzamento professionale e valutazione della performance vale a maggior ragione se prendiamo in considerazione gli effetti reali degli esiti della Formazione in servizio sulla progressione tra status. Se si prescinde dal periodo di prova iniziale, della durata media di un’annualità, cui sono soggetti 160 in forma diversa, gli insegnanti in pressoché tutti gli scenari nazionali indagati e il cui esito negativo può condurre, se iterato, al licenziamento, nel periodo successivo non si prevede l’obbligatorietà formativa. in nessuno dei Paesi considerati la Formazione continua costituisce infatti un obbligo assoluto per l’insegnante. tuttavia la differenziazione maggiore tra Paesi riguarda le forme con cui la Formazione continua viene incentivata in modo diretto o indiretto. Ad esempio in inghilterra il conseguimento di uno status più elevato, misurato in termini di rispondenza a standard definiti, presuppone una crescita professionale dell’insegnante che ecceda l’esperienza compiuta nell’ambiente di lavoro e si concentri anche sulle componenti teoriche del sapere. Similmente in ticino i nuovi programmi di Formazione in servizio, che consentono al corpo docente che ne sia privo di conseguire una laurea specialistica o una laurea triennale (nel caso della Formazione Professionale) godendo di periodi di sospensione dal lavoro, rappresentano un forte stimolo al - l’innalzamento del livello di istruzione del corpo docente cantonale, dati anche gli effetti diretti che tale crescita comporta sulla progressione nella scala retributiva in cui si è inquadrati. 5.3.1. Le dieci competenze professionali dell’insegnante in Francia Nel maggio del 2010 il Ministero dell’istruzione Superiore e della ricerca ha introdotto nell’ordinamento francese un complesso di competenze professionali, la cui funzione risponde sia ad orientare i piani formativi dell’istruzione terziaria in materia di Formazione iniziale degli insegnanti, sia a costituire un referente per il successivo sviluppo della pratica professionale dei docenti della scuola nel corso dell’intera carriera. i nuovi referenziali delle competenze professionali, che sostituiscono i precedenti cahier des charges, si articolano in un insieme di conoscenze (connaissances), capacità attuative (capacités à les mettre en oeuvre) e di attitudini professionali (attitudes professionnelles).35 Di seguito si ripercorre il testo completo dei referenziali, appositamente tradotto dall’originale francese, che enuclea e definisce nel dettaglio le dieci competenze e le loro sottocomponenti.36 35 Ministère de l’Enseignement Supérieur et de la recherche (2010), Arrêté du 12-5-2010 - J.O. du 18-7-2010, Définition des compétences à acquérir par les professeurs, documentalistes et conseillers principaux d’éducation pour l’exercice de leur métier (in Bulletin officiel n° 29 du 22 juillet 2010), che abroga l’Arrêté du 19 décembre 2006, Cahier des charges de la formation des maîtres en institut universitaire de formation des maîtres. 36 Ibid., nostra traduzione. 161 1. Agire da funzionario dello Stato e in modo etico e responsabile Riguarda gli aspetti legati alla coscienza professionale ed ai principi deontologici che devono guidare l’azione dell’insegnante, che in quanto dipendente pubblico contribuisce alla Formazione sociale e civile degli allievi. conoscenze L’insegnante conosce: - i valori della Repubblica ed i testi su cui si basano: libertà, uguaglianza, fraternità, laicità, rifiuto di ogni discriminazione, diversità, parità tra uomini e donne; - le istituzioni (Stato e amministrazioni locali), che definiscono e attuano la politica educativa nazionale; - i meccanismi economici e le regole che organizzano il mondo del lavoro e dell’impresa; - la politica della Francia nel campo dell’Istruzione, le caratteristiche principali della sua storia e le problematiche attuali (strategie politiche, economiche, sociali) nel confronto con altri Paesi europei; - i principi fondamentali del diritto, della funzione pubblica e degli ordinamenti giuridici sull’Istruzione: leggi e testi regolamentari in relazione alla professione esercitata, leggi sulla sicurezza degli allievi; - il sistema educativo, i suoi attori e dispositivi specifici; - la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo; - i propri diritti e le possibili soluzioni in una situazione di minaccia o di violenza; - l’organizzazione amministrativa e finanziaria, oltre alle regole di funzionamento, delle scuole elementari e degli istituti di Istruzione superiore; - le caratteristiche e gli indicatori statistici sul sistema scolastico; - il progetto della scuola elementare o superiore; - il ruolo dei differenti consigli (consiglio di istituto, degli insegnanti, di classe, etc.). capacità L’insegnante è in grado di: - utilizzare le conoscenze sull’evoluzione e funzionamento del servizio pubblico di Istruzione nazionale per poter fare uso delle risorse messe a disposizione; - situarsi all’interno della gerarchia dell’istituzione scolastica; - partecipare alla vita della scuola in cui opera; - cogliere e interpretare i segnali che riflettono le difficoltà specifiche degli studenti nel campo della salute, dei comportamenti a rischio, dalla povertà estrema o dei maltrattamenti; - contribuire, in cooperazione con i partner all’interno ed all’esterno dell’istituto, a risolvere le difficoltà specifiche degli allievi; - farsi rispettare ed usare le sanzioni con discernimento e nel rispetto della legge. attitudini L’agire in modo etico e responsabile induce l’insegnante: - a far comprendere e condividere i valori della Repubblica; - ad integrare, nell’esercizio della sua funzione, le conoscenze sulle istituzioni, sullo Stato e sui suoi doveri di funzionario pubblico; - a rispettare nella pratica quotidiana le norme etiche relative alla professione di insegnante nell’ambito del servizio nazionale di Istruzione pubblica; - a rispettare gli allievi ed i loro genitori; - a rispettare e far rispettare le regole sulle risorse e spazi comuni; - a rispettare e far rispettare i diritti ed i doveri riguardanti l’utilizzo della tecnologia digitale nella società dell’informazione; - a collaborare alla realizzazione di attività di partenariato intraprese tra la scuola ed il suo ambiente economico, sociale e culturale. 162 2. Padroneggiare la lingua francese per insegnare e comunicare Nell’uso della lingua francese, sia scritta che orale, l’insegnante deve risultare esemplare, indipendentemente dalla disciplina insegnata, prestando attenzione alla qualità della lingua utilizzata dagli studenti. Nel presentare conoscenze, spiegazioni o nell’impartire esercizi e attività da eseguire, si esprime con chiarezza e precisione, tenendo conto del livello dei suoi studenti. È in grado inoltre di descrivere e spiegare gli oggetti del suo insegnamento alla molteplicità differenziata dei suoi interlocutori, compresi i genitori degli allievi. conoscenze Ciascun insegnante possiede le conoscenze attese proprie di un laureato dell’Istruzione superiore in relazione alla padronanza della lingua scritta e orale (lessico, grammatica, coniugazione, punteggiatura, ortografia). L’insegnante di scuola elementare conosce inoltre: - i meccanismi di apprendimento della lingua materna e lo sviluppo delle capacità di espressione orale nel corso dell’intera scuola primaria; - i meccanismi di apprendimento della lettura ed i loro ostacoli; - i metodi d’insegnamento della lettura e della scrittura; - le regole di base dell’ortografia e della grammatica. capacità L’insegnante è in grado di: - identificare gli ostacoli alla lettura, le carenze del linguaggio orale e scritto e le difficoltà che gli studenti possono incontrare; - costruire sequenze di insegnamento che mirino ad obiettivi di sviluppo dell’espressione orale e scritta degli allievi; - comunicare con chiarezza e precisione e nel linguaggio appropriato per la lingua scritta e parlata: • con gli allievi, durante il processo di apprendimento (trasferimento delle conoscenze, organizzazione del lavoro in classe e del lavoro individuale, etc.); • con i genitori durante gli incontri individuali o collettivi. attitudini La preoccupazione di condurre gli studenti a padroneggiare la lingua induce l’insegnante: - ad inserire nelle diverse situazioni professionali l’obiettivo di far padroneggiare la lingua orale e scritta da parte degli studenti; - a vigilare in tutte le situazioni di insegnamento e di attività educativa in genere sul livello della lingua degli studenti, sia scritta che orale. 3. Una buona padronanza delle conoscenze insegnate è la condizione necessaria per l’insegnamento. In tal senso l’insegnante possiede una conoscenza approfondita ed ampia della sua o delle sue discipline e una solida preparazione sulle tematiche incluse nei programmi. Conosce sia le componenti dello zoccolo comune di conoscenze e competenze, sia i rispettivi obiettivi annuali di attuazione, nonché i livelli e le modalità di valutazione. L’insegnante aiuta gli allievi ad acquisire le competenze richieste, vigilando sulla coerenza del proprio progetto con quanto proposto dagli altri insegnamenti. Al tempo stesso possiede una solida cultura generale che gli consente di contribuire a sviluppare una comune cultura degli allievi, sostenuta anche dalla pratica di almeno una lingua straniera. conoscenze L’insegnante della scuola elementare conosce: - gli obiettivi della scuola elementare dei collège; Padroneggiare le discipline e avere una buona cultura generale 163 - i concetti e le nozioni, gli approcci e metodi in ciascuna delle discipline insegnate nella scuola primaria. Il professore delle scuole superiori e dei collège: - conosce gli obiettivi della scuola primaria, dei collège e dei licei; - padroneggia l’insieme di conoscenze nella sua disciplina ed i collegamenti con le discipline connesse; - situa la sua disciplina, attraverso la sua storia, le questioni epistemologiche, i problemi didattici ed il dibattito che la attraversa. capacità L’insegnante della scuola elementare è in grado di: - organizzare i diversi insegnamenti, collegandoli insieme in un quadro di polivalenza; - utilizzare la polivalenza per costruire gli apprendimenti fondamentali; - includere nell’insegnamento esercizi per lo sviluppo specifico e sistematico di automatismi (lettura, scrittura, aritmetica, grammatica, ortografia, educazione fisica, etc.). Il professore presso il secondo livello scolastico è in grado di organizzare l’insegnamento della disciplina in coerenza con gli altri insegnamenti. attitudini La padronanza scientifica e disciplinare dell’insegnante lo induce a: - un’attitudine al rigore scientifico; - a partecipare alla costruzione di una cultura comune degli allievi. 4. Concepire e mettere in opera il proprio insegnamento L’insegnante è un esperto nell’insegnamento della propria disciplina, ossia è in grado di assicurare, sulla durata di un anno scolastico, un apprendimento effettivo dei suoi allievi nel contesto di un insegnamento collettivo. Per questo, padroneggia la didattica della sua disciplina ed è in grado di implementare approcci multidisciplinari. Conosce i processi di apprendimento e gli ostacoli che gli studenti possono incontrare, così come le soluzioni per risolverli, essendo in grado di sviluppare programmi e di ripartire l’apprendimento nel corso del tempo. È inoltre in grado di tener conto di quanto è stato realizzato in precedenza. L’insegnante può essere chiamato a partecipare con un ruolo di formatore ad attività di Formazione continua degli adulti, così come a tirocini formativi e deve avere una conseguente preparazione. conoscenze L’insegnante conosce: - gli obiettivi da raggiungere per un determinato livello, nel quadro del suo insegnamento o del suo campo di attività; - i programmi di insegnamento e le risorse chiave, tra cui quelle digitali, che si riferiscono a tutti i livelli dell’Istruzione primaria e secondaria; - i fondamenti della psicologia dell’infanzia e dell’età evolutiva, il processo di apprendimento degli allievi ed i potenziali ostacoli a tali processi; - i diversi dispositivi e strumenti, in particolare digitali, necessari alla progettazione ed attuazione delle attività di apprendimento. capacità L’insegnante è in grado di: - definire gli obiettivi di apprendimento a partire dalla documentazione ufficiale; - ragionare in termini di competenze; - attuare una progressione e programmazione annuale e di ciclo; 164 - attuare una progressione differenziata in rapporto al livello degli allievi; - utilizzare le conoscenza dei processi di apprendimento degli studenti e della psicologia dell’età evolutiva; - integrare nell’insegnamento l’uso delle tecnologie digitali; - considerare i risultati delle valutazioni nello sviluppo di una progressione di apprendimento; - integrare nel suo insegnamento la prevenzione dei rischi professionali. attitudini L’insegnante è indotto: - a sviluppare approcci multidisciplinari e trasversali fondati sulla convergenza e complementarità tra le discipline: • per costruire attività che consentano di acquisire una competenza attraverso varie discipline; • per porre la sua disciplina al servizio di progetti e attività multidisciplinari; - a valutare la qualità dei materiali didattici. 5. Organizzare il lavoro della classe L’insegnante è in grado di far progredire tutti gli studenti di una classe sia sotto il profilo della padronanza delle conoscenze, delle capacità e delle attitudini che nel rispetto delle regole della vita sociale. È attento ai comportamenti e garantisce che gli studenti attribuiscano valore al lavoro individuale e collettivo. conoscenze La scuola è parte importante della Formazione dei futuri cittadini. A tale riguardo, deve promuovere le regole del vivere insieme, la tolleranza ed il rispetto per gli altri. Questo compito presuppone che l’istituzione scolastica sia essa stessa un luogo in cui è esclusa la violenza. A tal fine, è indispensabile che i futuri insegnanti possiedano le conoscenze di base in materia di gestione del gruppo e dei conflitti. capacità L’insegnante è in grado di: - prendere in carico un gruppo o una classe, di affrontare i conflitti, sviluppare la partecipazione e la cooperazione tra allievi; - organizzare lo spazio della classe ed il tempo scolastico in funzione delle attività previste; - organizzare i diversi momenti di una sequenza; - adeguare le forme di intervento e di comunicazione ai tipi di situazioni e di attività previsti. attitudini In tutte le situazioni di insegnamento, l’insegnante garantisce la creazione di un contesto per l’esercizio sereno delle attività. 6. Prendere in considerazione la diversità di alunni e studenti L’insegnante traduce nella pratica i valori della diversità, che si tratti di reciproco rispetto o del - l’uguaglianza tra gli studenti. È in grado di differenziare l’insegnamento in funzione delle esigenze e delle capacità degli studenti in modo che ogni studente possa progredire. Tiene conto dei diversi ritmi di apprendimento in relazione ad ogni studente, compresi gli allievi con esigenze particolari. È in grado di ricorrere alla collaborazione dei partner della scuola, ove necessario. Conosce i meccanismi di apprendimento, la cui conoscenza è stata recentemente aggiornata, in particolare i contributi della psicologia cognitiva e delle neuroscienze. Stimola ogni studente a sviluppare una visione positiva circa le differenze nel rispetto dei valori e delle regole comuni repubblicane. 165 conoscenze L’insegnante conosce: - gli elementi di sociologia e psicologia che gli consentono di tenere in considerazione, nel quadro del suo insegnamento, la diversità degli studenti e delle loro culture; - i dispositivi educativi della presa in carico delle difficoltà scolastiche e degli studenti con disabilità. capacità L’insegnante è in grado di: - tenere in considerazione i ritmi di apprendimento degli studenti; - determinare, in base alle esigenze individuate, le misure necessarie per la progressiva acquisizione di conoscenze e saper-fare richiesto; - adeguare il suo insegnamento alla diversità degli studenti, ricorrendo in particolare agli strumenti informatici a sua disposizione; - nel primo grado, a contribuire, con il personale qualificato, all’attuazione delle misure di aiuto speciali; - nei licei, di porre in opera l’accompagnamento personalizzato; - partecipare alla progettazione di un projet personnalisé de scolarisation e di un projet d’accueil individualisé, rispettivamente per gli allievi con disabilità o malattia e gli studenti con esigenze speciali, sulla base di approcci e strumenti adeguati e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione adeguate. attitudini L’insegnate veglia: - per mantenere l’uguaglianza e l’equità fra gli allievi; - affinché ogni allievo si ponga con uno sguardo positivo verso se stesso e gli altri. 7. Valutare gli alunni e studenti L’insegnante è in grado di valutare i progressi dell’apprendimento ed il livello di acquisizione delle competenze conseguito dagli studenti. Utilizza i risultati delle valutazioni per adattare il suo insegnamento ai progressi fatti registrare dagli studenti. Fa comprendere agli studenti i principi della valutazione e sviluppa le loro capacità di valutare le proprie performance. Comunica e spiega ai genitori i risultati attesi e quelli effettivamente ottenuti dagli allievi. conoscenze L’insegnante conosce: - le diverse tipologie di valutazione che possono essere condotte e l’utilizzo che può esserne fatto; - i principi e strumenti per la validazione e la certificazione. capacità L’insegnante è in grado di: - comprendere le funzioni della valutazione; - sviluppare diversi tipi di valutazione per i diversi momenti dell’apprendimento, vale a dire: • definire il livello di valutazione; • utilizzare metodi di valutazione differenziati (test, schede di posizionamento, griglie di osservazione, etc.); • adattare il supporto e lo schema delle domande in relazione agli obiettivi ed al tipo di valutazione che si desidera realizzare; • esplicitare le istruzioni, guidare gli allievi nella realizzazione della valutazione; • esplicitare i criteri per il punteggio; • analizzare i successi e gli errori constatati; 166 • programmare attività di rafforzamento e di consolidamento degli apprendimenti acquisiti; - sviluppare le competenze degli allievi nel campo dell’autovalutazione; - praticare la convalida degli apprendimenti, la valutazione a carattere certificativo (esami, monitoraggio continuo della Formazione, competenze linguistiche incluse nel Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, livelli di convalida dello zoccolo comune, etc.). attitudini L’insegnante pratica la valutazione nel contesto di un rapporto chiaro e di fiducia e per questo: - misura i propri apprezzamenti; - valorizza l’esercizio e il lavoro personale degli studenti; - garantisce che ogni studente sia consapevole dei suoi progressi, del lavoro e dello sforzo necessario. 8. Padroneggiare le tecnologie informatiche e della comunicazione Tutti gli insegnanti sono investiti dalle problematiche riguardanti l’uso degli strumenti informatici e la loro integrazione nella pratica di insegnamento. Al termine della sua Formazione accademica l’insegnante deve avere acquisito le competenze per utilizzare e padroneggiare in forma ragionata le tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella pratica professionale. Le conoscenze e le competenze richieste sono quelle relative alle competenze dell’attestato di Informatica e Internet al livello 2 Insegnante, rilasciato nel quadro della laurea magistrale. conoscenze L’insegnante padroneggia: - le conoscenze relative alle competenze comprese nel syllabus Informatica e Internet al livello 2 “Insegnante” (C2i); - i diritti e i doveri legati all’uso delle TIC. capacità L’insegnante è in grado di: - progettare, sviluppare e realizzare contenuti educativi e situazioni di apprendimento sulla base di strumenti e risorse informatiche; - partecipare all’educazione su diritti e doveri legati all’uso delle TIC; - essere coinvolto nell’educazione ad un uso etico e responsabile delle risorse informatiche fruibili in rete ed ai loro potenziali rischi e pericoli; - utilizzare gli strumenti offerti dalle TIC e quelli dell’apprendimento aperto ed a distanza per aggiornare le proprie conoscenze; - lavorare in rete con gli strumenti per il lavoro cooperativo. attitudini L’insegnante osserva un’attitudine: - critica nei confronti delle informazioni disponibili; - attenta e responsabile verso l’uso di strumenti interattivi richiesti dagli studenti. Egli aggiorna le conoscenze e le competenze nel corso della sua intera pratica professionale. 9. Lavorare in équipe e cooperare con i genitori e i partners L’insegnante partecipa alla vita della scuola elementare o dell’istituto scolastico. Contribuisce parimenti alla vita dell’istituzione scolastica al livello nel quale è inserito. Lavora con le équipes educative della scuola e delle sue diverse classi, così come con gli insegnanti della o delle sue discipline. Il Consiglio dei maestri nella scuola elementare, il Consiglio pedagogico presso i collège o le scuole 167 superiori costituiscono strumenti privilegiati di lavoro in équipe. L’insegnante collabora inoltre con genitori e con i partner della scuola. Aiuta gli studenti a costruire il loro progetto di orientamento. conoscenze L’insegnante conosce: - il ruolo e la funzione dei comitati dei genitori degli allievi; - i partner e le parti interessate al di fuori della scuola con cui cooperare; - per gli aspetti di sua competenza, le convenzioni ed i protocolli tra il Ministero della Pubblica Istruzione (Ministère de l’éducation nationale) e altri Ministeri ed Enti pubblici e privati; - i dispositivi di aiuto all’inserimento degli alunni; - le procedure di orientamento e le diverse modalità con cui gli allievi possono fruirne. capacità L’insegnante è in grado di: - inserire la propria pratica professionale nell’azione collettiva della scuola o istituto, in specie nella programmazione didattica, valutazione, orientamento, inserimento degli allievi, partenariati educativi; - comunicare con i genitori: • contribuendo a creare un dialogo costruttivo al fine di informarli circa gli obiettivi del suo insegnamento e delle attività didattiche, rendendo conto delle valutazioni con un linguaggio appropriato per esaminarne i risultati, la capacità dei loro figli, le difficoltà ed i possibili rimedi; • utilizzare le conoscenze in materia di orientamento per aiutare gli studenti ed i loro genitori nello sviluppo di un progetto professionale; - contribuire, in cooperazione con i partner all’interno e all’esterno dell’istituto, a risolvere specifiche difficoltà degli studenti nel campo della salute, dei comportamenti a rischio di povertà e di maltrattamento; - utilizzare le possibilità offerte dai servizi educativi presso i musei e altre istituzioni culturali, soprattutto nel contesto dell’educazione artistica e culturale; - promuovere il coinvolgimento dei genitori nella vita dell’istituto scolastico, così come nella valorizzazione dei saperi; - lavorare usando le reti digitali; - impegnarsi in attività di apprendimento. attitudini L’insegnante osserva, nell’esercizio della sua attività professionale, un’attitudine che favorisce il lavoro collettivo, il dialogo con i genitori e la dimensione collaborativa con i partner esterni alla scuola. 10. Formarsi ed innovare L’insegnante aggiorna le proprie conoscenze disciplinari, didattiche e pedagogiche. È in grado di fare appello a coloro che possono fornire aiuti o suggerimenti nell’esercizio della sua professione. È in grado di fare un’analisi critica del proprio lavoro e di modificare, se del caso, le pratiche di insegnamento. conoscenze L’insegnante conosce lo stato della ricerca: - nella sua disciplina; - nel campo della didattica, della pedagogia e della trasmissione delle conoscenze (processi di apprendimento, didattica delle discipline, uso delle TIC, etc.). L’insegnante conosce la politica educativa della Francia. 37 Cort, P, Härkönen, Volmari K. (2004), PROFF - Professionalisation of VET Teachers for the Future, Luxembourg: office for official Publications of the European Communities; Volmari K., Helakorpi S., Frimodt r. (Eds) (2009), Competence Framework for VET Professions. Handbook for Practitioners, Finnish National Board of Education and Editors. 168 capacità L’insegnante è in grado di sfruttare i contributi della ricerca e delle innovazioni pedagogiche per aggiornare le proprie conoscenze e valorizzarle nella pratica quotidiana. attitudini L’insegnante dà prova di curiosità intellettuale e sa mettere in questione il proprio insegnamento ed i metodi utilizzati. Ha fatto propria una logica di Formazione per tutto il corso della vita, anche attraverso l’uso delle reti digitali. 5.3.2. Il framework delle competenze dei formatori della Formazione Professionale PROFF Uno strumento estremamente utile come meta-framework per la costruzione di referenziali di competenza della figura del formatore è rappresentato dai lavori di Kristina Volmari, del Finnish National Board of Education, sia nell’ambito del programma TTNet – Training of Trainers Network, che di progetti di ricerca quali PROFF – Professionalisation of VET teachers for the future e Competence framework for VET professions.37 il progetto di ricerca ProFF, finanziato dal Cedefop, si è posto l’obiettivo di identificare le sfide presenti ed emergenti per gli insegnanti del settore della VEt in Europa (nuovi target group, nuovi paradigmi formativi, iCt, mutamenti nel mercato del lavoro, modifica dei quadri legislativi, etc.) e di esaminare il modo in cui tali sfide sono affrontate attualmente entro i diversi contesti nazionali. tali sfide rendono necessario un potenziamento della Formazione degli insegnanti e dei formatori e molte riforme attuate negli anni recenti hanno mostrato limiti evidenti per non aver posto adeguata attenzione su tali aspetti. L’analisi, attuata mediante studi di caso, evidenzia una serie di competenze la cui acquisizione è opportuno entri a far parte degli piani di Formazione iniziale e continua rivolti ai docenti della VEt. tra queste si distinguono alcune skill di carattere pedagogico ed andragogico collegate con gli sviluppi degli approcci basati sulla centralità dell’apprendente, altre di carattere professionale legate all’utilizzo delle nuove tecnologie e alle pratiche di apprendimento sempre più di tipo esperienziale in contesti reali di lavoro, ed infine sia le competenze comunicative e di team building che alcune altre di carattere manageriale ed organizzativo. La comparazione tra i profili nazionali del teacher e del trainer è condotta sulla base di un framework che verrà riproposto anche nel più completo Compe169 tence Framework for VET Professions. Handbook for Practitioners. quest’ultimo muove dal presupposto che uno dei settori prioritari per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della Formazione nel periodo 2009-2011 sia lo sviluppo professionale di insegnanti e formatori. L’attenzione si concentra sulla qualità della Formazione iniziale, sulle forme di sostegno e accompagnamento alla professione per i nuovi insegnanti, oltre che sull’innalzamento della qualità delle opportunità di sviluppo professionale continuo per insegnanti, formatori e altro personale educativo. i requisiti per la qualificazione e la Formazione degli operatori della VEt variano notevolmente da Paese a Paese. Pertanto un quadro coerente di competenze per gli insegnanti, formatori e direttori diviene strategico per sostenere lo sviluppo dell’insegnamento e della Formazione Professionale in Europa. Vi è un interesse diffuso nello sviluppo di standard e nella definizione di profili professionali che inquadrino le capacità di base e le competenze di cui necessitano insegnanti e formatori della VEt in rapporto ai nuovi scenari che caratterizzano la pratica professionale. questo interesse si collega inoltre all’introduzione del quadro europeo delle qualifiche (EqF). Lo sviluppo del quadro europeo delle qualifiche e dei quadri nazionali delle qualifiche (NqF) possono essere interpretati come un segnale di un atteggiamento più positivo nei confronti dello sviluppo di quadri di competenze ed il loro utilizzo in vista dello sviluppo della professionalità dei singoli e delle loro comunità di lavoro. il lavoro si propone di fornire un quadro coerente per individuare le attività di base e le aree di competenza delle professioni nella VEt nonché la capacità e competenze che sono emerse più di recente, come il ruolo di insegnanti e formatori nelle attività di counselling sia verso gli studenti che delle loro famiglie. oltre a supportare lo sviluppo professionale degli individui e delle organizzazioni il framework promuove la trasparenza e la mutua leggibilità tra scenari nazionali. il framework si articola su quattro aree comuni di attività: amministrazione, Formazione, sviluppo e assicurazione della qualità e networking (Fig. n. 9). Fig. 9 - Competence Framework for VET Professions - Aree comuni di attività Fonte: Competence Framework for VEt Professions nuovi insegnanti, oltre che sull’innalzamento della qualità delle opportunità di sviluppo professionale continuo per insegnanti, formatori e altro personale educativo. I requisiti per la qualificazione e la Formazione degli operatori della VET variano notevolmente da Paese a Paese. Pertanto un quadro coerente di competenze per gli insegnanti, formatori e direttori diviene strategico per sostenere lo sviluppo dell’insegnamento e della Formazione Professionale in Europa. Vi è un interesse diffuso nello sviluppo di standard e nella definizione di profili professionali che inquadrino le capacità di base e le competenze di cui necessitano insegnanti e formatori della VET in rapporto ai nuovi scenari che caratterizzano la pratica professionale. Questo interesse si collega inoltre all’introduzione del Quadro europeo delle qualifiche (EQF). Lo sviluppo del Quadro europeo delle qualifiche e dei quadri nazionali delle qualifiche (NQF) possono essere interpretati come un segnale di un atteggiamento più positivo nei confronti dello sviluppo di quadri di competenze ed il loro utilizzo in vista dello sviluppo della professionalità dei singoli e delle loro comunità di lavoro. Il lavoro si propone di fornire un quadro coerente per individuare le attività di base e le aree di competenza delle professioni nella VET nonché la capacità e competenze che sono emerse più di recente, come il ruolo di insegnanti e formatori nelle attività di counselling sia verso gli studenti che delle loro famiglie. Oltre a supportare lo sviluppo professionale degli individui e delle organizzazioni il framework promuove la trasparenza e la mutua leggibilità tra scenari nazionali. Il framework si articola su quattro aree comuni di attività: amministrazione, Formazione, sviluppo e assicurazione della qualità e networking (cfr. Fig. n. 9). 8+   # 7&      Fonte: Competence Framework for VET Professions Le quattro aree costituiscono il nucleo di core competences che possono essere reperite in tutti i contesti in cui sono coinvolti professionisti del settore della VET. Il peso e l’importanza delle diverse aree variano tra contesti nazionali e occupazionali. Mentre le aree della Formazione ed amministrazione possono essere considerate la dimensione operativa della professione, lo sviluppo e assicurazione della qualità ed il networking ne rappresentano la dimensione strategica. In un lavoro del 2006 sul medesimo filone tematico, frutto del progetto Defining VET Professions in Line with EQF promosso dal Training of Trainers Network (TT Net) della Commissione Europea, nel definire le professioni della VET gli autori, in particolare Salatin, introducono il concetto di famiglia professionale. La nozione consente di enucleare il tronco di competenze comuni ad una serie di professionalità differenziate e contigue e al tempo stesso di 170 Le quattro aree costituiscono il nucleo di core competences che possono essere reperite in tutti i contesti in cui sono coinvolti professionisti del settore della VEt. il peso e l’importanza delle diverse aree variano tra contesti nazionali e occupazionali. Mentre le aree della Formazione ed amministrazione possono essere considerate la dimensione operativa della professione, lo sviluppo e assicurazione della qualità ed il networking ne rappresentano la dimensione strategica. in un lavoro del 2006 sul medesimo filone tematico, frutto del progetto Defining VET Professions in Line with EQF promosso dal Training of Trainers Network (tt Net) della Commissione Europea, nel definire le professioni della VEt gli autori, introducono il concetto di famiglia professionale. La nozione consente di enucleare il tronco di competenze comuni ad una serie di professionalità differenziate e contigue e al tempo stesso di strutturarne le specificità associate a diversi contesti, ruoli e funzioni.38 il costrutto di famiglia professionale acquista un valore di rilievo sia sotto il profilo interpretativo che nella classificazione e descrizione delle figure professionali in termini di competenze, considerando il processo di crescente differenziazione delle professionalità che il mondo della scuola ha conosciuto negli anni recenti. il concetto di famiglia professionale aiuta a circoscrivere inoltre la crescita delle funzioni e responsabilità sempre più associate ad una figura professionale, in questo caso al trainer, rispetto al passato, con l’attribuzione di ruoli nell’analisi dei fabbisogni, nell’orientamento e nell’assicurazione della qualità, in risposta a sistemi sociali che attribuiscono alla sfera dell’education bisogni sempre più complessi. Ne deriva una modificazione del ruolo stesso del trainer ed una profonda trasformazione della sua identità professionale, pena la rapida obsolescenza delle competenze possedute. Per tale ragione i professionisti della VEt necessitano di acquisire nuove conoscenze e capacità, non solo legate alle cosiddette soft skills (comunicazione, gestione del cambiamento, team working, self-development, etc.) ma anche abilità pedagogiche e culturali, basate sulla centralità dell’apprendente, sull’apprendimento on the job o workplace, o ancora web-based, così come sul servizio orientato al cliente. inoltre, si registra la necessità di includere nella famiglia professionale del trainer anche le competenze legate all’utilizzo delle comunità di pratica ed alla progressiva specializzazione attraverso l’uso della Formazione continua. 38 Frimodt r., Volmari K., Salatin A., Carlini D., di Giambattista C. (2006), Defining VET Professions in Line with the European Qualifications Framework. Final Results, Cedefop, thessaloniki. 39 Midoro V. (a cura di) (2005), A Common European Framework for Teachers’ Professional Profile in ICT for Education, Pescara, Menabò. 171 5.3.3. Profilo professionale del formatore nell’ICT: European uTeacher uTeacher è un progetto finanziato nell’ambito della iniziativa Europea eLearning per il periodo dicembre 2004 - giugno 2005. uTeacher si proponeva di comprendere quale fosse il profilo professionale tipo di un docente sotto il profilo dell’iCt, necessario per operare entro il settore dell’education al tempo della società della conoscenza. questo profilo professionale è quello che consente all’insegnante, quale che sia l’area disciplinare di stretta competenza, di modificare il proprio ruolo adeguandolo alle nuove sfide. Per descrivere le caratteristiche generali di queste nuove competenze, uTeacher ha elaborato uno strumento indicato come Common European Framework for Teachers’ Professional Profile in ICT for Education.39 Allo scopo di definire le caratteristiche della pratica sono stati individuati gli ambienti con cui il docente interagisce, che rappresentano altrettante dimensioni entro cui si precisano e si sviluppano set di competenze specifici e tra loro interconnessi. Gli ambienti sono definiti dagli autori nei termini seguenti. – Se stesso. il docente riflette sulla propria pratica cercando di adeguarla al contesto che cambia. – Allievi. il docente adegua il proprio insegnamento alla nuova visione della scuola, dei processi di apprendimento e dei rapporti con i ragazzi. – Colleghi. Nella scuola attuale, l’insegnante opera individualmente, con rari momenti collettivi. Nella scuola della società dell’informazione, l’insegnante è membro di una comunità di pratica, che coinvolge i colleghi della propria scuola, quelli della propria disciplina e, più in generale, tutta la classe docente. – Ambiente esterno. L’ambiente esterno è costituito da un universo composito che va dai genitori dei ragazzi, al territorio, dal proprio Paese all’intero pianeta. in una scuola nuova, l’ambiente, con le sue ricchezze naturali e sociali, è una risorsa per la scuola, così come questa è una risorsa per l’ambiente. La professionalità dell’insegnante dovrà dunque consentirgli di interagire efficacemente con i diversi ambienti descritti e le iCt diverranno strumenti importanti per amplificare le possibilità d’interazione. in uTeacher sono stati individuati otto settori di competenza che rappresentano gli ambiti specifici dell’interazione: Pedagogia, Contenuti disciplinari, organizzazione, tecnologia, Sviluppo Professionale, Etica, Politica, innovazione. incrociando gli ambienti di interazione con i settori si ottengono le 32 aree di competenza, descritte nel framework di uTeacher (Fig. 10). Per ciascun ambito di competenza vengono descritte brevemente le attività svolte e le conoscenze richieste. Posizionamento di una situazione-tipo rispetto ad una molteplicità di variabili Un secondo contributo rilevante è offerto dai lavori della Peer Learning Activity (PLA) del Focus Group europeo su insegnanti e formatori del sistema VEt, costituito nell’ambito del Programma Education and Training 2010, dal titolo Insegnanti della VET come agenti di cambiamento per l’autonomia delle scuole dell’Istruzione 172 e Formazione Professionale.40 il gruppo è composto da rappresentanti dei ministeri, parti sociali e organizzazioni non governative, integrati da membri della Commissione, dell’European Training Foundation (EtF). Gli obiettivi principali della PLA possono essere richiamati sinteticamente: – dibattere i differenti approcci allo sviluppo degli insegnanti VEt come agenti di cambiamento per l’autonomia delle scuole; – riflettere sul modo in cui tali approcci possono essere trasferiti nel contesto dei sistemi VEt di differenti realtà nazionali; – formulare proposte per supportare le politiche di sviluppo in relazione al ruolo del settore della VEt. Fig. 10 - Struttura del Common European Framework for Teachers’ Professional Profile in ICT for Education Fonte: Midoro V. (a cura di), 2005 La tematica impatta pertanto con le nuove competenze richieste ai docenti della VEt per poter assolvere il ruolo di promotori del cambiamento all’interno di un processo di acquisizione di progressiva autonomia da parte delle istituzioni formative della VEt. Per poter definire la situazione-tipo che caratterizza i diversi contesti nazionali ed esplorare le relazioni reciproche che intercorrono tra loro, allo scopo di giungere ad una valutazione comparata, si è sviluppato un diagramma di riferimento sul modello del quadrante ad assi cartesiani. il diagramma consente di collocare una situazione- tipo rispetto ad una molteplicità di variabili e di sviluppare una classificazione dei diversi gradi di autonomia di cui gode la scuola, articolati su quattro qua- 40 European Focus Group on VEt teachers and trainers (2008), Peer Learning Activity on VET Teachers as Change Agents for the Autonomy of VET Schools, Summary report. (http: //www.cpi.si/ novica.aspx?id=155) sue ricchezze naturali e sociali, è una risorsa per la scuola, così come questa è una risorsa per l’ambiente. La professionalità dell’insegnante dovrà dunque consentirgli di interagire efficacemente con i diversi ambienti descritti e le ICT diverranno strumenti importanti per amplificare le possibilità d’interazione. In uTeacher sono stati individuati otto settori di competenza che rappresentano gli ambiti specifici dell’interazione: Pedagogia, Contenuti disciplinari, Organizzazione, Tecnologia, Sviluppo Professionale, Etica, Politica, Innovazione. Incrociando gli ambienti di interazione con i settori si ottengono le 32 aree di competenza, descritte nel framework di uTeacher (cfr. Fig. n. 10). Per ciascun ambito di competenza vengono descritte brevemente le attività svolte e le conoscenze richieste. Posizionamento di una situazione-tipo rispetto ad una molteplicità di variabili Un secondo contributo rilevante è offerto dai lavori della Peer Learning Activity (PLA) del Focus Group europeo su insegnanti e formatori del sistema VET, costituito nell’ambito del Programma Education and Training 2010, dal titolo Insegnanti della VET come agenti di cambiamento per l’autonomia delle scuole dell’Istruzione e Formazione Professionale.40 Il gruppo è composto da rappresentanti dei ministeri, parti sociali e organizzazioni non governative, integrati da membri della Commissione, dell’European Training Foundation (ETF). Gli obiettivi principali della PLA possono essere richiamati sinteticamente: dibattere i differenti approcci allo sviluppo degli insegnanti VET come agenti di cambiamento per l’autonomia delle scuole; riflettere sul modo in cui tali approcci possono essere trasferiti nel contesto dei sistemi VET di differenti realtà nazionali; formulare proposte per supportare le politiche di sviluppo in relazione al ruolo del settore della VET. 9"  +    # !   +#     Fonte: Midoro V. (a cura di), 2005  40 European Focus Group on VET Teachers and Trainers (2008), Peer Learning Activity on VET Teachers as Change Agents for the Autonomy of VET Schools, Summary Report. (http://www.cpi.si/novica.aspx?id=155) 173 dranti distinti. Le variabili sono rappresentate da autonomia e controllo, poste agli estremi dell’asse verticale, e da responsabilità dello Stato (esterna) e responsabilità dell’istituzione scolastica (interna), poste sull’asse orizzontale (Fig. 11). i quadranti delimitano lo spazio all’interno di un contunuum che intercorre tra gli estremi delle quattro variabili considerate. Ciascuna situazione-tipo, in questo caso il modello di autonomia della scuola nel sistema VEt presente nei diversi Stati membri, può essere posizionato e raffrontato con gli altri casi. Fig. 11 - Diagramma per la valutazione del ruolo dell’insegnante in funzione del grado di responsabilità ed autonomia delle scuole (VET) Fonte: Competence Framework for VEt Professions, 2008 5.4. IL PROCESSO VALUTATIVO 5.4.1. L’Evaluation Cycle il caso classico in tema di articolazione del processo di valutazione degli insegnanti/ formatori è rappresentato da quello inglese, basato sul ciclo di vita della valutazione (Evaluation Cycle). il Ministero per l’infanzia, la Scuola e la Famiglia ha predisposto una guida per accompagnare l’introduzione del nuovo sistema di valutazione dei docenti da parte delle scuole, ricco di esempi e di buone pratiche che possono essere di aiuto per la costruzione del sistema di performance management.41 41 Department for Children, Schools and Families (DCSF) (2009b), Teachers’ and Head Teachers’ Performance Management – Guidance, London: DCSF. La tematica impatta pertanto con le nuove competenze richieste ai docenti della VET per poter assolvere il ruolo di promotori del cambiamento all’interno di un processo di acquisizione di progressiva autonomia da parte delle istituzioni formative della VET. Per poter definire la situazione-tipo che caratterizza i diversi contesti nazionali ed esplorare le relazioni reciproche che intercorrono tra loro, allo scopo di giungere ad una valutazione comparata, si è sviluppato un diagramma di riferimento sul modello del quadrante ad assi cartesiani. Il diagramma consente di collocare una situazione-tipo rispetto ad una molteplicità di variabili e di sviluppare una classificazione dei diversi gradi di autonomia di cui gode la scuola, articolati su quattro quadranti distinti. Le variabili sono rappresentate da autonomia e controllo, poste agli estremi dell’asse verticale, e da responsabilità dello stato (esterna) e responsabilità dell’istituzione scolastica (interna), poste sull’asse orizzontale (cfr. Fig. n. 11). I quadranti delimitano lo spazio all’interno di un contunuum che intercorre tra gli estremi delle quattro variabili considerate. Ciascuna situazione-tipo, in questo caso il modello di autonomia della scuola nel sistema VET presente nei diversi Stati membri, può essere posizionato e raffrontato con gli altri casi. (               -#.  Fonte: Competence Framework for VET Professions, 2008 5.4. Il processo valutativo 5.4.1. L’Evaluation Cycle Il caso classico in tema di articolazione del processo di valutazione degli insegnanti / formatori è rappresentato dal caso inglese, basato sul ciclo di vita della valutazione (Evaluation Cycle). Il Ministero per l’Infanzia, la Scuola e la Famiglia ha predisposto una guida per accompagnare l’introduzione del nuovo sistema di valutazione dei docenti da parte delle scuole, ricco di esempi e 174 il processo di valutazione si articola in una serie di fasi consecutive, di cui lo stadio iniziale è rappresentato da un incontro programmatorio (planning meeting) che si tiene all’inizio di ogni ciclo valutativo tra il valutatore (reviewer) e l’insegnante oggetto dell’attività valutativa (reviewee). Gli aspetti che vengono considerati nel corso della riunione in cui si procede all’impostazione della fase operativa riguardano in primo luogo gli obiettivi individuali del valutato in relazione alla sua job description e all’annualità di servizio. inoltre vengono definite le modalità per l’osservazione della pratica didattica all’interno della classe, oltre ad eventuali e ulteriori evidenze da utilizzare ai fini valutativi, quali ad esempio la testimonianza orale o scritta di ulteriori docenti. La riunione di programmazione è utile anche ad esplicitare con chiarezza quali siano i criteri sulla base dei quali si procederà alla verifica della performance, oltre al supporto che verrà fornito al valutato ai fini di venire incontro ai criteri di giudizio, così come i fabbisogni formativi e di sviluppo professionale necessari al raggiungimento degli standard e le azioni che devono essere intraprese per farvi fronte. Gli elementi del processo di valutazione devono essere traguardati in rapporto alla qualificazione ed alla posizione in cui rientra l’insegnante, così come ai criteri per la progressione negli scaglioni retributivi, agli obiettivi di sviluppo fissati per l’intero istituto scolastico e a ciò che ci si può attendere dalla specifica posizione in cui opera il valutato. Accanto a tali criteri, hanno un peso considerevole anche le aspirazioni professionali individuali, la rilevanza di alcuni standard professionali e la propensione del candidato in merito alla ricerca di un buon equilibrio tra le attività lavorative e il tempo da dedicare ad altre forme di impegno. A conclusione del planning meeting, entro la scadenza di cinque giorni deve essere redatto dal valutatore un documento di prima approssimazione contenente le disposizioni per la fase di valutazione, documento che assumerà una versione definitiva entro dieci giorni dalla realizzazione dell’incontro, con la possibilità per il candidato di apportare modifiche ed integrazioni in entrambe le fasi di redazione. Lo stadio preparatorio e programmatorio, prima tappa del cosiddetto ciclo di valutazione (cycle), deve essere completato per tutto il personale docente entro il mese di ottobre di ciascun anno scolastico. A conclusione di ogni ciclo si tiene una riunione di revisione (review meeting) allo scopo di vagliare il grado di performance dimostrato dall’insegnante nel corso dell’intero periodo di osservazione in rapporto ai criteri fissati e, laddove il valutato possieda i requisiti per un avanzamento retributivo, di formalizzarne la richiesta. i docenti compresi nella fascia retributiva di base (main scale) di norma possono aspirare ad un incremento annuale, a meno di una valutazione particolarmente positiva che ne determini un ulteriore scatto di avanzamento. Non si rende comunque necessaria una richiesta diretta al dirigente scolastico, dato che per procedere al livello retributivo superiore è sufficiente superare la verifica annuale. Negli altri casi, in particolare se il docente figura nella upper scale pay o possiede lo status di 175 Advantage Skills Teacher, il valutatore è tenuto a fare una richiesta di promozione salariale diretta al preside, che ha facoltà di decisione. L’osservazione dell’attività didattica dell’insegnante all’interno della classe rappresenta uno degli strumenti principali per giungere alla valutazione della performance dell’insegnante. La sua finalità prioritaria è di tipo supportivo, volta allo sviluppo professionale. Per tale ragione la scelta del momento, della durata e degli osservatori è strettamente collegata alle necessità di sviluppo professionale dell’insegnante esaminato. Per ciascun ciclo di osservazione annuale in classe è previsto un limite di tre ore, tuttavia i documenti riguardanti il teacher performance management sottolineano come tale durata debba essere intesa come estensione massima e non come un periodo standard. L’osservazione è compiuta di norma dal reviewer, ma i dirigenti d’istituto possono decidere di affidare tale compito, in particolari circostanze, anche ad ulteriori esperti esterni che possiedano un’adeguata esperienza professionale. L’osservazione non risulta fine a se stessa ma è finalizzata, oltre che a fornire un’indicazione al preside, anche a fornire un utile feedback all’esaminato. Per tale ragione, di norma un commento sull’esito dell’osservazione viene effettuato alla conclusione della sessione valutativa o nei giorni immediatamente successivi. La valutazione verte generalmente su una serie di obiettivi definiti in rapporto agli standard professionali di performance, ma il valutatore può allargare la propria osservazione sino a prendere in considerazione il grado di performance nel suo complesso. Nell’eventualità che il periodo di osservazione ed i giudizi che ne derivano, suscitino forme di disaccordo o di protesta, è comunque possibile che la sessione osservativa venga ripetuta successivamente su richiesta dell’esaminato. infine, la pratica di osservazione all’interno della classe può essere utilizzata non solo a fini valutativi ma anche di sviluppo della professionalità mediante il supporto reciproco tra insegnanti. in tal caso la pratica si svolge su base volontaria e assume la forma della peer review, distinguendosi quindi sia per il carattere volontario che per il rapporto paritetico tra osservatore e osservato, dal teacher performance management in senso stretto. 5.4.2. La valutazione della performance dei formatori collegata al sistema di assicurazione della qualità dell’istituzione educativa Un riferimento guida nel campo della valutazione della qualità degli insegnanti considerata all’interno del più ampio sistema di gestione della qualità prodotta dall’istituto è costituito dal sistema EvaMAB adottato nel Cantone di zurigo. qui, sin dal 1999, da parte dell’amministrazione pubblica si è dato avvio ad una rilevante esperienza di valutazione del corpo docente delle scuole pubbliche, incluso nel più complesso sistema di assicurazione della qualità erogata a livello di istituto. Nel caso concreto si è partiti dal presupposto che, per far fronte alle nuove sfide sociali ed economiche, occorresse attribuire maggiore autonomia agli istituti 176 scolastici. tale autonomia parziale (Teilautonomie) comprende i programmi, l’organizzazione e la gestione della scuole come pure maggiori margini di manovra a livello finanziario (Bildungsdirektion Zürich 2000). in quest’ottica le singole scuole sono sollecitate a sviluppare un management della qualità consapevole e trasparente. il progetto zurighese muove dalla critica ai modelli di certificazioni che perseguono la logica della descrizione di un sistema, in particolare le norme internazionali iSo, in quanto se da un lato tali norme certificano la professionalità del management interno, non sono in grado di fornire indicazioni circa la qualità in sé di un’istituzione scolastica. Si è ritenuto pertanto che fosse necessario cercare di sviluppare sistemi su basi pedagogiche che fossero in grado di integrare autovalutazione, informazione e valutazione esterna. inoltre, si rendeva necessario individuare un sistema di qualità capace di coordinare i tre livelli rappresentati dalla classe, dall’istituto scolastico e dal sistema scuola nel suo complesso. Su tali basi il Cantone di zurigo ha concepito un modello denominato Management della qualità nella scuola dell’obbligo, nella scuola medio superiore e nella scuola professionale che si propone di prendere in considerazione l’insieme della scuola pubblica, ad eccezione della Formazione superiore. il modello poggia su tre pilastri, rispetto ai quali viene effettuata una valutazione sia interna che esterna. innanzitutto primo pilastro è rappresentato dal management interno all’istituto scolastico, dove gli elementi strutturanti sono identificati in: – un’autovalutazione e un feedback sistematici sull’insegnamento e gli insegnanti; – una valutazione tematica (Fokusevaluation) da svolgere a scadenze regolari (ogni 2-3 anni) su un aspetto importante della realtà dell’istituto; – una valutazione complessiva del management della qualità da effettuarsi a cadenza di 4-6 anni con la produzione della relativa documentazione. il secondo pilastro è costituito dalla valutazione esterna della scuola e dei docenti: – la valutazione degli insegnanti fa già parte della procedure istituzionali ed è assunta da istanze diverse a seconda che si tratti della scuola elementare o di altri ordini di scuola; – periodicamente (di norma ogni 4-6 anni) si procede ad una valutazione esterna della qualità della scuola tramite un istituto creato appositamente a livello cantonale o da parte di un istituto intercantonale a seconda dell’ordine scolastico. il terzo pilastro è rappresentato dal controllo della Formazione (Bildungscontrolling) da parte del Dipartimento dell’Educazione. il Controlling formativo serve al cantone per acquisire le informazioni generali necessarie per la gestione della scuola. in tal senso si lavora sulla base di procedure specifiche che riguardano budget globali con mandati di prestazione, la statistica scolastica, analisi scientifiche su vasta scala, etc. 177 Nei primi anni Duemila molte scuole medie superiori e numerose scuole professionali hanno avviato sperimentazioni tese a testare i diversi elementi del modello. Successivamente sono stati definiti standard procedurali dotati di valore vincolante. il sistema è entrato in vigore a regime nel corso del 2005. Per lo sviluppo e il coordinamento del management della qualità ciascuna scuola ha a disposizione un determinato monteore da assegnare ad un gruppo di progetto. Ulteriori ore possono essere attribuite in base a contrattazioni specifiche. Ciascun istituto scolastico ha diritto inoltre ad una forma di consulenza esterna della durata di 3-5 giorni l’anno. in linea di massima per il finanziamento del management della qualità ci si orienta secondo gli standard internazionali che prevedono per il contesto educativo dallo 0,5% all’1% della massa salariale. Dopo aver descritto il sistema di valutazione della qualità nel suo complesso sviluppato nel Cantone di zurigo, è possibile soffermarsi sulla parte strettamente collegata alla valutazione dei docenti. il sistema di valutazione, denominato EvaMAB (Wissenschaftliche Evaluation der Mitarbeiterbeurteilung für Lehrkräfted der Zürcher Volksschule) si articola su quattro elementi, dei quali i primi due sono posti in rapporto diretto con i risultati dell’attività valutativa: – Rapporto di osservazione (Beobachtungsbericht). Si tratta del documento redatto dal valutatore che descrive i risultati dell’osservazione in classe del - l’esaminato, sulla base di un minimo di due visite ispettive presso altrettante classi di allievi. – Rapporto di ricognizione (Erkundungsbericht). Viene redatto dal valutatore sulla base dell’intera attività di assessment e contiene le osservazioni circa il grado di performance complessivo dimostrato dal docente esaminato. – Dossier sulla pratica di insegnamento e di programmazione didattica (Selbstbeurteilung). il documento viene predisposto dall’insegnante prima della fase di valutazione e contiene la descrizione critica delle pratiche di insegnamento e di programmazione didattica che abitualmente pone in atto nel corso della propria attività professionale. Si sofferma sugli obiettivi didattici che sottendono l’azione formativa e sulle metodologie comunemente impiegate nella pratica d’aula o di laboratorio. Viene consegnato al valutatore nel corso del processo di assessment. – Auto-valutazione personale. Contiene gli esiti dell’autovalutazione cui l’insegnante si sottopone individualmente, sulla base dei medesimi criteri utilizzati per l’assessment esterno e viene mantenuto riservato. La valutazione viene effettuata con cadenza almeno quadriennale e condotta da un team costituito da un rappresentante del dipartimento di Educazione del Cantone ed uno o due rappresentanti del corpo insegnante. i valutatori per svolgere la propria funzione devono aver frequentato uno specifico corso di Formazione che consenta una padronanza delle metodologie del sistema EvaMAB. 178 L’impatto che l’attività di valutazione ha sul salario degli insegnanti valutati dipende dal livello di carriera in cui si inquadra il docente. Nel Cantone di zurigo sono previsti tre distinti gradi, corrispondenti alla fase di ingresso, di progressione principale e di maturità di servizio. i risultati della valutazione hanno un effetto sul passaggio tra fasi successive di avanzamento di carriera, ad esempio dalla fase principale a quella della maturità, mentre non si applica ai docenti che stanno progredendo entro una delle tre fasi. Lo scatto da una fase a quella successiva, in caso di assessment positivo, dà diritto ad un incremento salariale annuo in un range tra l’1% ed il 3% nei tre anni consecutivi. Nel caso i risultati dell’attività valutativa non siano considerati soddisfacenti, la promozione alla fase successiva è rinviata di un anno e l’insegnante ed il team di valutazione si accordano su una serie di misure di supporto, anche formativo, tese a fronteggiare le criticità riscontrate nella pratica professionale. 5.5. LA VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI E FORMATORI DI NUOVA NOMINA i primi anni di carriera dell’insegnante sono fondamentali per il suo sviluppo professionale, nonché personale. Ci si riferisce ai vari processi mediante i quali gli insegnanti di prima nomina sono avviati alla professione e sono normalmente associati ai primi anni di insegnamento a conclusione di un programma di Formazione iniziale. Pertanto, l’introduzione alla professione riveste un ruolo centrale nell’apprendimento permanente continuo, creando opportunità per riferirsi alla Formazione iniziale degli insegnanti e prepararli allo sviluppo professionale continuo nell’arco di tutta la carriera. il periodo di primo inserimento, della durata in genere di un anno scolastico, mira a fornire sostegno e supporto di carattere personale, sociale e professionale ed è soggetto di una specifica forma di valutazione. il periodo di primo inserimento fornisce innanzitutto un sostegno di carattere professionale, in quanto intende sviluppare le competenze dell’insegnante neo assunto (in pedagogia, didattica, ambito disciplinare, ecc.). tale sostegno può incentrarsi sullo sviluppo delle competenze effettive da applicare nell’attività didattica e sull’approfondimento della conoscenza dell’ambito disciplinare, pedagogico e didattico. il sostegno professionale durante i programmi di introduzione alla professione consente di avviare il processo permanente di apprendimento successivo alla fase iniziale e di colmare il divario tra la Formazione iniziale degli insegnanti e lo sviluppo professionale continuo. il sostegno professionale può non solo contribuire a potenziare la professionalità individuale degli insegnanti di nuova nomina, ma può altresì contribuire a potenziare la professionalità nella scuola nel suo complesso. tale sostegno mira inoltre ad aiutare il neoinsegnante a sviluppare la propria identità di insegnante. Nei primi mesi e anni di carriera deve superare diverse 179 sfide professionali e personali. Dalla ricerca emerge che i neoinsegnanti affrontano diverse situazioni problematiche man mano che fanno carriera. Ciò può comportare una perdita di fiducia in se stessi, un’esperienza di stress e ansia eccessivi e può portare a mettere in dubbio la propria competenza come insegnante e come persona. Una fase di introduzione alla professione può sostenere l’insegnante in questo stadio di sopravvivenza e aiutarlo a sviluppare il proprio profilo personale. i nuovi insegnanti nei programmi di introduzione alla professione generalmente riferiscono sentimenti crescenti di competenza, motivazione, appartenenza, sostegno e attenzione come risultato della loro esperienza nel programma. Ciò rappresenta un passo avanti verso una maggiore fiducia degli insegnanti in se stessi e contribuisce a evitare l’abbandono della professione. infine, il programma di introduzione alla professione può sostenere il nuovo insegnante nel diventare membro della scuola e della comunità professionale; la collaborazione reciproca può stimolare la discussione e lo scambio di nuove idee. Un importante fattore del sostegno sociale dei neo insegnanti nelle scuole è rappresentato dalla cultura scolastica. Gli insegnanti neo assunti possono sentirsi accettati molto più facilmente all’interno di un gruppo aperto a nuove idee e innovazioni e abituato alla collaborazione. il sostegno sociale consente la creazione e il sostegno di un ambiente di apprendimento collaborativo all’interno della scuola e tra le parti interessate nel sistema di istruzione (genitori, comunità, ecc.). Nel panorama internazionale posto sotto esame si è potuto cogliere come le figure che assolvono la funzione di tutoring e di mentoring nel periodo iniziale di prova degli insegnanti di nuova nomina, nelle esperienze più evolute sono selezionate e formate mediante procedure formalizzate a garanzia della qualità del servizio prestato. Nel contesto francese ed inglese le competenze minime del tutor sono circoscritte e definite. inoltre, in entrambi i casi l’azione di accompagnamento e di monitoraggio, che persegue una finalità formativa e non di mero controllo, è orientata dall’utilizzo di dispositivi consolidati, quali programmi formalizzati per la gestione di supporti formativi volti alla qualificazione professionale, con la definizione di precise policy di istituto da parte del preside e, quando previsto, del consiglio direttivo. Nel caso inglese i tutor di accompagnamento nella fase di induction sono coordinati dal CPD Leader, garantendo in tal modo una supervisione tesa a garantire uniformità di giudizio e corretta applicazione degli aspetti procedurali, oltre che un’effettiva connessione con la policy scolastica complessiva di sviluppo della professionalità degli insegnanti. Esemplificazioni 5.5.1. La valutazione nei programmi di introduzione alla professione: il modello inglese dell’Induction La riforma del sistema scolastico inglese varata nel 1998 introduce l’obbligatorietà di un periodo di inserimento in prova denominato induction, da parte di tutti 180 gli insegnanti di nuova qualifica (newly qualified teachers).42 La fase di inserimento, della durata di un anno, prevede che i nuovi insegnanti vengano sottoposti ad un periodo di osservazione, e che possano godere di specifiche misure quali l’offerta di un accompagnamento prolungato e di sostegno nello stadio di primo accesso alla professione. L’implementazione del periodo di prova nell’attività professionale prende avvio nel maggio del 1999, quando a tutti gli insegnanti in Formazione da poco entrati in possesso del qtS viene richiesto di portare a termine un periodo di tre trimestri (terms), equivalenti ad un’annualità. L’assolvimento del periodo di induction risponde allo scopo di condurre gli allievi ad un livello di professionalità misurata su precisi standard nazionali di riferimento. Più recentemente nuovi standard, riformulati dalla tDA e che vanno sotto il termine di core standards, rappresentando la parte basilare degli attuali standard professionali dell’insegnante introdotti nel 2007, fungono da referenziali per il completamento del periodo di inserimento dei docenti nella scuola.43 Alla stessa stregua degli standard per il Qualified Teacher, seguono un’articolazione in attitudini professionali, conoscenze e sapere professionale, oltre che capacità professionali. La loro funzione, come nel caso degli standard qtS, è quella di fornire un referenziale in termini di competenze per misurare l’effettiva padronanza delle attività professionali.44 il periodo di prova combina un programma individualizzato di accompagnamento, che fornisce opportunità di approfondimento delle conoscenze, capacità e livelli di raggiungimento in relazione agli standard per l’ottenimento del qtS, con una valutazione sistematica del grado di performance via via ottenuto dai neodocenti. Le diverse e tra loro integrate attività di supporto tengono conto dei punti di forza e delle aree di sviluppo, così come definiti nel profilo di ingresso nella carriera e di successivo sviluppo (Career Entry and Development Profile: CEDP), cui si è accennato in precedenza, che accompagna ciascun nuovo insegnante dal termine della Formazione iniziale sino al primo impiego, tenendo traccia del patrimonio di competenze acquisite e del loro livello di raggiungimento. il CEDP è costituito da una risorsa di tipo on-line rivolta agli allievi ed ai docenti in prova e fornisce un framework rispetto al quale individuare le acquisizioni, gli obiettivi e le dinamiche dei bisogni di sviluppo professionale. 42 Teaching and Higher Educatio n Act (1998). 43 training and Development Agency for Schools (tDA) (2007a), Professional Standards for Teachers: Core, London: tDA, (http: //www.tda.gov.uk/upload/resources/pdf/s/standards_core.pdf). 44 Per la consultazione del materiale di orientamento predisposto ad uso degli insegnanti neoqualificati si veda: Department for Children Schools and Families (DCSF) (2008a), Statutory Guidance on Induction for Newly Qualified Teachers in England, London: DCSF, (http: //www.teachernet.gov. uk/_doc/12703/080623%20 induction%20Statutory %20Guidance.pdf); training and Development Agency for Schools (tDA) (2007c), Supporting the Induction Process: TDA Guidance for Newly Qualified Teachers, London: tDA, (http: //www.tda.gov.uk/upload/resources/pdf/c/core_standards _guidance.pdf). 181 Nel corso del periodo di induction un ruolo cruciale è svolto dai dirigenti scolastici, i quali sono tenuti ad assicurare che l’orario di insegnamento dei newly qualified teachers non ecceda il 90% di quello degli altri docenti della scuola. i docenti in prova che non superino positivamente il periodo obbligatorio di primo inserimento non sono dichiarati idonei ad essere impiegati come insegnanti nelle scuole pubbliche. i nuovi insegnanti sono assistiti da un tutor che ha la responsabilità di monitorare, accompagnare e valutare l’operato di un docente da poco nominato. in linea di principio tale figura deve essere un membro del personale docente che possieda il tempo, le competenze, la preparazione e l’autorevolezza per esercitare il proprio ruolo efficacemente, incluso il fatto di tenere un comportamento rigoroso e di formulare giudizi chiari e imparziali sui progressi verso l’assolvimento dei core standards. Colui che ne ricopre il ruolo può variare a seconda dell’istituto scolastico e del numero di nuovi insegnanti. Ad esempio le funzioni di accompagnamento, monitoraggio e valutazione possono essere suddivise tra due o più docenti. in questo caso una sola persona deve in ogni caso assumersi la responsabilità di coordinare quotidianamente il programma di induction. Nelle scuole di dimensioni minori può accadere che sia lo stesso dirigente d’isti tuto a svolgere la funzione di tutor per l’inserimento. in questo caso diviene particolarmente importante che sia un altro membro del corpo docente a svolgere la funzione di mentor e che il docente in prova possa contare su un ulteriore network di risorse, derivanti dall’autorità locale o da gruppi di colleghi in fase di primo inserimento. Negli istituti di maggiori dimensioni, il responsabile di dipartimento può essere designato come tutor. Sulla base di questo modello il preside o un insegnante esperto dovrebbero coordinare i programmi di inserimento, operare la valutazione dei docenti in prova, assicurando la qualità delle attività di accompagnamento svolte nell’intera struttura scolastica. La maggior parte delle scuole e dei college individuano un mentor, chiamato anche buddy, per ciascun insegnante in periodo di prova. il suo compito è quello di lavorare a stretto contatto con il novizio, fornendogli supporto quotidianamente nelle attività didattiche o in relazione ai contenuti dell’insegnamento. Le responsabilità del tutor includono l’assolvimento delle funzioni seguenti: – fornire o coordinare orientamento e aiuto efficace, incluse le funzioni di coaching e di mentoring; – curare la valutazione dei progressi durante il periodo di induction; – realizzare tre incontri formali di valutazione nel corso del periodo di inserimento; – coordinare gli apporti degli altri colleghi; – assicurare che si realizzino sessioni di osservazione dell’operato dei docenti in prova e che gli si forniscano feedback dell’esito delle valutazioni in forma scritta; 182 – assicurare che le persone seguite comprendano i ruoli degli altri colleghi coinvolti nell’inserimento, incluse le responsabilità di svolgere un ruolo attivo nel proprio percorso di sviluppo; – lavorare con i docenti in prova per organizzare ed implementare un programma personalizzato di monitoraggio, accompagnamento e valutazione che tenga conto dei loro reali bisogni e punti di forza, in relazione con gli standard da raggiungere ed il contesto specifico della scuola in cui operano. in termini di analisi dell’operato del nuovo insegnante e di valutazione formale della sua azione formativa, il General Teaching Council for England ha fissato una serie di risultati attesi dai vari attori: – tutor: realizzare almeno sei analisi dei progressi e coordinare tre incontri di valutazione formale; – newly qualified teacher: tenere traccia delle attività svolte e partecipare agli incontri programmati per l’analisi dei progressi e la valutazione formale; – dirigente scolastico: assicurare che le relazioni di valutazione siano completate e siano trasmesse all’organismo che ne ha la competenza, inclusa la dichiarazione su quanto gli standard previsti siano stati effettivamente raggiunti al termine del periodo; – organismo competente: al termine del periodo di induction, decidere se il docente che ha sostenuto il periodo di prova soddisfa i core standard e fornire al GtCE la documentazione relativa; – GTCE: rappresenta l’organismo cui il newly qualified teacher può fare appello in caso di mancato superamento del periodo di inserimento. Gli incontri per l’analisi dei progressi rappresentano un’opportunità per il tutor e il docente in prova per discutere sui risultati ottenuti e per definire eventuali modifiche al piano di inserimento sotto il profilo degli obiettivi e delle azioni da realizzare. Dovrebbero tenersi a metà del percorso annuale. La preparazione degli incontri va curata nel dettaglio dal tutor, che ha raccolto e tenuto traccia dei feedback forniti dal mentor e dagli altri colleghi che hanno esercitato un ruolo di supporto o di osservazione. Gli esiti della valutazione conclusiva offrono l’opportunità di valutare l’intera esperienza professionale e, in caso di valutazione positiva, di preparare il docente in prova ad essere coinvolto nelle successive attività di formazione in servizio. 5.5.2. Il periodo di prova per i neoassunti in ruolo in Italia La formazione in ingresso prevista contrattualmente per i neoassunti in ruolo, ai sensi dell’articolo 68 del Contratto Collettivo Nazionale del Comparto scuola, costituisce un obbligo contrattuale e trova rispondenza nel Contratto Collettivo Nazionale integrativo concernente la formazione del personale docente, educativo, amministrativo tecnico e ausiliario relativa all’anno scolastico 2008/2009 e nella contrattazione collettiva integrativa a livello regionale. 183 il personale assunto a tempo indeterminato, prima di ottenere la conferma in ruolo deve sostenere un periodo di prova. Per il personale docente il periodo di prova è un intero anno scolastico. Contemporaneamente i docenti neoimmessi in ruolo, eccetto quelli provenienti mediante passaggio di ruolo o di cattedra, devono sostenere un anno di formazione. È prevista la nomina di un docente tutor e di un corso di formazione. il corso di formazione ha la durata di quaranta ore, parte delle quali da effettuarsi mediante attività formativa on-line a cura dell’iNDirE. Al termine dell’anno sco lastico di prova il dirigente scolastico, dopo aver sentito il parere del Comitato per la valutazione del servizio, redige una relazione conclusiva sul periodo di prova. La conferma in ruolo è invece di competenza del Centro dei Servizi Amministrativi. il docente durante l’anno di formazione (l’istituto del tutor non è previsto per i docenti che si trovano nell’anno di prova, cioè per i docenti che hanno ottenuto il passaggio di ruolo) nell’ambito dell’istituzione scolastica viene assistito da un docente esperto o tutor, ad ogni tutor non potranno essere affidati più di due neodocenti. il docente redige una relazione sulle esperienze e sulle attività svolte, comprese quelle di carattere seminariale. La relazione viene discussa con il comitato per la valutazione. il Comitato, sulla base della relazione redatta dal candidato e di quella curata dal dirigente scolastico, esprime il proprio parere circa la conferma in ruolo. 5.6. IL SISTEMA DI CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE La necessità di predisporre dispositivi di prove per la valutazione delle competenze ha dato luogo allo sviluppo di soluzioni innovative ed originali sotto il profilo metodologico. il trait d’union che connette esperienze differenziate può essere individuato nel concetto di valutazione autentica. tale valutazione ricorre come fatto naturale, anche se spesso implicito, nel contesto di un ambiente di apprendimento significativo e riflette le esperienze di apprendimento reale, in cui l’enfasi è posta sulla riflessione, sulla comprensione e sulla crescita piuttosto che sulle risposte fondate solo sul ricordo di fatti isolati. Considerata da questa prospettiva la valutazione autentica risulta essere un vero accertamento della prestazione, perché da essa è possibile comprendere se gli apprendenti possono usare ciò che hanno acquisito in situazioni date mediante un transfer delle competenze, o di loro componenti, in situazioni e contesti diversi. Agli accertamenti diretti a valutare il possesso di conoscenze ed abilità, impostati di norma su modelli quantitativi, si affiancano ulteriori strumenti di indagine, volti a saggiare il possesso di competenze ed il loro grado di trasferibilità, anche con l’ausilio di una strumentazione in grado di cogliere gli aspetti più eminentemente qualitativi, mediante l’uso di tools quali ad esempio le rubriche, il portfolio, le dimostrazioni, i progetti, etc. 184 Si tratta nel complesso di esempi che possono essere ricondotti anche al concetto di prova esperta per mezzo della quale l’allievo viene posto in situazione e condotto a misurarsi con un compito che richieda di mobilitare molteplici competenze e di operare produttivamente in sinergia con altri. Un ulteriore elemento che è opportuno considerare in stretta correlazione con i processi di valutazione in ambito scolastico attiene alla certificazione delle competenze. A tale proposito, pur in assenza di un sistema che consenta il riconoscimento e la certificazione delle competenze su scala nazionale, fatta eccezione per alcuni settori specifici e limitati, va messa in luce l’attività di alcune realtà regionali, presso le quali è in corso la definizione di dispositivi sperimentali. Anche in questo caso, a partire da una serie di strumenti già predisposti e normati a livello nazionale, in primis il Decreto Legislativo 16 gennaio 2013, n.13 – Definizione delle norme generali e dei livelli essenziali delle prestazioni per l’individuazione e validazione degli apprendimenti non formali e informali e degli standard minimi di servizio del sistema nazionale di certificazione delle competenze, ai sensi dell’articolo 4, commi 58 e 68 della legge 28 giugno 2012, n. 92, alcune regioni hanno allo studio, non di rado in forma già avanzata, modelli e dispositivi che assolvono in forma sperimentale a tale scopo. 5.6.1. Obiettivi di sviluppo dei sistemi a fronte di criticità comuni Negli anni recenti anche nel mondo della scuola sono andati diffondendosi a livello internazionale sistemi per la Formazione continua collegata allo sviluppo della pratica professionale, sulla base di forme di capitalizzazione e spendibilità dei crediti formativi acquisiti. Lo sviluppo di tali sistemi si ricollega ad una serie di obiettivi di policy tesi ad incrementare il livello di accountability espresso dai sistemi scolastici nei confronti dell’utenza e dei diversi ulteriori portatori di interessi, obiettivi che possono essere richiamati sinteticamente in rapporto a diversi livelli del sistema interessati. Livello delle policy – Definire profili e standard basati su elementi osservabili (evidence–based) con cui descrivere la professionalità dell’insegnante che precisino ciò che ci si attende, conosca e sia in grado di fare, in modo da fornire un riferimento certo per la costruzione dei percorsi di Formazione iniziale, ingresso nella carriera e sviluppo della pratica professionale mediante la Formazione continua. – Predisporre quadri legislativi e misure e che incentivino lo sviluppo della professionalità dell’insegnante per tutto l’arco della carriera, fornendo programmi e attività formative coerenti e di alto livello per l’aggiornamento dei docenti scolastici, abilitandone la capacità di rispondere alle sfide dalle quali il sistema scolastico è attualmente investito. – interconnettere in un unico sistema coerente le fasi della Formazione iniziale degli insegnanti, del primo inserimento e dello sviluppo professionale successivo. 185 – Accreditare i programmi della Formazione continua per gli insegnanti. – incentivare la partecipazione ad attività di Formazione continua degli insegnanti mediante forme di supporto economico o di congedo formativo. – incentivare la partecipazione ad attività di Formazione continua degli insegnanti mediante forme di riconoscimento della partecipazione alla qualificazione professionale come requisito per la progressione salariale o l’acquisizione di nuovi ruoli e responsabilità entro l’istituzione scolastica. – incentivare la partecipazione ad attività di Formazione continua degli insegnanti collegando più strettamente la crescita professionale individuale ai bisogni di sviluppo dell’istituzione scolastica. – Favorire la capitalizzazione e spendibilità dei crediti formativi acquisiti collegandoli allo sviluppo di carriera e alle dinamiche salariali. – incentivare la nascita all’interno delle istituzioni scolastiche di ruoli e funzioni specialistiche nel campo dello sviluppo professionale degli insegnanti, mediante la predisposizione di politiche, programmazioni e attività di istituto, in collegamento con altre scuole e con l’autorità locale del sistema scolastico nazionale. Livello del sistema scolastico locale – Promuovere o coordinare la programmazione dell’offerta formativa territoriale, adottando misure per il controllo della qualità della Formazione erogata dai diversi organismi deputati a farlo. – Favorire la costituzione di reti tra istituzioni scolastiche per la programmazione di attività di Formazione continua a più forte impatto territoriale, in risposta a bisogni di sviluppo dei sistemi scolastici su scala locale. – Supportare, laddove esistano, forme di coordinamento dell’attività di Formazione continua all’interno delle istituzioni scolastiche. Livello dell’istituzione scolastica – Sviluppare ruoli e funzioni di supporto alla dirigenza di istituto che siano in grado di impostare, implementare e valutare i progetti individuali di crescita della pratica professionale, connettendoli con l’offerta di Formazione continua presente all’interno o all’esterno dell’istituzione scolastica, oltre che con i bisogni di sviluppo da essa espressi. – Approntare una politica ed un sistema operativo per lo sviluppo della professionalità dei docenti scolastici che possa salvaguardare e valorizzare la continuità tra la Formazione iniziale pre-servizio, il periodo di primo inserimento e la crescita professionale in servizio. Tabelle sinottiche riepilogative delle policy nazionali Di seguito si riporta la tabella sinottica relativa agli elementi chiave che caratterizzano le azioni di Formazione continua all’interno dei diversi contesti esaminati nella parte seconda del rapporto (cfr. Fig. 12). 186 "  !              -)-;-0,/, - ,./,)0-'' ', .  ,++-'10 2                       &              - - '           % +     ( -+(.1 - - -     <            +     '    *             ?C           &                &               =  . =       =           E    3  .          ,         ,          '                      =     =  &       =                     + FG +  + +0+ .  &  '   * ?C         &         '+ ) *        ,?,                          '$ *                  '$ *      -        &   7                '$  * ;             &       7    7             7           &    %&0, Fig. 12 - Elementi chiave del processo di Formazione continua degli insegnanti per contesto nazionale 187 5.6.2. Certificabilità dei crediti formativi e standard professionali o di qualificazione Di seguito si intendono indicare in forma estremamente sintetica una serie di ipotesi di lavoro in merito alla costruzione di referenziali di competenza che possano supportare un processo di progressiva differenziazione funzionale della figura dell’insegnante. Gli spunti di riflessione si basano sui risultati dell’analisi compiuta nella prima parte del rapporto di ricerca, combinati con le criticità che investono i sistemi educativi sotto questo particolare profilo, cui si è fatto cenno in apertura del capitolo. A. Sviluppo di standard professionali L’analisi del caso inglese e francese hanno posto in evidenza quanto la disponibilità di standard professionali per la figura dell’insegnante possa supportare in modo estremamente efficace sia la costruzione dei percorsi della Formazione iniziale terziaria, sia la successiva qualificazione professionale e la progressione di carriera dei docenti della scuola. Nel caso inglese, la definizione dei referenziali professionali si presenta assai articolata ed analitica, con una descrizione che scende al livello delle componenti della competenza, operando una distinzione tra le risorse di tipo conoscitivo e quelle afferenti alle attitudini ed alle capacità professionali. La varietà degli standard, ciascuno dei quali è associato ad un livello della pratica professionale che include i livelli precedenti e ne costituisce un ulteriore affinamento ed integrazione, copre l’intera gamma delle competenze oggi richieste per ricoprire ruoli e funzioni di sistema nella sfera scolastica. Gli standard offrono un metro comune per le pratiche di valutazione della performance dei docenti e per lo sviluppo dei percorsi di autoanalisi della professionalità operati dagli insegnanti. inoltre costituiscono il fondamento su cui costruire percorsi di Formazione continua per il rafforzamento delle competenze possedute e per l’acquisizione di nuove risorse professionali da spendere nella progressione di carriera. Gli standard possono essere strutturati su più livelli, con un livello di base che raggruppa le competenze proprie della famiglia professionale e ulteriori livelli di specializzazione funzionale. B. Sviluppo di referenziali di qualificazione in alternativa allo sviluppo di standard professionali, può risultare altrettanto utile la definizione di referenziali di qualificazione, che contengano al loro interno sia l’articolazione sintetica dei profili professionali attesi che la descrizione dell’impianto formativo a supporto dello sviluppo delle competenze e del dispositivo valutativo degli esiti di apprendimento. Anche in questo caso, come nell’ipotesi esposta in precedenza, gli standard di qualificazione possono offrire un metro comune per le pratiche di valutazione della performance dei docenti, cosi come per lo sviluppo dei percorsi di autoanalisi della professionalità operati dagli insegnanti. inoltre costituiscono il fondamento su cui costruire percorsi di Formazione continua per il rafforzamento delle competenze possedute e per l’acquisizione di nuove risorse professionali da spendere nella progressione di carriera. Gli standard possono essere strutturati su più livelli, con un livello di base che raggruppa le competenze proprie della famiglia professionale ed ulteriori livelli di specializzazione funzionale. Di particolare inte188 resse potrebbe essere lo sviluppo di pratiche per il riconoscimento e la validazione di competenze acquisite in contesti di apprendimento non formale ed informale. C. Certificabilità dei crediti formativi La certificabilità dei crediti formativi acquisiti in esito alle attività di Formazione continua degli insegnanti costituisce un elemento essenziale per poter promuovere forme di sviluppo di carriera ancorate ad una reale ed effettiva progressione nella pratica professionale. Dato che il caso inglese sotto tale profilo diverge ampiamente da quello italiano, vista la presenza di standard professionali sui quali si basa la procedura di certificazione, risulta più utile rifarsi all’esperienza svizzera, in particolare a quella sviluppata in Canton ticino, dove per l’attribuzione dei crediti formativi in esito alle attività formative viene impiegato il sistema europeo ECtS. Uno dei principi regolatori dell’offerta di Formazione continua rivolta attualmente agli insegnanti da parte del Dipartimento Formazione e Apprendimento del SUSPi si basa sulla quantificazione Formazione quantificata in punti ECtS (European Credit Transfer System) e nella valorizzazione del lavoro svolto dal docente in classe. i punti ECtS costituiscono un’unità di misura di tempo del volume di lavoro, in questo caso del docente in Formazione, applicata nel processo di Bologna per favorire la mobilità e il riconoscimento di titoli di studio degli studenti universitari nella mobilità internazionale tra atenei. L’adozione degli ECtS nella Formazione continua implica il fatto che l’attività formativa seguita da un docente non sia più misurata in ore di lezione seguite, ma in ore di lavoro globali prestate dal docente per la sua Formazione, comprensive quindi di ore di progettazione e realizzazione di attività in classe, studio e lettura individuali, redazione di lavori e dossier, etc. Un credito ECtS corrisponde a circa 30 ore di lavoro del soggetto in Formazione. Nel concetto di carico di lavoro (workload) rientrano non solo la presenza ai corsi e ai seminari, ma anche lo studio individuale, gli stages e le attività pratiche, la realizzazione di un lavoro personale (mémoire, lavoro di diploma), la preparazione e lo svolgimento degli esami. L’adozione dei punti ECtS diviene quindi un’occasione per valorizzare il lavoro che il docente svolge nelle classi, anche nell’ottica della sua Formazione personale. Di regola, delle ore calcolate in punti ECtS di un corso di Formazione continua, il 20-30% consiste in ore di lezione. Una seconda prospettiva, non presente nei casi internazionali esaminati, consiste nell’articolazione dei percorsi formativi in moduli ed unità coerenti con l’impianto del sistema europeo ECVEt. tale approccio presuppone una più dettagliata definizione delle unità formative di quanto non richieda il sistema ECtS, con l’enucleazione per ciascuna unità dei learning outcomes previsti e dei punti corrispondenti.45 45 Per un inquadramento sull’intera materia si consulti: Dordit L., Mazzarella r. (2008), Il sistema europeo di crediti per l’istruzione e la formazione professionale ECVET, in Di Francesco G., Perulli E. (2008), Verso l’European Qualification Framework, Il sistema europeo dell’apprendimento: trasparenza, mobilità, riconoscimento delle qualifiche e delle competenze, isfol, roma. 189 Esemplificazioni 5.6.3. Il Framework for Teaching di Danielson la valutazione per mezzo di rubric il Framework for Teaching, messo a punto da Charlotte Danielson sul finire degli anni Novanta è stato successivamente adattato da toch e rothman ed integrato dall’autrice nel 2007.46 Nel framework le diverse attività correlate all’insegnamento vengono suddivise in una molteplicità di componenti, articolabili ulteriormente al loro interno, secondo una logica costruttivista applicata ai processi di insegnamento e di apprendimento. Le diverse componenti sono raggruppate all’interno di quattro aree principali (domains). Ciascuna componente definisce un aspetto distinto del dominio di appartenenza e si scompone a sua volta in una gamma di sottocomponenti (elements). inoltre per ciascuna componente il framework individua tre livelli progressivi di performance (rubrics), utili sia in funzione di attività di valutazione diagnostica, sia come strumento a supporto di processi di riqualificazione o di rafforzamento della pratica professionale. il dispositivo si è rivelato particolarmente utile nel supportare attività di accompagnamento all’inserimento di insegnanti di recente nomina, fungendo da schema di riferimento su cui parametrare gli obiettivi di pratiche formative complesse, quali il mentoring ed il coaching. tuttavia, la funzione principale del framework è consistita nel fornire un set di referenziali su cui poter impostare molteplici processi di valutazione della professionalità degli insegnanti in ambito scolastico, sia in senso diagnostico, consentendo di appurare gli effettivi livelli di performance richiesti per accedere a meccanismi premianti o incentivanti, che nella raccolta di elementi valu - tativi probanti in vista della messa a punto di misure di riqualificazione professionale. Considerando il dispositivo in termini complessivi, una prima osservazione da formulare riguarda il fatto che il framework presenta un carattere generalista e per tale ragione si presta ad un utilizzo rivolto ad insegnanti del sistema scolastico di ogni ordine e grado, a prescindere dall’ordinamento e dall’area disciplinare. in secondo luogo va sottolineato che non si tratta di una checklist con cui poter analizzare il comportamento dei docenti, quanto piuttosto di una descrizione delle attività centrali correlate alla pratica di insegnamento, formulata in termini di competenze e di risultati attesi. infine, il dispositivo si rifà al concetto di comunità degli apprendenti (community of learners), alludendo al fatto che l’insegnante non costituisce l’unica risorsa di conoscenza all’interno della classe. Conseguentemente l’apprendimento risulta tanto più efficace quanto più il docente e gli allievi interagiscano per generare e condividere le diverse cognizioni. Di seguito viene riportato lo schema che identifica i quattro domini cui afferiscono le principali attività legate all’insegnamento, seguiti da una sintetica descrizione e dall’elenco delle relative componenti. 46 Danielson C. (2007), Enhancing Professional Practice: A Framework for Teaching, 2nd Ed., Association for Supervision and Curriculum Development, Alexandria. toch, t., rothman, r. (2008), Rush to Judgment: Teacher Evaluation in Public Education. Education Sector, Washington DC. I. Programmazione e preparazione Gli insegnanti progettano percorsi didattici coerenti, padroneggiano metodologie e tecniche di valutazione appropriate ed adattano gli interventi formativi alle diversità degli allievi. Le componenti del dominio definiscono in quale modo un insegnante organizza i contenuti didattici. Componenti • Dimostrare il possesso di conoscenze disciplinari e pedagogiche • Dimostrare il possesso di conoscenze sugli allievi • Definire esiti di apprendimento nell’attività di insegnamento • Dimostrare il possesso di conoscenze circa le risorse didattiche • Progettare percorsi didattici coerenti • Progettare interventi di valutazione degli allievi II. Ambiente della classe Gli insegnanti considerano ciascuno studente individualmente, i suoi interessi, i limiti ed il potenziale intellettuale. Le componenti del dominio riguardano una serie di interazioni che si producono al - l’interno della classe, la cui finalità non è strettamente didattica. Componenti • Costruire un ambiente basato sul rispetto e la relazione • Promuovere una cultura dell’apprendimento • Gestire le attività nella classe • Gestire il comportamento degli allievi • Organizzare lo spazio fisico III. Insegnare Gli insegnanti valorizzano l’importanza dell’apprendimento e la componente rilevante data dai contenuti disciplinari. Le componenti del dominio riguardano l’impegno nelle attività di apprendimento in cui sono impegnati gli allievi. Componenti • Comunicare con gli allievi • Utilizzare tecniche di interrogazione e di discussione • Ottenere impegno dagli allievi nell’apprendimento • Utilizzare la valutazione nell’attività di insegnamento • Dimostrare flessibilità ed adattabilità IV. Responsabilità professionali Gli insegnanti si curano degli interessi degli allievi entro la comunità più ampia e sono attivi nelle organizzazioni professionali, nella scuola e nella comunità. Le componenti del dominio comprendono i diversi ruoli che un insegnante assume al di fuori ed in aggiunta a quello assunto in classe con gli studenti. Componenti • Riflettere sulla propria pratica di insegnamento • Elaborare una documentazione particolareggiata • Comunicare con le famiglie degli allievi • Partecipare alla comunità professionale • Crescere e progredire professionalmente • Dimostrare professionalità La scomposizione della pratica professionale in domini, componenti ed elementi può essere rappresentata come di seguito. 190 191 Dominio 1 - Programmazione e preparazione componente 1a: dimostrare il possesso di conoscenze disciplinari e pedagogiche - Conoscenza del contenuto e della struttura concettuale della disciplina - Conoscenza delle relazioni reciproche tra contenuti disciplinari - Conoscenza degli aspetti pedagogici relativi ai diversi contenuti disciplinari componente 1b: dimostrare conoscenza degli allievi - Conoscenza dei processi di sviluppo dell’infanzia e adolescenza - Conoscenza dei processi di apprendimento - Conoscenza delle capacità, conoscenze e della competenza linguistica degli allievi - Conoscenza degli interessi e del patrimonio culturale degli allievi - Conoscenza dei bisogni speciali degli allievi componente 1c: definire esiti di apprendimento nell’attività di insegnamento - Importanza, progressività e consequenzialità - Chiarezza - Bilanciamento - Adeguatezza in relazione a diversi stili di apprendimento componente 1d: dimostrare conoscenza circa le risorse didattiche - Risorse da utilizzare nell’attività d’aula - Risorse per approfondire la conoscenza dei contenuti disciplinari e dei relativi aspetti didattici - Risorse per gli allievi componente 1e: progettare percorsi didattici coerenti - Attività di apprendimento - Materiali e ausili didattici - Gruppi di apprendimento - Struttura delle lezioni e delle unità didattiche componente 1f: progettare interventi di valutazione degli allievi - Congruenza della valutazione rispetto agli esiti dell’apprendimento scolastico - Criteri e standard valutativi - Progettazione della valutazione formativa - Utilizzo della valutazione in funzione della programmazione didattica Dominio 2 - Ambiente della classe componente 2a: costruire un ambiente basato sul rispetto e la relazione - Interazione tra insegnante ed allievi - Interazione reciproca tra allievi componente 2b: promuovere una cultura dell’apprendimento - Rilevanza dei contenuti didattici - Attese in rapporto all’apprendimento ed al successo formativo - Rendere orgogliosi gli allievi dei risultati conseguiti componente 2c: Gestire le attività in classe - Gestione di gruppi di apprendimento - Gestione delle transizioni - Gestione di materiali ed ausili - Adempimento di doveri non legati all’ambito scolastico - Supervisione di volontari e non professionisti componente 2d: Gestire il comportamento degli allievi - Aspettative 192 - Monitoraggio dei comportamenti degli allievi - Reazione al cattivo comportamento degli studenti componente 2e: organizzare lo spazio fisico - Sicurezza e accessibilità - Disposizione delle attrezzature ed utilizzo delle risorse fisiche Dominio 3 - Insegnare componente 3a: comunicare con gli allievi - Aspettative sugli allievi - Prescrizioni e procedure da seguire - Presentazione dei contenuti didattici - Uso del linguaggio in forma orale e scritta componente 3b: utilizzare tecniche di interrogazione e di discussione - Qualità delle domande - Tecniche di discussione - Partecipazione degli allievi componente 3c: ottenere impegno dagli allievi nell’apprendimento - Attività e compiti da eseguire - Divisione degli allievi in gruppi di apprendimento - Materiali e risorse didattiche - Strutturazione delle attività e ritmi di apprendimento componente 3d: utilizzare la valutazione nell’attività di insegnamento - Criteri di valutazione - Monitoraggio dell’apprendimento degli allievi - Feedback agli allievi - Autovalutazione degli allievi e monitoraggio dei progressi componente 3e: dimostrare flessibilità ed adattabilità - Adattamento delle lezioni - Adattamento alle caratteristiche degli allievi - Perseveranza Dominio 4 - Responsabilità professionale componente 4a: riflettere sulla propria pratica di insegnamento - Accuratezza - Utilizzo degli esiti della riflessione nell’attività didattica futura componente 4b: tenere una documentazione particolareggiata - Completamento da parte degli allievi delle attività assegnate - Progressi degli allievi nell’apprendimento - Documentazione su aspetti non strettamente legati all’ambito scolastico componente 4c: comunicare con le famiglie degli allievi - Informazioni sul programma didattico - Informazioni sui singoli allievi - Coinvolgimento delle famiglie nel programma didattico componente 4d: partecipare alla comunità professionale - Relazioni con i colleghi - Adesione ad una cultura della ricerca nella propria professione 193 - Coinvolgimento professionale nei confronti del mondo della scuola - Partecipazione a progetti di Istituto o di ambito più esteso componente 4e: crescere e progredire professionalmente - Potenziamento delle conoscenze disciplinari e delle capacità didattiche - Ricettività ai feedback dei colleghi - Elevato livello di coinvolgimento nei confronti della professione componente 4f: tenere una condotta professionale - Integrità e condotta morale - Coinvolgimento professionale verso gli allievi - Advocacy - Presa di decisioni - Conformità a quanto previsto dalla legislazione e regolamentazione nel settore scolastico. Per ciascun componente possono essere individuati diversi livelli di padronanza, secondo una logica a progressione graduata che la Danielson definisce in modo analitico, componendo per ciascun dominio una specifica rubric, collegabile ad un portfolio per la tracciabilità delle competenze acquisite. Una rubrica rappresenta una guida all’attribuzione di punteggio comparativo che cerca di valutare le prestazioni dello studente basandosi su un insieme di criteri che vanno da un livello minimo a uno massimo. La descrizione dettagliata dei livelli attesi, o – in ulteriori modellizzazioni – dei differenti livelli di prestazione, permettono di definire un insieme uniforme di criteri o indicatori specifici che saranno usati per giudicare il lavoro degli apprendenti. il Portfolio è un dossier o una raccolta di lavori nel senso più ampio, di solito prodotti nel tempo da un soggetto, progettati per rappresentarne i risultati raggiunti. Può contenere delle liste di giudizi, campioni di testi scritti, risultati di esami, certificati e altre testimonianze dell’apprendimento. tutti questi elementi sono raccolti in un portfolio come prova delle prestazioni del singolo individuo. Nella figura successiva (Fig. 13) viene fornito un esempio di rubric sviluppata dalla Danielson per le componenti del dominio Programmazione e preparazione. 194 !")           %(  -:@@A. Fig. 13 - Rubric dei componenti del dominio Programmazione e preparazione Fonte: Danielson (2007) 195 6. Accountability e sistemi educativi: connessioni tra valutazione dei formatori ed ulteriori elementi concorrenti allo sviluppo della professionalità dell’insegnante Al termine dell’analisi condotta sui principali elementi di sistema della valutazione degli insegnanti e dei formatori, pare opportuno introdurre alcune considerazioni riguardanti le forme di connessione tra valutazione dei formatori e ulteriori sfere della valutazione dei sistemi educativi. in tale prospettiva si propone un diagramma di riferimento articolato su quattro variabili. Le variabili sono collegate da due assi che danno luogo a quattro quadranti. il primo asse rappresenta l’evoluzione della pratica professionale, che si articola in due opzioni, a seconda che la crescita professionale sia intesa come un vincolo di sistema o un vincolo a carattere individuale, a titolarità volontaria. il secondo asse rappresenta lo status e lo sviluppo della carriera, a seconda che sia correlato alla performance espressa dall’insegnante nel tempo o risulti associato all’anzianità di servizio, sia soggetto ad una progressività condizionata o lineare. i quadranti delimitano lo spazio all’interno di un continuum che intercorre tra gli estremi delle quattro variabili considerate. Ciascun sistema nazionale (o suoi aspetti distinti) può essere pertanto posizionato nel diagramma e raffrontato con gli altri casi. in questa sede interessa soprattutto presentare in forma schematica gli aspetti legati ai livelli di accountability espressa dai diversi sistemi nazionali (o loro aspetti specifici), a partire dagli elementi qualificanti la figura e lo sviluppo di carriera dell’insegnante, così come sono stati raccolti nel corso dell’analisi fin qui condotta (Fig. 14). A. Accountability su base sistematica il quadrante Sud-Est delimita i casi di accountability espressi su base sistematica, originati dalla relazione tra un’evoluzione della pratica professionale dell’insegnante intesa e agita come vincolo di sistema e lo status e lo sviluppo di carriera del docente inteso come condizionato da una valutazione periodica ed obbligatoria dei livelli di performance espressi nel tempo. Vi rientrano molti degli aspetti riscontrabili nel sistema inglese ed in quello francese. Sotto tale profilo si palesa la centralità dei referenziali di competenza, che forniscono un elemento di riferimento socialmente condiviso e rappresentano per il docente l’orizzonte entro cui impostare un progetto di sviluppo professionale, ma anche un metro per saggiare il possesso di conoscenze, capacità ed attitudini professionali nel corso delle diverse annualità di servizio o nel passaggio tra status o ordini gerarchici progressivi. Come si è osservato nella sezione destinata alla descrizione dei casi nazionali, in inghilterra la figura dell’insegnante non gode di un impiego garantito per ciascun livello della vita professionale, ma deve di volta in volta sostenere una serie di 196 prove per avanzare tra i diversi e molteplici tipi di inquadramento professionale. Al tempo stesso il processo sulla base del quale ciascun insegnante inglese è sottoposto ad una valutazione delle sue performance professionali si svolge con cadenza annuale ed è decisivo per l’avanzamento nella scala salariale. in Francia, la valutazione complessiva cui sono soggetti a cadenza quadriennale agli insegnanti della scuola di secondo grado, espressa in voti, misura il valore professionale dei docenti e determina il grado di celerità con cui si compie la progressione di carriera. in questa sede pare rilevante sottolineare come nei due contesti nazionali l’intreccio tra la formulazione degli standard, siano essi di tipo professionale (caso inglese) o formativo (caso francese), le attività di valutazione della performance, di Formazione continua e di avanzamento di carriera, anche in termini di passaggio tra livelli retributivi, appaia assai stretto e vincolante. Fig. 14 - Diagramma per la valutazione del grado di accountability Gli standard/referenziali consentono all’insegnante di porre in opera una riflessione ricorrente sui livelli di pratica professionale raggiunti e sulle competenze (o loro componenti) da acquisire in vista del raggiungimento di ulteriori traguardi professionali. La Formazione continua può essere coordinata con tale forma di navigazione professionale (per usare un termine che rinvia a Le Boterf), e fungere da risorsa di volta in volta attivata strategicamente per giungere a nuovi posizionamenti entro il campo d’azione consentito dalla professionalità progressivamente più ampia di cui via via si entra in possesso. in questa logica i crediti formativi acquisiti nel corso della vita lavorativa sono certificati e quindi spendibili a distanza di #"(      PROGRESSIVITA’ CONDIZIONATA Status e sviluppo di carriera correlato alla performance PROGRESSIVITA’ LINEARE Status e sviluppo di carriera correlato ad anzianità di servizio EVOLUZIONE DEL SISTEMA Evoluzione della pratica professionale vincolo di sistema SVILUPPO INDIVIDUALE Evoluzione della pratica professionale a titolarità volontaria Accountability su base sistematica Formazione ricorrente Analisi pratica prof.le Valutazione performance Centralità referenziali Crediti formativi certificati Accountability ibrida Formazione non strutturata Valutazione sperimentale Rilevanza referenziali Accountability assente Formazione episodica Valutazione sporadica No uso referenziali Accountability locale Formazione su richiesta Valutazione ciclica Selettività in ingresso Referenziali formativi  Gli standard/referenziali consentono all’insegnante di porre in opera una riflessione ricorrente sui livelli di pratica professionale raggiunti e sulle competenze (o loro componenti) da acquisire in vista del raggiungimento di ulteriori traguardi professionali. La Formazione continua può essere coordinata con tale forma di navigazione professionale (per usare un termine che rinvia a Le Boterf), e fungere da risorsa di volta in volta attivata strategicamente per giungere a nuovi posizionamenti entro il campo d’azione consentito dalla professionalità progressivamente più ampia di cui via via si entra in possesso. In questa logica i crediti formativi acquisiti nel corso della vita lavorativa sono certificati e quindi spendibili a distanza di tempo ed in contesti di attività tra loro diversi. La presenza di standard professionali consente inoltre, come caso più evoluto, di vedere validate competenze acquisite in contesti di apprendimento anche non formale e informale. In questo caso si realizza pienamente quanto è insito nel concetto di qualificazione (qualification), che designa, secondo l’impostazione contenuta nell’European Qualification Framework introdotto nel 2008, il risultato formale di un processo di valutazione e convalida, acquisito quando l’autorità competente stabilisce che i risultati dell’apprendimento di una persona corrispondono a standard definiti.47 In tal modo la qualificazione risulta svincolata dai percorsi che conducono al suo ottenimento. Gli elementi che si sono andati ripercorrendo concorrono a definire un quadro in cui si precisa una forma di accountability di tipo sistematico, in cui l’accesso alla professione di insegnante sin dalla sua prima fase (soprattutto in Inghilterra), così come il monitoraggio costante sulla base di standard definiti e l’avanzamento di carriera dei docenti, rispondono a criteri di progressività condizionata, che si attua mediante il superamento di prove, esami, attività di osservazione, di supporto e di consulenza regolate in forma trasparente, volte a premiare il merito e l’applicazione. 197 tempo ed in contesti di attività tra loro diversi. La presenza di standard professionali consente inoltre, come caso più evoluto, di vedere validate competenze acquisite in contesti di apprendimento anche non formale e informale. in questo caso si realizza pienamente quanto è insito nel concetto di qualificazione (qualification) che designa, secondo l’impostazione contenuta nell’European qualification Framework introdotto nel 2008, il risultato formale di un processo di valutazione e convalida, acquisito quando l’autorità competente stabilisce che i risultati dell’apprendimento di una persona corrispondono a standard definiti.47 in tal modo la qualificazione risulta svincolata dai percorsi che conducono al suo ottenimento. Gli elementi che si sono andati ripercorrendo concorrono a definire un quadro in cui si precisa una forma di accountability di tipo sistematico, in cui l’accesso alla professione di insegnante sin dalla sua prima fase (soprattutto in inghilterra), così come il monitoraggio costante sulla base di standard definiti e l’avanzamento di carriera dei docenti, rispondono a criteri di progressività condizionata, che si attua mediante il superamento di prove, esami, attività di osservazione, di supporto e di consulenza regolate in forma trasparente, volte a premiare il merito e l’applicazione. Va da sé che molti dei tratti ora richiamati appartengono anche ad altri sistemi nazionali, ma qui interessa porre in evidenza il legame di causa ed effetto che intercorre tra la crescita professionale certificata nelle sedi di volta in volta definite e la progressione di carriera. B. Accountability ibrida il quadrante Sud-Est circoscrive forme di accountability espresse su base non sistematica, che potremmo definire di tipo ibrido, ossia non derivanti da dispositivi operanti a livello di sistema ma da un’evoluzione della pratica professionale dell’insegnante realizzata a titolo volontario, non richiesta in modo cogente alla totalità del corpo docente ai fini di progressione della carriera. Ciò significa che, in forma non predicibile, accanto a forme di accountability maggiormente sistematica si possono dare casi in cui vigono forme di trasparenza assai più limitate, dato che il sistema di garanzia si basa su scelte eminentemente volontarie. in questo ambito rientra, tra i casi esaminati, prevalentemente il contesto relativo al Canton ticino. Si ricorderà che nel contesto cantonale è presente un sistema di referenziali formativi estremamente articolato (in cui si precisano ed enucleano analiticamente anche alcune sottocomponenti della competenza) che permette quindi, a titolo non obbligatorio, di attuare le medesime pratiche di sviluppo della professionalità cui si è fatto cenno nei due casi descritti in precedenza. Anche in questo caso come nel quadrante precedente, la valutazione è compiuta sul grado di performance dimostrato dagli insegnanti, ma qui in forma sperimentale, più in funzione supportiva e formativa che nei termini di un vincolo inderogabile per l’avanzamento verso i 47 Parlamento Europeo e Consiglio (2008), Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla costruzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (2008/C111/01; GUUE 6.5.2008). 198 gradi superiori della scala gerarchica e retributiva. Un secondo aspetto non trascurabile attiene alla Formazione continua su percorsi lunghi e medio lunghi che consente ai docenti con maggiore anzianità di servizio e non sempre in possesso dei titoli attualmente richiesti per accedere alla carriera dell’insegnamento, di riqualificarsi e quindi di rilanciare il proprio profilo di carriera, potendo godere di congedi di studio e di Formazione introdotti ad hoc nell’ordinamento ticinese. Dato lo scenario appena descritto, il grado di accountability del sistema scolastico determinato dalla componente degli insegnanti considerata nel suo complesso, comprendendovi quindi sia i soggetti che volontariamente hanno optato per aderirvi in vista del conseguimento di un più alto livello di professionalità da spendere in ambito lavorativo, sia coloro che si manifestino meno interessati, si presenta su base non sistematica. C. Accountability locale Spostandoci sulla parte sinistra del diagramma, incontriamo i due quadranti che connotano un tipo di progressività maggiormente lineare, dove lo status e lo sviluppo della carriera sono maggiormente correlati alla durata della permanenza in ruolo, ossia all’anzianità di servizio. qualora la progressività lineare si incroci con la variabile che vede nell’evoluzione della pratica professionale un vincolo posto a livello di sistema, si dà luogo ad una forma di accountability che potremmo definire locale, nel senso che si localizza solamente in alcune fasi di funzionamento o in alcuni settori del sistema, lasciando scoperte le componenti ulteriori (quadrante Nord-ovest). Molte delle caratteristiche del sistema spagnolo che ruota attorno alla figura dell’insegnante vi rientrano con accentuazioni diverse. in primo luogo si è rilevata la presenza di un elenco di referenziali formativi articolati per competenze di livello generale, la cui funzione è quella di fornire un riferimento comune agli atenei universitari che hanno facoltà di integrare le competenze generali con competenze specialistiche. in secondo luogo nel contesto spagnolo ritroviamo il carattere di volontarietà cui è soggetta l’attività di Formazione in servizio, benché fortemente promossa a livello di Comunità Autonome, che ne coordinano la programmazione e l’implementazione con il concorso della gran parte degli attori sociali portatori di interessi e che secondo quanto accertato dall’indagine oCSE esercita un’influenza piuttosto indiretta sugli sviluppi di carriera. inoltre si può richiamare il dato riguardante la valutazione del personale in servizio, che si attua in forma ciclica e obbligatoria sull’intero corpo docente a cadenza all’incirca quadriennale e che è tesa ad accertare l’idoneità del candidato a passare ad una fascia stipendiale superiore, nella quale permarrà nei quattro anni successivi, godendo di uno scatto annuale di incremento salariale non legato all’esito di procedure valutative. il caso spagnolo è quindi connotato da una forma di accountability locale, con l’attività di selezione posta prevalentemente all’ingresso della carriera e una meno cogente richiesta di progressione professionale nella fase successiva, la cui valutazione non prevede il ricorso a standard univocamente definiti. D. Assenza di accountability Nel quadrante Sud-ovest del diagramma non rientra alcuno dei casi nazionali esaminati nella parte del rapporto destinata all’analisi comparata. La categoria circoscrive uno scenario estremo, in cui lo status e lo sviluppo di carriera correlato prevalentemente all’anzianità di servizio si incrocia con un’evoluzione della pratica professionale, ossia del livello di professionalità, a titolo eminentemente volontario, pur nella possibile varietà e ricchezza di un’offerta formativa capillarmente distribuita sul territorio. La Formazione in servizio può assumere un carattere episodico, ma in linea di principio potrebbe acquistare la forma di un programma organico di interventi, il cui esito a livello individuale tuttavia non venga sottoposto a forme di valutazione. il tratto maggiormente caratterizzante questa situazione-tipo è in ogni caso costituito dall’assenza di forme di valutazione che tendano a misurare il grado di performance espresso dagli insegnanti e dalla concomitante assenza di un rapporto di causa ed effetto tra l’avanzamento di carriera e l’accertamento del grado di competenza posseduto nel corso del tempo. 199 201 7. Risultati di una prima ricognizione presso testimoni privilegiati ed operatori CNOS-FAP il tema della valutazione della performance dei formatori costituisce oggi uno degli elementi su cui si è concentrata maggiormente l’attenzione sia sul piano delle indagini internazionali che delle concrete misure e sistemi messi a punto in forma eterogenea all’interno dei diversi contesti nazionali. Lo sviluppo di tali sistemi si ricollega ad una serie di obiettivi di policy per incrementare il livello di accountability espresso dai sistemi formativi che possono essere richiamati sinteticamente in rapporto a diversi livelli del sistema. Livello delle policy – Accrescere l’importanza della valutazione dei formatori per migliorarne la pratica didattica, riconoscerne il lavoro e supportare sia i formatori che le agenzie formative allo scopo di individuare opportunità di sviluppo professionale. – includere nella valutazione dei formatori forme di auto-valutazione, valutazione informale tra pari, l’osservazione in aula e l’uso di feedback regolari da parte del dirigente e dei colleghi con esperienza. – Assicurare che la valutazione dei formatori avvenga in un quadro di regole concordate riguardanti le responsabilità dei docenti e l’individuazione di standard di prestazione professionale. – Garantire che i dirigenti dei CFP e i formatori più esperti siano formati riguardo ai processi di valutazione e che le scuole dispongano delle risorse adeguate per soddisfare le esigenze individuate nello sviluppo professionale dei formatori. – Utilizzare la valutazione dei formatori per riconoscere e premiare le prestazioni esemplari con diverse forme di incentivo: più rapida progressione di carriera, indennità in giornate di lavoro, periodi sabbatici, supporto per la Formazione post-laurea, così come opportunità di Formazione in servizio. – Garantire che le misure utilizzate per valutare le prestazioni dei formatori siano definite rispecchiando gli obiettivi della scuola e tenendo conto del contesto formativo. – Distinguere tra forme diverse di valutazione, in particolare la valutazione formativa (in itinere, informale) per il miglioramento della pratica professionale, dalla valutazione sommativa per la progressione della carriera, che dovrebbe poggiare su una forte componente esterna all’istituzione formativa. Livello del sistema formativo locale – Stimolare e supportare i sistemi di valutazione della performance dei formatori, adottando misure per promuovere la loro diffusione. 202 – Favorire la costituzione di reti tra istituzioni formative per lo scambio di esperienze e di buone prassi, in risposta a bisogni di sviluppo dei sistemi formativi su scala locale. – Supportare, laddove esistano, forme di coordinamento dell’attività di valutazione della performance all’interno delle istituzioni formative. Livello dell’istituzione formativa – Sviluppare ruoli e funzioni di supporto alla dirigenza dei CFP che siano in grado di impostare, implementare e valutare sistemi di valutazione della performance dei formatori, connettendoli con l’offerta di Formazione continua presente all’interno o all’esterno dell’istituzione formativa, a forme di premialità ed alla politica di assicurazione della qualità promossa dal CFP. – Approntare una politica ed un sistema operativo per lo sviluppo delle misure di valutazione della performance che possa connettersi con le forme di crescita della pratica professionale, anche potenziando le azioni di autovalutazione individuale. Si è osservato come negli anni recenti, anche a seguito di una serie di progetti sperimentali promossi dal MiUr, si è riacceso in italia il dibattito sulla valutazione delle scuole e, di conseguenza, sulla valutabilità degli insegnanti. in tale dibattito ulteriori elementi di interesse sono stati introdotti dalla pubblicazione di numerosi studi e ricerche in cui si pone in evidenza l’esigenza di procedere ad una valutazione degli insegnanti sulla base di una multidimensionalità di approcci e di prospettive. in particolare è emersa da un lato la questione della legittimità, delle finalità e degli usi della valutazione degli insegnanti, come strumento di controllo e misurazione della performance, oppure come strumento di riconoscimento delle risorse e di valorizzazione delle competenze professionali presenti nella scuola, in funzione della promozione della qualità degli apprendimenti degli studenti e del successo formativo. Dall’altro lato, si è riproposto il tema del tipo di coinvolgimento degli insegnanti stessi nella loro valutazione. tuttavia, nonostante le avvertenze provenienti da molti studiosi, il dibattito pubblico e le stesse azioni sperimentali promosse dal MiUr sembrano muoversi in una cornice teorica piuttosto semplificatoria, che trascura di fatto la complessità delle pratiche didattiche e dei contesti scolastici. in particolare, è stato giudicato positivamente il fatto che nel nostro Paese lo sviluppo di sistemi integrati per la valutazione di sistema della sfera dell’education ha assunto negli anni recenti nuovo impulso che si è accompagnato ad approcci sempre più multidimensionali. Dal punto di vista della valutazione questa pluralità è infatti un dato imprescindibile: la realtà delle scuole è oggettivamente complessa e la loro qualità va pensata e misurata come un costrutto multidimensionale, che non può essere arbitrariamente semplificato in una misura unica. inoltre i contenuti e la rilevanza relativa delle diverse dimensioni degli esiti variano a seconda dei cicli e degli indirizzi scolastici. Pur nella loro molteplicità tuttavia, gli esiti finali, 203 lasciati all’autonomia responsabile delle scuole nella loro concreta articolazione, sono comunemente riferibili al successo formativo di ogni alunno, successo da perseguire nel quadro d’uno sviluppo armonico e integrale della persona. il contesto nel quale si colloca il dibattito sulla valutazione dei formatori non può non tener conto che nel corso del 2010 l’iNVALSi ha pubblicato il quadro di riferimento della valutazione del sistema scolastico e delle scuole. il framework integra in un quadro unitario la qualità del sistema e la qualità delle scuole. Molti degli indicatori utilizzati forniscono informazioni utili sia a livello di sistema – per orientare le scelte dei decisori politici – sia a livello di scuola in riferimento alla funzione regolativa della valutazione, diretta ad attivare processi di miglioramento e di sviluppo. il riferimento concettuale sotteso al framework è il modello CiPP. il modello interpretativo proposto fa riferimento a una diffusa letteratura sull’analisi organizzativa del servizio fornito dal singolo istituto scolastico ed è sintetizzabile in quattro classi di fattori: la prima si riferisce agli esiti formativi ed educativi; la seconda si riferisce alle pratiche educative e didattiche poste in essere nelle singole scuole; la terza si riferisce all’ambiente organizzativo all’interno del quale quelle pratiche e quei processi si sviluppano; la quarta richiama il contesto socio-ambientale e le risorse in cui si inscrive il funzionamento dell’istituto, visto nella duplice prospettiva di vincoli e opportunità per l’azione organizzativa e formativa della scuola. È importante cogliere come a tale quadro di riferimento si sia cercato di riportare anche il profilo della valutazione degli insegnanti. qui, secondo una prospettiva di accountability, possiamo distinguere due criteri: da un lato l’efficacia educativa, che si esplica nell’assicurare che la pratica di insegnamento soddisfi gli standard curricolari che consentono agli studenti di operare attivamente nella società della conoscenza; dall’altro, l’equità educativa, che consiste nel garantire che le opportunità di successo formativo siano accessibili a tutti gli studenti senza riguardo al loro background in ingresso. Non si può non considerare il fatto che la valutazione degli insegnanti risponde altresì ad una serie di finalità ulteriori, quali l’accertamento del grado di attitudine, delle conoscenze e capacità per promuoverne il riconoscimento del livello di competenza e di performance, anche ai fini di un avanzamento di carriera o di status. tuttavia, questa prospettiva ha sempre incontrato parecchie resistenze da parte degli insegnanti e delle organizzazioni sindacali e non si è mai tradotta in dispositivi concreti che mettessero in discussione i sistemi basati sull’anzianità di servizio. A livello generale, sul tema della valutazione dei docenti e formatori si possono riassumere alcune questioni chiave che ritornano sia nel dibattito a livello nazionale, sia nel confronto con le esperienze internazionali: a) Cosa viene valutato? Per l’aspetto della Formazione Professionale del docente si procede sovente alla costruzione di un sistema di crediti e di un sistema di certificazione in grado di trasformare qualsiasi apprendimento in credito capitalizzabile. Analogamente, per le dimensioni di gruppo vengono utilizzati dati 204 disponibili e procedure codificate. Per quanto riguarda la capacità didattica progettuale del docente, sono possibili diverse soluzioni che vanno dall’auto alla etero valutazione, alla loro integrazione, che hanno impatti e comportano impegni e costi differenti. b) La sostenibilità a regime del dispositivo. il processo di valutazione deve pensare fin dall’inizio a procedure sostenibili nel tempo, in termini di impegno finanziario ma anche di tempo lavoro. c) Gli effetti della valutazione. Le conseguenze della valutazione degli insegnanti cambiano se la stessa è svolta in una logica premiante – tipo premio produttività –, in una logica di accesso a funzioni di sistema, o in una logica di progressione di carriera. Come si può evincere dall’insieme delle considerazioni fin qui svolte, il tema della valutazione degli insegnanti apre una ridda di prospettive che riconfermano al centro la questione cruciale della legittimazione sociale e organizzativa dei vari approcci proposti: ad essere sollecitate infatti non sembrano essere tanto le tecnicalità e le metodologie valutative, quanto piuttosto il senso e l’uso che esse assumono per i vari stakeholder, ma soprattutto per i protagonisti centrali del dialogo educativo, gli insegnanti e gli studenti. 205 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI PARTE PRIMA ALLULLi G. et alii (2006), Guida all’autovalutazione per le strutture scolastiche e formative, i libri del Fondo Sociale Europeo, iSFoL, roma. ALLULLi G., GENtiLiNi D. 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Valutazione delle istituzioni educative tra prospettive di accountability e di miglioramento continuo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13 1.2. Alcune tendenze generali emergenti dall’analisi dei processi di riforma in corso nei Paesi OCSE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 1.3. Rassegna di alcuni scenari nazionali significativi in ambito europeo (istituzioni formative) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 1.3.1. inquadramento generale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 1.3.2. Danimarca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20 1.3.3. Germania . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 1.3.4. inghilterra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24 1.4. Rassegna di alcuni scenari nazionali significativi in area OCSE (istituzioni scolastiche) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 1.4.1. inghilterra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 1.4.2. Francia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32 1.4.3. Svezia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38 1.4.4. Nuova zelanda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 1.4.5. Corea del Sud . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 2. il quadro europeo di riferimento per l’assicurazione della qualità dell’istruzione e della Formazione Professionale (EqArF) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 2.1. Il processo di Copenhagen ed il rafforzamento della dimensione europea dell’Istruzione e Formazione Professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 2.2. Il quadro di riferimento per l’assicurazione della qualità della VET . . . . . . . . 55 2.3. Ulteriori elementi di supporto alla strategia europea per l’assicurazione della qualità della VET sviluppati dal CEDEFOP . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 2.3.1. La Guida per l’autovalutazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 2.3.2. il manuale per la Peer review . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60 212 3. il sistema di valutazione nazionale ed il progetto VALeS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 3.1. Modello interpretativo multidimensionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 3.2. Il processo valutativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 4. Elementi di un framework per la valutazione dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 4.1. Impianto valutativo a carattere sistemico, centrato sul ciclo di vita dell’offerta formativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70 4.2. Approccio integrato tra le componenti di auto-valutazione e di etero-valutazione 72 4.3. Complementarietà tra prospettive di accountability e di miglioramento continuo 73 4.4. La dimensione interna della valutazione: descrittori ed indicatori chiave. Esemplificazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 4.4.1. il dispositivo procedurale iNVALSi-VALeS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 4.4.2. Descrittori ed indicatori del dispositivo EqArF . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79 4.4.3. il modello allo studio presso la Provincia Autonoma di trento . . . . . . 84 4.5. Il Rapporto di Autovalutazione ed il Piano di Miglioramento: elementi di raccordo tra valutazione interna e valutazione esterna. Esemplificazioni . . . . . . . 86 4.5.1. il dispositivo procedurale iNVALSi-VALeS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86 4.5.2. il modello trentino di integrazione tra valutazione esterna di istituto e valutazione della dirigenza scolastica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87 4.6. Funzione centrale del Nucleo Interno di Valutazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 4.7. La dimensione esterna della valutazione: fasi e processi chiave. Esemplificazioni 90 4.7.1. il dispositivo procedurale iNVALSi-VALeS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 4.7.2. il dispositivo procedurale nel contesto inglese . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 4.7.3. il dispositivo procedurale nel contesto neozelandese . . . . . . . . . . . . . . 95 5. risultati di una prima ricognizione sulla sostenibilità del framework presso un panel di testimoni privilegiati ed operatori del CNoS-FAP . . . . . . . . . . . . . . . . . . 99 PARTE II VALUTAZIONE DELLA PROFESSIONALITÀ E CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE DEI FORMATORI CNOS-FAP Convergenze, specificità e prospettive in relazione alle politiche nazionali ed europee in campo valutativo introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107 1. La figura dell’insegnante al centro dell’attività di analisi e ricerca sul piano internazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 1.1. Inquadramento generale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 1.2. La qualificazione degli insegnanti secondo la Commissione Europea . . . . . . . 115 2. La valutazione della performance di insegnanti e formatori nello scenario oCSE 119 3. rassegna di alcuni scenari nazionali significativi in ambito europeo . . . . . . . . . . . 125 3.1. Inghilterra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 125 3.2. Francia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 130 3.3. Spagna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 132 3.4. Svizzera-Canton Ticino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134 4. Profili e standard professionali differenziati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 4.1. Questioni centrali per una lettura multilivello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 4.2. Quadro sinottico delle politiche nazionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138 4.3. Differenziazioni funzionali all’interno della figura dell’insegnante/formatore e centralità del concetto di famiglia professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 4.4. Lo sfondo per lo sviluppo di standard professionali dell’insegnante: l’European Qualification Framework . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 143 4.5. Dalle figure professionali ai cluster di competenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 144 5. Elementi di un framework per la valutazione dei formatori dei CFP coerente con le recenti politiche nazionali ed europee di settore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 5.1. Valutazione degli insegnanti e obiettivi di sviluppo dei sistemi educativi: questioni centrali per una lettura multilivello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 5.2. Il sistema valutativo: tendenze generali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 149 5.2.1. Valutazione della performance degli insegnanti e formatori . . . . . . . . . 149 5.2.2. Accertamento degli esiti di apprendimento degli studenti collegato alla valutazione degli insegnanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 5.2.3. Figure di sistema . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 156 5.3. Referenziali di competenza: architettura e funzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 158 5.3.1. Le dieci competenze professionali dell’insegnante in Francia . . . . . . . 160 5.3.2. il framework delle competenze dei formatori della Formazione Professionale ProFF . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 168 5.3.3. Profilo professionale del formatore nell’iCt: European uteacher . . . . 171 5.4. Il processo valutativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173 5.4.1. L’Evaluation Cycle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173 5.4.2. La valutazione della performance dei formatori collegata al sistema di assicurazione della qualità dell’istituzione educativa . . . . . . . . . . . . . . 175 5.5. La valutazione degli insegnanti e formatori di nuova nomina . . . . . . . . . . . . . . 178 5.5.1. La valutazione nei programmi di introduzione alla professione: il modello inglese dell’induction . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 179 5.5.2. il periodo di prova per i neoassunti in ruolo in italia . . . . . . . . . . . . . . 182 5.6. Il sistema di certificazione delle competenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 183 5.6.1. obiettivi di sviluppo dei sistemi a fronte di criticità comuni . . . . . . . . 184 5.6.2. Certificabilità dei crediti formativi e standard professionali o di qualificazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 187 5.6.3. il Framework for teaching di Danielson la valutazione per mezzo di rubric . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189 6. Accountability e sistemi educativi: connessioni tra valutazione dei formatori ed ulteriori elementi concorrenti allo sviluppo della professionalità dell’insegnante . 195 7. risultati di una prima ricognizione presso testimoni privilegiati ed operatori CNoS-FAP . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 201 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 205 INDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 211 213 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Tutti i volumi della collana sono consultabili in formato digitale sul sito biblioteca.cnos-fap.it Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto finale, 2002 2003 MALIZIA G. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto sul follow-up, 2003 2004 CNOS-FAP (a cura di), Gli editoriali di “Rassegna CNOS” 1996-2004. Il servizio di don Stefano Colombo in un periodo di riforme, 2004 MALIZIA G. (coord.) - ANTONIETTI D. - TONINI M. (a cura di), Le parole chiave della formazione professionale, 2004 RUTA G., Etica della persona e del lavoro, 2004 2005 D’AGOSTINO S. - MASCIO G. - NICOLI D., Monitoraggio delle politiche regionali in tema di istruzione e formazione professionale, 2005 PIERONI V. - MALIZIA G. (a cura di), Percorsi/progetti formativi “destrutturati”. Linee guida per l’inclusione socio-lavorativa di giovani svantaggiati, 2005 2006 NICOLI D. - MALIZIA G. - PIERONI V., Monitoraggio delle sperimentazioni dei nuovi percorsi di istruzione e formazione professionale nell’anno formativo 2004-2005, 2006 2007 COLASANTO M. - LODIGIANI R. (a cura di), Il ruolo della formazione in un sistema di welfare attivo, 2007 DONATI C. - BELLESI L., Giovani e percorsi professionalizzanti: un gap da colmare? Rapporto finale, 2007 MALIZIA G. (coord.) - ANTONIETTI D. - TONINI M. (a cura di), Le parole chiave della formazione professionale. II edizione, 2007 MALIZIA G. - PIERONI V., Le sperimentazioni del diritto-dovere nei CFP del CNOS-FAP e del CIOFS/FP della Sicilia. Rapporto di ricerca, 2007 MALIZIA G. - PIERONI V., Le sperimentazioni del diritto-dovere nei CFP del CNOS-FAP e del CIOFS/FP del Lazio. Rapporto di ricerca, 2007 MALIZIA G. et alii, Diritto-dovere all’istruzione e alla formazione e anagrafe formativa. Problemi e prospettive, 2007 MALIZIA G. et alii, Stili di vita di allievi/e dei percorsi formativi del diritto-dovere, 2007 NICOLI D. - FRANCHINI R., L’educazione degli adolescenti e dei giovani. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2007 NICOLI D., La rete formativa nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP, 2007 PELLEREY M., Processi formativi e dimensione spirituale e morale della persona. Dare senso e prospettiva al proprio impegno nell’apprendere lungo tutto l’arco della vita, 2007 RUTA G., Etica della persona e del lavoro, Ristampa 2007 2008 COLASANTO M. (a cura di), Il punto sulla formazione professionale in Italia in rapporto agli obiettivi di Lisbona, 2008 DONATI C. - BELLESI L., Ma davvero la formazione professionale non serve più? Indagine conoscitiva sul mondo imprenditoriale, 2008 MALIZIA G., Politiche educative di istruzione e di formazione. La dimensione internazionale, 2008 215 MALIZIA G. - PIERONI V., Follow-up della transizione al lavoro degli allievi/e dei percorsi triennali sperimentali di IeFP, 2008 PELLEREY M., Studio sull’intera filiera formativa professionalizzante alla luce delle strategie di Lisbona a partire dalla formazione superiore non accademica. Rapporto finale, 2008 2009 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1977, vol. 1, 2009 2010 DoNAti C. - L. BELLESi, Verso una prospettiva di lungo periodo per il sistema della formazione professionale. Il ruolo della rete formativa. Rapporto finale, 2010 NiCoLi D., I sistemi di istruzione e formazione professionale (VET) in Europa, 2010 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., La valigia del “migrante”. Per viaggiare a Cosmopolis, 2010 PRELLEZO J.M., Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953), 2010 roSSi G. (a cura di), Don Bosco, i Salesiani, l’Italia in 150 anni di storia, 2010 2011 ROSSI G. (a cura di), “Fare gli italiani” con l’educazione. L’apporto di don Bosco e dei Salesiani, in 150 anni di storia, 2011 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 2 2012 MALIZIA G., Sociologia dell’istruzione e della formazione. Una introduzione, 2012 NICOLI D., Rubriche delle competenze per i Diplomi professionali IeFP. Con linea guida per la progettazione formativa, 2012 MALiziA G. - PiEroNi V., L’inserimento dei giovani qualificati nella FPI a.f. 2009-10, 2012 CNoS-FAP (a cura di), Cultura associativa e Federazione CNOS-FAP. Storia e attualità, 2012 2013 CUROTTI A.G., Il ruolo della Formazione Professionale Salesiana da don Bosco alle sfide attuali, 2013 PELLErEY M. - GrząDziEL D. - MArGottiNi M. - EPiFANi F. - ottoNE E., Imparare a dirigere se stessi. Progettazione e realizzazione di una guida e di uno strumento informatico per favorire l’autovalutazione e lo sviluppo delle proprie competenze strategiche nello studio e nel lavoro, 2013 DoNAti C. - BELLESi L., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Alcuni casi di studio delle aree Meccanica, Mobilità e Logistica, Grafica e Multimedialità, 2013 GHERGO F., Storia della Formazione Professionale in Italia 1947-1997, vol. 3, 2013 TACCONI G. - MEJIA GOMEZ G., Success Stories. Quando è la Formazione Professionale a fare la differenza, 2013 PRELLEZO J.M., Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953), 2013 2014 ORLANDO V., Per una nuova Formazione Professionale dei Salesiani d’Italia. Indagine tra gli allievi dei Centri di Formazione Professionale, 2014 DoNAti C. - BELLESi L., Osservatorio sugli ITS e sulla costituzione di Poli tecnico-professionali. Approfondimento qualitativo sugli esiti occupazionali, 2014 DorDit L., OCSE PISA 2012. Rapporto sulla Formazione Professionale in Italia, 2014 DorDit L., La valutazione interna ed esterna dei CFP e il nuovo sistema nazionale di valutazione, 2014 Sezione “Progetti” 2003 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La promozione delle capacità personali. Teoria e prassi, 2003 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione delle unità didattiche, 2003 216 COMOGLIO M. (a cura di), Prova di valutazione per la qualifica: addetto ai servizi di impresa. Prototipo realizzato dal gruppo di lavoro CIOFS/FP, 2003 FONTANA S. - TACCONI G. - VISENTIN M., Etica e deontologia dell’operatore della FP, 2003 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo, 2003 MARSILII E., Guida per l’accompagnamento al lavoro dipendente, 2003 TACCONI G. (a cura di), Insieme per un nuovo progetto di formazione, 2003 VALENTE L. - ANTONIETTI D., Quale professione? Strumento di lavoro sulle professioni e sui percorsi formativi, 2003 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale alimentazione, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale aziendale e amministrativa, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale commerciale e delle vendite, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale estetica, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale sociale e sanitaria, 2004 CIOFS/FP - CNOS-FAP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale tessile e moda, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale elettrica e elettronica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale grafica e multimediale, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale meccanica, 2004 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale turistica e alberghiera, 2004 NICOLI D. (a cura di), Linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema del - l’istruzione e della formazione professionale, 2004 NICOLI D. (a cura di), Sintesi delle linee guida per la realizzazione di percorsi organici nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, 2004 2005 CNOS-FAP - CIOFS/FP (a cura di), Guida per l’elaborazione dei piani formativi personalizzati. Comunità professionale legno e arredamento, 2005 CNOS-FAP (a cura di), Proposta di esame per il conseguimento della qualifica professionale. Percorsi triennali di Istruzione formazione Professionale, 2005 NICOLI D. (a cura di), Il diploma di istruzione e formazione professionale. Una proposta per il percorso quadriennale, 2005 POLÀČEK K., Guida e strumenti di orientamento. Metodi, norme ed applicazioni, 2005 VALENTE L. (a cura di), Sperimentazione di percorsi orientativi personalizzati, 2005 2006 BECCIU M. - COLASANTI A.R., La corresponsabilità CFP-famiglia: i genitori nei CFP. Esperienza triennale nei CFP CNOS-FAP (2004-2006), 2006 CNOS-FAP (a cura di), Centro Risorse Educative per l’Apprendimento (CREA). Progetto e guida alla compilazione dei sussidi, II edizione, 2006 2007 D’AGOSTINO S., Apprendistato nei percorsi di diritto-dovere, 2007 GHERGO F., Guida per l’accompagnamento al lavoro autonomo. Una proposta di percorsi per la creazione di impresa. II edizione, 2007 MARSILII E., Dalla ricerca al rapporto di lavoro. Opportunità, regole e strategie, 2007 NICOLI D. - TACCONI G., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. I volume, 2007 RUTA G. (a cura di), Vivere in... 1. L’identità. Percorso di cultura etica e religiosa, 2007 217 RUTA G. (a cura di), Vivere... Linee guida per i formatori di cultura etica e religiosa nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, 2007 2008 BALDI C. - LOCAPUTO M., L’esperienza di formazioni formatori nel progetto integrazione 2003. La riflessività dell’operatore come via per la prevenzione e la cura educativa degli allievi della FPI, 2008 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., Individuazione e raccolta di buone prassi mirate all’accoglienza, formazione e integrazione degli immigrati, 2008 NICOLI D., Linee guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2008 NICOLI D., Valutazione e certificazione degli apprendimenti. Ricognizione dello stato dell’arte e ricerca nella pratica educativa della Federazione CNOS-FAP. II volume, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere con... 2. La relazione. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 RUTA G. (a cura di), Vivere per... 3. Il progetto. Percorso di cultura etica e religiosa, 2008 2009 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale meccanica, 2009 MALIZIA G. - PIERONI V., Accompagnamento al lavoro degli allievi qualificati nei percorsi triennali del diritto-dovere, 2009 2010 BAY M. - GRZĄDZIEL D. - PELLEREY M. (a cura di), Promuovere la crescita nelle competenze strategiche che hanno le loro radici spirituali nelle dimensioni morali e spirituali della persona. Rapporto di ricerca, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale grafica e multimediale, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale elettrica ed elettronica, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale automotive, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per l’orientamento nella Federazione CNOS-FAP, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale turistico-alberghiera, 2010 2011 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A. (a cura di), “Cittadini si diventa”. Il contributo dei Salesiani (SDB) e delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) nell’educare studenti/ allievi delle loro Scuole/CFP in Italia a essere “onesti cittadini”, 2011 TACCONI G., In pratica. 1. La didattica dei docenti di area matematica e scientifico-tecnologica nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 TACCONI G., In pratica. 2. La didattica dei docenti di area linguistica e storico sociale nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 MANTEGAZZA R., Educare alla costituzione, 2011 NICOLI D., La valutazione formativa nella prospettiva dell’educazione. Una comparazione tra casi internazionali e nazionali, 2011 BECCIU M. COLASANTI A.R., Il fenomeno del bullismo. Linee guida ispirate al sistema preventivo di Don Bosco per la prevenzione e il trattamento del bullismo, 2011 2012 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., In cammino per Cosmopolis. Unità di Laboratorio per l’educazione alla cittadinanza, 2012 FriSANCo M., Da qualificati, a diplomati, a specializzati. Il cammino lungo una filiera ricca di opportunità e competenze. Riferimenti, dispositivi e strumenti per conoscere e comprendere i nuovi sistemi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), 2012 2014 CNOS-FAP (a cura di), Per una pedagogia della meraviglia e della responsabilità. Ambito energia. Linea Guida, 2014 CNOS-FAP (a cura di), Linea Guida per i servizi al lavoro, 2014 218 Sezione “Esperienze” 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 1. Guida per l’accoglienza, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 2. Guida per l’accompagnamento in itinere, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 3. Guida per l’accompagnamento finale, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 4. Guida per la gestione dello stage, 2003 2005 TONIOLO S., La cura della personalità dell’allievo. Una proposta di intervento per il coordinatore delle attività educative del CFP, 2005 2006 ALFANO A., Un progetto alternativo al carcere per i minori a rischio. I sussidi utilizzati nel Centro polifunzionale diurno di Roma, 2006 COMOGLIO M. (a cura di), Il portfolio nella formazione professionale. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2006 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V., Una formazione di successo. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale in Piemonte 2002-2006. Rapporto finale, 2006 2007 NICOLI D. - COMOGLIO M., Una formazione efficace. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali di Istruzione e Formazione professionale in Piemonte 2002-2006, 2007 2008 CNOS-FAP (a cura di), Educazione della persona nei CFP. Una bussola per orientarsi tra buone pratiche e modelli di vita, 2008 2010 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2010, 2010 2011 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2011, 2011 2012 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2012, 2012 NiCoLi D. (a cura di), Sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale Diploma professionale di tecnico Principi generali, aspetti metodologici, monitoraggio, 2012 2013 SALAtiNo S. (a cura di), Borgo Ragazzi don Bosco Area Educativa “Rimettere le ali”, 2013 CNoS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2013, 2013 2014 CNoS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2014, 2014 219 Tip.: Istituto Salesiano Pio XI - Via Umbertide, 11 - 00181 Roma Tel. 06.78.27.819 - Fax 06.78.48.333 - E-mail: tipolito@donbosco.it Dicembre 2014

OCSE PISA 2012. Rapporto sulla Formazione Professionale in Italia

Autore: 
Luca Dordit
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2014
Numero pagine: 
92
Codice: 
978-88-95640-73-0

Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953)

Autore: 
José-Manuel Prellezo
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2013
Numero pagine: 
200
Codice: 
978-88-95640-78-5
José Manuel PRELLEZO Scuole Professionali Salesiane. Momenti della loro storia (1853-1953) Anno 2013 ©2013 By Sede Nazionale del CNOS-FAP (Centro Nazionale Opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 Roma Tel.: 06 5137884 – Fax 06 5137028 E-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it Tip.: Istituto Salesiano Pio XI - Via Umbertide, 11 - 00181 Roma - Tel. 06.78.27.819 - Fax 06.78.48.333 - E-mail: tipolito@donbosco.it - Dicembre 2013 3 SOMMARIO PRESENTAZIONE (a cura di Francesco Motto) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 PREMESSA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 SIGLE E ABBREVIAZIONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8 CAPITOLO 1 DAI LABORATORI FONDATI DA DON BOSCO A VALDOCCO ALLE “SCUOLE DI ARTI E MESTIERI” SALESIANE (1853-1888) . . . . . . . . . . . . . . . . 9 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 CAPITOLO 2 IL LABORIOSO CAMMINO VERSO L’ORGANIZZAZIONE DI “VERE E PROPRIE SCUOLE PROFESSIONALI” SALESIANE (1889-1910) . . . . . . . . 27 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 CAPITOLO 3 LE SCUOLE PROFESSIONALI SALESIANE SULLO SFONDO DI DUE GUERRE MONDIALI: PROSPETTIVE E REALIZZAZIONI (1911-1945) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 CAPITOLO 4 DALLA “RICOSTRUZIONE” POSTBELLICA AL PRIMO CENTENARIO DEI LABORATORI DI DON BOSCO (1946-1953) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92 EPILOGO REALIZZAZIONI, PROBLEMI E PROSPETTIVE (1954-2010) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97 4 APPENDICI PREMESSA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 I - DOCUMENTI EDITI E INEDITI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117 II - DATI STATISTICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 III - DOCUMENTI ICONOGRAFICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 IV - INDIRIZZI DI CARATTERE TECNICO-PROFESSIONALE DALLE ORIGINI FINO AD OGGI (ITALIA 1853-2013) SECONDO GLI ANNUARI SALESIANI . . . . . . . . . . . . . 158 FONTI E BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 187 INDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 191 5 PRESENTAZIONE Perché un volume come questo, in un momento storico come l’attuale, in cui è da poco trascorso il 150° dell’Unità d’Italia e la Congregazione Salesiana si appresta a celebrare, nel 2015, il bicentenario della nascita di Don Bosco? Per un motivo, direi, molto semplice. Se l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, come recita il primo articolo della Costituzione Italiana, sono centinaia di migliaia gli Italiani che in questi 150 anni, nelle numerosissime case salesiane di tutta Italia, hanno “imparato un lavoro”, senza ovviamente contare le altre centinaia di migliaia di giovani che hanno “imparato a lavorare” mettendo le basi culturali per acquisire una più alta professionalità e hanno portato avanti il messaggio del “buon cristiano e onesto cittadino”. Troppo facilmente oggi rischiamo di vivere in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato di cui pure siamo frutto. Troppo facilmente oggi anche gli storici italiani hanno “dimenticato” ciò che invece ex officio dovrebbero “ricordare” agli altri, il passato, tutto il passato. Ed in questo passato si trova che la legislazione relativa ad una riorganizzazione dell’istruzione professionale nel nostro Paese è di cinquant’anni dopo l’Unità d’Italia (1912), che essa recepì molto dell’apprezzata esperienza salesiana ma che non sortì effetti significativi a causa della Grande Guerra. La storia ci indica altresì che la riforma Gentile non considerò la Formazione Professionale come scuola di “pari dignità” con gli indirizzi umanistici, che durante il ventennio fascista la Scuola Professionale rimase in una specie di “limbo” legislativo – mentre le scuole salesiane continuavano la loro esperienza ed il loro ruolo di “supplenza” rispetto allo Stato – che anche la Carta della scuola del 1939, pur tentava di correggere il tiro, ancora una volta, per lo scoppio della Seconda Guerra mondiale, restò lettera morta. Solo negli anni cinquanta, in una Italia in cui ancora molti, troppi faticavano a vivere, in cui si trattava di dare lavoro e fiducia a tutti per ricostruire un tessuto sociale – ci ricorda sempre la storia – furono promossi dallo Stato corsi di “addestramento al lavoro”. Ma fu un episodio circoscritto, tanto più che presto sarebbe venuta la riforma della Scuola media unica e la situazione sarebbe cambiata radicalmente. Con tutto ciò solo ultimamente è stata editata un’ampia “Storia della formazione professionale in Italia”, guarda caso, proprio in una collana di pubblicazioni salesiane del CNOS-FAP, purtroppo relativa al solo periodo 1947-1977, praticamente dunque posteriore all’epoca cui si riferisce il presente volume di José Manuel Prellezo. Il noto studioso spagnolo, da quattro decenni presente in Italia, professore emerito già ordinario di Storia dell’Educazione presso l’Università Pontificia Salesiana ed autore di pregevoli saggi di storia salesiana, non vuole certo in questo testo colmare tale lacuna. Intende solo, sulla base in particolare delle fonti archivistiche salesiane, e 6 della bibliografia esistente, ricostruire in quattro tappe la storia centenaria della Formazione Professionale salesiana, dagli umili laboratori di Torino-Valdocco dei primi cinquanta del secolo XIX fino alle “vere e proprie scuole professionali salesiane” del primo secolo successivo. L’indagine centenaria si chiude esattamente con il 1953. Cinque anni dopo don Bosco venne dichiarato patrono degli apprendisti. Ovviamente quella che Prellezo racconta è una storia ad intra della società salesiana, che però ha necessariamente operato a fronte di innumerevoli sfide ad extra: quelle dei nuovi fermenti sociali e dalla evoluzione della mentalità e del costume prodotti dai processi di industrializzazione e di modernizzazione economica, della crescita dei nuovi ceti sociali, dell’incremento dell’urbanizzazione, delle nuove ideologie e dei movimenti politici di massa, più tardi dalla “nazionalizzazione delle masse” e dall’educazione totalitaria della gioventù, fino a giungere alla ripresa economica del secondo dopoguerra; il tutto attraversato da profondi mutamenti del sistema scolastico nazionale e della dottrina sociale della Chiesa. Una storia dunque che ha vissuto momenti di euforia e momenti di crisi, momenti di serenità e momenti di difficoltà e di tragedia, vuoi per ragioni di ripensamento e riorganizzazione interna alla società salesiana dovuti magari a ristrettezze economiche e scarsità di personale, vuoi per rispondere ai sempre nuovi e spesso urgenti appelli della società civile e delle autorità politiche, vuoi per aver dovuto portare le conseguenze di due guerre mondiali. Tutto questo è qui brevemente presentato, documentato, ed anche illustrato con fotografie più eloquenti delle parole. Non si può che essere grati all’autore. Lo sviluppo industriale dell’Italia, dai suoi timidi inizi torinesi al boom economico degli anni sessanta, fu reso possibile anche dalla non indifferente presenza di maestranze che i salesiani di don Bosco – e fra loro soprattutto la componente laicale, molte centinaia di “coadiutori”, italiani ed anche stranieri in un arricchente scambio interculturale – hanno preparato con seria disciplina, con nuove specializzazioni professionali, con ottima “qualità” di lavoro. “Mettere i giovani in grado di guadagnarsi onestamente il pane” in un ambiente sereno e sicuro, educarli ad essere “buoni cristiani, buoni cittadini, abili nell’arte” è stato un contributo prezioso che la Società salesiana con le sue scuole professionali ed agricole ha dato (e continua a dare) al paese Italia. In esso gli ex allievi di tali scuole – per lo più figli di famiglie del ceto popolare – non solo hanno trovato modo di vivere dignitosamente del lavoro delle loro mani, ma si sono affermati proprio in ragione della loro capacità di produrre bene e servizi; non solo hanno potuto godere di un decente livello di sussistenza, ma spesso hanno anche acquisito un ruolo nella società di notevole prestigio. E non solo in Italia, visto che dall’Italia sono partiti salesiani capi-laboratori e maestri d’arte, che hanno creato dal nulla decine di apprezzate scuole professionali ed agricole in moltissimi paesi europei ed extra - europei, sempre nel tentativo di rispondere alle “esigenze del tempo e del luogo” e di essere “con i tempi e con don Bosco”. Francesco Motto Direttore Istituto Storico Salesiano 7 PREMESSA I primi tre saggi del volume sono stati pubblicati in “Rassegna CNOS” (Problemi esperienze prospettive per l’istruzione e la formazione professionale), in occasione del 25° anno di fondazione della Rivista (2009)1. Con il proposito di rispondere all’invito e alle norme redazionali suggerite dai responsabili della Condirezione della stessa “Rassegna CNOS”, si è cercato di ripercorrere nei tre menzionati contributi le origini e le prime e principali vicende della storia delle scuole professionali salesiane: dai laboratori fondati da don Bosco a Valdocco nel 1853 alle prospettive e realizzazioni sullo sfondo delle due guerre mondiali (1911-1945). Dovendo rispettare adeguatamente i limiti di spazio dei singoli contributi e il carattere della pubblicazione, si è cercato di mettere in risalto, nella delineazione delle singole tappe, i fatti e le circostanze più rilevanti, privilegiando anzitutto le testimonianze dei protagonisti, pur non trascurando i dati e gli elementi essenziali per abbozzare l’indispensabile contesto socio-culturale. Nell’accogliere ora la proposta di riproporre i tre contributi in un breve volume da offrire ad un pubblico più vasto, è sembrato opportuno completare la panoramica tracciata, aggiungendo un quarto capitolo di particolare interesse: quello della post-guerra (1845-1953), in cui l’appello alla “ricostruzione” lanciato dal Rettor Maggiore, don Pietro Ricaldone, ebbe notevole risonanza negli istituti e nei centri salesiani dedicati ai giovani artigiani e ai ragazzi dei ceti popolari. Infine, la pubblicazione si chiude con quattro consistenti appendici: documenti, editi e inediti; dati statistici; riproduzioni fotografiche significative dal punto di vista storico; indirizzi di carattere tecnico-professionale dalle origini fino ad oggi secondo gli annuari salesiani. Nell’insieme, i materiali riportati attestano le tappe percorse dai laboratori iniziati da don Bosco nel 1853 e i diversi mezzi e sussidi che ne facilitarono i successivi sviluppi: programmi scolastici e professionali, norme per l’organizzazione delle esposizioni professionali generali, metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani, norme da seguire negli esami di promozione dei giovani artigiani, orientamenti pedagogico-didattici per i maestri d’arte, riflessioni su “educazione e formazione professionale”. 1 PRELLEZO J.M., Dai laboratori fondati da don Bosco a Valdocco alle “scuole di arti e mestieri” salesiane (1853-1888), in “Rassegna CNOS”, 25(2009)1, 21-36; ID., Il laborioso cammino verso l’organizzazione di “vere e proprie scuole professionali” salesiane (1888-1910), in “Rassegna CNOS”, 25(2009)2, 23-38; ID., Le scuole professionali. Prospettive e realizzazioni sullo sfondo delle due guerre mondiali (1911-1945), in “Rassegna CNOS”, 25(2009), 33-38. 8 SIGLE E ABBREVIAZIONI ACG Atti del Consiglio Generale ACS Atti del Capitolo Superiore ASC Archivio Salesiano Centrale, Roma BS Bollettino Salesiano CG Capitolo Generale CM Circolari mensile del Capitolo Superiore DBS Dizionario Biografico dei Salesiani Delib. 3-4 CG Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana: tenuti in Valsalice nel settembre 1883-1886, S. Benigno Canavese, Tip. Salesiana, 1887 Delib. sei primi CG Deliberazioni dei sei primi capitoli generali della Pia Società Salesiana precedute dalle Regole e Costituzioni della medesima, S. Benigno Canavese, Tipografia e Li bre - ria Salesiana, 1894 RSS Ricerche Storiche Salesiane 9 Capitolo 1 Dai laboratori fondati da don Bosco a Valdocco alle “scuole di arti e mestieri” salesiane (1853-1888) Il 18 dicembre 1859, don Bosco con un gruppo di giovani collaboratori, impegnati con lui, nell’opera degli oratori festivi torinesi, decisero “di erigersi in Società o Congregazione che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime specialmente delle più bisognose d’istruzione e di educazione”2. I partecipanti a quell’adunanza di fondazione, allo stesso tempo che dichiaravano la loro determinazione di dedicarsi totalmente all’istruzione e all’educazione dei più bisognosi, precisavano che il campo privilegiato dalla nuova Società o Congregazione era la “gioventù abbandonata e pericolante”. Questa affermazione – che, con formulazioni leggermente diverse, doveva ricorrere poi frequentemente negli scritti e nelle parole di don Bosco e dei suoi collaboratori e seguaci – diventò vero programma di vita. Nella prima stesura delle Costituzioni (1858) della futura Società di San Francesco di Sales, il fondatore aveva precisato già i destinatari dell’opera dei salesiani. Dopo aver scritto che il “primo atto di carità sarà di raccogliere giovani poveri ed abbandonati per istruirli nella cattolica religione, particolarmente ne’ giorni festivi” (III, 3), egli aggiungeva: “Se ne incontrano poi di quelli che sono talmente abbandonati che per loro riesce inutile ogni cura se non sono ricoverati, onde per quanto sarà possibile [si] si apriranno case di ricovero ove coi mezzi che la Divina Provvidenza porrà fra le mani, sarà loro somministrato alloggio, vitto e vestito, mentre saranno istruiti nelle verità della fede, saranno eziandio avviati a qualche arte o mestiere come attualmente si fa nella casa annessa all’oratorio di S. Francesco di Sales in questa città” (III, 4). Infatti, fin dall’anno 1853, don Bosco aveva organizzato, in una stanzetta della prima istituzione assistenziale-educativa fondata a Torino, un modesto laboratorio per giovani calzolai. Da quel momento, accanto ai ragazzi che frequentavano gli studi umanistici, i giovani artigiani occuperanno un posto sempre più rilevante nella casa annessa all’Oratorio di Torino e in altre case salesiane italiane: Sampierdarena- Genova e San Benigno Canavese; e, ancora durante la vita del fondatore, nelle case aperte fuori di Italia: Ateliers professionnels de l’Association du Patronage St-Pierre a Nizza (1875) e Orphelinat Saint-Gabriel a Lilla (1884), in Francia; 2 ASC D868, Verbali del Capitolo Superiore (18.12.1859). 10 Talleres di Buenos Aires (1877) in Argentina, Talleres salesianos (1884) di Sarriá, in Spagna. La strada percorsa dai primi “laboratori” di Valdocco alle “scuole di arti e mestieri” fino alle “vere scuole professionali” salesiane in tutti i continenti è stata lunga e non priva di incertezze e di difficoltà. In queste pagine mi propongo di delineare le principali tappe percorse durante la vita di don Bosco3. 1. I laboratori di Valdocco: iniziativa “privata” nel clima di nuovo interesse per l’educazione dei giovani artigiani La decisione di allestire a Valdocco un laboratorio di calzolai, nell’anno 1853, intendeva essere una risposta d’urgenza ai bisogni dei giovani “poveri e pericolanti” arrivati dalle campagne nella capitale del Piemonte alla ricerca di un lavoro. L’iniziativa di don Bosco si innestava senza difficoltà nelle esperienze personali che egli stesso raccontò nelle Memorie dell’Oratorio. Basti accennare qui ad alcuni fatti ben noti: da ragazzo partecipa ai lavori agricoli nella campagna familiare; studente a Chieri è apprendista sarto nella casa di Roberto Giovanni, “caffetiere e liquorista” nella pensione di Giovanni Pianta. Ordinato sacerdote e iniziato il suo lavoro pastorale (1841-1843), entra in contatto con garzoni muratori, stuccatori, selciatori che frequentano il suo Oratorio, aperto nel quartiere periferico torinese di Valdocco e Borgo Dora. Ai giovani immigrati e disoccupati, don Bosco cerca un lavoro nella bottega di qualche “onesto padrone”. E, se si tiene presente il momento storico, è da mettere in particolare risalto un fatto: don Bosco stipula regolari contratti di apprendistato per i suoi ragazzi. È datata l’8 febbraio 1852 la “convenzione” tra il maestro Giuseppe Bertolino e il giovane Giuseppe Odasso, nativo di Mondovì, “con l’intervento del Rev.do Sacerdote Giovanni Bosco, e coll’assistenza e fedejussione del padre di detto giovane”. Bertolino riceve Odasso “nella qualità di apprendista nell’arte di falegname” e si obbliga “di insegnargli l’arte suddetta, per lo spazio di anni due”4. 3 Riprendo qui dati e riflessioni tratti, in parte, da alcuni saggi e ricerche precedenti: PRELLEZO J.M., Don Bosco y las escuelas profesionales, in “Don Bosco en la historia. Actas del primer congreso internacional de Estudios sobre san Juan Bosco”, Edición en castellano dirigida por J.M. Prellezo García, Roma/Madrid, LAS/CCS, 1990, 333-355; ID., “Dai laboratori di Valdocco alle scuole tecnicoprofessionali salesiane. Un impegno educativo verso la gioventù operaia”, in VAN LOOY L. - MALIZIA G. (Edd.), Formazione professionale salesiana: memoria e attualità per un confronto. Indagine sul campo, Roma, LAS, 1997, 19-51; PRELLEZO J.M., La “parte operaia” nelle case salesiane. Documenti e testimonianze sulla formazione professionale (1883-1886), in “RSS”, 16(1997), 353-391; ID., Le scuole professionali salesiane (1880-1922). Istanze e attuazioni viste da Valdocco, in GONZÁLEZ J.G. et al., L’educazione salesiana dal 1880 al 1922. Istanze ed attuazioni in diversi contesti, Roma, LAS, 2007, 53-94. 4 Cfr. PANFILO L., Dalla scuola di arti e mestieri di don Bosco all’attività di formazione professionale (1860-1915). Il ruolo dei salesiani, Milano, LES, 1976, 49. 11 Bisogna inoltre tener presente, allo stesso tempo, un quadro di riferimento più vasto: “L’assestamento a Valdocco della sezione artigiani venne a inquadrarsi nelle vicende del ceto operaio in Piemonte e delle istituzioni scolastiche non classiche. Attorno al 1840-1950 l’istruzione appariva come il valico attraverso il quale le classi inferiori si sarebbero potute riversare su quelle superiori. La scalata sociale si sarebbe verificata fatalmente in forme non previste o non gradite. Persisteva nelle classi dominanti una visione conservatrice”5. Per “istinto o consapevolmente”, don Bosco, nei primi anni della sua attività, non si mosse tenendo presente i modelli scolastici pubblici riguardanti l’istruzione non classica. Con una chiara preoccupazione preventiva – quella di evitare i gravi pericoli morali delle officine della città – e con una esplicita fina lità pratica, don Bosco apre nella “casa annessa” all’Oratorio di San Francesco di Sales, ben sei laboratori: quello ricordato dei calzolai (1853) e poi sarti (1853), legatori (1854), fale gnami (1856), tipografi (1861), fabbri (1862)6. L’approccio alle realizzazioni degli inizi porta a una prima constatazione di notevole rilevanza. In questo settore di avviamento all’apprendistato, non sono seguiti i modelli scolastici statali: “Tra l’antico modo di stabilire rapporti di lavoro tra capo d’arte padrone di bottega con gli apprendisti e il nuovo modello della scuola tecnica prevista dalla legge organica sull’istruzione, don Bosco preferì percorrere la sua terza via: quella cioè dei grandi laboratori di sua proprietà, il cui ciclo di produzione, di livello popolare e scolastico, era anche un utile tirocinio per i giovani apprendisti”7. Infatti, nel 1861, don Bosco non si diresse al regio provveditore degli studi per chiedere l’autorizzazione di fondare una scuola speciale o tecnica che prevedesse l’insegnamento dell’arte tipografica, ma si rivolse al governatore della Provincia di Torino, conte Pasolini, sollecitando l’apertura a Valdocco di una tipografia. Dopo laboriose trattative, don Bosco ottenne la facoltà di aprire all’Oratorio, nel “suo stabilimento”, un “esercizio di tipografia” sotto la direzione del tipografo Andrea Giardino8. Nella scelta operata da don Bosco era presente l’esigenza di dare una risposta ai bisogni concreti dell’istituzione assistenziale-educativa da lui fondata, ormai in rapida crescita. Nel 1885, accennando all’origine dell’opera, il fondatore diceva così ai membri del Capitolo Superiore (oggi Consiglio Generale) della Con gregazione salesiana: “All’Oratorio, gli interni primi furono gli studenti e poi gli artigiani in 5 STELLA P., Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), Roma, LAS, 1980, 244; ID., Don Bosco e le trasformazioni sociali e religiose del suo tempo, in MIDALI M. - BROCCARDO P. (Edd.), La famiglia Salesiana riflette sulla sua vocazione nella chiesa di oggi, Leumann (RO), Elle Di Ci, 1973, 145-170. 6 PRELLEZO J.M., Valdocco nell’Ottocento tra reale e ideale (1866-1889). Documenti e testimonianze, Roma, LAS, 1992, 175; cfr. STELLA P., Don Bosco nella storia economica e sociale, 244-245. 7 STELLA P., Don Bosco nella storia economica e sociale, 248. 8 Ibidem, 246. 12 soccorso degli studenti. Quindi prima calzolai poi sarti. Ci fu bisogno di libri, quindi legatori. Primo legatore Redino soprannominato Go verno; vennero quindi le fabbriche ed ecco falegnami e fabbri ferrai. Il lavoro agli artigiani lo danno gli studenti”9. In questo quadro di realtà e di idealità, si comprende come don Bosco non abbia trovato nelle “scuole tecniche” del tempo una proposta soddisfa cente. Anzi, secondo la testimonianza di alcuni dei suoi più stretti collaboratori, egli “era av verso” a queste scuole. Stabilite, non senza incertezze e ambi guità, all’interno dell’insegnamento “secondario”, dalla legge Casati del 1859, le cosiddette “scuole tecniche” avevano come fine di “dare ai giovani che intendono dedicarsi a determinate carriere del pubblico servizio, alle industrie, ai commerci ed alla condotta delle cose agrarie, la conveniente cultura generale e speciale” (art. 272). In pratica, esse erano destinate “per la piccola borghesia degli affari, degli impieghi e dei commerci”10. Ancora negli ultimi anni dell’Ottocento non si era assopita la polemica sulla mancanza di capacità di quel tipo di istituzioni a dare un “mestiere” agli allievi; si diceva che, “dopo averle frequentate”, al massimo si poteva fare “il fattorino telegrafico o lo straordinario in un’agenzia delle imposte”11. L’opera iniziata a Valdocco per i giovani disoccupati, alcuni dei quali usciti dal carcere, ed in gran parte analfabeti, si inseriva, dunque, senza forzature tra le iniziative “private”, nate in un clima di nuova attenzione per l’istruzione dei ceti popolari e per la crea zione di “officine” destinate ai giovani apprendisti. Il canonico bresciano Ludovico Pavoni aveva fondato già nel 1821 l’Istituto di San Barnaba, nel quale giovani poveri erano avviati all’apprendimento di un’arte (tipografo, legatore dei libri, fabbroferraio, falegname, tornitore, calzolaio ed altre). Negli anni che precedette ro l’apertura del primo laboratorio di don Bosco a Valdocco, diverse pubblicazioni periodiche caldeggiavano l’importanza della formazione di artigiani istruiti, e pre sentavano ai loro lettori le esperienze italiane (“istituti di arti e mestieri di Biella”) ed estere (Écoles royales d’Artes et Métiers de Chàlons sur- Marne). Nel 1831, il pedagogista Raffaello Lambruschini, concludeva il suo ragionamento – in un celebrato discorso alla Accademia dei Georgofili di Firenze sulla “educazione popolare” – con queste parole: “Il nostro insegnamento dovrebbe dunque essere altresì un insegnamento di arti e mestieri”12. Don Bosco, d’altra parte, poté avere pure tra le mani la rivista “L’Educatore Primario”, pubblicazione attenta al problema della educazione degli artigiani. E poté leggere, nel 1849, un avviso a stampa, in cui don Luigi Cocchi annunciava l’istituzione di una società di sacerdoti e “giovani laici”, che si sarebbero interessati dell’educazione di “tanti 9 ASC D872, Verbali del Capitolo Superiore (14.12.1885). 10 TONELLI A., L’istruzione tecnica e professionale di Stato nelle strutture e nei programmi da Casati ai nostri giorni, Milano, Giuffrè, 1964, 13. 11 SOLDANI S., L’istruzione tecnica nell’Italia liberale, in “Studi Storici”, 22(1981)1, 110. 12 LAMBRUSCHINI R., Scritti politici e di istruzione pubblica, Firenze, La Nuova Italia, 1937, 450. 13 ragazzi orfani principalmente, abbandonati che bulicavano per Torino... onde avviarli a qualche professione, a qualche mestiere”13. Don Bosco prese inoltre contatto con istituti torinesi in cui erano attivati laboratori per ragazzi, come la Generala e il Regio Albergo delle Virtù di Torino. In quest’ultimo istituto, verso l’anno 1842, erano ospitati circa 150 ragazzi, che si esercitavano nell’apprendimento di un’arte o mestiere, “con lo scopo di diventare abili e campare onestamente la vita”14. 2. La “sezione artigiani” di Valdocco L’avviamento e la successiva organizzazione dei laboratori nella casa annessa all’Oratorio di San Francesco di Sales di Torino, accanto alla “sezione studenti”, non riuscì impresa agevole. Intervennero diversi fattori, oltre quelli di carattere economico. Ne indico uno di particolare rilevanza: gli apprendisti indirizzati ad un mestiere avevano fatto spesso esperienze negative; infatti, alcuni di essi erano stati portati all’Oratorio dalla “autorità di pubblica sicurezza”. Nei primi anni Settanta si avvertì qualche segnale di cambiamento. In occa - sione della “conferenza generale” dei responsabili della Congregazione sale siana, tenuta nella festa di San Francesco di Sales del 1871, dopo aver ascol tato le relazioni su “tutte le case particolari”, don Bosco disse, riferendosi alla “casa centrale” di Valdocco: “Sono anche contento del gran miglioramento introdottosi negli artigiani, che gli altri anni erano un vero flagello per la casa. Non è che tutti siano ora farina da far ostie, ma un miglioramento c’è”15. Il tema del “miglioramento” dei giovani artigiani si trovò spesso all’ordine del giorno nelle adunanze del personale responsabile di Valdocco. Vi si parlò anche a più riprese della convenienza di separare gli artigiani dagli studenti. Un fatto che va collocato in una cornice culturale più ampia, in cui la scuola classica occupava un posto centrale. La “tendenza generale dell’Italia post-unitaria verso l’istruzione letteraria faceva della sezione studenti di Valdocco [...] la categoria trainante, e costituiva l’ancoraggio più sicuro sia per la sezione artigiani di Valdocco e di Sampierdarena, economicamente più precaria, sia per la stessa opera primordiale degli oratori festivi”16. 13 STELLA P., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. I. Vita e opere, Roma, LAS, 1979, 110. 14 GARGANO F., Educazione e tecnologia, in “Letture in Famiglia”, 1(1842), 274; cfr. anche Istruzione tecnica, in “L’Educatore Primario”, 1(1845), 294-296; BARICCO P., L’istruzione popolare in Torino, Torino, Tip. Botta, 1865, 140-141. I “laboratori [della Generala] non erano concepiti come vere e proprie scuole di apprendimento per le quali l’investimento finanziario era motivato da ragioni sociali, ma piuttosto erano pensati come aziende artigianali capaci di sfornare prodotti finiti e redditizi” (STELLA P., Don Bosco nella storia economica e sociale, 245). 15 ASC 04, Conferenze generali (30.01.1871). 16 STELLA P., Don Bosco nella storia economica, 378. 14 Benché non si possa parlare di una drastica inversione di tendenza a Val docco, negli anni Settanta vi si rileva una maggiore attenzione ai giovani artigiani. A questo riguardo, non mancarono ovviamente fatti stimolanti provenienti dall’ambiente socioculturale coevo. Nel biennio 1870-1871 dava i primi passi a Torino il movimento associativo operaio cattolico con la fondazione della “Unione Operaia Cattolica”, creata da Leonardo Murialdo. Questi influì anche su don Bosco: ne “sollecitava la presenza e la parola nelle inaugurazioni delle nuove sezioni, nell’intento pure di convogliare nelle società operaie cattoliche i giovani operai dei suoi Oratori”17. Contemporaneamente, arrivavano al Piemonte notizie delle iniziative francesi di Leon Harmel e di Timon David a favore dell’educazione e dell’istruzione dei giovani operai. Nel 1871 si fondava a Madrid la prima Escuela de Artes y Oficios (DL del 5.5.1871). La congiuntura economica favorevole del 1872 permise inoltre a don Bosco di dare un nuovo impulso alle “Letture Cattoliche” e, in stretto collegamento, anche al laboratorio dei legatori. Ugualmente la tipografia, superati momenti di tensione con i tipografi torinesi, ebbe notevole sviluppo, trovando da più parti ampi consensi18. “Di questi giorni – scriveva don Barberis con entusiasmo nelle cronachette del 1878 – all’Oratorio avvennero varie altre cose che credo degne di menzione. E prima di tutto: si fecero venire dalla Germania tre nuove macchine di tipografia [...]. E veramente se ne abbisognava. Quasi tutti gli inverni bisognava lavorare di notte. Ora con sette macchine, due delle quali sono doppie cioè stampano due fogli, del lavoro se ne fa”19. Quando a Valdocco si cercava il modo di “migliorare la condizione degli artigiani”, si pensava chiaramente agli aspetti religiosi e morali, ma anche a quelli riguardanti l’istruzione, la pulizia e le cure igieniche, l’impegno nel lavoro, la necessità di ren dere “più fruttuosi” i laboratori, l’andamento della vita collegiale: celebra zioni festive, musica vocale e strumentale, accademie, “teatrino” (che doveva “divertire e istruire”). Tuttavia, l’offerta culturale era stata, agli inizi, piuttosto modesta. Valdocco non costituiva, però, in tale ambito, una eccezione nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento. Alla radice di simile situazione si trovavano, tra gli altri fattori, i pregiudizi e le riserve di fronte alla diffusione dell’istruzione popolare. Il conte Solaro della Margherita, primo segretario di Stato di Carlo Alberto, scriveva ancora nel 1853: “Se l’istruzione è necessaria, non è necessario, anzi pregiudizievole, che 17 CASTELLANI A., Il Beato Leonardo Murialdo, vol. II, Il pioniere e l’apostolo dell’educazione sociale cristiana e dell’azione cattolica (1867-1900), Roma, Tipografia S. Pio X, 1967, 409; cfr. DOTTA G., Dall’Oratorio dell’Angelo custode all’Oratorio di San Luigi: Leonardo Murialdo tra don Cocchi a don Bosco nei primi oratori torinesi (Prima parte), in “RSS”, 28(2009), 361-385. 18 Cfr. CERIA E., Epistolario di S. Giovanni Bosco, vol. IV. Dal 1881 al 1888, Torino, SEI, 1959, 299-301. 19 ASC 110, Barberis Cronachette (11.05.1878). 15 20 SOLARO DELLA MARGHERITA C., Avvenimenti politici, Torino, Dai Tipografi-Librai Speirani e Tortone, 1853, 136; cfr. anche ROMEO R., Cavour e il suo tempo (1810-1842), Bari, Laterza, 1969, 791. 21 Progetto d’una ben regolata amministrazione secondo le esigenze attuali dell’Oratorio di S. Francesco di Sales nella sezione artigiani, in PRELLEZO J.M. (Ed.), Valdocco nell’Ottocento, 311-315. sia uguale per tutti indistintamente. [...] D’uopo è che ciascheduno conosca ciò che può giovargli all’esercizio della professione cui si dedica; è superfluo e nocivo porre l’intelletto in cose maggiori. A che servono la geografia, l’astronomia, la storia e simili scienze al calzolaio, al falegname, al sarto?”20. Ad ogni modo, stavano maturando ormai nuovi fermenti. Da parte loro, i collaboratori di don Bosco avevano buone ragioni per ravvisare nelle “esigenze delle arti” e nello “sviluppo del com mercio” alcuni dei fattori che spiegano l’aumento continuo dei ragazzi che arrivano a Valdocco per avviarsi a un mestiere, fino al punto che, nel 1880, ormai “gli artigiani trovansi in numero poco inferiore agli studenti”: 323. Valdocco: numero di alunni nella “Sezione artigiani” LABORATORI 1871-1872 1880-1881 1887-1888 Legatori 122 85 97 Calzolai 75 39 60 Sarti 62 33 57 Tipografi 64 43 – Compositori – – 47 Stampatori – – 34 Fonditori 17 24 25 Falegnami 42 22 11 Fabbri-Ferrai 27 25 53 Cappellai 9 – – Librai – 29 – Magazzeno-carta – 3 11 Panetteria – 7 – TOTALE 418 323 395 Fonte: ASC E614-E621, Registri Voti Artigiani 3. Carenze e proposte presentate al Secondo Capitolo Generale (1880) Presa coscienza della concreta realtà delle “due sezioni” esistenti nella casa, con caratteristiche proprie, i responsabili della “sezione artigiani”, in occasione del Secondo Capitolo Generale della Società Salesiana, tenuto nel 1880, presentarono a detto supremo organo legislativo della Società Salesiana alcune proposte. In un primo documento, dal titolo molto espressivo, è abbozzato il Progetto d’una ben regolata amministrazione secondo le esigenze attuali dell’Oratorio di S. Francesco di Sales nella sezione artigiani21. I redattori del medesimo dichiaravano, anzitutto, 16 che il testo era stato elaborato sulla base dei dati raccolti “in quattro anni di esperienza basata sui molteplici pareri dei capi d’arte e capi di amministrazione” di Valdocco. Da quella prolungata osservazione della realtà era emersa l’esigenza di una più adeguata organizzazione della “sezione artigiani” e la necessità di una certa autonomia della medesima. Le proposte e richieste dei Salesiani di Valdocco non rimasero circoscritte entro i limiti delle questioni economiche e commerciali. Anzi, in un secondo documento – Diverse esigenze degli artigiani da proporsi nel Capitolo Superiore Generale del 1880 – l’attenzione si centrò sul “bisogno d’una scuola per gli artigiani senza distinzione di età, condizione e capacità”22. Si riceve la netta sensazione che gli estensori del documento cominciavano a prendere coscienza della necessità di superare un modello di apprendistato artigianale, concepito prevalentemente come preparazione pratica per un’arte o mestiere manuale mediante concrete e prolungate pratiche di laboratorio. Pur nella loro scarna essenzialità, le proposte inviate ai membri del Capitolo Generale mettono in risalto degli elementi di indubbio interesse: si chiede, per esempio, che si provvedano maestri e locali per quattro scuole elementari e per “una scuola di francese, per una di disegno, professionale e commerciale”; si propone poi che agli artigiani “inscienti di ogni età” venga “concessa un’altra ora di scuola oltre la scuola regolare”. Negli anni Settanta, a Valdocco si parlava ormai spesso della “scuola per gli artigiani”; ma nel discorso emergeva non di rado una certa insoddisfazione riguardo all’organizzazione e al concreto funzionamento della medesima. Infatti, nei menzionati documenti redatti nei primi mesi del 1880, si chiede che “venga mutato l’orario scolastico”, e le lezioni siano tenute al mattino (dalle ore 7 alle 73/4), considerando l’orario serale poco adeguato: i giovani – si osserva – sono, “dopo una giornata intera di lavoro”, spossati “dalla fatica e preoccupati nella mente e perciò poco disposti allo studio ed alla attenzione alla istruzione”. Gli estensori delle proposte cercano di motivarne una risposta positiva, aggiungendo due considerazioni: il cambiamento sollecitato non dovrebbe comportare “gravi danni nel lavoro”. Di fatto, in altre tre case salesiane di artigiani – Sampierdarena, Nizza Marittima e Marsiglia – “venne già adottato un orario poco dissimile al richiesto”. Nonostante queste ragionevoli considerazioni, le scuole per i giovani artigiani di Valdocco continuarono a tenersi di sera. Riguardo al programma svolto nelle medesime, la documentazione fruibile è scarsa. Per questo acquistano particolare significato le parole rivolte da don Bosco agli ex-allievi, nel 1881: “Io non voglio che i miei figli siano enciclopedici; non voglio che i miei falegnami, fabbri, cal- 22 Diverse esigenze degli artigiani da proporsi nel Capitolo Superiore Generale del 1880, in PRELLEZO J.M., Valdocco nell’Ottocento, 315-316. 17 zolai siano avvocati; né che i tipografi, i legatori e i librai si mettano a farla da filosofi e da teologi. A me basta che ognuno sappia bene quello che lo riguarda; e quando un artigiano possiede le cognizioni utili ed opportune per esercitare la sua arte, ne sa quanto è necessario per rendersi benemerito della società”23. Il tema delle scuole per i giovani apprendisti nelle case salesiane non fu oggetto di studio e di discussione approfondita nel Secondo Capitolo Generale del 1880. Tuttavia, nei verbali delle riunioni, furono registrate annotazioni non prive di significato, anche su questo tema. Parlando, ad esempio, dello “scopo” della Società di educatori fondata da don Bosco, si nominano in primo luogo “i collegi od ospizi di artigianelli” e poi “gli Oratori” e le “scuole pel popolo e per poveri giovani abbandonati”24. Nelle Deliberazioni finali, pubblicate nel 1882, spicca un punto che merita di essere rilevato. Tra le competenze attribuite all’Economo generale della Congregazione, si segnala quella di tenersi in relazione con gli Ispettori o superiori provinciali salesiani “intorno all’avanzamento delle Case professionali, affinché i laboratori siano ben diretti pel vantaggio morale e materiale delle medesime”25. Ormai le “sezioni artigiani” di Valdocco e delle altre case salesiane non dovevano più dipendere, come fino a quel momento, dal Consigliere scolastico generale. Si dava così un nuovo passo significativo verso una loro organizzazione di maggior autonomia, che rispondesse meglio alle esigenze specifiche del settore in un nuovo contesto culturale. Non pare, dunque, azzardato supporre che l’opinione unanime dei redattori del Progetto d’una ben regolata amministrazione inviato al Secondo Capitolo Generale abbia potuto riscontrare un certo ascolto. Anche nell’ambiente contemporaneo più vasto, la situazione stava mutan do e nel cambiamento avevano avuto un notevole peso le esperienze realizzate all’estero. In Francia, la legge dell’11 dicembre 1880 regolava le Ecoles manuelles d’apprentissage. In virtù della medesima si crearono varie Ecoles Nationales Professionnelles: Vierzon (1881), Armentières (1882), Voiron (1882). In Italia, l’istruzione professionale – regolata dalla Legge del 30 maggio 1878, e affidata al Ministero dell’agricoltura, industria e commercio – cominciò a dare i primi passi nel 1879-1880, sorretta dalle circolari del mini stro Cairoli “per l’istituzione di scuole serali e domenicali d’arti e mestieri”26. Nuovi sti moli e richieste provenivano dal mondo del lavoro. In sintonia con il primo svi luppo industriale, la sezione milanese del Partito operaio includeva nel pro gramma di rivendicazioni (1882), le “scuole Professionali di arti e mestieri, in tegrali, laiche e obbligatorie”27. 23 CERIA E., Annali della Società Salesiana, vol. I, Torino, SEI, 1941, 658. 24 ASC D579, Capitolo Generale II 1880. 25 Deliberazioni del Secondo Capitolo Generale, 13. 26 CANESTRI G. - RICUPERATI G., La scuola in Italia dalla legge Casati ad oggi, Torino, Loescher, 1976, 97. 27 LACAITA C.G., Istruzione e sviluppo industriale in Italia 1859-1914, Firenze, Giunti-Barbera, 1973, 84; cfr. CHARMASSON T. - LELORRAIN A.M. - RIPA Y., L’enseignement technique de la Rèvolution à nos jours. Textes officiels..., Paris, Economica/Service d’Histoire de l’Éducation, 1987, 244-257. 18 4. Sensibile sviluppo dei laboratori Nelle due coordinate tracciate – le istanze emerse all’interno delle “sezioni di artigiani” e la nuova attenzione dedicata dalle autorità pubbliche alle “scuole di arti e mestieri” – si inse risce il Terzo Capitolo Generale della Società salesiana del 188328. Tra le materie da trattarvi, è in dicata questa: “Indirizzo da darsi alla parte operaia nelle case salesiane e mezzi di sviluppare la vocazione dei giovani artigiani”. Era la prima volta che il supremo organismo legislativo salesiano si occupava di questa problematica. L’apertura dei lavori del Capitolo fu preceduta da un periodo di preparazione. Sollecitate da don Bosco, giunsero a Torino “osservazioni e proposte” sulle materie da trattarsi; in particolare, sulla “parte operaia” – “classe operai”, si legge in alcuni manoscritti – delle case. Nelle testimonianze e nei manoscritti vergati da salesiani autorevoli, come il coadiutore Giuseppe Buzzetti e don Domenico Belmonte – direttore di Sampierdarena e futuro prefetto generale – si sottolineava l’urgenza del tema e si individuavano alcuni dei problemi da affrontare: la scarsità di personale, la necessità di formare assistenti e capi laboratori capaci, il necessario miglioramento dei programmi e metodi educativo-didattici29. Le discussioni capitolari sullo “sviluppo dei laboratori” non approdarono, tuttavia, alla elaborazione di un documento normativo. L’esame del tema riguardante la “parte operai” fu ripreso, tre anni più tardi, nel successivo Capitolo Generale del 1886. Dagli scritti giunti, questa volta, al moderatore e dai verbali delle adunanze capitolari emerge che, durante il triennio trascorso, la situazione non era sostanzialmente mutata. Si riconosce, senz’altro, che “per l’educazione dell’intelletto vi sono già in quasi tutte le nostre case d’artigiani le scuole serali per loro”, ma se ne denuncia anche la scarsa rilevanza: “essendo fino adesso tale insegnamento lasciato al criterio ed arbitrio dei singoli insegnanti”30. Sono riproposte anche questioni già esaminate nel 1883, come la mancanza di personale e soprattutto di personale preparato. Alle critiche su situazioni inadeguate da superare si aggiungono, d’altro canto, con non minor forza, le proposte d’avanzamento e di sviluppo. Dopo aver denunciato qualche episodio di trascuratezza o di poca attenzione educativa nei confronti dei giovani lavoratori, si ribadisce senza esitazione che, a questo proposito, “non dovrebbe esistere alcuna differenza fra artigiani e studenti”. Tra le voci più accreditate, si sente quella di don Giovanni Branda, direttore dei laboratori (Talleres) di Sarrià, in Spagna, il quale auspica che “i laboratori Salesiani siano elevati alla perfezione e progressi che ostentano le officine e laboratori dei profani mediante maestri idonei, siano o non Salesiani, pel tempo necessario”. Ancora più lungimirante è la proposta del francese Louis Cartier. Questi, allora direttore di Marsiglia, dopo 28 ASC D579, Capitolo Generale III 1883. 29 ASC D579, Relazione del Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenutosi nel Collegio Valsalice dal 1° sett. al 7 del mese medesimo, Anno 1886. 30 ASC D579, Capitolo Generale IV 1886 (proposte). 19 aver accennato ai pericoli a cui andavano incontro i giovani che uscivano dai laboratori salesiani senza aver appreso bene il proprio mestiere, esprimeva la sua convinzione riguardo alla possibilità di superare i pericoli accennati, stabilendo “écoles professionnelles” nelle case salesiane: “Io penso – affermava don Cartier – che noi potremo riuscire, stabilendo nelle nostre case delle scuole professionali per ognuno dei mestieri. Sarebbe necessario, dunque, con capi molto capaci cercare la perfezione del lavoro e condurre i ragazzi gradualmente dal facile al difficile, con metodo, cioè unire sempre la teoria e la pratica”31. Questi ed altri interventi, la successiva discussione delle proposte arrivate a Torino e la laboriosa compilazione dei documenti normativi svelano una accresciuta consapevolezza del ruolo che il mondo del lavoro andava prendendo nelle ultime decadi dell’Ottocento. Nella prima bozza del documento capitolare, compilata probabilmente già negli incontri del 1883, si legge: “La parte operaia prende ai nostri giorni nella civile società tale influenza, da far impensierire seriamente; poiché dal buono o cattivo indirizzo di quella dipende il buono o cattivo andamento di questa”32. 5. La “parte operaia delle case salesiane” nella prospettiva delle “scuole di arti e mestieri” L’attenzione alla “parte operai” è manifestata esplicitamente nella redazione definitiva del documento capitolare del 1886. Il cui titolo – Indirizzo da darsi alla parte operaia delle case salesiane e mezzi da svilupparne le vocazioni – coincide letteralmente con quello del tema V, proposto come argomento di studio nel Secondo e Terzo Capitolo Generale33. Non vi si parla semplicemente dei “laboratori”; ma neppure si accenna ancora alle “scuole professionali”, come aveva suggerito nel suo intervento don L. Cartier. Direi che gli estensori del documento capitolare continuano a tener presente il modello della casa annessa all’Oratorio di San Francesco di Sales di Valdocco: una istituzione complessa in cui, oltre gli oratoriani dei giorni festivi, convivono durate la settimana circa 400 ragazzi che frequentano gli studi classici e circa 400 giovani che imparano un mestiere. Tuttavia, si potrebbe anche affermare che il discorso culturale ed educativo comincia a collocarsi sempre più nella prospettiva ideale delle “case di artigiani” o “scuole di arti e mestieri” (o “istituti di arti e mestieri”) di cui, come si è ricordato, si parlava in diversi Paesi europei. Di fatto, le norme e orientamenti riguardanti la “parte operaia” si aprono con una dichiarazione impegnativa sullo scopo che si propone la Società Salesiana nel- 31 ASC D579, Capitolo Generale IV 1886, (proposte). 32 Ibidem. 33 ASC D579, Capitolo generale II 1880. 20 l’accogliere ed educare questi giovanetti: quello “d’allevarli in modo che, uscendo dalle nostre case compiuto il loro tirocinio, abbiano un mestiere onde guada gnarsi onoratamente il pane della vita, siano bene istruiti nella religione ed abbiano le cognizioni scientifiche opportune al lor stato”. Da tale premessa deriva una prima conclusione: “triplice deve essere l’indirizzo da darsi alla loro educazione: religioso-morale, intellettuale e pro fessionale”. a) Le norme per ottenere una buona educazione religioso-morale non si discostano, nella sostanza, da quelle tracciate per gli altri allievi delle case salesiane: fedeltà alla pratica del regolamento, richiamo alla presenza di Dio, studio del catechismo, partecipazione alle associazioni religiose giovanili. Ma c’e un orientamento, di speciale importanza nel contesto del sistema preventivo, che acquista un nuovo significato, se si tengono presenti le osservazioni arrivate a Torino. I membri del Capitolo invitano ora a “usar ogni cura” perché i giovani artigiani “sappiano di essere amati e stimati dai superiori, e questo – aggiungono – si ottiene trattandoli con quello spirito di vera carità che solo può renderli buoni”. Con lo sguardo nel futuro inserimento nel mondo del lavoro, si raccomanda di collocare i giovani artigiani che hanno finito il tirocinio “presso dei buoni e cristiani padroni”, ascriverli tra i cooperatori salesiani e “raccomandarli a qualche società operaia cattolica”. b) Nell’ambito dell’indirizzo intellettuale, è additato questo obiettivo generale: “gli alunni artigiani conseguano nel loro tirocinio professionale quel corredo di cognizioni letterarie artistiche e scientifiche che loro sono necessarie”. Sono indicati inoltre i mezzi da attuare: “ogni giorno un’ora di scuola”, e una seconda ora per quelli che ne abbiano un particolare bisogno; lezione settimanale di “buona creanza”; compilazione di “un programma scolastico” da eseguirsi in tutte le case salesiane, in cui siano indicati “i libri da leggere e spiegare nella scuola”. Dal punto di vista metodologico, merita di essere sottolineata ancora una norma che si inserisce nella tradizione pedagogica che affonda le radici nell’Umanesimo rinascimentale, che non ha perso attualità: “Si classifichi i giovani dopo d’averli sottoposti ad un esame di prova, e si affidi la loro istruzione a maestri pratici”. c) La breve ed essenziale trattazione sull’indirizzo professionale si apre con una affermazione di principio: “Non basta che l’alunno artigiano conosca bene la sua professione, ma perché la possa esercitare con profitto bisogna che abbia fatta l’abitudine ai diversi lavori e li compia con prestezza”. Non si trattava, soprattutto in questo caso, di una frase presa a prestito da qualche manuale del tempo, ma di una affermazione che esprimeva una convinzione condivisa da don Bosco e dai suoi collaboratori, e confermata dall’esperienza. Potevano basarsi sulla esperienza personale degli estensori anche le norme e gli orientamenti suggeriti per “ottenere” una adeguata formazione professionale “teorico-pratica”: assecondare “l’inclinazione dei giovani nella scelta dell’arte o mestiere”; provvede21 re “abili ed onesti maestri d’arte anche con sacrificio pecuniario”; curare una organizzazione graduale e progressiva dei diversi momenti della pratica del mestiere; stabilire adeguata durata del tirocinio, che “per regola generale” era di “cinque anni”; attuare l’allestimento di una esposizione dei lavori realizzati dagli alunni durante l’anno e, ogni tre anni, una esposizione generale “a cui prendano parte tutte le nostre case d’artigiani”. Per favorire la “abilità e prestezza” nell’esecuzione dei lavori, si propongono i “voti settimanali” di condotta e la distribuzione del lavoro “a cottimo stabilendo un tanto per cento pel giovane”. Gli estensori del documento capitolare non dimenticarono di indicare che, finito il tirocinio, si doveva rilasciare al giovane apprendista un “attestato”, in cui “venga notato distintamente il suo profitto nell’arte o mestiere, nell’istruzione e buona condotta”. Le Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale videro la luce nel 1887, poche settimane prima della morte di don Bosco34. Fu l’ultimo documento riguardante gli artigiani da lui approvato. È dunque possibile fare un primo bilancio dell’opera salesiana a favore dei giovani operai. 6. Sintesi e considerazioni conclusive Dai documenti e testimonianze esaminate emergono dati che consentono di abbozzare una ipotesi di “periodizzazione”, cioè del graduale passaggio dai modesti inizi (1853), a un ravvivato interesse verso gli artigiani (1870-1879), a una più consapevole esigenza di organizzazione e di maggiore autonomia della “se - zione artigiani” (1879-1882), ad esplicite proposte di erigere “case di artigiani” e “scuole professionali” (1883-1887). Anzi, nel 1886 si esamina “seriamente” la convenienza che “ogni casa d’artigiani sia intieramente separata dagli studenti”. Ormai era largamente condivisa la convinzione che, per il buon andamento delle cose, non bastasse più la presenza del “catechista degli artigiani” codificata nel Regolamento del 1877, ma che fosse necessaria l’istituzione di un “prefetto” e di un “direttore” impegnati nella loro cura particolare. A livello di Consiglio Generale, la carica di “consigliere professionale” fu stabilita nel 1883. La sua funzione veniva sintetizzata nella cura di quanto spettava “all’insegnamento delle arti e mestieri”. Nella riunione tenuta il 4 settembre del 1884, don Rua propose di nominare don Giuseppe Lazzero “al nuovo ufficio di Consigliere professionale, ufficio creato dal Capitolo nell’anno passato”35. 34 Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana tenuti in Valsalice nel settembre 1883-1886, S. Benigno Canavese, Tip. Salesiana, 1887. 35 ASC D872, Verbali del Capitolo Superiore (14.09.1884). 22 Si completava così un quadro istituzionale che doveva rimanere quasi immutato fino agli anni Sessanta del secolo XX. Lo sforzo organizzativo e la maggiore centralità dell’impegno salesiano nel settore trovavano riscontro in una accresciuta consapevolezza della rilevanza che la “parte operaia” o il mondo del lavoro stava prendendo nelle ultime decadi dell’Ottocento. E, allo stesso tempo, si avvertivano sempre più chiaramente le difficoltà di diverso genere che comportavano le risposte alla nuova situazione. Il 10 gennaio 1887, dopo essere stato eletto, “per la seconda volta”, all’ufficio di Consigliere professionale generale, don Lazzero scriveva al salesiano francese don Charles Bellamy: “La parte assegnatami dal Superiore da disimpegnare in tutta la nostra Società è difficile assai, perché sprovvista totalmente di individui quali dovrebbero essere i buoni capi e maestri d’arte [...]. A tal fine mi appello a tutti i cari direttori delle case di artigiani che vengano in aiuto coll’educare per la nostra Società quei giovani che scorgeranno proprio buoni, disposti a star con noi tutta la loro vita”. I cenni alla rilevanza e la conseguente influenza della “parte operaia” scomparvero nelle successive redazioni del 1886 del documento capitolare sull’argomento, più schematiche e senza riferimenti a situazioni concrete. Al posto di quei cenni, però, troviamo nella stesura definitiva un elemento tutt’altro che trascurabile: non solo si collega l’indirizzo da darsi alla “parte operaia” con le finalità educative proprie della missione dei Salesiani, ma si ribadisce altresì che il ricoverare i giovani abbandonati e il loro avviamento a qualche arte o mestiere si doveva col locare “fra le principali opere di carità che esercita la nostra pia Società”. Un altro punto presente nel documento capitolare del 1886 merita di essere rilevato: quello riguardante l’esigenza di preparare il giovane operaio per superare le difficoltà e gli ostacoli della “moderna civile società” senza “venir meno né alla giustizia né alla carità”. D’altro lato, nella redazione definitiva si avverte una variante di rilievo: non solo si dice che è conveniente che i giovani operai, finito il tirocinio, si iscrivano tra i cooperatori salesiani, ma si aggiunge che è necessario metterli in contatto con “qualche Associazione Operaia Cattolica”. Precisamente alcuni mesi prima – il 24 giugno del 1886 – la sezione di San Gioacchino del - l’Unione Cattolica Operaia di Torino aveva nominato don Bosco presidente onorario36. Per raggiungere le finalità segnalate – specialmente la formazione religiosomorale, intellettuale e professionale dei giovani artigiani – le Deliberazioni capitolari del 1887 danno alcune norme orientative per l’azione. Tra le più rilevanti: elaborare un programma scolastico comune da seguirsi in tutte le case salesiane di 36 Cfr. “BS”, 10(1886)7, 74-76. 23 artigiani; garantire la presenza di buoni capi laboratorio; seguire, nella scelta di un’arte o mestiere, l’inclinazione dei giovani; fissare la durata del tirocinio di apprendistato in almeno cinque anni; classificare gli alunni in sezioni successive secondo il livello di istruzione; dividere il complesso dell’arte o mestiere in corsi e gradi progressivi da percorrersi gradatamente dagli apprendisti. Gli studiosi che si sono occupati del tema hanno emesso giudizi diversificati, se non contrastanti, sul valore di queste autorevoli Deliberazioni. Per Luciano Panfilo, esse costituiscono “un insieme di norme – poche ma fondamentali – che, formulate sotto gli occhi di don Bosco, costituiscono come il documento fondamentale per l’organizzazione delle scuole professionali salesiane”37. Redi Sante Di Pol, riferendosi sempre alle “importanti norme” del 1887, scrive: “I primitivi laboratori vennero trasformati in vere e proprie scuole professionali strutturate in modo da offrire ai giovani una formazione completa che permettesse di farne dei buoni cristiani, dei cittadini coscienti e dei lavoratori qualificati”. E lo stesso Sante Di Pol aggiunge che l’introdu zione di alcuni di questi elementi nelle ultime decadi del secolo XIX, “le po sero all’avanguardia fra le analoghe scuole religiose e non”38. Anche Luciano Pazzaglia riconosce che tutti questi erano “elementi di non poco conto”, ma ritiene che “il progetto messo a punto, nel 1886, da don Bosco e dai suoi colla boratori non aveva ancora molto della scuola, ma continuava a ispirarsi all’idea di un apprendistato che, sia pure nel rispetto dei gusti e delle attitudini personali, doveva impegnare ogni giovane a integrarsi, immediatamente, con una ben precisa e determinata attività lavorativa”39. A questo proposito, non trovano un riscontro nella documentazione coeva oggi fruibile le affermazioni del salesiano don Domenico Molfino, secondo il quale, “Don Bosco, sino dagli inizi, ha voluto che i suoi artigianelli, destinati ad essere gli operai del domani, dedicassero metà circa, delle 8-10 ore giornaliere, allo studio propriamente detto, cioè alla cultura generale e specifica, e metà all’officina-scuola cioè alle esercitazioni didattiche e all’esercizio progressivo del lavoro”40. Si deve dire, invece, che il tempo dedicato all’attività intellettuale era, ancora nel 1887, piuttosto modesto: un’ora di scuola, dopo aver finita la giornata di lavoro nel laboratorio; e, per i più bisognosi, un’altra ora di istruzione al mattino. Si trattava di un pas so avanti nei confronti della situazione degli anni ’70, ma un passo 37 PANFILO L., Dalla scuola di arti e mestieri, 81-82. 38 DI POL R.S. L’istruzione professionale popolare a Torino nella prima industrializzazione, in Scuole, professioni e studenti a Torino. Momenti di storia dell’istruzione, Quaderni del Centro di Studi “Carlo Trabucco”, Torino, Centro Studi sul Giornalismo Piemontese, 1984, 81; cfr. anche MARCHIS V., La formazione professionale: l’opera di don Bosco nelle scenario di Torino città di nuove industrie, in BRACCO G., Torino e don Bosco, vol. I, Torino, Archivio Storico della Città di Torino, 1989, 217-238. 39 PAZZAGLIA L., Apprendimento e istruzione degli artigiani a Valdocco (1846-1886), in TRANIELLO F. (Ed.), Don Bosco e la cultura popolare, Torino, SEI, 1987, 63. 40 ASC E484, Scuole professionali. 24 ancora timido. Gli stes si capitolari se ne dovettero rendere conto, se sentirono il bisogno di aggiungere: “Dove poi le leggi richiedessero di più converrà adattarsi a quanto è prescritto”. Più ancora, i redattori della prima stesura del documento capitolare, pur riconoscendo la strada percorsa, avevano manifestato con chiarezza la necessità di superare una situazione insoddisfacente, a causa di diversi fattori: tra essi, “il tempo troppo breve” dedicato all’insegnamento intellettuale41. Questa diagnosi si poteva applicare, in realtà, a molte altre istituzioni educative del tempo42. Ma la serietà del problema non passò inosservata a Torino. Benché le misure prese ci sembrino oggi “deboli”, è giusto riconoscere che nelle norme e orientamenti del 1887 ci sono elementi che si dovevano dimostrare fecondi. In concreto, si afferma senza riserve che gli artigiani devono acquisire un adeguato “corredo di cognizioni letterarie, artistiche e scientifiche”. Soprattutto la decisione di elaborare un programma scolastico da se guire in tutte le case di artigiani ebbe in seguito riflessi decisivi nell’organizzazione e successivo sviluppo delle “scuole professionali salesiane”. Infine, limitandosi al periodo esaminato, un primo bilancio deve registrare che, in momenti di depressione economica e di scarsa attenzione pubblica all’istruzione professionale, i laboratori di don Bosco offrirono a molti figli di fa miglie contadine o del ceto popolare un mezzo di promozione sociale. La do manda non era solo piemontese né solo italiana. Negli ultimi anni della vita del fondatore, i Salesiani aprirono “scuole di arti e mestieri”, pur con nomi diversi, anche in altri Paesi europei e americani: Francia (Nice, Marseille), Argen tina (Almagro, Buenos Aires), Uruguay (Montevideo), Spagna (Sarriá-Barcelona), Brasile (Niteroi, Rio de Janeiro, São Paulo)43. 41 ASC D579, Capitolo Generale IV 1886 (proposte). 42 Cfr. BIFFI G., Opere complete, vol. IV. Riformatori per giovani, Milano, Hoepli, 1902. 43 LE CARRÉRÉS Y., Les colonies ou orphelinats agricoles tenus par les salésiens de don Bosco en France de 1878 à 1914, in MOTTO F. (Ed.), Insediamenti e iniziative salesiane dopo don Bosco. Saggi di storiografia, Roma, LAS, 1996, 137-144; ALBERDI R., Impegno dei salesiani nel mondo del lavoro, e in particolare nella formazione professionale dei giovani, in “Salesiani nel mondo del lavoro”. Atti del Convegno europeo sul tema «Salesiani e pastorale per il mondo del lavoro», Roma, Editrice SDB, 1982, 9-63; ROSSI G., Istruzione professionale in Roma capitale: e scuole professionali dei Salesiani al Castro Pretorio (1883-1930), Roma, LAS, 1996. 25 LABORATORIO CALZOLAI - VALDOCCO (ASC) 26 LABORATORIO SARTI - VALDOCCO (ASC) 27 Capitolo 2 Il laborioso cammino verso l’organizzazione di “vere e proprie scuole professionali” salesiane (1889-1910)44 Don Michele Rua, primo successore di don Bosco, in una lettera circolare del 1895 raccomandava ai Salesiani: “Siccome in alcune Case si hanno studenti e artigiani ad un tempo, così è della massima importanza che gli uni e gli altri siano trattati senza distinzione e parzialità”. E aggiungeva anche una dolorosa costatazione: “Mi avvidi essere in qualche casa meno curati gli artigiani e ciò mi ha ferito al vivo, come certamente avrebbe ferito don Bosco che con tanta bontà amava i suoi artigianelli”45. Passando dai rilievi critici riguardanti determinate situazioni incresciose da superare a un discorso più generale, lo stesso don Rua scriveva: “Vi rammento che, sia per evitare gravi disturbi, sia per dar loro il vero nome, i nostri laboratori devono denominarsi Scuole professionali: così scuola di sartoria, di calzoleria, ecc.”46. Nonostante il richiamo del successore di don Bosco, i Salesiani continuarono ad usare ancora il termine “Laboratori” ed altre espressioni come “Scuole di artigiani”, “Scuole di arti e mestieri”, “Case di artigiani” (in Italia); “Talleres” o “Escuelas de Artes y Oficios” (nei paesi di lingua spagnola), “Collegio” o “Lyceu de Artes e Oficios” (nei paesi di lingua portoghese). Non si trattava di una semplice questione di nomi. La strada percorsa dai primi laboratori di Valdocco alle “vere e proprie scuole professionali” salesiane nei cinque continenti è stata lunga e laboriosa. Il presente saggio – in continuità con quello pubblicato nel precedente numero della nostra Rivista47 – si occupa di un periodo di particolare rilevanza: dal 1888 (anno della morte di don Bosco) al 1910 (anno della morte di don Michele Rua e di don Giuseppe Bertello:due protagonisti di questo nuovo capitolo della nostra storia)48. 44 Cfr. “Rassegna CNOS”, 25(1909)2, 23-38. 45 Lettere circolari di don Michele Rua ai Salesiani, Torino, Tip. S.A.I.D, in “Buona Stampa”, 1910, 126. 46 Ibidem, 126. 47 PRELLEZO J.M., Dai laboratori fondati da don Bosco a Valdocco alle “scuole di arti e mestieri” salesiane (1853-1888), in “Rassegna CNOS”, 25(2009)1, 21-36; cfr. anche ID., “Le scuole professionali salesiane (1880-1922)”, in GONZÁLEZ J.G. et al., L’educazione salesiana dal 1880 al 922, vol. I, Roma, LAS, 2007, 53-94. 48 Cfr. BERTELLO G., Scritti e documenti sull’educazione e sulle scuole professionali. Introduzione, premesse, testi critici e note a cura di José Manuel Prellezo, Roma, LAS, 2010. 28 1. Primo “programma scolastico per le scuole di artigiani” (1888-1903) Le osservazioni e l’accorato invito del Rettore Maggiore della Società Salesiana si collocavano in un contesto italiano ed europeo di accresciuto sviluppo industriale e di una nuova sensibilità del mondo cattolico nei confronti della “questione operaia” e di altri temi sociali in seguito alla pubblicazione dell’enciclica “Rerum Novarum” (1891) del papa Leone XIII49. Quasi dieci anni prima della circolare di don Rua, nell’anno 1886, in occasione del Quarto Capitolo Generale – suprema assemblea legislativa salesiana – era stata formulata da parte di un autorevole capitolare, don Louis Cartier, la proposta di “stabilire nelle nostre case delle scuole professionali per ognuno dei mestieri”. E il medesimo Cartier, allora direttore della casa di Marsiglia, aveva precisato inoltre che, per raggiungere quell’obiettivo, era necessario unire sempre “la teoria e la pratica”50. Quella del salesiano francese non era una voce isolata. Tutt’altro. Nelle Deliberazioni capitolari, pubblicate nel 1887, fu codificata la decisione, unanimemente condivisa, di approntare “un programma scolastico” da eseguirsi in tutte le case salesiane di artigiani, nel quale dovevano essere indicati pure “i libri da leggere e spiegare nella scuola”. Inoltre fu deciso di organizzare, ogni tre anni, una mostra o “esposizione generale delle scuole professionali e agricole salesiane”51. Le decisioni del supremo organismo salesiano per il momento non furono attuate. Tuttavia, qualche cosa stava muovendosi. Si è potuto parlare del “consolante sviluppo” che, nella seconda metà degli anni ’90 dell’Ottocento, andava prendendo in ambito salesiano “l’industria tipografico-libraria”. Una realtà che persuase i “Superiori maggiori a raccogliere, nel 25-26 agosto 1896, i capi tipografi e capi librai salesiani a Valsalice come a piccolo congresso”. I partecipanti a quelle giornate di riflessione e di scambio di esperienze, riconoscendo la necessità di dare una “conveniente istruzione letteraria agli allievi compositori”, condivisero, tra l’altro, l’idea di compilare un Manuale del tipografo ad uso delle scuole salesiane di arti e mestieri, che fu stampato nel 1899. D’alto canto, nel contesto italiano ed europeo in generale si moltiplicavano delle iniziative orientate a mettere in atto le istanze più feconde del menzionato documento papale. Tra le più qualificate, la fondazione a Torino di un Circolo di Studi Sociali, denominato “Rerum Novarum”, nel 1898. Nello stesso anno ebbe luogo un nuovo e importante Capitolo Generale (l’ottavo dagli inizi dell’Opera salesiana). Quanti vi parteciparono ebbero modo di con- 49 PRELLEZO J.M., La risposta salesiana alla “Rerum Novarum”, in MARTINELLI A. - CHERUBINI G. (Edd.), Educazione alla fede e dottrina sociale della Chiesa, Roma, Editrice SDB, 1992, 39-91. 50 ASC D579, Capitolo Generale IV 1886 (proposte). 51 Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana: tenuti in Valsalice nel settembre 1883-1886, S. Benigno Canavese, Tip. Salesiana, 1887. 29 statare che gli autori delle proposte pervenute dalla base della Congregazione apparivano concordi nel dire che “il bisogno di elevare l’istruzione professionale a maggior cultura [era] dappertutto sentito più che vivamente”. Essi, dunque, reclamavano che si prendessero dei provvedimenti adeguati e tempestivi, allo scopo “che i laboratori non siano solo per avere lavoro, ma per educare e formare buoni e valenti operai”52. Volendo dare risposte valide ai vivi bisogni avvertiti, i membri del menzionato Capitolo Generale del 1898 decisero di “dar esecuzione, e al più presto possibile”, a quanto era stato stabilito, e non attuato, precedentemente: “pubblicare cioè programmi, orari, suggerimenti ed indicare libri di testo da usarsi nelle varie Case di artigiani ed agricoltori, distinti per scuole ed anni di corso”53. Il nuovo Consigliere professionale generale – don Giuseppe Bertello – si mise con lena all’opera. Il 29 gennaio 1899, pochi mesi dopo la sua elezione alla carica, egli firmò, insieme con don Francesco Cerruti, direttore generale degli studi e della stampa, una circolare in cui si ricordavano ai direttori salesiani alcune delle principali deliberazioni prese nel piccolo congresso tipografico-librario del 1896. E i due firmatari aggiungevano: “Si procuri conveniente istruzione letteraria agli allievi compositori; oltre all’istruzione pratica che si dà giorno per giorno durante il lavoro agli allievi tipografi, si facciano loro di quando in quando apposite conferenze o lezioni, procurando che non apprendano l’arte solo materialmente, ma in maniera da sapersi dar ragione delle cose che si fanno e del metodo che si tiene, tanto da non trovarsi perplessi od arenati sotto qualunque aspetto si presenti un dato lavoro”54. Consapevole della complessità del settore, la cui direzione aveva assunto, e della necessità di conoscere le concrete esperienze in atto, per riuscire a elaborare un aggiornato “programma scolastico”, don Bertello, nel suo primo intervento nelle indicate circolari collettive del Capitolo Superiore, pubblicato il 29 aprile 1899, sollecitava i direttori delle case di artigiani a “mandargli una breve relazione sulle scuole fatte ai medesimi” e, se fosse possibile, “anche il programma particola - reggiato delle materie, che hanno insegnato in ciascuna classe”. Alcuni mesi dopo, il 31 dicembre 1900, egli ripeteva la medesima raccomandazione in uno scritto inviato ai direttori delle case d’America. In successive circolari, don Bertello informerà poi sulle iniziative che, pur faticosamente, stavano prendendo piede nei diversi contesti salesiani: organizzazione della prima esposizione generale di arti e mestieri e agricole nel 1901; orientamenti perché i “capi-laboratorio si provvedano di libri e periodici adatti ad estendere 52 Atti e deliberazioni dell’Ottavo Capitolo Generale della Pia Società Salesiana, S. Benigno Canavese, Scuola Tipografica Salesiana, 1899, 74. 53 Ibidem, 80. 54 ASC E237, Consiglio Generale Circolari-Lazzero-Bertello. Il sussidio Manuale del tipografo vide la luce con il titolo: Manuale tipografico: ad uso delle scuole salesiane di arti e mestieri, compilato per incarico dei Superiori della Pia Società Salesiana, Torino, Tip. Salesiana, 1899. 30 la loro cultura professionale e tenerli informati dei progressi delle arti loro”55; proposta di “un metodo per apprezzare il lavoro” in vista della assegnazione ad ogni giovane apprendista della mancia o peculio settimanale56. A questo proposito, il Consigliere professionale generale aggiungeva una considerazione di notevole interesse per capire il suo stile di governo. Dopo aver accennato al sussidio messo a disposizione, egli pregava di “volerlo studiare, e quando loro sembri opportuno farne l’esperimento”. L’agognato Programma scolastico per le scuole di artigiani della Pia Società Salesiana vide la luce nel 1903. Don Bertello dichiarava che nella stesura del medesimo si era “attenuto sostanzialmente” alle Deliberazioni capitolari; e precisava inoltre di aver avuto “anche sott’occhio i programmi già in uso in diverse nostre case”. Tra questi, si trovava sicuramente quello curato da don Francesco Scaloni, ispettore del Belgio. Nel terzo congresso internazionale dei cooperatori (1903) era stato presentato, infatti, “alla pubblica ammirazione il Programme des cours pei giovani artigiani dell’Istituto salesiano di Liegi: programma di cultura generale letteraria e sociale veramente pratico, sanamente moderno ed in perfetta armonia colle aspirazioni delle encicliche papali sulla questione operaia”57. Accennando al fatto che il sussidio approntato potesse risultare troppo lungo e complesso, si suggeriva la possibilità di introdurre qualche modifica o riduzione “dopo qualche tempo di esperimento”. Altre volte don Bertello preferirà parlare di programma “ad experimentum”. La pratica di laboratorio si armonizza ormai nel nuovo Programma con una più vasta “cultura generale”, impartita lungo un tirocinio professionale di cinque anni. Nel primo periodo, di due anni, accanto al lavoro proprio del mestiere, il giovane artigiano dedica parte del suo tempo allo studio delle materie scolastiche: religione, lingua nazionale, geografia, regole di buona creanza, igiene. Nel secondo periodo, di tre anni, le discipline da studiare sono: religione, disegno, storia naturale, fisica, chimica e meccanica, storia, francese, computisteria, sociologia. Il testo inviato da don Bertello era accompagnato da alcune indicazioni di carattere metodologico e da brevi orientamenti sui libri di testo da scegliere e utilizzare particolarmente nell’ambito culturale italiano. 55 ASC E226, Consiglio Generale Circolari (29.11.1901). 56 ASC E212, Consiglio Generale Circolari (31.01.1901); cfr. BERTELLO G., Proposta di un metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani e determinarne la mancia settimanale, Torino, Tip. Salesiana, 1901. La mancia era, secondo Bertello, “un mezzo di incoraggiare gli allievi e procurar loro un vantaggio materiale per il tempo che dovranno uscire” (ASC B513, Consiglio Generale Cons. Professionale Bertello, 1904; cfr. Appendici - Proposta di un nuovo metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani e determinarne la mancia settimanale). 57 CANE F. (Ed.), Atti del III Congresso Internazionale dei Cooperatori salesiani, Torino, Tip. Salesiana, 1903, 230. 31 2. Laboriosa applicazione del programma e “metodo di don Bertello” in una nuova cornice culturale (1903-1909) Allorché informava circa la spedizione del Programma alle singole case, don Bertello coglieva l’occasione per raccomandare che detto programma fosse quanto prima messo in opera58. “Spero che i direttori – diceva già nella prefazione dello scritto – si metteranno con impegno all’opera di classificare gli allievi, dare loro maestri capaci e fornirli di tutti i sussidi opportuni, perché i nostri alunni artigiani, nel loro tirocinio professionale, conseguano quel corredo di cognizioni letterarie, artistiche e scientifiche, che loro son necessarie”. 2.1. Disponibilità e resistenze di fronte al cambiamento I primi cenni di accoglienza e disponibilità da parte di alcuni direttori e maestri volonterosi si ricevettero con soddisfazione a Valdocco; ma presto si dovettero costatare le resistenze e difficoltà manifestate da non pochi altri. Infatti, nella circolare collettiva del Capitolo Superiore, datata 12 luglio 1906, dopo aver accennato alla volontà di don Rua, il quale invitava a provvedere “efficacemente all’istruzione dei giovani artigiani”, don Bertello manifestava con schietta franchezza: “Da anni fu spedito a tutti un programma con ordine di farne una graduale applicazione. Pur troppo è noto che in ben poche case se ne è tenuto quel conto che meritava l’importanza della cosa. Continuando a questo modo se ne potranno avere dei gravi dispiaceri. Fuori si lavora febbrilmente a dare agli operai un’istruzione larga e appropriata. Non bisogna che i nostri allievi debbano sfigurare al loro confronto”. Il Consigliere professionale non esagerava nella sua diagnosi, e dovevano passare alcuni anni prima che fosse superato lo stato di cose da lui lamentato. Nel 1908, il Capitolo Superiore decise di fare una “visita generale” a tutte le case della Congregazione. Le relazioni su ognuna di esse, firmate dai “visitatori straordinari” – autorevoli salesiani che, a nome del Rettor Maggiore, presero contatto con la realtà concreta delle opere salesiane nei diversi contesti culturali – riportano dati di grande interesse59. Basti citarne qui, a mo’ di esempio, alcuni riguardanti specificatamente l’argomento che ci occupa. I visitatori, nelle loro relazioni, usano ordinariamente il termine “laboratori”. Nel corso del 1908-1909, il numero di questi “laboratori” per i giovani artigiani era almeno di 62 (32 nell’Antico Continente e 30 in America Latina) su un totale di 314 Opere salesiane. I visitatori usano pure, benché in pochi casi, l’espressione “scuole professionali”, mettendone in risalto il buon funzionamento. In riferimento 58 Il programma “abbraccia i laboratori degli Scultori, Falegnami ed Ebanisti, Legatori, Sarti e Calzolai. Fra breve sarà spedito anche quello dei Tipografi” (ASC E212, Consiglio Generale Circolari, 29.11.1902); cfr. Programma scolastico per le scuole di artigiani della Pia Società Salesiana, Torino, Tip. Salesiana, 1903. 59 ASC E183, Visita straordinaria; Lettere circolari, 378-381 (“Visita straordinaria a tutte le case della Pia Società Salesiana”). 32 alla Bolivia si dice, ad esempio, che “in generale, le scuole professionali vanno bene e vi si insegna con metodo teorico-pratico”. In altri casi, più numerosi, l’espressione “scuole professionali” è utilizzata in esplicita contrapposizione a quello di “laboratori”. Così si informa che a Siviglia (Spagna), i “laboratori son tenuti in conto di scuole professionali, ma in realtà non lo sono”, perché “non si è ancora messo in pratica il metodo di D. Bertello”. Ad Angra (Portogallo), i “laboratori sono molto lungi dall’essere vere scuole professionali [...]. Il metodo di D. Bertello è in fieri; si va molto alla buona”. A Recife (Brasile), “i laboratori sono abbastanza indietro, e non si possono chiamare vere scuole professionali”. A Novara (Italia), “quanto agli artigiani, è ancora lettera morta il Programma scolastico e professionale del consigliere professionale della Congregazione”. Si potrebbe allungare l’elenco dei laboratori in cui, nel corso 1908-1909, non si erano applicati ancora il “programma scolastico” e il “metodo di don Bertello”. A questi non mancavano, dunque, delle buone ragioni quando ripeteva insistentemente: “Nelle case in cui ci sono laboratori, si faccia di tutto per dar loro il carattere e l’ordinamento di Scuole professionali in conformità del nostro programma”60. Intanto, altre esigenze e altri fatti avvenuti “fuori” le mura degli istituti salesiani – ai quali alludeva probabilmente don Bertello nella ricordata circolare collettiva del 12 luglio 1906 – finirono per contribuire, direi per contraccolpo, a dare un forte impulso alle case di arti e mestieri salesiane sulla via delle “vere scuole professionali”. Ma, a questo proposito, se si vuole definire la portata delle modificazioni che – pur con resistenze e difficoltà – furono introdotte nei programmi e nell’organizzazione dei laboratori salesiani, dobbiamo fare qualche passo indietro nella ricostruzione del breve capitolo della nostra storia. Lungo la prima decade del Novecento, diversi interventi legislativi dello Stato italiano introdussero cambiamenti non trascurabili nei contenuti culturali e nell’ordinamento dell’istruzione professionale. Nel 1902 fu approvata la legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli negli opifici e laboratori industriali. Il “punto capitale” dell’ordinamento era che la scuola per i ragazzi con meno di quindici anni doveva contemplare, nell’orario giornaliero, “almeno una parte uguale a quella del lavoro” nel laboratorio61. In un primo momento, i membri del Consiglio Generale salesiano ritennero che quella normativa legale non dovesse interessare le proprie case di arti e mestieri, dato che in esse l’apprendistato pratico del mestiere occupava tradizio - nalmente uno spazio preponderante – pur senza proporsi scopi commerciali o di lucro – con la precisa finalità di preparare i giovani dei ceti popolari a guadagnarsi il pane. 60 ASC E226, Consiglio Generale Circolari (24.10.1906). 61 Regolamento del 29.01.1903; cfr. BAIRATI P., Cultura salesiana e società industriale, in TRANIELLO F. (Ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare, Torino, SEI, 1987, 331-357. 33 Nel 1905, don Bertello scriveva: “Si dovrà assegnar ai giovani artigiani non meno di un’ora e mezzo tra scuola e studio, ogni giorno, pigliando per norma il programma, che fu spedito a tutte le case or sono due anni”62. Un anno più tardi, ribadiva: “Vi sia non meno di un’ora e mezzo tra scuola e studio al giorno”63. Le difficoltà e resistenze non erano ancora superate del tutto, quando ebbero luogo fatti ed interventi esterni incresciosi. In seguito a un’ispezione all’istituzione di Valdocco, il Ministero del Commercio e dell’Agricoltura, con decreto 28 marzo 1907, intimava ai Salesiani di applicare “la legge del lavoro delle donne e dei fanciulli ai laboratori dell’Oratorio”. I membri del Consiglio Generale salesiano, però, decisero di non accogliere la decisione ministeriale, ritenendola ingiusta. L’8 maggio seguente, essi ottennero la sospensione del menzionato decreto e la messa in opera di una nuova ispezione. Il consigliere professionale e agricolo ricevette l’incarico di fare tutto quanto stimasse opportuno “per tutelare i nostri diritti e non svisare le nostre scuole professionali, presentando, ove si credesse opportuno, ricorso alla IV sezione del Consiglio di Stato”64. Espletate le prime pratiche, il 12 agosto 1907, fu costituita una commissione formata da qualificati Salesiani con lo scopo di studiare se non fosse ormai “il caso di assoggettarsi alla legge del lavoro delle donne e dei fanciulli oppure cercare il modo pratico di conservare il carattere di scuole professionali ai nostri laboratori”65. Accettate ad experimentum durante alcuni mesi le condizioni imposte dal Ministero del Commercio e dell’Agricoltura, i membri della menzionata commissione interna giunsero alla conclusione che, a Valdocco, i risultati si erano dimostrati sostanzialmente accettabili. Di conseguenza, essi formularono un parere positivo: “che si debba, anche a costo degli imposti sacrifici, conservare alle nostre Case d’arti e mestieri il titolo e la qualità di Scuole Professionali”. Dello stesso avviso si dichia - rarono i membri del Consiglio Generale. Fu accettata, dunque, la nuova normativa. In sintonia con la scelta di curare l’ordinamento di “vere Scuole professionali”, all’inizio dell’anno scolastico 1907-1908, don Bertello, mediante una sua lettera circolare, comunicò le “considerevoli modificazioni” che, come risultato delle nuove norme legislative, si dovevano “introdurre nell’ordinamento” delle scuole professionali salesiane. In estrema sintesi, egli metteva a fuoco un punto fondamentale: “dare nel programma una più larga parte all’istruzione teorica e alla cultura generale”66. Lo scritto era diretto ai “Carissimi Ispettori e Direttori”, sollecitandoli – in particolare quelli italiani – a conoscere e attuare le nuove normative emanate dalle 62 ASC E226, Consiglio Generale Circolari (24.10.1905); ASC B513, Consiglio Generale Cons. Professionale Bertello (1904). 63 ASC E226, Consiglio Generale Circolari (24.10.1906). 64 ASC D870, Verbali del Capitolo Superiore (20.05.1907). 65 Ibidem. 66 BERTELLO G., Circolare, Torino, Tip. Salesiana, 1907, 2. 34 “superiori autorità” allo scopo di prevenire “questioni e sorprese spiacevoli”. Tenendo ben presente che l’aumento delle ore di scuola deve comportare incremento, nella debita proporzione, del numero di maestri atti all’insegnamento delle singole materie del programma. I rilievi e le considerazioni di don Bertello si allargavano poi all’orario di studio e di lavoro e ad altri punti da lui stesso più volte ribaditi precedentemente: cura della pulizia e dell’igiene, esigenza di locali ampi e arieggiati, fornitura di attrezzature e utensili moderni... Tutto è necessario – ribadiva –, se si vuole “raggiungere lo scopo di dare una conveniente educazione professionale ai nostri allievi”67. Con le istruzioni riguardanti il “nuovo ordinamento da darsi alle Scuole professionali” arrivò alle case di artigiani un fascicolo a stampa: Alcuni avvertimenti di pedagogia per uso dei maestri d’arte nella Pia Società Salesiana68, con l’auspicio “che tutti i Capi interni ed esterni ne abbiano copia. E meglio ancora sarebbe – si osservava – se, oltre al darne copia a ciascuno, i direttori, in una o più conferenze, ne facessero a loro breve spiegazione”. Messi in luce la “nobiltà ed importanza” dell’ufficio del maestro e il suo compito fondamentale – cioè “fare non solo operai abili, ma anche degli uomini onesti e dei buoni cristiani” –, gli avvertimenti abbozzano orientamenti e norme pratiche riguardanti i contenuti culturali da proporre, il “metodo nell’insegnare” e la disciplina nei laboratori e nella scuola. In quest’ultimo punto, dopo aver trascritto un paragrafo sul significato del sistema preventivo, ricavato dal noto scritto di don Bosco, si mettono in particolare rilievo la ragione e la religione: ritenute “i mezzi che l’educatore deve giocare continuamente, secondo l’opportunità”69. A questi “avvertimenti” e suggerimenti si riferivano sicuramente, nel corso del 1908-1909, i visitatori straordinari quando accennavano all’applicazione (riuscita o mancante) del “metodo di don Bertello”. 2.2. Scuole professionali e colonie agricole salesiane Il discorso sulla necessità di una più vasta cultura e di una più aggiornata preparazione professionale, nel periodo che stiamo considerando, si era aperto ormai anche al mondo contadino. La storia delle scuole professionali salesiane, fin dai primi anni del Novecento, rimase intimamente legata a quella delle scuole e “colo - nie agricole”. Don Rua scriveva ai cooperatori, sulle pagine del “Bollettino Salesiano”, nel 1902: “permettetemi che io, assecondando il nuovo e salutare risveglio di ritorno ai campi, cotanto caldeggiato dal venerando Clero, richiami l’attenzione vostra sulle nostre Colonie agricole. L’impedire lo spopolamento delle campagne ed il relativo agglomeramento nelle città, con grande pericolo della fede e dei buoni 67 Ibidem, 4. 68 Alcuni avvertimenti di pedagogia per uso dei maestri d’arte nella Pia Società Salesiana, Torino, Tip. Salesiana, 1907. 69 Ibidem, 13; ASC E212, Capitolo Superiore; cfr. CERIA E., Annali della Società Salesiana, vol. III, Torino, SEI, 1946, 729-74. 35 costumi dei vostri campagnuoli, e il richiamare le popolazioni alla fonte vera del loro benessere economico, saranno i primi vantaggi di questo ritorno ai campi. Ecco quale vorrei fosse il precipuo campo della attività dei figli di D. Bosco”. Allorché il Rettor Maggiore dei salesiani faceva tale richiesta, non gli sfuggiva certamente che don Bosco aveva preferito gli oratori in area urbana, le scuole di arti e mestieri, le scuole umanistiche, i collegi; e sapeva bene che, nel 1878, don Bosco aveva accettato con una certa difficoltà la colonia agricola de La Navarre in Francia. La “svolta agraria” auspicata si inseriva ugualmente nell’accennato movimento sull’onda dell’enciclica “Rerum Novarum”, caratterizzato anche da una nuova sensibilità nei confronti del mondo agricolo. Negli ambienti ecclesiastici aveva avuto una forte risonanza la pastorale del card. Bourret: Della piaga sociale che risulta dall’abbandono della vita rurale e dalla diserzione dalla campagna. Un salesiano di spicco, don Carlo M. Baratta, direttore delle scuole di arti e mestieri di Parma, se ne era fatto portavoce in un suo libro: Di una nuova missione del clero dinanzi alla questione sociale. Nel 1900, don Baratta aveva iniziato, sempre a Parma, l’esperienza di un “corso complementare di agraria”, il cui progetto risaliva all’ultima decade dell’Ottocento. Nel corso trovavano applicazioni gli studi e approfondimenti delle teorie neofisiocratiche di S. Solari, delle quali don Baratta era assertore e attivo divulgatore mediante diverse pubblicazioni. Nel 1902, per iniziativa sempre di Baratta, la casa di Parma decise di farsi carico della “Rivista di Agricoltura”. La diresse per un ventennio (1902-1921) il coadiutore salesiano A. Accatino, autore di apprezzati saggi come I primi elementi di agricoltura (1907), Gli scioperi agrari: cause e rimedi (1908). Il sistema Solari fu introdotto anche in Spagna per opera del salesiano don Pietro Ricaldone, ispettore delle case dell’Andalusia e futuro Rettor Maggiore. Nel 1903, don Ricaldone iniziava anche una serie di piccoli volumi, sotto il nome di “Biblioteca Solariana”. Tuttavia l’appoggio dei salesiani alla fisiocrazia fu esterno, limitato e non senza qualche riserva. Il programma solariano divenne piuttosto “suggerimento e occasione scatenante” per l’inserimento delle colonie o scuole agricole nel programma educativo salesiano, accanto alle scuole professionali. D’altra parte, va ricordato che la situazione dei contadini non era un problema sentito unicamente dal clero. Tra i laici cattolici impegnati si avvertiva pure il bisogno di un’opera sociale incisiva a favore dei contadini: casse rurali, interventi avveduti sui mercati e sui prezzi dei prodotti agricoli, miglioramento delle tecniche di coltivazione delle campagne. Fu questo stato di cose – i bisogni dei ceti popolari – ciò che mosse i salesiani a promuovere il settore agricolo accanto a quello artigiano, sotto la responsabilità dello stesso membro del Consiglio Generale. Le colonie agricole salesiane esigerebbero una trattazione ben più ampia. I cenni fatti finora ad esse e quelli che si faranno nell’ultima parte di questo saggio si limitano a completare la cornice in cui si inserisce il tema di cui ci occupiamo, offrendo anche utili elementi per una visione d’insieme. 36 3. Realizzazioni e prospettive: un primo bilancio nel 1910 Nel 1907 era stata pubblicata una seconda edizione del Programma scolastico per le scuole degli artigiani della Pia Società di S. Francesco di Sales. Non vi furono, però, introdotti cambiamenti di rilievo per ciò che riguarda gli orientamenti generali e le indicazioni di carattere metodologico. Il testo ripropone, con qualche modifica, l’elenco delle materie da studiare e dei libri di testo proposti agli allievi ed ai maestri. La terza edizione del 1910 – l’ultima curata da don Bertello – offre, invece, speciale interesse e aspetti innovativi, a cominciare dai dati tipografici riportati nel frontespizio del fascicolo edito dalla Scuola Tipografica Salesiana di Torino: “PIA SOCIETÀ SALESIANA DI D. BOSCO, Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali”70. 3.1. “Coi tempi e con Don Bosco”. Orientamenti generali Il “Programma di cultura generale”, comune per tutti gli artigiani, e i “Programmi professionali”, per ognuno dei diversi mestieri, sono preceduti da una breve trattazione teorico-pratica, chiarificatrice e stimolante, intitolata: “Idea generale sull’ordinamento delle Scuole professionali salesiane”. Il discorso si apre con l’affermazione che costituisce una chiave di lettura dell’intero documento: “Coi tempi e con Don Bosco”. Secondo i curatori dello scritto – pubblicato sotto la responsabilità della Pia Società Salesiana di Don Bosco – in “queste parole è racchiuso gran parte di ciò che forma la caratteristica dello spirito salesiano”. E dichiarano: “Non v’ha quindi dubbio che se noi Salesiani vogliamo lavorare proficuamente a vantaggio dei figli del popolo, dobbiamo anche noi muoverci e camminare col secolo, appropriandoci quello che in esso v’ha di buono, anzi precedendolo, se ci è possibile, sulla strada dei veraci progressi, per potere, autorevolmente ed efficacemente, compiere la nostra missione”. Il piano delineato a continuazione è impegnativo: le “Scuole professionali”, nella nuova prospettiva abbozzata, “debbono essere palestre di coscienza e di carattere, e scuole fornite di quanto le moderne invenzioni hanno di meglio negli utensili e nei meccanismi, perché ai giovani alunni nulla manchi di quella cultura, di cui vantasi giustamente la moderna industria”. Scendendo poi a indicazioni più particolareggiate, si puntualizza: in “conformità con questo programma, viene da ogni maestro d’arte impartito l’insegnamento ad ore stabilite, ora a tutti gli alunni insieme riuniti, ora a ciascun corso o sezione; poiché l’ammettere l’alunno all’apprendimento il dì stesso che entra in laboratorio e l’alternargli l’insegnamento col lavoro, costituisce quel metodo eminentemente teorico-pratico, che è il più atto ad abituare i giovani all’officina”. 70 PIA SOCIETÀ SALESIANA DI D. BOSCO, Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1910. 37 La volontà di mantenersi fedeli al fondatore e, allo stesso tempo, l’urgenza di ascoltare e rispondere ai bisogni dei tempi, muovono i responsabili della Società Salesiana di don Bosco a organizzare “vere scuole professionali”, secondo alcuni principi e orientamenti fondamentali: alternanza di insegnamento e lavoro, armonica integrazione di teoria e pratica, raggiungimento di uno scopo precipuo: “formare operai intelligenti, abili e laboriosi”. Dal punto di vista metodologico-didattico sono suggeriti, nel Programma, “mezzi materiali e morali”, orientati a stimolare l’attività e favorire l’emulazione tra gli allievi: esami, premi, incoraggiamenti, “compartecipazione ai frutti del loro lavoro” (la cosiddetta “mancia settimanale”), esposizioni generali e particolari degli oggetti costruiti dagli allievi durante l’anno scolastico. Il desiderio di confronto e di progresso derivava da una lunga esperienza e da una progressiva apertura al clima culturale ed educativo delle circostanze storiche. Sono ormai convinti che “l’esercizio puramente manuale e pratico dell’arte non è sufficiente, avuto riguardo all’indole ed ai bisogni dei nostri tempi”. Proprio per tale motivo si era ritenuto “urgente” compilare un “Programma teorico-pratico delle arti”, che “consta di tanti programmi quante sono le professioni insegnate; e poiché si è comprovato esser necessario un quinquennio di tirocinio per l’apprendimento di qualunque mestiere, ogni programma è suddiviso in 10 periodi, corrispondenti ai 10 semestri di studio e di applicazione, nei quali è progressivamente indicato il corredo di cognizioni che l’allievo deve apprendere e la serie dei lavori cui egli deve applicarsi per riuscire a poco a poco operaio perfetto”. Per ciò che riguarda la “cultura generale”, nella nuova edizione del 1910, i contenuti appaiono arricchiti sensibilmente: religione, lingua nazionale, lingua francese, storia, geografia, nozioni di fisica, chimica, aritmetica, elementi di geometria, storia naturale, nozioni di meccanica, elettricità e elettrotecnica, computisteria, sociologia, disegno applicato alle varie professioni, igiene, regole di buona creanza71. 3.2. Esperienze e realizzazioni: le esposizioni generali delle scuole professionali Il semplice elenco delle materie proposte a giovani apprendisti e le riflessioni riguardanti la “Idea generale sull’ordinamento delle Scuole Professionali Salesiane”, sviluppate nel documento programmatico del 1910 rivelano il non breve cammino percorso e l’ampiezza delle prospettive aperte ai giovani operai nelle case salesiane di arti e mestieri. A questo punto, però, è più che legittima una domanda: le pagine curate dal Consigliere professionale e approvate dal Consiglio Generale salesiano riflettevano 71 Si può fare un illustrativo paragone tra il programma salesiano e i più ridotti e meno articolati Programmi generali d’insegnamento per le Regie scuole professionali di 1° grado, pubblicati dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio nel 1913 (Roma, Tip. Nazionale): Italiano, Storia e Geografia, Diritti e Doveri, Igiene, Disegno, Elementi di contabilità, Nozioni elementari di scienze fisiche e naturali, Cultura tecnologica. 38 le esperienze vissute e le realizzazioni messe in opera dai figli di don Bosco nei diversi Paesi in cui essi operavano tra i ragazzi dei ceti popolari? L’approccio alle relazioni della visita straordinaria portata a termine nel corso 1908-1909 ci ha consentito di individuare alcuni elementi di risposta. Ma sono da esplorare altri documenti; in particolare, quelli riguardanti le “esposizioni generali” dei lavori realizzati dagli allievi e dei programmi, metodi e sussidi adoperati dai maestri e capi-laboratorio. A questo proposito, le Deliberazioni del Quarto Capitolo Generale recitavano: “In ogni casa professionale nell’occasione della distribuzione dei premi si faccia annualmente un’esposizione dei lavori compiuti dai nostri alunni, ed ogni tre anni si faccia un’esposizione generale, a cui prendano parte tutte le nostre case di artigiani” 72. Queste esposizioni o mostre scolastico-professionali dovevano costituire anzitutto un efficace mezzo di “emulazione” per il “miglioramento” dello studio e della pratica del lavoro dei singoli allievi, ma anche per verificare il progresso dell’organizzazione generale delle “case di artigiani”. L’iniziativa si trovava, anche in questo caso, in sintonia con il contesto culturale del tempo segnato dall’incipiente avviamento dello sviluppo industriale. Ebbero notevole risonanza le “esposizioni internazionali” di Londra (1884), Chicago (1893), Parigi (1900). In questo clima trovarono ispirazione anche le applicazioni nella pratica pedagogico-didattica delle istituzioni educative più innovative. Nella presentazione del progetto della terza “esposizione comune” salesiana del 1910 vi si accennava esplicitamente: “Un fenomeno proprio dell’età nostra è quello delle Esposizioni regionali, nazionali, universali, che si ripetono con frequenza; si vuol mettere in vista i prodotti della scienza e dell’industria, constatarne i progressi, farsene scala ad ulteriori avanzamenti, poiché oggi con vertiginosa rapidità tutto si muta, tutto si trasforma, e nei meccanismi del lavoro e negli ordinamenti del consorzio umano”. Qui ci interessano le “esposizioni generali”, in quanto dai giudizi dei visitatori e soprattutto dalla valutazione critica formulata dalla “giuria di persone competenti” che esaminarono i materiali esposti, emergono nuovi dati e indicazioni per verificare la situazione reale delle diverse case salesiane di artigiani nei diversi Paesi. La “prima esposizione triennale delle scuole professionali e colonie agricole della Pia Società di S. Francesco di Sales”, celebrata a Valsalice nell’estate del 1901, si era prefissata lo scopo “di presentare ai Salesiani ed ai loro Cooperatori un quadro di quello, che si va facendo nei molteplici istituti dell’uno e dell’altro Continente a beneficio della gioventù operaia, e trarne, col concorso di tutti, consigli ed ammaestramenti a far meglio”. 72 Deliberazioni del Terzo e Quarto Capitolo Generale della Pia Società Salesiana: tenuti in Valsalice nel settembre 1883-1886, S. Benigno Canavese, Tip. Salesiana, 1887, 21. Riguardo alle esposizioni di carattere educativo-didattico, cfr. DESIDERI I., Mostra scolastica, in LAENG M. (Ed.), Enciclopedia pedagogica, vol. IV. Brescia, La Scuola 1990, 7967-7969. 39 La documentazione riguardante quell’evento è, però, scarsa e frammentaria73. Si conserva, invece, una documentazione più completa – benché di tono piuttosto celebrativo – sulla seconda esposizione organizzata nell’estate del 1904 a Valdocco74. Nella descrizione del materiale in essa raccolto, si mettono in risalto “pregevolissimi” lavori delle scuole dei falegnami ed ebanisti (Torino-Valdocco, Liegi, Milano, San Benigno, Sampierdarena); “pregevoli saggi” delle scuole di Disegno, di Plastica e di Scultura, con le statue provenienti dalle scuole di Statuaria di Valdocco e di Barcelona-Sarriá; “artistiche produzioni ceramiche” dell’Istituto S. Ambrogio di Milano; “lavori svariatissimi, semplici ed eleganti”, di molte scuole di Calzoleria e Sartoria. Uno spazio rilevante è dedicato ai “documenti e saggi didattici riguardanti la cultura professionale”. Sono giudicati inoltre “assai interessanti” quelli riguardanti la “didattica agraria dell’Istituto S. Benedetto di Parma” e “l’atlante didattico-professionale di Liegi”; ed è ritenuta “degna di nota” la “collezione dei cartelloni del Musée scolaire dell’Émile Deyrolle”, destinata alla casa d’Arequipa. Il giornale “Il Momento”, del 25 settembre 1904, faceva un minuto elenco di quanto il visitatore poteva trovare all’esposizione salesiana, soffermandosi in particolare sul programma: quello “generale” di don Bertello e “i buoni programmi particolari” delle case di Liegi, di San Paolo nel Brasile e di Parma. Giungeva poi a questa conclusione: “La 2ª Esposizione delle Scuole professionali e Colonie agricole salesiane, sia nella parte pratica, come nella parte didattica, è una dimostrazione esauriente dell’amore e della competenza con cui i figli di D. Bosco attendono all’educazione dei giovani operai”75. Sarebbe auspicabile, ovviamente, confrontare questi pareri con quelli della menzionata “giuria di persone competenti” sui lavori esposti nelle cinque sezioni: Arti grafiche ed affini, Arti liberali, Mestieri (falegnami, calzolai, sarti e fabbri), Colonie agricole, Didattica. Ma non è stato possibile finora rintracciare la documentazione prodotta dagli esaminatori76. Un dato merita, tuttavia, di essere ricordato: il numero delle case salesiane “espositrici”. 73 Cfr. Esposizione triennale delle scuole professionali e colonie agricole della Pia Società di S. Francesco di Sales (Opere D. Bosco), Torino, Tip. Salesiana 1901; CERIA E., Annali, vol. III, pp. 425-434. 74 Cfr. Guida-ricordo della seconda esposizione triennale delle scuole professionali e colonie agricole salesiane, Torino, Oratorio Salesiano 1904; Nel centenario delle scuole professionali del - l’Oratorio Salesiano di Torino, 1854-1904 Guida-ricordo della Seconda esposizione delle scuole professionali e colonie agricole di D. Bosco agosto-settembre, Torino, Scuola Tipografica Salesiana 1904, XLVII pp. (con ricca documentazione iconografica). 75 Cfr. Dell’indirizzo religioso morale nelle scuole professionali di Don Bosco, in “BS”, 28(1904)1, 9-11; Della cultura intellettuale nelle scuole professionali di D. Bosco, in “BS”, 3(1904), 66-69; Le scuole professionali di Don Bosco. Dell’insegnamento artistico o professionale, in “BS”, 7(1904), 193-195. 76 Non è privo di interesse, tuttavia, il documento dattiloscritto conservato in ASC E481: “Medaglie ed onorificenze assegnate dalla Giuria agli Istituti, alle scuole, ed ai giovani operai nella Seconda Esposizione Salesiana di Torino Agosto e Settembre 1904”. 40 Numero di “case espositrici” nella 2ª e 3ª esposizione generale delle scuole professionali e agricole 1904 1910 Alessandria d’Egitto 1 1 Argentina 1 5 Austria-Galizia 1 1 Belgio 1 1 Bolivia 2 1 Brasile 3 9 Cile 1 1 Equatore – 1 India – 1 Inghilterra 1 1 Italia 15 18 Malta – 1 Messico 1 1 Palestina 1 3 Panama – 1 Perù 1 2 Portogallo 1 – Spagna 1 4 Sud Africa 1 1 Tunisi 1 – Uruguay – 3 TOTALE 33 61 Fonte: ASC E481, Scuole professionali Sono dati non privi di significato. Essi consentono un utile confronto con quelli dell’esposizione generale organizzata sei anni dopo, alla quale dovremo dedicare maggior attenzione. Di “carattere strettamente scolastico professionale”, la nuova mostra del 1910 voleva “presentare uno specchio dello sviluppo, dell’ordinamento, dei metodi seguiti e dei progressi ottenuti nell’opera di formare gli operai delle varie arti, e di promuovere quella che è la prima e più necessaria tra le arti, l’agricoltura”. Essa fu inaugurata a Valdocco nel mese di luglio. Poche settimane più tardi, fu distribuito un fascicolo in cui, con abbondante documentazione fotografica, erano presentate le diverse sezioni. Nelle pagine introduttive dello scritto si riportavano alcuni testi illustrativi tratti dal Programma esaminato nel paragrafo precedente, con qualche modificazione non irrilevante. Non vi si ripete ciò che le Scuole professionali “debbono essere”, ma si afferma decisamente che esse “sono palestre di coscienza e di carattere, e scuole fornite di quanto le moderne invenzioni hanno di meglio negli utensili e nei meccanismi, perché ai giovani alunni nulla manchi di quella cultura, di cui vantasi giustamente la moderna industria”77. 77 III Esposizione, 5. 41 Dopo aver asserito che “i Salesiani furono forse i primi in Italia ad organizzare con appositi programmi e con insegnamento metodologico le loro Scuole Professionali”, il curatore del fascicolo tracciava una sobria panoramica generale dei materiali raccolti, alludendo ai numerosi “incoraggiamenti” ricevuti da “ogni ceto di persone” e in particolare dai giornali (“Il Momento”, “L’Italia Reale”, “La Gazzetta di Torino”, “La Stampa”). Nella selezione delle testimonianze dei giornali, i curatori del fascicolo privilegiano quelle de “La Stampa”, dando (comprensibilmente) ampio spazio ai giudizi e commenti favorevoli, e tal volta entusiasti, da essa pubblicati: i “bellissimi campioni, alcuni dei quali rimarchevoli per la loro struttura che ricorda i costumi dei paesi lontani dove furono comuni” offerti dalla sezione di “selleria”; le “mirabili opere d’arte” dei legatori; “alcuni lavori di singolarissima importanza e di fattura superiore” e insieme i “saggi di precisione” dei fabbri-ferrai. Secondo il collaboratore del giornale torinese i “risultati dimostrano” che la “progressiva istruzione del giovane operaio” è stata impartita nelle scuole professionali salesiane dagli insegnanti “con larghezza di idee e modernità di mezzi e di intenti”. La prematura morte di don Giuseppe Bertello, poche settimane dopo la chiusura della mostra del 1910, comportò un “involontario ritardo” nei lavori della commissione di esperti che doveva valutare la documentazione inviata dalle “case espositrici”. Riprese il discorso il successore nella carica di consigliere professionale e agricolo, don Pietro Ricaldone, due anni più tardi, nel 1912. Si iniziava un nuovo e importante capitolo della nostra storia. 4. Sintesi e considerazioni conclusive Nel periodo delimitato in questo saggio – dalla morte di don Bosco a quella del suo primo successore (1888-1910) – si avverte un significativo cambiamento nel linguaggio utilizzato nei documenti salesiani, ufficiali e non: dall’uso prevalente dei termini “laboratori” o altri analoghi, si passa all’uso più frequente del nome “scuole professionali”, suggerito da don Rua nel 1895. Alcune iniziative e fatti “interni” alla Società Salesiana ebbero un notevole influsso nell’organizzazione delle sue scuole professionali: il “piccolo congresso tipografico- librario” di Valsalice (1896)78; l’Ottavo Capitolo Generale (1898) e le istanze arrivate a Torino di dedicare maggior attenzione alla “cultura generale” dei giovani artigiani; la progressiva applicazione del primo “programma scolastico comune” (1903-1910); la visita straordinaria a tutte le case salesiane (1908-1909); l’allestimento delle prime “esposizioni generali” delle scuole professionali e agri- 78 Deliberazioni e raccomandazioni del congresso tipografico-librario salesiano. Tenutosi in Valsalice nel 1896, S. Benigno Canavese, Scuola Tip. Salesiana, 1896. 42 cole (1901-1910); la diffusione delle norme di “Pedagogia per uso dei maestri d’arte” salesiani; la preparazione di apprezzati manuali e sussidi scolastici. Non mancarono, d’altra parte, le spinte emerse da esperienze e fatti “esterni” – mutamenti culturali, pubblicazione dell’enciclica “Rerum Novarum”, legislazione scolastica, nuove esigenze dell’industria, iniziative messe in opera da istituzioni di “fuori” – ai quali i Salesiani si mostrarono più attenti. L’incremento del numero delle “case espositrici”, tra gli anni 1904 e 1910, fu accompagnato da una più apprezzata qualità dei lavori degli apprendisti e da un miglioramento dell’organizzazione nei diversi Paesi di scuole professionali, strut - turate in modo da offrire al giovane operaio la formazione necessaria mediante un armonico incontro tra cultura generale e pratica di laboratorio. Le resistenze e difficoltà avvertite nel laborioso cammino percorso non rispondevano unicamente a un forte attaccamento – talvolta forse troppo rigido – ad esperienze consolidate, ma pure ad altri fattori di non poco conto: ristrettezze economiche, scarsità di personale per il crescente numero di scuole create o da creare, necessità e urgenza di garantire ai giovani dei ceti popolari la padronanza di un mestiere, “mettendoli in grado di guadagnarsi onestamente la vita”. Si potrebbe dire – ma l’argomento andrebbe approfondito – che, in qualche caso, non era assente il timore che il forte accento messo sullo “scolastico” potesse comportare indebolimento o mortificazione del “professionale”. Nell’opera di trasformazione dei “primitivi laboratori” artigiani in “vere e proprie scuole professionali” ebbe un ruolo di primo piano don Giuseppe Bertello, assecondato sempre dal Rettor Maggiore don Michele Rua. Dai “suoi sforzi – scrisse don Paolo Albera, nuovo Rettor Maggiore, nel 1910 – ispirati unicamente dal desiderio di sempre meglio far conoscere e ridurre alla pratica gli intendimenti del Venerabile Don Bosco nell’istruzione delle sue scuole di arti e mestieri ne vennero quei programmi pedagogici che formarono l’oggetto dell’ammirazione degli specialisti che visitarono l’Esposizione e meritarono anche d’esser presi in considerazione dall’Ufficio del lavoro di Roma”79. Il pressante invito di don Bertello a rimanere sulla scia di don Bosco, camminando contemporaneamente sulla strada dei “veraci progressi”, si condensò nell’indicativa e programmatica affermazione: “Coi tempi e con Don Bosco”80. 79 ALBERA P., Don Giuseppe Bertello, Torino, [Tip. Salesiana], 1910, 2. 80 PIA SOCIETÀ SALESIANA DI D. BOSCO, Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1910, 1. Ha avuto, invece, fortuna in tempi più recenti il motto: “Con Don Bosco e con i tempi”. 43 LABORATORIO FALEGNAMI - VALDOCCO (ASC) 45 Capitolo 3 Le scuole professionali salesiane sullo sfondo di due guerre mondiali: prospettive e realizzazioni (1911-1945) Nei documenti riguardanti la Formazione Professionale salesiana nel periodo delimitato ricorrono spesso espressioni forti – “calamitose circostanze”, “formidabili e sanguinosi avvenimenti”, “tremende vicende”– che alludono a situazioni caratteristiche degli anni “particolarmente difficili” della prima metà del XX secolo. Uno spazio di tempo segnato, infatti, da due guerre mondiali (1914-1918 e 1939-1945) e attraversato inoltre da movimenti politici e culturali con ovvie ripercussioni sulle istituzioni educative e scolastiche: anticlericalismo in Francia e in Spagna, regimi comunista in Russia, nazista in Germania e Austria, fascista in Italia81. Il tema enunciato nel titolo di questo saggio è aperto, dunque, a una vasta e articolata problematica che comporterebbe puntuali ricerche su questioni e situazioni variegate. Nell’impostazione del lavoro – in continuità con i saggi pubblicati nei precedenti fascicoli della nostra Rivista82 – si è fatta una scelta circoscritta e realistica, allo scopo di raggiungere questo obiettivo: fare una prima ricognizione delle “prospettive e realizzazioni” che emergono dagli scritti elaborati a Valdocco ed inviati alle case salesiane. Non vi sono trascurati ovviamente altri dati e testimonianze offerte dalla bibliografia fruibile. Nella ricerca delle fonti sono stati privilegiati i documenti custoditi nell’Archivio Salesiano Centrale (ASC): Circolari mensili (CM) o collettive del Capitolo Superiore (oggi Consiglio Generale), Atti del Capitolo Superiore (ACS)83, Circolari (edite ed inedite) dei singoli consiglieri professionali generali (Pietro Ricaldone, Giuseppe Vespignani, Antonio Candela)84. Sono stati inoltre privilegiati (in questo 81 LOPARCO G. - ZIMNIAK S. (Edd.), L’educazione salesiana in Europa negli anni difficili del XX secolo. Atti del Seminario Europeo di Storia dell’Opera Salesiana, Roma, LAS, 2008. 82 Cfr. PRELLEZO J.M., Dai laboratori fondati da don Bosco a Valdocco alle “scuole d’arti e mestieri” salesiane, in “Rassegna CNOS”, 25(2009)1, 21-36; ID., Il laborioso cammino dell’organizzazione di “vere e proprie scuole professionali”, in “Rassegna CNOS”, 25(2009)2, 23-38; cfr. anche ALBERDI R., Impegno dei Salesiani nel mondo del lavoro e in particolare nella formazione professionale dei giovani, in DICASTERO PASTORALE GIOVANILE (Ed.), Salesiani nel mondo del lavoro, Roma, Editrice SDB, 1982, 19-67; GONZÁLEZ J.G. - LOPARCO G. - MOTTO F. - ZIMMIAK S. (Edd.), L’educazione salesiana dal 1880 al 1922. Istanze e attuazioni in diversi contesti, vol. I, Roma, LAS, 2007, 53-94. 83 Atti del Capitolo Superiore della Pia Società Salesiana (Torino, 1920). Il primo fascicolo fu pubblicato il 24 giugno del 1920 (al posto delle Circolari collettive/mensili). 84 Cfr. RIZZINI F., Dai Consiglieri Professionali generali alla Federazione Nazionale CNOSFAP, in “Rassegna CNOS”, 2(1988)2, 127-177. 46 saggio, in modo particolare) i verbali delle riunioni del Consiglio Generale, in cui erano comunicate le informazioni riguardanti le realizzazioni attuate in diversi contesti; discusse, talvolta vivacemente, le richieste arrivate a Torino dalla base della Congregazione; approvate o respinte le proposte di nuove fondazioni; condivise le prospettive da tenere presenti nello sviluppo dell’opera salesiana e segnalati i possibili “deviamenti”. Speciale interesse presentano infine i documenti sulla Formazione Professionale, elaborati dai Capitoli Generali, supremi organi legislativi della Congregazione. 1. Riserve e contrasti nei confronti delle “scuole tecniche interne” Dopo la prematura scomparsa del consigliere professionale, don Giuseppe Bertello, nel 1910 e specialmente dopo la morte di don Michele Rua, primo successore di don Bosco, avvenuta nello stesso anno, i membri del Consiglio Generale dei salesiani sentirono il bisogno di approfondire alcuni “quesiti” attinenti l’identità e lo sviluppo dell’opera salesiana. Uno di detti quesiti era così formulato: “Data la tendenza al corso tecnico, che si va ogni dì più, a’ nostri giorni, ingrandendo, decidere se o no si debba cedere a questa tendenza. Ove sì, entro quali limiti e a che condizioni debba essere vincolata la concessione di una scuola tecnica, o la aggiunta di una scuola tecnica al corso ginnasiale”85. Nel quadro del lento decollo industriale italiano, le scuole tecniche trovavano, infatti, nuovi consensi86, anche di autorevoli salesiani impegnati nel lavoro tra i giovani artigiani nei quartieri popolari. Tuttavia, nel 1911, i membri del Consiglio Generale salesiano giungono alla conclusione che “non si debba cedere” a quella tendenza. 1.1. Diverse prospettive Va osservato subito che non era la prima volta che l’organismo di governo della Società di San Francesco di Sales affrontava “l’argomento scottante” delle scuole tecniche nelle case salesiane. Conviene pertanto fare qualche passo indietro. Tra le richieste arrivate a Torino, è illustrativa quella dell’ispettore salesiano della Liguria, in cui egli sollecitava l’introduzione dell’insegnamento “tecnico” nella casa di Varazze. Lo scritto fu esaminato nell’adunanza capitolare del 20 dicembre del 1904, emergendo pareri contrastanti riguardo alla sostanza della questione. Don M. Rua fece in quell’occasione delle affermazioni che potrebbero sembrare oggi piuttosto sorprendenti: “D. Bosco non voleva il tecnico in casa. Finora non abbiamo scuole tecniche interne. Teniamo fermo: il tecnico è la morte delle voca- 85 ASC E482, Scuole. 86 LACAITA C.G., Istruzione e sviluppo industriale in Italia 1859-1914, Firenze, Giunti-Barbera, 1973, 60. 47 zioni”. In quell’incontro, anche don Francesco Cerruti, consigliere scolastico generale, espresse una opinione analoga. Il consigliere professionale, don Bertello, invece, replicò con franchezza: “I tempi sono cambiati. Prendere qualche scuola tecnica s’impone”. L’adunanza fu tolta, accogliendo il parere del Rettor Maggiore, che ribadì: “Non ammettiamo il tecnico in casa”. Ma non tutti gli aspetti della questione erano stati chiariti. Tre anni dopo, nelle riunioni del Consiglio Generale, si tornò sull’argomento. I verbali dell’adunanza dell’11 novembre del 1907 consentono di seguire da vicino l’andamento della discussione. Vale la pena trascrivere letteralmente il paragrafo che si ri - ferisce più direttamente all’argomento discusso: “Si viene a parlare delle scuole tecniche e il sig. D. Rua ricorda che D. Bosco interne non le voleva e cita i collegi di Alassio e di Varazze ove le tolse. Si replica che D. Bosco in ciò aveva allora principalmen te di mira le vocazioni ecclesiastiche che scarseggiavano, ora non è più così e se si potessero educare cristianamente i giovanetti di oggi, che saranno i reggi tori della cosa pubblica domani sarebbe certo un gran beneficio. Un’opera di ca rità grande alla quale forse neanco D. Bosco si sarebbe rifiutato”. Dopo lungo scambio di pareri si viene a questa conclusione: “si concede in via eccezio nale l’apertura di convitti-pensionati per scuole tecniche. I singoli casi però deb bono essere sottoposti al Capitolo Superiore che li esaminerà volta per volta”87. Il tema delle “scuole tecniche” si trovò poi all’ordine del giorno almeno in tre riunioni capitolari del menzionato anno 1911 (28 marzo, 3 e 4 maggio). In quest’ultima, fu approvata da “tutto il Capitolo” la se guente norma: “In ossequio al volere del Ven. D. Bosco e del compianto D. Rua – contrari all’introduzione delle scuole tecniche interne nei nostri collegi – gli at tuali Superiori confermano il principio e dichiarano che anch’essi non intendo no ammettere il tecnico interno [...] fin dal prossimo anno scolastico 1911-12 nes sun collegio potrà aver la 3ª tecnica interna, sotto qualunque nome o forma”88. Nella circolare mensile del 15 maggio del 1911, in cui era comunicata la decisione presa a Valdocco, si avvertiva ai singoli ispettori: “Per tuo governo non do - vrai ammettere alcuna eccezione alle disposizioni contenute nella presente se non sia esplicitamente concessa per iscritto dal Rettore Maggiore”. Il provvedimento del Consiglio Generale salesiano suscitò forti resistenze tra i responsabili delle scuole tecniche interne esistenti ancora in Italia (Borgo S. Martino, Colle Salvetti, Cuorgnè, Ferrara, Gualdo Tadino, Intra, Maroggia, Randazzo, Trevi, Varazze)89. Arrivarono, a don Albera e ad altri membri del Consiglio, lettere dai direttori, in cui si mettevano in luce gli incon venienti a cui potevano portare 87 ASC D271, Verbali del Capitolo Superiore (11.11.1907). 88 ASC D271, Verbali del Capitolo Superiore (3 e 4. V. 1911). 89 ASC E482, Scuole. Si avvertono alcune differenze nelle statistiche conservate. Funzio navano Scuole tecniche esterne nelle case salesiane di Alessandria, Ancona, Biella, Caserta, Este-Civico, Faenza, Legnago, Lugo, Novara, Savona, Sondrio, Treviglio. 48 le misure decise. Particolarmente significa tivo, a tale proposito, risulta un lungo e vivace scritto indirizzato al Rettor Maggiore dal salesiano don Giuseppe Monateri – già ispettore delle Sicilia – in cui era esaminato l’“argomento scottante” della “abolizione del Corso Tecnico nei Collegi Sa lesiani”. Don Monateri metteva in risalto, anzitutto, la nuova tendenza che si avvertiva nel contesto contemporaneo, favorevole alle scuole tecniche. E anche lui ammetteva un fatto: “Tutti i confratelli antichi sanno, e io fra i primi (che nel 1880 chiusi per consiglio di D. Bosco il Tecnico regolare di Varazze, ora riaperto per imposizione del Municipio e deperimento del Ginnasio), come il nostro Ven. Fondatore e Padre era avverso alle Scuole Tecniche, e preferiva di molto le scuole, dove si insegnava lo studio del latino, come le Ginnasiali”90. Gli “evidenti” motivi di questa preferenza di don Bosco radicavano, di fatto, nella persuasione che il Ginnasio “è più educativo e può dare dei preti e dei religiosi” alla Congregazione e alla Chiesa. Ma “i tempi sono mutati d’assai” ed “io sono convinto, convintissimo – enfatizzava don Monateri – che se Egli vivesse ora, uomo e sacerdote, qual era, dei tempi e all’altezza dei tempi, e profondo conoscitore di ogni bisogno e pretesa dell’età corrente, si adatterebbe a tutto e non solo permetterebbe, data questa irresistibile tendenza e corsa delle classi popolari e medie alle Scuole Tecniche, di mantenere quelle aperte, ma consiglierebbe, se non si possono riempire i nostri collegi di alunni elementari e ginnasiali, di aprire e aggiungere le tec niche regolari”. Dopo aver contrastato con schiettezza il parere di don Rua, al cui avviso “dalle scuole tecniche non si ricava nessun bene”, Monateri metteva in risalto alcuni fatti, a suo parere, contraddittori: “la Congregazione Salesiana abbraccia omne opus bonum per salvare la gioventù e le anime. Si tengono aperti perciò Oratorii festivi, Ospizi, Orfanotrofi, Missioni, Ospedali, Laboratori, Scuole elementari, gin nasiali, liceali, Scuole agrarie, Scuole di arti e mestieri, Scuole domenicali ecc., e si vogliono soltanto escludere le Scuole Tecniche, che in sostanza sono scuo le di arti e mestieri, di agricoltura, e di contabilità per i minori impieghi, per le faccende commerciali e industriali? Questo davvero non si capisce. E non si capisce come faccia tanta paura il nome di Scuole Tecniche”. 1.2. Sguardo al contesto culturale Mentre comunicava queste appassionate considerazioni, Monateri aveva presente, probabilmente, la cura e l’interesse di cui era oggetto, nella vicina Francia, l’insegnamento tecnico: presentato nel progetto di legge del 1905 come “l’étude théorique et pratique des sciences et des arts ou métiers en vue de l’industrie ou de commerce”; e gli stabilimenti d’insegnamento tecnico industriale indicati come “les écoles dans lesquelles l’enseignement est orienté vers les applications et où le temps, consacré aux travaux pratiques d’atelier ou de laboratoire es au dessin, 90 ASC E482 Scuole. 49 dépasse quinte heures par semain”91. Nel 1911 fu stabilito in ogni dipartimento e in ogni cantone “un comitato d’insegnamento tecnico”. Poco dopo, nel 1912, era organizzata la scuola normale dell’insegnamento tecnico, in cui dovevano formarsi i futuri professori delle “écoles pratiques et professionnelles”92. D’altro canto, per “capire” perché facesse “tanta paura” il nome di scuole tecniche ancora nel primo decennio del secolo XX, si deve dare uno sguardo alla realtà delle medesime nel passato recente della storia dell’istruzione in Italia. L’opposizione o le reticenze nei confronti delle “scuole tecniche interne” da parte del fondatore dei salesiani e del suo primo successore non costituivano un fatto isolato. Secondo la legge Casati (1859) “L’istruzione tecnica ha per fine di dare ai giovani che intendono dedicarsi a determinate carriere del pubblico servizio, alle industrie, ai commerci ed alla condotta delle cose agrarie, la conveniente cultura generale e speciale” (art. 272). Gli “stabilimenti speciali” in cui verrà data l’istruzione di primo grado ricevono il nome di Scuole tecniche; gli “stabilimenti particolari” in cui verrà data quella di secondo: Istituti tecnici. Negli ultimi anni del secolo XIX era viva la polemica sulla reale capacità di tali scuole a “dare un mestiere” ai giovani93. Ma le riserve più serie nei confronti delle scuole tecniche riguardavano la questione del valore formativo. Ancora nel 1928, in riferimento alla situazione italiana, si poteva affermare: “È arcinoto infatti che se noi avevamo ed abbiamo ottime scuole classiche, abbiamo modeste scuole tecniche”94. Le riserve nei confronti dell’istruzione tecnica non rispondevano, dunque, a una posizione isolata in ambito salesiano. Non mancavano ragioni, nelle prime decadi del secolo XX, che spiegavano i contrasti. Ad ogni modo, i numerosi scritti arrivati a Valdocco firmati da autorevoli membri della Società di San Francesco di Sales impegnati nel lavoro tra i ragazzi dei ceti popolari, mossero i membri del Consiglio Generale a prendere un momento di riflessione. Don Cerruti, che aveva ricordato, tra i primi, che “D. Bosco e D. Rua erano contrari al tecnico interno”, giunse a dichiararsi anche lui favorevole alla “dilazione di un anno di quanto fu stabilito”95. La “dilazione”, tuttavia, non comportò, per il momento, la revoca della decisione presa. Infatti, nella riunione capitolare del 91 CHARMASSON T. - LELORRAIN A. - RIPA Y., L’enseignement technique de la Rèvolution à nos jour, 414. 92 Ibidem, 464. 93 SOLDANI S., L’istruzione tecnica nell’Italia liberale, in “Studi Storici”, 22(1981)1, 110. 94 ASC E483, Scuole professionali (probabilmente in: “L’avvenire d’Italia”, 1928). Queste scuole, fino all’anno 1928, erano di competenza del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. In quell’anno gli istituti di indirizzo professionale passarono al Ministero della Pubblica Istruzione. Secondo le leggi del 15 giugno 1931, n. 889 e 22 aprile 1932, n. 490: “L’istruzione tecnica ha il fine di fornire la preparazione necessaria alle professioni pratiche attinenti alla vita economica della Nazione e riguardanti l’agricoltura, il commercio e l’industria”. “Le Scuole tecniche hanno lo scopo di completare la specifica preparazione pratica dei licenziati dalle scuole di avviamento professionale e di contribuire, con la formazione di idonee maestranze, allo sviluppo della economia nazionale”. 95 Ibidem. Nota autografa di don F. Cerruti del 29-VI-911, scritta sull’ultima pagina di una lettera di don Laureri (27-VI-911) a lui diretta. 50 10 luglio 1914, dopo la presentazione di una nuova richiesta del Collegio di Collesalvetti, il Consiglio “lamenta che si sia sempre allo stesso punto” e “delibera che si scriva risolutamente che la terza tecnica non dev’esservi”. E nel 1919 fu deciso “di far tutto per togliere il tecnico a Borgo S. Martino”96. Negli anni successivi, l’argomento delle scuole tecniche interne non sembra sia stato messo all’ordine del giorno delle riunioni capitolari. Dall’esame di altre fonti si conferma l’impressione che, in questa materia, i membri del Consiglio Generale salesiano abbiano preso una posizione più flessibile in consonanza con la “nuova tendenza”. Di fatto, nell’anno 1925 funzionavano le scuole tecniche (inferiori o superiori) nelle case salesiane di Maroggia (Svizzera-Ticino), Lugano (Svizzera- Ticino), Randazzo (Catania), Borgomanero (Novara), Alessandria di Egitto e Costantinopoli97. Non ci troviamo, tuttavia, di fronte a casi isolati o eccezionali. Dai dati ricavati dall’Elenco generale della Società di S. Francesco di Sales, emerge che fin dalla metà degli anni ’20, in Italia (e in altri Paesi di influenza italiana), accanto alle scuole professionali, svolgevano la loro normale attività alcune scuole tecniche ed istituti tecnici. In pratica, era stato ormai accolto l’orientamento di don Bertello nel 1904: “I tempi sono cambiati. Prendere qualche scuola tecnica s’impone”. Scuole professionali e tecniche salesiane 1925 ITALIA EUROPA OR. PROSSIMO ASIA AMERICA TOTALE Scuole professionali 15 32 3 4 35 89 Scuole agricole 5 6 1 – 16 28 Scuole tecniche 2 3 4 – – 9 Fonte: Elenco generale 1925 (vol. I: Antico Continente, vol. II: America) Scuole professionali e tecniche salesiane 1938 ITALIA EUROPA OR. PROSSIMO ASIA AMERICA TOTALE Scuole professionali 26 50 8 4 41 129 Scuole agricole 5 16 2 – 16 39 Scuole tecniche 10 – – 2 – 12 Istituti tecnici 10 – – – – 10 Fonte: Elenco generale 1938 (vol. I: Antico Continente, vol. II: America) Scuole professionali e tecniche salesiane 1946 ITALIA EUROPA OR. PROSSIMO ASIA AMERICA TOTALE Scuole professionali 29 48 3 10 47 137 Scuole agricole 9 17 4 1 21 52 Scuole tecniche 6 1 2 1 1 11 Istituti tecnici 15 – – – – 15 Fonte: Elenco generale 1946 (vol. I: Antico Continente, vol. II: America) 96 ASC D271, Verbali del Capitolo Superiore (21.07.1919). 97 Elenco della Società di S. Francesco di Sales, Torino, 1925, 4, 56, 75. 51 I tempi, ovviamente, continuarono a mutare e cambiarono pure gli ordinamenti e i programmi delle scuole tecniche98; e si erano aggiornati e ragionevolmente adattati quelli delle scuole professionali salesiane. Nel 1936, don Antonio Candela, direttore generale delle scuole professionali e agricole salesiane, in un una relazione al “VI Congresso Internazionale dell’Istruzione tecnica”, presentando l’organizzazione, in tre corsi, della “istruzione professionale impartita negli istituti salesiani”, poteva precisare che il “corso medio” era “corrispondente alla scuola tecnica professionale italiana”; ed il “corso superiore”, “all’istituto industriale d’Italia”. 2. Nuovi impulsi al “miglioramento” e richieste di “perfezionamento” Le riserve e i vivaci contrasti attorno alle scuole tecniche e alla loro valenza formativa non indebolirono il discorso sulle scuole professionali salesiane. Anzi, nelle “calamitose circostanze” provocate dalla prima guerra mondiale, si sentì con più forza il bisogno di dare alle scuole professionali un “nuovo impulso”, mettendone in risalto gli aspetti più caratterizzanti. 2.1. Don Pietro Ricaldone, responsabile delle scuole professionali salesiane (1911- 1922) Sul proposito di dare un nuovo impulso intervennero diversi fattori e circostanze. Nel 1911 era stato chiamato a occupare l’ufficio di consigliere delle scuole professionali e agricole don Pietro Ricaldone. Uomo intraprendente e di spiccate doti di governo, volle cominciare il suo lavoro partendo da una miglior conoscenza della situazione, prendendo in mano i documenti prodotti in occasione della terza esposizione generale del 1910; in particolare, la valutazione dei materiali esposti, espressa dai membri della “giuria” o commissione di esperti. Questi, dopo aver “constatato” che “su 47 espositrici 18 soltanto avevano esposto più o meno completamente il risultato della propria Cultura Generale”, formularono “con sincerità” tre considerazioni di ordine generale: 1ª Si “è ancora lontani dall’aver raggiunta la perfezione nella cultura generale nelle case espositrici. Il difetto non s’ha da cercare nella volontà degli insegnanti né nei programmi, ma nella natura dell’insegnamento”. 2ª “Occorre che il personale, cui è affidato l’insegnamento, sia ben preparato a compiere tale ufficio”. 3ª Dalle “varie relazioni risulta altresì la mancanza di locali adatti e più di tutto del materiale didattico necessario”99. Le osservazioni degli esperti confermavano alcuni dei punti problematici messi in risalto dai visitatori straordinari nel 1908-1909. La documentazione pro- 98 HAZON F., Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, Roma, Armando, 1991, 83-101. 99 Terza esposizione generale, 25. La “commissione giudicatrice” era composta da: ing. C. Bairati, prof. V. Cimatti, prof. P. Corradini, dott. E. Guidazio, prof. E. Picablotto. 52 dotta fu pubblicata in un fascicolo dal titolo Terza esposizione salesiana (1912)100. Inviando il volumetto agli ispettori provinciali, don Ricaldone pregava loro di volerne distribuire un esemplare a tutti i confratelli addetti alle case di arte e mestieri, poiché dall’esame e confronto dei risultati dell’esposizione, era da aspettarsi lo stimolo per “un po’ di miglioramento in quello che si fa attualmente”. Volendo conoscere meglio la situazione reale, il consigliere professionale manifestò pure il suo desiderio di ricevere “una relazione sommaria sul numero degli allievi artigiani e loro distribuzione nelle varie Scuole Professionali, sul risultato degli esami, orari – coi vantaggi e inconvenienti dei medesimi – e finalmente sulle difficoltà incontrate nell’insegnamento della teoria e in che modo si poté supplire ai testi ove ancora non esistono”101. Agli inizi del 1913, trascorsi pochi mesi dalla pubblicazione dei giudizi sui lavori esposti a Torino, don Ricaldone poteva già notare un vero “miglioramento”, dichiarandosi “soddisfatto di sapere che gli esami semestrali tanto di coltura quanto professionali, per le Case dell’Antico Continente, si sono fatti o si stanno facendo con regolarità”102. Due mesi più tardi, egli si diceva “lieto di sapere che in parecchie nostre Case di Artigiani si procura di attuare, man mano che è possibile, i miglio ramenti richiesti dalle mutate condizioni dei tempi e dalla importanza che hanno assunto in questi ultimi decenni le Scuole Professionali ed Agricole”103. Una attenzione particolare è dedicata alla salute dei giovani artigiani e al - l’igiene del lavoro: dare la “massima importanza” alle ore di riposo, al tempo necessario per le ricreazioni, al volume d’aria richiesta nelle camerate e nei laboratori, alla ventilazione, alla pulizia personale e degli ambienti... Don Ricaldone raccomanda di tener presente, a tale riguardo, quanto si dice nei regolamenti salesiani sull’educazione fisica; e invita a leggere e mettere in atto le indicazioni e norme proposte nelle apprezzate pubblicazioni di A. Ghione104. Constatato poi il “notevole sviluppo” raggiunto dalle scuole professionali in generale ad opera dei governi dei diversi Paesi, impegnati nel “regolarle con programma e leggi sempre più consentanei ai bisogni dei tempi”, don Ricaldone rivolse, nel mese di maggio del 1914, un caldo appello ai salesiani in questi termini: “Malgrado quanto si [è] fatto, i tempi e le circostanze esigono che noi diamo un nuovo impulso alle nostre Scuole Professionali, e perciò mettiamo a contributo 100 Terza esposizione generale delle scuole professionali e agricole della Pia Società Salesiana, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1912. 101 ASC E212, Consiglio Generale Circolari (24.04.1912; 14.10.1914). 102 CM, (24.03.1913). 103 CM, (24.05.1913). 104 Anacleto GHIONE, sac. salesiano. Tra le sue opere: Igiene dell’operaio. Professioni e industrie, Torino, Tip. e Libreria Salesiana, 1897; Igiene popolare: trattatelo con dizionarietto, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana, 1897; Ginnastica igienica: moto, esercizi, giuochi, Torino, Libreria Editrice Buona Stampa, 1910. 53 l’esperienza e il buon volere di tutti per migliorarne i metodi ed i programmi, estendere il campo d’azione, sviluppando specialmente i rami del ferro che quasi dovunque sono una necessità, e stabilendone altre richieste dai bisogni delle singole regioni allo scopo di preparare operai onesti ed abili per le industrie locali”105. Allorché lanciava il suo pressante richiamo, il responsabile generale della Formazione Professionale non nascondeva le difficoltà originate dal sanguinoso conflitto bellico in corso; tuttavia, si diceva convinto che il “cozzo terribile di tutte le energie di nazioni contro nazioni” non solo ha prodotto e continua a produrre “effetti disastrosi”, ma ha anche messo in maggiore luce alcune “questioni di capitale importanza per i popoli”; e, fra queste, “occupa posto cospicuo l’insegnamento professionale”: uno dei “mezzi più efficaci per rimediare le rovine causate dalla guerra e fare opera di restaurazione quando giungerà il periodo sospirato di pace”. In detta cornice risalta, per don Ricaldone, la “grande benemerenza sociale” procuratasi dalla Congregazione Salesiana, la quale “sopra 367 istituti ne conta 84 di arti e mestieri e 43 tra colonie e scuole agricole e che possiede in tutto il bel numero di 486 sezioni o corsi di tirocinio con un totale approssimativo di 8200 allievi”. E la rammentata benemerenza “aumenta molto di proporzione se si tiene conto dello spirito educativo-religioso e di beneficenza che informa i nostri istituti”106. Questi dati – forse un po’ amplificati – giunsero alle case salesiane, nel 1916. In quella data, nelle pagine del “Bollettino Salesiano” (BS) si raccontava l’apertura dell’esposizione didattico-professionale delle scuole salesiane a Bogotá (Colombia), presentata dal ministro della Pubblica Istruzione della Nazione107. Negli anni successivi, rilevava altre iniziative portate a temine nelle case salesiane, nonostante le “presenti difficoltà”: nuove scuole di elettricità e di meccanica a Sarriá- Barcelona; scuola di fabbri meccanici a Torino-Valdocco; scuola del ferro a Bolo - gna (1917)108; miglioramento dell’ospizio di Sampierdarena; nuovi laboratori delle scuole professionali di Madrid (1919)109. Il “Bollettino Salesiano”, dopo aver messo in evidenza le “notizie sul nuovo sviluppo” delle opere salesiane a favore dei giovani operai, trascriveva, nel 1917, il testo di una lettera del Sottosegretario di Stato per l’Industria, Commercio e lavoro, indirizzata all’Ispettorato Generale dell’Industria. Ne trascrivo le prime righe: “Mi è pervenuta la pregevole Relazione della S. V. sulle Scuole professionali ed agricole di codesta Pia Società Salesiana, e mi affretto ad inviarle vive parole di compiacimento per l’opera che esse svolgono da lunghi anni a vantaggio del Popolo”110. Le iniziative attuate e gli apprezzamenti espressi dall’autorità civile non furono accolti, ovviamente, come un’esortazione a fermarsi sui traguardi raggiunti. 105 CM, (24.05.1914). 106 CM, (24.08.1916). 107 BS, 40(1916)4. 108 BS, 41(1917)4. 109 BS, 43(1919)7. 110 BS, 41(1917)4. 54 Prima e dopo quella data del 1917, don Ricaldone non si stancava di esortare i salesiani ad andare oltre. Mentre ribadiva “il grande fervore di studi e di opere ovunque destatosi a favore delle Scuole Professionali”, ricordava ai salesiani: è “necessario che questo salutare risveglio sia secondato anche da noi”. Di conseguenza, egli stesso si impegnava in prima persona, come responsabile della Direzione Generale delle scuole professionali, a far “conoscere, a suo tempo, ciò che giudica conveniente soprattutto per lo sviluppo delle Scuole del Ferro; ma – ammoniva – mentre nelle singole ispettorie si vanno maturando altre iniziative, è indispensabile curare e perfezionare le Scuole esistenti”111. Di fatto, don Ricaldone, già dall’inizio del suo mandato, aveva sollecitato i direttori e gli ispettori a inviare a Valdocco dati e informazioni su quanto si andava facendo nelle case di artigiani. Nelle circolari mensili ricorre più volte il tema dei rendiconti trimestrali e delle relazioni da inviare sul numero degli allievi, sugli esami e i programmi. Ciononostante, dalla documentazione conservata al riguardo, si deve presumere che le risposte pervenute non furono numerose. Don Ricaldone scriveva nel mese di agosto 1917: “Il Consigliere professionale – dopo le ripetute preghiere degli anni scorsi e la necessità sempre più sentita e più volte dimostrata di dati statistici nei riguardi delle nostre Scuole Professionali ed Agricole – crede non dover più insistere sulla necessità di detti resoconti. Gode anzi nella speranza che, se pel passato alcuno si fosse dimostrato meno sollecito, vorrà ora raddoppiare la diligenza nel compimento di questo importante dovere”112. Questa volta le aspettative non rimasero deluse. Tre mesi dopo il suo appello, si rallegrava “per le notizie riguardanti miglioramenti introdotti nelle nostre Scuole Professionali o riflettenti lodevoli resistenze opposte alle non lievi difficoltà del momento”113. Passato un anno, nel 1918, si dichiarava “lieto di poter segnalare lo zelo spiegato in talune Ispettorie per sostenere le Scuole Professionali e Agricole anche attraverso le presenti difficoltà; e di constatare inoltre come non solo fu ampliata l’azione benefica di parecchie Case coll’istituzione di nuove Scuole o con la preparazione di esse per il dopoguerra, ma sorsero altri Istituti d’indole agricola e professionale rispondenti alle esigenze attuali”114. Finita la guerra – che aveva impedito, tra l’altro, la celebrazione della esposizione programmata per l’anno 1915, come solenne manifestazione, degna dell’occasione del Primo Centenario della nascita del nostro Venerabile Fondatore – ebbe luogo a Torino, nel 1920, una Mostra Programmatica e Didattica delle Scuole Professionali ed Agricole Salesiane, che destò “vivissimo entusiasmo e una generale simpatia nei visitanti”115. Un inviato del giornale “Corriere Torinese” sintetizzava 111 CM, (24.06.1917). 112 CM, (24.08.1917). 113 CM, (24.11.1917). 114 CM, (24.07.1918). 115 SCUOLE PROFESSIONALI E AGRICOLE SALESIANE, Arti metallurgiche. Programmi, Torino, Scuola tipografica Salesiana, 1921, 3. 55 così la propria impressione: “i tempi resi così gravi dai tanti formidabili e sanguinosi avvenimenti di questi ultimi anni, hanno fatto pensare alla Direzione generale delle scuole professionali e agricole salesiane come non mai come ora sia profondo ed urgente il bisogno di procurare maggiori e più pratici vantaggi alla gioventù operaia”116. Altro fatto – la pubblicazione dei nuovi Programmi per le Arti metallurgiche (1921) – costituì un nuovo impulso e stimolo al “perfezionamento”. Nella nuova edizione era riproposta una ristampa del fascicolo: Alcuni avvertimenti di pedagogia ad uso dei maestri d’arte della Società Salesiana. 2.2. In una “congiuntura favorevole” sotto la direzione di don Giuseppe Vespignani (1922-1932) e di don Antonio Candela (1932-1945) L’anno 1922, don Ricaldone fu eletto prefetto generale della Società Salesiana. Nella nuova carica, e più tardi come Rettor Maggiore, egli continuò ad interessarsi dello sviluppo del settore professionale e agricolo nella Congregazione Salesiana, pur nel pieno rispetto delle competenze dei diretti responsabili. Alla carica di consigliere professionale fu chiamato, invece, don Giuseppe Vespignani (missionario in Argentina, che aveva esercitato già quell’ufficio, per pochi mesi, dopo la morte di don Bertello). Don Vespignani, collocandosi dichiaratamente in linea di continuità con i predecessori, diede impulso al “miglioramento” e auspicò il “perfezionamento” dei laboratori in consonanza con le “esigenze moderne”. Particolarmente significativo è stato il suo contributo alla preparazione del tema: “Scuole professionali ed agricole”, discusso e approvato, nel 1929, dal Capitolo Generale (organismo legislativo salesiano). I materiali del futuro documento capitolare erano stati esaminati in ben cinque riunioni del Consiglio Generale lungo l’anno 1928 (da febbraio a dicembre). Nei verbali delle riunioni capitolari – l’estensore parla di “lunga discussione” – sono riscontrabili dei riferimenti alle trasformazioni dei tempi, pure in campo legislativo. Nella riunione del 22 novembre 1928, si avverte che da “quando le scuole professionali passarono alla dipendenza del ministro della Istruzione Pubblica, questo si occupa di disciplinarle e distribuire quei sussidi che sono disponibili”. Tale costatazione metteva in evidenza, secondo Vespignani, l’urgenza di un aggiornamento in materia; esso, però, non doveva limitarsi alla semplice conoscenza delle norme legali vigenti. I membri del Consiglio Generale decisero di introdurre, nel programma del menzionato organismo o assemblea legislativa salesiana del 1929, lo studio del tema: “Scuole professionali e agricole”. Nel documento finale – frutto della collaborazione di autorevoli salesiani provenienti da tutti i Paesi in cui era presente l’Opera di don Bosco – emerge un punto di speciale interesse: quello riguardante lo “stato attuale delle scuole professionali ed agricole”. 116 La scuola ideale del lavoratore. Visitando la Mostra Salesiana, in “Corriere”, (20.07.1920). 56 Nel 1929 i membri del menzionato supremo organismo legislativo salesiano compilarono un bilancio generale sostanzialmente positivo: “a) Riguardo al numero delle dette Scuole esso è considerevole perché attualmente gli istituti professionali aventi Scuole di Arti o Mestieri sono 138. b) Anche i risultati sia per l’educazione religiosa e morale, come per l’esito nella formazione professionale e tecnica, sono consolanti, come lo attestano le Autorità governative ed ecclesiastiche delle distinte nazioni che richiedono ed offrono nuove fondazioni”. Allo stesso tempo, i capitolari individuavano alcune ombre: “deficienze di organizzazione in certo numero di queste Scuole”; e questo: per “mancanza di Catechista e di Consigliere professionale in due terzi di esse; per non adottare i nostri programmi; non distinguere i corsi, e non armonizzarli con la teoria, né con le classi di cultura; il trascurare la scuola di disegno professionale ecc. ecc.”117. All’elenco delle deficienze e mancanze seguiva poi l’esposizione delle proposte da tener presenti per il “miglioramento” e “perfezionamento” della situazione. Il lavoro di messa in pratica degli orientamenti capitolari, iniziato da Vespignani, non si interruppe con la sua morte, avvenuta nel 1932. Fu eletto a continuarne l’opera don Antonio Candela (che portava l’esperienza di direttore di varie case spagnole e francesi e di ispettore provinciale in Spagna). Alcuni mesi dopo la sua elezione a consigliere professionale indisse, sotto la responsabilità della Direzione Generale delle Scuole Professionali Salesiane, una “Mostra-Artigiana Salesiana” tra gli istituti del Piemonte; e “una Gara artigiana tra le Scuole Professionali Salesiane d’Italia” da celebrare a Torino nel mese di maggio e giugno del 1933118. In occasione della inaugurazione, il giornale “L’Avvenire d’Italia”, rilevando l’interesse e il valore dei materiali esposti, commentava, evocando iniziative attuate in altri contesti: “Il primato vinto dalle Scuole salesiane di Torino e di San Benigno Canavese nelle gare provinciali indette dalla Federazione artigiana risulta qui ben documentato e meritato”119. Tre anni più tardi, le scuole professionali salesiane si confrontarono con un pubblico più vasto, nel menzionato “VI Congresso Internazionale dell’Istruzione tecnica”, tenuto a Roma nel mese di dicembre del 1936. La Relazione dell’istruzione professionale impartita negli Istituti Salesiani “mandata al Congresso” da don Candela, si apre con un riferimento allo scopo cercato da don Bosco, nell’iniziare la sua opera: “un mezzo pratico per assistere ed avviare al lavoro giovani bisognosi”. Ma aggiunge: “questo carattere benefico e pratico non impedì mai che esse fossero vere scuole di formazione tecnica e professionale”120. La Relazione presenta poi l’ordinamento generale delle scuole professionali salesiane, riprendendo dati esposti più puntualmente nelle Considerazioni riservate (non datate, ma probabilmente dattiloscritte nel citato anno 1936), inviate dal diret- 117 ACS, 10(1929)50, 810. 118 ASC E481, Scuole professionali. 119 “L’Avvenire d’Italia”, (03.06.1933). 120 ASC E484, Scuole professionali. 57 tore generale delle scuole professionali salesiane agli ispettori, ai direttori, ai consiglieri professionali e ai capi d’arte. In esse sono messe in evidenza le principali modifiche e aggiornamenti introdotti nei “nuovi programmi”, con adattamento a quelli governativi. “Dal nostro antico ordinamento – informava don Candela – sono sorti i corsi ora esistenti, cioè il corso inferiore, di anni tre per la formazione di mezzi artigiani; il corso medio di anni due per completare la formazione dell’artigiano completo; il corso superiore di anni 3 (minimo 2 anni) per la formazione del maestro d’arte”121. Un semplice sguardo al quadro di materie dei Programmi del 1938 consente di costatare che la proposta culturale era stata significativamente arricchita e aggiornata: a) Cultura generale: religione, lingua nazionale, matematica, storia e geografia, educazione civica, lingua straniera, scienze fisiche e natu rali, disegno generale, calligrafia, igiene, canto corale, edu cazione fisica. b) Cultura professionale: 1) Teoria (tecnologia) che comprende: nomenclatura e ter minologia, igiene particolare, tecnologia, tecnica e pro cessi di lavorazione, merceologia, cenni alla storia e svi luppo della propria arte, elementi di scienze applicate. 2) Di segno professionale (con indirizzo tecnico, artistico o di esecuzione, secondo i mestieri). 3) Pratica che comprende: esercitazioni didattiche progressive e pratica del lavoro. Nell’estate del 1938, anche il Capitolo Generale dedicò particolare attenzione alla “parte professionale” delle case salesiane122. Ce ne occuperemo nel paragrafo seguente. Basti dire qui che gli interventi dell’assemblea legislativa salesiana si collocavano in un contesto particolarmente sensibile all’argomento. Infatti, pochi mesi dopo, gli ACS testimoniavano i “voti vibranti di congressi nazionali e di altre manifestazioni tendenti a promuovere il perfezionamento e l’estensione dell’insegnamento professionale”. E il consigliere professionale generale invitava i salesiani a prendere a cuore “questo problema che rappresenta pure una delle principali attività della nostra Società e che ha un’importanza notevole ovunque e in qualunque tempo”123. Molti salesiani non ebbero, però, la possibilità di accogliere l’invito. Tra essi, i numerosi giovani confratelli chiamati alle armi già l’anno 1939. Lo scoppio della seconda guerra mondiale chiudeva un periodo di “congiuntura favorevole”, in cui le scuole professionali salesiane avevano raggiunto significativi traguardi. 3. Fedeltà alle origini e impegno di adattamento alle richieste dei tempi: le “vere caratteristiche” delle scuole professionali salesiane Gli impulsi al “miglioramento” e “perfezionamento”, tanto in “circostanze calamitose” come in “congiunture favorevoli”, sono stati guidati dall’attenzione 121 ASC E237, Considerazioni. 122 ACS, 19(1939)91, 30-32. 123 ACS, 20(1940)100, 111. 58 vigile alle esperienze originarie di Valdocco. Nel 1910 don Bertello aveva già sintetizzato le due istanze in una espressione felice: “Con i tempi e con Don Bosco”. Nella decade seguente, don Ricaldone, mentre sollecitava gli ispettori e direttori a tener molto presenti i mutamenti socio-culturali, li invitava a non abbandonare i solchi della tradizione: “In questo momento – scriveva nel 1913 – in cui il problema delle Scuole Professionali, in tutte la varie gradazioni e forme, occupa e preoccupa l’attenzione dei governi di parecchie nobili nazioni, è bene che richiamiamo alla mente le vere caratteristiche delle nostre scuole onde assimilare a noi quanto possa renderle sempre più stimate e perfette nel loro genere senza essere però tentati di svisarle menomamente dalla geniale loro essenza nata dal cuore del Ven. Don Bosco”124. 3.1. “Vere scuole” per la formazione dell’operaio: buon cristiano, onesto cittadino, abile nell’arte Con lo sguardo alle origini, veniva spesso ribadito che, nella prospettiva di don Bosco, lo scopo essenziale delle case di artigiani era quello di essere, anzitutto, “vere scuole” per formare “l’operaio, buon cristiano come buon cittadino, abile nell’arte sua e quindi capace di procacciarsi onestamente la vita”. Di conseguenza, gli auspicati “miglioramenti” da attuare nelle scuole professionali dovevano avere un punto di partenza: privilegiare “la parte educativa e religiosa dei nostri allievi”125. Le scuole salesiane di arti e mestieri erano descritte ancora come istituzioni chiamate a formare “non il capo-tecnico, né il perito industriale, ma l’operaio”126. Sarebbe precisamente questo il carattere originario e originale dell’opera voluta da don Bosco: “Scuole professionali per operai”127. Questa affermazione di don Ricaldone, espressa in una circolare collettiva del Capitolo Superiore del 1913, intendeva far chiarezza nel contesto dei diversi tipi di istituti promossi dai Paesi industrializzati: scuole di grado superiore (per la formazione di “veri professionisti, capi tecnici, periti industriali”); scuole di grado medio (per la formazione di “capi-squadra, capi-operai”); scuole di grado inferiore (per la formazione di “operai riconosciuti come tali”). Nell’insieme delle varie realizzazioni, le “nostre Scuole Professionali – precisava il documento collettivo del Consiglio Generale salesiano –, col tirocinio di cinque anni fatto regolarmente, costituiscono un tipo medio tra le Scuole di operai e quelle dei Capi-operai. Esse, a seconda dell’ingegno e dell’applicazione, possono portare gli allievi, sempre al grado di abili operai, e, quasi generalmente, li rendono atti a divenire capi-operai: come viene confermato dalla quotidiana esperienza delle nostre Case di Artigiani”. 124 CM, (24.11.1913). 125 CM, (24.11.1913); CM, (24.05.1913). 126 CM, (24.11.1913). 127 CM, (24.09.1916). 59 Allo stesso tempo che si segnalava, poi, un rischio reale, vi si invitava a perfe - zio nare e mettere in atto il genuino programma salesiano: “il miraggio di più alti scopi tecnici o artistici delle nostre Scuole Professionali non ci distolga da quello che è la nostra forma caratteristica in questo ramo. Aumentiamo i mestieri o adattiamoli viepiù alle necessità dell’ambiente in cui sono le Scuole, perfezioniamole, corrediamole con migliore materiale didattico, ma conserviamone il tipo genuino perché esso risponde pienamente e allo spirito del nostro istituto e alla necessità dei tempi”128. Con schietta apertura a nuovi ambiti e valori, nelle circolari collettive del Capitolo Superiore si ricorda più volte “che oggi all’operaio, all’agricoltore non basta più la soda formazione religiosa e tecnica, ma gli è indispensabile la formazione sociale”. Pertanto, “la scuola di sociologia” deve essere “fatta con criteri di somma praticità agli alunni degli ultimi corsi: siano ben istruiti circa i principi socialicristiani che formano il fondamento di tutta l’azione stessa; conoscere l’esistenza, il funzionamento dei Sindacati e gli organi regionali e locali che li rappresentano; sappiano della cooperazione, mutualità, assicurazioni, buona stampa ecc. Per mezzo di conferenze tenute da buoni propagandisti si mettano a contatto coi più sani elementi della ragione, si preparino insomma alla vita pratica, e in modo che gli alunni all’uscire dall’Istituto sappiano con sicurezza ove dirigere i loro passi”129. La messa in pratica, però, non sempre rispondeva alla proposta ideale. “Sovente accade – riconosce don Ricaldone nel 1915 – che facendosi visitare i nostri laboratori ad esterni, questi invece di riportare l’impressione di Laboratori-Scuole, cioè di laboratori principalmente destinati all’insegnamento progressivo delle arti mestieri, ne riportino l’impressione di laboratori comuni ossia di semplice produzione, più o meno ordinati, con qualche insegnamento più o meno accudito; quindi avviene che il dubbio celato di un certo sfruttamento dell’opera dei nostri artigianelli s’insinui nell’animo di questi visitatori producendo conseguenze esiziali e ingiuste”130. Più tardi, negli ACS del 1927, si segnalavano difetti analoghi da superare, ribadendo: “I nostri Ospizi ed i nostri laboratori [...] siano vere Scuole di Arti e Mestieri e, quindi, debbono avere i caratteri di una Scuola, con maestri, programmi, corsi distinti e graduati con lezioni di teoria ed esercizi pratici corrispondenti, secondo i distinti mestieri, le arti e la agricoltura, il che forma il fine del tirocinio”131. In conseguenza, si metteva in evidenza la necessità di “Organizzare i nostri laboratori di modo che siano «Vere Scuole di arti e mestieri» come dicono le Regole, e quindi abbiano orario completo di Tirocinio o Lavoro, scuola di Teoria professionale, e le scuole di disegno e di cultura generale. Per questo aiutano non solo i Programmi nostri ed i testi con tutte le nostre tradizioni di metodo, di esami, voti, premii, ecc.”132. 128 CM, (24.09.1916). 129 CM, (24.11.1919). 130 CM, (24.11.1915). 131 ACS, 8(1927)42, 639. 132 ASC E481, Scuole professionali. Lo scritto di Vespignani era probabilmente un documento preparatorio per il Capitolo Generale, 8(1927)42, 639. 60 Il tema fu ripreso autorevolmente nel già citato Capitolo Generale, organismo legislativo salesiano, del 1929. Il primo punto del documento capitolare recitava precisamente: “Le scuole professionali ed agricole siano vere scuole secondo lo spirito delle Costituzioni (art. 5) e le norme dei Regolamenti”133. Sulla scia dei suoi predecessori, e assumendo le deliberazioni dell’organismo legislativo salesiano, don Candela metteva lucidamente l’accento sulle conseguenze che la qualifica “vere scuole” comportava, per i salesiani, nella seconda metà degli anni ’30: “Per ottemperare ai postulati moderni di cultura generale e di cultura professionale teorico-pratica esistenti ormai in tutti i paesi civili per la formazione dell’artigiano e dell’artiere, le ore di esercitazioni didattiche e pratiche di lavoro nell’officina, hanno dovuto essere sensibilmente ridotte, benché noi, ligi al sistema pratico e sapiente lasciatoci dal nostro Fondatore, ne abbiamo conservata molto più di quanto prescrivono i programmi governativi d’Italia e dell’estero. In questo siamo favoriti anche dal fatto che le nostre Scuole artigiane, essendo tutte per convittori interni, dispongono di qualche ora di più nell’orario della giornata” 134. La proposta degli istituti professionali come “vere scuole” non rimase limitata nell’ambito della cerchia salesiana. L’ing. Luigi Palma, riferendosi alle iniziative portate avanti dalle ACLI (Associazione Cristiana Lavoratori Italiani), dichiarava nel 1946: “Ispiriamo la nostra opera ad un grande Santo moderno, un pioniere del - l’istruzione professionale, San Giovanni Bosco, ed invochiamolo come il Patrono delle nostre iniziative. Esse avranno una caratteristica inconfondibile, perché ben sappiamo che ogni corso prima ancora di soddisfare con assoluta serietà le esigenze tecniche formative, deve assumere il carattere di Scuola, scuola per la vita, nella sua intiera concezione, che per noi cattolici prima ancora di essere vita della materia è vita dello spirito”135. 3.2. “Istituti di beneficenza”: per l’educazione di apprendisti poveri La circolare collettiva del Capitolo Superiore firmata il 24 luglio 1918, presentava come “carattere essenziale” delle scuole professionali salesiane la “beneficenza fatta coll’accogliere ed educare giovanetti bisognosi ed abbandonati”. D’altra parte, vi si avvertiva che, in questo settore, la possibilità di “deviamenti” non era solo ipotetica. Per questo motivo, don Ricaldone – a nome dei membri del Consiglio Generale –, dovette “mettere sull’avviso qualche Casa che, sbigottita forse dalle difficoltà del momento, sembra propensa a ridurre e persino cambiare affatto il suo programma, trasformandosi gradatamente da Ospizio o Istituto Professionale e Agricolo in Convitto o Collegio con pensione fissa”136. 133 ACS, 10(1929)50, 808. 134 ASC E237, Considerazioni riservate. 135 PALMA L., L’istruzione professionale, Roma, A.C.L.I., 1946, 31. 136 CM, (24.07.1918). 61 Allo scopo di evitare i pericoli accennati, si invitava – negli ACS del 1920 – a verificare se “gl’Istituti nostri sorti con precisa fisionomia di beneficenza ne conservino l’indirizzo e i lineamenti caratteristici”137. Al rischio di “deviamenti” si accennò pure in occasione del Capitolo Generale del 1922. Un “gruppo di Confratelli anziani” invitava i capitolari a riflettere su un fatto reale: “girando intorno lo sguardo pei nostri internati vediamo ridotto a minime proporzioni l’assistenza ai giovani, specialmente più poveri”. I componenti del gruppo si domandano inoltre se “non sarebbe utile fare un po’ di esame su questo punto di massima importanza per non esporci al pericolo di deviare dal nostro scopo principale”138. La prospettiva “benefica” fu sottolineata a più riprese. L’art. 5 delle Costituzioni della Società Salesiana, nella revisione del 1923, recitava: “i laboratori non abbiano scopo di lucro, ma siano vere scuole di arti e mestieri. Tuttavia si faccia modo che gli alunni lavorino e che i laboratori producano quel tanto che è compatibile con la loro condizione di scuola”. Negli ACS del 1927 si rammentava: le scuole professionali salesiane “si chiamano anche Asili ed Ospizi”, per il semplice motivo che esse sono generalmente destinate, secondo il desiderio di don Bosco e le Costituzioni, a “raccogliere giovanetti abbandonati”. Perciò bisogna fare il possibile perché esse “non perdano la preziosa caratteristica della Carità benefica”139. Nel 1929, i membri del Capitolo Generale dichiararono precisamente che un tratto “essenziale” delle “vere scuole” professionali salesiane era quello di “conservare il carattere di beneficenza”. Nel documento capitolare finale furono aggiunte, però, talune precisazioni condivise dalla maggioranza dell’assemblea: “siccome nei nostri Ospizi si ammettono pure i figli della borghesia operaia, che possono e debbono pagare secondo la loro condizione; così prevale l’idea fra i Capitolari che anche nei programmi degli Ospizi convenga fissare una modica retta o pensione”. Il Rettor Maggiore, don Rinaldi, a questo punto, sentì il bisogno di ribadire: “dobbiamo avere ospizi dove si esercita specialmente la beneficenza salesiana, almeno uno per ogni Ispettoria”. Nelle “nostre Scuole professionali ed Agricole – insisteva ancora una volta don Rinaldi – ci sia sempre il posto per il poverello! Stiamo alle origini, più che possiamo; togliendo la beneficenza ne scapita il concetto e la stima del nome salesiano!”140. 3.3. Scuole rispondenti alle moderne “esigenze del tempo” e del “luogo” L’accoglienza privilegiata di ragazzi poveri nelle case di artigiani non doveva comportare, però, un ridimensionamento degli obiettivi, dei programmi, dei mezzi educativi o tecnici più aggiornati. Anzi, mentre infuriava la prima guerra mondiale, nelle circolari collettive del Consiglio Generale si informava su “recenti iniziative”, 137 ACS, 1(1920)4, 105. 138 ASC D5940, Studi e proposte al Capitolo Generale 1922. 139 ACS, 8(1927)42, 638. 140 ACS, 10(1929)50, 809. 62 come quella di “un nostro istituto” che, mosso dalle “necessità del lavoro moderno e dal desiderio di acquistare sempre maggior prestigio, decise la fondazione delle nuove scuole di Elettricità e di Meccanica [per la formazione di] onesti meccanici, installatori elettricisti, conduttori-meccanici di automobili e macchine similari”141. Allo stesso tempo che “vivamente approva” quel progetto, il Consiglio Generale si augura che “nuove Scuole Professionali” siano presto una bella realtà, e fa “voti che l’esempio riferito abbia a trovare imitatori”. I responsabili della Congregazione, nel 1919, apprendono ugualmente con “viva soddisfazione” che in qualche “istituto – per rispondere a particolari esigenze locali o per conformarsi a speciali indirizzi adottati riguardo all’insegnamento professionale – si sono aperte Scuole professionali per esterni”142, che potevano meglio rispondere ai bisogni del luogo143. Non si trattava di una proposta inedita. Già nel 1912, nelle adunanze degli ispettori provinciali salesiani dell’Europa, era stata posta la questione: se non fosse “il caso di aprire laboratori e formare operai secondo i bisogni delle regioni”. I convenuti trovarono un punto d’accordo: “Si eviti di sviluppare molto quei laboratori che non danno lavoro, come sarebbero i legatori e pare ormai anche i calzolai; noi non vogliamo l’industrialismo e tanto meno creare spostati”144. L’attenzione al territorio e all’esigenza di nuovi laboratori richiesti dall’industria divenne sempre più presente nei documenti salesiani145. E vi si manifestò sempre più chiara la necessità di preparare i giovani artigiani ad un consapevole inserimento nel mondo del lavoro. Nel 1919 i superiori di Torino davano questo orientamento: “Nostra preoccupazione, dopo la formazione dei nostri giovani operai e agricoltori, è certamente l’avviamento loro per le vie migliori, più sicure, meglio presidiate. È noto lo svilupparsi quasi febbrile, tanto nel campo cristiano quanto in altri, purtroppo ben diversi di associazioni intente ad accogliere e riunire sotto la propria bandiera le falangi proletarie. Noi non dobbiamo fare della politica, ma possiamo e dobbiamo fare ai nostri artigiani degli ultimi corsi un po’ di sociologia cristiana, cioè far loro conoscere le differenze caratteristiche fra le varie correnti sociali che si contendono i laboratori e, se occorre, assisterli, facilitar loro l’iscrizione alle confederazioni o leghe cristiane quando usciranno dall’istituto”146. L’accoglienza senza riserve delle “giuste esigenze moderne delle scuole professionali” non voleva significare, d’altra parte, trascurare gli elementi caratteristici che nella pratica salesiana antica si erano dimostrati efficaci. 141 CM, 24.02.1917. Sul contesto in cui si inseriscono tali proposte e realizzazioni, cfr. Storia di Italia, vol.IV, Dall’Unità a oggi, 163-165. 142 CM, (24.03.1919). 143 Nel 1921 fu pubblicata una nuova edizione dei programmi: Arti metallurgiche. Fabbri- Ferrai. Meccanici Fonditori. Elettricisti. Programmi. Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1921. 144 ASC E171, Convegni Ispettori 1907-1915; cfr. RICALDONE P., Noi e la classe operaia. Bologna, Scuola Tipografica Salesiana, 1917. 145 ACS, 15(1934)67, 199-200. 146 CM, (24.02.1919). 63 Nel Capitolo Generale del 1929 – nel contesto delle nuove e variegate normative legali147 – furono esaminati i diversi aspetti della questione. L’assemblea dei capitolari approvò un articolato orientamento per l’azione: “Dovendo armonizzare (secondo le esigenze delle leggi nelle diverse nazioni) i nostri programmi con quello dello Stato, si cerchi di conservare, sia nella scuola di cultura come nella teoria e nel lavoro, il nostro metodo tradizionale e, per quanto è possibile, la sostanza dei nostri stessi programmi. Tuttavia si procuri di ottenere, se possibile, qualche riconoscimento ufficiale che faciliti ai nostri ex-allievi l’esercizio della loro professione”148. Il discorso dei bisogni del tempo e l’urgenza dei titoli ufficiali di studio si intrecciava necessariamente con quello della esigenza del personale capace di rispondere ai nuovi e delicati compiti. Nelle circolari collettive del Consiglio Generale si esplicitava sempre con più chiarezza il collegamento tra le due questioni: “Non v’ha certamente chi dubiti della grande attualità e dell’importanza eccezionale dell’opera delle nostre Scuole Professionali ed Agricole; ma se vogliamo ch’esse rispondano alle esigenze del nostro tempo, è veramente necessario che alle medesime vengano destinati elementi che siano in grado di preparare i nostri giovani operai, tanto dal lato morale quanto da quello tecnico e sociale, al grande apostolato di rigenerazione che dovranno compiere tra le masse operaie ed agricole uscendo dai nostri istituti. Similmente è necessario, a sua volta, che il personale destinato a tale missione ne comprenda l’elevatezza e si renda atto a compierla”149. 3.4. “Provviste di buon personale” In sintonia con una prospettiva ormai condivisa, i membri del Capitolo Generale del 1929, dopo aver formulato l’orientamento per l’azione, riportato sopra, indicavano una caratteristica “essenziale” delle scuole professionali salesiane: “essere provviste di buon personale”. L’affermazione del supremo organismo legislativo salesiano non intendeva descrivere una situazione reale, ma piuttosto proporre un impegnativo e necessario traguardo da raggiungere. Fin dai primi passi dei modesti laboratori di don Bosco, la “ristrettezza di personale” era stata segnalata come una delle cause principali che ostacolavano la fondazione di nuove case di artigiani o l’introduzione, in quelle già esistenti, di necessari “miglioramenti”150. Nelle prime decadi del secolo XX, il discorso presentava sfumature non irrilevanti: vi si allude alla necessità di “buon personale”, di “personale idoneo”, di “personale preparato”, cioè di maestri d’arte all’altezza del compito da svolgere in 147 Il “governo fascista dispose, tra il 1928 ed il 1929, il passaggio di tutte le scuole professionali dipendenti dal Ministero dell’Economia Nazionale alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione” (HAZON F., Storia della formazione tecnica, 86). 148 ACS, 10(1929)50, 812. 149 CM, (24.09.1919). 150 CM, (24.05.1913). 64 contesti socioculturali cambiati. Vi si accennava a iniziative modeste, ma non prive di significato, messe in atto per rispondere al bisogno segnalato. Nella casa del Martinetto (Torino), ad esempio, era stata istituita, nell’anno 1913, “una Scuola Perfezionata di Sartoria e di Calzoleria”, dove potevano essere indirizzati “sia i giovani confratelli bisognosi di perfezionamento, sia quei giovani che, avendo già terminato o quasi terminato il proprio tirocinio, siano desiderosi di un corso speciale o diano qualche segno di vocazione” per la vita di coadiutore salesiano151. L’informazione sul fatto era accompagnata dall’invito a percorrere la strada di una preparazione più rispondente alle nuove necessità degli operai e dell’industria. Pur riconoscendo i “notevoli progressi” nel campo della “formazione del personale”, si additavano mete e modalità più esigenti: “raccogliere in speciali Istituti destinati ai singoli rami del ferro, legno, libro, abito ecc.”, i “giovani confratelli coadiutori”, o salesiani laici, “onde fornire loro una formazione tecnica, artistica e pedagogica sempre più accurata”. Per rami speciali, come la “meccanica, elettromeccanica ecc.”, si considerava assolutamente necessario “iniziare alcuni confratelli nei corsi Superiori di Meccanica e d’Ingegneria Industriale”. Solamente così si sarebbe potuto avere alla direzione delle case salesiane “un personale della cui competenza non sia possibile dubitare”152. Nelle riunioni del Consiglio Generale, fu discussa e approvata, nel 1914, la proposta di organizzare “laboratori specializzati” per la “formazione tecnica-morale- pedagogica” dei “futuri capi”, responsabili delle scuole di arti e mestieri153. Gli ispettori salesiani erano invitati a comunicare puntualmente ai superiori di Torino i confratelli delle loro ispettorie iscritti a compiere “studi superiori o universitari di Agraria, Ingegneria, Meccanica ed Elettro-tecnica, Disegno, Scienze economiche e sociali”. La strada da proseguire era ancora lunga. Nel primo numero degli ACS (iniziati nel 1920) si esaminò di nuovo il tema dei confratelli da “destinare a Corsi Professionali ed Agricoli Superiori”, ritenendo necessario insistere sull’argomento, perché, si ribadiva, “il progresso delle nostre Scuole Agricole e Professionali dipende in massima parte dal personale ben preparato sia dal lato religioso che da quello tecnico”154. L’intervento pubblicato nel 1921 negli ACS si presentava più articolato e completo. Vale la pena fare la trascrizione dei paragrafi più rilevanti: “Il grande movimento scolastico professionale che in ogni paese si è sviluppato da un trentennio in qua, se ha allargato assai il campo dell’Insegnamento Professionale, creando molte e diverse gradazioni di scuole e di programmi, ha però dimostrato in un modo irrefutabile che, anche all’operaio, non basta più la pratica manuale fatta in un labora- 151 CM, (24.06.1913); cfr. BRAIDO P., Vocazione del coadiutore salesiano all’apostolato caritativo, pastorale ed educativo, Roma, PAS, 1964. 152 CM, (24.05.1914). 153 D 870, Verbali del Capitolo Superiore (9.01.1914). 154 ACS, 1(1920)1, 16. 65 torio, ma ch’egli ha bisogno di una certa cultura, sia riguardo alle materie prime, come alla tecnica, al macchinario, al calcolo, al disegno professionale e alle scienze aventi rapporti coll’arte propria. Ora la scuola, anche operaia, consiste esattamente nel fornire agli allievi questa cultura, e nella esecuzione di esercizi didattici e progressivi. Naturalmente a far ciò occorre un personale idoneo, ed è per questa ragione che tante volte si è insistito sulla necessità che ha ogni Casa ed ogni Ispettoria di prepararselo. Se questo personale non si è venuto formando tra i nostri Confratelli, sarà necessario supplire con personale esterno”155. Riguardo a quest’ultimo punto, il nuovo Programma, che vide la luce nello stesso anno 1921, precisava: “Se poi dovremo ricorre ad esterni, diamo la preferenza ad ex-allievi nostri che, avendo conservati buoni principi e fatto pratica per alcuni anni in officine esterne, diano serio affidamento d’intelligenza e di capacità”156. Tuttavia, l’attenzione continuò a centrarsi sull’urgenza della preparazione del personale salesiano. Anzitutto dei salesiani laici, futuri “capi d’arte”, in un biennio di perfezionamento dopo il noviziato, che comportava: educazione religiosa e morale, preparazione pedagogica salesiana, formazione culturale e artistica, perfezionamento tecnico, insegnamento di quanto concerne l’amministrazione. A questo proposito, fu ben accolta l’idea di don Rinaldi, di fare di San Benigno Canavese un “istituto internazionale” per la formazione dei salesiani laici, sulla stregua del noto e ben attrezzato studentato teologico della Crocetta di Torino per la formazione teologica dei salesiani sacerdoti. Nel 1928, gli ACS informavano che il desiderio del Rettor Maggiore si stava “felicemente attuando”157. Pochi mesi dopo, i membri del Capitolo Generale del 1929, concluso l’esame del tema della formazione di “personale adatto”, approvarono quest’ordine del giorno: ogni ispettoria deve “organizzare una Casa di perfezionamento per i giovani Coadiutori”, o salesiani laici; e deve impegnarsi nella ricerca dei mezzi “per formare Chierici e Sacerdoti abili e preparati per dirigere scuole professionali ed agricole, onde avere poi Direttori, Prefetti e Consiglieri competenti”158. La frequenza di istituti superiori presentava una nuova urgenza, anche per la necessità, già accennata, di munirsi dei titoli legali richiesti ormai nei diversi Paesi. In questa prospettiva si collocavano “le vive e reiterate raccomandazioni” di don Rinaldi agli ispettori perché avviassero “tutti gli anni qualche giovane confratello virtuoso e intelligente ai corsi superiori o all’Università per il conseguimento di titoli riconosciuti dai governi”159. Forte dell’autorità del successore di don Bosco, don Candela inviava, nel 1936, una lettera circolare ai singoli responsabili delle ispettorie: “le nostre Scuole hanno assoluto bisogno di essere provvedute di personale idoneo e riconosciuto le- 155 ACS, 2(1921)1, 125. 156 Programma del 1921, 94; cfr. anche ASC E481, Scuole professionali. 157 ACS, 9(1928)45, 680. 158 ACS, 10(1929)50, 81; cfr. ASC E481, Scuole professionali. 159 ASC E237, Considerazioni riservate. 66 galmente. [...] Questa necessità, già avvertita più volte dal nostro venerato Rettor Maggiore, va ognor più accentuandosi e ci troveremo presto nell’alternativa dolorosa: o di procurarci personale idoneo o di chiudere le Scuole. Debbo quindi pregarla di voler disporre, sino dal corrente anno, che almeno un confratello avente maturità liceale o d’Istituto, sia iscritto alla Facoltà universitaria d’ingegneria industriale ed un altro alla Facoltà di scienze agrarie”. Conoscendo antiche riserve e prevedendo eventuali obiezioni, il consigliere professionale generale completava con determinazione le sue riflessioni: “Taluno potrebbe obiettare che Don Bosco, ai suoi tempi, nelle sue case ed ospizi artigiani e nelle sue colonie agricole, ebbe in vista la formazione di modesti operai ed agricoltori e non di capi tecnici od agronomi. È facile la risposta: costui dimentica l’enorme progresso dato d’ora in poi nel campo industriale ed in quello agricolo; il vivo interessamento di tutti i governi per tale insegnamento (ch’è alla base della prosperità materiale delle nazioni) e quindi la necessità assoluta di adattarci, se non vogliamo scomparire”160. Nel Capitolo Generale del 1938 fu discusso e approvato il Regolamento per il Corso di Perfezionamento dei Coadiutori. Un fatto che doveva avere una ripercussione positiva nella soluzione del problema del personale. Gli sforzi mirati all’attuazione delle normative, però, si scontrarono, pochi mesi dopo, con le tragiche vicende della seconda guerra mondiale. La chiamata alle armi di numerosi giovani salesiani costituì un nuovo ostacolo sulla strada che si voleva percorrere. Per venire incontro alle situazioni precarie, nel 1942 i superiori di Torino si limitarono a offrire una indicazione generale: “Riservandosi di dare, appena possibile, norme precise per le case più lontane, si è stabilito che, in Italia, le case approvate per il biennio di perfezionamento dei Coadiutori sono le seguenti [...]: Per i Coadiutori artigiani: Istituto Conti Rebaudengo (Torino), Istituto Bernardi Semeria (colle Don Bosco), Casa di San Benigno Canavese”161. 4. Entro ed oltre le “tragiche vicende” della guerra Nei primi mesi della guerra, gli ACS ritornano sui temi affrontati nelle pagine precedenti, sottolineando che il “perfezionamento e l’estensione dell’insegnamento professionale” presentava, nei nuovi scenari, maggior attualità ed urgenza, anche in prospettiva di futuro: “Come ognuno vede – si legge in una pagina del 1940 –, se vogliamo rispondere ad una necessità dei tempi in cui viviamo, attendiamo con sapiente antiveggenza allo sviluppo delle nostre scuole professionali ed agrarie esistenti, e prevediamo per quelle che potranno sorgere; ma soprattutto impieghiamo i mezzi possibili per formarci un personale salesiano veramente idoneo”162. 160 ASC E273, Considerazioni riservate, 161 ACS, 22(1942)112. 162 ACS, 20(1940)101, 112; ACS, 21(1941)108, 157. 67 Molto presto, però, il Rettor Maggiore dovette manifestare la sua profonda preoccupazione: “L’umile nostra Congregazione non si è mai trovata in più tragiche vicende”. L’“ora presente” si mostra con “caratteri di crescente gravità e sempre più densa d’incognite” [...]. “Assistiamo col cuore straziato al rovinio di centinaia di case, al crollo di opere ch’erano costate immensi sacrifici, alla dispersione ed anche alla morte di tanti e tanti confratelli travolti nell’immane bufera”163. Nonostante le “disastrose catastrofi materiali e morali” provocate dal conflitto bellico, don Ricaldone alludeva con ammirazione agli ispettori e ai direttori delle case che, superando gravi difficoltà, “lavorano alacremente per il bene degli operai”, mediante l’organizzazione delle Conferenze di San Vincenzo e “anche con scuole diurne, serali, domenicali, o con speciali corsi d’istruzione catechistica”164. Accanto a questi motivi di speranza e ai frequenti richiami alla fiducia nella Provvidenza e nell’aiuto della Madonna Ausiliatrice, il quarto successore di don Bosco deplorava la “inaudita violenza del conflitto”: in “poche ore chiese, santuari, edifizi civili, istituti di educazione e di beneficenza, ospedali sono ridotti a cumuli informi di macerie”165. Nonostante le “poche” e “scheletriche” notizie che dai diversi Paesi in guerra giungevano a Torino, don Ricaldone sapeva bene, anche per conoscenza diretta, che tra quegli “istituti di educazione e di beneficenza” da lui evocati, si trovavano non poche opere salesiane. Infatti, nei mesi di novembre e dicembre del 1945, poco dopo la cessazione delle ostilità, i direttori di dodici delle più importanti scuole professionali italiane (Torino-Valdocco, Bologna, Milano, La Spezia, Genova-Sampierdarena, Ravenna, San Benigno Canavese, Firenze, Novara, Palermo, Venezia, Verona) dichiaravano (dietro richiesta del consigliere professionale generale, don Antonio Candela) di aver avuto “danni gravi” o “molto gravi” negli edifici o nei macchinari dei laboratori a causa dei bombardamenti, degli incendi e/o delle occupazioni militari. Don Antonio Toigo, direttore di Torino-Valdocco, scriveva testualmente: “furono distrutti: dormitorio con arredamento completo”; il laboratorio di elettromeccanica “distrutto dagl’incendi e gravi danni ai macchinari e alle merci”. Secondo lo stesso don Toigo, “al valore attuale della moneta” [dicembre 1945] i danni ascenderebbero alla cifra approssimativa di L. 34.500.000. E situazioni analoghe presentavano le restanti opere menzionate. Invece, in quattro istituti professionali salesiani (Aquila, Roma-Pio XI, Cata - nia, Udine) non si dovettero lamentare “danni per causa della guerra”. Nell’insieme, le sedici scuole professionali che fornirono a don Candela i dati richiesti ospitavano, nel 1945, un totale di 1.828 allievi artigiani. Di questi, 350 erano “gratuiti” e 384 “semigratuiti”. Alcune precisazioni (non richieste) sono significative: il direttore della casa di Ravenna scrive che i giovani artigiani ricove- 163 ACS, 20(1940)999, 98. 164 ACS, 23(1943)115, 217 e 219. 165 ACS, 23(1943)118, 268. 68 rati sono 30, “lavorano in locali di fortuna”, tutti gratuiti; precisa poi che nell’anteguerra i ricoverati erano 130. Il direttore di Milano dichiara, da parte sua, che gli allievi artigiani sono 170 ma, prima dello scoppio della guerra, 210166. Scuole professionali salesiane italiane nel 1945 SCUOLA PROFESS. ALLIEVI GRATUITI SEMIGRATUITI PENSIONE MEDIA MENS. ARTIGIANI INTERNI ESTERNI Aquila 45 5 25 L. 1200 Bologna 52 11 – L. 1500 Catania 182 19 – L. 800 Firenze 30 25 – L. 500 Genova-Sampierdarena 221 80 – L. 900 La Spezia 32 4 – L. 1200 Milano 170 4 22 L. 1600 Novara 71 5 – L. 1700 Palermo 127 50 – L. 800 Ravenna 30 30 – – Roma Pio XI 310 79 105 L. 1200 San Benigno Canavese 212 25 – L. 1200 Torino-Oratorio 450 30 150 L. 800 L. 500 Udine 61 – – – Venezia 126 5 121 L. 38 Verona 225 29 41 L. 1600 TOTALE 1.828 401 454 Fonte: ASC E484, Scuole professionali Nel mese di maggio del 1944, don Ricaldone, rispondendo a quanti si dicevano “ansiosi di notizie”, affermava: “purtroppo ne giungono poche, scheletriche, con favolosi ritardi anche a me”. E, prima di stilare quelle righe, il Rettor Maggiore informava: non pochi sacerdoti, chierici e salesiani laici, “sono caduti compiendo il loro dovere sui campi di battaglia”. Malgrado queste e altre perdite di personale, le statistiche compilate anni dopo il termine della guerra e quelle elaborate sulla base del Catalogo salesiano, non fanno emergere una sensibile diminuzione nel numero di scuole professionali salesiane nel periodo 1939-1945. Numero di scuole professionali (art.) e agricole (agr.) salesiane (1910-1945) ANNO 1910 1920 1930 1940 1945 art. agr. art. agr. art. agr. art. agr. art. agr. Europa 29 6 34 13 54 18 71 28 89 33 Asia 2 – 3 – 7 – 16 – 27 7 Australia – – – 4 3 – – 6 3 America 38 9 43 11 50 20 62 24 69 38 TOTALE 69 15 80 24 114 41 149 52 191 81 Fonte: Scuole salesiane del lavoro, ISAG, 1950 166 ASC E484, Scuole professionali. 69 Un discorso differente andrebbe fatto, invece, riguardo alla “qualità” dei medesimi istituti, nella prospettiva delle ribadite “vere caratteristiche”. Dall’insieme delle informazioni raccolte in questa ultima parte del saggio – benché non molte né complete – si deve concludere, ovviamente, che le gravi vicende della seconda guerra mondiale hanno avuto pesanti conseguenze sulle scuole professionali salesiane italiane, in particolare per quanto si riferisce ai laboratori, alle attrezzature, al regolare svolgimento del programma teorico-pratico e al personale. D’altra parte, sembra legittimo supporre che si possa allargare la conclusione formulata ad altri Paesi europei. Salvo, in ogni caso, possibili eccezioni. Il “Bollettino Salesiano”, nel mese di febbraio del 1942, informava che la scuola professionale di Caen (Francia) aveva cominciato a “far posto ad una cinquantina di artigiani”; e nel mese di agosto del 1943, sull’allargamento delle scuole professionali di Lisboa (Portogallo). 5. Sintesi e considerazioni conclusive Le forti riserve e i vivi contrasti nei confronti delle “scuole tecniche” – forse, più precisamente, di un certo tipo di “scuole tecniche”, discusso anche fuori della cerchia salesiana – offrirono l’occasione, nelle due prime decadi del secolo XX, per assumere e approfondire le ragioni della scelta professionale salesiana, dando luogo a fruttuosi incontri con altre prospettive e realizzazioni nell’ambito della formazione dei giovani operai. La valutazione delle luci e ombre della terza mostra professionale del 1910; la pubblicazione, nel 1912, dei giudizi degli esperti sui materiali esposti in essa; le informazioni giunte a Valdocco sulla situazione reale delle scuole professionali esistenti si trovarono all’origine di un nuovo rilancio delle medesime, e di un “miglioramento” avvertito già nel 1913. Nelle “tremende vicende” della prima guerra mondiale, gli interventi autorevoli del Consiglio Generale salesiano, giunti, pur con difficoltà, ai diversi Paesi in conflitto, contribuirono ad avvivare la consapevolezza dell’importanza delle scuole professionali nella futura opera di “ricostruzione”. In consonanza con il coevo sviluppo dell’industria dei “rami del ferro”, si comincia a dedicare nuova attenzione ai laboratori di meccanica e di elettricità. Va rilevata, a questo proposito, l’opera dei tre consiglieri professionali generali: don Ricaldone, don Vespignani, don Candela. Deposte le armi e superato il travagliato periodo postbellico, le scuole professionali salesiane ebbero un sensibile incremento numerico. Nel 1920 erano 80; nel 1930, 114. Lo sviluppo delle medesime nei diversi ambiti continuò nella “congiuntura favorevole” della decade seguente. Negli anni trenta del secolo XX i progressi della tecnica e le applicazioni nella scuola non erano così rilevanti da compromettere seriamente la strutturazione delle tipografie e degli altri labo ratori salesiani: meccanica, elettromeccanica, sartoria, legatoria, calzoleria, falegnameria, ebani - 70 steria. D’altra parte, non era troppo oneroso, con il sostegno delle sovvenzioni private e pubbliche, costruire scuole, acquistare e rinnovare macchinari. “In America Latina, in Italia in Spagna e altrove si moltiplicavano le richieste di scuole professionali e agricole. Si guardava fiduciosi all’avvenire”167. Nel 1940 le scuole professionali raggiungevano la cifra di 149. Al di là delle cifre e delle realizzazioni, è da rilevare la prospettiva sempre più condivisa: fedeltà alle origini e impegno di adattamento alle richieste dei tempi. Andò maturando una larga coincidenza sulle “vere caratteristiche” delle scuole professionali salesiane: “vere scuole” per la formazione dell’operaio: buon cristiano, onesto cittadino e abile nell’arte; istituti di beneficenza: per l’educazione di apprendisti poveri; centri educativi rispondenti alle moderne esigenze del tempo e del luogo; scuole provviste di buon personale. La strada percorsa rimase interrotta, in molti tratti, dalla “inaudita violenza del conflitto”. Nel mese di maggio del 1945, il Rettor Maggiore, don Ricaldone, riprendendo il tema delle scuole professionali, stimolava i salesiani a continuare il cammino: “È dovere nostro iniziare la nuova epoca”; e ribadiva poco dopo: “accingiamoci volonterosi alla ricostruzione”168. La risposta all’invito del Rettor Maggiore costituisce, però, un altro capitolo della storia della Formazione Professionale salesiana. 167 STELLA P., Coadiutori salesiani (1854-1974). Appunti per un profilo storico socio-professionale, in “Atti Convegno Mondiale Salesiano Coadiutore”, 31 agosto-7 settembre1975, Roma, Esse- Gi-Esse 1976, 83. 168 ACS, 25(1945)129, 377. 71 LABORATORIO TIPOGRAFI - VALDOCCO (ASC) 72 LABORATORIO TIPOGRAFI - VALDOCCO (ASC) 73 LABORATORIO LEGATORI - VALDOCCO (ASC) 74 LABORATORIO TIPOGRAFI - ROMA PIO XI 1930ca LABORATORIO CALZOLAI - GENOVA SAMPIERDARENA 1937 75 LABORATORI - TORINO REBAUDENGO 1936 LABORATORIO SARTI - UDINE 76 ELETTRONICI, MECCANICI, LEGATORI - TORINO ANNI ’40 77 Capitolo 4 Dalla “ricostruzione” postbellica al primo centenario dei laboratori di don Bosco (1946-1953) Il racconto del buio periodo della guerra, riepilogato nelle pagine antecedenti, si è chiuso con le parole incoraggianti di don Pietro Ricaldone, scritte nel 1945, poche settimane dopo la fine del burrascoso conflitto: “accingiamoci volonterosi alla ricostruzione”. La risposta dei salesiani a quel pressante invito del quarto successore di don Bosco costituisce un nuovo “capitolo della storia della Formazione Professionale salesiana”, che si completerà con le manifestazioni celebrative del primo centenario della fondazione dei laboratori creati da don Bosco a Valdocco nel 1853. 1. Ripresa di un percorso bloccato dalla “inaudita violenza del conflitto” Il primo ostacolo incontrato sulla strada della “ricostruzione” che auspicava il Rettor Maggiore salesiano era stato già più volte avvertito nelle tappe percorse precedentemente: la scarsità di personale e, in modo speciale, di personale preparato. Tale ostacolo, dopo le tragiche vicende belliche, presentava, logicamente, maggiore gravità. Don Antonio Candela, dopo sei anni di “rifugiato” a Parigi, capitale del suo Paese, accennò all’argomento del personale nella “prima comunicazione” pubblicata negli “Atti del Capitolo Superiore” del 1946: “Dopo l’immane flagello della guerra che tante rovine ha seminato dappertutto – scriveva il consigliere professionale generale – è facile prevedere che le richieste di fondazioni di istituti per orfani e ragazzi poveri, saranno sempre più numerose. Parecchie di queste richieste, specie per le Scuole Professionali, sono già pervenute a Torino in questi ultimi mesi”169. D’altro canto, nelle case di artigiani già esistenti, mancavano spesso capi e vicecapi laboratorio con adeguata qualificazione professionale. A causa delle “rovine” e “difficoltà della guerra”, solo pochi ispettori salesiani erano riusciti ad attuare la deliberazione del Capitolo Generale del 1938, cioè, quella di destinare una casa al “perfezionamento” dei coadiutori usciti dal noviziato170. 169 ACS, 26(1945)133, 14. 170 ACS, 26(1946)138, 59. 78 Don Candela, in piena sintonia con le vedute di don Pietro Ricaldone, ribadiva a tale proposito: “Adoperiamoci dunque con tutti i mezzi possibili per risolvere praticamente questo problema capitale, e far sì che, se non in ogni Ispettoria, almeno in ogni nazione vi siano queste due opere: “Aspirantato” per Coadiutori e “Corso di perfezionamento” per i Confratelli uscenti dal Noviziato”171. Le proposte formulate comportavano, tra l’altro, l’elaborazione di mezzi scolastici: manuali e sussidi didattici adeguati. Nella primavera del 1949 uscirono dalla Scuola Tipografica di Colle don Bosco i programmi del Corso Superiore, sezione artigiani, destinati precisamente alle case di perfezionamento. Il contenuto della prima parte del fascicolo è composto dai programmi di cultura generale, comune a tutte le specializzazioni (religione, lingua nazionale, matematica, lingua straniera, storia generale, geografia civile e biologica, scienze, pedagogia salesiana, materie sociali, educazione fisica e igiene); la seconda, dei programmi riguardanti le materie specifiche, che si dovevano svolgere durante un triennio nei vari mestieri o reparti: “meccanici, elettricisti, falegnami e mobiliari, scultori in legno e disegnatori, compositori tipografi, macchinisti tipografi, rilegatori e doratori, foto-incisori, sarti tagliatori, calzolai tagliatori e modellisti”. In appendice, erano riportati orientamenti e istruzioni sull’attuazione dei programmi stessi, norme sulla durata dell’anno scolastico-professionale e orientamenti didattici o “ricordi per il maestro d’arte”172. Dopo aver presentato l’articolazione e i contenuti del volume, il consigliere professionale concludeva: “Si desidera vivamente che questi programmi vengano, poco a poco, attuati nelle Case di perfezionamento”. E aggiungeva una precisazione di particolare rilevanza. Al riferirsi ai diversi contesti geografici e culturali in cui lavoravano i salesiani, si suggeriva una indicazione di indiscutibile valenza pedagogica: i programmi dovevano essere messi in atto, “adattandoli naturalmente, per l’estero, alle condizioni ed esigenze scolastiche locali”173. Richiamandosi poi all’esempio di don Bosco, il consigliere professionale rammentava il dovere di ogni membro della Famiglia Salesiana di cooperare al maggior incremento e formazione delle vocazioni, specialmente dei coadiutori o salesiani laici. Ricordava pure che negli anni della beatificazione del fondatore della Congregazione la “media di aumento annuale fu di 126 confratelli”. A stimolo delle altre ispettorie o circoscrizioni salesiane, segnalava la Colombia, che nell’anno 2945 “contava 21 ascritti coadiutori su 40 novizi”174. La situazione si prospettava assai diversa nei Paesi europei. Tuttavia, e nonostante la scarsità di personale, le scuole professionali e i semplici laboratori salesiani avevano ripreso, sovente con straordinaria vivacità, il cammino interrotto. 171 ACS, 26(1946)138, 60. 172 ACS, 29(1949)152, 13; Corso superiore triennale. Sezione artigiani. Programmi 1949, Torino, Direzione Generale Scuole Professionali Salesiane Opera Don Bosco, (1949). 173 ACS, 29(1949)152, 13-14; cfr. ACS, 29(1949)154, 7. 174 ACS, 26(1945)133, 14. 79 A questo proposito, è assai eloquente la lettera che, il 22 dicembre del 1946, don Paolo Puglisi, direttore della casa di Palermo, inviava ai superiori di Torino. Il salesiano siciliano segnalava le “gravi lacune” esistenti “nei riguardi del personale”, ma asseriva allo stesso tempo: “I laboratori sono ristretti ma fiorentissimi: 152 allievi, di cui 35 sarti, 38 falegnami, 36 tipografi, 24 calzolai, 12 legatori e 11 meccanici”175. Il Rettor Maggiore, da parte sua, dava risalto a molti aspetti e dati positivi, pur senza omettere espliciti e chiari accenni alle situazioni e difficoltà reali. Nella circolare sulla formazione del personale del mese di marzo-aprile del 1946, don Ricaldone dedicava un paragrafo ottimista all’argomento della qualificazione dei giovani operai: “Le nostre Scuole professionali e agrarie – scriveva – si vanno perfezionando e moltiplicando ogni giorno più. Esse, mentre rispondono a un grande bisogno sociale e contribuiscono in modo efficace alla pratica soluzione di uno dei più gravi problemi che assillano l’umanità, attirano anche sulle Opere nostre la benedizione delle autorità e le simpatie dei buoni. Ma – rimarcava, allo stesso tempo, il quarto successore di don Bosco – se vogliamo che queste scuole rispondano sempre meglio al loro scopo, è assolutamente necessario che, oltre ad essere convenientemente aggiornate riguardo ai programmi e debitamente attrezzate in quanto al materiale, siano anche dotate di buon personale”176. 2. Un “Organo di Collegamento e di Informazione” professionale Il Sedicesimo Capitolo Generale diede, nel 1947, un nuovo impulso alla ripre - sa incominciata. Una delle commissioni dell’assemblea generale salesiana si oc - cu pò direttamente del tema: “Coadiutori e scuole professionali”. Tra le proposte approvate all’unanimità, merita di essere messa in risalto quella della pubblicazione di una “rivista dipendente dal Consigliere professionale”, in cui si dovevano trattare “argomenti professionali e agricoli, con norme, suggerimenti e direttive utili a tutti”. Nell’estate dell’anno seguente, 1948, era spedito alle case il primo numero de “Il Salesiano Coadiutore. Organo di Collegamento e di Informazione”177. La nuova pubblicazione periodica si proponeva un programma di notevole portata: “Senza precludere il campo della tecnica, nel quale sarà lieto di fare utili e svariate incursioni, ogni qualvolta gli stessi nostri tecnici gliene daranno, con la loro collaborazione adatta, l’occasione e la possibilità, «Il Salesiano Coadiutore» si sforzerà di presentare ai lettori, articoli brevi, ma sostanziali, di carattere morale, religioso, pedagogico, sociale, pensati sempre e scritti sotto l’aspetto della missione che il 175 ASC E484, Scuole professionali. 176 ACS, 26(1946)134, 12. 177 “Il Salesiano Coadiutore. Organo di Collegamento e di Informazione”, 1(1948)1 (luglioagosto). Cessò la pubblicazione nei primi anni Sessanta. 80 Coadiutore svolge nelle nostre Scuole o in altre mansioni, secondo lo spirito del nostro Fondatore”178. D’accordo con gli orientamenti del menzionato Capitolo Generale del 1947, la rivista doveva contribuire anzitutto a dare una risposta al problema profondamente sentito di formare il personale esistente e a suscitare nuove vocazioni di salesiani laici da mettere a capo delle antiche e nuove scuole professionali. I membri del Capitolo Generale non rimasero, però, centrati isolatamente sulle iniziative e necessità interne alle proprie opere. Essi mostrarono una accentuata attenzione nei confronti dei bisogni urgenti di quelle nazioni in cui era passato “il flagello della guerra”. A questo scopo, furono prese misure concrete. Ne trascrivo una riguardante le attività di carattere benefico: “Ogni Ispettoria [...] inizi almeno un Istituto per orfani e per i giovani più bisognosi. Ove ciò non fosse ancora possibile, veda di accogliere un certo numero di orfani in qualcuno dei suoi Istituti. In ogni caso si procuri che, dopo le scuole elementari, tali giovani siano avviati a qualche mestiere in un nostro Istituto professionale o agricolo”179. Anche i responsabili de “Il Salesiano Coadiutore” cercarono, dal primo momento, di allargare lo sguardo a proposte e realizzazioni estere. Tra i contributi più significativi, si possono citare alcuni a modo di esempio: L’insegnamento tecnico e professionale nel Belgio180, L’insegnamento professionale in Olanda181, Una visita alla Svizzera Grafica182, La scuola professionale salesiana183. La sezione “Pagina sociale” si aprì a temi e questioni ugualmente di indubbio interesse: Intorno a un manifesto [quello di Marx]184, La Chiesa e la questione operaia185, Don Bosco e la questione operaia186. 3. Proposta di “riconoscimento ufficiale” Nel contesto di un laborioso, ma progressivo sviluppo delle scuole professionali salesiane, sbocciò il progetto di chiederne il riconoscimento ufficiale, da parte dello Stato. Nel 1948, Domenico Molfino – segretario generale delle scuole professionali e agricole –187, suggerì a don Antonio Candela l’idea di “perorare a Roma la causa delle scuole professionali”. In concreto, di compilare una esposizione da in- 178 Il nostro programma, in ibidem, 2; B. F.J., L’evoluzione delle nostre scuole di fabbri-meccanici negli ultimi 40 anni, in “Il Salesiano Coadiutore”, 1(1948)2, 19-20. 179 ACS, 28(1947)143, 19. 180 “Il Salesiano Coadiutore”, 2(1949)2, 26-28. 181 “Il Salesiano Coadiutore”, 2(1949)3, 43-45. 182 “Il Salesiano Coadiutore”, 2(1949)6, 89-92; 3(1950)1, 10-11. 183 “Il Salesiano Coadiutore”, 3(1950)4, 59-60. 184 “Il Salesiano Coadiutore”, 1(1948)2, 17-18. 185 Ibidem, 32-33. 186 “Il Salesiano Coadiutore”, 2(1949)4, 60-61. 187 PELLITTERI G.,Un amico dei coadiutori. Don Molfino,in “Il Salesiano Coadiutore”, 5(1052)4, 44. 81 dirizzare al ministro della Pubblica Istruzione e presentare le linee di organizzazione e i programmi scolastici e professionali, sollecitando “il riconoscimento ufficiale ai certificati di licenza rilasciati dai Salesiani alla fine di ogni corso; chiedeva, cioè, di equiparare tali licenze a quelle di corsi similari tecnici dello Stato: quindi di avviamento, per il nostro corso inferiore; di scuola tecnica, per il corso medio; di perito, per il corso superiore”188. Il consigliere professionale preferì lasciare le pratiche del “riconoscimento” nelle mani del professore salesiano don Vincenzo Sinistrero – esperto in politica scolastica – che si era occupato già e continuava ad occuparsi della questione. Nelle sue osservazioni al piano di Molfino, don Candela definiva “Quello che vogliamo si riduce essenzialmente a due cose: a) Riconoscimento dei nostri Programmi ed Orari. b) Valore legale ai nostri titoli d’esami. Questo – ribadiva il consigliere professionale e agricolo – don Sinistrero lo sa e vi si adopera”189. L’iniziativa del “riconoscimento ufficiale” si inseriva in un momento di cambiamento della politica ita liana, anche nell’ambito dell’insegnamento professionale. Il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione della Repubblica. Secondo l’art. 137, tra le materie su cui le Regioni hanno potere legislativo si fissa l’“istruzione professionale e assistenza scolastica”; mentre l’art. 35 stabilisce che “la Repubblica cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”190. Con la Legge n. 456/1951 si autorizzava il ministro del lavoro a promuovere l’istituzione di centri di addestramento professionale per giovani apprendisti. Di questa facilita zione poterono godere alcune Opere salesiane della Sicilia, di Napoli e di Roma: “Si venivano così a realizzare in Italia due tipi di Opere Professionali: le Scuole Professionali Salesiane tradizionali della durata di cinque anni dopo la licenza elementare [...] e i cosiddetti Centri di Addestramento Professionale (C.A.P.). Con corsi della durata annuale o biennale o triennale secondo il tipo di qualifiche o di specializzazioni da conseguire, i quali godevano del contri buto del Ministero del Lavoro”191. Le scuole professionali “tradizionali” continuarono a funzionare come istituti privati sorretti dalla simpatia e dall’aiuto economico di persone e istituzioni. Fuori dall’Italia – Belgio, Spagna, Argentina – la situazione appariva più fa vorevole. È da sottolineare il caso dell’ultimo Paese latinoamericano citato. Nel 1948 la Universidad National de Tucumán incorporò a sé tutte le scuole salesiane di arti e mestieri con la qualifica di Universidad Salesiana Argentina del Trabajo. La motivazione 188 ASC E482, Scuole. 189 ASC E484, Scuole professionali. Il 3 novembre 1949, Molfino aveva insistito sulla necessità di “perorare la causa de la libertà della scuola”, intesa in questo senso: “approvazione in blocco dei nostri programmi, orati, personale e riconoscimento legale dei nostri diplomi” (Ibidem). 190 HAZON F., Storia della formazione tecnica, 106. Le “Regioni – salvo quelle a statuto speciale – furono istituite solo molti anni dopo ossia nel 1970” (Ibidem, 1007); BORDIGNON G., Scuola in Italia, Soveria Mannelli (CZ), Rubettino, 2008, 16-18. 191 La federazione CNOS/FAP: origini e proposte formative, in “Il CNOS/FAP nel 1987/88”, Roma, CNOS Centro Nazionale Opere Salesiane”, 1988, 24 (ciclostilato). 82 addotta nel Decreto era la seguente: “All’Istituzione Salesiana spetta il merito d’aver creato le prime Scuole di Arti e Mestieri nella nostra Repubblica, moltiplicandole in tutto il territorio della medesima, per la for mazione di migliaia di operai e di tecnici capaci, i quali hanno cooperato al nascere e allo svilupparsi dell’industria nella nostra Patria”192. 4. Verso il centenario dei primi laboratori fondati da don Bosco Intanto si avvicinavano alcune date ed eventi che non potevano non destare speciale interesse ed essere preparati con cura. Nel mese di settembre 1951, l’intero numero degli “Atti del Capitolo Superiore” era dedicato alla presentazione delle “feste giubilari salesiane 1953”. Gli eventi che il Consiglio Generale progettava di celebrare erano questi: 50° anniversario della Incoronazione dell’immagine di Maria Ausiliatrice, 60° di sacerdozio di don Ricaldone, centenario delle “Letture Cattoliche”, centenario delle scuole professionali di don Bosco. Un nutrito programma di celebrazioni contemplava: solennità religiose, esposizione generale delle attività salesiane nel mondo, mostra professionale, esposizione missionaria, convegni internazionali dei cooperatori e degli ex allievi, convegno pedagogico, “maggiolata giovanile” (con giuochi, gare, recite e canti). Come preparazione per una mostra professionale internazionale da organizzarsi a Torino nel mese di maggio del 1953, erano anche previste esposizioni o mostre delle scuole professionali nelle singole ispettorie o circoscrizioni salesiane. Ma, in seguito al doloroso avvenimento della morte del Rettor Maggiore – che ebbe luogo il 25 novembre 1951 –, i membri del Consiglio Generale presero la deliberazione di sospendere ogni preparativo per l’“esposizione salesiana generale”. Si decise, tuttavia, di continuare la raccolta di materiali per l’organizzazione di una “mostra professionale internazionale”. La rivista “Il Salesiano Coadiutore” apriva il numero del mese settembre-ottobre dell’anno 1951 con una specie di manifesto dal titolo indicativo: Il nostro centenario. Dopo qualche allusione ai “comitati speciali” sorti sotto la guida del prefetto generale, don Renato Ziggiotti, per “coordinare e potenziare idee, progetti, realizzazioni”, lo scritto chiudeva: “Con questo numero «Il Salesiano Coadiutore» incomincia anche a essere l’organo di informazione, di discussione e di propaganda della Mostra professionale e agricola 1953”193. Per l’allestimento di tale mostra e per l’esame dei problemi riguardanti le scuole professionali e agricole in generale, si decise inoltre di dar vita a un Centro Didattico sotto la dipendenza diretta del consigliere professionale generale. Un comitato coordinatore, formato presso lo stesso Centro Didattico, organizzò già 192 Scuole salesiane del lavoro. Scuole artigiane e agricole per interni ed esterni, Colle Don Bosco (Asti), ISAG-Istituto Salesiano Arti Grafiche, 1950, 19. 193 “Il Salesiano Coadiutore”, 4(1951)5, 1; cfr. Atti del Capitolo n. 166, Settembre 1951, 16. 83 nel menzionato anno 1951, a Torino-Valdocco, il primo convegno preparatorio, al quale parteciparono “150 Confratelli, capi e vice-capi” di tutte le scuole professionali d’Italia, sotto la presidenza di don Ziggiotti e don Candela. Nelle tre intense giornate del convegno furono esaminati i “più importanti temi-base” dell’insegnamento salesiano: “i profili professionali di ciascuna professione e i relativi programmi di insegnamento”194. Il convegno fu coronato con una mostra grafica al Colle Don Bosco. Altre “mostre professionali preparatorie” furono organizzate a Valdocco-Oratorio, a Torino-Istituto “Conti Rebaudengo”, a Cumiana, a Torino-Pontificio Ateneo Salesiano. Il tema di quest’ultima mostra presentava particolare attualità: “L’Orientamento professionale”195. Lungo la strada della preparazione dell’esposizione professionale internazionale – denominata anche “mostra centenaria” – sorsero presto degli ostacoli non irrilevanti. Nella riunione del 13 ottobre 1952, i membri del Consiglio Generale salesiano, dopo aver individuato i problemi e le difficoltà di maggior rilievo, presero alcune decisioni: “L’Esposizione pel Centenario, in progetto pel 1953, e qui nel - l’Oratorio, non potrà effettuarsi. Si fisserà la data quando sia costruito l’edificio che doveva contenerla, e pel quale si attendono indennizzi del Governo; le varie ispettorie potranno allestire la propria esposizione pel 1953 e si avrà il materiale per l’esposizione generale di Torino”196. Due mesi più tardi, don Antonio Candela comunicava ufficialmente negli “Atti del Capitolo Superiore” che i recenti “avvenimenti or tristi or lieti” hanno impedito l’attuazione “del programma delle Feste Giubilari Salesiane 1953”. Pertanto, il nuovo Rettor Maggiore, don Renato Ziggiotti, d’accordo con il suo Consiglio, ha stabilito “che la Mostra Centenaria Salesiana delle Scuole Professionali e Agricole si tenga qui in Torino nel 1954”. Come preparazione a tale “Mostra Centenaria” – ricordava il consigliere professionale – è stato deciso che si tenga “in ogni Ispettoria una Mostra generale, colla cooperazione di tutte le Scuole Professionali e Agricole della medesima”197. Quest’ultima decisione dei superiori di Torino non rimase inascoltata. Anzi, negli “Atti del Capitolo Superiore” del mese di novembre-dicembre del 1953, si trova un nutrito elenco delle mostre professionali preparatorie e dei convegni tenuti negli anni 1951-1953198. La messa in atto del progetto del 1954 si presentò, invece, molto più problematica. 194 ACS, 32(1952)168, 11. Un “Supplemento al n. 2 - anno V (1952) de “Il Salesiano Coadiutore”, raccoglie la cronica e la documentazione del “Primo Convegno della Didattica professionale salesiana. Torino-Valdocco 28-29-30 dicembre 1951”. 195 Uno sguardo alle varie mostre professionali preparatorie, in “Il Salesiano Coadiutore”, 5(1952)2, 49-55. 196 ASC D876, Verbali del Capitolo Superiore (13.10.1952). 197 ACS, 33(1952)171, 25. 198 Cfr. anche “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)6, 221; Il centenario delle scuole professionali salesiane”, in “Popolo Nuovo”, (16.08.1952); I cento anni di attività delle “Professionali” salesiane, in “Gazzetta del Popolo”, (4.07.1952). 84 Nel “Secondo convegno della didattica professionale salesiana”, tenuto a Torino negli ultimi giorni dell’anno 1952, si parlò ancora una volta della “Mostra Centenaria Salesiana delle Scuole professionali”; e una delle relazioni svolte in quella occasione esaminò precisamente il tema della “Mostra Centenaria 1954”. Guglielmo Martinengo, salesiano laico, presentava così, nella sua relazione, i tratti caratteristici dell’esposizione: costituire un “riconoscente omaggio” ai predecessori, a cominciare da don Bosco; essere “una scuola di umiltà” – nel senso che essa potrà mettere in evidenza i valori e anche i limiti delle scuole salesiane –; e finalmente diventare una iniziativa alla cui realizzazione sono “chiamati tutti”. Riallacciandosi agli orientamenti e alle esperienze precedenti, Martinengo ne fece una sintesi, centrando l’attenzione sulle tre sezioni che la mostra avrebbe dovuto comprendere: a) Storico-statistica, b) Metodologica, c) Programmatica. Per venire incontro a “la gravezza, la vastità e la complessità dei problemi” relativi all’organizzazione di una esposizione professionale di carattere internazionale, si auspicava poi – nelle conclusioni del convegno – che “anche rappresentanti di Nazioni Estere per singole Nazioni o per Gruppi Nazionali”199 dovessero far parte della segreteria coordinatrice. Secondo le previsioni dello stesso relatore Martinengo, la “Mostra Internazionale” delle scuole professionali salesiane sarebbe entrata “nella fase realizzativa al principio dell’anno 1954”200. Stando, però, ai documenti oggi fruibili, si deve concludere che la “mostra centenaria” non giunse alla realizzazione201. L’ultimo cenno al tema lo troviamo negli “Atti del Capitolo Superiore” del mese di novembre-dicembre 1953. L’intervento è del consigliere professionale: “In vista della Mostra Generale che vorremmo allestire a Torino, è urgente che si mandino al Centro i dati e i documenti”202. La “gravezza, la vastità e la complessità dei problemi” organizzativi possono spiegare, in parte, il ridimensionamento del progetto abbozzato. I menzionati “avvenimenti tristi” e altri fattori di carattere economico, come i lamentati ritardi degli “indennizzi del Governo”, hanno potuto avere ugualmente un peso non irrilevante. 5. Sguardo a una ricca e articolata realtà internazionale: mostre e convegni La mancata realizzazione della “Mostra Centenaria” a Torino nel 1954 non rese, tuttavia, prive di valore e d’interesse le numerose mostre preparatorie realizzate e le iniziative attuate nel triennio 1951-1953. Anzi, il semplice elenco delle 199 Quarta relazione: Mostra centenaria 1954, in “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)2, 99-102. 200 “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)2, 101; cfr. ACS, 34(1953)177, 11. 201 Non si trova alcuna notizia al riguardo negli ACS del 1954 e neppure nella rivista “Il salesiano Coadiutore” del 1954. 202 ACS, 34(1953)177, 11. Don Candela precisa poi che si tratta di dati e di documenti degli ACS (1952). 85 medesime è assai eloquente203. Basti fare qui alcune considerazioni al riguardo, e trascrivere qualche testimonianza, a mo’ di esempio. La più volte menzionata rivista “Il Salesiano Coadiutore” costituisce, a tale proposito, un autorevole “organo di informazione” e fonte di documentazione, anche di carattere iconografico. Nelle pagine precedenti sono già emersi aspetti rilevanti e identificati dati da tener presenti sulle realizzazioni messe in opera a Valdocco e in altre case salesiane italiane. Mi limiterò ora a fare una sintetica rassegna delle mostre e dei convegni più importanti realizzati fuori d’Italia; un semplice sguardo a una ricca e articolata realtà internazionale. – Prima esposizione professionale in Aleppo (Siria). Allestita nel mese di giugno 1951. Comprendeva diversi reparti: falegnami-ebanisti, meccanici, arti grafiche, arti dell’abbigliamento e della calzatura. Un giornale locale, parlando del - l’esposizione, uscì in queste frasi: «La scuola professionale “Giorgio Salem” è la migliore scuola dello Stato Siriano»; ed una ispettrice musulmana, inviata appositamente dal Governo, dopo aver visitato la scuola disse al Sig. Direttore: «Veramente voi siete all’avanguardia; non esiste in tutta la Siria una scuola professionale attrezzata didatticamente come la vostra»”204. – Mostra professionale salesiana in Egitto. Inaugurata nel mese di maggio 1952 al Cairo. Il Dott. Hassan Merai, sottosegretario di Stato alla Pubblica Istruzione, lasciò scritto nel libro delle visite: “Ho constatato la perfezione tecnica dei lavori eseguiti e il buon gusto estetico della loro presentazione. Ciò prova la competenza degli insegnanti, meritevoli del massimo elogio. Non rimane che augurare all’Istitu - to un continuo sviluppo, il quale è sicuro, grazie alle alte qualità dei suoi dirigenti”. Il settimanale “Cronaca ed Oriente” concludeva così il primo dei tre articoli consacrati alla mostra: “l’opera svolta in Egitto dalla Scuola Professionale Don Bosco è largamente apprezzata dalle autorità competenti, che si rendono conto dell’importante contributo da esse dato al potenziamento economico della nazione, dotandolo ogni anno di circa 300 elementi perfettamente preparati tecnicamente e moralmente, di cui 120 almeno sono egiziani”205. 203 Convegni: Colle Don Bosco (1951), Torino-Valdocco (1951), Colle Don Bosco, Torino- Valdocco, Rebaudengo e Bivio de Cumiana (1952), Rossins-Francia (1952), San Isidro-Argentina (1953), Hong- Kong-China (1953), Cuenca-Yanunkay-Equatore (1953), Messina (1953), Estoril-Portogallo (1953); mostre: Colle Don Bosco (1951), Aleppo-Siria (1951), Colle Don Bosco, Torino-Oratorio, Rebaudengo e Bivio de Cumiana (1952), Bologna (1952), Venezia (1952),Verona (1952), Cairo-Egitto (1952), Tokyo- Giappone (1952), Madrid-Atocha (1952), Verviers-Belgio (1952), Woluwe-Belgio e Congo Belga (1952), Catania (1953), Napoli-Tarsia (1953), Ravenna (1953), Mandalay-Birmania (1953), Cairo-Egitto (1953), Sarrià-Barcelona-Spagna (1953), Madrid (1953), Siviglia-Spagna (1953), Aleppo-Siria (1953), Betlemme (1953), Lima-Perù (1953), San Paolo-Brasile (1953), Parigi (1953), Yanuncay-Equatore (1953); cfr. Mostre e convegni professionali nell’anno centenario delle Scuole professionali salesiane, in “Atti del Capitolo Superiore”, 34(1953)17, 12; cfr. anche “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)6, 221. 204 “Il Salesiano Coadiutore”, 5(1952)1, 15. 205 “BS”, 77(1953)19. 86 – Mostra professionale salesiana a Betlemme. Inaugurata il 22 giugno 1952 dal ministro dell’Istruzione. I lavori esposti erano opera degli apprendisti delle diverse arti che abbracciavano le scuole: fabbri, meccanici, elettromeccanici, falegnami, sarti, calzolai, tipografi, legatori. Il pastore protestante di Betlemme, Elias Shahade, consegnò questo giudizio: “Ho visitato questa Esposizione professionale dei Salesiani di Betlemme e fui oltremodo contento delle cose ivi esposte. Esse dimostrano esattezza e perfezione del lavoro e indicano come è bello il detto del Apostolo: «È Religione pura e santa quella che accoglie le vedove e gli orfani nella loro strettezza...»”206. – Mostra professionale salesiana nel Giappone. Allestita nel mese di dicembre del 1952, nella scuola “Don Bosco” della città di Tokyo, un istituto sviluppatosi nel dopoguerra, che accoglieva, nel 1953, 700 allievi207. Parteciparono all’esposizione altre due scuole salesiane di arti e mestieri giapponesi: gli ospizi di Kokubunji e di Nakatsu. Accanto ai prodotti dell’arte del libro e del legno, destarono speciale interesse nei visitanti i lavori del laboratorio di elettromecanica”. – Mostra Professionale Nazionale a Madrid. Organizzata il mese di ottobre 1953. Ebbe come sede il “Palacio de Cristal del Retiro” madrileno. Inaugurata dal Rettor Maggiore e presieduta dalla sposa del Capo dello Stato, donna Carmen Polo di Franco, accompagnata dal ministro dell’Industria e del Commercio e dal Presidente del Consiglio di Stato. Parteciparono alla medesima 26 scuole di arti e mestieri della Penisola Iberica208. – Mostra didattico-professionale a Parigi. L’inaugurazione ebbe luogo il 17 novembre 1953, alla presenza del Presidente del Consiglio, M. Laniel, accompagnato dai ministri dell’Industria e del Commercio. La mostra “mirava in modo speciale a mettere sotto gli occhi dei visitatori i principi direttivi e i risultati della formazione tecnica e pratica che ricevono i giovani artigiani, nelle Scuole Salesiane del Lavoro”209. In occasione della mostra, si tenne pure una giornata di studio sulla “Scuola professionale salesiana e sua organizzazione” e sulla “Formazione professionale dei giovani artigiani”. – Mostre e congressi professionali in America Latina. La Mostra didattico-professionale- agricola argentina fu organizzata a Bahía Blanca. Fu inaugurata il 14 novembre 1953. Concorsero tutte le scuole professionali e agricole argentine. Nel congresso per le vocazioni dei coadiutori, tenuto a Santiago del Cile, dal 13 al 16 novembre 1952, fu studiato il programma salesiano per il corso di perfe- 206 “Il Salesiano Coadiutore”, 5(1952)1, 15. 207 “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)4, 172. 208 “Il Salesiano Coadiutore”, 7(1954)1, 16-17; cfr. ACS, 34(1953)177, 11. 209 “Il Salesiano Coadiutore”, 7(1954)1, 14; cfr. anche ACS, 34(1953)177, 11. 87 zionamento e anche i programmi governativi. Tra i “numerosi” convegni per coadiutori, uno dei più riusciti fu quello celebrato nel mese di gennaio 1953 a San Isidro (Argentina), nel quale furono sviluppati questi temi: Didattica professionale salesiana, Scuola di apprendistato e di orientamento professionale, Funzionamento e programmi del corso professionale210. In linea di continuità con quanto affermava don Bertello nel 1910 (“Coi tempi e con Don Bosco”), una delle conclusioni del convegno recitava: “Si formino alle professioni gli alunni con tutti i ritrovati moderni, e tra l’altro con libri specializzati di teoria, con bacheche tecniche ben preparate, biblioteche tecniche per ogni mestiere, archivio e museo dei materiali, laboratorio tecnologico, filmine tecniche e didattiche”211. – Convegno professionale in Cina. Organizzato a Hong-Kong nel mese di marzo 1953. Vi parteciparono i salesiani coadiutori delle case di Hong-Kong e Macao. Lo studio e la discussione dei partecipanti si svolsero attorno a tre temi: Il coadiutore salesiano, realizzazione geniale di don Bosco; Il problema delle vocazioni tra gli allievi artigiani; La didattica del lavoro secondo il metodo salesiano. – Accanto alle mostre e ai congressi o convegni accennati, l’elenco delle opere salesiane fondate nell’anno 1953 completa il quadro del centenario: scuola professionale per interni a Halle e a Marmite (Belgio), scuola tecnica a Assel-Appeldoorn (Olanda), scuola professionali per esterni a Pamplona (Spagna), istituto per la formazione dei salesiani coadiutori a Santa Tecla (Centro-America), scuola tecnicoindustriale a Pasto Nariño (Colombia), scuola professionali per indigeni a Kigali (Ruanda-Africa), orfanotrofio con scuole professionali a Hanoi (Vietnam), scuole professionali a Manila (Filippine)212, scuola tecnico-professionale a Madrid e scuola professionale a Puertollano (Ciudad Real-Spagna)213. 6. Cifre, rilievi e prospettive Dalla rapida rassegna abbozzata emergono fatti e aspetti rilevanti. Anzitutto, nella prospettiva geografica. Nel 1853 don Bosco dava il via al primo laboratorio per apprendisti calzolai in una piccola stanza della sua istituzione benefica di Valdocco, nella periferia di Torino; cento anni dopo, le scuole professionali salesiane funzionavano in città e villaggi di: Europa, Americhe, Asia e Australia. 210 “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)3, 136-139; cfr. “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)2, 118. 211 “Il Salesiano Coadiutore”, 6(1953)3, 139. 212 Cfr. “Il Salesiano Coadiutore”, 7(1954)1, 20. 213 Cfr. ALBERDI R., La formación profesional en Barcelona, Barcelona, Ediciones Don Bosco, 1980. 88 Non si trattava di presenze isolate. Alla morte di don Bosco, nel 1888, si contavano “appena 14 di questi istituti, di cui 8 in Europa e 6 in America”214. Sessantacinque anni più tardi, nel 1953, al celebrarsi del primo centenario della fondazione, gli istituti salesiani dedicati ai giovani operai erano 84 in Europa e 68 in America. Scuole professionali e agricole salesiane 1954-1955 SCUOLE PROFESSIONALI SCUOLE/COLONIE AGRICOLE CASE ALLIEVI CASE ALLIEVI Italia 48 7.823 12 815 Europa 98 13.149 39 923 America 87 8.169 64 3.313 Asia e Australia 23 2.260 7 96 TOTALE 256 31.801 122 5.147 Tot. anno ant. 237 27.869 118 4.977 Fonte: ASC E493 Scuole professionali - Statistiche salesiane Le cifre trascritte sono eloquenti: documentano l’accoglienza favorevole trovata dalle scuole professionali e agricole salesiane in nuovi contesti geografici e culturali. Questi dati non ci consentono, tuttavia, di giungere a conclusioni rigorose e definitive. Le informazioni tratte dai giornali, le impressioni entusiastiche dei visitatori delle diverse mostre o dei partecipanti ai convegni di studio, e soprattutto le valutazioni delle autorità civili o religiose, offrono, però, nuovi elementi validi che illuminano il lungo camino percorso dalle scuole professionali salesiane nei primi cento anni di vita. Inoltre, sono da prendere in considerazione alcune testimonianze autorevoli, benché possano sembrare “di parte”. Dopo aver richiamato alcune delle “tante belle iniziative” ragguagliate dalla rivista “Il Salesiano Coadiutore”, il consigliere professionale generale don Candela si augurava, negli “Atti del Capitolo Superiore”, che dette realizzazioni diventassero stimolo per le ispettorie che dovevano “ancora celebrare l’importante data centenaria”215. E concludeva mettendone in particolar risalto la rilevanza: “Non v’è chi non si renda conto del bene che queste celebrazioni recano alle Case Professionali, attirando verso di esse tante simpatie di amici, benefattori, autorità, e come queste manifestazioni possano essere un mezzo eccellente per favorire le vocazioni tra i nostri cari Artigiani”. Nei documenti ufficiali della Società Salesiana e nelle lettere personali dei responsabili diretti del settore si accenna spesso alle richieste ricevute, sollecitando nuove fondazioni. Ma vi si accenna anche spesso alla difficoltà di dare una risposta positiva a causa della scarsità di personale; e, in tale contesto, si ribadisce il tema della cura dei coadiutori, salesiani laici, chiamati a lavorare nelle scuole professionali come assistenti, maestri o capi-laboratorio. 214 BONGIOVANNI M., Cento anni di scuole professionali nella recente storia della Chiesa, in “Il Coadiutore Salesiano”, 6(1953)3, 154. 215 ACS, 34(1953)177, 11. 89 La tabella seguente documenta un sensibile aumento delle case destinate ad accogliere giovani o adulti con attitudini e inclinazione alla vita salesiana. L’appello del consigliere professionale all’inizio del periodo considerato aveva trovato una risposta. Aspiranti artigiani nel 1954-1955 CASE ALLIEVI Italia 11 792 Europa 10 376 America 18 438 Asia e Australia 4 59 TOTALE 43 1.665 Fonti: ASC B513 Statistiche salesiane La cura delle vocazioni doveva comportare, in maniera particolare, una speciale attenzione verso quei giovani diventati ormai membri della Società Salesiana. Le Deliberazioni del Capitolo Generale del 1947 – già richiamate – erano, al riguardo, perentorie: “È prescritto per i Coadiutori, dopo la prima professione, un periodo di perfezionamento per completare la loro formazione religiosa e professionale”216. I passi dati nella direzione giusta erano importanti. Nel 1951, il coadiutore salesiano Giuseppe Pellitteri, capo-ufficio tecnico dell’Istituto Internazionale di Magistero Grafico del Colle don Bosco217, in un articolo dal titolo espressivo – “Con i tempi e con Don Bosco” – scriveva: “Nel 1953 le Scuole Salesiane del Lavoro celebreranno il loro primo secolo di vita. Un’esperienza secolare non è poca cosa; se poi si pensa che tale esperienza ha dovuto necessariamente adeguarsi man mano ai tempi e al divenire della tecnica delle varie professioni e agli orientamenti sociali del mondo del lavoro, ci si spiega il credito che in ogni nazione le Scuole Salesiane del lavoro ebbero ed hanno”218. Evocando le modeste esperienze iniziate a Valdocco e la lunga strada ormai percorsa, il maestro salesiano concludeva: “quanti passi in avanti! basta solo accennare all’imponente realizzazione del nostro Rettor Maggiore [don Ricaldone] che ha dato alla Congregazione gli Istituti Superiori di Magistero specializzati per la formazione del personale insegnante delle Scuole Salesiane del Lavoro”219. 216 Cfr. ACS, 34(1953)173, 16-17. 217 PELLITTERI G. (1920-1992). Nato a Partitico (Palermo). Svolse la sua attività a Colle Don Bosco, alla Poliglotta Vaticana, a Milano e Valdocco. Fu anche docente al Politecnico di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Didattica del lavoro: ergodidattica. Torino, SEI 1955; Espressività editoriale, 2 voll., Milano, A. Ghiorzo, 1992. 218 PELLITTERI G., Con i tempi e con Don Bosco, in “Il Salesiano Coadiutore”, 4(1951)5, 69-70. 219 Nella relazione letta nel primo convegno della didattica professionale salesiana, Pellitteri sottolineava ancora: “Don Ricaldone ha dato in tale settore un vigoroso impulso; si deve soprattutto a Lui se oggi può dirsi che la Congregazione ha finalmente i propri Istituto di Magistero professionale” (“Supplemento al n. 2”, 36). 90 L’autore si riferiva, tra gli altri, agli istituti “Conti Rebaudengo” (Corso di Magistero e Perfezionamento professionale) di Torino e “Bernardo Semeria” (Corso di Magistero e Perfezionamento professionale) del Colle Don Bosco (Castelnuovo Don Bosco-Asti)220. Mentre si celebravano poi i diversi eventi del centenario, il menzionato Giuseppe Pellitteri e Oscar Rossi – segretari, nel 1951, del “Primo convegno della didattica professionale salesiana” –, collocandosi nel più vasto orizzonte socio culturale coevo, ribadivano con vivacità l’esigenza di qualificazione nel campo della Formazione Professionale: “la modernità è condotta dal suo stesso dinamismo all’eliminazione di qualsivoglia attività a carattere empirico. I superficiali, i pressappochisti, i generici, le comparse, in una parola i non qualificati, sono destinati a scomparire. Difficilmente essi potrebbero trovare posto e base di vita in un mondo, che ogni giorno si supera attraverso la scoperta scientifica. Di qui – concludevano i due salesiani laici – la necessità che al lavoro, nei suoi molteplici campi ed aspetti, siano assegnati uomini didatticamente preparati e metodicamente sollecitati alle gravi responsabilità che ad ognuno saranno per derivare nell’esercizio delle singole professioni”221. 7. Sintesi e considerazioni conclusive L’opera di “ricostruzione” avviata nel 1945, dopo la seconda guerra mondiale, non raggiunse tutti i traguardi sognati dal Rettor Maggiore, don Ricaldone, e dal suo Consiglio. Le numerose case salesiane europee distrutte dagli incendi o dai bombardamenti non sempre giunsero ad aprire di nuovo le loro porte ai giovani artigiani. In un nuovo contesto di sviluppo industriale, taluni laboratori tradizionali (calzolai, sarti, falegnami) cominciano a diminuire sensibilmente, anche nelle scuole di arti e mestieri salesiane. Ad ogni modo, lo sforzo realizzato fu apprezzabile. È da mettere in risalto, tra l’altro, l’accresciuto elenco di nuovi istituti professionali fondati in Asia nel periodo esaminato. L’apertura di nuovi tipi di laboratori tecnici comportava un notevole sforzo economico e di ricerca di personale altamente qualificato. La scarsità di personale continuò ad essere una delle questioni aperte. Ma, anche in questo ambito, i passi dati nella direzione giusta furono notevoli. Nel corso 1954-1955, la Società Salesiana contava 256 scuole professionali nel mondo con 31.801 allievi, e 43 case di formazione con 1.665 giovani aspiranti artigiani, che si preparavano a lavorare prevalentemente nelle scuole professionali. 220 Il corso di “Magistero Professionale” per giovani salesiani coadiutori era organizzato anche a San Benigno Canavese (Torino) e a Barcelona-Sarriá (Spagna): cfr. Elenco generale 1953, I, 41 e 325. 221 PELLITTERI G. - ROSSI O., Campo grafico, in “Homo Faber”, 4(1953)20, 3. 91 Tre iniziative maturate nel periodo postbellico spiccano in modo speciale: i corsi di perfezionamento professionale per giovani salesiani dopo il noviziato; gli istituti superiori creati per la formazione di maestri, assistenti di laboratorio e capi-ufficio; la pubblicazione della rivista “Il Salesiano Coadiutore”. Si tratta di iniziative che diedero un ragguardevole contributo alla formazione di coadiutori o salesiani laici qualificati nei diversi settori delle arti e dei mestieri. Un nutrito gruppo di coadiutori salesiani, formati nei corsi di perfezionamento o negli istituti superiori, diventarono attivi protagonisti nell’organizzazione delle mostre e dei congressi professionali che ebbero luogo nel triennio 1951-1953 in occasione delle celebrazioni del centenario dei laboratori fondati a Valdocco da don Bosco. Tra le realizzazioni degne di nota nel periodo postbellico, va sottolineata ancora la accresciuta attività editoriale destinata ai giovani apprendisti delle scuole professionali. Oltre le pubblicazioni già citate di G. Pellitteri e O. Rossi, trovarono buona accoglienza, in Italia, i sussidi e manuali scolastici di un altro salesiano laico, Pio Colombo (1883-1957): Manuale tecnico della rilegatura (1953), L’allievo rilegatore (1947), La legatura industriale, artigiana, artistica (1950). Nell’ambito culturale di lingua spagnola, ebbero ugualmente ampia diffusione i manuali pubblicati dai Talleres di Sarriá-Barcelona. Alcuni di essi furono elaborati da salesiani sacerdoti interessati ai problemi delle scuole di arti e mestieri, come il Manual del carpintero ebanista (1944, 1946) di don Felipe Alcántara (1888-1960). In sintesi essenziale, e in riferimento privilegiato al primo centenario della loro esistenza (1853-1953), si può ribadire che i “laboratori e le scuole professionali hanno consentito ai Salesiani di attuare in modo privilegiato la loro missione educativa giovanile e popolare, attirando le simpatie anche degli ambienti laici. Specialmente in momenti di depressione economica e di scarsa attenzione pubblica all’istruzione professionale, i labo ratori e le scuole tecnico-professionali salesiane hanno offerto a numerosi ra gazzi/e dei ceti meno agiati un mezzo di promozione sociale”222. 222 PRELLEZO J.M., “Dai laboratori di Valdocco”, 51; STELLA P., I coadiutori salesiani (1854- 1974). Appunti per un profilo storico socio-professionale, in Atti Convegno Mondiale del Salesiano Coadiutore, Roma, Esse-Gi-Esse, 1976; ALBERDI R., La formación profesional en Barcelona. Política. Pensamiento. Instituciones 1875-1923, Barcelona, Ediciones Don Bosco, 1980. 92 LABORATORIO MECCANICI - VALDOCCO (ASC) 93 LABORATORIO MECCANICI - VALDOCCO (ASC) 94 LABORATORIO ELETTROMECCANICI - VALDOCCO (ASC) 95 LABORATORIO GRAFICO - VERONA SAN ZENO ANNI ’60 97 Epilogo Realizzazioni, problemi e prospettive (1954-2010) Queste pagine finali non costituiscono un capitolo di “storia del presente” delle scuole professionali salesiane, bensì si limitano a evidenziare in sintesi alcune realizzazioni e prospettive. In altre parole: mirano ad esporre eventi e situazioni, mettendo in ordine dati e cifre per completare il panorama presentato nei capitoli precedenti. Tali pagine hanno lo scopo di svelare le linee generali dell’evoluzione della Formazione Professionale salesiana negli anni successivi al primo centenario dalla sua fondazione, ovvero dal 1954 ad oggi. Dopo un rapido ripasso dei fatti relativi alla “crisi” degli anni 60-70 del ventesimo secolo, l’attenzione si focalizza sull’esame della documentazione prodotta dalle persone e dagli organismi responsabili della promozione e del funzionamento delle Scuole Professionali salesiane, senza tralasciare, ovviamente, gli indispensabili riferimenti alle circostanze e alle situazioni che hanno favorito o ostacolato, in un modo o nell’altro, i processi di crescita e diffusione. 1. Le Opere salesiane in un momento di profondi cambiamenti culturali L’epoca della seconda metà del ventesimo secolo viene definita come un periodo di grandi cambiamenti. Tale diagnosi coincide perfettamente anche con il piccolo mondo delle Scuole Professionali e agricole salesiane, delle quali ci occupiamo223. 1.1. Eventi e circostanze Tra gli eventi più rilevanti si è soliti ricordare: il calo del numero dei membri della Società Salesiana – che scende da 19.690 nel 1972 a poco più di 17.000 nel 1976 –; la diminuzione delle vocazioni o l’abbandono della Congregazione da parte dei membri più giovani che porta al fenomeno dell’invecchiamento, in particolare tra i coadiutori (salesiani laici). La percentuale di questi ultimi, paragonata a quella dei sacerdoti membri, diminuisce progressivamente: dal 21% nel 1950 al 18,35% nel 1974224. 223 Cfr. STELLA P., I coadiutori, p. 85. 224 Cfr. RICCERI L., Relazione generale sullo stato della Congregazione, Roma, 1977, pp. 34-35. 98 Insieme a suddette condizioni e dati interni – che senza dubbio si possono osservare anche in altri istituti religiosi, antichi e moderni – si devono aggiungere condizioni e dati esterni, che hanno avuto un peso non indifferente nel mantenimento e nel processo di sviluppo delle Scuole Professionali salesiane. Tra questi vi rientrano: i grandi cambiamenti tecnologici avvenuti negli ultimi decenni del ventesimo secolo; le nuove leggi e i regolamenti scolastici applicati nelle diverse nazioni; il fenomeno palese dell’emigrazione dei giovani dal paese alla città e dalla campagna alla fabbrica; la considerazione e la stima di cui godevano tra le famiglie contadine e operaie di tale periodo, gli studi classici – “il liceo” – e superiori, come via privilegiata di ascesa sociale per i propri figli. Nel XIX Capitolo Generale salesiano del 1965, venne analizzato il tema della Formazione del giovane operaio all’interno della Società Salesiana, oggi, e si arrivò a mettere in speciale risalto le “esigenze del mondo attuale”, i “problemi di adattamento ai Paesi” e, di conseguenza, la necessità urgente di aprirsi a “nuove professioni”. I membri dell’assemblea salesiana erano coscienti di un importante fenomeno: “Le trasformazioni sempre più rapide e profonde con le quali la scienza e la tecnica cambiano continuamente i processi in tutti i settori – primario, secondario e terziario –, creano nuovi problemi che devono essere studiati con attenta cura”225. Situati in tali coordinate di riferimento, i Salesiani hanno riscontrato che “nel decennio 1952-1962 il numero delle opere professionali è rimasto sostanzialmente lo stesso; sono però sparite in alcune regioni le professioni tradizionali – sarti, calzolai, carpentieri –; gli alunni nelle scuole agrarie sono diminuiti notevolmente, tranne che in America Latina”226. Invece, il “numero globale di alunni è aumentato nel periodo 1951-1963 di un 13%; ciò denota – secondo i membri dello stesso Capitolo Generale – che molte opere sono state ampliate nel complesso attraverso la creazione di nuovi settori professionali, l’apertura di scuole tecniche complementari dei corsi di qualificazione del giovane operaio, o tramite la creazione di corsi diurni, serali o stagionali” 227. In realtà, si dovrebbe tener conto anche di altri aspetti o elementi chiarificatori, come ad esempio la situazione spagnola. In Spagna, infatti, durante la metà del ventesimo secolo il numero di opere professionali non restò “sempre lo stesso”; al contrario, aumentò in modo sorprendente. Si è già fatto riferimento – nel quarto capitolo – alle due scuole professionali fondate nel 1952 e alle tre che iniziarono ad essere attive dal 1953. A queste vanno aggiunte le 28 scuole inaugurate nel periodo che va tra il 1954 e il 1962. 225 Actas del XIX Capítulo General. 8 aprile-10 giugno 1965. Roma, Madrid-Atocha, E. G. Salesiana 1965, p. 137; “Atti del Consiglio Superiore della Società Salesiana” 47(1966) 118. 226 Actas del XIX Capítulo General, p. 139. 227 Actas del XIX Capítulo General, pp. 139-140; cfr. Convegno dei consiglieri e presidi delle scuole professionali salesiane d’Italia. Loreto, 2-4 novembre 1963 (ASC E494 Scuole professionali). 99 Molte di queste scuole – secondo l’Annuario salesiano del 2012 – funzionano ancora oggi normalmente. Tra le più antiche vi sono le Scuole Professionali di Salamanca (1956) e le Scuole Professionali Salesiane Santo Domingo Savio di Badalona- Barcellona (1956). L’elenco completo si trova in allegato al libro228. Da un altro punto di vista, l’esame della congiuntura storica – e dei cambiamenti sociali avvenuti in essa – portò i membri del Capitolo Generale del 1965 alla conclusione che era necessario “fare un nuovo esame delle professioni alle quali preparano le scuole e i corsi salesiani, tenendo presente le possibilità che offrono ai giovani, allo scopo di eliminare le professioni già superate e prepararsi a quelle nuove e più favorite nel mercato del lavoro”229. In linea con le successive deliberazioni capitolari, si tentarono nuove strade, aprendo o sviluppando laboratori in settori innovatori, come quello della radio-elettricità e dell’elettronica. Ma sorsero non poche difficoltà: in primo luogo, i problemi di carattere economico. Alle “scuole professionali e agricole salesiane, in quanto istituzioni private, risultava arduo entrare a far parte dell’ambito delle Fonte: ASC E493 Scuole professionali Scuole Professionali Salesiane 1956-1957 228 III. Escuelas profesionales y agrícolas salesianas en España (1884-1989). 229 Actas del XIX Capítulo General, p. 137. Fonte: ASC E4935 Scuole professionali Scuole Professionali Salesiane 1965-1966 100 scuole, ove queste erano mantenute dalle autorità pubbliche, e trovavano difficoltà nel mantenere il loro scopo di scuole destinate alle classi sociali più povere”230. La creazione e l’apertura di nuovi tipi di laboratorio – in grado di rispondere sempre meglio ai cambiamenti e allo sviluppo della società – esigeva un consistente sforzo di ricerca del personale con qualificazione tecnica altamente specializzato. Per questo, non sempre si riuscì a stare al passo con i tempi; anche se la collaborazione con istituzioni – pubbliche o private – con imprese e uomini impegnati in iniziative sociali o culturali, permisero ai Salesiani di dar vita a opere di grande importanza per la formazione dei futuri operai231. 1.2. Approccio alla situazione spagnola La situazione spagnola, presenta – come suggerito in precedenza – aspetti e toni peculiari. Gran parte delle Opere salesiane create nella seconda metà del ventesimo secolo hanno origine proprio nei fatti descritti. E si situano nell’ambito del nuovo interesse del Governo della Nazione per questo tipo di fondazioni, con l’obiettivo di rispondere alle sfide della progressiva industrializzazione. Il 20 luglio del 1955 viene pubblicato, nel Bollettino Officiale dello Stato, la legge della Formazione Professionale Industriale, che sostituisce e deroga lo Statuto del 1928, mantenendo però le linee generali dello stesso: il Preapprendistato (per fornire agli alunni le conoscenze e la pratica elementari), l’Apprendistato e la Specializzazione (rivolti alla formazione dell’ impiegato e del professionista del mestiere)232. Il legislatore spagnolo avverte, con maggiore chiarezza, che una delle questioni più urgenti che si è creata nel campo dell’educazione e dell’insegnamento – come conseguenza del progressivo sviluppo della legislazione sociale in ambito lavorativo – è quella che si riferisce alla Formazione Professionale. Nella Legge Generale dell’Educazione del 1970, si dedica spazio anche a questo tipo di insegnamento che ha come obiettivo “l’abilitazione degli alunni all’esercizio della professione scelta”. Abbandonata la classificazione apprendistaimpiegato- professionista, la struttura della Formazione Professionale appare organizzata in tre livelli: FP1, FP2 e FP3. “Nel complesso, il periodo che va dal 1950 al 1970 è un’epoca in cui la Formazione Professionale riceve attenzione da tutti i settori: politico, ecclesiastico, privato; e durante la quale il Ministero dell’Educazione Nazionale non è il principale protagonista”233. In questo contesto si distinguono alcune delle fondazioni salesiane più conosciute: Colegios de Huérfanos de Ferroviarios di Madrid (1954) e di Léon (1958), 230 STELLA P., I coadiutori, pp. 85-87. 231 ESPAÑA. CONSEJO TÉCNICO DE LAS UNIVERSIDADES LABORALES, Anteproyecto de plan inicial de las Universidades laborales para el curso 1956-1957, Madrid, 1956. 232 In spagnolo suddetti livelli vennero definiti come: “Preaprendizaje, Aprendizaje e Maestría”. 233 GÓMEZ F. - DE CASTRO R., La Formación Profesional en España, p. 349. 101 Escuela Profesional Salesiana Antonio Trueba Barquín di Santander (1956), Colegio Hogar Calvo Sotelo (1956), Universidad Laboral (del lavoro) di Siviglia (1957), Colegio Salesiano Nuestra Señora de la Piedad de Herrera de Pisuerga-Palencia (1959), Hogar San Rosendo di Celanova-Orense (1958), Ciudad Laboral Don Bosco di Pasajes-San Sebastián (1960), Colegio Provincial del Naranco di Oviedo (1961), Escuela Profesional Funndación Masaveu di Oviedo (1962)234, Scuole Professionali Salesiane Nueva Montaña Quijano-Santander (1962). Con evidente soddisfazione, il Bollettino Salesiano spagnolo informava nel numero di febbraio del 1961: “Le Scuole Salesiane di San José, Zamora, sono state convertite dal Governo spagnolo in Università e come tali funzioneranno da questo corso. L’Università del Lavoro di Zamora diviene così una delle grandi Istituzioni Sociali Salesiane, insieme all’Università del Lavoro di Siviglia, alle Escuelas Sindicales di Paloma, Madrid e alle due grandi Scuole Professionali di Sarriá e Deusto: tutti esempi dell’opera sociale salesiana a favore dell’operaio”235. Una pagina della rivista Rumbo Escolar offre, in sintesi, le principali tappe del cammino percorso da un’altra delle principali fondazioni del periodo menzionato: le Scuole Professionali Trueba Barquín. I suoi inizi furono molto semplici: in un’officina venivano impartite lezioni di aggiustaggio, tornitura e fresatura in due livelli: Preapprendistato e Impiego236. Durante l’anno scolastico 1996-1997, l’Opera di Santander offriva già un’“ampia offerta formativa”: Formazione Professionale di primo grado, meccanica e elettrica; cicli formativi di grado medio, attrezzature per istallazioni elettroniche; garanzia sociale, saldatura; formazione occupazionale. Dei progetti delle Scuole Professionali Trueba Barquín, si mette in risalto la loro miglior integrazione con le diverse sezioni del Collegio, in modo da offrire “una vera educazione di qualità che possa trasformare in realtà la volontà di Don Bosco: formare buoni cristiani e onesti cittadini”237. 234 Cfr. Allegato: Escuelas profesionales y agrícolas salesianas en España (1884-1990). 235 “Otra Universidad Laboral Salesiana”, in BSe 75(1961) 15. 236 In spagnolo: “Preaprendizaje” e “Oficialía”. 237 Rumbo Escolar Revista para la Comunidad Educativa de Cantabria Curso 97/98. Fonte: ASC E493 Statistiche salesiane Scuole Salesiane Professionali in Spagna 1965-1966 102 1.3. Alcuni ostacoli imprevisti Purtroppo non tutte le fondazioni riuscirono a consolidarsi come i Salesiani avevano desiderato. L’8 marzo 1969, l’ispettore provinciale salesiano di Bilbao, don Luis M. Puyadena, scrive da Pamplona: “In questa città l’opera salesiana ha una Scuola Professionale – che conferisce il diploma di perito meccanico –, proprietà della Ditta metallurgica IMENASA (Industrie Metalliche di Navarra). Funziona da più di quindici anni con lo scopo di formare giovani operai specializzati per l’industria. Ma la Ditta attualmente non ha bisogno dei servizi della Scuola e ha deciso di chiuderla. Pertanto, il prossimo anno gli alunni del corso che rimane, saranno assorbiti dalla nostra Scuola. Ci rincresce – conclude don L. Puyadena – che questa decisione impedisca una maggiore espansione della nostra attività apostolica- educativa”238. Due anni dopo, nel 1971, l’impresa Nueva Montaña Quijano, da parte sua, decide di chiudere la Scuola di Apprendisti di Santander, affidata nel 1962 ai Salesiani. Il Consiglio Provinciale della Ispettoria di Bilbao dichiarò che i figli di Don Bosco ritenevano “opportuno continuare in questo campo di attività apostolica” e pertanto richiedevano “l’indispensabile garanzia di continuità”. I membri della Direzione Generale di Nueva Montaña, tuttavia, riaffermarono il loro punto di vista, basandosi su ragioni di carattere economico-organizzativo239. Nella seconda metà degli anni sessanta – periodo della cosiddetta “transizione democratica”, dopo la morte di Franco – la collaborazione e la gestione condivisa delle Opere risultò, in generale, più difficile e, a volte, insostenibile. In certi casi, infatti, i programmi dei partiti o dei governi neoeletti non prevedevano, nel settore dell’insegnamento, la presenza di istituzioni religiose; in altri casi, forse anche più frequenti, i politici non accordavano ai Figli di Don Bosco l’autonomia necessaria per l’organizzazione delle scuole, ostacolando dunque lo svolgimento del (proprio) progetto educativo. Ma, in ogni caso, l’uscita dei Salesiani da alcuni centri professionali, non determinò l’abbandono o un minore impegno del lavoro tra i giovani più disagiati. Di fatto, durante gli anni ottanta vennero aperti sei nuovi centri professionali in altrettanti paesi o città spagnole: Madrid-Carabanchel (1980), Villamuriel de Cerrato-Palencia (1983), Aranjuez (1985), Burgos (1987), Logroño (1987) e Madrid-Puente de Vallecas (1989). Nel 1984, per il centenario dei Laboratori Salesiani di Sarríá – oggi, Instituto Politécnico Escuelas Profesionales Salesianas – il Boletín Salesiano spagnolo pubblicò un articolo significativo, dal quale estraggo un paragrafo rivelatore: “Sarríá è il primo seme lanciato dai salesiani. Un secolo dopo, si osserva la moltiplicazione 238 BASTARRICA J.L., Una obra social. Cincuenta años de presencia salesiana en Navarra, Madrid, Editorial CCS, 1978, p. 205. Parlando della “nostra Scuola”, don L. Puyadena si riferiva alle Scuole Professionali Salesiane, fondate nel 1926, alle quali si allude numerose volte nel corso del testo. 239 AS Nueva Montaña (Santander). 103 di quel seme in una gran fioritura di Scuole Professionali Salesiane disseminate per tutta la Spagna; ed è più significativo ancora il fatto che esistono già leggi che regolano la Formazione Professionale. Ma allora era ancora lontano il primo sforzo legislativo in questo campo: il modesto Statuto del 1928 e la prima legge sulla Formazione Professionale Industriale che non ci arrivò fino al 1965”240. Secondo le più recenti statistiche ufficiali della Società Salesiana, elaborate nel 2013 in occasione del XXVII Capitolo Generale, esistono in Spagna 176 istituti professionali, frequentati da 32.228 alunni. Per la loro istruzione, è di fondamentale importanza la collaborazione del personale laico. Negli anni passati, nel Capitolo Generale del 1996, era stato affrontato proprio tale argomento: Salesiani e laici: comunione e partecipazione nello spirito e nella missione di Don Bosco241. Il diagramma seguente offre ulteriori dati sulla situazione spagnola attuale. Comunque, oltre le date e le statistiche, è necessario soffermarci su alcuni elementi e fare delle considerazioni che ci possano avvicinare maggiormente alla realtà delle Scuole Professionali Salesiane. 2. Problemi e proposte di soluzione nei documenti salesiani più accreditati Nel clima speranzoso del Concilio Vaticano II, venne eletto il nuovo Rettore Maggiore della Società di San Francesco di Sales, don Luis Ricceri. Questi, in linea con i suoi predecessori e sensibile alle necessità del momento, già dal suo primo intervento come successore di don Bosco, mise in risalto l’importanza dell’Opera salesiana nel campo dell’istruzione professionale, considerata come “necessità imprescindibile” per la società civile e per la Chiesa242. 240 L’articolo del BS (febbraio 1984) venne pubblicato con il titolo: “Sarrià, cien años”, in Sarrià 101 retazos, p. 7. 241 Documenti del Capitolo Generale 24 della Società di San Francesco di Sales, in Atti del Consiglio Generale della Società salesiana di San Giovanni Bosco 77 (1996) n. 356. 242 Actas del XIX Capítulo General, p. 13. Fonte: Società di San Francesco di Sales, Dati statistici; CG 26 Capitolo Generale, Roma, 2008, p. 206; CG 27 Capitolo Generale, Roma, 2014 104 2.1. Nuove linee di governo: unità e decentralizzazione Le affermazioni di don L. Ricceri riflettevano, ovviamente, il pensiero del Capitolo Generale del 1965, che lo aveva eletto e che aveva dedicato anche un ampio settore del documento capitolare alle “Scuole Professionali”. C’è da aggiungere, però, che lo stesso organismo di governo salesiano adottò altre misure, la cui messa in atto faceva pensare in alcuni casi a degli aspetti problematici. La ristrutturazione del Consiglio Superiore della Società Salesiana, ad esempio, portò con sé anche la soppressione delle figure del Consigliere professionale e del Consigliere scolastico. I diversi centri e scuole dovevano rispondere a un consigliere incaricato dalla pastorale giovanile e parrocchiale, responsabile della formazione dei giovani “sotto l’aspetto religioso, morale e intellettuale in tutte le Case Salesiane”243. Questi e altri cambiamenti nella composizione e nel funzionamento dell’organo centrale salesiano si proponevano di rispondere ai nuovi orientamenti sorti nel clima del Concilio Vaticano II. Al tradizionale principio di unità nel governo della Congregazione di San Francesco di Sales si unì, in questa nuova tappa storica, l’esigenza di decentralizzazione. Da tale prospettiva, in particolare, vennero formulate le deliberazioni nel settore professionale. Prima di esaminarne le più rilevanti, è necessario segnalare altri fatti di non scarso rilievo nella trama di considerazioni e proposte che bisogna tener presente. Si legge nel documento capitolare: “In ogni Ispettoria si istituisca una Commissione per l’educazione dei giovani operai, che presti particolare attenzione alle scuole e ai corsi di Formazione Professionale e tecnica […]. Si costituisca, sotto la presidenza del Consigliere pastorale giovanile, una Commissione Centrale per l’educazione dei giovani operai, la quale provvederà allo studio della documentazione corrispondente a tale educazione in generale e, in particolare, alle scuole e ai corsi di Formazione Professionale. Sia costituita dal Consigliere della pastorale giovanile, garantendo così una conveniente rappresentanza territoriale”244. La proposta di creare una Commissione Centrale non sembra che sia stata messa in pratica. Qualcosa di simile si può dire riguardo alle commissioni che si sarebbero dovute istituire in ognuna delle ispettorie. Di fatto, i “servizi ispettoriali” si articolarono ordinariamente in tre aree: Pastorale giovanile, Scuole e Apostolati sociali (la Formazione Professionale si trovava all’interno del settore: Scuole). A tal riguardo, risultano di notevole interesse diverse iniziative realizzate in differenti Paesi. La CISI (Conferenza Ispettori Salesiani Italia), affidò ai Delegati Nazionali il compito di organizzare, nel 1967, un’associazione denominata CNOS (Centro Nazionale Opere Salesiane). Il 22 settembre dello stesso anno, il CNOS ottenne il riconoscimento come ente giuridico. La crescente attenzione verso il potenziamento del mondo del lavoro giovanile indusse il CNOS a fondare, nel 1977, la 243 Actas del XIX Capítulo General, p. 27; cfr. pp. 131-135; 264-265. 244 Actas del XIX Capítulo General, p. 146. 105 federazione Centro Nazionale Opere Salesiane-Formazione Aggiornamento Professionale (CNOS-FAP), che adottò come “finalità istituzionale”, la “promozione umana, sociale e cristiana dei giovani lavoratori e delle classi popolari” sviluppando la “sua opera in particolare nel settore della Formazione Professionale”245. Le principali linee di lavoro partivano dal seguente presupposto: in una società sempre più complessa “le organizzazioni formative e i formatori non potranno accontentarsi di contenuti già consolidati e ripetitivi, ma dovranno trasformarsi in attori in grado di dirigere la diversità, la varietà e il cambiamento. Da quest’ottica, è stato messo in rilievo l’impegno del CNOS-FAP nel preparare gli operatori e procedere, sempre di più, per progetti invece che per programmi”246. Durante i primi quindici anni, dal 1977 al 1992, “la crescita del sistema di Formazione Professionale del CNOS-FAP fu, in generale, costante”, sebbene con alcune eccezioni. Si è assistito, invece, a una crescita più consistente e significativa nel periodo tra il 1996 e il 2002247. Attirano altrettanto interesse i centri salesiani di orientamento scolastico, professionale e sociale. In Italia, i COSPES-Centri di Orientamento Scolastico, Professionale e Sociale si formarono come associazione nel 1968. L’iniziativa era conforme agli orientamenti del Capitolo Generale del 1965, che aveva richiesto la creazione di un servizio o centro di orientamento scolastico-professionale248. L’Istituto Superiore di Pedagogia di Torino – oggi, Facoltà di Scienze dell’Educazione a Roma – venne considerato come il posto più adeguato per la formazione del personale specializzato del settore. Nonostante l’importanza di queste e di altre opere realizzate in diversi luoghi dell’Antico e del Nuovo Continente, il Rettore Maggiore, don L. Ricceri, nella sua “relazione sullo stato generale della Società Salesiana”, manifestava nel 1977 l’impressione che le “Scuole di Formazione Professionale” – sebbene considerate ope- 245 CNOS, Dossier CNOS/FAP [Roma,1977], IV. 246 MALIZIA G. - TONINI M., “La federazione CNOS-FAP Italia. Il retaggio di 30 anni di storia e di esperienza (1980-2010)”, in MOTTO F., Salesiani di Don Bosco. 150 anni di educazione, Roma, LAS, 2011, p. 493. 247 MALIZIA G. - TONINI M., “La federazione CNOS-FAP Italia”, p. 487. 248 Cfr. “Servicio de orientación escolástico-profesional”, in Actas del XIX Capítulo General, pp. 142-143. Fonte: cfr. Malizia-Tonini, La Federazione CNOS-FAP, p. 487 Evoluzione del Sistema di Formazione Professionale (FP) del CNOS-FAP 106 re “tipiche” della missione salesiana – stavano “soffrendo ovunque un rallentamento”. E aggiungeva che “tali scuole si erano «fossilizzate» per mancanza di creatività e di iniziativa; proprio nel momento in cui l’evoluzione tecnica richiede una trasformazione radicale dei piani di studio, delle metodologie e degli impianti”249. Se si tiene conto delle circostanze descritte nei precedenti paragrafi, non sorprende il “malessere” manifestato da alcuni dei Salesiani più attenti alle questioni del mondo del lavoro; e si comprende la ragione dell’insistenza degli stessi sulla necessità di un centro di coordinamento delle opere di Formazione Professionale. Durante il convegno di studio organizzato dal Consigliere della Pastorale Giovanile nel 1982, molti dei partecipanti arrivano ad affermare che la soppressione della figura del Consigliere professionale generale, avvenuta nel 1965, “aveva comportato la perdita di suggerimenti, iniziative e pianificazione”. La maggioranza dei congressisti si mostrò d’accordo e approvò questa proposta: “Oltrepassando le nostalgie, si sottolinea l’esigenza di un organismo istituzionale, nel quale gli esperti di pastorale del mondo del lavoro possano avere i giusti contatti, occasioni di analisi e di valutazione”250. In questo modo, si vollero evitare i rischi di un’eccessiva frammentazione delle proposte e delle iniziative, assicurando, allo stesso tempo, un funzionamento più efficace dei “servizi ispettoriali o nazionali”, responsabili della formazione dei giovani apprendisti. 2.2. Tratti caratteristici delle Scuole Professionali Salesiane L’epilogo del libro non è il luogo più appropriato per continuare a sviluppare o valutare la realizzazione dei “servizi” descritti. Ma lo è sicuramente per concludere tali considerazioni con l’analisi dei tratti caratteristici delle opere salesiane dedicate alla formazione dei giovani lavoratori. Nei seguenti paragrafi conclusivi saranno messi in rilievo i documenti elaborati dopo il primo centenario del laboratorio creato da don Bosco nel 1853. Le eventuali o reali ripetizioni all’interno del testo contribuiranno a sottolineare i tratti caratteristici, le linee di continuità e le prospettive già presenti nelle conclusioni dei periodi anteriori. 2.2.1. Attenzione alla qualità educativa e pastorale Nei documenti e testimonianze più accreditate si avverte, in generale, una sostenuta attenzione alla qualità delle opere intraprese. Il Capitolo Generale Speciale del 1971-1972 invitò le comunità ispettoriali e locali a verificare se nelle scuole salesiane – “anche in quelle di formazione tecnico-professionale” – si riscontravano 249 RICCERI L., Relazione generale (1977), p. 198. 250 Salesianos en el mundo del trabajo, pp. 66-67; cfr. CANALS J., “Objetivos de la formación profesional salesiana”, in 100 años de presencia salesiana en Barcelona-Sarria, Barcelona, Ediciones Don Bosco, 1984, pp. 44-45. 107 le condizioni stabilite nel precedente Capitolo Generale del 1965. In quella data, più volte ripetuta, era stata messa in rilievo proprio l’ispirazione integralmente cristiana dell’istituzione scolastica e l’esigenza che fosse apostolicamente efficace. Con lo stesso vigore si affermò anche che doveva essere una scuola di avanguardia, tanto dal punto di vista didattico quanto da quello organizzativo. Per completare il quadro, venne accentuata la caratteristica della “scuola aperta alle necessità locali più urgenti, per la diffusione della cultura tra i giovani disagiati e per la qualificazione tecnica e umanistico-culturale delle classi popolari” 251. In questo ambito si inserisce appunto il tema della Formazione Professionale. In effetti il Capitolo Generale del 1978, insistendo sulle caratteristiche della scuola salesiana – popolare, libera e aperta, comunitaria e incentrata sul giovane, caratterizzata dalla presenza amabile e costante dei professori-educatori tra i giovani -, la descrive anche come scuola del lavoro, poiché “insegna a vivere la caratteristica spiritualità del lavoro e mantiene un contatto abituale e cordiale con il mondo del lavoro; ma in modo particolare, perché in molti luoghi organizza anche corsi di alfabetizzazione e corsi serali destinati ai lavoratori; e con la Formazione Professionale di orientamento al lavoro, prepara i giovani apprendisti ad entrare nel mondo del lavoro con una qualificazione”252. I membri di tale organismo salesiano non si propongono solamente di descrivere una situazione reale, ma si impegnano soprattutto nello stendere le linee guida di un programma d’azione. Risultano altamente significative, a tale proposito, le conclusioni di una recente indagine sociologica: “Sin dal 1978, la strada percorsa dalle scuole e dagli istituti tecnico-professionali fino all’acquisizione delle caratteristiche che, secondo il Capitolo Generale del 1978, danno qualità a una scuola salesiana, è stata notevole, in particolar modo in America e in maniera più limitata in Europa”253. Il giudizio di tutti gli intervistati durante l’indagine è risultato “positivo” o “abbastanza positivo”. E dalle risposte si deduce – secondo gli autori del sondaggio – che “le scuole e gli istituti tecnico-professionali salesiani si caratterizzano per un livello educativo superiore a quello delle scuole e degli istituti pubblici e privati, tanto laici quanto cristiani”254. 2.2.2. Missione salesiana e mondo del lavoro La “missione salesiana nel mondo del lavoro” fu, nel 1983, oggetto di una lettera circolare del Rettor Maggiore. Nel documento, don E. Viganò sottolinea che i 251 Capitolo Generale Speciale XX della Società Salesiana, Roma [Editrice SDB], 1972, pp. 238-240. 252 Capitolo Generale 21 della Società Salesiana. Documenti capitolari, Roma, Editrice SDB, 1978, p. 101. 253 VAN LOOY L. - MALIZIA G., Formazione professionale salesiana, p. 319. 254 VAN LOOY L. - MALIZIA G., Formazione professionale salesiana, p. 325. 108 Salesiani non sono rimasti insensibili al tema esposto; e osserva, da’altra parte, che negli ultimi anni si è andata sviluppando in varie regioni una riflessione più attenta sull’apporto fondamentale dei giovani apprendisti. In effetti, durante “le giornate della Spagna (novembre 1981) e dell’Italia (1982), proseguì il congresso europeo riguardante la nostra missione tra i giovani lavoratori d’Europa (maggio 1982) e, in seguito, la riunione dell’area del Plata (1982), che si tenne a Buenos Aires”255. Il Capitolo Generale riunitosi nel 1990 riprese i documenti trattanti le questione della Formazione Professionale, dai quali si deduce che i membri dell’organo salesiano condividono la convinzione che, attraverso la preparazione al mondo del lavoro e l’acquisizione di una sufficiente cultura, si possano creare le “condizioni affinché i giovani si aprano alla ricerca della verità e dei valori autentici che conducono alla piena maturità umana, rendendoli protagonisti della loro vita”256. Questo ritratto delle Scuole Professionali nell’area più vasta delle istituzioni scolastiche ha degli aspetti positivi; però, allo stesso tempo, presenta il pericolo di un certo “livellamento” e di una minore attenzione agli elementi specifici della cultura tecnico-professionale: argomento del quale se ne sarebbero occupati successivi incontri e giornate e di studio. In tali “incontri intercontinentali” – Hyderabad-India (1999); Cumbayà-América Latina (2001); Roma-Europa (2001) – vengono illustrate “alcune sfide per i prossimi anni”, rinnovando “l’impegno a dare maggior qualità educativa e salesiana alla presenza nella scuola e nella Formazione Professionale” 257. Nella relazione sullo stato della Congregazione Salesiana, nel sessennio 1996- 2002, si conferma che, agli inizi del XXI secolo, “la scuola – tanto in campo accademico quanto in quello tecnico-professionale – continua ad essere un cammino privilegiato per garantire ai giovani un futuro degno e sicuro”. In seguito, riferendosi al lavoro fatto dai Figli di don Bosco, don L. Van Looy – vicario de Rettor Maggiore – aggiunge che “in alcuni paesi, insieme alle Figlie di Maria Ausiliatrice e altri gruppi della Famiglia salesiana, si sono stabilite delle reti di collaborazione in questo campo”. Il risultato di tali iniziative comporta “maggiore qualità educativa e pastorale nei nostri centri, attenzione sistematica alla formazione degli educatori; maggiore apertura al territorio, alle situazioni di emarginazione ed esclusione sociale”258. 2.2.3. Presenza apprezzata negli ambienti popolari La relazione capitolare del 2002, mette in rilievo la “crescente sensibilità” delle diverse comunità salesiane nel “rispondere adeguatamente alle situazioni di 255 VIGANÒ E., “Missione salesiana e mondo del lavoro”, in Atti del Consiglio Superiore della Società Salesiana di San Giovanni Bosco 65(1983) 307, p. 8. 256 XXIII Capítulo General de la Sociedad de San Francisco de Sales, Roma, 1990, in Actas del Consejo General de la Sociedad Salesiana de San Juan Bosco 71(1990) 333, p. 122. 257 Cfr. La società di San Francesco di Sales nel sessennio 1996-2002. Relazione del Vicario del Rettor Maggiore don Luc Van Looy, Editrice SDB, 2002, p. 151. 258 La società di San Francesco di Sales nel sessennio 1996-2002, p. 277. 109 malessere e povertà giovanili”259. È un tratto o nota caratteristica evidenziata già dal precedente Rettor Maggiore, don Egidio Viganò, durante l’analisi del periodo tra il 1978 e il 1983. Don E.Viganò afferma che, tra le diverse opere promosse da Don Bosco, meritano particolare attenzione: i centri catechistici, gli oratori e le scuole; e tra queste ultime, le “scuole per apprendisti”. In America Latina, “si avverte – scrive il settimo successore di don Bosco – la tendenza a recuperare e a potenziare le scuole professionali, per assistere i più poveri”; e, in generale, “i centri di Formazione Professionale e Tecnica sono molto apprezzati. La maggior parte degli apprendisti provengono da ambienti popolari e marginali. Le iniziative di apprendistato professionale nascono negli ambienti più bisognosi”. Riferendosi in concreto alla Spagna, don E. Viganò precisa che godono “di gran prestigio” sia le scuole professionali “che alcuni manuali didattici preparati per i membri della Congregazione Salesiana”260. In effetti, nel 1980 le Edizioni Don Bosco di Sarrià-Barcellona potevano già contare su “un catalogo con 305 opere di Formazione Professionale: tecnologia, disegno e applicazioni pratiche, che costituivano il congiunto più completo esistente nel mercato spagnolo e, sicuramente, mondiale”261. In questa cornice è necessario ricordare anche altri manuali ben apprezzati pubblicati da coadiutori salesiani in diversi momenti della storia delle scuole professionali, come ad esempio: I primi elementi di agricoltura moderna (1907) di Andrea Accatino; Metodo di taglio per sarti (1902) di Pietro Cenci; Apuntes de sociología y legislación social cristiana (1945) di Carlo Conci; Didattica del lavoro: ergo didattica (1955) e Espressività editoriale (1992) di Giuseppe Pelliteri262. Ma aldilà del prestigio o degli aspetti tecnici e metodologici, emerge, come linea di sviluppo e di orientamento caratteristica delle Scuole Professionali Salesiane, la loro apertura ai meno fortunati. 2.2.4. Le scuole agricole La storia delle scuole professionali si intreccia con quella delle scuole o colonie agricole. Si ritiene necessario apporre una breve considerazione su queste ultime. Don E. Viganò fa notare, nella sua relazione del 1983, che i centri professionali di orientamento agricolo, in America Latina, sono pochi e “lottano per sopravvivere”; anche se, nonostante le difficoltà, “lavorano con efficacia educativa”. La situazione europea, in generale, non era molto diversa poiché “i centri di forma- 259 La società di San Francesco di Sales nel sessennio 1996-2002, p. 151. 260 La società di San Francesco di Sales nel sessennio 1978-1983, Relazione del Rettor Maggiore don Egidio Viganò, Roma, Editrice SDB, 1983, pp. 31, 40, 96, 274. 261 Cfr. ALBERDI R., La formación profesional, p. 712. 262 Salesiani, scuola e educazione. Repertorio bibliografico (1859-2002), a cura di J.M. Prellezo, Roma, Istituto Teoria e Storia, 2002, pp. 173-174. 110 zione agricola sono pochi” e si trovano in una condizione di grave difficoltà economica. Solo l’Irlanda rappresentava un’eccezione: “Le due scuole di agricoltura e di orticoltura godono di fama a livello nazionale”263. Anni dopo, la situazione delle colonie agricole in Francia – secondo lo studioso salesiano Yves Le Carrérès – mostra aspetti incoraggianti. Nel settembre 1995, il numero di alunni dei sette istituti di agricoltura o di orticoltura esistenti nelle due province francesi è di 1.870, suddivisi in tre livelli: livello base, per la preparazione al certificato di abilitazione professionale (CAP); livello intermedio, per la preparazione ai diplomi tecnologici o professionali; livello superiore, per la preparazione ai diplomi di tecnici superiori (BTS). “I primi alberi piantati alla fine del XIX secolo, producono oggi buoni frutti”264. Yves Le Carrérès scrive quest’ultima frase nel 1996, e si riferisce alle esperienze e alle istituzioni create in Francia, la sua patria; comunque le sue affermazioni potrebbero essere condivise senza difficoltà, riferendosi ad altri paesi o alludendo ad altri periodi storici. 3. Conclusioni: sguardo al presente attraverso alcuni testimoni accreditati a) Nella sua lettera circolare – datata 25 aprile 2010 – sul tema dell’educazione e della pastorale giovanile, il Rettor Maggiore dei salesiani, don Pascual Chávez Villanueva, sottolinea ancora una volta l’importanza della preparazione dei giovani al lavoro all’interno delle attività salesiane265. “Le opere di Formazione Professionale sono oggi – scrive il nuovo successore di don Bosco – molto varie, vanno da scuole tecnico-professionali, circa 180, che offrono ai giovani una formazione secondaria sistematica che permette loro di continuare lo sviluppo dopo l’Università, a scuole di Formazione Professionale, circa 457, che permettono ai giovani orientati al lavoro, una preparazione di qualità con un programma riconosciuto. Tra queste ultime opere, meritano particolare attenzione le 46 scuole agricole”. b) Inoltre, negli ultimi anni, nel campo della Formazione Professionale non regolata “si sono creati più di 300 piccoli centri di preparazione al lavoro, che impartiscono ai giovani lavoratori o a chi si incammina nel mondo del lavoro, corsi brevi e pratici in gradi di munirli di una qualifica lavorativa”266. Recenti statistiche documentano e specificano il quadro descritto. 263 La società di San Francesco di Sales nel sessennio 1978-1983, pp. 31, 40, 62. 264 LE CARRÉRÈS Y., “Les colonies ou orphelinats agricoles tenus par les salésiens de Don Bosco en France de 1878 à 1914”, in MOTTO F., Insediamenti e iniziative salesiane dopo don Bosco. Saggi storiografici. Atti del II Convegno-seminario, Roma, LAS, 1996, p. 174. 265 Cfr. CHÁVEZ VILLANUEVA P., “La pastorale giovanile salesiana”, in ACG 91(2010) 407, 3-59. 266 CHÁVEZ VILLANUEVA P., “La pastorale giovanile”, p. 33. 111 c) Il riconoscimento di situazioni positive e promettenti non significa fermarsi alle mete e agli obbiettivi raggiunti. Al contrario, costituisce un incentivo a prendere coscienza che nelle “società moderne, in rapida evoluzione, il mondo tecnico e del lavoro costituisce un settore che sperimenta cambiamenti profondi e rapidi; pertanto, la Formazione Professionale, se vuole realmente aiutare i giovani ad introdursi in questo nuovo mondo, deve trasformare i suoi programmi, i suoi metodi e i suoi strumenti”267. Don Pascual Chàvez, attuale Rettor Maggiore dei salesiani – in linea di continuità con i suoi predecessori – sottolinea l’importanza delle scuole professionali per rispondere alla missione di educare e istruire i giovani più bisognosi. Osserva che sono state realizzate, fino a questo momento, “magnifiche esperienze nel campo della Formazione Professionale” e che esistono “scuole tecniche d’avanguardia”. Ricorda, infine, che sono state già portate a termine numerose iniziative per un “continuo rinnovamento” dei centri esistenti e per garantire ai giovani una “Formazione Professionale di alta qualità”, aiutandoli ad “introdursi degnamente nel mondo del lavoro”. Però, allo stesso tempo, il successore di don Bosco insiste a fare in questo ambito “ancora molto di più”268. d) In un recente studio, già citato in precedenza, in cui sono stati esposti i tratti caratteristici della Formazione Professionale salesiana, veniva constatata anche un’altra particolarità: la sollecitudine delle scuole salesiane nell’“inserimento dei giovani apprendisti nel mondo del lavoro”. Gli autori di tale studio insistono proprio su questa stessa sollecitudine che non deve arrivare a trascurare l’“orizzonte formativo più ampio, nel quale trovano spazio le diverse attività destinate alla maturazione globale dell’individuo”269, espresse sinteticamente con la formula tradizionale “formare buoni cristiani e onesti cittadini”. 267 Ibid., p. 32. 268 Ibid., p. 37. 269 MALIZIA G. - TONINI M., La federazione CNOS-FAP Italia, p. 495. Fonte: Dati statistici, 2002, pp. 66-69; Dati statistici, 2008, p. 66; Dati statistici, 2014 (CG27) (1) Dal 2013 le Scuole Professionali vengono chiamate CFP - Centri i Formazione Professionale Opere professionali salesiane e alunni: 1995-2013 112 e) Soffermandoci sulla situazione spagnola attuale, risultano essere fondamentali le testimonianze degli esperti impegnati nel campo della Formazione Professionale: Antonio Suescun e Miguel Ángel García Morcuende270. Trascrivo alcuni paragrafi di due documenti recenti: 1) I nostri Centri sono attenti a qualsiasi iniziativa che viene proposta dall’Europa, legiferata dal proprio Stato. Con questo, si ottengono dei titoli simili, riconosciuti in Europa, per facilitare la mobilità dei titolati; tanto dalla Formazione Professionale del Sistema Educativo (che conferisce dei titoli), quanto dalla Formazione Professionale per l’Impiego (che conferisce dei certificati di professionalità). Così, per esempio, nei nostri Centri si fa attenzione tanto alla formazione regolamentata, nella Formazione Professionale, quanto alla Formazione Professionale per l’Impiego (per disoccupati o per il miglioramento dell’impiego). Tali Centri, rispondendo a una serie di requisiti, possono essere considerati dei Centri integrati di Formazione Professionale. Ci spingiamo sempre oltre, per quanto riguarda gli impianti, le risorse e la formazione del corpo docente. Il prestigio della Formazione Professionale salesiana è riconosciuto tanto per le Amministrazioni Educative e per l’Impiego, quanto per le Imprese. Il profilo dei destinatari si riscontra in quelle persone che hanno bisogno di un aiuto dal Sistema Educativo per essere orientati con itinerari educativi diversificati, o in coloro che a causa della loro condizione socio-economica necessitano di essere introdotti nel mondo lavoro. A questo tipo di alunni, il Sistema Preventivo risulta rispondere alle loro esigenze. La nostra proposta sollecita ad una formazione integrale nelle competenze professionali, personali e sociali, che viene completata con proposte formative provenienti da altri ambienti del centro come i Centri Giovanili. Insieme a tale proposta, al lavoro di recupero e di formazione nelle competenze professionali, la Formazione Professionale dei nostri centri risponde a una necessità avvertita dalla società moderna: lottare contro una grave disoccupazione. Il problema viene affrontato tramite una formazione di qualità, sia dal punto di vista professionale che di ricerca attiva del lavoro e partecipando a programmi dedicati ai più bisognosi, con la volontà di trovare loro un impiego. La risposta e la proposta dei Centri li rende “Centri vivi”, con l’iniziativa e l’impegno sociale. Come conclusione finale, accompagna i giovani verso il mondo delle Imprese e concede loro un Certificato di Professionalità riconosciuto dalla Comunità Europea. 270 SUESCUN S., salesiano laico, professore presso l’Istituto Politecnico Domingo Savio di Madrid; redattore del paragrafo e) 1; GARCÍA M.A.: sacerdote salesiano, membro del Dicastero della Pastorale Giovanile, Scuola e Formazione Professionale della Società Salesiana (Roma), redattore del paragrafo e) 2. 113 Durante il corso 2011-2012 si partecipa, su piano statale, ad un programma di innovazione applicata e di trasferimento della conoscenza nella Formazione Professionale del Sistema Educativo. Il suo titolo è: “Ambienti altamente automatizzati. Gestione integrale della produzione”. La squadra dell’ASTI (Asociación Salesiana de Tecnología e Innovación) ha preparato il concorso, includendo 17 Centri di Formazione Professionale Salesiani. Tale progetto è stato qualificato e concesso dalle autorità del Ministero dell’Educazione. 2) La realtà pastorale dei nostri centri di formazione parte da un profilo di educatori sensibili e vicini all’ideologia del Centro, in quanto collaboratori attenti alla formazione sociale e religiosa degli alunni. Di fatto, è stato promosso negli ultimi anni il carattere trasversale e interdipartimentale della pastorale: esiste in molti Centri una struttura dipartimentale (Dipartimenti di Formazione Umana, Sociale e Religiosa, ecc.) per armonizzare gli aspetti umani e religiosi della prassi educativa. In secondo luogo, l’obbiettivo della formazione del corpo docente della Formazione Professionale supera il quadro dell’apprendimento curriculare, oltrepassando le nuove tecnologie. Il lavoro svolto è stato proprio quello di sollecitare lo sviluppo integrale del nostro progetto educativo pastorale. Per questo, si è insistito sulla formazione dei docenti, da un punto di vista ideologico, delle competenze pedagogiche e pastorali. In questo tipo di formazione istituzionale si favorisce sia la crescita personale che professionale del docente. Si va dalle abilità comunicative e relazionali, alle capacità di lavorare in gruppo, creare, ascoltare e prendere decisioni, passando per le conoscenze indispensabili sull’origine della missione salesiana e del Sistema Preventivo. Combinare tutte queste caratteristiche significa prendersi cura dello sviluppo del docente salesiano. * * * In sintesi, vale la pena ricordare ancora una volta l’invito che Giuseppe Bertello, Direttore Generale delle Scuole Professionali e Agricole Salesiane, fece nei Programmi didattici e professionali del 1910: “Con i tempi e con Don Bosco. In queste parole, si racchiude gran parte di ciò che costituisce la peculiarità dello spirito salesiano”271. 271 Cfr. il testo di questi Programmi nelle pp. 290-296 degli Allegati di questo libro. 115 APPENDICI Premessa I materiali raccolti sono raggruppati in quattro appendici. Nella prima sono riportate anzitutto una riproduzione fotografica e la relativa trascrizione di due documenti manoscritti che contengono due brevi testi riguardanti i primitivi regolamenti dei laboratori salesiani. Nel primo manoscritto – “Maestri d’arte” – stilato da un amanuense non identificato, si avvertono numerose correzioni e aggiunte dovute alla mano di don Bosco. Il secondo – “Assistenti” (dei laboratori) – è stato trascritto integralmente dallo stesso don Bosco. I due testi si conservano nell’Archivio Salesiano Centrale di Roma (ASC D483, Scuole professionali). Si tratta probabilmente della prima bozza (o una delle prime bozze) di due capitoli dei Regolamenti per le case della Società di S. Francesco di Sales (Torino, Tipografia Salesiana, 1877). Altri documenti scelti nella raccolta: Programma della prima “Esposizione triennale delle scuole professionali e colonie agricole della Pia Società di S. Francesco di Sales”; Proposta di un nuovo metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani e determinarne la mancia settimanale; Primo programma scolastico per le scuole di arti e mestieri salesiane; Norme da seguire negli esami di promozione dei giovani artigiani in conformità del nuovo programma professionale; Istituto d’arti e mestieri annesso all’Oratorio di Valdocco; Orientamenti pedagogicodidattici per i maestri d’arte; Alcune avvertenze per norma delle giurie della III esposizione delle scuole professionali e colonie agricole salesiane; Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali. Nella seconda appendice sono riportati alcuni dati statistici recenti riguardanti le scuole professionali salesiane e il numero di allievi che le frequentano. La scelta di documenti iconografici, nella terza appendice, consente di ripercorre le tappe più rilevanti dello sviluppo delle scuole e dei Centri di Formazione Professionale. * * * Allo scopo di facilitare la lettura dei testi, nella trascrizione dei medesimi, sono statati tenuti presenti alcuni criteri d’accordo con le norme metodologiche in uso più comuni. a) Sono state conservate le particolarità grafiche caratteristiche del periodo storico. Ad es.: io avea (avevo), adunque (duque), giuocare, dimandare, iscopo; invece, alcune forme usate non sempre coerentemente (esercizii, ospizii, studii, 116 studî) sono state uniformate d’accordo con l’uso corrente (esercizi, ospizi, studi). Le accentazioni sono state normalizzate ugualmente secondo l’uso oggi corrente (perché si rende sempre: perché; quì: qui; nè: né). La j è stata sostituita di norma dalla i. Sono mantenute forme arcaiche che non disturbano la lettura: de’ (dei), da’ (dai), a’ (ai). Nelle date degli scritti si completano le cifre dell’anno: invece di 17-8-87 si scrive: 17 agosto 1887. b) Le abbreviazioni di parole o frasi – costruite nei documenti originali in maniera non sempre uniforme – vengono di norma sviluppate (Aus. si rende sempre: Ausiliatrice; elem.: elementare), fatta eccezione per abbreviazioni comunemente utilizzate e di facile comprensione (art., p.). È stata inoltre introdotta una normalizzazione delle abbreviazioni difformi, ad esempio: ch., ch.co, ch°, chier.co si rendono sempre: ch. (chierico, studente salesiano non ancora ordinato sacerdote); D., d., Don: don; Lr., L.: L. (lira); Mons., Monsign., mons. (monsignore): mons. c) È stata mantenuta la punteggiatura originale. Per facilitare la lettura, sono stati introdotti soltanto alcuni lievi cambiamenti, che non comportano mutamento del senso della frase o del termine: dopo il cognome dell’autore di un’opera citata nei programmi, si è messa sempre una virgola (,) invece dei due punti (:) o del trattino (–) utilizzato talvolta dagli autori. d) L’uso reiterato della maiuscola (spesso non rispondente a criteri uniformi, come era frequente nel tempo) viene modificato secondo le norme attuali più comuni: 1) Con iniziale maiuscola: nomi propri; determinati nomi collettivi (Chiesa cattolica, Ministero della Pubblica Istruzione), Oratorio (quando indica l’Oratorio di S. Francesco di Sales di Torino). 2) Con iniziale minuscola: nomi comuni (casa, scuola, collegio, internato, allievo, ginnasio, mamma); nomi dei mesi dell’anno e dei giorni della settimana; abbreviazioni di professioni o cariche: sac. (sacerdote), avv. (avvocato), on. (onorevole), can. (canonico); titoli nobiliari o ecclesiastici (conte, cardinale, vescovo, direttore, sindaco, ispettore...). e) Altre modifiche: 1) La sillaba finale delle abbreviazioni, spesso vergate in posizione esponenziale, è riprodotta sulla normale linea tipografica. 2) Il trattino usato talvolta dall’autore alla fine di un periodo è sostituito da un punto. 3) Sono messe in corsivo le parole o espressioni latine e i titoli dei libri e delle riviste. a) Le enumerazioni: 1°, 2°, 3°... sono state unificate: 1., 2., 3. 117 I - DOCUMENTI EDITI E INEDITI 1. Prime stesure dei regolamenti dei laboratori 118 Maestri d’arti272 1. I maestri d’arti hanno carico di ammaestrare i giovani della casa nell’arte cui sono destinati dai superiori. Il loro principale dovere è la puntualità nel trovarsi in tempo debito nel laboratorio, e di fissare ai loro allievi di mano in mano che entrano nel laboratorio, e di non mai allontanarsene senza esserne intesi coll’assistente. 2. Si adoperino in modo che si trovino al tempo dell’entrata e di uscita dei giovani dal laboratorio e ciò per impedir i guasti o le risse che potrebbero in que’ momenti accadere. 3. Si mostrino premurosi per tutto ciò che riguarda il bene della Casa e si ricordino che è loro essenziale lavoro istruire gli apprendisti a far sì, che loro non manchi il lavoro. Osservino e per quanto è possibile facciano osservare il silenzio durante il lavoro, né permettano che alcuno si metta a parlare, ridere, scherzare o a cantare fuori del tempo di ricreazione. Non permetteranno mai ai loro allievi di uscire per recarsi a far commissioni; essendo il caso, l’assistente ne dimanderà al prefetto l’opportuno permesso. Non devono mai fare contratti coi giovani della Casa, né assumersi pel loro conto particolare alcun lavoro di lor professione. Prima di cominciar nel laboratorio qualche lavoro lo consegnino all’assistente affinché noti le intelligenze, prezzo convenuto, nome, cognome, dimora di colui pel quale si deve intraprendere. 4. Sono strettamente obbligati d’impedire ogni sorta di cattivi discorsi, e conosciuto qualcuno che ne sia colpevole dovranno immediatamente darne avviso al Superiore. 5. Ogni maestro, ogni allievo stia nel proprio laboratorio, né mai alcuno si rechi in quello degli altri senza assoluto bisogno. 6. È proibito il fumare tabacco, giuocare, bere vino nei laboratorii, dovendosi in questi lavorare e non divertirsi. 7. Il lavoro comincierà coll’Actiones e coll’Ave Maria. A mezzodì si dirà sempre l’Angelus Domini prima di uscire dal laboratorio. 8. Gli apprendisti poi debbono essere docili e sottomessi ai loro maestri ed ai loro assistenti, come loro superiori, mostrando grande diligenza per compiacerli, e somma attenzione per imparare quelle cose che loro sono insegnate. 9. Si leggeranno questi articoli dal Capo o da chi per lui ogni 15 giorni a chiara voce, e si terrà sempre copia esposta nel laboratorio Assistenti273 1. L’assistente de’ laboratori è da’ superiori incaricato di vegliar sulla moralità, sul lavoro, e su tutto quello che può tornar vantaggioso allo stabilimento. 272 ASC D483, Manoscritto inedito allografo, con correzioni e aggiunte di don Bosco. 273 ASC D483, Manoscritto di don Bosco con aggiunte allografe, con correzioni ancora della mano di don Bosco. 119 2. Si troverà per tempo nel laboratorio, noterà chi ritardo ad intervenire; e mancandovi alcuno ne darà avviso al prefetto o a qualche altro superiore per saperne il motivo e provvedere se ciò avvenisse per causa di malattia; ma per quanto può non uscirà dal laboratorio. 3. Dovendosi allontanare dal laboratorio per motivo di lavoro, provviste od altro ne darà avviso al capo d’arte. Qualora poi dovesse far provviste di oggetti di cui non avesse sufficiente cognizione condurrà seco il capo d’arte od altro individuo pratico dei prezzi e dei materiali che occorrono. 4. In fine di ogni settimana darà il suo parere su tutti gli individui dell’Oratorio ed avrà speciale riguardo alla diligenza nei lavori e al contegno nella moralità. 5. Metterà a registro ogni lavoro fatto nell’Oratorio, noterà se è pagato o non pagato; ma non farà cassa particolare. Consegnerà il denaro al prefetto, cui pure si indirizzerà qualora ne abbia bisogno. 6. Non si possono fare nei laboratori lavori di sorta senza il consenso del prefetto. 7. Questo regolamento sarà letto dall’assistente o dal Capo o da chi per lui ogni 15 giorni a chiara voce, e si terrà sempre copia esposta nel laboratorio. 2. Programma della prima esposizione triennale generale delle scuole professionali e agricole salesiane (1901) Esposizione triennale delle scuole professionali e colonie agricole della Pia Società di S. Francesco di Sales (Opere di Don Bosco)274 Scopo Scopo di questa esposizione si è di presentare ai salesiani ed ai loro cooperatori un quadro di quello, che si va facendo nei molteplici istituti dell’uno e dell’altro continente a beneficio della gioventù operaia, e trarne, col concorso di tutti, consigli ed ammaestramenti a far meglio. Una giuria di persone competenti avrà per ufficio di studiare le varie sezioni, apprezzarne il merito, rilevarne i difetti e proporre i miglioramenti da introdurvi. Accoglierà con riconoscenza le osservazioni e proposte, che le verranno fatte dalle persone amiche e vedrà se sia il caso di convocare particolari adunanze per l’esame e la discussione delle medesime. Programma Sezione 1ª – Arti e mestieri. – 1. Non debbono esporsi che lavori eseguiti nei propri laboratori, durante l’ultimo triennio, per opera degli allievi diretti e coadiuvati dai loro maestri. 274 ASC E483, Scuole professionali, 3 (ed. a stampa). 120 2. Sarà cosa buona accompagnare i lavori col relativo disegno portante la firma di chi l’ha ideato e messo in carta. 3. Si scelgano, per quanto è possibile, lavori di genere e stile diverso, a fine di rappresentare l’arte nelle sue varie manifestazioni e far conoscere l’ampiezza della coltura, che si dà agli allievi. 4. Non si escludono lavori facili, e gli stessi elementi di cui un lavoro si compone, purché siano classificati secondo i corsi degli allievi, che li hanno eseguiti. 5. Non potendosi conservare per quell’occasione lavori di qualche importanza già consegnati ai clienti, oppure non permettendolo la quantità o la mole dei lavori di recarli sul luogo, potranno esservi rappresentati per mezzo della fotografia. 6. Una fotografia rappresenti i singoli laboratori e dia un’immagine fedele dell’ambiente, del macchinario e del personale nell’atto di attendere al lavoro. 7. Se il laboratorio possiede qualche metodo speciale d’insegnamento, è bene che lo faccia conoscere. 8. Sarebbe a proposito riassumere in una tabella la storia di ciascun laboratorio, indicando l’epoca della sua fondazione, il numero degli allievi, a cui diede l’insegnamento anno per anno e di quelli che ne uscirono, dopo compiuto il tirocinio. Sezione 2ª – Colonie agricole. – Le colonie agricole chiamano in modo particolare l’attenzione e l’operosità dei salesiani. Esse hanno per iscopo di indirizzare la gioventù alla coltura dei campi, istruirla ed esercitarla secondo i metodi migliori, tenendo conto dei risultati accertati della scienza e dell’industria moderna, e, dove le condizioni locali lo permettono, ridurre a coltura i terreni incolti ed abbandonati. Perciò nella nostra esposizione potranno figurare: 1. I disegni e le mappe dei terreni appartenenti alla colonia, coi loro riparti, secondo i generi di coltura, a cui sono destinati. 2. Dove l’opera nostra sia già riuscita a trasformare e bonificare uno spazio considerevole di terreno, si facciano con opportuni disegni risaltare tali acquisti. 3. Se, mediante il lavoro ed i metodi particolari di coltivazione, si sono ottenuti in certi terreni dei risultati straordinari, non sarà fuori di proposito presentare in fotografia il terreno coperto del suo frutto, aggiungendo ai piedi della fotografia opportuni schiarimenti e raffronti. 4. Colla fotografia parimente si potranno rappresentare gli attrezzi, le macchine ed il bestiame inserviente alla colonia. 5. Se la colonia produce dei generi speciali, che meritino di essere meglio conosciuti, se ne potranno mandare dei saggi all’esposizione. 6. Molto importante sarà il far conoscere i metodi d’insegnamento e di disciplina, e gli orari praticati nei vari tempi dell’anno. Sezione 3ª – Scuole professionali. – L’esercizio puramente manuale e pratico dell’arte non è sufficiente, avuto riguardo all’indole ed ai bisogni dei nostri tempi. All’operaio ed all’agricoltore è necessario dare qualche grado di coltura generale ed un’istruzione teorica sufficiente riguardo alle varie parti dell’arte sua. 121 Storia, geografia, geometria, disegno, fisica, chimica, meccanica e storia naturale entrano in proporzioni più o meno vaste nei programmi delle scuole professionali. Non vi mancano neanche gli elementi di contabilità e di ragioneria. Standoci a cuore che i nostri allievi, mentre ricevono l’educazione morale, religiosa e civile, non restino indietro in ciò, che spetta alla coltura professionale, dobbiamo attendere a far fiorire le scuole che a loro benefìzio sono prescritte dal nostro Regolamento. Esse dovranno perciò avere un posto notevole nella prossima esposizione. Ogni casa adunque vi faccia figurare: 1. Il quadro delle classi, nelle quali sono ripartiti i giovani artigiani. 2. L’orario delle lezioni, l’elenco delle materie insegnate in ciascuna classe, e la parte del tempo, che a ciascuna materia è assegnata. 3. Il programma svolto in ciascuna materia, e i testi adoperati. 4. I risultati ottenuti. Questi dovranno apparire da un rendiconto annuale sull’andamento delle classi, e da qualche saggio dei lavori eseguiti dagli allievi. 5. Essendo urgente compilare un programma, che in massima si possa adottare in tutte le nostre scuole professionali, faranno opera egregia quei confratelli, che manderanno all’esposizione per essere esaminate dalla giuria, le loro proposte a tale riguardo. NB. L’esposizione si farà nel Collegio delle Missioni Estere in Valsalice275. Ogni cosa dovrà esser pronta per l’inaugurazione al 1° del prossimo agosto. È perciò necessario che gli oggetti da esporre arrivino a destinazione non più tardi del 20 luglio. Si pregano i rev.mi sigg. ispettori a voler sollecitare le case da loro dipendenti e far conoscere entro il mese di giugno lo spazio approssimativo che potrà occorrere a ciascuna Ispettoria, affinché si possano convenientemente disporre i locali. Torino, Tipografia Salesiana, 1901 3. Nuovo metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani (1901) Proposta di un nuovo metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani e determinarne la mancia settimanale276 È usanza antica, introdotta dal nostro buon padre Don Bosco, di dare ai giovani artigiani una compartecipazione ai frutti del loro lavoro sotto forma di mancia settimanale. 275 Cfr. VALSALICE: SALESIANI TORINO VALSALICE, Valsalice 1956-57. Torino, Officine Grafiche SEI, 1957. 276 BERTELLO G., Proposta di un metodo per apprezzare il lavoro di giovani artigiani e determinarne la mancia settimanale, Torino, Tipografia Salesiana, 1901. 122 Stabilita la proporzione di questa mancia col guadagno totale, il modo più esatto di determinarne l’entità sarebbe quello di fissare il prezzo di tutti i lavori, che ciascun allievo viene compiendo nel corso della settimana. Ma l’esperienza ha dimostrato che un tale computo riesce nei nostri laboratori pressoché impossibile, avuto riguardo al numero degli alunni, alla complicazione dei lavori, ed allo scarso personale dirigente. Sembra che la cosa sarebbe di molto agevolata, se si potesse ottenere un computo abbastanza esatto con un giudizio morale sopra la maggiore o minore abilità di ciascun allievo. A questo scopo mira il metodo che si propone. È evidente che il guadagno di un operaio risulta da tre elementi – il prezzo dei lavori, che egli eseguisce – l’abilità e destrezza, che egli ha nell’eseguire un tal genere di lavoro – e l’applicazione o diligenza che egli mette a fare il lavoro, poco giovando la preziosità del lavoro e l’abilità dell’operaio, se egli non sia assiduo e diligente all’opera. 1. A determinare il primo elemento, non potendosi fissare il prezzo dei singoli lavori, si ricorre al prezzo della giornata normale delle varie professioni. È facile trovare quanto si suol dare (se egli lavori a giornata, e non a cottimo), ad un operaio sarto, calzolaio, compositore, stampatore, ecc. 2. Se i nostri fossero operai già formati, si preleverebbe dalla giornata normale quella frazione, che si vuole assegnare loro come mancia, e il calcolo sarebbe fatto.Ma i nostri giovani sogliono essere operai in formazione, e però la loro giornata sta, rispetto alla giornata normale, nella proporzione che ha la loro abilità con quella di un operaio formato. Conviene adunque determinare approssimativamente l’abilità dei nostri giovani, ed ecco in qual modo. Supposto che un operaio formato e capace di guadagnarsi la giornata normale debba avere dieci di abilità, tali dovrebbero essere i nostri allievi al termine del loro tirocinio, per guadagnarsi la stessa giornata. Ma affinché i nostri giovani, quando, dopo aver terminato il tirocinio, si presenteranno a chiedere lavoro, non debbano vedersi negata la qualità di operai e la mercede proporzionata, è necessario che, nell’assegnare i punti di abilità si proceda con giusto rigore, evitando ogni inconsulta larghezza. Supposto che il tirocinio debba durare cinque anni, un giovane d’ingegno ordinario e di ordinaria applicazione guadagnerebbe un punto di abilità in ogni periodo di sei mesi. Chi è più intelligente ed operoso dell’ordinario può accorciare questi periodi, chi meno, verrebbe ad allungarli. Questo dovrebbe essere determinato da un esame. 123 Quando un giovane entra in laboratorio dopo aver fatto altrove una parte del suo tirocinio professionale, conviene sottoporlo ad un esame, per determinare a qual punto si trovi del tirocinio, ed assegnargli il voto di abilità o di lavoro. Ciò posto, è chiaro che un allievo, che meriti uno di abilità, può guadagnare un decimo della giornata, chi merita due, può guadagnare due decimi, e così via via. 3. Rimane ora a determinarsi il terzo elemento, quello della diligenza o applica - zione. Diligente in questo caso deve chiamarsi quell’operaio, che si trova a tempo sul lavoro e vi attende con impegno. Chi manca, la sua applicazione è zero. Chi vi si trova, ma è lento, svogliato, sollecito più di far passare il tempo, che di bene occuparlo, meriterà un voto più o meno lontano dal dieci, secondo che il suo contegno si allontana più o meno dal tipo dell’operaio diligente. A questo dovranno badare il maestro di laboratorio e l’assistente, e questo dovrà formare l’oggetto del loro voto al fine della giornata e della settimana. Questo voto, detto di applicazione o di diligenza, combinato col voto detto di lavoro, o di abilità, darà il valore della giornata, o il guadagno totale degli allievi, dal quale si preleverà la frazione corrispondente alla mancia. Una tabella convenientemente preparata darà la cifra della mancia corrispondente alla detta combinazione, e così, quando è assegnato il voto di applicazione, un segretario può facilmente colla tabella sotto gli ocelli, rilevare quanto è dovuto di mancia settimanale. Schiarimenti L’applicazione, come si è detto sopra, comprende due cose, la presenza nel laboratorio e l’attività, colla quale si attende al proprio lavoro. Chi manca per infermità o per altro motivo indipendente dal laboratorio, non guadagna, e siccome il guadagno è determinato prossimamente dal voto di applicazione, da questo deve essere diffalcata in quantità proporzionata l’assenza. Per esempio, colui che manca dal laboratorio per mezza giornata, ancorché nell’altra metà lavori con tutto l’impegno, non dovrà avere alla sera che cinque di applicazione, per quella giornata, cioè la metà del dieci, che gli sarebbe toccato, se con egual impegno avesse lavorato la giornata intiera. Se un dieci rappresenta il lavoro diligente di tutta una settimana, colui che fu diligente sì, ma per malattia o per altro motivo mancò dal laboratorio una giornata, il suo dieci dev’essere scanalo di un sesto, e dovrebbe essere scemato di due sesti se fosse mancato due giorni, della metà se fosse mancato tre, e così via via. A fine di poter calcolare con maggior esattezza queste assenze, converrebbe dare il voto di applicazione ogni sera, facendone poi la media al termine della settimana. 124 Le deduzioni delle assenze pare si debbano fare sulla base del voto che un allievo è solito meritare quando è presente. Per es., chi nella mezza giornata di presenza lavora con applicazione corrispondente non al dieci, ma all’otto, colla stessa applicazione si può supporre che avrebbe lavorato nell’altra metà, se fosse stato presente, e perciò il suo voto di questa giornata non sarebbe cinque, ma quattro, cioè la metà di otto. Chi poi manca dal laboratorio per attendere ad un lavoro impostogli dai superiori, come, per es., se un sarto, od un calzolaio dovesse in certi giorni, o in certe ore, fare la barba, tagliare i capelli alle persone della casa, ecc., sembra che non gli dovrebbero essere computate queste assenze, eccetto che quel lavoro avesse un compenso sotto altra forma, come, per es., se quei servizi fossero supplemento alla pensione, od alle spese, che la famiglia dell’allievo non può pagare. Oltre il voto di applicazione, che rappresenta puramente e semplicemente l’impegno, con cui un allievo attende al lavoro, si suol dare, ed è conveniente che si dia, anche il voto sulla condotta tenuta nel laboratorio. Questo voto abbraccia molte più cose che il voto di applicazione; perché, affinché si possa dire che un giovane ha buona condotta, non basta ch’egli sia laborioso; ma si ricerca inoltre che non manchi alla pietà, al buon costume, al rispetto verso i superiori, alla carità ed alle buone maniere verso i compagni, ecc. Ora quali relazioni dovranno avere questi due voti, e quali norme converrà seguire nell’assegnarli? Mi sembra evidente che nel voto di condotta deve entrare anche l’applicazione, benché sia materia di un voto distinto; perché anche la diligenza nel proprio dovere è un pregio morale, come la pigrizia è un difetto, ed il voto di condotta deve abbracciare tutto quello che si riferisce alla moralità nelle sue manifestazioni esterne. Ma per contrario nel voto di applicazione non devono farsi entrare gli altri elementi della moralità, come quelli, che non influiscono sul lavoro e sul guadagno, che è proprio ed esclusivo oggetto del voto di applicazione. Agli allievi del 1° corso, che, non avendo ancora alcun punto di abilità, non possono, secondo questo computo, avere la mancia, si potrebbe assegnare qualche centesimo per comperarsi la frutta nei giorni di festa. La mancia sarebbe conveniente dividerla, in due parti. Una parte resterebbe nella cassa del prefetto, come deposito dell’alunno, del quale egli, sotto la sorveglianza del prefetto, potrebbe servirsi per le spese minute e per i minuti piaceri. L’altra parte dovrebbe raccogliersi via via in un libretto della Cassa di Risparmio, affinché ogni allievo, quando, al termine del suo tirocinio volesse uscire dall’Istituto, abbia un piccolo capitale, con cui fare fronte alle prime spese della vita. Sac. Bertello Gius 125 4. Primo programma scolastico per le scuole di arti e mestieri salesiane (1903) Programma scolastico per le Scuole di artigiani della Pia Società di S. Francesco di Sales277 Prefazione Col presente programma scolastico si cerca di soddisfare al voto espresso dal nostro Capitolo Generale IV278. Quanto alle materie in esso comprese mi sono attenuto sostanzialmente a quello, che è detto nelle Deliberazioni ai nn. 500-501279 e nel Capitolo Generale VIII, pag. 80-82280. Ebbi anche sottocchio i programmi già in uso in diverse nostre case. Esso a qualcuno parrà troppo esteso, ad altri troppo ristretto. Questi potranno dar più ampio sviluppo ai punti in esso accennati, ed anche aggiungerne dei nuovi, quelli ne prendano solo quello, che è compatibile colla capacità dei loro alunni. In una revisione da farsi dopo qualche tempo di esperimento, potrà essere ridotto ad una più conveniente misura. Una difficoltà grave per l’attuazione di questo programma sarà la scelta dei libri da adottarsi. Per quanto abbia cercato, non mi venne fatto di trovare libri, che pienamente corrispondessero al disegno, e piuttosto che conformare il programma a libri, che non mi paressero adatti, preferii fare un programma nella fiducia che presto, per opera dei nostri confratelli si potranno avere libri conformi alle sue esigenze. Non lascio tuttavia di suggerire per gli Italiani alcuni testi, che meno si discostano dal programma, e gli stranieri ne troveranno forse dei migliori nella loro lingua. Pel resto, benché convenga in generale dare ai giovani dei libri, nei quali si vedano ricordate le lezioni intese nella scuola, è certo che, data la qualità degli allievi ed il breve tempo lasciato allo studio, l’insegnamento deve farsi principalmente nelle scuole dalla viva voce del maestro, seguita da opportune interrogazioni ed esercizi. Spero che i direttori si metteranno con impegno all’opera di classificare gli allievi, dare loro maestri capaci e fornirli di tutti i sussidi opportuni, perché i nostri alunni artigiani, nel loro tirocinio professionale, conseguano quel corredo di cogni- 277 ASC E481, Bertello, (1903), 26 (ed. a stampa); BERTELLO G., Programma scolastico per le scuole di artigiani della Pia Società di S. Francesco di Sales, Torino, Tipografia Salesiana 1903. 278 “Sia compilato un programma scolastico da eseguirsi in tutte le nostre Case di Artigiani, e vengan indicati i libri da leggere e spiegar nella scuola” – Delib. 3-4 CG, p. 20; cfr. circolare del 29.11.1902. 279 “Una volta alla settimana un Superiore faccia loro una lezione di buona condotta”. “Nessuno possa essere ammesso a scuole speciali, come di disegno, di lingua francese, musica strumentale ecc. se non è sufficientemente istruito nelle cose spettanti alle classi elementari” – Delib. sei primi CG, 315-316. 280 Atti e deliberazioni dell’Ottavo Capitolo Generale della Pia Società Salesiana, S. Benigno Canavese, Scuola Tipografica Salesiana 1899. 126 zioni letterarie, artistiche e scientifiche, che loro son necessarie (Delib. Distinzioni IV e VIII)281. Idea generale del programma Il tirocinio professionale dura cinque anni, e così cinque sono gli anni della scuola. Il quinquennio è diviso in due periodi, il primo di due anni e l’altro di tre. Nel primo periodo si insegnano le seguenti materie: religione, lingua nazionale, geografia, regole di buona creanza, igiene. Nel secondo: religione, disegno, storia naturale, fisica, chimica e meccanica, storia, lingua francese, computisteria, sociologia. La lingua francese è limitata ai due primi anni del secondo periodo e la computisteria al terzo. L’anno scolastico dura nove mesi e la scuola si fa tutti i giorni non impediti, compresi i festivi. La scuola, nei giorni feriali, dura non meno di un’ora, alla quale si fa sempre precedere o seguire mezz’ora di studio. Conforme a quanto è detto nelle Deliberazioni, sono da preferirsi per la scuola le ore pomeridiane, perché, seguendo l’orario comune delle nostre case, più lungo è il tratto, che corre dalla levata al mezzodì, che quello dal mezzodì all’ora del riposo e, assegnando la scuola al mattino, verrebbero ad essere troppe le ore del lavoro nel pomeriggio. Nei giorni festivi la lezione non deve durare meno di tre quarti d’ora. Orario settimanale Periodo I Anno 1 Lunedì – Lingua nazionale. Martedì – Geografia. Mercoledì – Aritmetica etc. Giovedì – Religione. Venerdì – Lingua nazionale. Sabato – Aritmetica etc. Domenica – Buona creanza. Anno 2 Lunedì – Lingua nazionale. Martedì – Geografia. Mercoledì – Geometria. Giovedì – Religione. 281 Cfr. “Dei Giovanni artigiani”, in Deliberazioni del Terzo e Quarto CG, 18-21; “Direzione dei giovani artigiani”, in Deliberazioni sei primi CG, 310-318. 127 Venerdì – Lingua nazionale. Sabato – Geometria. Domenica – Igiene. Periodo II Anno 1 Lunedì – Disegno. Martedì – Fisica, chimica e storia naturale. Mercoledì – Disegno. Giovedì – Religione. Venerdì – Storia. Sabato – Lingua francese. Domenica – Sociologia. Anno 2 Lunedì – Disegno. Martedì – Elettricità. Mercoledì – Disegno. Giovedì – Religione. Venerdì – Storia. Sabato – Lingua francese. Domenica – Sociologia. Anno 3 Lunedì – Disegno. Martedì – Meccanica. Mercoledì – Disegno. Giovedì – Religione. Venerdì – Storia. Sabato – Computisteria. Domenica – Sociologia. Materie d’insegnamento Religione Periodo I Testo – Piccolo catechismo ad uso delle diocesi di Lombardia e Piemonte. Anno 1 1. Orazioni del mattino e della sera, con qualche spiegazione a chiarirne il senso e l’opportunità. 2. I misteri dell’Unità e Trinità di Dio e della nostra Redenzio - ne. 3. I Comandamenti di Dio e della Chiesa. 4. Della penitenza. 5. Dell’eucaristia. 128 Anno 2 Tutto il Piccolo catechismo. Periodo II Testo – Compendio della Dottrina cristiana ad uso delle diocesi di Lombardia e Piemonte (Catechismo grande). Anno 1 1. La Dottrina cristiana e le sue parti principali. 2. Parte 1ª Del simbolo degli Apostoli. 3. Parte 2ª Dell’orazione. 4. Parte 3ª Dei comandamenti di Dio e della Chiesa. Anno 2 1. Parte 4ª Dei sacramenti. 2. Delle virtù. 3. Dei doni dello Spirito Santo. 4. Delle beatitudini evangeliche. 5. Delle opere di misericordia. 6. Dei peccati e delle loro specie principali. 7. Dell’esercizio del cristiano da farsi ogni giorno. Anno 3 Risposte alle obbiezioni più diffuse contro la religione. Testo – Mons. DE SÉGUR. Risposte etc.282, San Pier d’Arena, Libreria Salesiana, 1903. Lingua nazionale Programma Anno 1 Lezioni due per settimana 1. Le parti del discorso. 2. Coniugazione dei verbi regolari. 3. La proposizione semplice, complessa, composta. 4. Il periodo. 5. Esercizi di lettura e di analisi grammaticale e logica. 6. Lettere famigliari. Anno 2 1. Breve ripetizione di quello, che fu insegnato nell’anno procedente. 2. I ver - bi irregolari. 3. Lettere famigliari - lettere commerciali - racconti - descrizioni. Avvertenza. Si abbia cura particolare della calligrafia e dell’ortografia esigendo che la scrittura sia corretta, chiara ed intelligibile. 282 Si riferisce sicuramente all’opera del sac. francese Louis Gaston Adrien DE SEGUR (1820- 1881): Risposte brevi e famigliari alle obbiezioni più diffuse contro la religione di mons. Gastone de’ conti di Ségur, San Pier d’Arena, Tipografia Salesiana, 1903. 129 Studio della geografia Periodo I Anni 1 e 2 Un’ora per settimana Anno 1 1. Il globo terraqueo. 2. Terre ed acque. 3. Continenti - isole. 4. Monti - colline - valli. 5. Fiumi - torrenti - canali - laghi. 6. Poli - circoli massimi o minori. 7. Zone - climi - parti del globo. 8. Sistema solare. 9. Movimenti della terra - di rotazione - di rivoluzione - e loro effetti. 10. La luna - sue fasi - eclissi. Anno 2 1. L’Italia - sua forma. 2. Posizione geografica. 3. Sue isole princi pali. 4. Divisione dell’Italia in regioni. 5 Monti, valli, laghi, fiumi principali dell’Ita - lia. 6. Principali prodotti. 7. Città più ragguardevoli. 8. Principali vie di comunicazione coll’interno e coll’estero. Aritmetica e sistema metrico decimale Periodo I Anno 1 Lezioni due per settimana 1. Numerazione parlata e scritta. 2. Operazioni sui numeri intieri. 3. Le stesse operazioni sulle frazioni decimali. 4. Frazioni ordinarie. 5. Modo di ridurre le frazioni ordinarie in decimali. 6. Proporzioni. 7. Regole del tre - d’interesse - di società. 8. Sistema metrico decimale. 9. Misure lineari - di superficie di volume - di capacita - di peso - e valore. Elementi di geometria Periodo I Anno 2 Lezioni due per settimana 1. Linea - retta - spezzata - curva - mista - orizzontale - verticale - inclinata. 2. Linee parallele. 3. Linee convergenti - divergenti. 4. Linea perpendicolare - obliqua. Principali problemi relativi. 5. Angolo - retto - acuto - ottuso - rettilineo - curvilineo - mistilineo. 6. Angoli adiacenti - bisettrice. Principali problemi relativi. 7. Triangolo - equilatero - isoscele - scaleno - rettangolo - ottusangolo. 8. Ipotenusa - cateti. Problemi relativi. 9. Quadrilateri - quadrato - rettangolo - rombo - romboide - trapezio - simmetrico - diagonale. Problemi relativi. 10. Cir130 colo - circonferenza - neutro - diametro - raggio - segante - corda o sottesa - saetta - arco - segmento - settore - tangente - quadrante - corona circolare - circoli concentrici - eccentrici - tangenti. Problemi relativi. N.B. Si esercitino particolarmente gli allievi a ben distinguere i caratteri delle varie figure geometriche ed a farne la misurazione. Galateo Periodo I Anno 1 Regole di buona creanza. Una lezione per settimana. Igiene Periodo I Anno 2 Una lezione per settimana. 1. Igiene della persona - nettezza - positura e portamento della persona - ginnastica. 2. Igiene della nutrizione - temperanza - bevande spiritose - tabacco. 3. Igiene dei sensi - vista - udito. 4. Igiene del lavoro. 5. Igiene del vestire. 6. Igiene dell’abitazione. Scuola di disegno Corso comune Periodo II Anno 1 Due lezioni per settimana Disegno a mano libera - esercizi di geometria e facili applicazioni. 1. Tracciamento di linee, qualunque sia la loro forma e posizione, e divisione di esse in parti eguali (rette - verticali - orizzontali etc. curve parallele - simmetriche rispetto alla retta verticale od orizzontale - convesse - concave - serpeg gianti). 2. Tracciamento di angoli e divisione dei medesimi. 3. Disegno di figure geometri piane rettilinee (triangoli - quadrilateri - poligoni regolari) e curvilinee (circolo - elissi - ovale – ovolo - spirale circolare - spirale elittica). Considerazioni sul valore degli angoli, sulle bisettrici, sulle mediane, sull’altezza, sulla superficie, sul diametro, sul raggio etc. Applicazioni - facili motivi ornamentali inscritti nei poligoni - divisione della circonferenza in parti eguali o costruzione di poligoni stellati. 4. Disegno dei principali membri architettonici, di vasi semplici e di oggetti usuali a base geometrica. 131 Anno 2 Due lezioni per settimana Disegno geometrico cogli strumenti. Le lezioni di disegno geometrico saranno alternate, con quelle di disegno ornamentale ed in modo, che gli esercizi di geometria possano, per quanto è possibile, servire di preparazione a quelli di ornato. 1. Pratici ed elementari problemi grafici di geometria. 2. Applicazioni sul triangolo, quadrato, pentagono, esagono etc. (motivi geometrici - scompartì di pavimenti e soffitti ecc.). 3. Costruzione dei principali membri architettonici. 4. Copia di disegni - riduzione dei disegni. Disegno a mano libera. 1. Ornato a semplice contorno a matita e a penna da modelli eseguiti sulla lavagna o da tavole murali. 2. Ornato con cenno di ombreggiatura. Anno 3 Due lezioni per settimana a) Disegno geometrico cogli strumenti - Una lezione per settimana. 1. Elementi, di proiezioni - rappresentazione dei solidi geometrici sui due piani di posizione. Pianta prospetto - profilo e sezioni di un oggetto. 2. Scale di proporzione (semplici e triconiche) - riduzione dei disegni in iscala - rilevare dal vero oggetti con misura in iscala. 3. Prospettiva parallela dei principali solidi geometrici e degli oggetti più comuni. b) Disegno a mano libera - Una lezione per settimana. 1. Copia di disegni adatti a ciascun arte o mestiere. 2. Disegno a memoria di oggetti già fatti. 3. Semplici composizioni adatte ai singoli mestieri. Storia Periodo II Anno 1 Una lezione per settimana 1. Roma e il suo impero sotto Cesare Augusto. 2. La vita di Gesù Cristo e le sue dottrine. 3. La Chiesa. 4. La diffusione del Vangelo. 5. La persecuzioni e i martiri. 6. Costantino e la pace della Chiesa. 7. L’Arianesimo. 8. Giuliano l’Apostata. 9. I Barbari. 10. Caduta dell’Impero di Occidente. 11. Monachismo. 12. I Longobardi. 13. I Franchi. 14. Carlo Magno e l’Impero Cristiano. Anno 2 Una lezione per settimana 1. Maometto e diffusione dell’Islamismo. 2. Lo Scisma d’Oriente. 3. Le Crociate. 4. La lotta fra il Sacerdozio e l’Impero. 5. Risorgimento delle lettere e 132 delle arti. 6. Dante Alighieri e Giotto. 7. Invenzione della bussola, della polvere, della stampa. 8. Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America. 9. Lutero e l’eresia protestante. 10. Arrigo VIII e lo scisma d’Inghilterra. 11. Calvino - Gli Ugonotti in Francia. 12. La strage di S. Bartolomeo. 13. I papi del secolo decimosesto. 14. Concilio di Trento. 15. Il secolo d’oro delle lettere e delle arti. 16. Ariosto - Tasso - Raffaello - Michelangelo. 17. La Dominazione spagnuola. 18. L’Inquisizione di Spagna. 19. Progresso delle scienze positive. 20. Galileo Galilei. Anno 3 Una lezione per settimana 1. Gli Enciclopedisti. 2. La Rivoluzione francese. 3. Napoleone I. 4. La Ristaurazione del 1815. 5. Le società segrete. 6. Rivoluzione del 1821. 7. Rivoluzione del 1831. 8. Pio IX. 9. Il 1848. 10. Il 1849. 11. Il 1859. 12. Il 1860. 13. Il 1866. 14. Il 1870. Studio della fisica Storia naturale e meccanica Periodo II Anno 1 Nozioni di fisica, chimica e storia naturale. a) Fisica - Una lezione per settimana. 1. Corpo - estensione - in compenetrabilità - figurabilità dei corpi. 2. Vari stati dei corpi - solidi, liquidi, aeriformi. 3. Divisibilità, dilatabilità, compressibilità, elasticità, porosità dei corpi - barometro, manometro. 4. Calore - sorgenti di calore - termometro. 5. Propagazione del calore - corpi più o meno conduttori del calore. 6. Effetti del calore - fusione dei corpi - ebollizione - evaporazione. b) Chimica. 1. Corpi semplici e corpi composti - combinazioni e miscugli. 2. Metalli e metalloidi. 3. Acqua - aria - ossigeno - idrogeno - azoto. 4. Carbonio - anidride carbonica - ossido di carbonio - idrocarburi. 5. Zolfo - cloro - fosforo. 6. Ferro - rame - stagno - piombo - zinco - mercurio oro - argento - platino - alluminio - nichelio - magnesio. 7. Leghe - ottone - bronzo etc. - amalgamo. c) Storia naturale. 1. I tre regni della natura. 2. Minerali - loro caratteri. 3. Vegetali - loro caratteri. 4. Parti della pianta. - radice - fusto - rami - foglie - fiori - frutti - loro funzioni. 5. Principali piante industriali. 6. Animali - loro caratteri - specie. 7. L’uomo - caratteri, che lo innalzano al disopra delle specie inferiori - famiglie o razze diverse - unità della specie umana. 133 Anno 2 Una lezione per settimana Nozioni sull’elettricità. 1. Calamita - sue proprietà - sue parti - poli - linea neutra - forza. 2. Magnetismo terrestre - ago magnetico bussola. 3. Linee di forza - campo magnetico. 4. Elettricità - sorgenti di elettricità - macchine elettriche - condensatori. 5. Pila - sue parti - elettrodi - circuiti e conduttori - isolanti. 6. Principali specie di pile - accumulatori. 7. Modo di misurare lo correnti - galvanometro - amperometro. 8. Resistenza, elettrica - reostati. 9. Forza elettromotrice - voltametro. 10. Legge di Ohm. 11. Elettrocalamite - correnti indotte. 12. Modo di ottenere la corrente in un circuito esterno - collettore - indotto. 13. Idea della dinamo - macchine magneto elettriche. 14. Applicazioni - il telegrafo - il telefono - l’illuminazione elettrica - i motori elettrici. Anno 3 Meccanica - Lezione una per settimana. 1. Moto - elementi del moto - traiettoria - spazio - tempo - inerzia. 2. Varie specie di moto - rettilineo - curvilineo - mistilineo - uniformo - vario - moto composto. 3. Forza - elementi delle forze - punto di azione - direzione - intensità. 4. Misura delle forze. 5. Composizione o scomposizione delle forze - teoremi principali. 6. Gravità - sua direzione - filo a piombo. 7. Centro di gravità - determinazione sperimentale del centro di gravità. 8. Equilibrio - stabile - instabile - dei corpi appoggiati o sospesi. 9. Caduta dei corpi nell’aria - principali teoremi relativi. 10. Lavoro - suoi elementi. 11. Misura del lavoro - chilogrammetro - cavallo vapore. 12. Macchine semplici. 13. La leva - fulcro - bracci - potenza - resistenza - teoremi relativi. 14. Varie specie di leva. 15. Strumenti riferibili alla leva. 16. Bilancia ordinaria - sue parti - norme pratiche per riconoscerne l’esattezza. 17. Puleggia - condizioni di equilibrio nella puleggia fissa. 18. Sistema di puleggie mobili - condizioni di equilibrio. 19. Condizioni di equilibrio in un sistema di puleggie metà fisse e metà mobili. 20. Argano o verricello. 21. Sistemi di leve - sistemi di ruote dentate. 22. Piano inclinato. 23. Vite. 24. Pendolo. 25. Resistenze passive. Studio della lingua francese Periodo II I due primi anni - Una lezione per settimana. Anno 1 1. Regole della pronuncia e dell’ortografia - esercizi di lettura e scrittura. 2. Studio delle parti, del discorso fino ai verbi ausiliari inclusive. Esercizi facili di nomenclatura e di versione a voce e per iscritto. 134 Anno 2 1. Ripetizione delle materie precedenti. 2. Studio della coniugazione dei verbi regolari. 3. Principali verbi irregolari. 4. Esercizi di nomenclatura e di versione a voce e per iscritto, e brevi componimenti. NB. In tutti questi esercizi si abbia cura di far rilevare le principali regole della sintassi e si esercitino gli allievi sulla coniugazione dei verbi irregolari. Nozioni di computisteria Periodo II Anno 3 Una lezione per settimana Parte I 1. Il patrimonio. 2. Del commercio in generale. 3. Commercio rurale - mercantile - industriale - bancario. 4. L’amministrazione - sua necessità. 5. Atti amministrativi. 6. Libri o registri necessari per tener conto degli atti amministrativi. 7. Libri prescritti dal codice di commercio - giornale - libro degli inventari - copialettere. 8. Libri computistici - prima nota o brogliazzo - libro cassa - libro mastro. 9. Libri ausiliari - libri consegnatari - libri scadenzarli - bollarli e ricevute. Parte II 1. Scrittura in generale. 2. Scrittura semplice - suoi caratteri - sua convenienza. 3. Libri usati in ordine cronologico e in ordine sistematico - registrazione di apertura - registrazione degli atti amministrativi - verificazione delle registrazioni - registrazione di chiusura - inventario e rendiconto finale. 4. Scrittura doppia - suoi caratteri - differenza fra la scrittura semplice e la doppia - maggior convenienza di questa. 5. Libri usati in ordine cronologico e in ordine sistematico. 6. Conti da aprirsi in scrittura doppia - registrazione degli atti amministrativi - verificazione della registrazione - errori e correzioni - registrazione di chiusura - inventario e rendiconto finale. Nozioni di sociologia Periodo II Anno 1 Una lezione per settimana 1. La persona umana - sua destinazione - sua dignità - diritti e doveri. 2. Origine della Società. 3. La Famiglia. 4. Lo Stato. 5. I poteri dello Stato - estensione e limiti. 6. La Religione - la Chiesa - relazioni tra Chiesa e Stato. 135 Anno 2 Una lezione per settimana 1. La proprietà - diritto di proprietà - suo fondamento - suoi limiti. 2. Il lavoro - scopo naturale del lavoro - obbligo - limiti. 3. Rimunerazione del. lavoro - salario - norme secondo le quali deve determinarsi il salario. 4. Il capitale - sua origine ed onestà. 5. Relazione tra capitale e lavoro. 6. Doveri vicendevoli tra padroni ed operai. Anno 3 Una lezione per settimana 1. Il socialismo contemporaneo - cause che l’hanno generato. 2. False idee sulla natura e destinazione dell’uomo. 3. Negazione di Dio e della Provvidenza. 4. Errori riguardo al diritto di proprietà. 5. Errori riguardo al lavoro. 6. Errori riguardo ai poteri dello Stato. 7. Errori economici del socialismo. 8. Fallacia delle sue promesse. Libri di testo proposti agli allievi ed ai maestri Lingua italiana – L. M. MONTRÉSOR, Grammatica Italiana ad uso delle classi elementari. (Roma, Scuola Tip. Salesiana. Pr. L. 0,50). Geografia – Pietro VALLE, La cosmografia e la geografia insegnate agli alunni delle scuole elementari, Vol. 3° (Milano, Enrico Trevisini Edit. Pr. L. 0,50). Aritmetica, ecc. – Pietro SCOTTI, Elementi di aritmetica pratica ad uso del ginnasio inferiore. (Torino, Libreria Buona Stampa. Pr. L. 1). – Roberto CHIERICI, Nuove lezioni di aritmetica, ecc. proposte alle scuole elementari rurali. (Parma, Libreria Salesiana, già Fiaccadori. L. 0,20). Geometria – Pietro SCOTTI, Elementi di geometria intuitiva ad uso del ginnasio inferiore e dei corsi complementari. (Torino, Libreria Buona Stampa. Pr. L. 1). – Elementi di geometria. Biblioteca del Popolo. (Milano, Soc. Editrice Sonzogno. Pr. L. 0,15). Galateo – Sac. Luigi CHIAVARINO, Il piccolo galateo. (Torino, Libreria Buona Stampa. Pr. L. 0,30). – SOAVE [Francesco], Compendio dei doveri sociali e dei precetti di civiltà. (Parma, Tip. Salesiana, già Fiaccadori. L. 0,10). 136 Igiene – Anacleto GHIONE, Igiene popolare. (Torino, Libreria Buona Stampa). Storia – Don Bosco, Storia d’Italia283. Nella Storia d’Italia di don Bosco si trovano sufficientemente svolti i punti accennati nel programma. Sarebbe conveniente che questo libro andasse nelle mani di tutti i nostri artigiani e divenisse loro gradita lettura. Alcuni punti di Storia della Chiesa possono essere completati colla Storia ecclesiastica del medesimo autore. Disegno – Metodo d’insegnamento per i maestri. – Camillo BOITO, I principii del disegno e gli stili dell’ornamento. (Manuale Hoepli. Pr. L. 2) – Testo per i Maestri: Corso elementare di disegno geometrico di Augusto GARNERI. (Roma, Augusto Garneri, Via Frattina, 34. Parte 1ª Fasc. 1° L. 0,50 - 2° L. 0,60 - 3° L. 1. Parte 2ª L. 2. Parte 3ª L. 1). Fu stampata dalla Tipografia Salesiana di Torino la prima parte di un corso di Disegno per falegnami e fabbri. I maestri potranno giovarsene per trarne modelli ed esercizi di quelle due arti. Gli allievi del 1° anno non abbisognano di testo. Per quelli del 2° e del 3° anno si suggerisce il Disegno elementare. Parte 1ª e parte 2ª dei Prof. C. GELATI e R. PENNINI. (Torino, Paravia). Fisica – Ing. Carlo PERETTI, Nozioni elementari di fisica. (Torino, Collegio Artigianelli. Pr. L. 0,05). – Elementi di fisica. Biblioteca del Popolo. (Milano, Soc. Edit. Sonzogno. Pr. L. 0,15). Chimica – Ing. Carlo PERETTI, Nozioni elementari di chimica. (Torino, Collegio Artigianelli. Pr. L. 0,05). – Elementi di chimica. Biblioteca del Popolo. (Milano, Soc. Edit. Sonzogno. Pr. L. 0,15). Meccanica – Elementi di meccanica. Biblioteca del Popolo. (Milano, Soc. Editr. Sonzogno. Pr. L. 0,15). 283 Quest’opera fu pubblicata da don Bosco nel 1855: La storia d’Italia raccontata alla gioventù da’ suoi primi abitatori sino ai nostri giorni corredata da una carta geografica d’Italia dal sacerdote Bosco Giovanni. Torino, Tipografia Paravia e Compagnia 1855. Ebbe numerose edizioni: la 20ª fu pubblicata nel 1888. 137 Elettricità – Nozioni elementari di elettrotecnica del Dott. L. PASQUALINI. (Genova, Tip. R. Istituto Sordomuti. Pr. L. 1,30). Lingua francese – Roberto PRUSSO, Corso tecnico di lingua francese. (Torino, Libreria Buona Stampa. L. 0,60). – GHIOTTI e DOGLIANI, La nomenclature en action. (Torino, Libreria Petrini, Pr. L. 1,50). Questo libro sufficiente per la parte grammaticale, si raccomanda per la copia e bontà degli esercizi e per l’abbondante nomenclatura, che dispensa quasi dall’uso del vocabolario. Computisteria – Dott. Giorgio MARCHESINI, Compendio di ragioneria generale. (Udine, Tip. Editrice di Domenico del Bianco. Pr. L. 3). – G.B. DIVIZIA, Nozioni di computisteria per le scuole complementari e normali in due parti. (Ditta G. P. Paravia. Pr. 1ª parte, L. 1,20; 2ª parte L. 1,20). Sociologia (per gli allievi). – Manuale sociale cristiano compilato da una deputazione di studi sociali della Diocesi di Soissons sotto la presidenza del Can. Deohn. Traduzione italiana del Can. Dott. Roberto Puccini. (Siena, Tip. Editrice S. Bernardino. L. 1,50). Sociologia (per i maestri). – LIBERATORE, Principii di economia cristiana. (Roma, Tip. A.Befani. Pr. L. 4). – CATHREIN [Viktor], Il socialismo, suo valore teorico-pratico. (Torino, Edit. Fratelli Bocca. Pr. L. 2). – Prof. G [Giuseppe] BALLERINI, Analisi del socialismo contemporaneo. (Siena, Tip. Editr. S. Bernardino. Pr. L. 2). – BARATTA, Principii di sociologia cristiana. (Parma, Tip. Salesiana. Pr. L. 1,50). 5. Esami di promozione dei giovani artigiani (1903) Norme da seguire negli esami di promozione dei giovani artigiani in conformità del nuovo programma professionale284 1. Gli esami si daranno alla metà ed al fine dell’anno professionale. 284 ASC E481, Bertello, (1903), 26 (ed. a stampa). Nella circolare mensile del 28 febbraio 1903, don Bertello scrive: “1. Manda le norme da seguire negli esami di promozione dei giovani artigiani in conformità del nuovo Programma professionale; e prega i direttori a volerne procurare l’attuazione”. 138 2. Anche in altri tempi potranno i capi col consenso del direttore, ammettere qualche allievo all’esame. Ciò potrà avvenire: a) Quando entri in un laboratorio un giovane, che abbia fatto altrove parte del tirocinio e sia necessario constatare l’abilità per classificarlo; b) Quando, essendo fallito un allievo nell’esame ordinario, non si creda conveniente fargli ritardare la prova per un intero semestre; c) Nel caso che qualche allievo, fornito d’ingegno e di applicazione più che ordinaria, meriti di essere ammesso avanti tempo ad un grado superiore e così abbreviare la durata del tirocinio. 3. Gli esami si daranno nella forma seguente: a) Si assegnerà per compito all’allievo uno dei lavori compresi nel periodo del programma, che egli sta percorrendo, e, lasciandolo libero da ogni altro impegno, e sorvegliandolo perché non sia in alcuna maniera disturbato o coadiuvato, si terrà conto esatto del tempo, che egli impiegherà a finirlo; b) consegnato il lavoro, il direttore, o chi per lui, penserà alla commissione, che lo deve giudicare. 4. Questa dovrà comporsi del capo-ufficio per la direzione del maestro di laboratorio come presidente, o del prefetto, dove non vi sia ancora il detto capo-ufficio, del capo e di due altri maestri della medesima arte. I maestri potranno chiamarsi dalle case salesiane più vicine, oppure anche scegliersi tra maestri d’arte esterni. 5. L’esame avrà per oggetto: a) La difficoltà del lavoro in sé; b) La perfezione e finitezza, con cui fu eseguito; c) Il tempo impiegato ad eseguirlo; d) La esposizione fatta a voce dall’allievo delle norme secondo le quali doveva eseguirsi il lavoro, delle qualità dei materiali usati e di quelle altre nozioni teoriche, che l’allievo deve aver appreso durante quel periodo di tirocinio. 6. Solo quando un lavoro della difficoltà richiesta sia stato dall’allievo eseguito con sufficiente perfezione ed in un tempo normale potrà dar luogo alla promozione dall’uno all’altro periodo, oppure dall’uno all’altro corso del tirocinio. 7. I membri della commissione, dopo aver esaminato insieme il lavoro, udito l’allievo e discusso circa il suo merito, daranno ciascuno il proprio voto espresso in decimi. 8. Per la promozione si dovrà ottenere una media non inferiore a sei. 9. I voti di promozione saranno conservati in un registro e scritti negli attestati da consegnarsi agli allievi od ai loro parenti. 139 6. Istituto d’arti e mestieri annesso all’Oratorio di Valdocco285 (1904) Alcune ragioni per le quali si crede che l’Istituto d’arti e mestieri annesso all’Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino – Via Cottolengo N. 32, abbia la qualità e meriti il nome di Scuola Professionale e non di opificio industriale. 1. Articolo fondamentale del nostro Regolamento è il seguente: i nostri laboratori non abbiano scopo di lucro; ma siano vere scuole d’arti e mestieri. 2. Abbiamo due programmi: a) uno per l’istruzione da darsi a tutti gli allievi operai fuori di laboratorio; b) ed uno per guidare i giovani all’apprendimento di ciascun’arte. Il primo comprende un corso di Lingua Nazionale, di Geografia, di Storia, di Aritmetica, di Geometria, di Disegno, di Fisica, Chimica e Storia Naturale, di Sociologia, di Buona creanza, d’Igiene, di Computisteria, di Lingua Francese e di Religione. Questo programma, come si vede, forma un corredo di coltura generale da fornirsi a tutti gli allievi senza distinzione di arte o mestiere. Il secondo, vario secondo il numero delle arti e dei mestieri, è diviso in cinque anni o corsi di tirocinio ed ogni corso in due periodi o semestri. In questo programma sono indicate progressivamente le cognizioni che ogni allievo deve apprendere ed i lavori, a cui deve applicarsi per riuscire operaio perfetto. Il programma si svolge nel laboratorio ed è oggetto dell’insegnamento di ciascun maestro d’arte e de’ suoi assistenti, il cui incarico, dice il Regolamento, è di ammaestrare i giovani della casa nell’arte cui sono destinati dai superiori286. Esso abbraccia non solo l’esecuzione dei lavori; ma l’insegnamento orale e scritto: a) Delle norme pratiche, secondo le quali ogni lavoro deve essere eseguito. b) Della conoscenza degli strumenti e del modo più conveniente di usarli, prepararli e conservarli. c) Della materia usata nei lavori, delle sue varie specie, qualità e prezzi. d) Della rappresentazione figurata dei vari lavori nell’insieme, nelle parti e nelle sezioni; delle misure, degli ingrandimenti e riduzioni, delle varie maniere di commettere le parti ecc., richiamando le cognizioni apprese nel corso di coltura generale, ampliandole al bisogno e riducendole alla pratica. e) Delle varie forme e stili antichi e moderni nei quali si è manifestata quell’arte. f) Delle macchine, che possono essere di aiuto all’uomo nell’esercizio della sua arte e del loro uso. g) Del modo di fare il preventivo e stabilire il prezzo dei lavori. h) Delle piazze, dove si acquistano i materiali e si smerciano i lavori e dei modi da usare coi fornitori e coi clienti. i) Dei punti principali della legislazione e delle buon consuetudini commerciali. 285 ASC B513, Consiglio Generale Cons. Professionale Bertello ms. allog. con corr aut. 2 f. (1904). Il titolo è tratto dalle prime righe dello scritto. 286 Regolamento per le case (capo VII, 1), p. 35. 140 3. Il maestro d’arte (che presta l’opera sua gratuitamente, oppure è pagato con onorario fisso e non percepisce alcun lucro sui lavori de’ suoi allievi), ora dà l’insegnamento a tutti gli allievi insieme riuniti, ora a ciascun corso o sezione, ed ora a ciascun allievo in particolare. All’istruzione poi tien dietro la continua sorveglianza nell’esecuzione dei lavori assegnati, la correzione dei medesimi, e la ripetizione degli insegnamenti e delle prove, come suol farsi in tutte le scuole. Il maestro deve seguire passo passo i progressi de’ suoi allievi, concretarli in un voto settimanale, voto che avrà il suo controllo nell’esame, che ogni allievo deve subire davanti ad un’apposita Commissione al fine di ogni semestre. 4. Poste le quali cose, ognun vede che il tempo che i nostri allievi passano nei locali dei laboratori (cioè le circa otto ore segnate nell’orario) non è di lavoro, ma tempo convenientemente distribuito tra l’insegnamento teorico e l’esercizio pratico dell’arte, e che perciò questo tempo non è un motivo, per cui si neghi alle nostre il titolo e la qualità di Scuole professionali, poiché non pare che debba essere il luogo quello che dà la qualità; ma l’esercizio e l’opera che in esso si compie. Se poi ci si domanda perché si diano in laboratorio e si alternino in esso l’insegnamento teorico e l’esercizio pratico, diremo chiaramente che a noi pare questo il modo più adatto e più efficace per formare degli operai abili e laboriosi e riteniamo che il dividere in modo assoluto due insegnamenti, sia quanto al tempo, sia quanto al luogo, mentre darà forse all’operaio un’idea esagerata del suo sapere, non gli darà né l’amore all’officina, né l’abitudine e la costanza necessaria per rimanervi tutta la giornata. 5. Che poi nei nostri istituti si miri sul serio all’istruzione degli allievi e non al lucro potrebbe agevolmente certificarsene chi volesse osservare che le nostre Scuole professionali, nonostante il sacrifizio personale di quelli che vi sono addetti, nonostante la piccola quota, che pagano taluni dei parenti degli allievi, sono ogni anno finnanziarmente passive e ci tocca ricorrere alla carità delle persone benefiche per colmarne il deficit. 6. Né si tolga motivo ad affermare il contrario dal fatto che noi diamo ai nostri allievi una mancia proporzionata al loro grado di abilità ed alla loro applicazione; perché, se si osserva il modo che da noi si tiene nel computare questa mancia, si vedrà che essa non corrisponde ad un lavoro fatto e ad un guadagno procurato alla casa: ma alla diligenza e al buon contegno tenuto nell’officina. Essa è perciò un mezzo di incoraggiare gli allievi e procurar loro un vantaggio materiale per il tempo che dovranno uscire; ma, quanto alla casa, viene a convertirsi in una vera passività da colmarsi anch’essa nel modo sopra detto. Il che apparirà più evidente se si considera che, posta l’applicazione nel compiere il proprio dovere, la mancia rimane la stessa, sia che abbondi il lavoro sia che scarseggi, sia che si dia la prevalenza all’insegnamento teorico, sia che si lasci il suo posto l’esercizio pratico. [Giuseppe Bertello] 141 7. Orientamenti pedagogico-didattici per i maestri d’arte Alcuni avvertimenti di pedagogia per uso dei maestri d’arte della Pia Società Salesiana (1907)287 L’ufficio del maestro d’arte Il maestro d’arte si faccia un giusto concetto della nobiltà ed importanza del suo officio. Come maestro e superiore egli ha naturalmente una grande autorità sopra i giovani a lui affidati. Essi lo riguardano quale possessore e depositario dell’arte, che essi vogliono imparare e che dovrà essere il sostegno e l’onore della loro vita. Attingere a quella sorgente, appropriarsi quei tesori, ecco il pensiero dei buoni allievi, che si reputano tanto più fortunati quanto più si elevano per quella scala, che li rende simili e tende a farli uguali al loro maestro. Egli poi ha nelle sue mani l’avvenire di quei giovanetti e la sorte delle loro famiglie. Dipende da lui e dal modo come egli saprà e vorrà compiere 1’ufficio suo il farne dei buoni operai e degli uomini dabbene. L’arte la devono ricevere da lui. Potranno è vero, progredire in seguito, e per proprio studio, e per l’insegnamento di altri; ma il primo indirizzo, l’amore all’arte, l’abitudine al lavoro li ricevono durante il tirocinio e non senza grandi sforzi e considerevole perdita di tempo si rimedia ai difetti di quello. A questo bisogna che pensi seriamente il maestro d’arte per avere l’idea della sua alta missione e della grave responsabilità che gl’incombe. Né solo a questo. È vero che egli non ha il compito diretto d’insegnare agli allievi la religione e la moralità; ma pure dipenderà in gran parte da lui il fare che essi crescano religiosi ed onesti. Infatti dipende da lui la disciplina del laboratorio e perciò sta nelle sue mani l’impedire ogni atto ed ogni discorso sconveniente e l’esigere che si compiano da tutti colla debita serietà gli atti di religione prescritti dal Regolamento e si adempiano i doveri di giustizia, di carità e di buona creanza verso tutti. Ed egli, come superiore che gode tutta la stima degli allievi, forma il modello principale, in cui essi s’inspirano e passando in mezzo a loro la più gran parte della giornata, durante i lunghi anni del tirocinio, che sogliono essere quelli, nei quali si formano il carattere ed i costumi dei giovani, è evidente che il suo contegno ed il suo fare hanno una grande efficacia e sono il fattore principale della loro educazione. Egli adunque può fare non solo degli operai abili; ma anche degli uomini onesti e dei buoni cristiani. Quanto studio deve adunque mettere un maestro d’arte per tenere alla presenza de’ suoi allievi un contegno esemplare per onestà e buona creanza! 287 Alcuni avvertimenti di pedagogia per uso di maestri d’arte della Pia Società Salesiana, Torino, Tipografia Salesiana, 1907; Testo pubblicato anche in SCUOLE PROFESSIONALI E AGRICOLE SALESIANE, Arti metallurgiche. Fabbri ferrai - meccanici fonditori - elettricisti. Programmi, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1921, 99-104. 142 Quello che deve sapere e insegnare il maestro d’arte 1. Il maestro deve conoscere bene l’arte sua e quanto ad essa si riferisce. Se no, come potrebbe insegnarla? 2. Egli deve conoscerla in ogni sua parte, affinché l’istruzione riesca completa. 3. Deve saper analizzarla nei suoi elementi, giudicare quali elementi siano più facili, e quali più difficili, quali si debbano conoscere prima come preparazione alla notizia degli altri, affinché il suo insegnamento riesca ordinato e progressivo. 4. E siccome in tutte le arti si verifica una trasformazione ed un progresso continuo, dovere del maestro è tenersi informato di queste novità e trarne partito a benefizio de’ suoi allievi. 5. Bisogna quindi che il maestro abbia sempre dinanzi agli occhi due cose, da una parte il punto d’istruzione e di abilità, a cui è giunto il suo allievo, e dall’altra le cognizioni, che alle cose già imparate si connettono immediatamente e ne sono la continuazione naturale, a fine di evitare i salti e le interruzioni, che porterebbero lacune e confusione nella mente. 6. Due sono le parti che deve compiere il maestro di arte, cioè dire come le cose vogliono essere fatte, e dimostrarlo coll’opera. Non basta che il maestro, come bravo artista, sappia fare ed eseguire i lavori e le operazioni nelle quali esercita i suoi allievi; ma deve possedere in qualche grado l’arte della parola e sapere chiamare le cose col loro nome, formulare e chiarire le regole dell’arte ed esprimere convenientemente i suoi giudizi sulle opere altrui. 7. Deve poi il maestro essere ben persuaso, che, per quanto grande possa essere la sua conoscenza dell’arte, le sue lezioni non riusciranno chiare ed efficaci senza la preparazione prossima. Bisogna, volta per volta, sapere quali cose siano più opportune ad insegnarsi ed in qual modo convenga presentarle all’allievo, affinché egli le comprenda distintamente e prontamente le faccia sue. 8. Non sempre ì giovani intenderanno alla prima quello, che loro s’insegna, o lo potranno facilmente dimenticare. Deve quindi il maestro fare le ripetizioni a tempo opportuno, in guisa da aiutare la memoria degli allievi, senza annoiarli. Deve fare le domande, proporre gli esercizi, che meglio rispondono allo stato d’istruzione, che gli allievi già possiedono. 9. Perciò non trascuri mai il maestro di preparare in antecedenza la sua lezione e di presentarsi coll’idea ben definita e precisa di ciò che vuole insegnare. Questo farà che egli si mostri più franco e sereno e l’istruzione gli esca di bocca chiara ed ordinata e nella giusta misura, senza incertezze e senza divagazioni. Metodo nell’insegnare 1. Quando i giovani entrano nuovi nel laboratorio per incominciare il tirocinio, il maestro si persuada di avere dinanzi delle buone volontà e forse anche della stoffa atta a formare dei bravi operai; ma che essi sono affatto al buio di tutto ciò, che si appartiene all’arte da imparare. Però, incominciando il suo insegnamento, 143 non supponga che questa o quella cosa sia già nota, non ometta di insegnare nulla, non lasci nulla di sottinteso; ma, partendo dalle cose più facili ed elementari, dica tutto e si assicuri che i suoi allievi abbiano tutto compreso e ritenuto. Alle volte un’omissione costituisce un vuoto, che l’allievo non può valicare, la mancanza di un anello nella catena, per cui le parti non si possono riunire. 2. Le maggiori difficoltà l’allievo le incontra sul principio, quando non ha ancora nessuna famigliarità colle cose dell’arte. Perciò il maestro vada adagio, limiti le sue istruzioni, ripeta e faccia ripetere e non proceda innanzi se non é ben sicuro di essere stato compreso. Posti bene i principi e introdotto l’allievo nella conoscenza del suo piccolo mondo, si potrà camminare più speditamente. 3. L’insegnamento sia il più possibile oggettivo. Vale a dire, il maestro non si diffonda soverchiamente in discorsi ed in astrazioni; ma presenti agli occhi degli allievi l’oggetto e poi ne dica il nome, le proprietà, i pregi e i difetti; dica la regola secondo la quale deve eseguirsi un lavoro e nello stesso tempo lo faccia, o metta sotto gli occhi dell’allievo un esemplare dell’oggetto già fatto od almeno disegnato. 4. Quindi la necessità di un piccolo museo, ossia di una raccolta di materiali, di modelli in figura, di oggetti e parti di oggetti da presentare agli allievi a fine di agevolarne la conoscenza. 5. Non si dia all’allievo un lavoro, dicendogli: Fa; quando egli non ha alcuna notizia del modo, come deve fare. Questo gli farebbe perdere molto tempo e lo porterebbe a commettere molti sbagli, prima di aver trovato la buona via. Ma, prima di metterlo a fare, gli si insegni il modo di far bene e si richieda che faccia conforme alle norme date. Solo quando egli sia bene innanzi nell’arte si potrà qualche volta abbandonarlo a sé, per istimolare la sua iniziativa e porgergli occasione di manifestare le qualità del suo ingegno. 6. Nell’esaminare e correggere i lavori degli allievi, richiami sempre le norme date e faccia risaltare come, a seguirle fedelmente, il lavoro riesce bene, e i suoi difetti nascono dall’averle trasgredite. 7. Per formare il gusto artistico negli allievi gioverà avere una raccolta di buoni modelli che gli allievi osservino da sé e il maestro, esaminandoli a parte e mettendone in rilievo i pregi, spieghi le intime ragioni della loro bellezza. 8. Scopo del maestro deve essere di portare i suoi allievi a fare, a fare bene ed a far presto i lavori della propria arte. A questo non si giunge se, oltre l’insegnamento ben fatto, non vi sarà attenzione, impegno e perseveranza da parte loro. Procuri adunque di tener desta l’attenzione con opportune domande, che mettano l’allievo nella necessità di riflettere e capire per non sfigurare; ecciti la diligenza colla prospettiva dei vantaggi e coll’emulazione. 9. A dare poi la perseveranza usi una certa severità nel giudicare le opere degli allievi, severità che, senza gettare nello scoraggiamento, dimostri quanto resti a fare per raggiungere quel grado di perfezione, che altri hanno raggiunto e che è necessaria a sostenere la concorrenza nelle difficili lotte della vita. 144 10. Un pericolo grave per i tirocinanti è che, attratti dalle lusinghe di un pronto guadagno e dal desiderio di una vita più libera, abbandonino la scuola prima che sia finito il corso d’istruzione. Il maestro combatta questa tendenza col rappresentare ai suoi allievi quanto manchi ad essi per essere operai perfetti; faccia conoscere il pericolo a cui si espongono di non poter mai più compiere la loro educazione professionale e quindi di rimanere per tutta la vita in una condizione inferiore a quella dei loro compagni, condizione che, colle umiliazioni e coi danni continui ed irreparabili, farà loro scontare a caro prezzo i vantaggi effimeri del momento. Disciplina 1. Per compiere autorevolmente ed efficacemente il suo uffizio il maestro d’arte deve godere la stima e il rispetto de’ suoi allievi ed averli docili ed ubbidienti. 2. A questo fine: a) Egli, ben preparato all’insegnamento, senza alterigia e senza sussiego, dimostri nel contegno e nel parlare la franchezza e la disinvoltura di chi conosce il fatto suo e sente la sua dignità di superiore. b) Il suo insegnamento sia chiaro, le sue risposte precise, i suoi comandi risoluti, come di chi non sospetta neppure che possano essere contrastati o trasgrediti. c) Non alzi troppo la voce; non si metta mai a contendere cogli allievi. Ai rispettosi risponda con bontà, li corregga con dolcezza; agli insolenti uno sguardo, un cenno, un silenzio significativo facciano intendere che bisogna mutar tono. d) Si dimostri con tutti benevolo senza sdolcinature, giusto senza durezza e senza puntigli. e) Non s’inquieti per la leggerezza degli allievi, non si stanchi di ripetere spesso gli stessi avvertimenti. Ricordi sempre che non ha da fare con degli uomini adulti, e posati; ma con dei ragazzi, a cui è naturale la leggerezza, la divagazione, la voglia di scherzare e divertirsi; con dei ragazzi che non riescono senza un grande sforzo a tener ferma la persona in un luogo e raccogliere sopra un oggetto i sensi ed i pensieri. Bisogna sapere a tempo incoraggiarli nei loro sforzi e compatirli nelle loro debolezze. f) Si studi di conoscere l’indole de’ suoi allievi, per usare con loro i modi più convenienti. Certi temperamenti fiacchi, propensi all’inerzia, quasi insensibili alla voce del dovere e allo stimolo dell’emulazione, hanno bisogno di un trattamento più energico che scuotendo la loro indolenza, li spinga ed abitui a poco a poco al lavoro. Altri per contro, vivaci e impetuosi, ma facili allo scoraggiamento, debbono essere guidati con mano dolce, corretti amorevolmente e incoraggiati nelle frequenti disdette. Con questi principalmente il maestro badi a cogliere il momento opportuno per fare le correzioni. Esse non avrebbero effetto quando un giovane è fortemente turbato dalla passione. Conviene aspettare che cessi la burrasca e torni il sereno nella mente e nel cuore. 145 3. Ricordi il maestro che il sistema preventivo tanto raccomandato da don Bosco consiste innanzi tutto nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile dei superiori, che come padri amorosi parlino, servano di guida in ogni caso, diano consigli ed amorevolmente correggano. Se manca questa paterna e costante sorveglianza, che importa la presenza continua e la coscienziosa e prudente vigilanza del maestro nel laboratorio, avverranno dei disordini, pei quali si farà necessaria la repressione; ma la colpa non sarà tutta degli allievi. 4. E siccome un sistema disciplinare, perché sia veramente educativo, deve addestrare il giovane a sapersi governare da sé, ed a compiere spontaneamente i suoi doveri, la ragione e la religione sono i mezzi che l’educatore deve far giocare continuamente, secondo l’opportunità. 5. La ragione. Essendo il giovane creatura ragionevole, a mano a mano che si viene sviluppando la sua intelligenza, conviene spiegargli e fargli capire perché si comanda una cosa e se ne vieta un’altra, la convenienza che c’è di regolarsi in un modo e i danni che deriverebbero dal fare altrimenti. Tra le ragioni di operare in un modo piuttosto che in un altro una è l’autorità dei legittimi superiori. Perciò il maestro faccia, quando è tempo, appello a quella ed alle prescrizioni del Regolamento e dia l’esempio del rispetto, che loro è dovuto, col parlarne sempre favorevolmente e coll’attenervisi egli scrupolosamente in tutto ciò che lo riguarda. 6. La Religione. Dio è sovrano padrone di tutte le cose, legislatore supremo delle coscienze, giudice e rimuneratore delle azioni umane. Niente perciò di più efficace a condurre l’animo del fanciullo ad amare e cercare il bene, nonostante gli sforzi ed i sacrifizi che esso esige, a fuggire il male, nonostante i suoi allettamenti, che le verità della Religione e gli aiuti che essa offre alla nostra debole volontà. Sappia adunque il maestro valersi di questi mezzi con prudenza e senza affettazione e vedrà i suoi allievi crescere docili, rispettosi, attenti e fare i migliori progressi nell’arte, colla dolce fiducia che saranno un giorno uomini onesti ed abili operai. 8. Alcune avvertenze per norma delle giurie della III esposizione delle scuole professionali e colonie agricole salesiane288 Coltura generale Il programma del consigliere professionale, partendo dal principio che i giovani a 12 anni abbiano compiuto il corso elementare inferiore, comprende cinque corsi, dei quali i primi due corrispondono, con qualche modificazione, alla quarta ed alla quinta elementare, egli altri tre costituiscono un corso di perfezionamento. 288 ASC E481, Scuole professionali, 4 (ed. a stampa). 146 Ad ogni corso sono assegnate le materie d’insegnamento e prescritte le ore di scuola. La giuria dovrà innanzi tutto osservare: a) se si facciano i cinque corsi; b) se nei singoli corsi si svolga il programma corrispondente; e) se si osservi l’orario prescritto; c) Prendendo poi ad esame i compiti degli alunni, dirà se corrispondano al grado di coltura richiesto dal corso che essi hanno frequentato. Il giudizio di lode o di biasimo potrà riguardare: 1. La casa, tenuto conto del modo come sono organizzate e come funzionano le scuole. 2. I singoli corsi e le singole materie ad essi assegnate, secondo che si svolgano più o meno compiutamente i programmi. 3. Il profitto degli alunni. Insegnamento teorico-pratico delle arti Le scuole debbono essere divise in corsi di tirocinio e seguire il programma. Il programma ha due parti: 1° la conoscenza e l’esecuzione dei lavori propri dell’arte; 2° la notizia delle materie attinenti all’arte medesima. Per ciascuna parte è prescritto un orario. Compito della giuria sarà: 1. Osservare se le scuole siano divise in corsi e se si facciano tutti i corsi prescritti. 2. Se si osservi l’orario. 3. Se, ed in quale proporzione siano rappresentati alla mostra i singoli corsi. 4. Se i lavori presentati corrispondano alle indicazioni del programma. 5. A poterne giudicare rettamente, ogni lavoro deve portare indicato, oltre il nome dell’allievo, che lo ha eseguito, il corso ed il semestre al quale esso appartiene, ed il numero delle ore spese nell’eseguirlo. La lode andrà: 1. Alla casa che avrà meglio organizzate le scuole, secondo i vari corsi di tirocinio. 2 . Al laboratorio-scuola, in cui appariranno più distinti i corsi e saranno più largamente rappresentati. 3. Agli allievi, che, nei singoli corsi, avranno dato prova di maggior diligenza e profitto. 4. Quanto ai lavori che figurano come opera della collettività e mirano a rappresentare la potenzialità del laboratorio, la giuria esprimerà il suo giudizio rispetto al loro valore artistico; ma, considerandoli come fuori concorso, non assegnerà loro una ricompensa, se non sono usciti da un laboratorio, in cui appariscano organizzati e distinti i corsi di tirocinio. 147 5. Una lode particolare meriteranno quelle case e quei laboratori, che si mostreranno meglio forniti di materiale scolastico e degli altri sussidi, che possono agevolare il profitto degli alunni. 6. Quando i maestri presentino dei manuali stampati o manoscritti, o dei saggi delle lezioni date, oppure questi saggi siano presentati, sotto forma di riassunti, dagli allievi, la giuria voglia esaminarli ed esprimere il suo giudizio riguardo al loro valore didattico. Mostra Agraria La mostra agraria va considerata sotto il triplice aspetto: – della coltivazione e dei prodotti – della scuola – della propaganda: 1. Gli oggetti esposti sono campioni di coltivazione, che possono avere un valore per sé, tenuto conto delle loro buone qualità; ma debbono essere corredati delle indicazioni esprimenti i metodi di coltura e di lavorazione, le formule di concimazione, la proporzione ed i risultati degli esperimenti fatti, e di qui traggono il loro pregio e la loro importanza principale. 2. Un valore speciale hanno le cronache contenenti l’esposizione degli esperimenti fatti e dei risultati ottenuti in una serie più o meno lunga di anni. 3. Si tenga anche conto degli attrezzi e di tutto il materiale di coltivazione. Scuole di agraria Le scuole siano giudicate: 1. Dal loro programma. 2. Dal numero degli alunni che le hanno frequentate fino al compimento dei corsi.3. Dai saggi scolastici presentati dagli alunni. 4. Dalla copia e dalla bontà del materiale scolastico. Pubblicazioni di istruzione e di propaganda Queste pubblicazioni meritano lode in proporzione dell’efficacia, che possono avere esercitata sulla massa dei coltivatori. Essa potrà giudicarsi: 1. Dalla bontà ed opportunità della materia che contengono e dalla forma loro più o meno adatta allo scopo. 2. Dal tempo che dura la propaganda, e dalle varietà delle pubblicazioni e dal numero delle copie, che se ne sono diffuse in mezzo al popolo. 3. Da altri dati storici e statistici, che si possano presentare, circa l’influenza esercitata nella regione sull’indirizzo delle coltivazioni e delle industrie agrarie. 148 9. Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali289 (1910) Idea generale sull’ordinamento delle scuole professionali salesiane Coi tempi e con don Bosco. – In queste parole è racchiuso gran parte di ciò che forma la caratteristica dello spirito salesiano. Non v’ha quindi dubbio che se noi Salesiani vogliamo lavorare proficuamente a vantaggio dei figli del popolo, dobbiamo anche noi muoverci e camminare col secolo, appropriandoci quello che in esso v’ha di buono, anzi precedendolo, se ci è possibile, sulla strada dei veraci progressi, per potere, autorevolmente ed efficacemente, compiere la nostra missione. Tali furono le massime e tali gli esempi di don Bosco, il quale dopo di aver gettato nel 1841 le basi dell’Opera sua – cui dava stabile sede nel 1846 nei prati di Valdocco, ove fe’ sorgere dal nulla uno dei più grandiosi istituti di carità dell’Italia e del mondo – fin dal 1853, a meglio provvedere alla formazione dei giovani operai, cominciò ad aprire alcune scuole professionali nell’interno del suo Ospizio. Egli aveva intuito l’indirizzo minaccioso e le proporzioni che avrebbe assunto la questione operaia; e dalla carità e dalla fede, e che sol in290 ogni tempo diedero pace e conforto all’umanità agitata e sofferente, attinse l’ispirazione e i mezzi di apportarvi rimedio. Tale fu lo scopo di don Bosco nell’istituire le sue Scuole professionali, che debbono essere palestre di coscienza e di carattere, e scuole fornite di quanto le moderne invenzioni hanno di meglio negli utensili e nei meccanismi, perché ai giovani alunni nulla manchi di quella coltura, di cui vantasi giustamente la moderna industria. Fedeli allo spirito del loro Istitutore, i Salesiani furono forse i primi in Italia ad organizzare con appositi programmi e con insegnamento metodico le loro Scuole professionali, e ciò quando ancor nessuno si occupava di questo ramo dell’educazione popolare, e nemmeno il governo aveva dato norme in proposito. Le nostre scuole infatti seguono due programmi ben distinti: – l’uno di coltura generale, l’altro teorico-pratico delle arti. I Programmi. – Il Programma di coltura generale, partendo dal principio che i giovani a 12 anni abbiano compiuto il corso elementare inferiore, comprende cinque corsi, dei quali i primi due corrispondono, con qualche, modificazione alla classe quarta e quinta elementare, e gli altri tre costituiscono un corso di perfezionamento. In questi ultimi il programma prescrive lezioni di Francese, Fisica, Meccanica, Elettrotecnica, Computisteria, Sociologia e Disegno applicato alle varie professioni; in tutti poi è anche prescritta un’ora settimanale di Igiene, di Galateo e di Religione. 289 ASC E481 Bertello, 1903, 89 (ed. a stampa); PIA SOCIETÀ SALESIANA DI D. BOSCO, Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali, Torino, Scuola Tipografica Salesiana, 1910. 290 In originale: solin. 149 II Programma teorico-pratico delle arti consta di tanti programmi quante sono le professioni insegnate; e poiché si è comprovato esser necessario un quinquennio di tirocinio per l’apprendimento di qualunque mestiere, ogni programma è suddiviso in 10 periodi, corrispondenti ai 10 semestri di studio e di applicazione, nei quali è progressivamente indicato il corredo di cognizioni che l’allievo deve apprendere e la serie dei lavori cui egli deve applicarsi per riuscire a poco a poco operaio perfetto. In conformità di questo programma, viene da ogni maestro d’arte impartito l’insegnamento ad ore stabilite, ora a tutti gli alunni insieme riuniti, ora a ciascuno corso o sezione; poiché l’ammettere l’alunno all’apprendimento il dì stesso che entra in laboratorio e l’alternargli l’insegnamento col lavoro, costituisce quel metodo eminentemente teorico-pratico, che è il più atto ad abituare i giovani all’officina; – e scopo precipuo delle Scuole professionali dev’essere questo di formare operai intelligenti, abili e laboriosi. A meglio raggiungere questo scopo, ogni maestro d’arte – il quale presta gratuitamente l’opera sua o è pagato con onorario fisso, ma non attende alcun utile dai lavori degli allievi – all’insegnamento unisce la continua sorveglianza nell’esecuzione dei lavori assegnati, la correzione dei medesimi e la ripetizione degli insegnamenti e delle prove, precisamente come suol farsi in qualunque scuola (1). Poiché – giova rilevarlo – nelle Scuole professionali di don Bosco, il maestro d’arte non cura semplicemente l’esecuzione dei lavori, ma – a tenore del Programma – ha pur l’incarico “dell’insegnamento orale e scritto delle norme pratiche, secondo le quali ogni lavoro deve essere eseguito – della conoscenza degli strumenti e del modo più conveniente di usarli, prepararli e conservarli – della materia usata nei lavori, delle sue varie specie, qualità e prezzi – della rappresentazione figurata dei lavori nell’insieme, nelle parti e nelle lezioni, nonché nelle misure, degli ingrandimenti e riduzioni, delle varie maniere di connettere le parti ecc., richiamando le cognizioni apprese nel corso di cultura generale, ampliandole al bisogno e riducendole alla pratica – delle varie forme e stili antichi e moderni nei quali si è manifestata quell’arte – delle macchine, che possono essere di aiuto all’uomo nell’esercizio della sua arte e del loro uso – del modo di fare il preventivo e stabilire il prezzo dei lavori – delle piazze, dove si acquistano i materiali e si smerciano i lavori e dei modi da usare coi fornitori e clienti – e finalmente dei punti principali della legislazione e delle buone consuetudini commerciali”. In breve, il maestro svolge passo passo il progresso degli allievi, e lo concreta in un voto settimanale di applicazione, che ha controllo nell’esame che l’allievo dà al fine d’ogni semestre innanzi ad apposita Commissione, della quale fan parte anche maestri esterni e Industriali tra i più competenti in materia291. Gli Esami hanno per oggetto: 1. l’esecuzione di un lavoro fra quelli compresi nel semestre o periodo del Programma che l’allievo ha percorso, tenendo conto del tempo impiegato e della perfezione con cui fu eseguito; 291 Cfr. circolare del 29 gennaio 1899. 150 2. l’esposizione fatta a voce viva delle norme, secondo le quali doveva eseguirsi il lavoro, delle qualità dei materiali usati e di quelle altre nozioni teoriche, che l’allievo deve aver appreso durante quel periodo. Ad ogni esame, se è promosso, l’allievo consegue un punto di abilità, cosicché finito il quinquennio, se egli ha dieci punti [cioè se fu sempre promosso) egli ha compiuto il suo tirocinio, e vien dichiarato operaio, e ne riceve un relativo diploma. Premi e incoraggiamenti. Alla intrinseca bontà del metodo, don Bosco volle associati pur quei mezzi materiali e morali che son efficace stimolo ad un giovane nell’esatto adempimento di tutti i suoi doveri; ad esempio: le premiazioni annuali ai più meritevoli, l’ammissione alle scuole gratuite di declamazione e di musica vocale ed istrumentale, e le mancie settimanali. La mancia settimanale è una regalia, che si fa settimanalmente agli allievi, proporzionata al loro grado di abilità ed alla loro applicazione; poiché nel computarla non si bada ad un lavoro fatto o al reale guadagno procurato alla scuola; ma alla diligenza ed al buon contegno nella medesima; per cui, posta l’applicazione nel compiere il proprio dovere, la mancia rimane la stessa, sia che abbondi il lavoro sia che scarseggi, sia che si dia la prevalenza all’insegnamento teorico, sia che si lasci il suo posto all’insegnamento pratico. Tuttavia, a stimolo maggiore, essa è computata in base a quel qualsiasi guadagno, che si calcola dovrebbe l’alunno realizzare. Il guadagno infatti di un operaio è determinato: a) dal valore dei lavori eseguiti; b) dall’abilità e destrezza nell’eseguirli; c) dall’applicazione e diligenza usata. Quanto al valore dei lavori eseguiti, essendo quasi impossibile calcolare il prezzo d’ogni singolo lavoro (dato il numero grande degli alunni), si sta al prezzo della giornata normale delle varie professioni. Quanto all’abilità, essendo gli alunni “operai in formazione” la loro giornata sta alla giornata normale, come la loro abilità sta a quella dell’operaio formato. Ora supponendo che l’operaio il quale possa guadagnarsi la giornata normale abbia dieci di abilità, ed essendo stabilito che il tirocinio d’ogni mestiere duri cinque anni divisi in dieci semestri, un giovane artigiano di ordinario ingegno e di ordinaria applicazione, alla fine del primo semestre di tirocinio venendo ad acquistare un punto di abilità varrà “un decimo di operaio”, e alla fine del secondo semestre successivo, avendo acquistato un nuovo punto di abilità, varrà “ due decimi di operaio “ e così di seguito sino alla fine dell’ultimo semestre, in cui avrà dieci di abilità e gli verrà conferito il diploma di operaio. Quanto all’applicazione od alla diligenza, se l’alunno si trova in tempo al lavoro, e vi attende con impegno, avrà dieci di applicazione; in caso diverso avrà nove, otto, sette, ecc. secondocché si discosterà dalla norma suddetta. Dal voto d’applicazione, combinato col voto d’abilità, si ha il valore della giornata degli 151 alunni che non è uguale per tutti, perché vario secondo le tariffe delle diverse professioni, ma sul quale si dà a tutti una percentuale che è quella del 10%. Il quantitativo di questa rimunerazione è diviso tra massa e deposito. La parte che costituisce la massa, essendo diretta a formare un gruzzolo di denaro di cui l’alunno possa giovarsi nell’atto di lasciare le scuole, non può essere ne toccata durante il tirocinio, ne esatta prima del suo termine. L’alunno può valersi invece dell’altra parte, che chiamasi deposito, per spese riconosciute necessarie; come dal deposito vengono prelevati pochi soldi per settimana che egli spende a suo piacere. La mancia settimanale è dunque veramente un premio per incoraggiare gli allievi allo studio, al lavoro ed alla buona condotta. Esposizioni. – Un altro mezzo assai potente per destare negli alunni l’emulazione sono le esposizioni. “In ogni casa professionale – così si stabiliva nell’ultima Assemblea Generale della Pia Società Salesiana, presieduta da Don Bosco – si faccia annualmente una Esposizione dei lavori compiuti dai nostri alunni, ed ogni tre anni si faccia un’esposizione generale, a cui prendano parte tutte le nostre case di artigiani”. Il voto non tardò a mettersi in pratica nelle singole case, e, superata ogni difficoltà, fu anche realizzato collettivamente. La 1ª Esposizione generale si tenne dal 1° al 26 settembre 1901 nel Seminario delle Missioni Estere a Torino-Valsalice. La 2ª Esposizione generale, assai più solenne della prima, si svolse dal 21 ago sto al 16 ottobre 1904 nell’Oratorio di Valdocco, e fu onorata dalle visite di eminenti ed auguste persone, fra cui è vanto il ricordare Sua Maestà la Regina Margherita di Savoia, S. A. L. e R. la Principessa Maria Laetitia, Duchessa d’Aosta, e S. A. R. il Principe Emanuele Filiberto, Duca di Aosta, che si degnò di presiedere la festa di chiusura. S. S. Papa Pio X, S. M. il Re, il Municipio e la Camera di Commercio di Torino inviarono medaglie per i premiandi. La 3ª Esposizione generale, inaugurata il 3 luglio 1910 con intervento dei rappresentanti di tutte le Autorità Cittadine e visitata fin dai primi giorni dalle LL. EE. l’on. Paolo Bosetti, 1° Segretario di S. M. il Re pel Grand’Ordine Mauriziano, il sen. Teofilo Rossi Sindaco di Torino, e dal comm. Lacopo Vittorelli, Prefetto di Torino, venne disposta nei tre piani del nuovo fabbricato delle Scuole Ginnasiali dell’Oratorio Salesiano di via Cottolengo, e in due gallerie provvisorie. L’ingresso è abbellito da un piccolo giardino (ove sorge una baracca eseguita dagli allievi falegnami dell’Istituto Salesiano di Catania, nella quale son raccolti alcuni saggi inviati dalle Scuole professionali di quell’Istituto); e nell’atrio, insieme con quello di S. M. il Re, spicca il ritratto del compianto don Rua, sotto cui il dì dell’inaugurazione venne deposta una corona con queste parole: Mille figli del popolo di cento terre e di cento lingue diverse – vagheggiato avevano di dirgli commossi un grazie – qui il 292 Cfr. BOSCO G., Memorie dell’Oratorio, 141. Sulla “priorità lasalliana” nella fondazione delle scuole serali: VERRI C., I Fratelli delle Scuole Cristiane e la storia della scuola in Piemonte (1829- 1859). Contributo alla storia della pedagogia nel Risorgimento, Erba (Como), Casa Editrice “Sussidi” [s.a.], 120-121; SCAGLIONE S., Don Bosco e Fratelli delle Scuole Cristiane, in “Rivista Lasalliana”, 55(1988)18-23. 152 giorno della sua messa d’oro nell’idioma d’Italia – oggi più commossi ancora dicono a tutti – quale serbino a Lui viva riconoscenza. In quest’esposizione figurano circa una cinquantina d’Istituti, appartenenti all’Italia, all’ Europa, all’Africa, all’Asia ed alle Americhe. Le Scuole professionali poi sommano a più centinaia, disposte in mirabile ordine. Per la premiazione hanno inviate medaglie d’oro, d’argento e di bronzo S. S. Pio X, il Ministro di agricoltura, industria e commercio, il Municipio di Torino, la Camera di Commercio ed il Comizio agrario della Provincia di Torino. Lo Scopo delle nostre esposizioni è pure quello di trarne lumi ed impulso, dal confronto e dal molteplice e vario contributo di studi e di esperienze, dalla censura e dai consigli di persone sagge e competenti. Non si vuole far pompa di operosità e di spirito d’intraprendenza, ma si brama sapere se le nostre scuole, se l’ordinamento dei laboratori, se la coltura dei campi non lascino delle lacune a riempire. Vogliamo confrontare l’una casa coll’altra, l’una coll’altra nazione per pigliare dovunque quello che è buono e fare così quasi una scuola internazionale di mutuo e fraterno insegnamento. Vogliamo anche uscir al di fuori coi nostri pensieri e colle nostre indagini, vedere e confrontare quello che fanno altri istituti. In ogni parte – sull’esempio di don Bosco che nel 1845 ne porse il primo esempio all’Italia –292 si aprono, e non sempre con spirito cristiano scuole festive e serali per operai e per contadini, e qua e là vanno già sorgendo le così dette Università popolari. Sentiamo quindi il bisogno di fare studi e confronti, nel fermo proposito di sempre meglio effettuare i disegni di don Bosco e dei suoi Successori, che sono di far sì che le arti, le scienze, le industrie e la beneficenza cooperino efficacemente al conseguimento del benessere, sociale, a gloria della Religione ed a conforto della Patria. ______________ (1) In aiuto al maestro, ove lo esiga il numero degli allievi e in proporzione del numero di questi, vi sono in ogni scuola uno o più operai provetti, i quali col loro contegno e colla loro operosità sono di buon esempio e di stimolo salutare ai giovani e nello stesso tempo prestano l’opera loro indispensabile per assumere ordinazioni e poter eseguire lavori che servano di modello agli apprendisti e diano ai maestri il mezzo di assegnare ordinatamente agli allievi l’esecuzione di quei punti determinati dal Programma per il loro corso. ______________ 153 II - DATI STATISTICI a) 1995-2013 1995 2002 2007 2013 Scuole prof. 312 367 457 723(1) Scuole agricole 44 46 46 43 Corsi qualificaz. adulti 84 107 89 30 Alunni 120.011 167.426 156.028 200.182 AREE GEOGRAFICHE 2002 2007 2013 AFriCA Scuole prof. 51 85 52 Alunni 8.284 15.921 12.374 AmeriCA Scuole prof. 108 135 257 Alunni 43.761 55.260 44.098 ASiA-AuStrAliA Scuole prof. 88 116 129 Alunni 16.590 21.584 37.678 euroPA Scuole prof. 69 68 158 Alunni 17.867 22.049 20.585 itAliA e meDio oriente Scuole prof. 51 53 57 Alunni 11.646 13.120 12.481 totAle Scuole prof. 267 457 653 Alunni 98.148 127.934 127.216 b) 2010 “Le opere di formazione professionale sono oggi molto varie, da Scuole tecnico- professionali, attorno a 180, che offrono ai giovani una formazione secondaria sistematica che permette di seguire uno sviluppo posteriore nell’Università, a Scuole di formazione professionale (457) che offrono ai giovani che sia avviano al lavoro una preparazione di qualità, con un programma regolare riconosciuto. Tra queste scuole meritano una speciale attenzione le 46 scuole agricole. Scuole professionali e agricole Fonte: Dati statistici, 2002, 66-69; Dati statistici, 2008, 66; Dati statistici, 2014 (CG27) (1) Dal 2013 le Scuole Professionali vengono chiamate CFP - Centri di Formazione Professionale Fonte: Dati statistici, 2002, 66-69; Dati statistici, 2008, 67-9; Dati statistici, 2014 (CG27) Numero di scuole professionali e di alunni nelle diverse aree geografiche 154 Nel campo della formazione professionale non formale, in questi anni si sono moltiplicati più di 300 piccoli centri di preparazione al lavoro, che offrono ai giovani lavoratori o a quelli che si avviano al lavoro corsi brevi e molto pratici per renderli capaci di una certa qualificazione lavorativa. Sovente questi centri di formazione professionale favoriscono e appoggiano iniziative concrete di aiuto per l’occupazione dei giovani lavoratori, cooperative di mutuo aiuto, centri di artigianato e altre iniziative per facilitare l’occupazione dei giovani più poveri [...]. Precisamente per l’importanza che ha la formazione professionale nella nostra missione educativa dei giovani più poveri e per le difficoltà che oggi deve affrontare una società in rapido sviluppo, è urgente appoggiarla promuovendo un maggiore coordinamento tra i diversi centri tanto nell’Ispettoria come a livello nazionale e regionale, favorendo uno scambio di esperienze, progetti, risorse e una intensa collaborazione tra i centri più sviluppati e gli altri più modesti, soprattutto nella formazione degli insegnanti, nella qualificazione dei programmi e metodologie... cercando insieme vie e iniziative per garantire il sostenimento e il rinnovamento continuo dei centri”293. 293 CHÁVEZ VILLANUEVA D. P., La pastorale giovanile e salesiana, in ACG, (2010)407, 33-37. 155 III - DOCUMENTI ICONOGRAFICI ALCUNE SCUOLE PROFESSIONALI SALESIANE IN DIVERSE PARTI DEL MONDO 156 ALCUNE SCUOLE PROFESSIONALI SALESIANE IN DIVERSE PARTI DEL MONDO 157 ALCUNE SCUOLE PROFESSIONALI SALESIANE IN DIVERSE PARTI DEL MONDO 158 IV - INDIRIZZI DI CARATTERE TECNICO-PROFESSIONALE DALLE ORIGINI FINO AD OGGI (Italia 1853-2013) (secondo gli annuari salesiani)* 1853 Torino-Valdocco Oratorio S. Francesco di Sales (1846) [Primi laboratori di calzolai, sarti e tipografi] Dal 1910 specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1930: falegnami, ebanisti, scultori, sarti, calzolai, meccanici, elettricisti, tipografi, legatori. Dal 1952: falegnami, ebanisti, scultori, sarti, calzolai, meccanici, elettromeccanici, tipografi, legatori. Dal 1957: falegnami, sarti, calzolai, meccanici, elettromeccanici, tipografi, legatori (solo negli anni 1964-1966 presenti anche modellisti). Dal 1967: meccanici, elettromeccanici, fotomeccanici, tipografi e legatori. Dal 1980: meccanici, elettromeccanici, compositori, fotografi, impressori, litografi e legatori. Dal 1988: viene aggiunta la qualifica di serramentisti. Dal 1989: CFP meccanici, serramentisti, elettromeccanici, compositori, fotografi, impressori, litografi, legatori. Dal 1991: CFP meccanici, serramentisti, elettromeccanici, grafici. Dal 1998: CFP automazione, serramentisti, elettromeccanici, grafici. Dal 1999 viene aggiunto il settore del multimediale e del terziario avanzato. 1872 Genova - Sampiedarena San Vincenzo de’ Paoli (1872) Dal 1879 laboratori (è presente la figura del catechista degli artigiani). Dal 1910 specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: specifica sarti, calzolai, falegnami, scultori, tipografi, legatori e meccanici. Dal 1938: sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori e meccanici. * L’appendice è stata curata da Giulia Norcia. 159 Dal 1961: meccanici, elettromeccanici, falegnami, tipografi e legatori. Dal 1966: meccanici, elettromeccanici, tipografi. Dal 1970 al 2004: non sono presenti Scuole Professionali. Dal 2008: No CFP, solo centro CNOS-FAP. 1877 Mathi Cartiera S. Francesco di Sales (1877) Cartiera fino al 1907 quando verrà chiamata Casa S. Francesco di Sales (all’interno della casa c’è la figura di “direttore della Cartiera”) La Spezia Scuola San Paolo (1877) Laboratori fino al 1899 (è presente la figura del catechista degli artigiani). 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1924 al 1926: sono assenti Scuole Professionali. Dal 1929: calzolai, sarti, tipografi, falegnami, meccanici. Dal 1945 (forse da prima): falegnami e meccanici. Dal 1947: falegnami, meccanici e sarti. Dal 1959: meccanici. Dal 1964: non sono più presenti le scuole professionali. 1879 San Benigno Canavese Casa S. Benigno (1879) Dal 1883: laboratori. Dal 1888: casa per ascritti artigiani. Dal 1898: specifica Scuole Professionali PER LE MISSIONI ESTERE. 1910: SCUOLE PROFESSIONALI - colonia agricola. Dal 1930: fabbri-meccanici, falegnami, ebanisti, tipografi, legatori. Dal 1936: fabbri-meccanici, falegnami, ebanisti, tipografi, legatori e intagliatori. Dal 1941: fabbri-meccanici, falegnami, ebanisti e intagliatori. Dal 1948: fabbri-meccanici, falegnami, ebanisti, intagliatori, meccanici ed elettromeccanici. 160 Dal 1967: fabbri-meccanici, falegnami, ebanisti, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1972: meccanici ed elettromeccanici. Dal 1974: CFP per meccanici. Dal 1978: meccanici ed elettromeccanici. Dal 1998: CFP per meccanici, elettromeccanici, autom. industriali, informatici. Dal 1999: meccanici, elettromeccanici, autom. industriali, informatici, terziario. Dal 2000: non è presente il settore terziario. Dal 2002: meccanici, elettromeccanici, autom. industriali, informatici, addetto ristorazione. Dal 2004: meccanici, elettromeccanici, autom. industriali, informatici, addetto ristorazione, acconciatori. 1880 Roma Sacro Cuore di Gesù (1880) Dal 1894: laboratori (è presente la figura del catechista degli artigiani). 1910: specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: falegnami, sarti, calzolai, tipografi, legatori. Dal 1930: non sono più presenti le scuole professionali. 1881 Firenze Istituto dell’Immacolata Concezione (1881) 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1924 al 1925: non compaiono più le scuole professionali. Dal 1930: calzolai, sarti, tipografi, legatori. Dal 1957: sarti, tipografi, legatori e meccanici. Dal 1963: tipografi, legatori e meccanici. Dal 1966: non sono più presenti le scuole professionali. Faenza Istituto San Francesco di Sales (1881) Dal 1901 al 1909: laboratori (è presente la figura del catechista artigiano). Dal 1993 al 2000: Corsi di Formazione Professionale. 161 1882 Mogliano Veneto Colonia Agricola Astori (1882) Colonia agricola fino al 1897 quando diventa Collegio- convitto (nel 1910 infatti viene specificata la presenza solo di scuole elementari e ginnasiali). 1888 Parma San Benedetto (1888) Dal 1910 al 1924: scuole professionali e agrarie. 1891 Catania Istituto San Francesco di Sales (1891) Dal 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: tipografi, legatori e falegnami. Dal 1930: non sono più presenti le scuole professionali. Marsala Istituto San Giuseppe (1891) Dal 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: calzolai, falegnami, sarti. Dal 1931: non sono più presenti le scuole professionali. Verona Istituto Don Bosco (1891) 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: fabbri, sarti, falegnami, calzolai e meccanici. Dal 1937: fabbri, sarti, falegnami, calzolai e meccanici, compositori e stampatori. Dal 1959: falegnami, meccanici, sarti, tipografi, compositori e stampatori. Dal 1961: falegnami, meccanici, sarti, tipografi, compositori, stampatori e litotipografi. Dal 1963: falegnami, meccanici, sarti, tipografi, compositori, stampatori e litografi. Dal 1967: nessuna notizia di scuole professionali. 1892 Ivrea Casa della Natività di Maria Vergine (1892) 1902 colonia agricola. Dal 1910: scuola agricola. Dal 1925: solo ginnasio. 162 Lugo Oratorio San Giuseppe (1892) 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: specifica falegnami. Marsala Casa della Divina Provvidenza (1892) Dal 1929 al 1946: scuole professionali per falegnami, calzolai, sarti. Treviglio Istituto Sacra Famiglia (1892) Dal 1930 al 1946: scuole di avviamento. 1893 Novara Istituto San Lorenzo prete e martire Dal 1906: laboratori (è presente la figura del catechista artigiano). 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: calzolai, falegnami, scultori, sarti. Dal 1949: calzolai, falegnami, sarti. Dal 1955: falegnami, sarti. Dal 1962: solo scuola di avviamento fino al 1964. Messina San Luigi Gonzaga (1893) Dal 2004 al 2010: corsi di formazione professionale. 1894 Cavaglià Scuole Decaroli (1894) Dal 1948 al 1961: avviamento professionale agricolo. Lombriasco S. Isidoro (1894) 1897: scuola agraria. 1910: appare la specifica di colonia agricola - avviamento professionale agrario. Dal 1942: scuole tecniche agrarie parificate. Dal 1965: istituto tecniche agricole (non più avviamento). Dal 2002 al 2007: CFP. Milano Istituto Salesiano S. Ambrogio (1894) Dal 1900: laboratori (è presente la figura del consigliere professionale) 163 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: tipografi, legatori, fabbri, falegnami, calzolai, sarti. Dal 1947: tipografi, legatori, falegnami, calzolai, sarti, meccanici. Dal 1959: avviamento professionale e corsi di addestramento, qualificazione, specializzazione per meccanici, elettromeccanici, falegnami, tipografi, legatori, litografi. Dal 1965: non si hanno notizie di scuole professionali. Torino Martinetto Scuola S. Agostino (1894) 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI - pensionato professionale per calzolai e sarti. 1926: Istituto Richelmy. 1937: non si hanno notizie di scuole professionali. 1895 Oulx Sacro cuore di Gesù (1895) Dal 1960 al 1963: scuole di avviamento professionale. 1896 Bologna Istituto della Beata Vergine di San Luca (1896) Dal 1902 al 1904: laboratori (è presente la figura di catechista degli artigiani). 1910: appare la specifica SCUOLE PROFESSIONALI. Dal 1929: tipografi, legatori, meccanici, falegnami, calzolai, sarti. Dal 1960: tipografi, legatori, meccanici, falegnami, calzolai, sarti e litografi. Dal 1962: assente la figura professionale dei legatori. Dal 1963: meccanici, falegnami, litografi, tipografi. Dal 1964: assente la figura professionale dei falegnami. Dal 1972: disegnatori. Dal 1975: CFP per disegnatori, grafici, meccanici. (solo dal ’76 al ’78 il CFP era nella sede Bologna- S. Giuseppe). Dal 1986: CFP per grafici e meccanici. 164 1897 Alessandria Scuole ed oratorio San Giuseppe (1897) Dal 1948 al 1956: scuole di avviamento commerciale industriale. Sondrio Istituto S. Rocco (1897) Dal 1948 al 1956: scuole di avviamento professionale. 1898 Biella Istituto S. Cassiano (1898) Dal 1931 al 1957: scuole di avviamento professionale. Canelli Colonia agricola S. Giovanni (1898) Nasce come colonia agricola. Dal 1941: scuole tecniche agrarie parificate - avviamento professionale agricolo parificato. Dal 1956: non è più presente scuola agraria. Dal 1962 al 1963: scuola di avviamento. 1899 Fossano Convitto civico Beato Giovenale Ancina Dal 1930 al 1961: scuola di avviamento commerciale. 1901 Corigliano d’Otranto Istituto agricolo San Nicola (1901) Nasce come Istituto Agricolo. 1910: specifica colonia agricola. Dal 1942: scuole agricole artigiani. Dal 1947 al 1963: scuola tecnica agraria (avviamento professionale agrario). Dal 1996 al 2003: CFP per operatori turistici e management. 1903 Livorno Istituto Sacro Cuore di Gesù (1899) Dal 1930 al 1934: scuole professionali per calzolai e sarti. Portici Istituto S.Giuseppe (1903) Dal 1910 al 1924: Colonia agricola. 1905 Bari Istituto SS. Redentore (1905) 1924: scuole professionali. Dal 1929: sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori, meccanici. 165 Dal 1958: sarti, falegnami, tipografi, legatori, meccanici. Dal 1959: sarti, falegnami, tipografi, legatori, meccanici e elettrotecnici. Dal 1963: scuola professionale e centro di addestramento professionale. Dal 1965: solo centro di addestramento professionale. Dal 1978: CFP per meccanici, disegnatori, elettromeccanici. Dal 1987: CFP meccanici, elettronici, elettro - te cnici. Casale Oratorio Sacro Cuore di Gesù (1905) Dal 1956 al 1961: scuola di addestramento professionale e di avviamento. 1907 Ravenna San Giovanni Bosco (1907) Casa nata con il nome: “Scuole professionali S. Apollinare” Dal 1929: scuole professionali per falegnami, calzolai, tipografi, legatori. Dal 1949: falegnami, tipografi, legatori. Dal 1961: falegnami, tipografi, legatori e mecca - nici. Dal 1963: falegnami, tipografi, legatori, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1964: legatori, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1965: ist. profes. per industria e artigianato - tipografia - legatoria. Dal 1973: centro di avviamento professionale - legatoria. Dal 1975: CFP. Dal 1979: CFP per meccanici. Dal 1996: non sono presenti CFP. Vigevano Scuola San Giovanni Battista (1907) Dal 1907 al 1919: Scuole Professionali. 1909 Marina di Pisa Parrocchia Maria SS. Ausiliatrice (1909) Dal 1951: scuola per apprendisti. Dal 1959: scuole professionali per meccanici. 166 Dal 1961: falegnami, meccanici, elettronici. Dal 1967: non sono più presenti le scuole professionali. 1910 Napoli - Tarsia Pia Casa Arcivescovile per sordomuti (1909) Dal 1925: Scuole Professionali per sarti, calzolai, falegnami, tipografi. Dal 1954: sarti, calzolai, falegnami, legatori e odontotecnici. Dal 1957: sarti, calzolai, falegnami e odontotecnici. Dal 1958: sarti, calzolai, falegnami. Dal 1970: Scuole Professionali senza specifica fino al 1975. 1911 Venezia Istituto Patronato a S. Pietro di Castello (1911) dal 1925 Ist. Emiliani Dal 1924: Scuole Professionali. Dal 1929: fabbri, sarti, falegnami e calzolai. Dal 1934: fabbri-meccanici, falegnami intagliatori, sarti, calzolai, tipografi. Dal 1936: fabbri-meccanici, falegnami intagliatori, sarti, calzolai. Dal 1956: meccanici, falegnami intagliatori e sarti. Dal 1962: solo meccanici ed elettromeccanici. Dal 1964: non sono più presenti le scuole professionali. 1912 Vercelli Sacro Cuore di Gesù (1912) Dal 1948: Scuole Professionali e Avviamento Professionale. Dal 1955: non sono presenti Scuole Professionali. Dal 1957: Scuole di Avviamento. Dal 1967: Centro Addestramento Professionale per meccanici. Dal 1974: CFP per meccanici. Dal 2010: CFP per meccanici industriali, riparatori dell’autoveicolo, elettricisti, acconciatori, serramentisti. 1918 Castelnuovo Don Bosco Maria Ausiliatrice (ex Morialdo) (1918) Dal 1940: Scuole Professionali arte del libro. 167 Dal 1942: corso di magistero e di perfezionamento professionale. Dal 1945: viene aggiunta la scuola agricola. Dal 1954: tipografi, legatori, litografi, fotoincisori, agricoltori, meccanici, falegnami, sarti e calzolai. Dal 1960: tipografi, legatori, litografi, fotoincisori, agricoltori, meccanici, falegnami. Dal 1966: tipografi, legatori, litografi, fotoincisori, meccanici, falegnami. Dal 1968: tipografi, legatori, litografi, fotoincisori, meccanici, falegnami e progettisti. Dal 1973: Istituto professionale per grafici (compositori, stampatori, fotoriprodduttori, litografi e legatori) - corso di magistero e di perfezionamento professionale. Dal 1979: CFP. Dal 1994: CFP per grafici. Dal 2012: CFP per grafico con varie specializzazione, ristorazione. 1919 Asti San Giovanni Bosco (1919) Dal 1933: scuole di avviamento professionale. Dal 1940: regie scuole di avviamento commer - ciale. Dal 1945 al 1956: scuole di avviamento commerciale. Montechiarugolo Maria SS. Ausiliatrice (1919) Dal 1919 al 1963: scuola di avviamento professionale agrario parificata. Palermo Istituto San Filippo (1919) Dal 1924: scuole professionali. Dal 1929: sarti, calzolai, falegnami, tipografi. Dal 1932: sarti, calzolai, falegnami, tipografi e legatori. Dal 1951: sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori e meccanici. Dal 1962: sarti, falegnami, tipografi e meccanici. Dal 1966: non sono più presenti le scuole professionali. 168 1922 Roma Istituto Domenico Savio (1915 ma sugli annuari prime notizie nel 1922) Scuola Agricola S. Cuore fino al 1933. Dal 1945 al 1956: scuola agraria. Torino Monterosa San Michele Arcangelo (ex Oratorio D. Rua) (1922) Dal 1949: scuola di avviamento professionale. Dal 1959 al 1963: scuola di avviamento professionale industriale. 1923 Catania Sacro Cuore (1923) Dal 1924: scuole professionali. Dal 1929: sarti e calzolai. Dal 1930: sarti, calzolai, tipografi, legatori e falegnami. Dal 1938: sarti, calzolai, tipografi, legatori, falegnami e fabbri meccanici. Dal 1955: sarti, ebanisti, tipografi, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1962: ebanisti, elettromeccanici, meccanici, saldatori, tipografi, analisti chimici. Dal 1966: analisti chim., elettromeccanici, elettronici, meccanici, tornitori, radiotecnici, saldatori, tipografi. Dal 1978: analisti chim., elettromeccanici, elettronici, meccanici, tornitori, radiotecnici, saldatori, operatori grafici. Dal 1980: vengono aggiunte le figure professionali di analisti alimentaristi,elettricisti, operatori macchine utensili. Dal 1988: non sono presenti le figure di chimici e alimentaristi. Dal 1997: grafici, meccanici, elettromeccanici, elettronici, informatici. Dal 2007: meccanici, elettromeccanici, elettronici, informatici, stampa litografici. 1926 Tolmezzo Collegio San Francesco di Sales (1926) Scuole complementari, tecniche e professionali per fabbri, meccanici e falegnami. Dal 1933 al 1938: scuole commerciali e di avviamento. 169 1927 Chiari Pensionato San Luigi Gonzaga (1927) Pensionato per scuole complementari. Dal 1930 al 1954: pensionato per scuole di avviamento. Cumiana Maria Ausiliatrice (1927) Scuola agricola per aspiranti missionari. Scuola di avviamento professionale agricolo fino al 1964. 1928 Cuneo Convitto civico San Michele (1928) Dal 1930 al 1936: scuola di avviamento al lavoro. 1929 Roma Maria Ausiliatrice Pio XI (1929) Dal 1930: scuole professionali per sarti, calzolai, falegnami, intagliatori, tipografi, legatori, fabbrimeccanici. Dal 1945: sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori, fabbri-meccanici. Dal 1959: sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori, fabbri-meccanici, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1960: litografi, sarti, calzolai, falegnami, tipografi, legatori, fabbri-meccanici, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1962: litografi, sarti, falegnami, tipografi, legatori, fabbri-meccanici, meccanici ed elettromeccanici. Dal 1965: centro addestramento professionale per tipografi, falegnami, meccanici, elettromeccanici, litografi, legatori. Dal 1967: tipografi, meccanici, litografi, legatori e fotomeccanici. Dal 1972: CFP per tipografi, compositori, impressori, litografi, fotoriproduttori, meccanici e torni - tori. Dal 1985: tipografi, compositori, litografi, fotoriproduttori, meccanici e tornitori. Dal 1988: compositori, litografi, fotoriproduttori, meccanici e tornitori. Dal 1989: CFP per fotocompositori, litografi, fotoriproduttori, meccanici generici, tornitori. 170 Dal 1995: CFP per fotocompositori, fotolitografi, stampatori offset, operatori tecnico-grafici, informatici, operatori macchine utensili. Dal 1999: CFP primo e secondo livello nella Grafica e Informatica. Dal 2000: vengono aggiunti corsi di formazione continua. Dal 2003: obbligo formativo, formazione continua superiore per grafici e informatici. Dal 2012: obbligo formativo, formazione continua superiore per grafica e multimedia. 1930 Torino Rebaudengo Istituto Don Bosco (1930) Scuole professionali, corso di magistero e perfezione professionale. Dal 1953: meccanici, elettro-meccanici, falegnami, sarti, calzolai - scuole serali per meccanici ed elettromeccanici. Dal 1955: scuole professionali per meccanici, elettro- meccanici, falegnami. Dal 1958: meccanici, elettro-meccanici, falegnami e radiotecnici. Dal 1961: meccanici, elettro-meccanici, radiotecnici ed elettronici. Centro orientamento professionale. Dal 1966: corsi per meccanici, elettromeccanici, radiotecnici ed elettronici. Dal 1973: meccanici, elettromeccanici ed elettronici. Dal 1975: specifica CFP per meccanici, elettromeccanici ed elettronici. Dal 1988: meccanici, elettromeccanici, impiantisti civili e industriali, elettronici Dal 1995: meccanici, elettromeccanici, impiantisti civili e industriali, elettronici e informatici. Dal 2006: meccanici, elettromeccanici, impiantisti civili e industriali, informatici, elettronici e diagnostica dell’autoveicolo. Dal 2008: meccanici, elettromeccanici, impiantisti civili e industriali, informatici e diagnostica dell’autoveicolo. 171 1931 Roma S. Tarcisio (1931) Fino al 1945 scuola agricola e di avviamento professionale agrario parificata. 1933 Castellaneta S. Isidoro (1933) (ex Pelagianello) Dal 1933 al 1946: scuola agricola. Dal 1966 al 1968: centro agicolo. 1935 L’Aquila Istituto Don Bosco Scuole professionali per falegnami, legatori, sarti, calzolai. Dal 1958: meccanici, falegnami, sarti. Dal 1961: meccanici e falegnami. Dal 1963: scuole professionali per meccanici e centro di addestramento professionale per elettromeccanici, falegnami ed ebanisti. Dal 1964: assenti le figure professionali di ebanisti e falegnami. Dal 1965: meccanici, elettromeccanici, disegnatori. Dal 1968: meccanici, elettromeccanici, disegnatori e saldatori, tv. Dal 1971: meccanici, elettromeccanici, saldatori, tv, tornitori e rtv. Dal 1975: CFP. Dal 1978: CFP per meccanici, elettrotecnici, elettronici. Dal 1983: meccanici, elettrotecnici, elettronici e operatori macchine utensili. Dal 1986: elettricisti, meccanici, elettronici e programmatori. Dal 2002: viene aggiunto operatori nel settore terziario. 1941 Udine Istituto Giacomino Bearzi ora S. Giovanni Bosco (1941) Scuole di avviamento professionale per sarti e calzolai. Dal 1949: sarti, calzolai, falegnami. Dal 1961: sarti,meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori, falegnami. Dal 1964: meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori, falegnami. 172 Dal 1966: meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori, falegnami ed elettricisti. Dal 1970: meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori ed elettricisti. Dal 1974: centro addestramento professionale per meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori, elettricisti. Dal 1983: meccanici, saldatori, aggiustatori, tornitori, elettricisti ed elettromeccanici. Dal 1985: meccanici, saldatori, tornitori, elettromeccanici e fresatori. Dal 1989: CFP meccanici ed elettromeccanici. Dal 2011: CFP meccanici, elettromeccanici e motoristi. Umbertide S. Giovanni Bosco (1941) Dal 1941 al 1946: laboratorio per meccanici. 1945 Borgo San Lorenzo Istituto Romanelli Bruschi - S. Giovanni Bosco (1936) Dal 1945 al 1956: istituto agrario. Torino Istituto E. Agnelli (1941) Scuole tecniche professionali per meccanici. Dal 1949: scuole di avviamento e tecniche industriali per meccanici. Dal 1961: meccanici ed elettricisti. Dal 1965: istituto tecnico industriale per meccanici, elettrotecnici, elettronici. Dal 1979: CFP specializzazione in elettronica. Dal 1988: non è presente il CFP. Dal 2001: CFP meccanici ed informatici. Dal 2008: CFP meccanici industriali e dell’auto, ristorazione ed informatici. Dal 2010: CFP meccanici industriali e dell’autoveicolo. 1947 Châtillon San Giovanni Bosco (1947) Avviamento professionale per falegnami e meccanici. Dal 1965: Istituto professionale per falegnami e meccanici. 173 Dal 1997: CFP per falegnami, meccanici, comp. grafici. Dal 2004: CFP per impiantisti elettrici, meccanici, corsi post diploma. Dal 2006: impiantisti elettrici, meccanici, corsi post diploma e meccanici d’auto. Dal 2010: CFP corsi post diploma. Catania - Salette San Giovanni Bosco (1947) Laboratori per calzolai e sarti. Dal 1957: sarti ed elettromeccanici. Dal 1958: tipografi, sarti, elettromeccanici. Dal 1963: tipografi, elettromeccanici. Dal 1987: corsi formazione professionale. Dal 1998: CFP per termoidraulici, estetiste, sarte, elettricisti. Dal 2004: termoidraulici, estetiste, sarte. Dal 2011: termoidraulici, estetiste. 1948 Roma San Giuseppe - Borgo ragazzi Don Bosco (1948) Avviamento professionale. Dal 1949: Avviamento professionale per meccanici falegnami e tipografi. Dal 1959: elettromeccanici, meccanici, falegnami e tipografi. Dal 1963: elettromeccanici, meccanici, tipografi e disegnatori. Dal 1970: elettromeccanici, meccanici, tipografi. Dal 1971: elettromeccanici, meccanici. Dal 1974: CFP per meccanici, elettromeccanici. 1951 Campobasso Casa orfani di guerra Maria Ausiliatrice (1951) Solo nel 1951: Scuole professionali per sarti e calzolai. San Mauro torinese Orfanotrofio Domenico Savio (1949) Scuole professionali per elettromeccanici. Dal 1962 al 1964: meccanici ed elettromeccanici. Todi Scuole Professionali dal 1951 al 1955. 174 1952 Brescia San Giovanni ex Oratorio San Paolo (1925) Dal 1952: scuole di avviamento. Dal 1962: addestramento industriale per meccanici e disegnatori. Dal 1965: corsi addestramento professionale per meccanici, disegnatori, radiotecnici. Dal 1971: meccanici, disegnatori, elettrotecnici, riparatori rtv. Dal 1977: CFP per disegnatori meccanici, elettrotecnici, riparatori rtv. Dal 1986: disegnatori meccanici, riparatori rtv, elettromeccanici. Dal 1996: CFP disegnatori meccanici, impiantisti GT. Dal 2008: elettricisti meccanici e impiantisti GT. Dal 2009: solo elettricisti e meccanici. Dal 2011: CFP motoristi, elettricisti. Fossano Maria SS. Ausiliatrice (1951) Dal 1952: scuola di avviamento professionale industriale. Dal 1955: meccanici e falegnami. Dal 1973: solo meccanici (ma è un istituto professionale). Dal 1979: CFP per meccanici. Dal 1995: meccanici ed elettromeccanici. Dal 1998: meccanici, elettromeccanici, automazione e restauro. Dal 1999: informatici, meccanici, elettromeccanici, automazione e restauro. Dal 2004: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, automazione, informatici, restauro, acconciatori, panetteria, pasticceria. Dal 2006: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, automazione, informatici, acconciatori, panetteria, pasticceria. Dal 2008: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, automazione, informatici, acconciatori, panetteria, pasticceria, automotoristica. Dal 2009: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, automazione, informatici, acconciatori, panetteria, pasticceria, carrozzeria e estetiste. 175 Dal 2010: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, acconciatori, panetteria, pasticceria, carrozzeria e estetiste. Dal 2012: CFP meccanici industriali, elettromeccanici, termoidraulici, acconciatori, panetteria, pasticceria, sala bar, automotoristica, carrozzeria e estetica. Venezia S. Giorgio - fondazione Giorgio Cini (1952) Scuole professionali. Dal 1959: meccanici, falegnami, tipografi, sarti. Dal 1969: meccanici e tipografi. Dal 1974: CFP per meccanici e tipografi. Dal 1988: CFP per meccanici e grafici. Dal 1990: non è più presente il CFP. 1954 Arese San Domenico Savio (1954) Scuola di addestramento professionale per meccanici, falegnami, tipografi. Dal 1977: meccanici, falegnami, tipografi, saldatori, motoristi. Dal 1979: viene usato il nome CFP. Dal 1986: meccanici, falegnami, tipografi, moto - risti. Dal 1990: CFP meccanici, falegnami, tipografi, motoristi, elettromeccanici, grafici. Dal 1992: meccanici, falegnami, tipografi, motoristi, elettromeccanici, grafici, floricoltori e giardinieri. Dal 2011: CFP elettromeccanici, grafici, meccanici, motoristi, aiuto-cuoco. Amelia S. Francesco d’Assisi (1934) Dal 1954 al 1956: scuola di avviamento professionale a tipo industriale parificato. Carmiano Istituto enologico agricolo Miglietta - D. Savio (1954) Dal 1954 al 1956: scuola enologico-agraria. Forlì S. Giovanni Bosco (1942) Dal 1954: scuole professionali. 176 Dal 1955: scuole professionali per meccanici. Dal 1962: anche centro di addestramento professionale. Dal 1976: CFP per meccanici. Piedimonte Matese San Giovanni Bosco (1954) Aspirantato coadiutori con mestieri. Dal 1958: scuole professionali per sarti, calzolai, falegnami, meccanici. Dal 1960: sarti, falegnami, meccanici. Dal 1962: falegnami, meccanici. Dal 1968: solo meccanici. Dal 1973: CFP senza specifica. Dal 1978: CFP meccanici polivalenti, attrezzisti. Dal 1982: elettricisti industriali-termoidraulici, meccanici polivalenti, attrezzisti. Dal 1988: CFP senza specifica. Dal 1992: non è più presente CFP. 1955 Belluno Istituto Agosti - San Giovanni Bosco (1924) Dal 1955: Scuole professionali. Dal 1959: scuole professionali per edili ed elet - trauto. Dal 1964: elettrauto e meccanici. Dal 1968: solo elettrauto. Dal 1970: non sono più presenti scuole professionali. Gallipoli S. Antonio (1955) Dal 1955 al 1963: scuola di avviamento professionale. Sesto San Giovanni Istituto San Giovanni Bosco (1948) Dal 1955: Scuole professionali per meccanici. Dal 1961: centro addestramento professionale per meccanici, elettromeccanici, elettricisti, saldatori. Dal 1962: meccanici, elettromeccanici, elettricisti, saldatori, disegnatori. Dal 1979: meccanici, elettromeccanici, elettricisti, saldatori, disegnatori, telecomunicazioni. Dal 1980: meccanici, elettromeccanici, disegna - tori, telecomunicazioni, elettronici. 177 Dal 1986: meccanici, elettromeccanici, disegna - tori, elettronici, radio tv. Dal 1992: meccanici, elettromeccanici, disegna - tori, elettronici, radio tv, elettricisti. Dal 1996: CFP disegnatori, meccanici, elettricisti, elettromeccanici, elettronici. Dal 2006: CFP meccanici ed elettromeccanici. 1956 Manduria Istituto Salesiano S. Gregorio Magno (1956) Scuole professionali per meccanici, falegnami, tipografi, legatori, sarti, calzolai. Dal 1960: avviamento industriale statale. Dal 1965: centro addestramento professionale. Dal 1974: CFP. Dal 1978: CFP per meccanici, rai tv. Dal 1980: CFP per meccanici, elettrotecnici, strumentisti elettronici. Dal 1989: carpenteria leggera Ferro ed Alluminio. Dal 1991: CFP elettrotecnici ed elettronici. Dal 2004: non è più presente CFP. Ortona San Tommaso Apostolo (1948) Dal 1956: Scuole professionali. Dal 1960: meccanici, tornitori, saldatori, idraulici, sarti, falegnami. Dal 1963: meccanici, tornitori, saldatori, idraulici. Dal 1966: meccanici, tornitori, saldatori, idraulici, elettromeccanici. Dal 1967: meccanici, tornitori, elettromeccanici, b.t., elettrodomestici, idraulici, saldatori, disegnatori. Dal 1972: meccanici, tornitori, elettromeccanici, elettrodomestici, idraulici, saldatori, fresatori. Dal 1975: meccanici generici, tornitori, fresatori, saldatori, elettromeccanici. Dal 1982: meccanici generici, tornitori, fresatori, saldatori, elettromeccanici, elettricisti di bordo. Dal 1986: operatori macchine utensili a controllo numerico, elettromeccanici, elettricisti e programmatori. 178 Roma S. Domenico Savio (1952) Dal 1956: Scuole professionali, avviamento e tecniche industriali per meccanici, elettrotecnici, radiotecnici. Dal 1965: meccanici, elettrotecnici, radiotecnici, elettronici. Dal 1967: meccanici, elettricisti, elettrauto, operatori elettronici. Dal 1972: meccanici, elettricisti, elettrauto, operatori elettronici, disegnatori meccanici. Dal 1992: meccanici, elettricisti, elettrauto, operatori elettronici, disegnatori meccanici, programmatori e telematici. Dal 1995: CFP meccanici riparatori veicoli a motore, fresatori, operatori macchine utensili, elettricisti manutentori e montatori, montatori riparatori apparecchiature elettroniche, serramententisti in alluminio, operatori addetti sistemi CAD-CNC, progettisti impianti anti-furto, giardinieri, analisti programm jr, tecnici telematici, esperti contabilità e procedure amministrative. Dal 1999: CFP per meccanici, elettromeccanici, giardinieri, elettronici, settore terziario. Dal 2006: CFP per meccanici, elettromeccanici, elettronici. 1957 Muzzano San Giuseppe (1957) Aspirantato artigiani. Dal 1968: aspirantato coadiutori, centro addestramento professionale per meccanici. Dal 1974: CFP per meccanici. Dal 1981: non è più presente CFP. San Donà di Piave San Giovanni Bosco (1928) Dal 1957: scuole professionali. Dal 1964: meccanici, elettromeccanici, chimici, impiantisti e analisti, elettricisti e saldatori. Dal 1979: scuole professionali per meccanici, elettromeccanici, elettricisti, tornitori. Dal 1988: meccanici, elettricisti, tornitori. Dal 1996: operatori meccanici ed elettromeccanici. Dal 2004: CFP. 179 Dal 2011: CFP settore elettrico, meccanico, motoristico. 1958 Fiesco San Domenico Savio (1950) Scuola di avviamento e scuola professionale per meccanici, elettromeccanici, litografi, settore agrario. Dal 1962: meccanici, elettromeccanici, litografi. Dal 196: istituto professionale per congegnatori meccanici. Dal 1976: non sono più presenti le scuole professionali. Genova - Quarto dei Mille San Giuseppe artigiano (1939) Scuole professionali per meccanici. (solo nel ’64 e ’65 scuole professionali assenti) Dal 1966: centro addestramento professionale per elettrotecnici, elettronici, radioriparatori, tv. Dal 1969: elettronici, radioriparatori, tv, elettri - cisti. Dal 1979: CFP. Dal 1980: CFP per elettricisti, elettronici, radioriparatori TV. Dal 1989: CFP istallatori, manutentori apparecchiature elettroniche, montatori, manutentori sistemi elettrico-elettronici. Dal 1997: istallatori, manutentori apparecchiature elettroniche, montatori, manutentori sistemi elettrico- elettronici, revisori auto. Dal 2001: CFP elettricisti, elettronici, autoriparatori, formazione continua. 1959 Bra S. Domenico Savio (1956) Scuole di avviamento professionale per meccanici e falegnami. Dal 1967: istituto professionale per meccanici. Dal 1979: CFP per meccanici. Dal 2007: CFP meccanica industriale, meccanica d’auto, acconciatori. Caltanissetta Centro professionale Don Bosco (1959) Esternato professionale fino al 1963. 180 1960 Ostuni Madonna pellegrina (1960) Avviamento industriale statale. Dal 1965: scuole professionali. Dal 1971: non sono più presenti le scuole professionali. 1961 Gela San Domenico Savio (1955) Dal 1961: avviamento professionale. Dal 1964: avviamento professionale per mecca - nici. Dal 1972: meccanici, tubisti. Dal 1979: meccanici, tubisti, saldatori. Dal 1989: meccanici, tubisti, saldatori, tubisti idraulici, elettricisti, dattilografi, segretaria d’uf - ficio. Dal 1993: meccanici, tubisti, saldatori, tubisti idraulici, elettricisti, dattilografi, segretaria d’ufficio, iva, archivisti. Dal 2001: tubisti, saldatori, idraulici, elettricisti, ristorazione, test center ECDL. Dal 2003: tubisti, saldatori, idraulici, elettricisti, ristorazione, test center ECDL, informatici. Dal 2007: tubisti, saldatori, idraulici, elettricisti, ristorazione, test center ECDL, informatici, agricoli. Dal 2010: CFP agricoltura, commercio, impiantistica, informatica, ristorazione, saldatura termoidraulica, tubisteria, test center ECDL. Napoli San Giovanni Bosco (1934) Dal 1961: corsi di addestramento, qualifica, specializzazione per meccanici, elettromeccanici, falegnami. Dal 1965: meccanici, elettromeccanici. Dal 1966: meccanici, elettromeccanici, elettricisti e tornitori. Dal 1967: fresatori, meccanici, elettromeccanici, elettricisti e tornitori. Dal 1973: CFP. Dal 1978: CFP meccanici, elettromeccanici, fresatori, tornitori. Dal 1980: meccanici, elettromeccanici. Dal 1983: meccanici, elettromeccanici, rvm. 181 Dal 1988: CFP. Dal 1989 al 2003 non sono presenti CFP. Dal 2004: CFP grafici, parrucchieri, falegnami, elettricisti. 1962 Ragusa Gesù adolescente (1962) Avviamento professionale Dal 1964: non è presente la scuola di avviamento. Dal 1968: centro addestramento professionale. Dal 1974: meccanici e tornitori. Dal 1975: CFP per meccanici. Dal 1986: CFP per meccanici, elettromeccanici e informatici. Dal 2001: meccanici, elettromeccanici, informatici, serramentisti. Verona San Zeno (1962) Centro Formazione Professionale per meccanici, elettromeccanici. Dal 1967 ad oggi: CFP per meccanici, elettromeccanici e grafici. 1963 Cavalese Maria addolorata (1963) Corsi professionali per falegnami, sarti, calzolai. Dal 1964: falegnami e calzolai. Dal 1967: non è più presente la scuola professio - nale. Cerignola Cristo Re (1963) Centro addestramento professionale. Dal 1975: CFP. Dal 1978: CFP per meccanici, elettromeccanici, radiotecnici. Dal 1980: CFP per meccanici, elettrotecnici, strumentisti elettronici. Dal 1985: CFP per elettrotecnici, strumentisti elettronici. 1964 Venezia San Giorgio San Giorgio (1952) Dal 1964 al 1968: scuole professionali per meccanici, falegnami, tipografi. 182 1965 Milano San Giovanni Bosco Corsi addestramento, qualifica, specializzazione per meccanici, elettromeccanici, falegnami, tipografi, litografi, legatori. Dal 1970: meccanici, elettromeccanici, tipografi, litografi. Dal 1977: CFP per meccanici, elettromeccanici, tipografi, litografi. Dal 1981: CFP per meccanici, elettromeccanici, grafici. Dal 2007: non è più presente il CFP. 1966 Palermo Gesù adolescente (1966) Centro addestramento professionale per tipografi, meccanici, elettromeccanici. Dal 1975: CFP per tipografi, meccanici, elettromeccanici, elettricisti di impianti. Dal 1985: CFP per tipografi, meccanici, elettromeccanici, riparatori elettrodomestici e serramentisti. Dal 1988: tipografi, meccanici, elettromeccanici, riparatori elettrodomestici e serramentisti, opera - tori pc. Dal 1992: meccanici, elettromeccanici, riparatori elettrodomestici e serramentisti, operatori pc, grafici. Dal 1995: meccanici, elettromeccanici, riparatori elettrodomestici e serramentisti, operatori pc, grafici, meccanici per auto. Dal 2004: CFP per stampatori offset, costruttori su macchine utensili, meccanici per auto, operatori per saldature, elettricisti, tecnico sistemi automazione, tecnico sistemi di climatizzazione e refrigerazione, commiss. di cucina. Dal 2006: stampatori offset, costruttori su macchine utensili, meccanici per auto, operatori per saldature, elettricisti, tecnico sistemi di climatizzazione e refrigerazione, commiss. di cucina. Dal 2008: stampatori offset, costruttori su macchine utensili, meccanici per auto, operatori per saldature, elettricisti, commiss. di cucina. 183 Vasto San Giovanni Bosco (1966) Scuole professionali. Dal 1968: CFP per meccanici generici e tornitori, elettromeccanici ed elettricisti. Dal 1977: meccanici generici e tornitori, elettromeccanici ed elettricisti, odontotecnici, termoidraulici. Dal 1981: CFP per metalmeccanici, elettricisti industriali, elettricisti meccanici, carpenteria metallurgica, meccanici odontotecnici, operatori macchine utensili. Dal 1985: metalmeccanici, elettromeccanici, meccanici, meccanici odontotecnici, operatori macchine utensili, informatica. Dal 1990: metalmeccanici, elettromeccanici, meccanici, operatori macchine utensili, informatica. 1967 Alessandria San Giuseppe operaio (1959) Dal 1967: corsi professionali per elettromeccanici. Dal 1970: CFP per meccanici. Dal 1997: Centro di formazione polifunzionale. Dal 2005: CFP meccanici. Dal 2007: meccanici e servizi d’impresa. Dal 2009: operatore servizi commerciali, meccanici e servizi d’impresa. Selargius San Domenico Savio (1967) Centro addestramento professionale per meccanici, elettromeccanici. Dal 1971: CFP per meccanici, tornitori, congegnatori, elettricisti, elettromeccanici radiotecnici. Dal 1982: elettropneumatica, meccanici, tornitori, congegnatori, elettricisti, elettromeccanici radiotecnici. Dal 1983: elettropneumatica, meccanici, tornitori, congegnatori, elettricisti, elettromeccanici radiotecnici e informatica. Dal 1991: CFP congegnatori meccanici, meccanici polivalenti, operatori macchine utensili, elettricisti industriali, antennisti, riparatori RTV, manutentori apparecchiature elettroniche, operatori prestampa, programmatori, operatori uff. automatizzati. Dal 1993: CFP. 184 1976 Fossombrone San Giovanni Bosco (1958) Dal 1976 al 1978: CFP Lecce San Francesco di Sales (1949) Dal 1976: centro formazione professionale. Dal 1979: meccanici, elettromeccanici. Dal 1982: CFP senza specifica. Dal 1997: non è più presente il CFP. 1980 Perugia San Giovanni Bosco (1958) Dal 1980: CFP per disegnatori. Dal 1982: CFP per elettricisti. Dal 1984: elettricisti e oleodinam. pneum. Dal 1986: disegnatori, elettricisti e oleodinam. pneum. Dal 1999: elettricisti, meccanici, termoidraulici. 1981 Vigliano biellese San Giuseppe (1967) Dal 1981: CFP per meccanici. Dal 1997: meccanici, informatici. Dal 1998: meccanici, informatici, elettronici. Dal 2000: meccanici, informatici, elettrotecnici. Dal 2002: meccanici, informatici, elettrotecnici, autom. industriali, saldocarpentieri. Dal 2006: meccanici, informatici, elettrotecnici, autom. industriali, saldocarpentieri, acconciatori e termoidraulici. Dal 2007: estetiste, settore edile, meccanici, informatici, elettrotecnici, autom. industriali, saldocarpentieri, acconciatori e termoidraulici. 1989 Castel de’ Britti Casa S. Cuore (1910) Dal 1989: corsi professionali pre-lavoro. Dal 1994: CFP falegnami, meccanici, idraulici. 1990 Venezia Mestre S. Marco (1990) CFP per grafici e meccanici. Dal 1998: conduttori CNC, grafici e meccanici. 1993 Bardolino Gesù adolescente (1962) Dal 1993: corsi Formazione Professionale. Dal 2011: CFP per meccanici, impiantisti. 185 Este Collegio Manfredini (1878) S. Giuseppe Dal 1993: corsi formazione professionale. Dal 1996: CFP per elettro-elettronici, automaz. industriale, operatori grafici prestampa, stampatori offset. Dal 2000: CFP meccanici, elettronici, grafici. Dal 2005: CFP meccanici, elettro-elettronici, gra - fici, idraulici. Dal 2011: CFP meccanici, elettro-elettronici, gra - fici. Lanusei Collegio S. Eusebio (1898) Dal 1993: corsi formazione professionale. 1995 San Cataldo S. Luigi Gonzaga (1924) Dal 1995 al 1997: corsi formazione professionale. 1996 Schio Istituto S. Luigi (1901) Dal 1996: corsi formazione professionale. 2001 Nuoro San Domenico Savio (1981) Dal 2001: corsi formazione professionale. 2002 Vallecrosia Maria Ausiliatrice Dal 2002: CNOS-FAP Fonte: “Annuario Salesiani di don Bosco” 1870-2013. L’elenco è diviso per anno, luogo e nome della casa salesiana con anno di fondazione della casa specificato tra parentesi. Inizialmente, la presenza dei laboratori è stata ricavata dalla comparsa di figure come Catechisti degli artigiani o Consiglieri professionali nell’elenco dei sacerdoti interni alla casa salesiana. Solo dall’Annuario relativo all’anno 1910 sono state specificate le attività svolte in ogni casa. In seguito l’inserimento delle case salesiane nell’elenco è stato in base all’anno in cui sono state avviate le attività professionali, non in base all’anno di fondazione della casa. Per gli anni 1943-1944 esiste un unico volume degli Annuari, uscito in forma ridotta a causa della Seconda Guerra Mondiale. 187 FONTI E BIBLIOGRAFIA 1. Fonti ASC A004 Conferenze generali. ASC 110 Barberis Cronache. ASC D871 Verbali del Capitolo Superiore. ASC D872 Verbali del Capitolo Superiore. ASC D876 Verbali del Capitolo Superiore. ASC D579 Capitolo Generale. ASC E183 Visita straordinaria; Lettere circolari. ASC E212 Consiglio Generale Circolari. ASC E226 Consiglio Generale Circolari. ASC E237 Consiglio Generale Circolari-Lazzero-Bertello. ASC E484 Scuole professionali. ASC B513 Consiglio Generale Cons. Professionale Bertello (1904). ASC E481 Scuole professionali. ASC E482 Scuole professionali, ASC E483 Scuole professionali. 2. Bibliografia ALBERA P., Don Giuseppe Bertello, Torino, Tip. Salesiana, 1910. ALBERDI R., La formación profesional en Barcelona. Política. Pensamiento. Instituciones 1875-1923, Barcelona, Ediciones Don Bosco, 1980. –, Impegno dei salesiani nel mondo del lavoro, e in particolare nella formazione professionale dei giovani, in “Salesiani nel mondo del lavoro”. Atti del Convegno europeo sul tema “Salesiani e pastorale per il mondo del lavoro”, Roma, Editrice SDB, 1982. BAIRATI P., Cultura salesiana e società industriale, in TRANIELLO F. (Ed.), Don Bosco nella storia della cultura popolare, Torino, SEI, 1987. BARICCO P., L’istruzione popolare in Torino, Torino, Tip. Botta, 1865. BERTELLO G., Scritti e documenti sull’educazione e sulle scuole professionali. Introduzione, premesse, testi critici e note a cura di Prellezo J.M., Roma, LAS, 2010. BIFFI G., Opere complete, vol. IV. Riformatori per giovani, Milano, Hoepli, 1902. BONGIOVANNI M., Cento anni di scuole professionali nella recente storia della Chiesa, in “Il Coadiutore Salesiano”, 6(1953)3. 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Sensibile sviluppo dei laboratori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18 5. La “parte operaia delle case salesiane” nella prospettiva delle “scuole di arti e mestieri” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19 6. Sintesi e considerazioni conclusive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 CAPITOLO 2 IL LABORIOSO CAMMINO VERSO L’ORGANIZZAZIONE DI “VERE E PROPRIE SCUOLE PROFESSIONALI” SALESIANE (1889-1910) . . . . . . . . 27 1. Primo “programma scolastico per le scuole di artigiani” (1888-1903) . . . . . . 28 2. Laboriosa applicazione del programma e “metodo di don Bertello” in una nuova cornice culturale (1903-1909) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 2.1. Disponibilità e resistenze di fronte al cambiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 2.2. Scuole professionali e colonie agricole salesiane . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34 3. Realizzazioni e prospettive: un primo bilancio nel 1910 . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 3.1. “Coi tempi e con Don Bosco”. Orientamenti generali . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 3.2. Esperienze e realizzazioni: le esposizioni generali delle scuole professionali 37 4. Sintesi e considerazioni conclusive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 192 CAPITOLO 3 LE SCUOLE PROFESSIONALI SALESIANE SULLO SFONDO DI DUE GUERRE MONDIALI: PROSPETTIVE E REALIZZAZIONI (1911-1945) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 1. Riserve e contrasti nei confronti delle “scuole tecniche interne” . . . . . . . . . . . 46 1.1. Diverse prospettive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46 1.2. Sguardo al contesto culturale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48 2. Nuovi impulsi al “miglioramento” e richieste di “perfezionamento” . . . . . . . . 51 2.1. Don Pietro Ricaldone, responsabile delle scuole professionali salesiane (1911- 1922) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 2.2. In una“congiuntura favorevole”sotto la direzione di don Giuseppe Vespignani (1922-1932) e di don Antonio Candela (1932-1945) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 3. Fedeltà alle origini e impegno di adattamento alle richieste dei tempi: le “vere caratteristiche” delle scuole professionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 3.1. “Vere scuole” per la formazione dell’operaio: buon cristiano, onesto cittadino, abile nell’arte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 3.2. “Istituti di beneficenza”: per l’educazione di apprendisti poveri . . . . . . . . . 60 3.3. Scuole rispondenti alle moderne “esigenze del tempo” e del “luogo” . . . . . 61 3.4. “Provviste di buon personale” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 4. Entro ed oltre le “tragiche vicende” della guerra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66 5. Sintesi e considerazioni conclusive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 CAPITOLO 4 DALLA “RICOSTRUZIONE” POSTBELLICA AL PRIMO CENTENARIO DEI LABORATORI DI DON BOSCO (1946-1953) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 1. Ripresa di un percorso bloccato dalla “inaudita violenza del conflitto” . . . . . 77 2. Un “Organo di Collegamento e di Informazione” professionale . . . . . . . . . . . 79 3. Proposta di “riconoscimento ufficiale” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80 4. Verso il centenario dei primi laboratori fondati da don Bosco . . . . . . . . . . . . . 82 5. Sguardo a una ricca e articolata realtà internazionale: mostre e convegni . . . . 84 6. Cifre, rilievi e prospettive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87 7. Sintesi e considerazioni conclusive . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 Inserto fotografico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92 EPILOGO REALIZZAZIONI, PROBLEMI E PROSPETTIVE (1954-2010) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97 1. Le Opere salesiane in un momento di profondi cambiamenti culturali . . . . . . 97 1.1. Eventi e circostanze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 97 193 1.2. Approccio alla situazione spagnola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 1.3. Alcuni ostacoli imprevisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 102 2. Problemi e proposte di soluzione nei documenti salesiani più accreditati . . . . 103 2.1. Nuove linee di governo: unità e decentralizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 2.2. Tratti caratteristici delle Scuole Professionali Salesiane . . . . . . . . . . . . . . . 106 2.2.1. Attenzione alla qualità educativa e pastorale . . . . . . . . . . . . . . . . . 106 2.2.2. Missione salesiana e mondo del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107 2.2.3. Presenza apprezzata negli ambienti popolari . . . . . . . . . . . . . . . . . 108 2.2.4. Le scuole agricole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 3. Conclusioni: sguardo al presente attraverso alcuni testimoni accreditati . . . . . 110 APPENDICI PREMESSA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 I - DOCUMENTI EDITI E INEDITI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117 1. Prime stesure dei regolamenti dei laboratori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117 2. Programma della prima esposizione triennale generale delle scuole professionali e agricole salesiane (1901) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 119 3. Nuovo metodo per apprezzare il lavoro dei giovani artigiani (1901) . . . . . . . . 121 4. Primo programma scolastico per le scuole di arti e mestieri salesiane (1903) . 125 5. Esami di promozione dei giovani artigiani (1903) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 137 6. Istituto d’arti e mestieri annesso all’Oratorio di Valdocco (1904) . . . . . . . . . . 139 7. Orientamenti pedagogico-didattici per i maestri d’arte . . . . . . . . . . . . . . . . . . 141 8. Alcune avvertenze per norma delle giurie della III esposizione delle scuole professionali e colonie agricole salesiane . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 9. Le scuole professionali. Programmi didattici e professionali (1910) . . . . . . . . 148 II - DATI STATISTICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 III - DOCUMENTI ICONOGRAFICI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 IV - INDIRIZZI DI CARATTERE TECNICO-PROFESSIONALE DALLE ORIGINI FINO AD OGGI (ITALIA 1853-2013) SECONDO GLI ANNUARI SALESIANI . . . . . . . . . . . . . 158 FONTI E BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 187 INDICE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 191 195 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. 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Comunità professionale automotive, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per l’orientamento nella Federazione CNOS-FAP, 2010 CNOS-FAP (a cura di), Linea guida per i percorsi di istruzione e formazione professionale. Comunità professionale turistico-alberghiera, 2010 2011 MALIZIA G. - PIERONI V. - SANTOS FERMINO A. (a cura di), “Cittadini si diventa”. Il contributo dei Salesiani (SDB) e delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) nell’educare studenti/ allievi delle loro Scuole/CFP in Italia a essere “onesti cittadini”, 2011 199 TACCONI G., In pratica. 1. La didattica dei docenti di area matematica e scientifico-tecnologica nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 TACCONI G., In pratica. 2. La didattica dei docenti di area linguistica e storico sociale nell’Istruzione e Formazione Professionale, 2011 MANTEGAZZA R., Educare alla costituzione, 2011 NICOLI D., La valutazione formativa nella prospettiva dell’educazione. Una comparazione tra casi internazionali e nazionali, 2011 BECCIU M. - COLASANTI A.R., Il fenomeno del bullismo. Linee guida ispirate al sistema preventivo di Don Bosco per la prevenzione e il trattamento del bullismo, 2011 2012 PIERONI V. - SANTOS FERMINO A., In cammino per Cosmopolis. Unità di Laboratorio per l’educazione alla cittadinanza, 2012 FriSAnCo m., Da qualificati, a diplomati, a specializzati. Il cammino lungo una filiera ricca di opportunità e competenze. Riferimenti, dispositivi e strumenti per conoscere e comprendere i nuovi sistemi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS), 2012 Sezione “Esperienze” 2003 CIOFS/FP PUGLIA (a cura di), ORION. Operare per l’orientamento. Un approccio metodologico condiviso e proposte di strumenti, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 1. Guida per l’accoglienza, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 2. Guida per l’accompagnamento in itinere, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 3. Guida per l’accompagnamento finale, 2003 CNOS-FAP PIEMONTE (a cura di), L’orientamento nel CFP. 4. Guida per la gestione dello stage, 2003 2005 CIOFS/FP SICILIA, Operatore servizi turistici in rete. Rivisitando il progetto: le buone prassi. Progettazione, ricerca, orientamento, nuova imprenditorialità, inserimento lavorativo, 2005 TONIOLO S., La cura della personalità dell’allievo. Una proposta di intervento per il coordinatore delle attività educative del CFP, 2005 2006 ALFANO A., Un progetto alternativo al carcere per i minori a rischio. I sussidi utilizzati nel Centro polifunzionale diurno di Roma, 2006 CIOFS-FP LIGURIA (a cura di), Linee guida per l’orientamento nei corsi polisettoriali (fascia 16-17 anni). L’esperienza realizzata in Liguria dal 2004 al 2006, 2006 COMOGLIO M. (a cura di), Il portfolio nella formazione professionale. Una proposta per i percorsi di istruzione e formazione professionale, 2006 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V., Una formazione di successo. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale in Piemonte 2002-2006. Rapporto finale, 2006 2007 NICOLI D. - COMOGLIO M., Una formazione efficace. Esiti del monitoraggio dei percorsi sperimentali di Istruzione e Formazione professionale in Piemonte 2002-2006, 2007 2008 CNOS-FAP (a cura di), Educazione della persona nei CFP. Una bussola per orientarsi tra buone pratiche e modelli di vita, 2008 2010 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2010, 2010 200 2011 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2011, 2011 2012 CNOS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali, Edizione 2012, 2012 niColi D. (a cura di), Sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di Istruzione e Formazione Professionale Diploma professionale di tecnico Principi generali, aspetti metodologici, monitoraggio, 2012 2013 SAlAtino S. (a cura di), Borgo Ragazzi don Bosco Area Educativa “Rimettere le ali”, 2013 CnoS-FAP (a cura di), Il Concorso nazionale dei capolavori dei settori professionali. Edizione 2013, 2013

Success stories. Quando è la Formazione Professionale a fare la differenza

Autore: 
G.Tacconi - G.M. Gomez
Categoria pubblicazione: 
Studi
Anno: 
2013
Numero pagine: 
188
Codice: 
978-88-95640-66-2
Giuseppe TAcconi - Gustavo MejiA GoMez SUCCESS STORIES Quando è la Formazione Professionale a fare la differenza Anno 2013 Coordinamento scientifico: Dario nicoli (Università cattolica di Brescia) Hanno collaborato: Matteo D’AnDReA: Segretario nazionale settore Automotive. Dalila DRAzzA: Sede nazionale cnoS-FAP – Ufficio Metodologico-Tecnico-Didattico. FiAT GRoUP Automobiles. Comunità professionale AUTOMOTIVE: Angelo AliqUò, Gianni BUFFA, Roberto cAVAGlià, egidio ciRiGliAno, luciano clinco, Domenico FeRRAnDo, Paolo GRoPPelli, nicola MeRli, Roberto PARTATA, lorenzo PiRoTTA, Antonio PoRzio, Roberto SARToRello, Fabio SAVino, Giampaolo SinToni, Dario RUBeRi. ©2013 By Sede nazionale del cnoS-FAP (centro nazionale opere Salesiane - Formazione Aggiornamento Professionale) Via Appia Antica, 78 – 00179 Roma Tel.: 06 5137884 – Fax 06 5137028 e-mail: cnosfap.nazionale@cnos-fap.it – http: www.cnos-fap.it SOMMARIO Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 i parte La ricerca si racconta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 ii parte I temi emergenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 iii parte Venti storie esemplari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 Conclusione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 171 Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 177 Indice . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 179 3 5 Introduzione di Giuseppe TACCONI la ricerca che viene qui presentata ha inteso esplorare in profondità il ruolo che l’esperienza vissuta all’interno di un centro di Formazione Professionale (cFP) ha assunto nelle biografie di un gruppo di ex-allievi di tali percorsi che si sono particolarmente distinti nell’ambito lavorativo e, più in generale, in quello della vita personale e dell’impegno sociale. la Federazione nazionale del cnoSFAP1 ci ha infatti chiesto di documentare alcune “storie di successo formativo” rintracciabili nelle biografie degli ex-allievi dei cFP salesiani che sono presenti in italia.Per precisare il focus assunto in questa ricerca sono necessarie alcune precisazioni. il compito che ci siamo assunti non era quello di indicare il numero di coloro che, a partire da percorsi di Formazione Professionale iniziale, sono arrivati al successo formativo. Del resto, non è facile nemmeno definire il concetto di “successo formativo”: che cosa significa? quali potrebbero essere i criteri che consentono di stabilire che un percorso formativo ha avuto effettivamente successo? Possiamo dire che il successo formativo è un concetto più ampio di quello di successo scolastico o economico e coincide con quello di “vita riuscita”; ma che cosa fa “riuscire nella vita”? non soltanto non è facile rispondere a questa domanda, ma sarebbe addirittura improprio riferire la riuscita nella vita ad un unico fattore, quello dell’esperienza formativa vissuta. in ogni caso, la ricerca non intende “dimostrare” che la Formazione Professionale porta al successo formativo, ma individuare quali condizioni possano favorire il successo formativo, a partire da alcuni casi concreti, segnalatici dai direttori di alcuni cFP salesiani sparsi per l’italia, in cui la formazione umana e professionale vissuta nei cFP – accanto ad altri elementi – ha giocato un ruolo di rilievo nello sviluppo di biografie personali consistenti e nell’assunzione di ruoli significativi e socialmente riconosciuti. la ricerca assume pertanto come principale oggetto il rapporto che esiste tra la formazione che queste persone hanno vissuto nei cFP e quello che oggi sono, almeno dal punto di vista di chi narra. Si tratta del resto di un oggetto quasi per nulla indagato. 1 la Federazione cnoS-FAP (centro nazionale opere Salesiane - Formazione e Aggiornamento Professionale), che ha sede a Roma, è l’ente che coordina i circa 60 centri di Formazione Professionale (cFP) salesiani presenti in italia. 6 esplorando le biografie viventi di alcuni ex-allievi, ci interessava in particolare capire che cosa avesse consentito a ragazzi, che spesso arrivavano al cFP carichi di fardelli pesanti e con gravi difficoltà nei confronti di un certo tipo di scuola, di ritrovare, fra alterne vicende, un cammino utile per valorizzare le proprie potenzialità ed affermarsi, da adulti, come stimati professionisti e soggetti capaci di assumersi responsabilità per sé e per gli altri (cfr. Dell’oro, 2012, p. 65). la ricerca sulle storie di formazione e di vita degli ex-allievi diventa pertanto anche – e soprattutto – una ricerca sulle pratiche dei docenti e le caratteristiche degli ambienti formativi viste con gli occhi degli ex-allievi. in questo senso la ricerca si qualifica come specificamente didattica, in quanto, attraverso i dettagli delle storie raccolte e analizzate in questo volume, ci consente di conoscere le caratteristiche di ambienti e pratiche formative che, in diversi casi, hanno consentito proprio quel tipo di valorizzazione che spesso ritroviamo all’origine di veri e propri cambi di rotta. Alcuni anni fa avevamo condotto, nello stesso contesto, alcune ricerche didattiche sulle pratiche formative dei docenti dei percorsi di istruzione e Formazione Professionale (ieFP), a partire dai racconti di un centinaio di docenti stessi (Tacconi, 2011a; 2011b; 2011c) assunti come fonte di un sapere pratico rilevante. la presente ricerca consente di attivare uno sguardo complementare alle precedenti sulle pratiche formative, con diversi punti di convergenza ma anche con accenti differenti che non mancheremo di sottolineare. non da ultimo, in un tempo in cui come Paese siamo confrontati con la sfida di rilanciare l’occupazione, l’esplorazione dei concreti percorsi di Formazione Professionale, che hanno consentito un accesso soddisfacente al mondo del lavoro e a itinerari di crescita personale, oltre che professionale, può risultare particolarmente utile per individuare traiettorie praticabili e direttrici verso cui orientare gli sforzi. il lavoro si sviluppa in tre parti. nella prima, la ricerca qualitativa si racconta. in questo tipo di ricerca, infatti, il rigore si gioca proprio nella misura in cui si riesce a dar conto in modo dettagliato di come il percorso è andato configurandosi. nella seconda parte, vengono presentati i risultati dell’analisi dei dati raccolti, che consentono di mettere a fuoco le caratteristiche dell’ambiente formativo del cFP e delle strategie di intervento che i partecipanti hanno constatato essere state decisive per la loro crescita. nella terza parte, presentiamo venti storie esemplari che illustrano in modo narrativo i principali elementi emersi dall’analisi. la conclusione, infine, propone una discussione dell’analisi dei dati che ne evidenzi le acquisizioni principali e indichi prospettive ulteriori. 7 I parte La ricerca si racconta di Giuseppe TAcconi «Hodie legimus in libro experientiae»1 il tragitto di una ricerca empirica di stampo qualitativo, come quello di un’escursione in montagna, può essere analizzato solo retrospettivamente, dopo che si è concluso, raccontandolo. Trattandosi poi, come in questo caso, di una ricerca centrata sull’approccio narrativo, è importante che anche il modo stesso di darne conto sia di tipo narrativo. nelle pagine che seguono cercherò pertanto di raccontare la ricerca, esplicitandone gli assunti epistemologici, precisandone il focus e il metodo, descrivendone i partecipanti, l’articolazione e le fasi. 1. RICERCA DIDATTICA E NARRAZIONE: PRESUPPOSTI EPISTEMOLOGICI questa ricerca nasce dalla raccolta di narrazioni di ex-allievi che hanno seguito un percorso di Formazione Professionale iniziale in un centro di Formazione Professionale (cFP) salesiano, in una delle sei Regioni italiane in cui si sono svolte le rilevazioni, in un lasso di tempo che va dagli anni Sessanta agli anni Duemila. le narrazioni sono state raccolte attraverso 54 interviste biografiche, successivamente trascritte e rielaborate in forma di racconti. il focus assunto nella raccolta e nell’analisi dei materiali è stato la qualità dell’esperienza formativa vissuta al cFP e la sua capacità di influire sul percorso biografico e sulla realizzazione, nel lavoro e nella vita, dei soggetti interpellati. il presupposto epistemologico di questa ricerca è che le narrazioni possano costituire il luogo genetico anche di un sapere rilevante sulla Formazione Professionale. la ricerca si configura infatti come una ricerca didattica, interessata ad approfondire la conoscenza che abbiamo delle pratiche formative. la pratica e i contesti nei quali essa si sviluppa rappresentano grandezze dense e complesse, che sfuggono alla presa sicura da parte di idee chiare e distinte e si offrono invece ai racconti dei soggetti che le vivono. il racconto si configura quindi come il modello co- 1 BeRnARDo Di chiARAVAlle (2006), p. 55. 8 noscitivo più adeguato – e non la rinuncia ad esso – per avvicinarsi alla pratica e al sapere vivo dell’esperienza2. certo, dall’analisi e dall’intreccio delle storie di formazione nasce anche una teoria, espressione del tentativo di mettere in parola il sapere che si genera a partire dall’esperienza (cfr. Mortari, 2003; 2010) e di dare un ordine razionalmente giustificato, riflettuto e argomentato, agli orientamenti pratici e alle logiche che possono ispirare l’azione formativa. Si tratta però di una teoria umile, situata, che non aspira alla generalizzazione, una teoria che potremmo definire “estratta”, e non “astratta”, perché assume forma proprio attingendo continuamente alle narrazioni da cui scaturisce e articola così concetti che – mi piace dire – rimangono “incarnati”3. Se in precedenti ricerche (cfr. Tacconi, 2011a; 2011b; 2011c; Tacconi, Mejia Gomez, 2010) abbiamo esplorato la pratica formativa a partire dalle narrazioni dei pratici, qui diamo voce al punto di vista di chi la formazione l’ha vissuta dall’altra parte del banco4. nell’uno e nell’altro caso, la comprensione dell’esperienza formativa – che è fondamentalmente relazione – non può avvenire che all’interno di uno spazio relazionale, quello istituito dall’intervista o dal costante confronto tra i ricercatori o, come nei casi citati sopra, anche dalla creazione di momenti di confronto tra i partecipanti e di validazione intersoggettiva dell’analisi dei dati raccolti. Ancora una volta, dunque, la narrazione si rivela essere per la didattica non solamente uno dei possibili approcci di ricerca ma l’approccio genetico, sorgivo e fondativo. la narrazione è costitutiva dell’identità di ogni persona, che appunto, come ci ricorda Paul Ricoeur, si configura come “identità narrativa” (Ricoeur, 1993, pp. 201-230). Per quanto i ricordi rimangano sempre in debito rispetto all’esperienza da cui attingono, proprio attraverso la memoria e la narrazione ciascuno di noi viene alla luce con i suoi lineamenti singolari (cavarero, 1997). A questo riguardo, luigi Meneghello5 osserva: «Siamo ciò che siamo stati: siamo come ci ha fatti il giro dell’esperienza, le cose viste, la gente con cui siamo entrati in rapporto, i libri 2 A questo riguardo, Max Van Manen osserva quanto segue: «The present interest in story or narrative may be seen as the expression of an attitude that is critical of knowledge as technical rationality, as scientific formalism, and knowledge as information. interest in narrativity may express the desire to return to meaningful experience as encountered in everyday life, not as a rejection of science, but rather as a method that can deal with concerns that normally fall outside of the reach of “normal” science» (VAn MAnen, 1994, p. 159). Su questo tema, cfr. anche DAhlBeRG, DRew, nySTRoM, 2002. 3 la rinuncia alla generalizzazione non contrasta con il tentativo di ricavare dalle storie elementi di trasferibilità ad altre situazioni e contesti. ogni singola storia, infatti, rimanda a schemi di azione che si ritrovano in molte altre e ogni schema di azione che viene individuato sintetizza molte situazioni. 4 in questo senso, come abbiamo già affermato nell’introduzione a questo lavoro, la presente ricerca integra e completa le precedenti. Per una ricerca basata su un approccio analogo a quello da noi adottato nelle ricerche sulle pratiche dei formatori della Formazione Professionale iniziale, ma riferita al contesto della formazione continua, cfr. liPARi, 2012. 5 Mi sembra opportuno, parlando di narrazione, attingere alle pagine di scrittori, narratori di professione alla lettura dei quali anche la ricerca didattica può alimentarsi. 9 letti. Abbiamo alle spalle una folla di presenze, alcune ingombranti come ippopotami, altre evanescenti e remote» (2012, p. 91). Attingendo alle parole di un altro scrittore, questa volta colombiano, possiamo precisare che «la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla» (Gárcía Márquez, 2002)6. non siamo solamente la somma dei nostri vissuti, ma ciò che dei nostri vissuti si trasforma in esperienza, proprio attraverso il ricordo e la narrazione7, e viene a far parte di noi, fino a costituirci intimamente. Se tutto questo si può dire delle autobiografie personali (cfr. Demetrio, 1996; De carlo, 2010), forse si può affermare anche di una disciplina come la didattica, almeno se intendiamo la didattica non più come scienza chiamata a prescrivere come si debba insegnare, ma come ambito di conoscenza che rivolge la sua attenzione a come le pratiche formative si dispiegano effettivamente (Damiano, 2006), raccoglie e tesse insieme storie di pratica, riconosce in esse e tra di esse una trama e, nella trama, un senso che ne rivela il significato e ne indica la possibile direzione (il “senso” di marcia, appunto). il presente lavoro ci mette a confronto con entrambi i piani narrativi sopra evocati, quello personale delle storie di formazione dei singoli ex-allievi e quello più ampio della ricerca didattica, intesa appunto come impresa collettiva e collaborativa, volta ad una messa in parola del sapere sulla formazione che è incorporato nelle pratiche di formazione e diventa accessibile alla conoscenza attraverso le storie di formazione. Tutto questo richiede di alimentare fiducia nelle storie, nella loro capacità di rivelarci aspetti profondi della realtà e dei fenomeni indagati (lackey, Sosa, 2006), pur non identificandosi con essi. Parlando dei presupposti epistemologici di questa ricerca possiamo citare anche il fatto che la ricerca qualitativa in genere, e in particolare quella che si basa sull’analisi delle pratiche e delle esperienze vive, assume una valenza formativa anche per i soggetti che vi partecipano (Tacconi, 2011d). Di ciò che è avvenuto, nei partecipanti e nei ricercatori, raccontando e sentendo raccontare le storie che seguono, dirò qualcosa più avanti, ricostruendo le fasi della ricerca. qui mi limito alla citazione di un racconto chassidico riportato da Martin Buber che sottolinea come la performatività sia proprio una caratteristica della narrazione: «A un rabbi, 6 Vale la pena di notare che fonte di ispirazione per questa ricerca sono state proprio le pagine di scrittori (come, ad esempio, proprio luigi Meneghello e Gabriel Gárcía Márquez) che, nelle loro opere, hanno dedicato una particolare attenzione a ricostruire i ricordi delle esperienze scolastiche vissute come allievi. oltre alle opere appena citate, segnalo un’utile e agile antologia degli scritti di luigi Meneghello sulle figure dei suoi insegnanti di un tempo, curata qualche anno fa da Francesca caputo (Meneghello, 2009). Un altro grande scrittore, elias canetti, ne La lingua salvata, racconta la sua esperienza scolastica di un tempo e traccia i profili di alcuni suoi insegnanti, in particolare del Prof. witz (cfr. cAneTTi, 1980, pp. 320-329). Su questo, vedi anche BAGni, conSeRVA, 2005, pp. 154- 157. Anche queste sono a tutti gli effetti fonti documentali (e per la precisione scritture di ex-allievi) a cui la ricerca didattica potrebbe, a mio parere, proficuamente attingere. 7 È Bruner a ricordarci che «la forma tipica di strutturazione dell’esperienza (e del nostro ricordo di essa) è narrativa» (BRUneR, 1992, p. 65). 10 il cui nonno era stato discepolo del Baalshem, fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia, egli disse, va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto”. e raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare la storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì» (Buber, 1988, pp. 3-4). come avremo modo di vedere dalle testimonianze dei partecipanti, anche per loro raccontare storie è stato d’aiuto: raccontando quelle dei loro maestri, delle loro azioni e delle loro “danze”, anche ai nostri formatori è capitato spesso di ritrovarsi a danzare come loro. 2. GLI OBIETTIVI E IL FOCUS DELLA RICERCA come abbiamo già accennato nell’introduzione, il focus della ricerca che qui presentiamo è l’esperienza umana e formativa vissuta dai soggetti interpellati, nei cFP nei quali sono stati allievi, ciò che è stato significativo per loro. l’ipotesi di lavoro è che la formazione vissuta nel cFP – accanto ad altri elementi – possa avere giocato un ruolo rilevante nello sviluppo di biografie personali consistenti e nell’assunzione di ruoli socialmente riconosciuti. la nostra ricerca assume pertanto come oggetto le storie di formazione e di lavoro di un gruppo significativo di ex-allievi dei percorsi della Formazione Professionale iniziale, per indagare il rapporto che esiste tra la formazione che queste persone hanno vissuto nel cFP e quello che oggi sono. in particolare, si intende capire, a partire dal punto di vista dei soggetti in formazione, quali siano stati gli elementi di qualità delle pratiche formative che erano in uso nei cFP e che questi ex-allievi considerano essere state determinanti nel dare una certa direzionalità al loro percorso. Più in generale, si tratta di individuare quegli elementi essenziali dell’esperienza formativa che hanno contribuito al successo formativo nella storia delle persone intervistate e di proporli all’attenzione dei formatori e degli operatori della Formazione Professionale attuale, come elementi su cui può valere la pena di riflettere e forse di puntare anche oggi. il focus è dunque, ancora una volta, sulle pratiche formative, sui contesti in cui esse si danno, sui concreti dispositivi in cui si traducono e sugli atteggiamenti che animano i pratici8. Si capisce dunque in che senso la presente ricerca si qualifichi come ricerca “didattica”, interessata ad illuminare la pratica considerando i soggetti che interagiscono nell’azione didattica – gli attori, appunto – come fonti di un sa- 8 Per studi simili, basati però sulle scritture che un gruppo di insegnanti ha prodotto sui propri insegnanti di un tempo, cfr. TAcconi 2007 e TAcconi 2013. non ci risulta invece che siano stati finora condotti studi di questo genere sugli ex-allievi di cFP. 11 pere rilevante (Damiano, 2006; Grassilli, Fabbri, 2003). Se, negli scorsi anni (Tacconi, 2011a; 2011b; 2011c), la pratica didattica è stata indagata a partire dalle narrazioni dei pratici e, in particolare, dei docenti, qui, come già ricordato, la pratica formativa viene esplorata a partire dalle narrazioni di coloro che rappresentano l’altro polo della relazione educativa: gli allievi, anzi più precisamente gli ex-allievi. Mettere a fuoco gli elementi per i quali l’esperienza formativa degli ex-allievi interpellati può essere considerata un’esperienza di “successo” ci consente di raccogliere una specie di galleria di storie di insegnamento (coles, 2004; edmunson, 2002), viste con gli occhi di coloro che tali insegnamenti li hanno vissuti da allievi, a partire dalle quali tentare di delineare i tratti di un modello efficace di Formazione Professionale. 3. I PARTECIPANTI i partecipanti che, congruentemente con gli assunti di carattere epistemologico sopra esplicitati, in questo tipo di ricerca diventano a pieno titolo soggetti attivi della ricerca stessa, fonti del sapere che si intende mettere a fuoco, sono stati 54 exallievi di 7 centri di Formazione Professionale (cFP) salesiani di 6 Regioni italiane (emilia Romagna, lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Veneto). la ricerca, promossa dalla Sede nazionale della Federazione cnoS-FAP, prevedeva il coinvolgimento di almeno 40 ex-allievi, scelti tra coloro che si erano particolarmente distinti nella vita lavorativa e personale. nel mese di aprile del 2010, la Sede nazionale ha contattato i direttori dei circa 60 cFP salesiani, sparsi su tutto il territorio nazionale, chiedendo loro di indicare i nominativi e i recapiti telefonici di quegli ex-allievi che consideravano possibili esempi di “successo formativo” in almeno due dei seguenti ambiti: 1) impegno lavorativo, 2) impegno sociale e civile (servizi di volontariato, impegno in ambito culturale e sociale o politico ecc.) e 3) impegno in ambito salesiano (associazione ex-allievi, docenza nel cFP, servizi all’interno delle opere salesiane ecc.). Alla sollecitazione da parte della Sede nazionale hanno risposto, offrendo la loro disponibilità, 14 cFP. nei mesi successivi e per tutto il 2011, è stato possibile contattare direttamente e organizzare le interviste in 7 cFP. Sono state raccolte complessivamente 54 storie di formazione9. nella Tabella 1, riportiamo l’elenco dei partecipanti, nell’ordine in cui è stata effettuata la raccolta dei dati. Di ciascuno si riportano qui (e successivamente nel testo) il cFP di provenienza, le iniziali del nome e del cognome e alcune altre caratteristiche. 9 Tra i cFP che hanno offerto la disponibilità a partecipare alla ricerca indicando i nomi e i recapiti dei soggetti da intervistare, per motivi organizzativi, non è stato possibile coinvolgere il cFP di Vasto (ch) che si spera di poter coinvolgere in successivi sviluppi di questo lavoro. 12 Tab. 1 - Elenco dei partecipanti segue 13 segue 14 come si può vedere nella tabella, le aree geografiche in cui è stato possibile realizzare il maggior numero di interviste sono state la Sicilia e il Piemonte10. la ragione di questo è stata di carattere prettamente organizzativo: in quei contesti, infatti, si sono create delle condizioni particolarmente favorevoli per l’incontro con i partecipanti e la raccolta dei dati. Del resto, la ricerca non si poneva l’obiettivo di coinvolgere un campione rappresentativo di ex-allievi. era, piuttosto, interessata alla significatività dei testimoni e ad una loro distribuzione su tutto il territorio nazionale. in particolare, sempre per quanto riguarda le aree di provenienza, 31 partecipanti provengono dalle Regioni del Sud italia (Sicilia: 2911 e Puglia: 2), mentre 23 partecipanti provengono dalle Regioni dell’italia del nord (Piemonte: 14; Veneto: 5; emilia Romagna: 3; lombardia: 1). i soggetti indicati sono tutti maschi. Anche se, dagli Anni ‘90, i cFP salesiani è si sono aperti anche ad accogliere allieve, l’utenza decisamente prevalente è maschile. Per quanto riguarda le età, solo 2 dei partecipanti, al momento dell’intervista, avevano meno di 29 anni (cioè avevano frequentato il cFP tra la fine degli Anni ‘90 e i primi anni 2000) e ancora solo 2 avevano più di 60 anni (il che significa che avevano frequentato il cFP a metà degli Anni ‘60). 12 partecipanti avevano tra i 50 e i 59 anni (significa che avevano frequentato il cFP tra il 1966 e il 1975), 19 avevano tra i 40 e i 49 anni (cioè avevano frequentato la Formazione Professionale tra il 1976 e il 1985) e altri 19 avevano tra i 30 e i 39 anni d’età (e avevano frequentato la Formazione Professionale tra il 1986 e il 1995). Per quanto riguarda i titoli di studio acquisiti, la metà dei partecipanti ha conseguito una qualifica professionale e si è poi inserita nel mondo lavorativo; l’altra metà dei partecipanti ha proseguito negli studi oltre la qualifica, spesso dopo aver superato impegnativi esami di ammissione (in genere al terzo anno) ai percorsi di istruzione superiore, scegliendo di continuare fino alla conclusione di un corso quinquennale (esame di maturità), frequentando generalmente un istituto tecnico o professionale e seguendo spesso i corsi serali. Una decina di partecipanti ha intrapreso corsi universitari e 6 di loro sono arrivati ad una laurea, in genere in ambito tecnico o ingegneristico. Per quanto riguarda le aree di impegno, 15 partecipanti hanno attualmente un impiego come tecnici (disegnatori, progettisti, macchinisti, tipografi, analisti ecc.), 3 come dirigenti, 18 sono imprenditori o liberi professionisti, 16 sono assunti come formatori o docenti, prevalentemente all’interno di cFP salesiani. 10 in Sicilia, don Mauro Moccia, responsabile salesiano del cFP di catania, e in Piemonte, Michele Marchiaro e walter Manzone, entrambi docenti nei cFP di Fossano e Bra, si sono resi molto disponibili a facilitare la raccolta, organizzando gli incontri con gli ex-allievi e spesso accompagnando personalmente l’intervistatore nei luoghi in cui si sono svolti gli incontri. 11 l’intervista col codice intct1 non è stata inserita nella Tab. 1 e dunque nei conteggi, perché non ha coinvolto un ex-allievo ma un salesiano ed è servita per raccogliere elementi utili alla comprensione del contesto. 15 4. IL METODO Abbiamo chiarito sopra quali siano i presupposti epistemologici assunti in questa ricerca e il problema da cui essa parte. il metodo adeguato al problema di comprendere a fondo la fenomenologia dei processi formativi che avvengono nei cFP, a partire dall’esperienza di soggetti che ne sono stati allievi e che dunque hanno condiviso un’esperienza simile, ci è parso essere quello empirico che si rifà alla narrative Inquiry (clandinin, 2007). la tecnica di indagine che abbiamo utilizzato per raccogliere i dati è stata infatti l’intervista narrativa (Atkinson, 2002) e anche gli approcci a cui ci siamo riferiti per l’analisi dei dati raccolti, in particolare il metodo fenomenologico (Van Manen, 1990; Mortari, 2007) e quello della grounded theory (Glaser, Strauss, 1967; Tarozzi, 2008), hanno assunto una curvatura, se così si può dire, “narrativa”: il primo orientando in particolare la postura dei ricercatori nell’ascolto attento dei racconti dei soggetti interpellati; il secondo guidando nel processo di progressiva concettualizzazione dal basso, a partire però dall’individuazione di unità narrative, generalmente ampie, come unità di analisi. le scelte di metodo compiute hanno comportato un costante accompagnamento riflessivo attraverso la stesura di un diario di ricerca (ancora una volta una narrazione) e un continuo confronto tra i ricercatori. l’impronta narrativa caratterizza insomma tutto l’impianto metodologico della ricerca: la fase di raccolta, in cui i racconti vengono sollecitati e accolti come dono; la fase di analisi, in cui i ricercatori si soffermano sulle unità narrative e, attraverso il diario, raccontano l’analisi stessa; la fase di scrittura del report, in cui si dà conto in forma narrativa dei risultati emersi e del processo stesso di ricerca. 5. LE FASI DELLA RICERCA Solo la ricostruzione delle varie fasi del processo di ricerca consente di cogliere come il metodo sia andato concretamente strutturandosi e abbia consentito di passare da una semplice raccolta di narrazioni ad una comprensione profonda dell’esperienza formativa. qui di seguito riportiamo le fasi così come si sono succedute, attingendo anche alle note che abbiamo steso in quella vera e propria fase trasversale all’intero processo che è la stesura del diario riflessivo (Mortari, 2007). 5.1. La raccolta dei dati Abbiamo già ricordato sopra che i partecipanti sono stati indicati alla Sede nazionale del cnoS-FAP dai direttori dei vari cFP, tra gli ex-allievi che rispondevano ad alcuni criteri che avevamo scelto come indicatori di “successo formativo”. Una volta acquisiti i nominativi e i recapiti, abbiamo proceduto a contattare singo16 larmente gli ex-allievi12 e ad organizzare le trasferte. le interviste sono state realizzate tutte da Gustavo Mejia Gomez che si è mosso nelle sei Regioni in cui è avvenuta la raccolta. 5.1.1. Sollecitazioni delicate a ricordare Particolare cura ha richiesto la predisposizione di un setting accogliente, che consentisse ai soggetti interpellati di cogliere il senso della ricerca e che facilitasse l’ascolto e la costruzione di un clima di reciproca fiducia. circa metà delle interviste sono state realizzate presso i cFP, mentre l’altra metà sono state realizzate nei luoghi di lavoro dei soggetti interpellati. le interviste sono durate in media circa 90 minuti ciascuna. 12 questa operazione non è sempre stata agevole. Soprattutto non è stato facile concordare degli appuntamenti e organizzare quindi i viaggi dell’intervistatore. Solo nel caso di Piemonte e Sicilia, alcuni referenti locali hanno fatto da tramite consentendo all’intervistatore di utilizzare al meglio i tempi di permanenza in quei contesti per la raccolta dei dati. Domande di apertura/informative – Nome e cognome. – Età. – Attuale occupazione. – Anni in cui è stata vissuta l’esperienza al CFP. – Percorso formativo post-CFP (se presente). Domande d’ingresso – Provi a descrivere il suo attuale, principale ambito di impegno lavorativo. – Che cosa ricorda dell’esperienza che ha vissuto al CFP? Core Questions – Che cosa ritiene di avere imparato al CFP? Può ricordare qualche episodio emblematico? – C’è qualche figura di insegnante che lei ricorda con particolare intensità? Come mai? C’è qualche episodio particolarmente significativo che le è rimasto impresso nella mente, che lei ricorda, in relazione a questo insegnante? Potrebbe raccontarlo? – C’è qualcosa di quello che ha vissuto al CFP che lei ritiene in qualche modo abbia influito o determinato le sue scelte future? Le scelte che vengono compiute da una persona nella vita possono dipendere da moltissimi fattori; in quale misura la formazione ricevuta nel CFP salesiano ha contribuito, se secondo lei ha contribuito, al suo sviluppo professionale e, più in generale, personale? – Quale aspetto dell’esperienza formativa vissuta al CFP ritiene sia stato/a particolarmente rilevante in ordine alla sua attuale professione? Che cosa, di quello che ha vissuto al CFP, ritiene che sia stato più utile per il dopo, anche in ordine ai suoi campi di impegno attuali? – Che rapporto vede tra la sua storia di formazione (di cui fa parte anche l’esperienza vissuta al CFP) e ciò che lei è oggi? Domande di chiusura – Che consiglio darebbe ai formatori di oggi, a partire dalla sua esperienza? – Come si è sentito durante questa intervista? Tab. 2 - Traccia per l’intervista narrativa 17 Pur avendo definito una traccia da seguire per realizzare l’intervista (vedi Tab. 2), i colloqui sono stati condotti in modo non direttivo (Rogers, 1997). l’intervistatore ha cercato di porsi, nei confronti dell’intervistato, con un atteggiamento di autentico interesse, dismettendo i panni dell’“esperto” e indossando quelli di colui che chiede per conoscere ed è consapevole che il racconto dell’altro rappresenta un vero e proprio dono. l’importante era mantenere l’attenzione dell’intervistatore e dell’intervistato sui focus dell’intervista stessa, cioè sull’esperienza vissuta al cFP e sul rapporto tra tale esperienza e la futura vita personale e lavorativa. in particolare si trattava di sollecitare con delicatezza la narrazione di situazioni, aneddoti ed episodi, più che l’emersione di considerazioni e pensieri di carattere generale. Più che storie di vita, quelle raccolte attraverso le interviste sono dunque storie di formazione e di vita professionale, che hanno comunque richiesto ai partecipanti un ascolto di sé ed una specifica riflessione sulla propria storia, che li ha portati in particolare ad esplicitare e poi ad esaminare i tratti di quelle figure esemplari che hanno svolto un ruolo importante nella loro formazione. le interviste sono state ovviamente audio-registrate e trascritte parola per parola all’interno di una matrice che, oltre ai dati relativi all’intervista, riportasse i vari turni di parola e gli spazi per le operazioni di analisi (vedi Tab. n. 3). la raccolta delle interviste integrali è stata consegnata a fine 2012 alla Sede nazionale del cnoS-FAP, contestualmente ad un primo report di ricerca. non è stato invece possibile effettuare ricognizioni più ampie, attraverso schede esplorative sintetiche, così come non si sono potuti coinvolgere i soggetti interpellati nella realizzazione di incontri di approfondimento e di validazione intersoggettiva delle analisi dei dati. 5.1.2. L’intervista narrativa come momento riflessivo e trasformativo la partecipazione alle interviste ha rappresentato per i soggetti coinvolti un momento particolarmente intenso di riflessione. qui di seguito, riporto alcuni brani che consentono di cogliere il significato che l’intervista ha assunto per i partecipanti. P er i partecipanti, l’intervista ha rappresentato innanzitutto un momento di intenso coinvolgimento emotivo, legato ai ricordi: Tab. 3 - Traccia per l’intervista narrativa 18 in questa intervista mi sono un po’ commosso. Sono bei ricordi! Sono qua tutti i giorni, però non ci penso, perché vengo a lavorare; quando ne parli con altri ti commuovi perché sono bei ricordi (intBra5); in questa intervista ho provato un po’ di emozione, perché non capita tutti giorni di parlare della propria vita. qualche volta incontro degli ex-allievi, o qualche persona che conosce i salesiani, e anche in quei casi spesso scatta il ricordo, sempre associato a forti emozioni (intct10). Ricordare è piacevole e “fa star bene”; inoltre, attraverso il ricordo, cresce la consapevolezza riguardo a sé e alla propria storia: è bello ricordare che ho iniziato da zero […]; ricordare tutto il percorso che ho fatto in questi anni, mi appaga; guardo indietro e mi accorgo di aver percorso un bel pezzo di strada. Se uno fa questo percorso con passione, poi lavorerà nello stesso settore con passione (intct16); mi sento come se avessi di nuovo quindici anni: si ritorna all’età della scuola, ai giochi, agli studi, al laboratorio, al professore di aggiustaggio con la lima; è qualcosa di magico (intct18); quando mi viene chiesto di parlare della scuola e dei salesiani è sempre un piacere, perché è bello ricordare i vecchi periodi. ogni volta che entriamo qua, al cFP, ci tuffiamo nel nostro passato e i ricordi sono sempre piacevoli (intct19); mi capita di sovente di ricordare la mia esperienza; data la mia età, sto cominciando a vivere di ricordi; sono passati tanti anni e ricordo con piacere le cose fatte (intBra4); dopo l’iniziale smarrimento, ho cominciato a mettere insieme un po’ i pezzi e direi che, con calma, si possono ricordare le cose buone e quelle brutte; nella mia esperienza, quelle buone sono in netto vantaggio; l’intervista è stata piacevole e ricordare il passato può essere per certi versi terapeutico (intFoss4). l’intervista ha avuto l’effetto di smuovere energie, di mettere in moto il pensiero e di consentire l’esplicitazione di elementi altrimenti destinati a rimanere muti: facendo questa intervista mi sono sentito vivo; ho raccontato cento cose, ma ne dovevo raccontare mille, forse ci ripenserò e mi accorgerò di non avere detto le cose più importanti (intct9); in questa intervista sono stato messo nelle condizioni di buttar fuori quello che avevo dentro di positivo e magari anche qualcosa di negativo (intct3). nei partecipanti c’è infine la consapevolezza che, attraverso le loro testimonianze, anche altri potranno confrontarsi con l’esperienza del cFP, cogliendone il valore: mi fa piacere parlare della mia esperienza. A chi mi chiederà come mai faccio questo lavoro racconterò la mia storia e ricorderò don R. che mi è rimasto proprio nel cuore (intct29); mi fa bene parlare del cFP; spero che attraverso queste interviste, le persone che non hanno mai avuto modo di stare in un cFP, si possano confrontare con questa esperienza; è stata bella, positiva, ho potuto rinfrescare i miei ricordi (intct14). 19 Tutto questo ci fa toccare con mano che una ricerca di questo tipo può trasformarsi in un significativo momento riflessivo di riappropriazione della propria storia e di proiezione nel futuro. 5.2. L’analisi dei dati la seconda e la terza parte di questo lavoro di ricerca danno conto dei risultati di due modalità differenti, ma integrate e complementari, di analizzare i dati raccolti. in entrambi i casi, abbiamo adottato un approccio narrativo che andremo ad esplicitare qui di seguito. 5.2.1. L’analisi dei dati secondo un approccio grounded oriented l’analisi dei dati, avviata una volta conclusa la raccolta dell’intero corpus delle 54 interviste, ha comportato innanzitutto una lettura attenta del materiale da parte di entrambi i ricercatori. l’avvicinamento ai testi, come l’incontro diretto con testimoni viventi, richiede un atteggiamento di ascolto e accoglienza, per lasciarli risuonare dentro di sé, fino a cogliere l’emersione di alcuni temi rilevanti e delle relative connessioni in grado di illuminare la pratica formativa come un cono di luce, che non vernicia le cose del suo colore ma fa brillare ciascuna del proprio. Dopo che ciascuno dei due ricercatori aveva letto separatamente i materiali inseriti in matrice (vedi sopra, Tab. 3), evidenziando le unità di testo significative in base all’oggetto della ricerca e formulando per ciascuna unità un’etichetta descrittiva (cfr. Mortari, 2007), ci siamo ritrovati per un primo confronto. i materiali risultavano di diversa densità, ma in tutti i testi ritrovavamo unità significative, caratterizzate da descrizioni particolareggiate di situazioni specifiche, oltre che da pensieri e considerazioni dei parlanti. nel confronto, che è servito per costruire uno sguardo comune e un buon livello di accordo nella formulazione delle etichette descrittive, ci siamo resi conto che procedere nell’analisi utilizzando la matrice rischiava di orientarci a spezzare elementi che, nella descrizione dei partecipanti, si presentavano come intrecciati. Abbiamo pertanto optato per la trasformazione delle interviste in veri e propri testi, togliendo i turni di parola che contenevano le domande e curando, nel caso in cui fosse necessario, i raccordi tra una risposta e l’altra degli intervistati con l’inserimento redazionale, tra parentesi tonde, di una particella connettiva o di qualche altra parola utile per la comprensione. nello stesso tempo, ci accorgevamo che alcune espressioni, spesso tipiche del parlato (ad esempio, espressioni come: “diciamo che…”, “guardi…”, “ecco”, “ha/i capito?”, “quello che è”, “diciamo questo” ecc., oppure relative come “che c’era/erano…” ecc.), potevano essere tolte senza compromettere minimamente il significato del brano narrato. le abbiamo allora sostituite con l’inserimento dei puntini all’interno di parentesi quadre ([…]). in questa operazione di “pulitura del testo”, era molto importante essere attenti a non alterare il significato del testo. ci accorgevamo che anche questa vera e propria cura del testo diventava a tutti gli effetti un’azione di analisi. Abbiamo proceduto 20 insieme su una decina di interviste e poi autonomamente, ma confrontandoci su tutti i punti critici. qui di seguito riportiamo il brano di un’intervista, l’intVr2, trasformata in racconto: ho trentanove anni e la mia attuale occupazione è nel gruppo..., come ingegnere (intVr2/1). Dopo il cFP, ho frequentato le scuole serali, ho preso il diploma, sempre qui al San zeno, dopo di che ho intrapreso l’università e mi sono laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano (intVr2/3). (opero) principalmente nell’ambito progettuale, nella funzione ricerca e sviluppo […], su aspetti che riguardano […] anche la parte di programmazione, controllo dei costi, gestione delle risorse, sempre a fini di un progetto (intVr2/5). l’esperienza del cFP è qualcosa che mi porto (quotidianamente) nel cuore […]; è una cosa che […] forse chi è esterno non capisce, perché pensa che, dopo tante esperienze che si fanno successive a quella del cFP, uno potrebbe anche dimenticarsene […]. Un paio di anni fa, mi hanno fatto […] un’intervista […] ai fini della selezione del personale a Roma, presso il gruppo…, dove attualmente lavoro […]; mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Alla fine mi sono accorto di aver raccontato tutto sull’esperienza, compresa quella del cFP, e di aver praticamente trascurato l’università […], in cui ero stato impegnato per tanto tempo e che poi evidentemente mi ha dato il titolo che mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro, nel posto che oggi occupo. Vuol dire che tutto ciò che io oggi faccio […], lo faccio sulla base di quello che ho ricevuto in quei tre anni di cFP. […] ho ricevuto là una base su cui poi ho costruito il resto […], una base formata prima di tutto da […] una capacità di percepire e di vivere il mondo […] in una maniera sempre produttiva per me stesso, ma anche e soprattutto in un senso umano più ampio. Poi – l’esperienza me lo ha insegnato –, nonostante si viva in mezzo a tanta tecnologia, chi sta dietro e muove tutto è la persona […], il gruppo delle persone; al giorno d’oggi, nessuno fa niente da solo, è impossibile. la capacità di relazionarmi con gli altri, di saper cogliere il momento giusto per intervenire – perché talvolta bisogna pendere delle decisioni che lì per lì hanno un effetto apparentemente negativo –, la capacità di percepire il mondo che ci circonda, le persone con le quali si dialoga quotidianamente e di intervenire di conseguenza […] (tutto questo ho maturato al cFP) ed è ciò che mi ha dato una marcia in più. […] il fatto di essere dei geni, nelle aziende, al giorno d’oggi, non è richiesto […]; si cerca una persona, vorrei dire, equilibrata […]. l’equilibrio è fatto da una serie di elementi, non so se chiamarli capacità, […] competenze che uno acquisisce anche inconsapevolmente; […] sta tutto nel […] fatto di cogliere i momenti più importanti […]; se uno li riconosce e li interpreta nel modo giusto, poi […] li sa anche vivere correttamente e talvolta li può anche indirizzare. Se uno non si rende conto, oppure non percepisce ciò che gli sta attorno, l’evento che gli capita, secondo me, non sa cogliere la differenza tra chi sa operare bene, in tutti i campi, e chi brancola nel buio o comunque rimane isolato. È proprio questo che fa la differenza: saper cogliere l’evento e indirizzarlo sulla base concreta di ciò che uno ha […] imparato nel corso degli anni. […] Tante volte, per mille ragioni, ci lasciamo sfuggire delle occasioni, che poi riconosciamo come tali quando ormai il tempo è passato. Secondo me chi ha invece quella base di cui parlavo, […] ha più possibilità di coglierle […] (intVr2/7) […]. come si vede, rimangono le indicazioni relative ai turni di parola e i segni degli interventi sul testo ma, a differenza del testo in matrice, abbiamo a che fare con un racconto continuo, non spezzato dalle domande, per quanto ancora grezzo. Una volta trasformate tutte le interviste in racconti di questo genere, abbiamo proceduto ad individuare nuovamente le unità significative di testo, evidenzian21 dole. Facendo questa operazione, ci siamo resi conto che alcuni racconti erano particolarmente densi e che sarebbe stato un peccato spezzarli in brani più brevi. isolando le varie unità di analisi, la storia, con la sua dinamica interna, sarebbe andata persa. Abbiamo allora deciso di procedere in modi differenti. con un gruppo di 34 racconti abbiamo operato secondo la seguente successione di operazioni: – individuazione delle unità significative di ciascun racconto, – attribuzione a ciascuna unità di un titolo (o etichetta descrittiva) che ne restituisse il senso “spremuto”, – aggregazione, su un nuovo file, dei titoli (con i relativi racconti)13 secondo un criterio di affinità tematica, – attribuzione di un titolo (categoria concettuale) alle aggregazioni (cluster), – attribuzione di un titolo (macro-categoria) alle aggregazioni di cluster affini ecc. come sempre capita, il lavoro di analisi è ricorsivo e comporta continue revisioni. Procedendo con i racconti, procedevamo in quel lavoro di tessitura che è l’analisi stessa. i brani estratti dai racconti cominciavano a fare eco tra loro e ad aggregarsi in raggruppamenti affini generando dal basso concetti e categorie. nella tabella che segue, riporto il sistema di codifica (coding) che è emerso da questo lavoro di analisi, che è articolato su quattro livelli di categorie e che in buona parte coincide con l’indice della seconda parte di questo lavoro, dedicata ai temi emergenti. 5.2.2. La costruzione delle storie come abbiamo ricordato, trasformando le interviste in testi narrativi, ci siamo accorti che almeno una ventina avevano le caratteristiche di vere e proprie storie, che ci sembrava opportuno rendere fruibili in forma più completa di quella possibile attraverso la divisione dei racconti in unità di analisi. ci rendevamo conto che ognuna di queste storie era stata colta come una specie di frutto maturo, al massimo della sua fragranza, che ci avrebbe consentito di gustare il sapore della formazione, solo se riuscivamo a restituirla nella sua interezza. questa scelta ha comunque comportato qualche intervento redazionale sui racconti, la cosiddetta “pulitura del testo” di cui abbiamo parlato sopra. i testi inoltre conservavano tutte le caratteristiche dell’oralità, in cui il fluire del discorso non sempre segue un filo logico. era allora necessario individuare un criterio organizzatore, generalmente quello cronologico, attorno a cui sistemare le varie parti del racconto. questo ha talvolta comportato lo spostamento di alcuni periodi o di al- 13 Abbiamo trovato utile operare in word, attribuendo ai titoli dei brani (o etichette) uno stile di titolo 4, ai successivi raggruppamenti di titoli (cluster) per affinità un titolo 3, ai raggruppamenti di cluster un titolo 2 e così via. in questo modo, inserendo semplicemente un sommario, potevamo costruire con facilità e tenere sempre aggiornato un coding sintetico, ma nello stesso tempo lavorare su un documento che, accanto all’etichetta riportava già anche il relativo brano. 22 cuni elementi della frase per favorire la comprensibilità. Talvolta diventava opportuno spostare alcune parti, anche lunghe, perché connesse con parti precedenti o successive; in questo caso, almeno nella prima versione dei racconti, abbiamo riportato comunque il codice che consentiva di individuare il turno di parola e ricondurre il brano al testo originario dell’intervista, in modo tale che fosse possibile a ciascuno dei due ricercatori controllare le operazioni dell’altro (validazione intersoggettiva dell’analisi). L’AMBIENTE Il CFP come ambiente che educa Un clima di famiglia LA FORMAZIONE Una formazione personale attraverso la Formazione Professionale Imparare il lavoro Imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: gli oggetti di apprendimento L’apprendimento di saperi intrecciati alla pratica L’apprendimento di un metodo Lo sviluppo di competenze personali L’apprendimento del gusto di un lavoro ben fatto Imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: le strategie formative Apprendere facendo Una didattica centrata sul laboratorio e sulla realizzazione di compiti autentici Una didattica centrata sulle relazioni La possibilità di intrecciare apprendimento formale ed esperienza lavorativa Una formazione che mobilita energie Dall’insuccesso scolastico Al successo formativo Una formazione che orienta alla vita L’orientamento al lavoro L’orientamento a proseguire nella formazione L’orientamento esistenziale L’ACCOMPAGNAMENTO ALL’INSERIMENTO LAVORATIVO L’aiuto a trovare un lavoro Lo stimolo a mettersi in proprio L’offerta di un posto di lavoro al CFP L’attivazione della rete degli ex-allievi per il lavoro TRATTI E RITRATTI DI FORMATORI Adulti significativi e disponibili Testimoni appassionati del proprio lavoro Capaci di coniugare rigore e cordialità Scopritori di talenti e rigeneratori di energie spente Dotati di caratteristiche che si apprezzano più tardi Suggerimenti ai formatori di oggi BILANCI Indizi di successo formativo e di vita riuscita Il ruolo riconosciuto all’esperienza del CFP nelle scelte operate Altri fattori che hanno inciso sulle scelte Criticità Criticità di allora Criticità di oggi Tab. 4 - Coding system 23 Altre operazioni sui testi dei racconti sono state le seguenti: l’aggiunta tra parentesi tonde di qualche parola o parte di frase che nel testo mancava; l’eliminazione dal testo di brani contenenti considerazioni generali non agganciate da esemplificazioni, sostituiti dai puntini all’interno di parentesi quadre ([…]). inoltre, i testi sono stati sottoposti a successive revisioni, per essenzializzarli e farne emergere con chiarezza la struttura interna. il frutto di questa analisi si prestava ad essere reso nella forma di un’antologia di storie, complementare all’analisi svolta sulle altre interviste. i temi che emergevano non erano, infatti, sostanzialmente diversi da quelli che erano emersi nell’analisi delle altre 34 storie di formazione, solo che emergevano tra loro intrecciati. A differenza delle unità di analisi individuate per il corpus delle 34 interviste che, per quanto contenenti prevalentemente elementi narrativi, erano abbastanza univoche nell’indicare un riferimento tematico, per i 20 testi lunghi non era facile individuare il cuore del racconto e dunque attribuire un titolo al racconto stesso14. Si trattava di fare delle scelte, individuando la dimensione di volta in volta dominante. nella scelta dell’ordine in cui elencare i racconti, abbiamo cercato comunque di seguire l’ordine tematico espresso dalle categorie emerse nell’analisi precedente (vedi Tab. 4). inoltre, per evidenziare la complementarietà delle due analisi, abbiamo inserito un rimando alle storie anche nella parte sui temi emergenti, ogni volta che ci accorgevamo che un tema emergeva sia negli estratti analizzati che nelle storie più estese. Anche qui ci sembra utile elencare in sintesi le operazioni condotte per questo tipo di analisi: – passaggio dal testo dell’intervista al racconto “grezzo” (come indicato sopra); – prima “pulitura del testo”; – sistemazione delle parti del racconto secondo il criterio organizzatore di volta in volta più adeguato al testo stesso; – progressive revisioni del testo15; – attribuzione di un titolo al racconto e di eventuali sottotitoli alle varie sezioni del racconto. 5.3. L’interpretazione dei dati i dati raccolti non possono essere visti come rappresentazioni fedeli della realtà. Sono essi stessi, in quanto racconti, interpretazioni attraverso cui i soggetti 14 Ad esempio, la storia dal titolo “Un approccio centrato sul fare”, tratta dall’intervista a e. (intVr3), poteva esemplificare sia la questione dello stile relazionale valorizzante, sia quella dell’approccio centrato sul fare. in quel caso si è trattato di fare una scelta, ma la storia – come l’esperienza – tiene insieme i vari elementi. 15 le versioni dei racconti inserite nella terza parte di questo libro sono ripulite dei riferimenti ai vari turni di parola delle trascrizioni originali delle interviste. le varie versioni rispondono a esigenze diverse. quella lunga, che mantiene i codici, risponde alle esigenze della ricerca; quella breve, senza codici, risponde ad esigenze di comunicabilità e di fruibilità piacevole dei testi. 24 narranti connettono in una storia i singoli eventi che hanno caratterizzato la loro esperienza formativa (Bruner, 1992). Anche l’analisi dei dati che abbiamo cercato di descrivere sopra è stato un lavoro di tipo interpretativo; su questo è però opportuno aggiungere qualche ulteriore osservazione. Se è vero che «quello che si deve comprendere in un racconto non è anzitutto colui che parla dietro al testo, ma ciò di cui è parlato, la cosa del testo, cioè il tipo di mondo che in qualche modo l’opera dispiega davanti al testo» (Ricoeur, 1989, p. 161), allora è possibile avvicinarsi anche ai racconti degli ex-allievi in una prospettiva tesa a comprendere in profondità alcuni elementi dell’esperienza formativa che i testi descrivono. questi elementi emergono proprio intrecciando i significati delle singole interviste che, pur riguardando esperienze singolari, si riferiscono a pratiche formative simili. È a questo che mira l’interpretazione. le parole degli ex-allievi intervistati vengono utilizzate in modo diverso nelle due sezioni di questo lavoro, che tentano appunto di restituire l’interpretazione dei dati. nella seconda sezione, dedicata ai temi emergenti, vengono riportati singoli brani tratti dai colloqui che, nel processo di analisi, si sono agglutinati attorno a dei nuclei di significato. Si è trattato di una specie di gioco di echi (cfr. Tacconi, 2011c, p. 54), in cui le risonanze che i testi producevano accostandosi tra di loro hanno portato all’individuazione dei vari temi. nella terza sezione, dedicata all’antologia di storie, viene lasciato quasi totalmente lo spazio alle parole dei partecipanti che vengono restituite per esteso ai lettori. qui il problema era di tenere insieme la vivacità e l’originalità della voce dei parlanti con la comprensibilità da parte del lettore16. ciascuna storia porta con sé un significato, ma l’antologia, inserendo le storie in un mosaico dalle multiformi facce, arricchisce ciascuna storia anche di un valore aggiunto di significato, che le viene appunto dall’insieme in cui è inserita. 5.4. La scrittura come abbiamo descritto sopra, in questa ricerca, la scrittura è stata parte integrante della fase di analisi ma anche fase a sé, nel momento di costruire un report di ricerca che desse conto, oltre che delle scelte di metodo, anche dei risultati dell’analisi e dell’interpretazione dei dati. Scrittura, analisi e interpretazione dei dati sono comunque fasi così intrecciate da essere spesso indistinguibili tra loro. nella fase di scrittura finale è stato importante procedere ad un’ulteriore revisione formale degli estratti dai testi, che li rendesse gradevolmente fruibili ai lettori, senza però modificarne il senso. 16 l’operazione è, in questo caso, abbastanza simile a quella di Primo levi che, nel suo La chiave a stella, dà voce al racconto che il montatore Faussone fa della sua esperienza lavorativa (cfr. leVi, 1978). 25 in fase di scrittura si è talvolta fatto ricorso anche a citazioni di testi di altri autori. È importante notare che, in tutto il processo della ricerca, si è cercato di non ricorrere alle teorie o alle riflessioni di vari autori per costruire una rete concettuale attraverso la quale leggere e interpretare i testi. non a caso, il ricorso a questi testi è avvenuto solo in fase di scrittura finale17, per trovare parole che aiutassero a dire le parole dei parlanti. Ancora una volta, siamo di fronte ad un gioco di echi. 17 Se si fossero utilizzate le teorie per leggere i dati, il percorso non sarebbe più stato grounded oriented e l’utilizzo degli estratti dei colloqui con gli ex-allievi avrebbe avuto solo la funzione di “illustrare” teorie preesistenti, non di generare un sapere originale. il ruolo della teoria, in questo approccio alla ricerca, non è quello di costruire una rete concettuale con cui “pescare” nei dati, ma quello di aiutare la messa in parola del sapere esperienziale e dunque la generazione di una teoria dal basso, induttivamente. la teoria che conta, nella ricerca di taglio fenomenologico, non è quella preesistente, ma quella che emerge dai dati. Al massimo, come nel nostro caso, le teorie preesistenti possono essere messe in campo in fase di scrittura finale, per trovare ulteriori parole con le quali dire il sapere dei parlanti. 27 II parte I temi emergenti di Giuseppe TAcconi e Gustavo MejiA GoMez i partecipanti alla ricerca hanno ricostruito l’esperienza formativa vissuta nel cFP (centro di Formazione Professionale). Descrivono, innanzitutto, il volto complessivo che l’ambiente cFP assume nella loro memoria (paragrafo 1)1. Dai loro racconti è possibile ricavare alcuni elementi che hanno caratterizzato in senso specifico la loro esperienza formativa, in particolare l’intreccio tra formazione personale e Formazione Professionale, la possibilità che hanno sperimentato di trasformare anche gli insuccessi in esperienze di apprendimento, la valenza orientativa che per loro ha assunto la formazione (paragrafo 2). l’esperienza formativa è inestricabilmente legata ai volti dei loro formatori di un tempo, che assumono i tratti di professionisti competenti e adulti significativi, capaci di coniugare rigore e attenzione relazionale, di rigenerare energie sopite e di offrire testimonianza (paragrafo 3). l’esperienza vissuta al cFP ha avuto poi, nelle storie di formazione dei partecipanti, un naturale prolungamento nel percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo (paragrafo 4). infine, i partecipanti tracciano un bilancio complessivo della loro esperienza, a cui attribuiscono un ruolo essenziale nell’aver contribuito alla loro riuscita nella vita, e consentono di individuare alcune questioni aperte che, a loro parere, andrebbero affrontate per rendere l’offerta dei cFP sempre più capace di contribuire al successo formativo degli allievi che li scelgono (paragrafo 5). 1. L’AMBIENTE Un primo tema che emerge dai racconti degli ex-allievi riguarda l’ambiente formativo del cFP nel suo complesso. A fronte di rilevanti differenze dal punto di vista sia diacronico che sincronico, l’ambiente che viene tratteggiato sembra assumere caratteristiche in larga parte comuni, che lo configurano come un contesto di apprendimento in cui a formare è l’ambiente stesso, spesso vissuto come familiare. 1 Dalle interviste emerge prevalentemente il volto positivo dei cFP. È possibile trovare una ricostruzione analoga, anche se riferita ad alcune scuole superiori americane, in un’opera di lawrencelightfoot (1983). 28 1.1. Tempi e contesti differenti ma ambienti formativi simili come abbiamo ricordato sopra, nel paragrafo che illustra le caratteristiche dei partecipanti alla ricerca, le testimonianze danno voce ad ex-allievi che hanno frequentato il cFP in periodi differenti, corrispondenti a diverse stagioni della Formazione Professionale. Si va dagli Anni ’60, quando la Formazione Professionale era prevalentemente intesa come avviamento al lavoro, agli anni successivi al 1978, quando, in seguito al passaggio di questo segmento di offerta formativa alle Regioni, vengono attivati i nuovi corsi biennali, alla fine degli Anni ’90, quando prende avvio la stagione dell’obbligo formativo, fino agli anni 2000, che vedono l’avvio, prima sperimentale e poi ordinamentale, dei nuovi percorsi triennali di istruzione e Formazione Professionale. la maggior parte dei partecipanti ha vissuto l’esperienza del cFP negli Anni ’80 e ’90 del secolo scorso. nei racconti si riflette anche la diversità dei contesti regionali all’interno dei quali si dà la Formazione Professionale iniziale. Si intravvedono i differenti modelli organizzativi che sono stati adottati nelle varie Regioni, si percepisce lo stato di cronica difficoltà e di carenza di finanziamenti che la Formazione Professionale vive e ha vissuto, soprattutto in certi territori2, si coglie la diversità per quanto riguarda il rapporto, talvolta dialettico, con le istituzioni scolastiche e col tessuto produttivo dei vari contesti. Diversi sono anche gli usi linguistici. i partecipanti utilizzano in maniera intercambiabile termini come “scuola”, “cFP”, “istituto”. Anche questi diversi usi linguistici possono riflettere modelli e impostazioni differenti. effettivamente, la Formazione Professionale iniziale assume, a seconda delle diverse stagioni e dei diversi contesti regionali, caratteristiche più simili alle tradizionali istituzioni scolastiche (con l’articolazione del curricolo in discipline, i classici orari ecc.) o le caratteristiche originali di un percorso molto centrato sull’esperienza lavorativa (quasi un avviamento al lavoro). nonostante tante e tali diversità, i tratti che emergono dai racconti dei partecipanti come caratterizzanti le istituzioni salesiane che si occupano di Formazione Professionale sono ampiamente convergenti e autorizzano a parlare di un contesto fondamentalmente unitario. non stupisce questa convergenza, dato che le realtà esplorate sono sempre state collegate e sono unite in federazione dal 1982; esse, inoltre, hanno contribuito ad alimentare e diffondere una cultura condivisa della Formazione Professionale iniziale su tutto il territorio nazionale, rappresentando oggi una delle reti più significative. la visione che ne vien fuori è quella di ambienti ad alta qualità umana e relazionale, oltre che professionale che, proprio in quanto tali, assumono una valenza educativa. 2 la situazione più grave sembra essere quella della Regione Sicilia. questo dato, talvolta affiora anche nella consapevolezza degli intervistati, soprattutto di coloro che svolgono attività formative… 29 1.2. Il CFP come ambiente che educa Uno dei tratti comuni più evidenti che l’esperienza vissuta al cFP assume nei racconti dei partecipanti alla ricerca, che pure hanno vissuto tale esperienza in decenni diversi, è la percezione che ad educare fosse l’ambiente stesso. È una questione che ha a che fare con una determinata atmosfera, un clima, un’aria che si respirava. la nota dominante nei racconti è la descrizione di un ambiente sereno, al quale ci si avvicinava – e si torna ad avvicinarsi, anche dopo anni – con piacere: ho imparato le basi del mio mestiere, ma ho ricevuto tanto anche sul lato umano perché c’era un bell’ambiente e si andava a scuola volentieri; ci proponevano di fare cose piacevoli (intct27); mi sarebbe piaciuto che i miei figli crescessero in un ambiente come quello, data l’esperienza che io avevo avuto da ragazzo; la prima volta che sono entrato in quel centro avrò avuto quattordici anni, oggi ne ho cinquantacinque e ancora mi fa piacere andarci. ci sarà un motivo? Sarà stata l’atmosfera, saranno state le persone, non so (intct6); in generale, ricordo un bell’ambiente, dove mi sono trovato bene; in particolare, ricordo le belle amicizie con alcuni compagni; ricordo che quello che facevo e studiavo mi piaceva […]; il ricordo predominante è quello di un ambiente sereno. Frequentavo già l’oratorio; sono nato a un chilometro da qua, quindi venivo all’oratorio già quando frequentavo le medie, l’ambiente per me era familiare e lo è rimasto anche quando sono venuto a scuola (intFoss8); il ricordo del cFP è difficile da esprimere a parole, perché è troppo bello. Ricordo i laboratori, le attività che facevamo a scuola, i canti di quando ci portavano in chiesa, alla festa di don Bosco, tutte le attività sportive e agonistiche; a me piaceva giocare a calcio e giocavo sempre. Aspettavamo che venissero le ragazze dell’altro istituto; dato che eravamo tutti maschi, quando venivano loro, qui c’era il caos. Mi è rimasta impressa la festa di don Bosco: era una settimana di prove e di canti, davvero una bella esperienza […]. noi allora venivamo qua anche il sabato e la domenica pomeriggio. l’oratorio era un’istituzione; a parte la scuola, era l’oratorio il simbolo dei salesiani (intct18); sono arrivato al cFP quando mio fratello era già allievo da un anno; non conoscevo il lavoro del tornitore, allora ho chiesto ai miei familiari in che consisteva e mi ricordo che mia nonna mi rispose che consisteva nel “fare il ferro tondo”. quando sono arrivato qui per la prima volta, ho visto tanti macchinari, ho chiesto a che cosa servissero; mi è stato risposto che servivano per la meccanica di base. i primi giorni di scuola ero un po’ confuso, ma felice e contento per il nuovo ambiente e per il percorso che stavo intraprendendo. Avevo molto sentito parlare di don Bosco e questa figura mi è proprio entrata nel cuore. quando sentivo i compagni litigare, cercavo di riappacificarli e intervenivo anch’io per difendere i più deboli. i salesiani erano sempre con noi. Ricordo con piacere la tradizionale passeggiata delle castagne, che non mancava mai […]. Ricordo anche che i salesiani, in qualsiasi ricorrenza, ci davano dei dolcetti – per me era strano questo – oppure un panino con la mortadella; questa cosa mi è rimasta impressa […]. Una mattina, un mio insegnante mi ha visto triste in aula e pensava che avessi avuto dei problemi in famiglia, invece ero triste perché era quasi maggio e la scuola stava per finire. il pensiero di uscire da quell’ambiente mi rattristava […]; da allievo ho fatto un solo giorno di assenza, nel primo anno: c’era stata un’alluvione e mi sono anche messo a piangere perché non riuscivo ad andare a scuola; il secondo anno non ho mai fatto un giorno di assenza; il 30 terzo anno, alla fine degli esami, mi sono messo a piangere; i miei compagni pensavano che fossi stato bocciato e io speravo di esserlo per rimanere ancora nell’istituto, ma non è stato così (intct9). in alcuni casi, come negli estratti riportati sopra dal racconto di w. (intFoss8)3 e di o. (intct18), non c’è quasi soluzione di continuità tra la frequenza all’oratorio e la frequenza al cFP4; la percezione che gli intervistati restituiscono è quella di un unico ambiente educativo e formativo, in cui ogni esperienza concorreva alla crescita personale. A. (intct9), che ha 33 anni e lavora da 11 nello stesso cFP nel quale è stato anche allievo, ci racconta come per lui il cFP abbia rappresentato un ambiente collegato a intensa gioia. le testimonianze di diversi partecipanti alla ricerca consentono di tratteggiare alcune caratteristiche specifiche degli ambienti educativi nei quali si è svolta la loro formazione: ho acquisito dei valori perché c’era un’atmosfera interna che ti circondava in ogni momento: noi ragazzi eravamo in classe e facevamo lezione, ma, appena uscivi in cortile, ti si avvicinava don B. o uno dei tanti altri salesiani, perché erano tutti in cortile, ti seguiva in quello che facevi e contemporaneamente ti dava qualche consiglio, faceva una battutina, ti consigliava delle letture; eravamo ben seguiti, circondati di affetto, come in una famiglia. Anche in refettorio, quando mangiavamo, si avvicinava spesso qualcuno domandandoci se il cibo era buono o no, dandoci sempre dei consigli che noi cercavamo di seguire (intct7); ciò che mi ha colpito maggiormente è stato sicuramente l’ambiente. A quei tempi era molto collaborativo, c’erano diversi preti, che ti aiutavano in ambito scolastico ma anche nelle altre attività. Mi coinvolgevano senza che io me ne rendessi conto; alla fine dell’orario scolastico, rimanevo qua per fare i compiti. Mi mettevo con gli interni nella sala studio e facevo i compiti; poi, alle sette o alle otto, tornavo a casa […]. Dopo vari anni sono tornato, anche se non ci pensavo minimamente, perché la mia vita era ormai completamente fuori dal mondo dei salesiani, e […] ho trovato un ambiente ancora molto bello (intct4); rispetto alle altre scuole, c’erano regole più rigide, ma il tutto era a beneficio di noi giovani […]. Vivevamo in un ambiente che ci formava. Dopo le scuole medie, mi sono trovato in un contesto in cui i salesiani hanno contribuito in maniera positiva alla mia formazione, anche se i periodi non erano esaltanti. Mi hanno insegnato a rispettare il lavoro, a essere onesto, puntuale ecc., tutte cose che vanno concatenate e inserite in quell’ambiente: frequentando tutti i giorni le stesse persone, che trasmettono sempre lo stesso messaggio, alla fine, anche se si recepisce poco, qualcosa rimane e questa è stata una cosa positiva. […] Assorbiamo quello che ci circonda e, se poi uno è bravo, riesce a moltiplicare tutto questo (intct28); 3 in tutto il lavoro, riporteremo solo l’iniziale del nome degli intervistati e il codice identificativo dell’intervista. Anche dei docenti/formatori citati nei racconti degli ex-allievi riportiamo solo le iniziali dei nomi. Abbiamo tolto anche i riferimenti ai nomi delle ditte. Viene invece in genere lasciata inalterata l’indicazione del cFP di provenienza. 4 il riferimento è qui a opere salesiane che oltre al cFP hanno altre proposte educative, come appunto l’annesso oratorio. 31 al cFP mi piacevano soprattutto l’organizzazione, l’ambiente: eravamo una massa di persone seguite in un certo modo, anche a livello di educazione, nel mangiare, nel modo di sedersi; proprio quell’educazione che oggi è un po’ trascurata; se sbagliavi qualcosa, ti insegnavano a fare bene, soprattutto ti insegnavano a vivere con gli altri […]. l’aspetto più importante era saper vivere in mezzo agli altri, specialmente per me, che adesso lavoro nel settore commerciale; sapersi presentare alle persone, utilizzare il saluto, l’educazione sono aspetti fondamentali; quando vedi uno che ti saluta in una certa maniera, capisci che formazione ha avuto (intFoss2). l’ambiente, nel quale si passava un tempo prolungato, è caratterizzato innanzitutto da uno stile di relazione caldo, dalla condivisione dei vari momenti, quelli dell’impegno ma anche quelli informali (il cortile, il refettorio ecc.), da frequenti interazioni, da un’intensa, ma anche regolata5, socialità. la presenza dei salesiani – che si avvicinano, esprimono interessamento, offrono consigli ecc. – sembra essere particolarmente importante nell’attribuire una certa tonalità all’ambiente, ma alcune testimonianze, come ad esempio quella di G. (intct4), riportata sopra, attestano che gli ex-allievi, ritornando al cFP dopo anni, in uno scenario mutato per quanto riguarda il numero di salesiani presenti, hanno spesso ritrovato un ambiente molto simile a quello che avevano lasciato6. l’apprendimento sembra avvenire per immersione o per contagio, quasi “senza accorgersene”, e riguardare varie dimensioni della crescita personale e sociale dei soggetti. Significativamente diversi intervistati inseriscono in uno stesso elenco esperienze specificamente scolastiche ed esperienze di socializzazione e, tra queste, anche quelle di carattere spirituale e religioso, esperienze di contatto con il lavoro ed esperienze sportive e ricreative. la formazione a cui si mira, all’interno dei cFP, è una formazione a tutto tondo. Particolarmente significativa risulta essere, a questo riguardo, la testimonianza di c. (intFo1), che riportiamo di seguito e che ben descrive un ambiente in cui si apprende per “contagio”: era importante sia il lavoro sia lo studio; lo studio un po’ meno, perché, per noi, lo studio significava uno scalino da fare; studiare no, non eravamo disposti a farlo, però imparare sì, perché potevi imparare anche senza studiare. la mattina i professori ci dicevano che non si doveva stare ore e ore sopra ai libri; però poi con P. leggevamo anche libri che non c’entravano niente con la meccanica; P. ci ha fatto fare anche un corso di psicologia, per imparare un po’ come la gente è dentro; […] ho imparato molto guardando in faccia la gente […]. quando eravamo qui, anche se non avevamo voglia di studiare, imparavamo. 5 come vedremo anche più avanti, dare e far rispettare alcune regole chiare rappresenta un elemento caratterizzante lo stile educativo prevalente nei cFP salesiani. l’ambiente, come ci ricorda P. (intct10), va anche difeso e protetto: «… ricordo che i ragazzi che proprio non riuscivano ad incanalarsi nel sistema salesiano, venivano purtroppo allontanati. inizialmente non capivo perché, però poi ho capito che i salesiani facevano così per salvaguardare l’ambiente e quelli che ci vivevano». 6 come vedremo più avanti (punto 5.4), non manca chi segnala invece il venir meno della presenza dei salesiani come elemento di criticità. Dal punto di vista terminologico, non è raro che i partecipanti utilizzino l’espressione “i salesiani” per indicare l’ambiente, includendo in esso sia i religiosi salesiani che gli altri docenti. 32 quando uscivi da qui, alla sera, avevi già studiato. era proprio un’esperienza di vita completa. Anche in quel periodo c’era chi non aveva voglia di studiare, però ugualmente eri contagiato, entravi normalmente in un certo clima che ti faceva imparare […]. Forse il segreto è proprio questo: qui facevi, lavoravi, giocavi ecc., e così avevi modo di imparare, se avevi un po’ di testa. Al cFP ho imparato uno stile di vita: gli orari, la puntualità, l’orgoglio di fare bene il proprio mestiere e di andare bene […]. imparavi due volte: imparavi la mattina e imparavi il pomeriggio (intFo1). Si impara facendo, lavorando, giocando. Tutto concorre all’apprendimento e questa modalità conquista anche chi riteneva di non essere in grado di apprendere. Anche nel racconto di D. (intBra2), che viene riportato per esteso nella terza sezione di questo lavoro (cfr. la storia n. 1), viene descritto il cFP come ambiente che educa. 1.3. Un clima di famiglia la caratterizzazione principale dell’ambiente educativo, che già abbiamo visto accennata nelle testimonianze riportate sopra, è quella familiare. Gli intervistati infatti, e non solo coloro che hanno fatto l’esperienza del convitto, descrivono spesso l’ambiente del cFP utilizzando i termini di casa o famiglia: al cFP sono stato convittore; praticamente stavo qui tutta la settimana e tornavo a casa il fine settimana; […] il cFP è diventato una seconda casa, se non addirittura la prima, perché ero qui per la maggior parte del tempo. ho conosciuto un sacco di persone, amici, […] con cui ho mantenuto dei buoni rapporti (intFoss4); mi sono trovato bene, il cFP è stato la mia scuola e anche un po’ la mia casa. Tutte le volte che passo da lì e guardo la Madonna che sta sul tetto penso che è la mia Madonna, perché è quella che ci ha accompagnato sempre. È la mia scuola, ho affetto per questa scuola perché mi è stata di aiuto (intFoss7); del cFP ho bei ricordi; era un ambiente familiare […]. È stato bello perché stavamo lì tutto il giorno, dal mattino, fino alle cinque e mezzo del pomeriggio: si giocava, si studiava e, quando tornavamo a casa, non dovevamo più metterci sui libri. Ai miei tempi c’erano molti più preti salesiani che stavano con i ragazzi, adesso sono un po’ meno, però quello del cFP è rimasto un bell’ambiente (intBra5); i salesiani mi hanno sempre parlato di don Bosco, ho visto diversi film su di lui; lo sento vivo, vero, sento che c’è stato […]. quello che percepisco qua dentro è un senso di famiglia; ho avuto l’opportunità di un lavoro in un altro ente, non salesiano, ma non ho voluto lasciare il cFP, perché qui mi sento in famiglia (intct9); sulle mie scelte successive ha influito molto il fatto che uno qui si sente a casa, come all’interno di una grande famiglia, in cui si vive e crede in quello che fa (intct16); ciò che ricordo più chiaramente dell’esperienza al cFP è che, più che essere una scuola, era una famiglia (intct19); uscivo da un periodo molto brutto della mia vita, sono orfano e quindi per me frequentare il cFP è stato come ritrovare una famiglia (intct28). All’interno di un ambiente protettivo, in cui si condividono convinzioni e valori, si costruiscono legami significativi, carichi di autentico affetto, che durano nel 33 tempo e che talvolta consentono anche di lenire quelle ferite che talvolta la storia personale infligge7. 2. LA FORMAZIONE Se orientiamo l’attenzione alla qualità dei vissuti, possiamo constatare che, nei racconti dei partecipanti alla ricerca, l’esperienza formativa vissuta nei cFP presenta delle caratteristiche peculiari, difficilmente riscontrabili in altri contesti formativi. l’impegno per la Formazione Professionale non è mai sganciato da quello per la formazione piena e integrale dei soggetti, anzi l’una si realizza attraverso l’altra. cerchiamo allora di approfondire cosa accade nei cFP in termini di formazione. 2.1. Una formazione personale che passa attraverso la Formazione Professionale come abbiamo visto sopra, la formazione è sempre situata all’interno di contesti. il contesto formativo dei cFP si presenta con caratteristiche specifiche, che abbiamo cercato di descrivere sopra. Rimane però da richiamare il fatto che, ricostruendo i loro ricordi, gli ex-allievi usano indifferentemente l’espressione “cFP” o il termine “scuola” per indicare il contesto della loro formazione; diversi di loro affermano di non aver avuto la sensazione di essere stati “a scuola”: una cosa è studiare sui libri, un’altra è applicare la teoria; la scelta di questa scuola è stata di accentuare la pratica; a me piaceva andare a scuola, ma soprattutto mi piaceva fare pratica (intct19); del cFP ho bei ricordi: ero un ragazzino e, dopo le scuole medie, mi sono sentito catapultato nel mondo del lavoro, ad assumere più responsabilità, lavorando sulle macchine (intct24). questo fatto ci consente di mettere a fuoco il tipo di formazione che i nostri partecipanti hanno vissuto. Possiamo dire che, da allievi, erano a scuola, se per “scuola” intendiamo un luogo protetto, intenzionalmente dedicato alla formazione, senza però la percezione di essere a scuola, se con “scuola” indichiamo un luogo distante dalla vita, in cui la formazione rischia di essere percepita come sforzo fine a se stesso. Al di là dell’espressione utilizzata per nominare il contesto formativo, tutti i partecipanti hanno vissuto la Formazione Professionale e la formazione personale come intimamente intrecciate tra loro. Se la polarità scolastica rinvia a una 7 Alcuni partecipanti, specie in riferimento al passato, notano anche una certa continuità educativa con i contesti familiari di provenienza: «…c’era una certa continuità educativa: i professori avevano un contatto diretto con i genitori, perché le riunioni di classe erano frequenti e i genitori erano sempre al corrente della nostra situazione. Mi ricordo che avevo sempre paura che il professore riferisse ai miei genitori qualche mancanza da parte mia, sia nel profitto che nella disciplina» (intct18). 34 finalità di formazione generale, l’esperienza di cui parlano i partecipanti alla ricerca è stata sicuramente anche scolastica, ma lo è stata in un modo peculiare, che ha incluso l’esperienza del lavoro come contesto ricco di apprendimento, in relazione al quale avviare percorsi di crescita umana. il lavoro è diventato per loro un importante oggetto di apprendimento, ma non si trattava semplicemente di apprendere il lavoro per il lavoro, cioè col fine di introdursi rapidamente nel mondo lavorativo, ma di apprendere il lavoro e attraverso il lavoro crescere come persone. 2.1.1. Imparare il lavoro Per quanto l’apprendimento di un lavoro non possa che avvenire sul lavoro, dunque come apprendimento al lavoro (Pastore, 2012, pp. 89-95), già al cFP molti intervistati dichiarano di essersi impadroniti dei fondamentali di una pratica lavorativa, di aver acquisito le competenze e le nozioni di base, essenziali per avviarsi a vivere il lavoro stesso come avventura di apprendimento. Riporto qui di seguito alcuni esempi: decisiva è stata l’esperienza lavorativa; al cFP ho imparato almeno a non mettere le mani in mezzo ai rulli e far stare più serene le persone che mi erano accanto, anche se il lavoro vero e proprio l’ho imparato solo dopo, quando ho cominciato a lavorare (intct3); quando ho iniziato il corso di tipografia, c’era ancora molta manualità, in confronto ad oggi, e si riuscivano a capire le basi della tipografia, cosa che oggi invece si è un po’ persa. A me la formazione è servita per capire alcuni processi che oggi sono invece automatici; anche quello che tecnologicamente è superato può infatti aiutare a capire i meccanismi della stampa; all’inizio c’era un insegnamento di nozioni generali, ma, mano a mano che si procedeva nel percorso, si poteva scegliere la strada specialistica più attinente alle proprie attitudini […]. i salesiani mi hanno dato le basi che, abbinate alla pratica che si acquisisce nel mondo del lavoro, sono state fondamentali per il mio sviluppo professionale; se si ha la fortuna di lavorare in ditte dove ci si può aggiornare su macchine nuove, su nuove metodologie di stampa, è ancora meglio; comunque, la base rimane fondamentale perché, qualsiasi cosa tu faccia oggi al computer, un corso come quello che ho seguito io ti aiuta a comprendere i processi che stai applicando (intct21); normalmente chi usciva dal cFP faceva il tornitore o il fresatore; la scuola forniva le basi essenziali per preparare un buon tecnico di officina e ne creava più che altro la mentalità; io sono tra i pochi che, nella vita, non hanno svolto lavoro di officina, ma ho imparato a farlo (intFoss5); l’infarinatura che ho ricevuto è stata importante; quando finivi la scuola, sapevi già mettere mano alle macchine; non era come essere un vero e proprio tornitore o un fresatore, però avevi un’idea di come quei macchinari funzionassero, sapevi fare due conti e sapevi come usare le macchine. la base è stata adeguata per partire […] e, in quegli anni, mi hanno fatto vedere la meccanica in maniera davvero bella […]. Di sicuro al cFP ho imparato le basi della meccanica; poi è proprio il lavoro in officina il luogo in cui impari davvero a mettere in pratica le cose concretamente. Diciamo che al cFP ho imparato a capire da che parte gira la meccanica (intFoss7). l’esperienza formativa ha fornito ai nostri partecipanti le basi per muoversi all’interno di uno specifico ambito lavorativo, comprendendone i processi, le regole di funzionamento e le dinamiche generali. l’apprendimento del sapere professio35 nale vero e proprio avverrà in un secondo momento, a contatto con i problemi e le sfide poste dalle concrete situazioni lavorative, e continuerà lifelong o quantomeno per tutto l’arco della vita lavorativa. 2.1.2. Imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: gli oggetti di apprendimento l’apprendimento connesso al lavoro che avviene al cFP non è solo un apprendimento per svolgere in modo più efficace il lavoro stesso, ma un apprendimento che, attraverso l’esperienza lavorativa, arricchisce significativamente i soggetti in formazione. Per cogliere questo è importante soffermarsi innanzitutto su che cosa gli intervistati dichiarano di aver imparato nel contesto della Formazione Professionale. Tutti i partecipanti dichiarano di aver imparato a lavorare, ma non solo. È singolare che praticamente tutti sottolineino, a più riprese, come, nella loro esperienza di cFP, formazione personale e Formazione Professionale si siano intrecciate intimamente. Vediamo alcuni esempi a questo riguardo: oltre alla crescita professionale, il cFP ci ha permesso una crescita anche a livello personale e umano. Stando insieme giorno dopo giorno, passando diverse ore insieme, affrontando le varie problematiche che riguardavano la stampa, crescevo, come credo che avvenga in tutti i settori. i miei insegnanti per me sono stati come dei genitori: mi hanno insegnato non solo quello che so a livello lavorativo, ma hanno contribuito anche alla mia crescita umana. nel loro interagire con noi erano importanti la sincerità e l’onestà. Avevano sempre un rapporto diretto, affrontavano tutti i problemi che ci potevano essere in questo settore, senza trascurare mai la parte umana, perché è questo che aiuta a crescere […]. Mi sono trovato bene con tutti i formatori, da quelli di teoria a quelli di pratica. con il prof. c. passavamo molte ore, sia in laboratorio che nella formazione più generale. Mi è rimasto impresso perché ci faceva delle lezioni a trecentosessanta gradi, che spaziavano dai processi lavorativi alla fisica e alla chimica (intct20); del cFP ho ricordi positivi: oltre che formarmi professionalmente, sono stato formato anche umanamente, perché il cFP è una scuola con certi principi, che uno poi si porta dentro per tutta la vita. Punti fermi dell’insegnamento salesiano sono l’educazione, la puntualità, i valori […]. Ringrazio i salesiani per questa formazione e per l’educazione che mi hanno dato […]. Al cFP, prima di tutto, ho imparato il lavoro; entravo in un mondo sconosciuto e là mi hanno dato gli strumenti per muovermi; poi, grazie ai laboratori, cominci a fare esperienza, a capire tante cose, a conoscere come funziona il mondo del lavoro; ti rendi conto ad esempio che i soldi te li sudi, che nessuno ti regala niente, se non lo meriti. i nostri insegnanti ci preparavano a questo, ad affrontare il mondo del lavoro nella maniera giusta. ci preparavano anche sulla parte meccanica: alla fine sapevi come erano fatte le macchine che usavi (intct25); al cFP ho imparato l’educazione, ho imparato a rispettare le regole: ai professori non ti permettevi di rispondere, perché, se lo facevi, il professore ti dava anche una manata e tu te ne stavi zitto. la pulizia delle macchine, ad esempio, l’ho imparata a scuola; tutti i venerdì si puliva la macchina e tu dovevi pulirla al meglio e dovevi anche pulire per terra; ho cercato di portare anche qua in azienda il rispetto dell’attrezzatura, la pulizia e l’educazione (intFoss3). Formazione personale e Formazione Professionale non sono aree diverse e giustapposte, ma dimensioni integrate di uno stesso complesso processo di appren36 dimento. i saperi personali sono inestricabilmente legati a quelli professionali e, proprio attraverso il lavoro, è possibile apprendere anche ciò che aiuta a crescere come persone e che, nelle varie testimonianze, viene variamente declinato soprattutto in termini di valori. non si tratta però di semplici spolveratine di valori, ma di valori incarnati e tradotti in comportamenti lavorativi e relazionali ispirati a onestà, sincerità, trasparenza, rispetto, ecc. (su questo, cfr. anche Rose, 2004). Proviamo a considerare in modo più specifico i tipi di apprendimento che vengono nominati dai nostri intervistati. a) l’apprendimento di saperi intrecciati alla pratica Molti partecipanti dichiarano di aver percepito gli apprendimenti maturati nell’esperienza del cFP – anche quelli più generali – come intimamente connessi alla pratica. È come dire che hanno potuto scoprire che ogni pratica lavorativa implica diversi saperi, di carattere tecnico, ma anche scientifico e tecnologico: dal punto di vista della formazione scientifica ho imparato diverse cose, ma certo ho fatto ben altro in altri contesti; invece le capacità manuali, ma anche la programmazione base del Plc, piuttosto che il montaggio, la realizzazione di circuiti elettrici ecc., sono cose che non ti vengono insegnate all’università, almeno non in quelle italiane; all’iTiS stesso, dove sono andato per conseguire il diploma, erano aspetti trattati ma non applicati alle ultime tecnologie, mentre qui al cFP queste tecnologie al passo con i tempi erano già disponibili. Su questi aspetti ero più aggiornato quando facevo il cFP che non quando facevo il Politecnico; ad un mio amico che si è laureato con me, adesso stanno insegnando a programmare il Plc; lui non era capace di farlo, avendo studiato al liceo e poi al Politecnico, mentre io ho fatto questo già dieci anni fa (intFoss4). l. (intFoss4), che in seguito avrà modo di laurearsi in ingegneria, afferma di aver potuto approfondire al cFP saperi di carattere tecnologico che a quel livello non avrebbe avvicinato nemmeno all’Università. il problema di molti allievi di cFP, ieri come oggi, è che non sempre riescono ad attribuire lo statuto di “sapere” a ciò che apprendono in quel contesto. Al cFP, infatti, si tratta di avvicinarsi in particolare ai saperi che sono incorporati nella o implicati dalla pratica lavorativa. Vedremo più avanti di che genere di saperi si tratti, affrontando la questione di come tali saperi possono essere acquisiti. b) l’apprendimento di un metodo Molti partecipanti dichiarano di aver imparato ad imparare, di aver quindi sviluppato, oltre ai saperi dichiarativi e procedurali, consistenti saperi metodologici: dell’esperienza vissuta al cFP mi è rimasta una sensazione piacevole. il ricordo più vivo che ho è di quando abbiamo incominciato a comporre, degli errori tipografici che facevo allora; adesso la tipografia è superata, la tecnologia è cambiata. Al cFP ho appreso sicuramente un lavoro, anche se oggi tutto è cambiato e quello che ho imparato allora serve poco […]. il cFP mi ha comunque dato le basi per cominciare a lavorare; non conoscevo niente di questo lavoro e lì ho avuto le basi pratiche per incominciare farlo; ma ho ricevuto anche una buona preparazione teorica. A volte, mi sono confrontato con alcune persone che hanno appreso il lavoro sul campo, senza aver frequentato scuole specifiche, e ho notato che non conoscevano diversi aspetti tecnici riguardanti il funzionamento delle 37 macchine, cose che io ho appreso al cFP, in tecnologia […]; ho imparato un lavoro ma soprattutto una metodologia (intct26); più che le conoscenze spicciole, che si imparano più che altro sul campo, al cFP ti insegnano una visione globale di ciò che è quel tipo di attività; poi il resto ognuno se lo guadagna sul campo, momento per momento. Ai giovani che vengono da me a dirmi che le cose che fanno sono difficili, complicate, rispondo che niente lo è; sono cose che anche altri hanno fatto e che quindi possono fare anche loro, però dico anche che ogni giorno si devono formare perché usciranno nuove tecnologie e, per tenersi al passo con i tempi, ci si deve aggiornare continuamente. Praticamente al cFP ho imparato non solo la materia, ma anche un metodo, ho imparato ad accogliere le sfide e a superarle. il mio modo di essere è nato qui, con l’aiuto degli altri; […] ho iniziato con la lima, ma ogni cosa che ho visto fare l’ho osservata sempre con attenzione e poi sono riuscita a rifarla (intct7); al cFP ho imparato di tutto, per prima cosa come affrontare i problemi che la vita ci riserva e la buona educazione […]; ho appreso un mestiere; grazie al cFP sono diventato un bravo tornitore, anche se quello era un lavoro che non avevo mai fatto prima; mi bastava una sola spiegazione dell’insegnante per procedere senza difficoltà nell’aggiustaggio. in effetti, già da piccolo, mi piaceva montare e smontare; mio nonno ha sempre lavorato in campagna e già da allora capivo che la meccanica era molto legata alla campagna, ai mezzi agricoli; ora riesco a fare di tutto, anche in altri ambiti […]; ma ho imparato anche che non è sufficiente conoscere il mestiere, ci vuole anche la buona volontà di continuare a imparare (intct9); il cFP per me è stato una scuola utile; mi ha dato l’input per avventurarmi in questo mestiere […]; è chiaro che poi, con il tempo, le macchine cambiano, la tecnologia si aggiorna e ci vuole molta conoscenza informatica in più; da quando sono uscito dal cFP, le cose sono cambiate parecchio, ma, se non avessi avuto quelle basi, non penso che sarei riuscito ad imparare (intct24); al cFP ho imparato un mestiere, […] ho imparato a realizzare impianti elettrici di tipo civile e industriale, ho imparato le basi del mestiere, ma anche la tecnica per sviluppare un procedimento logico, che è sempre necessario (intFoss4). il confronto che P. (intct26) istituisce tra la sua esperienza e quella di chi apprende solo al lavoro, senza poter usufruire di quello spazio di formalizzazione dei saperi dell’esperienza che è la Formazione Professionale, è indicativo del fatto che siamo ben distanti da una visione solo funzionale dei processi di lavoro. ciò che conta non è l’apprendimento del corretto funzionamento delle procedure, ma lo sviluppo consapevole di un metodo di lavoro che consenta di evolvere continuamente e di dare il proprio contributo originale ai processi. Anche gli altri ex-allievi di cui abbiamo riportato sopra le testimonianze affermano di aver appreso al cFP un metodo che li aiuta ad impostare e ad affrontare i problemi, non solo quelli lavorativi, e ad imparare continuamente. c) lo sviluppo di competenze personali Tutte le competenze sono personali, almeno nel senso che si rendono visibili nella persona competente. Abbiamo già ricordato come i nostri ex-allievi dichiarino di aver sviluppato, cioè di aver fatto proprie, specifiche competenze professionali. l’esperienza del cFP ha però consentito loro di sviluppare anche delle competenze 38 personali, sociali e relazionali, che potremmo chiamare trasversali e che oggi si ritrovano dentro come “tesoro prezioso”: nel bene e nel male, i salesiani mi hanno messo in mano un mestiere, ma, oltre al mestiere, al cFP, ho imparato a vivere, ad avere pazienza, ad ascoltare gli altri, a stare in società. Poi, con l’età e con l’esperienza, si acquisisce sempre di più […]. Grazie al loro insegnamento, vedo che ho un tesoro nelle mani, oltre al mestiere; oggi, col metodo che ho appreso, riesco a portare i giovani dove voglio […], riesco a far breccia nella mente dei ragazzi (intct14); dal punto di vista umano, al cFP, eravamo confrontati con tante realtà: c’erano ragazzi messi veramente male a livello familiare e c’erano ragazzi più fortunati. io, ad esempio, mi sono iscritto lì perché mi piaceva la meccanica e poi perché avevo un parente prete che mi ha indirizzato. il confronto con altre provenienze sociali mi ha aiutato ad apprezzare molte cose: mi ha fatto diventare più tollerante verso il prossimo, mi ha fatto capire che non sempre il colpevole delle inefficienze è il soggetto e che i problemi a volte dipendono dalla famiglia ecc. (intct5); ho imparato tanto al cFP: prima di tutto, ho appreso un metodo di studio, ma poi ho imparato anche che nella vita ci vuole chiarezza […] e, quando dico “chiarezza”, intendo che ognuno deve prendersi la responsabilità delle proprie azioni […]; ho confermato quelle che erano le mie basi religiose; ho imparato che bisogna essere uniti per andare avanti; ho imparato a rispettare le idee degli altri. ho imparato anche a lottare, nei momenti di difficoltà, come quelli che stiamo attraversando oggi, a non lasciarmi andare, a essere sereno, perché, solo se si è sereni, si può arrivare ad una soluzione. i salesiani mi hanno insegnato tutto questo e penso non sia poco (intct10); vengo da un’infanzia non facilissima; non vorrei dilungarmi su questo, sono cose personali, sepolte negli archivi, però alle elementari e alle medie non ho avuto un rapporto idilliaco con i compagni di scuola; quindi essere arrivato qui, in una realtà nuova, costituiva per me una sfida; sotto questo punto di vista è andata bene, perché mi sono integrato con i miei compagni di corso e anche con gli altri ragazzi del convitto, fermo restando che non sono una persona che lega moltissimo e mi ci vuole un po’ di tempo per abituarmi alla compagnia. Dal punto di vista umano, l’esperienza mi è servita per darmi una certa consapevolezza del fatto che potevo riuscire ad avere rapporti sociali diversi da quelli che avevo avuto fino ad allora. questa cosa mi è servita […] come palestra per riuscire a superare un problema di tipo psicologico (intFoss4); partivo alle cinque dal mio paese per arrivare al cFP; alle otto e un quarto della mattina dovevamo essere tutti dentro; […] la cosa bella è che qui entravi alle otto della mattina e uscivi alle cinque del pomeriggio […]. era una formazione completa, sia a livello scolastico che a livello umano. Abbiamo fatto qui le prime feste, i primi giochi, il primo teatro. non parliamo poi dello sport, in particolare la palla a volo; abbiamo fatto anche una squadra che giocava in prima categoria; […] facevamo il torneo delle classi, […] le olimpiadi, addirittura […]. l’aspetto più importante è stata l’amicizia, lo stare in gruppo, la solidarietà verso la gente. eravamo in una classe di ventisette, ventotto persone, eravamo in parecchi! eravamo tutti da fuori Forlì. la mattina eravamo tutti insieme. Soprattutto abbiamo sperimentato la solidarietà, l’amicizia, l’unione, la forza di stare insieme, di combattere insieme; nel settantadue, abbiamo fatto anche i primi scioperi (intFo1); i salesiani, oltre a insegnarci le loro discipline, ci hanno trasmesso il rispetto verso il prossimo. hanno contribuito alla nostra crescita personale: i salesiani, oltre al lavoro, ci insegnavano dei valori […]. in questi anni, parlando con clienti, mi è capitato di sentirmi 39 chiedere se avevo frequentato delle scuole salesiane; evidentemente qualcosa del loro modo di essere è rimasto in me, forse le buone maniere, il modo di rapportarci con le persone, di socializzare (intct26). nel cFP molti partecipanti hanno sperimentato che la condivisione di un’esperienza di lavoro, ma anche di altri momenti, come il gioco e lo sport, in quel caratteristico mix che ripetutamente viene sottolineato come tipico dei cFP salesiani, crea legami e solidarietà e aiuta a far proprio un certo sentimento dell’esistenza, che porta a relazionarsi in modo positivo con gli altri, anche sperimentando la possibilità di rapporti diversi da quelli ai quali si era abituati, a sviluppare comprensione reciproca, resilienza nei confronti delle situazioni difficili – il “non lasciarsi andare” di cui parla P. (intct10) – e senso di responsabilità per sé e per gli altri. insomma, al cFP, i nostri ex-allievi hanno imparato a diventare adulti, cioè appunto ad essere in grado di assumersi delle responsabilità e di offrire il proprio contributo alla costruzione di un tessuto relazionale e sociale più giusto e solidale. d) l’apprendimento del gusto di un lavoro ben fatto Molti partecipanti affermano che già al cFP hanno potuto maturare un atteggiamento positivo nei confronti del lavoro, una specie di gusto o di passione associati al lavoro, che per molti hanno rappresentato anche la via di accesso al gusto di imparare: ricordo il periodo del cFP come uno dei più belli della mia vita, anche perché a quell’età cominci a socializzare con i compagni e con l’ambiente che ti circonda. Mi ricordo che si lavorava perché c’era la gioia e la soddisfazione di fare un bel lavoro e si operava con impegno e disciplina. c’erano i momenti di svago, facevamo anche delle gite o delle scampagnate; c’era il momento del lavoro ma anche il momento ludico e questo mix mi è sempre piaciuto […]. nei tre anni di cFP, oltre ad aver imparato come si lavorava con le macchine, ho capito come fare bene i vari lavori, perché un ambiente come quello ti portava a fare le cose sempre al meglio. Prima facevi i lavori con la lima, poi con i macchinari, però riuscire a fare bene un lavoro era, ed è, un orgoglio, una gratificazione morale guadagnata sul campo. Se faccio buoni lavori, la gente usufruisce del mio servizio e parla bene di me. Personalmente uno deve dare il massimo, con la collaborazione degli altri, affinché il lavoro sia sempre migliore […]. Alcuni pensano che il nostro sia un lavoro in cui ci si sporca le mani, ma non ci si dovrebbe preoccupare di questo; il lavoro, a qualsiasi livello, è importante farlo bene; la gente deve sapere che c’è qualcuno che sa fare bene quel lavoro e che diventa punto di riferimento (intct16); i lavoratori che collaborano con me sono ragazzi sempre sorridenti, che vengono a lavorare contenti; il lavoro dev’essere gioia e questo io l’ho imparato dai salesiani (intct29); ho il ricordo di tre anni bellissimi, […] lavoravamo molto in officina, avevamo diciotto o venti ore alla settimana di laboratorio; sono stati anni creativi, in cui ho imparato tante cose. Mi sono subito appassionato […]. Particolarmente importante è stato il laboratorio, ma anche il resto; importantissimi sono stati il disegno, la tecnologia, la matematica; mi appassionava un po’ tutto […]. Al cFP ho imparato prima di tutto le basi di un mestiere; non è a scuola che si impara ad essere un buon meccanico, però è a scuola che apprendi le basi; poi quello che ho imparato al cFP è uno stile di vita: la serietà. Arrivavo a scuola alle sette e mezzo del mattino, mi portava mio padre, andavo via alle sei e quaranta di sera; stavo tutto il giorno qui; c’erano rapporti profondi con gli insegnanti che mi hanno 40 trasmesso uno stile di lavoro: la professionalità e la passione. ho un bellissimo ricordo di loro e ricordo anche il buon rapporto che avevo con i miei compagni di classe: eravamo una bella classe, abbastanza vivace, gente che lavorava, amici (intBra4); per imparare un mestiere, questo ti deve piacere; se ti piace, allora riesci e vai avanti; almeno, per noi è stato così. Abbiamo degli amici, ex compagni, che fanno tutt’altro, forse perché a loro questo mestiere non piaceva o forse semplicemente perché venivano qua soltanto perché si studiava poco e c’era molta pratica. il nostro settore è bello e ampio, non si finisce mai di imparare; questo è quello che diciamo sempre ai ragazzi che vengono nella nostra azienda a lavorare e questo è quello che dicevano a noi i nostri professori (intct19). Al cFP gli ex-allievi che hanno partecipato alla ricerca affermano di aver imparato a fare le cose con piacere, ma soprattutto a farle bene. come ci ricorda S. (intct16), nel brano riportato sopra, il gusto di un lavoro ben fatto non è esterno al lavoro, all’insegna del detto “prima il dovere e dopo il piacere”, ma intrinseco al lavoro stesso e assume una consistenza etica, non solo nel senso che fa provare quella sorta di “gratificazione morale” di cui parla sempre S., ma anche nel senso che diventa occasione di costruzione del bene comune e accresce il capitale sociale della collettività (è questo il senso delle parole di S. che richiama l’importanza che la gente avverta che quel lavoro è un servizio)8. È proprio questo gusto che alimenta la voglia di fare, dà una qualità diversa al lavoro che si fa e spinge a riflettere e a ricercare soluzioni ai problemi che si incontrano. È come dire che al cFP i nostri ex-allievi hanno imparato che la dignità di ogni lavoro passa innanzitutto dall’atteggiamento con cui ciascuno lo affronta. nel brano riportato sotto, M. (intct8) riflette su ciò che ha appreso al cFP e che ora, nell’esperienza che lo vede impegnato come docente, cerca di comunicare ai suoi allievi: quando sono arrivato qui a scuola, c’erano dei banchi di aggiustaggio e dei torni; io mi facevo il mio pezzo al banco di aggiustaggio, perché avevo voglia di andare subito a riparare qualche macchina; il mio insegnante, appena finivo qualcosa, mi metteva alle macchine a fare lavori di aggiustaggio. Mi è rimasto impresso il modo in cui questo insegnante mi faceva ragionare sui problemi che incontravo; in realtà, sono arrivato a diventare tornitore meccanico già qui a scuola; mio papà mi chiedeva se mi piacesse fare il tornitore, ma all’inizio io non sapevo neanche che professione fosse, fin quando non sono arrivato alla scuola che è stata il mio trampolino di lancio […]. oggi, se ho un problema da risolvere, magari ci penso per tutta la notte, fin quando non trovo la soluzione; questo però uno la fa solo quando ha la voglia di fare; quando invece il lavoro che si fa non interessa molto, uno, chiudendo la porta dell’azienda o dell’officina, se ne frega del lavoro e 8 in questo senso, quanto ricaviamo dai testi dei nostri ex-allievi è singolarmente vicino a ciò che del lavoro afferma il filosofo Roberto Mancini: «il lavoro è servizio alla società e al bene comune: le nostre doti ci sono date in affidamento e in amministrazione fiduciaria affinché i loro frutti vadano certo a favore dei nostri cari, ma anche di molti altri, che possono contare sulle nostre capacità e sul nostro impegno. È questa rete di corresponsabilità, in cui ciascuno fa la sua parte al meglio, che la costituzione evoca quando afferma che l’italia è una Repubblica fondata sul lavoro. il senso etico del lavoro sta nell’assumere come proprio dovere il servizio per gli altri» (MAncini, 2011, p. 758). 41 non capisce che quello è stato un giorno perso […]. Al cFP ho imparato la puntualità, l’onestà, l’importanza di essere responsabile […]. Vedendo gli allievi, mi rivedo tutti i giorni seduto dietro i banchi e lo dico anche a loro. Giocando con loro, raccontando quello che ho vissuto, oppure facendo loro vedere qualcosa che ho costruito, nasce piano piano un rapporto di simpatia, di stima e di amicizia; con alcuni di loro sono andato anche a cena fuori […]. Al cFP ho imparato che […], se l’insegnante resta fossilizzato sull’istruzione classica, non ottiene molto, perché i ragazzi sono stanchi di questo tipo di istruzione; dobbiamo cercare il modo di far loro studiare. Allora, se un insegnante, nel corso degli anni, si appiattisce e continua a fare quello che ha fatto per vent’anni, è già tagliato fuori; non siamo dei ragionieri, siamo delle persone che formano ragazzi per l’industria, anche se viviamo in un posto in cui le industrie sono scarse. credo che noi, in quanto formatori, abbiamo una responsabilità grande verso le nuove generazioni. […] Dovremmo andare nelle industrie a imparare, perché magari quell’industria si è specializzata in un prodotto che nessuno sa fare meglio […]. Dovremmo essere capaci di far vedere ai nostri ragazzi, anche con delle diapositive, come le industrie producono, come funzionano le loro macchine […]. Dico spesso ai ragazzi che, nel mondo, tutti quanti possono fare il tornitore meccanico; puoi farlo per costruire un pezzo di carriola, oppure per costruire un pezzo della Ferrari […]. lo dico sempre ai ragazzi, prima di andare a lavorare sulle macchine, perché a differenza di alcuni miei colleghi che li mettono alle macchine senza dar loro una prospettiva, io, prima di consegnare il “giocattolo”, spiego l’importanza di quello che stanno per fare, cerco di comunicare l’amore per questo lavoro e di far intravedere altre possibilità, oltre a quella di essere un tornitore meccanico. ho avuto ragazzi che, facendo questi corsi, hanno acquisito l’amore per il lavoro; finito il percorso qui, si sono iscritti ad un corso esterno e si sono diplomati. Per me queste sono grandi soddisfazioni (intct8). nella sua esperienza di formatore, M. (intct8) ripropone ai suoi ragazzi quello che egli stesso ha sperimentato come allievo e cerca di instillare anche in loro una concezione non strumentale del lavoro, aiutandoli a collocare quello che imparano a fare all’interno di una prospettiva, di un progetto. Agganciando la proposta formativa ai contesti reali, diventa possibile comunicare l’amore verso il lavoro e quella tensione migliorativa che fa puntare a mete elevate. il coinvolgimento personale e il gusto per un lavoro “ben fatto” – che, in un certo senso, è anche gusto per il “bello” e il “buono” – assumono così un significato etico e sociale. in ogni lavoro è importante mettere qualcosa di sé e questo si riverbera sullo “stile che si assume al lavoro” e sulle relazioni che si creano attraverso il lavoro. come vedremo anche più avanti, si tratta di un aspetto che i partecipanti alla ricerca affermano di aver appreso direttamente dai loro docenti e dal loro modo di stare al lavoro. 2.1.3. Imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: le strategie formative il discorso sugli oggetti di apprendimento, che abbiamo sviluppato sopra, non è separabile da quello relativo alle strategie formative. l’intreccio degli apprendimenti con la pratica può essere infatti visto contemporaneamente come oggetto e come metodo di insegnamento-apprendimento. Possiamo dire che, nell’esperienza formativa vissuta dai nostri partecipanti, il lavoro – e tutto ciò che al lavoro si connetteva (la qualità delle attrezzature di laboratorio, i rapporti con le aziende ecc.) – diventava un vero e proprio dispositivo didattico. 42 a) Apprendere facendo È proprio attraverso la pratica lavorativa svolta nei laboratori del cFP, progettando, realizzando artefatti, montando, assemblando ecc., persino “martellandosi le dita”, che i nostri partecipanti hanno potuto avvicinarsi in modo efficace anche ad apprendimenti di carattere generale. Del resto, passando dal fare, gli apprendimenti stessi acquistano una densità diversa da quella che assumerebbero “ridotti” allo stato di puri compiti scolastici. Vediamo qui di seguito alcuni esempi: quando si studia solo sul libro non si sa com’è la pratica; al cFP puoi metterti davanti a una macchina, imparare a guardarla, a toccarla. le persone non sono tutti dottori e avvocati; […] oggi tutti vogliono studiare e nessuno ha voglia di fare lavori manuali. in realtà l’esperienza la fai lavorando, non solo studiando; certi lavori li impari lavorando, facendo ogni giorno teoria e pratica insieme, sbagliando, martellandoti le dita e imparando a fare più attenzione; il meccanico l’esperienza se la fa lavorando: vede come tagliare il pezzo, impara il modo di legare le cose; oggi quello del meccanico non è più il mestiere di vent’anni fa, è un mestiere difficile, le macchine sono sempre più complesse […]. il cFP, a quei tempi, era l’unica scuola che aveva un po’ di pratica e un po’ di teoria […] e con la pratica si impara meglio. Al cFP ho imparato ad usare bene delle macchine che, almeno a livello di base, sapevo come funzionavano; […] dopo non le ho mai adoperate per il mio mestiere, ma, se oggi mi mettessi davanti a un motore, sarei ancora capace di schiacciare qualcosa e di fare qualcosa. Poi abbiamo fatto dei lavoretti di rifinitura e di questo ho avuto bisogno anche nell’arco della mia vita […]. Abbiamo imparato a usare il tornio e la fresa, ma imparavamo anche come sono fatti un motore, una pompa, un cilindro, un iniettore. c’è gente che va a scuola guida e non sa come è fatto un motore (intFoss2); il disegno era fatto in maniera molto approfondita ed era strettamente legato all’officina; spesso si faceva un disegno e poi si andava a realizzare il pezzo. queste sono cose che incidono. ho imparato da subito che il disegno non andava interpretato ma letto; infatti, quando la lettura è sbagliata, alla realizzazione del pezzo mancano delle quote. Allora si usavano solo inchiostro di china e matita; gli insegnanti pretendevano la pulizia, l’ordine; tutto serviva per farti capire che c’era bisogno di un decoro personale, che questo serviva per presentarti meglio ma anche per fare meglio il tuo lavoro; tutto era interconnesso […]. Al cFP mi hanno insegnato a fare il disegno, a progettare e a realizzare, perché puoi anche ideare un pezzo molto bello, ma, se alla fine non lo sai realizzare, non serve a niente […]. l’insegnamento al cFP è stato molto importante perché mi ha insegnato la teoria e la pratica interconnesse (intct5); la trigonometria mi ha insegnato moltissimo, infatti, quando io ho cominciato a lavorare, il cAD-cAM non esisteva; allora, ti mettevi lì a calcolare e bene o male la trigonometria ti faceva lavorare. Se avevi la possibilità di andare in aziende dove c’erano degli investimenti e trovavi il cAD-cAM, era diverso, ma chi non aveva la possibilità, riusciva a ricavare i punti con la trigonometria. quelle cose le ho imparate lavorando su macchine utensili manuali; una volta passato al controllo, sono stato agevolato (intFoss3); per me quella del cFP è stata una bella esperienza, perché c’era da lavorare; mi piaceva la meccanica, mi piacevano le cose pratiche, più dello studio. Mi piaceva il fatto che al cFP lo studio venisse messo in termini di pratica sul lavoro; le altre scuole non mi piacevano, perché erano troppo teoriche. il cFP è stata una scuola che ho trovato bella anche perché si muoveva in quello che era il mio campo; già da piccolino venivo nella fabbrica di mio padre a trafficare, a giocare, e in quella scuola mettevo in pratica quello che imparavo (intFoss7); 43 particolarmente importanti sono state le ore di tecnologia e di meccanica e tutti gli attrezzi che ho usato in officina; adesso sento che tutto a portata di mano […]; ho avuto l’opportunità di usare tanti macchinari e anche in tecnologia ho fatto un programma vasto; ho usato anche l’autocad. Tutto quello che ho studiato e provato negli anni, l’ho poi usato nel lavoro e ringrazio di aver fatto questo percorso, perché mi è stato utile […]. Al cFP ho imparato a usare le macchine utensili, il tornio, la fresa, i trapani, le macchine a controllo numerico: si imposta il programma e poi la macchina ti fa il pezzo; ho imparato a saldare, ad assemblare i pezzi, a montare; […] abbiamo costruito diversi macchinari e, alla fine dei due anni, abbiamo costruito un centro di lavoro che faceva tutto in automatico […]. Ma nella formazione ho imparato anche e soprattutto alcuni atteggiamenti che mi vengono utili adesso, sul lavoro; ad esempio, ci sono lavori che purtroppo non si fanno più, perché adesso si compra subito il pezzo nuovo; eppure, riparando il pezzo, fai risparmiare il cliente, risparmi tu, non sprechi soldi e materiali, non inquini. il concetto di aggiustare le cose e di non buttare niente l’ho imparato al cFP; oggi si fa ancora, anche se di meno, perché i tempi sono cambiati, si è sempre di corsa; io tutto questo l’ho imparato qui al cFP (intBra5); del cFP ricordo innanzitutto la disciplina e la serietà; ricordo che a scuola si lavorava veramente e c’era passione; essendo una scuola professionale, si studiavano meno le materie teoriche e si faceva molta pratica; ogni giorno scoprivi e imparavi cose nuove […]. Facevo il montatore, però non avevo una cultura teorica, partecipavo alla costruzione dei vari pezzi, ma non riuscivo a capirne il funzionamento. A riempire questa lacuna è stato il cFP, in particolare don R., che mi ha fatto capire come si costruiva e a che cosa serviva un trasformatore. Tutto questo avveniva anche fuori dalle lezioni scolastiche (intct29). Attraverso il lavoro, i nostri allievi di un tempo hanno imparato molto altro; spesso hanno potuto recuperare anche i saperi propri delle discipline più teoriche, agganciandoli appunto alla pratica, al laboratorio. nel lungo brano che segue, M. (intFoss3), un artigiano piemontese di 38 anni, ricorda proprio come il lavoro manuale abbia affinato in lui la capacità di comprendere a fondo le cose9: mi occupo sia della produzione sia della parte amministrativa dell’azienda. Faccio un po’ di tutto, dal lavoro con le macchine utensili al preventivo, e curo anche il rapporto con i clienti. Per fare tutto questo devi saper lavorare anche manualmente. Fino a qualche anno, fa ho lavorato soltanto su macchine utensili, tornio e frese, adesso, sono subentrato a mio padre e quindi mi occupo un po’ di tutto il processo. Posso dire che, avendo delle basi di officina, mi viene più facile anche fare i preventivi e capire le cose. il cFP mi ha fatto conoscere la fresatura, la rettifica; noi ragazzini potevamo fare un po’ di tutto, cioè un po’ di tornio, un po’ di fresa, un po’ di banco, di elettronica, di pneumatica; un po’ alla volta, vedevamo i vari aspetti del lavoro. quando sono uscito dal cFP, abbiamo portato la fresatura anche qui in azienda; prima di allora, l’unica macchina utensile che avevamo era un tornio; la fresa è entrata nel 1993. Sono riconoscente al cFP, perché ho potuto fare l’esperienza delle macchine utensili manuali. il controllo è una bellissima cosa, è come un computer, però, quando devi fare due calcoli, li fai con la calcolatrice; farli a mano invece ti allena la mente; lo stesso vale per il tornio manuale che non ha la precisione di quello a controllo, ma richiede di saperci fare. Adesso si va solo sulle macchine a controllo numerico, mentre certi pezzi devono essere smussati e, sul tornio a controllo, non esiste la smussatura, esiste 9 il legame tra pratica e comprensione profonda è un aspetto su cui torneremo anche più avanti, nel paragrafo 5.2.2. 44 solo il pezzo finito; ci sono però dei pezzi che hanno bisogno di un’ulteriore lavorazione a mano. Fra dieci anni nessuno sarà in grado di lavorare con una macchina manuale e questo è un peccato, fa perdere qualcosa di importante. Ricordo che al cFP i professori ci facevano limare. la limatura è un grande rompimento di scatole, ma è la base, quello che ti permette di imparare ad adoperare lo strumento, a conoscere il pezzo. era bello vedere i professori che si dedicavano anche loro alla limatura. Adesso il pezzo esce finito dalla macchina e quindi non c’è l’esigenza di adoperare la lima, però ci sono certi lavori nei quali hai bisogno della lima, hai bisogno di saper lucidare un pezzo a mano. Se impari bene quello, diventa tutto più semplice: vai su un parallelo, serri il pezzo sul mandrino, fai la lavorazione; se non riesce, prendi la carta vetro; erano cose che ci insegnavano a scuola e che oggi mancano. Ad esempio, allora non esisteva il divisore automatico e, se dovevi fare otto fori a 360 gradi, col divisore manuale imparavi a dividere; c’erano dei calcoli che bisognava fare e che oggi non si fanno più. oggi i ragazzi, senza la calcolatrice, non sanno più fare i calcoli; il giorno che il pezzo non va a controllo, tutto si ferma. oggi, la matematica, la trigonometria, seno e coseno, non si sa più che cosa siano. io queste cose le conosco a memoria, i ragazzi che vengono qua no; mi dicono: “lo disegni sul cAD…”, “Ma stiamo scherzando? il cAD va benissimo, ma la trigonometria è trigonometria”; i ragazzi che ho di là, in officina, sono tutti bravi, però per far loro capire la trigonometria ho dovuto fare dei disegni che ogni tanto loro controllano. Fare un disegno con il cAD-cAM è molto bello, però bisogna anche saper fare il disegno cartaceo; se prendi un pezzo, sai dove va e quindi metti il colore giusto, con il cAD digiti le colorate e metti i colori a caso, non ti rendi conto; devi saper lavorare, prima di fare il disegnatore. Sul posto di lavoro, oggi i ragazzi stanno attaccati a una macchina che esegue un programma e prendono la calcolatrice per calcolare la tangente, per sapere qual è la profondità di uno smusso a 30 gradi ecc., ma a volte i clienti ti portano un pezzo e tu devi saperlo riprodurre su carta, quindi devi prendere le quote; non tutti lo sanno fare; noi lo imparavamo a scuola: ci mettevano un pezzo davanti e noi lo dovevamo quotare. i ragazzi di oggi non conoscono la composizione di un materiale; a noi insegnavano la scomposizione di un materiale; oggi puoi andare su internet per saperlo, ma internet ti dà solo la composizione standard; se non sei in grado di tradurre le informazioni che trovi, non vai da nessuna parte (intFoss3). M. sottolinea di aver potuto, attraverso il lavoro manuale, sviluppare vere e proprie competenze professionali (efficacemente rese dall’espressione “saperci fare”), che comportano l’orchestrazione di specifiche abilità di calcolo, abilità grafiche, una conoscenza precisa dei materiali (che l’esercizio della limatura contribuisce a far sviluppare), ma anche atteggiamenti come l’attenzione ai dettagli e la capacità di affrontare le criticità che possono presentarsi. Anche A. (intct12, cfr. la storia n. 15 nella terza parte di questo lavoro) racconta che proprio attraverso il fare ha potuto imparare la matematica concreta. Molti ex-allievi ci dicono insomma di aver sperimentato quello che potremmo definire un approccio “manuale” alla conoscenza (Bertagna, 2011). Tra le righe leggiamo che, così come hanno imparato che da un certo uso delle mani dipende la qualità di un lavoro ben fatto, allo stesso modo hanno compreso che, anche attraverso la matematica e la lingua, si posso fare un’infinità di cose. b) Una didattica centrata sul laboratorio e sulla realizzazione di capolavori Un’ulteriore declinazione della centratura sul fare è la sottolineatura del laboratorio come ambiente di apprendimento. qui – ci dicono gli ex-allievi – diventava 45 possibile fare un’esperienza concreta di lavoro in un ambiente che però non era ancora quello lavorativo, ma quello protetto del cFP: il laboratorio era alla base di tutta l’organizzazione salesiana. la teoria ci vuole, […] però la pratica è molto importante. i laboratori erano ben organizzati e, quando non capivi una cosa, sempre ti veniva data una spiegazione supplementare […]. Ad esempio, nel mio settore, quello elettromeccanico, si studiavano prima gli impianti civili e industriali - ne studiavi il funzionamento, lo schema elettrico ecc. - e poi passavi anche a realizzare il montaggio su dei pannelli che venivano creati dai professori; poi magari lo stesso quadro elettrico lo ritrovavi in una fabbrica e già sapevi dove mettere le mani. la stessa cosa in aggiustaggio, dove ci hanno insegnato a saldare, ad usare il trapano a colonna, a limare; il professore ti spiegava come andava forato e filettato quel pezzo di ferro e dopo te lo faceva fare in pratica; se sbagliavi, ti correggeva, se doveva rimproverarti, ti rimproverava, ma sempre a fin di bene (intct17); sicuramente l’aspetto più significativo della nostra formazione era il laboratorio, dove facevamo pratica; infatti una cosa era la teoria che spiegavano in classe, un’altra era la pratica e per noi le cose più importanti avvenivano in laboratorio (intct18); degli anni del cFP mi è rimasto impresso il signor M., per la sua formazione e la sua serietà; insegnava disegno; mi sono rimaste dentro la sua voglia di fare e il suo modo di porsi, il fatto che fosse molto preparato. Anche c., che è ancora qui, metteva una grande passione nel lavorare; insegnava laboratorio e mi ha dato le basi per lavorare. D. aveva una gran voglia di lavorare, si metteva tra i ragazzi e questo mi è sempre piaciuto; anche io uso un po’ il suo metodo, anche perché abbiamo lavorato insieme due o tre anni; arrivava sempre preparato, con una gran voglia di lavorare e di far lavorare; da noi ragazzi pretendeva il massimo e ci faceva lavorare parecchio e questo mi è rimasto dentro; era serio, preciso, arrivava in classe preparatissimo. quando lavoravamo insieme, stavamo ore e ore a preparare la lezione di officina. […] Trasmetteva anche ai ragazzi la voglia di imparare e di costruire cose complicate. quelle che facevamo con lui infatti non erano operazioni semplici; bisognava preparare la macchina e costruire l’attrezzatura per facilitare il lavoro ai ragazzi; in sei ore dovevano fare un pezzo e allora cercavamo di metterli nelle condizioni di farlo. Poi c’erano anche undici, dodici macchine, e ogni macchina comportava un lavoro diverso; bisognava attrezzarle singolarmente e ci voleva parecchio tempo; nelle sei ore bisognava fare il lavoro e poi smontare l’attrezzatura perché poi venivano gli altri ragazzi, in modo da fare un lavoro fatto bene (intBra4). È proprio il laboratorio il fiore all’occhiello dei cFP salesiani, dove possono avvenire “le cose più importanti” (intct18). G. (intBra4), che oggi è lui stesso formatore, oltre alla passione per il lavoro dei suoi formatori, su cui torneremo più avanti, descrive la cura con cui venivano predisposte le attività di laboratorio. Si trattava di costruire le condizioni operative perché gli allievi potessero misurarsi con il fare, ma nello stesso tempo di essere sfidanti e di stimolare in loro il desiderio di “imparare a costruire cose complicate”. com’è tipico della tradizione salesiana (Prellezo, 2010) da sempre molte energie vengono dedicate al continuo aggiornamento dei laboratori e delle attrezzature: don B. è stato un punto di riferimento per quanto riguarda il reparto della meccanica, ha sempre battagliato per avere le macchine più moderne all’istituto (intct8); 46 quand’ero dai salesiani, c’era don G. che aveva fatto arrivare delle macchine dall’America per il nostro laboratorio; a quel tempo era un po’ una novità, perché in giro non si trovava ancora niente (intFoss2); il corso è stato come una prova per il lavoro, perché gli insegnanti ci hanno insegnato a lavorare sulle macchine stesse che poi trovavamo sul posto di lavoro […]. Dopo il cFP ho iniziato subito a lavorare in una piccola tipografia della provincia di catania; da lì c’è stato un crescendo di conoscenze nell’uso delle attrezzature, fino ad arrivare al mio lavoro di oggi, su una macchina che stampa multicolore; ma tutto questo è stato possibile grazie al corso, che per me è stato un’esperienza molto importante, un trampolino di lancio; grazie a quel corso, infatti, oggi posso lavorare su queste macchine (intct20); l’unica cosa che può aiutare i ragazzi che escono dal cFP è essere aggiornati, preparati al massimo per il mondo del lavoro, che oggi è tutta un’altra cosa rispetto a quello che era ai miei tempi. i miei formatori in questo sono stati attenti; anche quelli di oggi sono aggiornati, anche se le attrezzature che ci sono nei laboratori sono un po’ vecchie; nel mondo della grafica si deve essere sempre super aggiornati (intct25). Spesso nei cFP i nostri ex-allievi hanno potuto lavorare sulle stesse attrezzature e macchinari che poi avrebbero trovato nelle aziende anche se, come ci ricorda S. (intct25) non è facile tenere il passo dei cambiamenti tecnologici. nel brano che segue, F. (intFoss5), che ha frequentato il cFP negli Anni ’60, descrive bene la centratura sul laboratorio che caratterizzava tale offerta formativa: la scuola mi ha aiutato a costruirmi le basi della tecnologia che a quel tempo era importante. È stata una scuola dura, per il ritmo e gli orari; da esterno, facevo quindici chilometri, entravo all’istituto alle sette di mattino e uscivo alle sette di sera, per sei giorni alla settimana; uscire alle sette di sera, soprattutto d’inverno, arrivare a casa e magari avere ancora dei compiti da fare, delle lezioni da studiare, era un sacrificio; credo però che ne sia valsa la pena. oltre a favorire l’apprendimento delle materie scolastiche e tecniche, il cFP è stato una buona palestra e mi ha dato un insegnamento per la vita; è stato molto più facile, dopo, affrontare le difficoltà. Sono stati anni vissuti intensamente […]; si finiva a fine di giugno e si iniziava ai primi di settembre. era breve il periodo in cui uno poteva staccare la spina, anche se ai miei tempi “staccare la spina” voleva dire avere sempre un residuo di corrente elettrica, nel senso che non c’erano le possibilità di oggi, a livello economico, e, all’età di quindici o sedici anni, nel periodo estivo, si andava a lavorare per guadagnarsi la pagnotta; era normale. Fin da bambino sono sempre stato portato per la meccanica: smontare la moto a mio papà, all’età di dodici anni, era una cosa normale per me. Trovarmi in questa scuola, dove c’erano almeno cinque ore di laboratorio al giorno per me era il massimo. Si era operativi, si sperimentava la costruzione di qualcosa, si aveva la soddisfazione di aver fatto qualcosa di importante. Tutto questo, ai nostri tempi, veniva molto valorizzato; ad esempio, noi, dal secondo o terzo anno, facevamo motori e anche carrozzerie; ci sono state delle esperienze bellissime, come smontare dei motori, fare la rettifica dei trattori agricoli o del leoncino, fare operazioni di carrozzeria ecc.; tutto questo dava soddisfazione e, all’età di dodici, tredici o quattordici anni, era come toccare il cielo con un dito. queste cose, per chi come me è stato sempre appassionato di meccanica, sono state davvero molto importanti. non è stato un sacrificio studiare tecnologia o lavorare al tornio o fare le rettifiche […]. la scuola mi ha dato le basi per lavorare al tornio, in modo pratico, per capire, oltre alla teoria, quali siano le condizioni di lavoro, per valutare praticamente se la teoria che stavo applicando era corretta. in questo il cFP mi ha aiutato moltissimo (intFoss5). 47 F. trova continuità tra la sua esperienza familiare, che comunque lo metteva a contatto con esperienze di lavoro (l’aiuto domestico al papà, il lavoro estivo ecc.) e l’esperienza al cFP. il fascino di fare delle cose e la soddisfazione che veniva dalla valorizzazione che i formatori sapevano sapientemente utilizzare come leva motivazionale, ma anche da quel ritorno che arrivava dalle cose stesse, dal loro funzionare, alimentavano passione e rendevano sopportabile la fatica che frequentare ogni giorno il cFP pure comportava. Dalle interviste emerge un ulteriore aspetto di questo approccio laboratoriale, che consiste nella valorizzazione dei compiti autentici10. Vediamo alcuni esempi per capire di cosa si tratti: il primo anno ti facevano fare un oggetto, con la lima e con il tornio. Ti dava soddisfazione! ognuno doveva fare un pezzo. ogni giorno noi avevamo tornio, rettifica, saldatura; tu ti facevi il tuo giochino, la tua cosina. Se a te piaceva, potevi farti una sfera di ferro; io l’ho fatta, l’abbiamo fatta tutti la sfera, la facevamo brunire, la facevamo molare e poi la mettevamo sulla scrivania, come fermacarte (intFo1); grazie ai professori, ho partecipato a un concorso nazionale di grafica a Roma; quell’anno si trattava di proporre la composizione di una pagina pubblicitaria. Della mia scuola sono stato scelto io per concorrere assieme a ragazzi provenienti da tutte le scuole grafiche salesiane d’italia e sono arrivato secondo (intct23). la valorizzazione dei compiti autentici che caratterizzava la didattica dei formatori incontrati dai partecipanti alla nostra ricerca consisteva nel generare consegne legate a contesti reali. in questo senso il laboratorio stesso, così simile agli ambienti di lavoro, si configurava come il contesto autentico ideale. Ma nella testimonianza di l. (intct23), che ha finito la sua formazione solo alcuni anni fa, si rintraccia anche l’esperienza del “concorso nazionale dei capolavori”11, introdotta appunto alcuni anni fa, che dei capolavori evidenzia anche il carattere pubblico e comunicabile. in tutti i casi raccolti, la didattica laboratoriale si configura come didattica dell’esperienza riflettuta, in cui particolarmente curato è l’accompagnamento a riflettere su ciò che si fa: la cosa più importante era cercare di fare bene e di capire bene quello che si doveva fare prima di passare all’azione. Si trattava di non partire senza sapere dove arrivare, ma sapendo di dover raggiungere quell’obiettivo lavorativo; mi devo creare i presupposti per arrivarci in maniera tranquilla e, se trovavo delle difficoltà, dovevo saper calcolare bene i rischi che correvo. non parto quindi, se tutto quello che devo fare è oscuro; devo acquisire delle informazioni, in modo tale da poter iniziare e finire con successo un determinato processo di lavoro; se durante il lavoro incontro delle difficoltà di varia natura, devo 10 Per una definizione dei compiti autentici e dell’apprendimento significativo che ne scaturisce, cfr. loMBARDi, 2007. 11 Sulle varie edizioni del “concorso nazionale dei capolavori dei Settori Professionali”, promosso dalla Federazione cnoS-FAP, cfr. http://www.cnoS-FAP.it/node/11117 (ultima consultazione: 06-12-2013). 48 sapere rimediare e trovare una soluzione. Mi piaceva finire quello che iniziavo, quindi non partivo ad occhi chiusi, ma cercavo di informarmi, consultando chi aveva già fatto questa esperienza. certe volte me ne accorgevo dopo (intct16). la riflessione accompagna tutto il processo lavorativo: lo anticipa, come pensiero sull’azione possibile, si sviluppa durante il lavoro, come ricerca di informazioni per trovare una soluzione ai problemi che si presentano, e viene attivata dopo l’azione, come sguardo retrospettivo. c) Una didattica centrata sulle relazioni quella che i nostri partecipanti sperimentano al cFP è una didattica che valorizza le relazioni in ambito formativo e lavorativo: al cFP ho imparato un mestiere che mi era sconosciuto, ma ho imparato anche a stare insieme agli altri, a condividere con i compagni e a collaborare sul lavoro. quando ho frequentato l’istituto tecnico, mi sono trovato avvantaggiato, rispetto ad altri ragazzi, perché avevo imparato il senso di quella professione e sapevo collaborare con gli altri (intct7); il venerdì pomeriggio, per dirti, avevamo delle ore di recupero di matematica; P. (un docente, ndr) non c’era, perché andava a vedere le prove a imola, e le lezioni di recupero le facevano dei ragazzi un po’ più grandi di noi; ad esempio chi […] aveva abbandonato scuola di ingegneria dava lezioni. io avevo diciassette anni, ma c’era gente che aveva già l’auto, la cinquecento, con cui di pomeriggio qualche volta andavamo a imola a vedere le prove (intFo1). nelle due testimonianze riportate sopra, si nota l’esplicita strategia della cura delle relazioni che troveremo descritta anche di seguito, parlando degli stili di insegnamento dei docenti. il cFP consente di vivere un clima relazionale sano, improntato alla collaborazione. Anzi, la possibilità stessa di cogliere il senso di una professione passa spesso dalla positività delle relazioni che si creano nel suo esercizio. nell’esperienza di c. (intFo1), si intravede anche la possibilità di accedere a forme di tutoraggio tra pari per il recupero e il potenziamento degli apprendimenti. Riempire il contesto formativo di buone relazioni non è solo gratificante per i soggetti in formazione, ma aiuta anche ad imparare meglio. d) la possibilità di intrecciare apprendimento formale ed esperienza lavorativa nell’esperienza di molti dei nostri ex-allievi, l’incontro con il lavoro non avveniva solo all’interno dei laboratori del cFP, ma anche in contesti di lavoro veri e propri: sono arrivato dai salesiani nel 1982, come un ragazzetto che non conosceva cos’era un tornio, poi pian piano mi sono appassionato a questo lavoro, tanto che, già al secondo anno, quando di mattina frequentavo le lezioni, di pomeriggio, andavo in un piccolo laboratorio dove lavoravo per qualche ora; questo lo facevo liberamente, senza alcuna costrizione da parte dei miei genitori. Alla fine dei tre anni del percorso formativo, ho incominciato a lavorare a tempo pieno in questo posto e ci sono rimasto per qualche anno (intct8); quando frequentavo il corso, già lavoravo, quindi potevo avere un riscontro diretto dell’utilità di quello che studiavo e che poi applicavo nel lavoro (intct21); 49 quando frequentavo il cFP, già lavoravo; la mattina andavo a scuola e il pomeriggio andavo in tipografia (intct26); la mattina andavo a scuola e il pomeriggio a lavorare, quindi potevo immediatamente applicare nel lavoro quello che studiavo la mattina, ma anche viceversa, ed ero avvantaggiato rispetto ad altri ragazzi (intct27); ho iniziato la Formazione Professionale abbastanza grande […]. Mi sono buttato subito a capofitto nel lavoro. essendo più grande degli altri compagni, oltre alla scuola che facevo al mattina, al pomeriggio continuavo a sperimentare sulla dentatrice, sulla fresatrice ecc. ho abbracciato quasi immediatamente la proposta formativa, ma soprattutto il lavoro, perché allora la Formazione Professionale non era soltanto scuola; il sessanta, settanta per cento era lavoro; si facevano lavori per l’enel, si facevano migliaia di pezzi in serie. noi ragazzi, non tutta la classe, i più volonterosi, i più grandicelli, di pomeriggio ci buttavamo nel lavoro e quindi la formazione è stata molto sostanziosa, non ridotta a conoscenza scolastica (intct7). il gruppo delle testimonianze riportate sopra, tutte di ex-allievi del cFP di catania, fa riferimento a contesti e situazioni in cui il lavoro poteva essere anche esposto al rischio dello sfruttamento. Se alcune esperienze lavorative avvenivano nel contesto familiare o all’interno del cFP stesso, dove un tempo era possibile svolgere anche attività produttive, i partecipanti ci descrivono anche vere e proprie esperienze di lavoro. Dai loro cenni è possibile intuire che non tutte fossero svolte nella cornice di qualche regolamentazione. non vogliamo certo qui sottovalutare l’importanza del rispetto delle regole e della legalità, al contrario. ci limitiamo ad osservare che, al di là della natura giuridica dei rapporti, gli ex-allievi che ne parlano, sottolineano l’importanza che per loro ha avuto il precoce contatto col mondo del lavoro e le possibilità di fertilizzazione reciproca tra esperienza formativa ed esperienza lavorativa. in conclusione possiamo sottolineare che, proprio attraverso il contatto con l’esperienza del lavoro, i nostri ex-allievi hanno incontrato nei cFP salesiani una formazione che ha fatto crescere in loro lo slancio, la creatività, la capacità di apprendere, di progettare e di aprirsi agli altri. Proprio l’intreccio di formazione personale e professionale allontana l’esperienza vissuta dai nostri allievi nei cFP salesiani da quelle forme di addestramento impersonale alle quali talvolta la Formazione Professionale è stata ridotta. 2.2. Una formazione che mobilita energie e aiuta a trasformare anche l’insuccesso in occasione di apprendimento Gli ex-allievi che abbiamo intervistato ci hanno regalato storie che mostrano come l’esperienza formativa che hanno vissuto non li abbia rinchiusi nelle loro biografie, che spesso al loro arrivo erano cariche di profezie negative, ma li abbia fatti andare più in là, più lontano. Abbiamo già sottolineato come l’educazione al gusto di un lavoro ben fatto abbia alimentato in loro energie. qui vogliamo riportare alcune testimonianze che ci aiutano a vedere come tali energie siano state spesso orientate a trasformare anche le esperienze negative in occasioni di apprendimento. 50 2.2.1. Dall’insuccesso scolastico Spesso il successo formativo di cui le storie raccolte danno testimonianza si è costruito sulle macerie di un precedente insuccesso scolastico12. Per quanto in altre occasioni abbiamo avuto modo di argomentare sull’esigenza di ripensare a fondo la questione culturale che sta alla base della Formazione Professionale, sostenendo le ragioni di un canale dell’ieFP come percorso di pari dignità rispetto a quello scolastico (Tacconi, 2010;2006), nella situazione in cui si trova il nostro Paese, il fatto stesso di capitare al cFP è indicatore di uno status di debolezza, spesso sancito da dolorose attestazioni di “non capacità”. Ma la non riuscita scolastica non si trasforma necessariamente in insuccesso formativo. questo almeno è ciò che emerge con chiarezza dalle testimonianze raccolte: ho finito il cFP nel 1966; avevo diciotto anni, perché avevo perso due anni di scuola, uno alle elementari e l’altro all’inizio delle superiori; eppure nella formazione tutto è andato bene (intFoss5); all’epoca non ero riuscito a superare gli esami, però non mi sono arreso e ho frequentato un altro corso, quello di elettropneumatica, che poi mi ha orientato al mio lavoro di oggi; […] se non avessi frequentato il corso serale di elettropneumatica, sarebbe stato per me molto più difficile apprendere il mestiere (intct17). i percorsi di accesso alla Formazione Professionale sono stati spesso accidentati eppure nei cFP i partecipanti alla nostra ricerca affermano di aver trovato persone che li hanno aiutati a scoprire potenzialità inespresse. R. (intVr2), nella storia che riportiamo nella prossima sezione di questo lavoro (cfr. la storia n. 12), ricorda, ad esempio, che i suoi genitori si erano spesso sentiti dire dai professori della scuola media che “il ragazzo doveva andare a lavorare”. oggi, R. è un affermato ingegnere. 2.2.2. Al successo formativo nelle storie di questi ex-allievi della Formazione Professionale, il successo è stato importante, ma altrettanto importante è stato l’insuccesso. Per molti di loro è stato decisivo incontrare adulti disponibili ad aiutarli a trasformare l’insuccesso in occasione di apprendimento, a sviluppare una cultura dell’errore in cui ogni sbaglio veniva visto come occasione opportuna per imparare. come vedremo anche in seguito, decisiva, in molte storie, è stata la presa in carico che li ha accompagnati nella formazione13 e nell’inserimento lavorativo. Alcuni ex-allievi sono diventati a 12 Di una vera e propria “saga dei vinti della scuola” parla Mario Giacomo Dutto, in un suo recente lavoro nel quale possiamo ritrovare l’eco di tante delle esperienze raccontate dai partecipanti alla nostra ricerca: «l’istruzione che, per sua natura, unisce, socializza e alfabetizza, non di rado divide, separa e contrappone. Gli studenti sono spesso più diversi tra di loro alla fine che non all’inizio del percorso scolastico: i voti, le pagelle e i diplomi sanciscono queste distinzioni, come anche la scelta, dopo la scuola di base, tra licei, istituti tecnici o professionali. Dietro la nobiltà delle intenzioni, la scuola nasconde contraddizioni inattese: forma cittadini, sviluppa talenti e genera intelligenze, ma anche crea sconfitti, produce indifferenza e induce emarginazione» (DUTTo, 2013, p. 8). 13 l’impegno dei formatori a contrastare il rischio di abbandono della formazione è ben descritto anche nel racconto di D. (intBra2) (storia n…). 51 loro volta formatori e molti ex-allievi imprenditori hanno scelto di impiegare ex-allievi nelle loro aziende. Ma a segnare una svolta nella biografia dei soggetti intervistati, una sorta di discontinuità che ha fatto scattare in loro la “voglia di apprendere sempre”, è stata proprio l’esperienza della Formazione Professionale: al cFP ho imparato a confrontarmi con gli altri e ad alimentare la voglia di andare sempre avanti. nel periodo in cui frequentavo il corso, le tecnologie del mio settore stavano cambiando molto velocemente, quindi una prima lezione è stata aver capito che, se non stavo al passo, rimanevo indietro. oggi sono dove sono anche grazie a questa voglia di apprendere sempre che ho ricevuto al cFP. l’esperienza ha influito tanto nello svezzarmi rispetto alla vita che conducevo a casa. Mi ha aiutato a socializzare con i ragazzi che frequentavano i vari corsi e a dare un significato al mio futuro personale e lavorativo. Mi hanno fatto capire anche che niente è regalato e che si deve sudare per raggiungere un obiettivo. questo l’ho imparato mano a mano che proseguivo negli studi (intct21); al cFP ho imparato soprattutto a non tirarmi mai indietro, grazie ai professori, perché non mi hanno insegnato solo come si usa un cacciavite o come si passa un cavo elettrico, ma mi hanno insegnato a mettermi sempre in gioco. Prima di iniziare a lavorare per conto mio, ho fatto di tutto, l’elettricista, l’imbianchino, perché dai salesiani avevo imparato a non tirarmi indietro e a non fermarmi davanti al primo ostacolo. Mi hanno insegnato ad essere tenace e a completare sempre un lavoro (intct17); sicuramente i professori ci spronavano, ma ci faceva riflettere anche il confronto con gli ex allievi che già avevano delle ditte per conto loro e venivano a raccontare il loro percorso formativo. il ricordo che ti lascia un ex allievo è indelebile e, anche grazie alla loro testimonianza, cercavamo anche noi di andare sempre avanti. Vedendo queste persone che si erano realizzate, ci veniva spontaneo pensare che fosse una buona cosa proseguire in quel senso e provarci anche noi. nelle altre scuole, questo aspetto non c’era, soprattutto non c’era una meta precisa. qui invece è nato tra noi qualcosa che ci ha legato profondamente. i nostri insegnanti invitavano gli ex allievi a venire a parlarci del loro percorso e adesso anche noi lo facciamo, come segno di amicizia e riconoscimento verso i nostri professori; entriamo nelle classi e portiamo la nostra esperienza, per inculcare in questi ragazzi la convinzione che il sogno è realizzabile (intct19). quella descritta dai brani riportati sopra è una formazione che libera potenzialità o rimuove ciò che può rallentare la messa in moto delle potenzialità, una formazione che mobilita energie, mette in moto, aiuta a superare le difficoltà che via via si incontrano. nell’esperienza narrata da A. (intct19), a mobilitare energie è stato l’incontro con la testimonianza di altri ex-allievi che ha consentito di sviluppare “la convinzione che il sogno sia realizzabile”. Proprio A. si sente oggi tenuto a fare ad offrire a sua volta questo genere di testimonianze. 2.3. Una formazione che orienta alla vita i partecipanti alla ricerca affermano che l’esperienza formativa vissuta al cFP li ha gradualmente guidati non solo a scegliere il percorso formativo o lavorativo con cui continuare la loro strada, ma anche a reinterpretare autonomamente e in modo originale le sfide del loro tempo e ad essere capaci di assumere su di sé, in 52 senso più generale, il mestiere stesso del vivere, diventando attori e autori della propria esistenza. 2.3.1. L’orientamento al lavoro la formazione al cFP ha consentito innanzitutto ai partecipanti di orientarsi nella scelta lavorativa e ha rappresentato per tutti una sorta di “palestra” per allenarsi al lavoro: ricordo che c’era molto dialogo con i professori; ci orientavano su tutto ciò che riguardava il lavoro: le prospettive di assunzione, il comportamento che avremo dovuto tenere e il modo migliore per approcciare le persone, perché, quando eravamo a scuola, non era facile per noi intuire che cosa ci avrebbe aspettato fuori. i professori che mi hanno seguito mi hanno insegnato come lavorare, come ci si comporta sul posto di lavoro, come prestare attenzione alle macchine. il centro era una specie di palestra per il lavoro; ci facevano fare esperienza perché poi ci trovassimo preparati fuori. Devo dire che il loro insegnamento è stato utile; in azienda non ho fatto fatica ad ambientarmi; ho iniziato come operaio e oggi sono responsabile di produzione. Frequentare il corso mi è servito per capire quello che volevo e quello che avrei fatto una volta finito il corso. oggi è molto difficile proiettarsi nel mondo del lavoro (intct13); dopo la terza media, non avevo le idee chiare su che cosa venivo a fare in questa scuola; mi piaceva lavorare in meccanica e qui, al centro, lavorando sulle macchine, ho imparato a farlo proprio con passione, scoprendo che riuscivo anche a farlo abbastanza bene (intBra4); i miei insegnanti mi hanno aiutato a crescere e a capire quale realmente avrebbe potuto essere la mia strada. Dopo il primo anno generale, abbiamo fatto un test. il secondo anno di corso, infatti, grazie anche a quell’aiuto, ho scelto la specializzazione che ancora oggi mi impegna, l’operatore di prestampa. il corso mi è servito tanto (intct21); quell’esperienza mi ha portato a sognare quello che sono oggi […] e ha influito tanto sul mio futuro; mentre frequentavo l’istituto, pensavo che avrei potuto arruolarmi nei carabinieri, anche perché le forze armate cercavano e accoglievano volentieri volontari. i salesiani hanno capito che c’erano degli elementi che mi orientavano diversamente; erano capaci di riconoscere le attitudini e le predisposizioni dei ragazzi (intct29). come sottolinea n. (intct13), le condizioni attuali rendono l’impresa di orientarsi nel mondo lavorativo molto più difficile di un tempo. eppure gli elementi che i nostri partecipanti sottolineano mantengono un valore ancora oggi. Attraverso l’esperienza che si viveva al cFP, si poteva non solo farsi un’idea rispetto al mondo del lavoro, ma soprattutto dare spazio ai propri desideri e ai propri sogni, mettere a fuoco le proprie potenzialità, inclinazioni e attitudini e imparare a trasformarle in traiettorie percorribili. 2.3.2. L’orientamento a proseguire nel cammino formativo orientarsi è un verbo di moto, indica un sapersi dirigere verso una meta riconosciuta come desiderabile, un muoversi, un camminare. l’esperienza del cFP ha dato a non pochi dei partecipanti alla nostra ricerca la possibilità di individuare mete e percorsi ulteriori alla prima Formazione Professionale: 53 finita la scuola professionale, avrei potuto lavorare, ma, siccome avevo preso gusto per lo studio, per l’imparare, per lo sperimentare sulle macchine e avevo maturato un interesse per la tecnica ad alto livello, loro stessi mi hanno consigliato di continuare a studiare per diventare poi formatore. questo mi piaceva […] (intct7); ho studiato per tre anni al cFP di Fossano, settore elettrico, dopo di che sono passato all’iTiS, per conseguire il diploma di maturità, e poi, dato che “l’appetito vien mangiando”, sono andato a provare l’esperienza universitaria: ho studiato ingegneria elettronica e ho finito […] con ottimi voti […]. importante, nel percorso di cFP, è stato aver toccato con mano la realtà; […] questo, per certi versi, mi distingue dagli altri, perché gli altri, avendo per lo più frequentato un liceo, non hanno nessuna familiarità con le cose pratiche. Al cFP, di matematica si faceva qualcosa, di italiano meno, perché veniva privilegiato l’aspetto tecnico, però il fatto di sapere già programmare è stato importante per me, dopo. Sono andato all’iTiS avendo già questa preparazione; magari avevo delle lacune in alcune materie, ma in queste no, quindi compensavo; il salto non è stato alla cieca. Sono sempre andato bene a scuola, fin dalle medie, però a quattordici anni uno non è sicuro di ciò che vuol fare; quando ho finito l’esperienza al cFP, avevo le idee più chiare su quello che poteva essere il mio percorso. ho capito quali potevano essere le mie potenzialità e come avrei potuto sfruttarle. Sicuramente il fatto di andare all’iTiS mi ha spronato, perché per andare all’iTiS ho dovuto preparare un esame e superarlo mi ha dato modo di capire che avevo delle potenzialità come studente e che ce l’avrei potuta fare. Ma già negli anni precedenti era avvenuta in me un’evoluzione. ci sono delle cose che sono richieste dalle aziende ma che la formazione di livello superiore paradossalmente non dà, mentre ti vengono date dal cFP (intFoss4). È come se il cFP avesse liberato la possibilità di mettersi alla prova, di rendersi consapevoli delle proprie potenzialità e di provare gusto nell’apprendere. l. (inFoss4), che oggi è ingegnere, ha potuto anche apprezzare la formazione datagli dal cFP come un punto di forza distintivo, nel percorso di studi intrapreso successivamente, superando l’idea diffusa che attribuisce alla Formazione Professionale lo status di una formazione povera, che preclude anziché consentire la prosecuzione in percorsi di alta formazione. 2.3.3. L’orientamento esistenziale e l’educazione al senso della vita la formazione vissuta al cFP sembra aver consentito agli ex-allievi interpellati di orientarsi più globalmente nella vita. ciascuno di loro ha potuto infatti, in varie forme, sperimentare un accompagnamento e un incoraggiamento non solo a individuare le mete verso cui muoversi, ma anche, potremmo dire, a scegliere se stesso, ad incarnare la sua propria singolarità. in fondo, non si tratta solo di decidere che lavoro fare ma anche – e soprattutto – di scegliere che persona essere, attraverso il lavoro che si decide di fare. in questo senso, un ruolo importante sembra essere stato giocato anche dalla proposta religiosa che i partecipanti hanno potuto vivere all’interno dei cFP salesiani: il ricordo più vivo che ho riguarda la parte religiosa; il percorso prevedeva un forte lavoro nei laboratori, ma c’era sempre anche il momento religioso. Per me è stato un buon abbinamento; ognuno di noi si fa un suo credo personale, però sicuramente quell’aspetto aiutava a socializzare con tutti e ci educava al rispetto reciproco (intct21); 54 abbiamo approfondito anche la dimensione religiosa; da ragazzino non avevo fatto neanche il catechismo, quindi a livello religioso ero abbastanza a digiuno. quel periodo mi è servito anche per una formazione religiosa, che poi è rimasta per tutta la vita e mi ha fatto acquisire i valori dell’onestà, della condivisione, dell’aiuto agli altri ecc.; siamo diventati anche cooperatori salesiani. Dopo mi sono sposato e i miei figli hanno seguito […] questa scia (intct7); arrivavi in istituto e c’erano venti minuti di preghiera; per alcuni poteva essere pesante, però cantavi e condividevi momenti di gioia; si stava insieme per conoscersi. Mi ricordo le bellissime esperienze dei ritiri spirituali; non so se si fanno ancora. quando andavi, sapevi che c’era la messa, faceva parte dell’educazione; i ritiri spirituali erano una combinazione di momenti di svago, momenti di silenzio e momenti di crescita anche interiore. Diciamo che alcuni momenti, se dovessi rifarli, li rifarei proprio nel modo antico, non come li fanno adesso; allora c’erano momenti di silenzio e momenti di divertimento mescolati assieme (intFoss3); anche gli esercizi spirituali, i ritiri, le preghiere prima di iniziare la giornata, secondo me, erano una cosa molto bella; anche nella preghiera trovi l’unione con gli altri. con i professori tante volte eri lì, fianco a fianco, a messa o a dire una preghiera; è una cosa bella, umana, che unisce (intFoss7); al cFP i salesiani ci davano un’educazione cattolica approfondita; andavamo a messa ogni giorno; oggi non ci sono ragazzi di sedici o diciassette anni che vanno a messa ogni mattina; era un modo per cominciare bene la giornata (intct25); mi sono rimasti impressi i ritiri spirituali – si faceva la messa tutte le settimane –, i momenti di ricreazione e tutti gli altri momenti in cui si stava insieme. questa è una scuola cattolica ed è normale che offra una formazione anche a livello cattolico; adesso però ci sono tanti extracomunitari, spesso musulmani, e penso che non sia giusto imporre la nostra religione. noi andavamo a quella che allora si chiamava la “scuola dei preti”, che però per noi si è rivelata proprio una bella esperienza (intBra5). l’educazione religiosa, nei racconti della maggior parte dei partecipanti alla ricerca, non compare come una parte a sé del percorso formativo, separata da tutto il resto, ma come una dimensione dell’esperienza integrata alle altre e profondamente umanizzante14. Da qui il frequente abbinamento del richiamo alle proposte di animazione spirituale con il ricordo di un’educazione a valori come l’altruismo, il rispetto, la condivisione. qualcuno dei partecipanti ricorda le proposte religiose con affetto, altri affermano di essersene poi distanziati col tempo (è il caso, ad esempio, di M. - intVr1 -; cfr. la storia n. 8 della terza parte di questo lavoro). Anche qui le forme e le modalità delle proposte sono cambiate profondamente nelle varie stagioni e, se in passato la proposta sacramentale (la messa quotidiana o settimanale, le confessioni) era molto presente, in anni più recenti, su quelle esplicitamente religiose, prevalgono le proposte di animazione (le giornate di riflessione, la proposta quotidiana del buongiorno ecc.). 14 ci si potrebbe chiedere quando la proposta caratterizzata in senso anche religioso contribuisca effettivamente alla crescita umana e professionale. non abbiamo elementi per esprimere delle valutazioni; ci limitiamo a dire che, in alcuni racconti, le proposte di educazione religiosa o spirituale sembrano giustapposte a tutto il resto ma, nella maggior parte, appaiono integrate alla proposta complessiva e aprono inedite possibilità relazionali. 55 3. L’ACCOMPAGNAMENTO ALL’INSERIMENTO LAVORATIVO Abbiamo già visto la valenza orientativa che la formazione al cFP ha assunto praticamente per tutti i partecipanti alla nostra ricerca, anche in ordine alle scelte lavorative. in questo paragrafo, analizzeremo l’accompagnamento e il supporto al lavoro come tipologie specifiche di intervento da parte degli operatori dei cFP. Pur nella diversità dei contesti storici e geografici, l’accompagnamento e la presa in carico che iniziano al cFP non finiscono lì, si prolungano nella fase dell’inserimento lavorativo e continuano anche dopo, attraverso una sorta di supporto consulenziale. Possiamo fin d’ora affermare che i nostri ex-allievi hanno incontrato sulla loro strada adulti che hanno saputo assumere fino in fondo il proprio compito educativo e si sono impegnati a facilitare l’ingresso dei loro allievi nel mondo del lavoro per poter dare loro la possibilità di coltivare progettualità e assumere responsabilità attiva nella società. È chiaro che questo tipo di azione deve fare i conti con l’evoluzione del contesto sociale, economico e politico ma, nei racconti dei nostri ex-allievi, possiamo individuare come costante l’incontro con contesti formativi che attribuiscono centralità all’esperienza del lavoro, inteso come questione di cittadinanza e spazio di realizzazione personale sia a livello sociale che individuale. 3.1. L’aiuto a trovare un lavoro in molte testimonianze, emerge come, nei vari territori, dal nord al Sud, già lo stesso essersi formati dai salesiani fornisse spesso buone credenziali a chi voleva presentarsi in un’azienda per un colloquio di lavoro. Spesso, almeno nei tempi in cui c’era una forte offerta di lavoro, erano le aziende stesse a richiedere ai cFP i nominativi degli studenti migliori: allora il cFP ti dava una formazione completa e i ragazzi più bravi erano subito richiesti dalle aziende (intct28); ai salesiani la gente crede ancora, cioè mandano lì i figli perché credono che nelle scuole salesiane diano ancora delle buone basi; dai salesiani insegnano ancora l’educazione. quando un ragazzo va a chiedere lavoro, la gente gli chiede se ha studiato dai salesiani; questo è un buon segno (intFoss2); ho notato che il cFP è davvero rinomato a livello locale; ad esempio, in questi giorni ho fatto dei colloqui in alcune ditte che si occupano di ingegneria: conoscono questo tipo di realtà e a loro fa piacere che uno si sia cimentato anche con le esperienze pratiche nell’ambito di un cFP (intFoss4); sono arrivato in quest’azienda che, in quel periodo (seconda metà degli Anni ’60, ndr), sponsorizzava la scuola salesiana di Fossano; a quell’epoca […], era consuetudine che gli ex allievi venissero assunti dall’azienda; […] la scuola salesiana del resto era molto conosciuta e apprezzata anche alla Fiat […]. ho cominciato a lavorare la settimana dopo aver ultimato la scuola; quella mattina siamo entrati in sedici ex allievi salesiani […]; ero uscito bene dalla scuola e questo mi ha aiutato molto nel colloquio che al tempo facemmo con il signor B. in persona; in due siamo stati collocati negli uffici, in base ai risultati della scuola […]; io sono stato messo nell’ufficio energia e questo mi ha dato 56 modo di imparare molto, anche perché dopo ho continuato a partecipare a molti corsi che l’azienda mi ha fatto fare, […] per specializzarmi in contabilità industriale e nei cicli di lavoro (intFoss5). È dunque innanzitutto assicurando una Formazione Professionale di qualità che i cFP salesiani possono contribuire a supportare nella ricerca attiva del lavoro. e questo vale sia per il passato, come, ad esempio, nella storia di l. (intFoss5), che ha finito la sua formazione nel 1966, che nel caso di F. (intFoss4), che ha concluso il suo percorso pochi anni fa. in molti casi, i salesiani o i docenti laici stessi intervengono direttamente per aiutare i soggetti a trovare un lavoro, attivando una sorta di passaparola: la scuola mi ha dato una possibilità: un’azienda cercava un montatore e riparatore di macchine grafiche e si è rivolta alla scuola di Barriera; […] la scuola diede il mio nome, come quello di altri, e per me è un punto di orgoglio dire che sono stato il primo ad essere assunto e sono poi rimasto in quell’azienda per cinque anni (intct8); una mattina sono passato dal cFP perché avevo il desiderio di tornare e un insegnante mi ha proposto un lavoro. il datore di lavoro vedeva in noi, ex allievi del Sacro cuore, ragazzi molto capaci, già pronti a lavorare come operai e non come semplici apprendisti, che devono ancora imparare il mestiere, quindi mi ha assunto subito e io ho lavorato per sei anni in quell’azienda. quando ho fatto il servizio militare non mi ha licenziato, ma messo in aspettativa, così al mio ritorno ho ripreso e anzi sono diventato capo officina (intct9); finito il corso all’istituto salesiano, grazie a loro, ho avuto un posto di lavoro nella ditta in cui lavoro ancora oggi (intct13); tutti gli insegnanti sono stati tutti bravi; qualsiasi problema ho avuto mi hanno aiutato; mi hanno aiutato anche a trovare lavoro, indirizzandomi verso qualche tipografia (intct22); ho lavorato in diverse ditte e adesso, grazie al prof. c., ho trovato un lavoro proprio adatto a me. nell’azienda in cui sto lavorando ora, mi trovo bene, anche economicamente. in questa ditta mi occupo della stampa, della vernice e, da poco, anche della plastificazione; in sostanza, sono a capo del settore stampa (intct25). Diversi ex-allievi hanno poi trovato lavoro nelle stesse aziende in cui hanno svolto lo stage (cfr. ad esempio, la storia n. 1 nella terza parte di questo lavoro) previsto nel curricolo del loro percorso formativo. ciò che emerge è una vera e propria presa in carico, da parte dei cFP, che indirizza attivamente e in più direzioni nella ricerca di un lavoro congruente con il percorso formativo seguito. 3.2. Lo stimolo a mettersi in proprio oltre al supporto nel trovare un lavoro, i partecipanti alla ricerca hanno trovato nei cFP e nei loro docenti il supporto ad avviare attività professionali. Diverse testimonianze documentano come l’esperienza formativa al cFP riuscisse ad educare all’assunzione di responsabilità e allo sviluppo dell’iniziativa: il cFP mi ha dato conoscenze ma ha anche alimentato in me un pochino di ambizione. ho lavorato per tre anni in una ditta e poi mi sono messo in proprio; a ventun anni ero 57 già in proprio, perché mi sentivo le capacità per farlo e anche perché ho avuto fortuna di incontrare persone che mi hanno affidato lavori (intBra5); dopo dieci anni di lavoro per altri, insieme con un amico, anche lui ex allievo del cFP, ho aperto questa tipografia; mi sono messo in proprio perché ero lontano da casa e poi per essere libero e autonomo nel lavoro. comunque il mio desiderio di indipendenza era nato già a scuola (intct26); il cFP mi ha dato lo spunto per partire con questa attività; dopo il cFP ho cominciato subito a lavorare in diverse tipografie, per circa quindici anni. Da dieci anni ho avviato un’attività autonoma […]. il corso è stato la base per ciò che è venuto dopo; poi, col maturare dell’esperienza, è cresciuto anche il desiderio di mettermi in proprio (intct27). la Formazione Professionale è riuscita ad infondere il coraggio del rischio e la fiducia in se stessi che consente di raggiungere mete elevate; spesso il cFP stesso ha funzionato come incubatore di nuove idee imprenditoriali che, come nel caso raccontato da A. (intct29), nel brano che segue, o da M. (intVr1) nella storia n. 8, che viene riportata nella prossima parte di questo lavoro: all’epoca, don R. mi ha veramente illuminato; questo ricordo mi commuove sempre; don R., che era il responsabile del reparto di elettromeccanica, nonostante tutti lo giudicassero scorbutico, nei miei confronti è stato molto aperto e disponibile, tanto che, dopo aver capito quanto mi interessasse l’elettromeccanica, riuscì ad insegnarmi come si costruiva un trasformatore. non ho avuto difficoltà a piazzare questo modello sul mercato, perché i trasformatori che realizzava don R. sono ed erano veramente dei trasformatori; quelli in commercio non avevano la stessa durata. negli ultimi periodi della sua vita sono andato a trovarlo e a ringraziarlo per quello che aveva fatto per me; gli dissi che il trasformatore, grazie a lui, era conosciuto e venduto in tutto il mondo e lui mi rispose, commuovendomi, che tutto questo era avvenuto grazie al Signore. oggi posso dire che grazie al Signore, come diceva don R., continuiamo a costruire trasformatori, sempre nella maniera che mi è stata insegnata da lui (intct29). Al cFP, durante il percorso ma qualche volta anche dopo la conclusione dello stesso, alcuni ex-allievi sono stati accompagnati proprio dai loro docenti nello sviluppo di idee imprenditoriali, in quelle che oggi chiameremmo start up. 3.3. L’offerta di un posto di lavoro al CFP qualche volta è il cFP stesso a diventare l’ambiente di lavoro degli ex-allievi. Spesso, soprattutto in Piemonte e in Sicilia, i dati raccolti consentono di intravedere la strategia esplicita di selezionare i formatori tra gli ex-allievi15: 15 questa attenzione ci viene confermata da don Mauro Moccia, salesiano impegnato da decenni nella Formazione Professionale in Sicilia, che abbiamo avuto modo di intervistare nello stesso periodo in cui sono stati intervistati gli ex-allievi del cFP di catania: «il nostro sforzo in questi anni è stato quello di selezionare i formatori soprattutto tra i nostri ex-allievi perché potessero portare, nella loro attività di docenti, l’esperienza pregressa maturata in giovane età nella nostra casa. non tutti vengono dalla nostra formazione, però la gran parte sì. questo ci ha assicurato grande collaborazione, partecipazione alla missione, agli ideali, al carisma, ai metodi educativi da noi utilizzati nella formazione dei ragazzi». 58 sono un libero professionista, ho diversi clienti, mi occupo di saldatura, consulenza, progettazione meccanica; insegno anche saldatura e officina presso questo centro, soprattutto nei corsi serali per adulti, disoccupati e persone in cassa integrazione; quest’anno ho avuto tre corsi per apprendisti; facciamo saldatura e officina (intBra5); lavoro in questo cFP da circa trent’anni; sono entrato come semplice formatore, poi, nel corso degli anni, sono diventato coordinatore del settore grafico. insegno tutt’ora e mi occupo di stampa offset; […] sono anche un ex allievo; dopo aver completato il corso, ho lavorato fuori di questa scuola per circa quattro anni, in un’azienda che si occupava di stampa, poi venni contattato dal coordinatore del settore di allora, il signor c., ed ebbi l’opportunità di incominciare a fare il formatore, dopo che ebbi concluso il mio percorso formativo diplomandomi come perito tecnico (intct3); don B., che era stato il mio caporeparto e mi conosceva dal 1982, un giorno venne in officina e mi chiese se potevo fargli dei lavori di saldatura, conoscendo la mia abilità. Vengo a scuola ed eseguo il lavoro. Dall’anno successivo metto a disposizione la mia esperienza per i ragazzi, per fare in modo che nel nostro territorio si riesca a dare un’impronta particolare a livello di costruzione meccanica. Dal 1995 quindi faccio parte del corpo insegnanti qui a Barriera (intct8); ho frequentato il cFP dal 1972 al 1975 […]; finito il professionale, mi hanno subito chiamato come aiuto insegnante; dopo tre o quattro anni sono andato a all’istituto tecnico serale a Fossano, mi sono diplomato e da allora lavoro qua (intBra4). Aver seguito il percorso formativo al cFP ed essersi impregnati del suo spirito consente di poter svolgere al meglio il ruolo di formatori, non senza aver però maturato esperienze nel proprio specifico campo professionale. Spesso gli ex-allievi che raccontano di essere ora formatori in un cFP salesiano sono anche impegnati in attività professionali e portano all’interno del cFP anche l’esperienza che maturano sul campo. in alcuni casi, il cFP si è dimostrato anche un contesto capace di venire incontro alle persone che vivevano momenti di difficoltà: ho frequentato i tre anni di meccanica, conseguendo la qualifica di meccanico tornitore; poi, grazie all’interessamento dei salesiani, per dieci anni ho lavorato in un’officina. Dopo sono entrato in un altro ente di formazione, che purtroppo, dopo qualche anno, è fallito per problemi giudiziari. A quei tempi, quando un ente chiudeva, era facile collocare il personale e io, essendo un ex-allievo, ho potuto venire qua. Attualmente svolgo la funzione di collaboratore amministrativo; praticamente faccio fotocopie, […] preparo le dispense per i ragazzi, i compiti scritti, e poi aiuto l’amministrazione (intct4); dopo il cFP, i salesiani mi hanno trovato un impiego presso un’officina di automazione di cancelli automatici. Dopo un paio di anni di lavoro, ho avuto un incidente in questa officina; avevo diciassette anni e sono rimasto fermo per circa due anni; una volta rientrato al lavoro, il datore di lavoro mi ha detto che non potevo più continuare a lavorare per lui, perché non avevo l’abilità che avevo prima. Allora i salesiani mi hanno chiamato per lavorare qui al centro (intct14). la responsabilità della presa in carico non finisce dopo la formazione e, soprattutto nel contesto siciliano, non mancano le testimonianze di chi afferma di aver trovato nel cFP una disponibilità che andava al di là sella pura applicazione di logiche di tipo economico. 59 3.4. L’attivazione della rete degli ex-allievi per il lavoro la rete degli ex-allievi, che viene mantenuta e curata nei cFP salesiani, può diventare una notevole risorsa per creare occupazione16. lo testimoniano alcuni dei partecipanti, che raccontano di cercare i collaboratori tra gli ex-allievi o di aver trovato lavoro presso ex-allievi o, come abbiamo visto anche sopra, di aver avviato un’attività produttiva proprio assieme a ex compagni di cFP: adesso ho una piccola officina elettromeccanica, costruiamo trasformatori che vanno in tutto il mondo; i nostri collaboratori sono a loro volta ex allievi (intct29); se devi prendere qualcuno a lavorare, preferisci un ragazzo uscito dalla formazione salesiana a uno esterno; io ho tutti ragazzi che hanno studiato dai salesiani; vedi che hanno una certa educazione; se metti certe regole, continui ad andare avanti, altrimenti no (int- Foss3); essere ex allievo è una cosa particolare: non sei solo un ex allievo. quando incontro un altro ex allievo o un salesiano, sento che c’è qualcosa che ci lega (intct19). Aver condiviso un’intensa esperienza formativa porta a condividere uno stile e una sensibilità che possono aiutare nelle collaborazioni professionali. l’attuale fase di regressione economica, segnata dai fenomeni della crescente disoccupazione giovanile e della flessibilizzazione/precarizzazione del lavoro, rende tutto questo più difficile; ma proprio alla luce di questa particolare situazione appare tanto più necessario consentire ai giovani di trovare spazi di realizzazione professionale. i cFP salesiani e la rete da loro costruita appaiono essere, nell’attuale panorama, una delle poche realtà effettivamente impegnate a mettere a disposizione dei giovani spazi e risorse che consentano loro di aprirsi strade e progetti. È questo un ruolo sempre più difficile da portare avanti oggi, in una stagione in cui il problema non è più solo quello di guidare percorsi di accesso al lavoro ma spesso quello di accompagnare nelle transizioni tra tempi di lavoro e non lavoro. 4. TRATTI E RITRATTI DI FORMATORI come sono i formatori negli occhi dei loro allievi? Di seguito cercheremo di identificare gli stili formativi prevalenti che i partecipanti alla ricerca attribuiscono 16 lasciamo ancora la parola a don Mauro Moccia: «abbiamo moltissimi ex-allievi che sono piazzati bene nel mondo del lavoro. operando già dagli anni trenta, abbiamo qualificato una quantità enorme di ragazzi, nei vari settori di nostra competenza […]. la mia posizione è tale che mi permette di compiere continui giri nelle aziende del territorio; vado per cercare lavoro e per informarmi su come vanno gli ex-allievi. questo mi permette di incontrare gli ex-allievi, che sono disseminati nel territorio. c’è moltissima gente che apprezza il lavoro che facciamo al Sacro cuore di Barriera. questa è la nostra forza. […] ci sono aziende in cui basta che uno dica che proviene dal Sacro cuore, che immediatamente viene preso in considerazione. ci sono degli ex-allievi che hanno delle aziende notevoli; alcuni hanno fatto società con altri. Tutto questo dà l’idea della riuscita delle persone, prima di tutto, e poi anche di quello che hanno imparato qui a scuola». 17 Un aspetto da notare è che, nei racconti dei partecipanti alla ricerca, il discorso sui docenti non appare mai in forma astratta. quando parlano dei loro formatori ne pronunciano i nomi, ne ricordano tratti specifici, che magari esprimono con qualche veloce pennellata, e sentono riaffiorare nella memoria anche il ricordo di specifiche situazioni. 60 ai loro formatori di un tempo, collegandoli anche alla descrizione concreta delle loro pratiche. 4.1. Adulti significativi e disponibili insegnanti, in senso etimologico, sono coloro che “lasciano un segno”, “indicano segnali”, forniscono chiavi per leggere ed interpretare il reale. i formatori, nei racconti dei loro ex-allievi, appaiono come volti ben impressi nella memoria, figure di adulti umanamente credibili, a cui è stato possibile dar credito17 perché in quello che insegnavano mettevano in gioco se stessi. Riportiamo di seguito una lunga carrellata di volti: erano figure importanti, che in noi hanno lasciato un segno dentro. Tutti i docenti dell’officina sono stati importanti: c’era, ad esempio, G., che ci ha insegnato a tirare giù i motori e a smontarli; ce li ha spiegati, tenendoci delle lezioni sia di teoria che di pratica; era un bravissimo tecnico, un bravissimo manutentore. Gli insegnanti che ricordo più di tutti sono quelli delle materie tecniche. le materie culturali, come l’italiano, le ritenevo secondarie; mi piacevano le materie tecniche, mi piaceva la meccanica; di questo non mi stancavo proprio mai (intFoss5); prima di tutto ricordo il rapporto con i professori: era come una famiglia; […] sarà stato anche per l’orario prolungato, ma con i professori si creava anche un’amicizia. questo sicuramente ha aiutato ad andare avanti, ad aprire strade. Spesso con i professori si parlava di altro, non solo di scuola. certe volte è successo che avevo qualcosa per la testa e andavo a chiedere un colloquio al professore che si fermava a spiegarmi, a dirmi qualcosa in più su quello di cui avevo bisogno. il rapporto con i professori è stato uno stimolo molto importante. in generale di ognuno di loro ho un ricordo, per la simpatia o per l’amicizia che si è creata: c’era il professore che sapeva giocare bene al calcio, c’era quello con cui abbiamo vinto il torneo di ping-pong. Parlando di officina, di lavoro, mi è rimasto impresso G.: mi piaceva come lavorava al tornio; lo invidiavo perché era davvero bravo, faceva dei lavori ben fatti, mi piaceva vederlo lavorare; cercavo il più possibile di carpire il suo metodo di lavoro e mi ricordo una sera in cui stava facendo dei pezzi di legno al tornio; gli chiesi se potevo fermarmi un po’ a vedere come faceva queste bombature, non capivo come si potesse fare una boccia sul tornio, e lui mi ha dato il permesso di rimanere; è stata una cosa bella per me […]. È stato bello vedere il lato umano di tante persone: l’amicizia con i professori, con i preti (intFoss7); uno degli insegnanti che mi è rimasto più impresso nel cuore è quello di officina, perché aveva molte ore a disposizione per noi e quindi ci conosceva meglio di altri (intct10); il prof. c. e il prof. z. erano sempre presenti per qualsiasi cosa, ci seguivano passo passo; se non capivamo, ci spiegavano di nuovo, fin quando le cose non entravano in testa (intct23); don B. allora era molto dinamico; guardandolo da fuori tutto si poteva pensare tranne che fosse un prete, perché lo vedevi sempre correre e battagliare con noi ragazzi (intct8); 61 i nostri professori erano bravi a farci capire le cose. Avevano carisma, erano rigorosi nei nostri confronti, ma anche comprensivi. c’è però da dire che noi venivamo da famiglie dove ci insegnavano il rispetto verso il prossimo. il rispetto che noi avevamo verso i professori veniva ricambiato da loro con la dedizione con cui ci seguivano. Avevano un modo di spiegare che rendeva facile la comprensione. Per me la persona di riferimento è stato il prof. M., che mi ha trasmesso tantissimo, forse perché dava l’esempio di come trovarsi bene nella vita, oltre che nell’ambito lavorativo. ci spronava a stare attenti a non farci del male e ci raccontava episodi di incidenti capitati in passato e di come li avevano affrontati. ciò che mi ha insegnato, in tutti i campi, rappresenta un esempio di vita che ancora oggi rammento e applico; è rimasto un amico. Alla fine della lezione ci concedevano un momento di leggerezza e simpatia, per far capire che si era conclusa la lezione e che ci potevamo rilassare un pochino (intct19); quando frequentavo quella scuola, il capo officina era il signor V., che aveva un modo molto tranquillo di insegnarci il mestiere, e anche l’educazione; ci spiegava cosa dovevamo fare e poi ci metteva alle macchine; se non andava ciò che stavamo facendo, ci dava un pizzicotto e ci spiegava l’errore; […] noi capivamo, erano tempi diversi da oggi, quel pizzicotto significava che avevamo sbagliato e non dovevamo sbagliare più […]. il signor V. spiegava con calma e ci faceva applicare le cose che aveva spiegato; noi, ragazzi del secondo e terzo anno, che non eravamo bravissimi, ma che avevamo voglia di imparare, il pomeriggio ci fermavamo al centro; lui ci faceva fare dei piccoli stampi di alluminio, facendoci lavorare alla fresatrice; ci assisteva senza assillarci, in maniera serena, anche perché nel pomeriggio eravamo solo tre o quattro, spiegandoci qualche trucco del mestiere da adottare. Da quel genere di istruzione uscivi molto preparato; praticamente, ci faceva fare un approfondimento […]. oggi quello che si insegna a scuola è solo cultura personale; alla fine di un percorso scolastico, ad esempio per architetto, ti ritrovi con un mestiere che non riesci a fare perché manca la parte pratica (intct6). i docenti, soprattutto quelli di laboratorio, rimangono particolarmente impressi nella memoria per la loro competenza e disponibilità. nei ricordi, compaiono spesso associati a nomi propri e a volti concreti. F. (intFoss5) e G. (intFoss7), ricordando la stessa figura di insegnante di officina, affermano che provavano vera ammirazione per la sua competenza tecnica; G. cercava anche di osservarlo attentamente, mentre era al lavoro, per carpire i segreti del suo saperci fare. A. (intct19) ricorda un insegnante che ha rappresentato per lui un esempio significativo nella vita, oltre che nel lavoro. Anche nel racconto di V. (intct6), il docente sembra un po’ il maestro della bottega artigiana di un tempo, dal quale era possibile imparare i trucchi e i segreti del mestiere per muoversi poi verso l’autonomia18. i docenti erano figure molto presenti, che con gli allievi condividevano l’intera giornata, sia i tempi dell’impegno che quelli dello svago o della mensa, costruendo relazioni significative, che rendevano possibile il dialogo, senza far mai venir meno il rispetto: 18 Troviamo un’efficace descrizione di questo tipo di rapporto, in un testo del filosofo jean Guitton che descrive la figura di un maestro di pittura: «non procede come gli insegnanti di lettere o di scienze: lo si vede al lavoro. Gli allievi si esercitano a loro volta davanti a un modello o ad opere inimitabili. Di tempo in tempo sentono alle loro spalle la presenza del maestro che borbotta e finisce col prendere il loro posto per correggere, davanti ai loro occhi, gli schizzi» (GUiTTon, 1987, p. 8). 62 bene o male mi sono rimasti impressi tutti i docenti che ho avuto, perché questa è una realtà particolare; non è la solita realtà scolastica, dove vedi il professore durante le lezioni, se ti va bene, e poi basta; qui erano sempre presenti, li vedevi sempre, anche durante le ricreazioni, in attività di gruppo, nelle gite; in pratica, erano sempre con noi. Forse parlare di famiglia è esagerato, però è stato qualcosa di molto vicino, perché c’era un bel legame con tutti; […] direi che l’impressione che mi davano i professori qui era mediamente molto buona (intFoss4); ricordo la disponibilità degli istruttori di allora […], mi è rimasto impresso il modo di lavorare e la disponibilità dei salesiani e dei docenti non salesiani che ho incontrato. Al cFP ho imparato tanto, sotto il profilo del lavoro, avendo avuto degli insegnanti validi e preparati […], che svolgevano veramente bene e seriamente il loro lavoro (intct29); i ricordi che ho del cFP sono legati ai professori che ho avuto, come quello di matematica: se non avevi capito, ti dedicavano altre ore per delle lezioni supplementari. il rapporto tra alunni e professori era molto positivo, familiare. Ricordo che nell’intervallo eravamo sempre insieme, non c’era distacco tra noi, anche se c’era rispetto. Se non capivi qualche argomento, ti aiutavano a ripassare; c’era molto dialogo e quello è servito poi a farci decollare nel mondo del lavoro. Anche mio padre mi ha insegnato molte cose; proveniva anche lui da una scuola salesiana di Torino, dove l’impostazione era simile; infatti anche mio padre è rigoroso sulle formule: se non sai le formule, si scalda; sono cose basilari che nel lavoro sono importanti. Se non avevi capito, i miei insegnanti ti dedicavano più ore. io ho avuto degli amici che volevano andare a fare l’esame esterno; i salesiani davano loro una mano a superare l’esame. Se guardo a me e ai miei compagni di classe, l’ottanta per cento di noi ha continuato nel nostro indirizzo, quello della tornitura e della fresatura, perché i professori ci credevano e ci mettevano tanto entusiasmo che alla fine ci credevamo anche noi […]. ho il ricordo di professori che ci dedicavano molto tempo; in officina si facevano molte ore; era una cosa bellissima e, quando poi entravi in una vera officina meccanica, eri preparato. Se non capivi, potevi andare dai professori e loro ti regalavano del tempo aggiuntivo. i professori credevano in quello che facevano. Ricordo che anche a don orione le mani volavano abbastanza spesso, però le sue – come quelle dei miei professori – erano mani che, anche se ti davano uno scappellotto, lo facevano per stimolarti. […] non so se, all’interno degli istituti salesiani, ci sia ancora quel rapporto familiare che ho sperimentato io; mi ricordo che passavamo tutto il tempo, dalla mattina alla sera, con i professori; era impossibile che non ci scappasse una battuta e spesso ci si lasciava con un buon pensiero. erano bei momenti. Anche i ragazzi più scalmanati, che ne hanno combinate di cotte e di crude, si ricordano gli anni dai salesiani come i più belli della loro vita. Tutto era bello, anche quando i professori ti urlavano dietro; il rapporto era umano, non c’era distacco tra professore e alunni, anche se il rispetto rimaneva; i formatori erano dei veri punti di riferimento, ti parlavano di quello che c’era fuori, condividevano con te anche la mensa […]. Al cFP sono stato due anni come convittore e ho vissuto in maniera intensa. era un po’ come stare in vacanza, c’erano tante persone che dormivano lì e i professori, dalle sei di pomeriggio in poi, non erano più professori da temere, ma amici con cui parlare del più e del meno, della vita (int- Foss3). M. (intFoss3), che ha frequentato il cFP vivendo nel convitto, oltre alla loro generosa disponibilità, ricorda l’entusiasmo e la passione che contagiavano (“ci credevano e ci mettevano tanto entusiasmo che alla fine ci credevamo anche noi”). i nostri allievi mettono esplicitamente a tema anche il fatto che spesso, nei loro docenti, incontravano persone che diventavano punti di riferimento non solo per la 63 crescita professionale, ma anche rispetto a questioni che non c’entravano direttamente con quelle lavorative: mi è rimasto impresso in particolare un prete, don S., che mi ha aiutato molto nella vita; […] quando avevo un problema, andavo da lui, gli parlavo a cuore aperto e lui mi rispondeva con franchezza; mi sentivo molto bene con lui. Don S. è stato un punto di riferimento per la mia crescita, era sempre disponibile e lo ricordo con molto affetto […]. Ripeto, don Bosco e don S. sono state figure essenziali della mia vita (intct4); gli insegnanti erano sempre disponibili ad approfondire qualsiasi dubbio si poteva avere sulle discipline, ma erano presenti anche per affrontare i problemi personali che uno poteva avere; qualsiasi problema avevamo, lavorativo, familiare o personale, gli insegnanti c’erano. Si accorgevano se vivevamo qualche disagio e, se era il caso, cercavano di aiutarci con dei consigli […]. c’erano il prof. c. e il prof. ca.: nelle ore di studio e di lavoro erano severi, perché volevano che fossimo disciplinati, nei laboratori ci seguivano singolarmente, controllando il nostro lavoro, ma in mensa o in cortile scherzavano insieme a noi (intct22); ricordo in particolare l’amicizia con un insegnante che per me è stato proprio un punto di riferimento; il caso ha voluto che avessi iniziato a fare una recita in teatro; questo insegnante non era mio professore, però, grazie al teatro, ci siamo conosciuti e, insieme a un gruppetto di altri ragazzi, ci siamo affiatati, forse proprio perché non era mio insegnante e quindi io lo vedevo in modo diverso e poi anche perché, quando finiva di lavorare, passava davanti a casa mia e quindi capitava che mi desse un passaggio quando ne avevo bisogno, quindi è nata anche l’occasione per avere momenti di confidenza e quell’insegnante è diventato per me una figura di riferimento adulta, cioè una persona che, quando avevi necessità di un confronto, era disponibile (intFoss8); il cFP era una scuola diversa da tutte le altre; i professori non volevano essere chiamati maestri, a volte si facevano dare anche del tu e questo ti metteva nella condizione di dialogare con loro, come se fossero veri e propri amici, ovviamente più grandi, ma amici. questo mi ha formato parecchio; oggi con gli allievi cerco di avere un rapporto confidenziale […]; mi possono dare anche del tu, la cosa non mi tocca, anzi mi fa solo piacere; l’importante è che sappiano quali sono i ruoli […]. quando ero allievo, i docenti non lavoravano per la classe ma lavoravano per l’allievo; poi piano piano, il gruppo diventava classe e tutti gli allievi raggiungevano un buon livello: […] ogni allievo si deve sentire importante; tutti si devono sentire importanti nell’ambito di una classe; solo così si evitano la dispersione scolastica, i ritiri, le assenze (intct3). i partecipanti sottolineano la disponibilità, il tratto cordiale e la capacità di entrare in relazione dei loro formatori, ma anche la loro attenzione ai singoli, tutte caratteristiche che ispiravano fiducia. Anche A. (intct12), il cui racconto è riportato nella prossima sezione di questo lavoro (cfr. la storia n. 15), descrive bene la passione educativa dei suoi formatori che tanto l’ha segnato. 4.2. Testimoni appassionati del proprio lavoro Uno dei tratti che, negli occhi dei partecipanti alla ricerca, risulta essere più chiaramente caratterizzante lo stile dei loro formatori è quello di essere testimoni. innanzitutto, i docenti vengono percepiti come testimoni nel senso di persone che testimoniano valori, incarnandoli: 64 ho preso sempre come esempio i salesiani; oltre al signor c., avevamo il signor o., un esperto compositore manuale; ricordo che lui parlava di don Bosco come non ho mai più sentito. […] il signor o. ti avvolgeva in quello che raccontava; non parlava di don Bosco come di una figura inarrivabile, ma come di qualcuno a cui noi ci potevamo ispirare per fare allo stesso suo modo. questa credo che sia una cosa molto importante all’interno di una organizzazione quale la nostra. il loro modo di porsi ha influito sui valori che poi io ho cercato di mettere in pratica. Ad esempio, non facendosi chiamare professori, ti mettevano nella condizione di farti sentire come un figlio. come fare il genitore non lo imparavi solo dalla tua famiglia di origine, ma lo imparavi anche da questa gente che, pur non avendo figli, era come se li avessero, perché ogni giorno badavano a una cinquantina di ragazzi che trattavano come figli; questo successivamente mi è servito anche per il mio ruolo di genitore (intct3); al cFP eravamo molto seguiti dai professori, che erano attivi […] e ci davano l’esempio con il loro comportamento, ci davano regole di vita. […] Mi è rimasto impresso l’insegnante di elettronica, M., che era una persona simpatica. Ricordo che una volta io e un mio compagno, dopo la scuola, avevamo perso l’autobus; c’era un diluvio, l’autobus era rimasto bloccato e noi eravamo tornati indietro, a scuola; ci eravamo completamente bagnati, perché pioveva. il prof. M. ci ha dato degli abiti per cambiarci; non erano della nostra taglia, erano molto larghi; poi ci ha riportati a casa (intct28); c’era qualcosa che andava oltre l’insegnamento che i professori ci davano, c’era un rapporto di amicizia e, da parte dei professori, l’amore nel trasmettere ai ragazzi qualcosa che superava i saperi del mestiere: ci davano lezioni di vita, ci insegnavano il rispetto verso le altre persone e come avremmo potuto trovarci bene nella vita di tutti i giorni. la scuola ci ha aiutato a crescere in senso buono (intct19). il racconto di c. (intct3) evidenzia non solo che i suoi docenti rappresentavano per lui esempi efficaci di valori incarnati19, ma anche che essi ricorrevano ad una ricca didattica della testimonianza che, attraverso la narrazione, li metteva a contatto con modelli di vita con cui potersi identificare e a cui potersi ispirare. S. (intct28) e A. (intct19) ricordano come i loro insegnanti, con i gesti e non solo con le parole, insegnassero loro qualcosa che andava anche al di là dei saperi professionali e riguardava, in senso più generale, la vita buona. in molti racconti, non a caso soprattutto in quelli di ex-allievi diventati a loro volta formatori, i docenti appaiono essere testimoni anche nel senso di coloro che “passano il testimone”: avevamo degli insegnanti che ci indicavano la strada. Mi ricordo l’insegnante del primo anno che mi dava soddisfazione quando facevo qualcosa di buono. i miei insegnanti ci preparavano al lavoro dando personalmente l’esempio: ci disponevano attorno a un macchinario e ci facevano vedere come si eseguiva una lavorazione; ovviamente c’era chi stava attento e chi giocava con il compagno vicino; quando quella lavorazione bisognava poi farla personalmente, a chi aveva guardato attentamente e ricordava le indicazioni 19 Particolarmente significativa risulta la notazione che c. (intct3) fa riguardo a come i suoi docenti, che in quanto salesiani non avevano figli, siano riusciti a comunicargli i valori della genitorialità (“come fare il genitore… lo imparavi anche da questa gente che, pur non avendo figli, era come se li avessero…”). È un’efficace testimonianza della fecondità che può caratterizzare anche una scelta di vita celibataria. 65 date la cosa veniva facile; chi era stato distratto trovava delle difficoltà; comunque i nostri insegnanti erano sempre pronti ad aiutare quelli in difficoltà […]. la docenza è il top in questa struttura […]. l’allievo osserva l’insegnante e il suo lavoro: se l’insegnamento è buono, anche il lavoro dell’alunno sarà buono; se così non è, l’alunno comincia a mettere in dubbio le capacità dell’insegnante. i miei insegnanti erano molto capaci e mi hanno insegnato bene; io cerco di dare testimonianza di quello che loro mi hanno insegnato. Mi hanno aiutato anche caratterialmente, perché qui gli insegnanti sono anche educatori, sia per quanto riguarda il lavoro sia nell’ambito personale. Attualmente, io sono in grado di capire se un allievo sta eseguendo correttamente un lavoro, anche solo dal rumore delle macchine. quando richiamo un allievo, perché sta eseguendo un lavoro male su qualche macchina, l’allievo si meraviglia di come, essendo lontano da lui, io rie - sca a capire che sta lavorando male, solo sentendo il rumore della macchina. Spesso i miei insegnanti facevano così con me: quando una lezione era stata spiegata e ripetuta, non venivano ad aiutarci, per verificare se eravamo capaci di lavorare autonomamente, ma non per questo mancavano di essere vigili sul nostro lavoro. Dobbiamo insegnare ai ragazzi ad essere autonomi nello studio e nel lavoro. Mi ricordo del prof. G., che adesso non c’è più e che era un tipo puntiglioso sul lavoro, anche riguardo al modo di comportarsi nell’ambiente di lavoro. il metodo che lui applicava si basava su un principio che ho sempre apprezzato: il laboratorio è come un’orchestra, ognuno deve avere il suo posto e deve sapere cosa fare; se tutti fanno a modo loro, non si crea armonia. ognuno sta al suo posto sapendo cosa deve fare oppure aspetta fino a quando non trova la sua strada; giusto è che uno dia delle indicazioni su cosa fare. la prima cosa da fare, quando si inizia una lezione, è dare consegne chiare e diversificate a seconda delle capacità degli alunni; affidare all’alunno un compito che egli possa portare a termine e in cui possa esprimere le sue capacità, poi motivarlo sempre; può essere che quando finiscono il percorso riescano a fare anche meglio di come hanno fatto a scuola. noi osserviamo i ragazzi così come i nostri insegnanti osservavano noi […]. Avendo il ricordo di com’ero dietro ai banchi, comprendo anche i nuovi allievi e cerco di dare un esempio, per quello che posso, anche se le generazioni sono in continua evoluzione. cerco di raccontare le esperienze che ho vissuto come allievo e poi come ex allievo, in laboratorio o nelle aule. cerco di far capire ai ragazzi che oggi bisogna prendere il lato professionale sul serio, perché le difficoltà da superare sono tante; nel periodo della formazione, si fanno ancora troppi errori e gli obiettivi non si raggiungono totalmente. Se noi non lasciamo una forte impronta sugli allievi e se i contenuti che diamo loro sono scarsi, passati tre anni, gli allievi non avranno più alcun bagaglio spendibile. È importante che anche loro si impegnino, perché questa è già in sé una carta vincente, non solo sul lato pratico, ma anche sul versante della convinzione che la propria crescita è un aiuto alla crescita degli altri. È una cosa che si tramanda: se io trasmetto un livello basso di qualità, quello che riceve le mie informazioni, le riceve in maniera parziale e non può migliorare il processo. Se oggi il mercato ci chiede persone che conoscono le nuove tecnologie, significa che bisogna studiare molta teoria, si deve sapere bene l’inglese, si deve sapere bene la matematica e non tutti sono disposti a fare lo sforzo di acquisire nozioni supplementari, perché […] dai quattordici ai diciassette anni non si è così impegnati, si dedica il tempo ad altro e si pensa poco al futuro. Gli allievi che vengono qua devono essere anche motivati e questo può avvenire grazie ai genitori che li spingono a studiare o agli insegnanti che vengono presi come modelli (intct16); insegno ai ragazzi anche attraverso la mia esperienza di vita, dicendo che attraverso la scuola noi diamo le basi per imparare a lavorare; siamo praticamente come dei genitori che insegnano a camminare ai propri figli, che poi però devono fare da soli […]. con questo entusiasmo sto continuando a lavorare qui […]. Al cFP si richiedono modelli di 66 vita, che insegnino con l’esempio che non bisogna sperperare; bisogna essere puntuali, puntigliosi; tutte queste cose, in realtà, fanno sì che, nella mente di una persona, giorno dopo giorno, si crei lo stimolo a migliorarsi, a fare le cose, anche le più banali, al meglio. Se uno parte con questi presupposti, ha delle soddisfazioni interiori; tutto questo l’ho sperimentato su di me e dopo ho cercato di trasferirlo a ragazzi che hanno in mente il telefonino e il motorino. All’inizio sembra che queste cose non facciano presa, ma dopo qualche anno questi semi germoglieranno secondo la loro intelligenza e sensibilità. i miei formatori hanno fatto così con me; mio insegnante era il prof. S., che era molto puntiglioso e squadrato nelle sue cose; nessuno è perfetto, ma il fatto di essere così preciso nelle sue cose, giorno dopo giorno, in qualche modo mi ha influenzato. Se io, arrivando qui al cFP, avessi trovato delle persone svogliate, con poco interesse, non so se sarei stato capace di fare ciò che ho fatto in questi anni (intct8); i nostri formatori ci mettevano a nostro agio, si mettevano accanto a noi a lavorare; il primo ad indossare il camice era l’insegnante, quindi per noi era automatico dare valore al lavoro. oggi lo faccio anch’io, così il ragazzo ti vede come uno che lavora; non ho mai indossato giacca e cravatta al lavoro; se sei un insegnante di pratica, devi far veder che stai lavorando; io prendo per primo in mano la scopa e la paletta per fare le pulizie. Trasmetto il modo in cui si deve lavorare; non mi vedono come un formatore, ma come un lavoratore; io rappresento il loro capo officina, non l’insegnante (intct14). i brani tratti dai racconti di S. (intct16) e di M. (intct8) descrivono non solo la strategia didattica del “mostrare come si fa” messa in atto dai docenti, soprattutto in laboratorio, per insegnare una specifica lavorazione, ma anche il messaggio complessivo che, attraverso il loro modo di essere, più che attraverso le sole parole20, i formatori comunicavano: “qui dove sono io, puoi essere anche tu, se solo cammini un po’, se solo ti dai da fare ecc.”. i docenti diventano così testimoni di possibilità, cioè testimoni del fatto che un certo percorso è possibile, e agiscono in modo da ampliare lo spazio di ciò che gli allievi riescono ad intuire e a rappresentarsi come possibile in termini di crescita e di cambiamento. inoltre, come dicevamo, i docenti che abitano i ricordi dei nostri ex-allievi sono stati testimoni che hanno passato il testimone (“loro facevano così con me”, “io cerco di dare testimonianza di quello che loro mi hanno insegnato”, “è una cosa che si tramanda”). e. (intct14) esplicita come i suoi docenti, affiancandosi ai loro allievi con l’esempio, diventassero testimoni, affidabili e contenti, del valore e forse persino dell’amabilità di un lavoro; è questo che fa assumere un certo stile e rende accettabile anche l’assunzione della fatica che ogni lavoro inevitabilmente comporta. nella storia degli ex-allievi che sono diventati formatori abbiamo dunque la rappresentazione di quel compito di restituzione che caratterizza il patto tra le generazioni (Stoppa, 2011) e che, nel loro caso, si esprime nel tentativo di rivisitare e reinterpretare in favore di altri ciò che loro stessi hanno ricevuto. 20 A questo riguardo, può essere utile richiamare una notazione che Romano Guardini fa in una sua famosa riflessione sulle età della vita e sull’educare: «l’educatore deve avere ben chiaro […] che a incidere maggiormente non è ciò che dice, bensì ciò che egli stesso è e fa. questo crea l’atmosfera; e il fanciullo […] è soprattutto ricettivo dell’atmosfera. Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; solo il terzo è ciò che egli dice» (GUARDini, 1992, p. 31). 67 4.3. Capaci di coniugare rigore e cordialità, competenza professionale e cura relazionale e umana Su tutti, c’è un aspetto particolare che ricorre nelle varie testimonianze: la singolare capacità che i formatori avevano di coniugare dimensioni apparentemente contraddittorie, come il rigore e la cordialità, la competenza professionale e la cura relazionale, che loro riuscivano a conciliare con naturalezza. 4.3.1. Amichevoli ed esigenti Di seguito, vediamo le diverse forme che la combinazione di elementi eterogenei, a cui abbiamo accennato, ha assunto nell’esperienza che i partecipanti alla ricerca hanno vissuto riguardo ai loro “maestri”. È la loro capacità di combinare il tratto allegro e amichevole e quello severo ed esigente a restare maggiormente impressa nei nostri ex-allievi: mi sono innamorato dello stile dei salesiani, di come trattavano noi ragazzi; ho imparato a conoscere don Bosco, che prima non conoscevo, ho letto anche dei libri che parlano di lui e devo dire che mi ha affascinato il suo sistema preventivo. i salesiani hanno uno stile particolare: sono durissimi nello studio, ma molto amici, quasi fratelli maggiori, in cortile; giocavano con noi, questo era il loro metodo. qualsiasi problema avessimo, erano pronti ad ascoltarci, a guidarci e a darci un consiglio utile […]. Tra i salesiani ho conosciuto persone giuste, anche se non con tutti andavo d’accordo, ma questo dipende dal carattere di ognuno di noi. Salesiani sono stati anche molti dei miei insegnanti: avevano un occhio particolare per ognuno di noi (intct10); del cFP ricordo la serietà: la mattina, quando uscivi da casa, dovevi venire a scuola e non potevi andare in giro per la città […]; anche se avevi mal di testa, uno dei due genitori doveva chiamare il direttore, allora don B., e giustificare l’assenza. la serietà dell’organizzazione caratterizzava anche i professori, che erano seri e molto preparati. ciò che più contava era il rapporto con i professori. erano più padri di famiglia che professori, cercavano di guidarci. con loro, soprattutto con alcuni, c’era un rapporto particolare […]. Usavano lo stesso metodo che fu di don Bosco: ricorrere alle buone maniere, ma anche alla forza, quando ci vuole. quando i professori ci richiamavano, lo facevano sempre senza offenderci, ma anche evidenziando il nostro errore, senza che avessimo possibilità di replica. Ancora oggi mi rimane nel cuore il prof. R., che era un uomo di esperienza. Senza voler togliere niente a nessuno, per me è stato davvero speciale, perché mi ha fatto comprendere il mestiere, mi ha messo davanti alla realtà e mi ha fatto toccare con mano quello che c’è fuori (intct17); ricordo la cordialità dei professori, come il prof. c., a cui devo davvero tanto. Uno degli aspetti che mi è rimasto impresso è il modo in cui c. combinava la cordialità e il rigore; è questo che poi mi ha portato a essere preciso e puntuale sul lavoro (intct25); c’era della gente davvero in gamba che ci insegnava; erano severi, però lo facevano per il nostro bene. ho istaurato un’ottima amicizia con don S.: era bravissimo come persona, ma soltanto guardandoti ti faceva capire che magari una certa cosa non si doveva fare; c’era quello di noi che capiva e quello che non capiva: se capivi, andavi avanti con un certo tipo di rapporto, se invece non capivi, sapevi a che cosa andavi incontro; tanti non lo apprezzavano, io invece lo stimavo, perché alla fine ci ha dato delle buone basi. Se i salesiani hanno raggiunto determinati livelli, forse devono dire grazie proprio a lui. A quei tempi ha realizzato una palestra. le macchine, dal trattore alle altre, lui, grazie ai 68 contributi di varie ditte, ce le ha fatte adoperare. era inserito nel territorio e aveva rapporti con persone che a quei tempi non era facile contattare; ai tempi in cui io frequentavo, i salesiani erano un’azienda forte, che a Fossano contava. Don S. era severo, ma nello stesso tempo socievole. ci si doveva soltanto comportare bene, anche nel gioco; organizzava delle partite di calcetto. i salesiani che ho conosciuto erano tutti persone in gamba, ma lui era davvero un personaggio speciale, aveva una marcia in più. Mi è rimasta impressa una scena: […] una volta, un mio amico ha preso un calibro, lo ha spaccato e poi lo ha riportato indietro, omettendo di dire quello che aveva fatto. Don S. gli ha detto: “Va bene, lo hai spaccato; non è che te lo facciamo ripagare, ma almeno l’educazione di prenderti la responsabilità della rottura potresti averla, no?”. io ero dietro di loro e ho seguito tutta la scena: don S. era così, ti riprendeva quando sbagliavi e non ti lasciava andare fin quando non capivi. Mi ha colpito il modo in cui ha ripreso quel ragazzo: non con le maniere forti ma facendogli capire che non si lavorava così e che bisognava sempre dire la verità […]. M. organizzava il calcetto, organizzava delle partite, c’era un bel sistema: si finiva a pranzo di mangiare e poi per mezz’ora si giocava; durante il gioco eravamo tutti amici, poi, quando si tornava a scuola, M. riprendeva a fare il professore; […] noi facevamo a gara a chi mangiava più veloce per andare a giocare una mezz’oretta (intFoss2); ci siamo trovati bene con i professori; con il prof. c. avevamo un rapporto particolare, perché stava più tempo con noi e ci insegnava a usare le macchine, ma anche giocava a calcio con noi e ci dava un passaggio a casa quando ne avevamo bisogno; sapeva farsi seguire, era rigido al punto giusto; non tutti gli altri si facevano sempre rispettare (intct26); mi ricordo di don D., una persona che al primo anno a tutti faceva l’effetto del terrore, appena ti guardava negli occhi, ti veniva una sensazione di freddo, poi man mano che lo conoscevi scoprivi una persona stupenda, di una bontà immensa, però te ne accorgevi col tempo. con il tempo ho costruito rapporti di amicizia che durano tutt’ora: con M. e con tanti altri professori siamo diventati “amici”, con il professor F. mi trovo in parrocchia, si ride, si scherza insieme. Penso che sia una delle poche scuole dove non manca l’aspetto umano (intFoss7). quello dei salesiani sembra essere uno stile distintivo, affermano P. (intct10) e G. (intct17), riconducibile a don Bosco stesso: essere molto esigenti nei confronti degli allievi, in aula o in laboratorio, ed essere loro amici, quasi fratelli maggiori, in cortile e nel gioco. la severità di cui parla D. (intFoss2), in relazione ad un suo insegnante di un tempo, si esprimeva anche solamente attraverso lo sguardo, ma era in fondo anche un modo per esprimere affetto. Se nella maggior parte dei casi, gli elementi erano tra loro combinati, nel ricordo degli ex-allievi compaiono anche figure di docenti che erano solo amichevoli o solo severi: mi ricordo un salesiano che insegnava cultura generale al primo anno, don F.; allora io avevo difficoltà nell’espressione linguistica e mi ricordo che le interrogazioni per lui e per noi erano uno scambio di idee in dialetto. questo secondo me vale anche oggi: a volte, una persona non sa esprimersi con termini appropriati in lingua italiana, anche se ha capito il concetto di cui deve parlare; se ogni tanto si usa il dialetto, secondo me, è positivo. questo professore mi faceva svolgere le interrogazioni sia in italiano sia, quando non riuscivo ad esprimermi in questa lingua, in dialetto; don F. era un giovane salesiano e forse per questo era particolarmente tollerante. Mi ricordo poi di don c., che ci inse69 gnava cultura al secondo anno; lui usava il sistema dell’imposizione, però, nonostante questo, otteneva buoni risultati; con i ragazzi di oggi l’imposizione, secondo me, non funzionerebbe. Ricordo che, quando don c. spiegava, voleva la postura retta di tutti gli allievi: braccia conserte e ben seduti, a novanta gradi; non potevi toccare nulla, teneva tantissimo alla calligrafia, ai titoli con la penna rossa, al sunto in blu; voleva la bella copia, la brutta copia, il quaderno di casa, il quaderno di scuola; tutto questo mi è rimasto impresso. Un’altra persona che mi è rimasta impressa è don R., defunto pure lui, fondatore dell’elettromeccanica in questo centro; era una persona molto umile, un gran cervello che però non si vantava. noi avevamo soggezione di questo salesiano, non perché lui facesse chissà cosa, ma perché ci conquistava con il suo sapere e si faceva rispettare; io lo chiamavo l’inventore (intct14); e. (intct14) ricorda diverse figure di insegnanti: il docente che sapeva venire incontro alle esigenze degli allievi, quello che, ricorrendo all’imposizione, pretendeva la postura retta e il rispetto assoluto delle norme, quello che conquistava per l’autorevolezza del suo sapere. 4.3.2. Preparati e benevoli la serietà dei docenti, che in genere faceva tutt’uno con la loro competenza professionale, si combina, nel ricordo dei partecipanti alla ricerca, anche con la loro capacità di entrare in relazione con i loro allievi: il corso di grafica durava due anni; seguivo il gruppo che lavorava sull’impaginazione al computer e questo mi piaceva tanto. ero veramente appassionato di questa materia, anche perché il professore che ce la insegnava era proprio bravo: il prof. A. era capace e ci sapeva fare, sapeva trattare con i ragazzi e trasmettere la materia in modo efficace. Prima ci spiegava e poi ci dava dei lavori su quello che aveva spiegato, controllando se li realizzavamo correttamente. non era un professore particolarmente severo: se non svolgevamo bene l’esercizio, ci rispiegava come fare […]; il prof. A. non era mai preparato in maniera superficiale su quello che ci doveva insegnare e insegnava instaurando anche una relazione personale con noi ragazzi […]. Poi mi ricordo di o., che era il decano della scuola; era una persona bravissima, non insegnava, ma lavorava là dentro e sapeva tante cose, era un tipografo vecchio stampo (intct27); mi ricordo del prof. z., del prof. P., del prof. R. e di don G.: mi sono rimasti tutti impressi per il rapporto che avevano saputo instaurare con noi e che è rimasto tale e quale anche oggi. come formatori erano preparati e con noi avevano un tratto umano particolarmente sensibile (intct30); i professori erano bravi e c’era un buon rapporto con loro; ti insegnavano le discipline con intelligenza, ma anche creando un rapporto di amicizia con noi […]; con il prof. c. avevo un buon rapporto, anche perché era il mio referente per quanto riguarda la macchina da stampa; poi c’erano il prof. A., il prof. o. e il signor c. Mi ricordo di questi professori che, per certi aspetti, erano allegri, anche se, in alcuni frangenti, un po’ pignoli; mi sono rimasti impressi proprio perché sapevano combinare il dolce con l’amaro […]; cercavano di seguirti e insegnarti il lavoro ma anche i valori e ti responsabilizzavano per quanto riguarda la vita personale. Mi sono trovato bene con i miei insegnanti, mi hanno saputo indirizzare nel lavoro, ma anche nella vita in genere (intct24); il ricordo di alcuni docenti è piacevole, perché spiegavano bene, erano giusti, sapevano ridere e scherzare, ma anche lavorare; per questo ho un bel ricordo. Sicuramente un 70 aspetto importante per me è stato trovare nei docenti una figura giusta, corretta e allo stesso tempo serena, a cui piaceva fare il proprio lavoro e a cui piaceva stare in compagnia dei ragazzi […]. i problemi sono tanti, riuscire a creare in classe un clima sereno non è così semplice. Per me la principale virtù dell’insegnante è saper creare questo clima (intFoss8); con i professori c’era un rapporto stupendo, non so se dipendeva da noi o da loro che, essendo giovani, avevano una voglia incredibile di insegnare. Adesso è diverso, non so se dipenda dai ragazzi o dai professori che, essendo più vecchi, non riescono a imporsi […]. Allora i docenti li prendevi come punto di riferimento. Del primo anno ricordo il prof. z., del secondo anno il prof. M., che a quei tempi erano molto giovani; erano seri e non si concedevano, però alla fine ti accorgevi che erano di cuore grande: se li incontravi a tu per tu, erano malleabili, ma in classe non ti permettevano di prendere confidenza. quando eravamo in gruppo erano molto rigorosi, mentre quando parlavamo con loro personalmente trovavamo sempre degli amici […]. Ricordo che in laboratorio facevamo piccoli impianti, con i professori che ci stavano sempre accanto e ci davano consigli; organizzavamo anche delle cene con loro; c’era serietà ma, nello stesso tempo, un clima di famiglia (intct18). S. (intct27), di un suo docente particolarmente competente (“ci sapeva fare”), ricorda un duplice aspetto che ne dà un po’ la cifra: il fatto che egli preparava sempre le sue lezioni in modo accurato e sapeva insegnare costruendo una relazione significativa. È un aspetto che notano anche M. (intct30) e D. (intct24) che sottolinea la capacità che i suoi insegnanti avevano di combinare “il dolce” e “l’amaro”. w. (intFoss8) mette l’accento sulla loro capacità di lavorare e far lavorare, ma anche di scherzare e costruire un rapporto sereno; erano docenti che amavano “il loro lavoro” e “lo stare in compagnia dei ragazzi”. Anche o. (intct18), infine, ricorda due formatori salesiani giovani che sapevano combinare il tratto fermo e deciso in classe, con un tratto più amichevole e familiare nel rapporto a tu per tu. Altri ex-allievi ricordano la capacità che i loro docenti avevano di instaurare una relazione personale, dimostrando interesse autentico: ho vissuto una bella esperienza, dal punto formativo, perché abbiamo avuto docenti veramente bravi; ho un bel ricordo di tutti; qualcuno non c’è più, perché è mancato, mentre altri ancora insegnano qui. A livello umano, si instaurava un rapporto personale: ci chiedevano della famiglia, se c’erano problemi in casa, se ci trovavamo bene a scuola, come fossimo dei figli. All’epoca, come direttore, c’era don B., figura davvero memorabile. ci insegnava religione ma poi era anche direttore e quindi ci sgridava, quando c’era bisogno di farlo, parlava con i genitori, si ricordava di tutto e di tutti, si interessava personalmente a noi. Di lui, ma anche di w., mi è rimasta impressa la loro capacità di ricordarsi degli ex allievi, di imprimersi nella memoria i nomi, i luoghi da dove provenivamo; è una cosa in più, non erano tenuti a farlo […]. Dal punto di vista personale, ci trattavano come dei figli: se non venivi a scuola, telefonavano a casa – poche scuole lo fanno –, non si scappava. Avevo dei compagni di classe con grossi problemi a casa, che venivano maltrattati; i docenti si interessavano e cercavano di risolvere la situazione, per quello che si poteva. Praticamente i salesiani mi hanno cresciuto, perché quelli sono gli anni in cui puoi prendere una strada buona ma anche una brutta, sono anni di scelte e qui eri seguito. Ad esempio, se qualcuno a scuola usava o proponeva delle droghe, c’erano delle conseguenze concrete: venivano chiamati i carabinieri, venivi sospeso e qualche volta addirit71 tura espulso. questo modo di agire da parte loro penso che ci abbia protetti, proprio perché quelli sono gli anni in cui si è più esposti; poi crescendo capisci che non è giusto fare certe cose, però in quegli anni eravamo proprio a rischio. era difficile che la droga entrasse, anche perché c’era un costante contatto con i genitori, che sarebbero venuti subito a saperlo (intBra5); ci sentivamo come sotto uno scudo che in qualche modo ci proteggeva e ci guidava verso la strada giusta. questi educatori fondamentalmente avevano molto amore nei confronti di noi ragazzi. c’era molta euforia, il centro era sempre pieno di istruttori salesiani e di ragazzi […]. Ricordo don B., che si metteva al centro del campetto, ci chiamava e ci chiedeva se avevamo la medaglietta della Madonna, altrimenti ce l’avrebbe regalata lui; già questo ci faceva sentire come sotto delle ali protettrici; era un uomo veramente straordinario […], pieno di bontà, parlava poco, ma era ironico e simpatico, costruiva piccole cose per i ragazzi, come ad esempio una mongolfiera da far volare; erano cose che attiravano molto […]. i nostri educatori di allora ci facevano capire ciò che spiegavano anche perché ci coinvolgevano in tutto: con la partita di calcio, con il tennis da tavolo, con il teatrino che si faceva all’interno, il panino con il formaggino che ci davano. i ragazzi vedevano gli educatori come dei padri, tutto il bene trasmesso veniva assorbito; realizzavano l’insegnamento anche attraverso attività ludiche e così si andava a scuola più contenti, più tranquilli, senza timore (intct6). quelli che ha incontrato M. (intBra5) erano docenti che si assumevano la responsabilità di aver cura di ragazzi ancora in formazione, entrando in una relazione personale con loro, interessandosi di ciascuno, tessendo alleanze educative con i loro genitori, circoscrivendo il possibile danno derivante dalla loro inevitabile esposizione al mondo, soffiando sui loro sogni e orientandoli al bene. Anche V. (intct6) ricorda l’affetto dei suoi insegnanti di un tempo, la loro capacità di farli sentire protetti ma anche di coinvolgerli. 4.3.3. Capaci di far rispettare le regole c’è un aspetto ulteriore in cui si esprime la mescolanza di amicizia e rigore che gli ex-allievi attribuiscono ai loro docenti. Riguarda il loro modo di rapportarsi alle norme. il rispetto e la cura per gli impegni assunti, che i partecipanti ci dicono i loro docenti pretendevano da loro, diventavano anche occasioni di messa a frutto delle loro capacità: al cFP il metodo che gli insegnanti praticavano era il classico bastone e carota. Ad esempio, quando io, come tanti, mi comportavo bene per un certo tempo, mi regalavano il biglietto per lo stadio e allora, nel 1962, il catania era in serie A. chiaramente, non tutti i docenti erano intelligenti e malleabili […]. Tra gli insegnanti, c’era V., che era un po’ brontolone, poi c’era qualche istruttore un po’ ignorante, che i salesiani riciclavano da qualche altro reparto che chiudeva, come il signor G., che proveniva da un calzaturificio che era stato chiuso e che i salesiani avevano messo ad insegnare lima e a fare aggiustaggio […]. c’era magari il professore che ti sgridava ma che poi ti faceva anche capire l’errore che avevi fatto. Raggiungevamo tutti un livello medio alto; poi tra noi c’era quello che rimaneva operaio specializzato e quello che spiccava il volo […]. Gli insegnanti tecnici erano particolarmente validi, perché avevano un’ottima formazione; in chimica e fisica avevo come insegnante addirittura il figlio di uno scienziato, che era un insegnante incredibile ma anche un tipo strano, che prendeva un sacco di medicine che si preparava lui stesso. co72 munque quello che abbiamo fatto di chimica e fisica mi è servito per tutti gli anni dell’istituto tecnico industriale, dove praticamente ho vissuto di rendita (intct5); mi ricordo di Pa., il maestro di lima, di o., il maestro di saldatura, del professore di fisica e di quello di disegno tecnico […]. Abbiamo avuto anche la prima professoressa donna che insegnasse dai salesiani; era quella di inglese, moglie di un altro professore. immaginatevela là, in mezzo a cento ragazzini di quattordici anni; non era facile per lei […]. i professori usavano con noi sia il bastone che la carota. Del resto, se non hai un po’ di polso, non ce la fai con duecento ragazzini. e poi, se il professore dava uno scappellotto in testa a un ragazzo, a casa, il genitore gliene dava un altro; non venivano qua a piangere o a denunciarlo. Forse è questo che manca oggi: ci vuole un po’ di fermezza […]. Poi arrivò c., che ci portò un po’ di cultura teatrale; ha fondato un teatro, abbiamo fatto anche un po’ di cinema. Anche questo è stato davvero incisivo […]. Secondo me, P. è stato un gran maestro, perché è stato capace di instaurare un dialogo con noi giovani […]. Stava con noi dalle otto di mattina alle otto di sera. nel 1972, ci fece fare anche un corso di psicologia con un professore universitario di Ancona […]. Mi è rimasta impressa un’espressione: senso di responsabilità. ce l’ho ancora nell’orecchio, perché tutte le mattine P. ci diceva: “Ragazzi, dovete avere senso di responsabilità, per voi e per gli altri, del resto non mi importa niente”; era come dire: “Anche se fate una cosa sbagliata, dovete avere la responsabilità di ammetterlo e questo fa bene a tutti” […]. il senso di responsabilità si vede quando devi decidere se fare o non fare qualcosa e perché e per chi farlo […]. Una volta P. mi tenne due ore dentro il suo ufficio; mi disse: “l’hai combinata grossa e adesso te ne stai qui”. […] ho avuto dei problemi, perché eravamo un po’ birichini. Ti puoi immaginare, avevamo quattordici o quindici anni e vicino a noi c’erano tre collegi femminili; sapessi quello che combinavamo! organizzavamo le feste qui dentro. quando andavamo al cinema, una volta al mese, i ragazzi dei salesiani camminavano a destra del corridoio, mentre le ragazze camminavano a sinistra; poi, quando in sala si faceva buio, ti lascio immaginare quello che succedeva! ne combinavamo di tutti i colori. Avevamo un jukebox che andava a cinquanta lire a disco; era sempre in moto! Poi veniva P. a scollegare la spina, perché sopra c’erano i ragazzi del convitto che dovevano dormire o studiare. […] nel periodo di carnevale, finita la scuola, verso le cinque, si andava in giro per Forlì; c’erano tre collegi femminili qui attorno. Una sera, siamo entrati dentro a uno dei collegi con l’aiuto delle ragazze; le suore ci hanno scoperto e noi ci siamo nascosti sotto i letti delle suore, per due ore, e siamo scappati dalla parte interna, con le chiavi della madre. non so se P. lo ricorda ancora: non disse niente, ma chiamò la polizia, perché avevamo spaccato un vetro; per chiamare le ragazze, tiravamo dei sassolini, uno di noi aveva tirato un sasso troppo forte e aveva spaccato un vetro; allora siamo andati nel suo ufficio con i pochi spiccioli che avevamo, erano quindicimila lire, e abbiamo detto: “Guardi, per favore…”; i poliziotti ci hanno presi, ci hanno fatto fare un giro intorno a piazza del Duomo e poi ci hanno detto: “Andate, ragazzi, lo avremmo fatto anche noi!”. P. ha incassato. la mattina dopo ci chiamò in disparte e ci disse: “Voi non passerete più da via dei Mille”, solo questo, e noi non siamo mai più passati di là, per rispetto, per senso di responsabilità. Se uno come P. ti diceva di fare una cosa, la facevi! (intFo1). Forse erano altri tempi, ma i docenti che i nostri allievi ricordano riuscivano a mostrare che l’etica del lavoro, il rispetto delle regole e il senso del dovere – innanzitutto testimoniati e poi pretesi – rappresentavano una «…modalità concreta con la quale ciascun lavoratore può esprimere il proprio rispetto per gli altri, attraverso la rigorosa applicazione delle regole proprie dell’attività che gli viene affidata. in questo modo il suo lavoro contribuisce all’opera comune di produzione di un valore 73 che non è semplicemente economico, ma diventa al contempo sociale, relazionale e comunitario» (Pizzul, 2012, p. 37). G. (intct5) ricorda la varietà umana dei suoi docenti ma anche che quelli che gli sono rimasti più impressi sono proprio coloro che erano capaci di riprendere, ma anche di spiegare le ragioni degli errori commessi, e che facendo così guidavano i propri allievi a “spiccare il volo”. c. (intFo1) sottolinea il senso di responsabilità che gli è stato trasmesso da un suo insegnante, che consisteva nel sapersi assumere le conseguenze delle proprie azioni ma anche nel saper operare delle scelte considerando il “perché” e il “per chi” fare o non fare qualcosa. Solo così si può cercare di fare concretamente “il bene di tutti”. 4.4. Scopritori di talenti e rigeneratori di energie spente non è tanto alla Formazione Professionale in generale che i partecipanti attribuiscono la capacità di aver alimentato in loro delle energie di crescita, ma soprattutto all’agire concreto dei loro formatori: i professori mi facevano andare più spesso in laboratorio perché avevano visto in me delle qualità particolari e questo mi gratificava. i nostri professori erano capaci di riconoscere le nostre capacità personali in quello che facevamo e di promuoverle (intct21); mi ricordo che il prof. M., a suo tempo, ha detto che mi avrebbe visto bene come ingegnere; è stato un profeta. non lo ha detto esplicitamente a me, lo ha detto ai miei genitori, durante un incontro di classe dove si fa il punto della situazione dello studente; poi, quando i miei genitori me lo hanno riferito, mi sono sentito lusingato, stimolato rispetto a quelli che erano i barlumi che già intravedevo e avevo in mente di mettere in atto; sicuramente è stata una bella notizia che qualcuno avesse queste idee su di me. io non ho molta autostima, quindi serve anche che qualcuno la metta al posto mio (intFoss4). Si tratta di docenti capaci di riconoscere le capacità inespresse dei loro allievi, anche quelle latenti, di intravedere il possibile, quello che essi avrebbero potuto diventare, e creare le condizioni per una messa in moto delle loro energie, che altrimenti sarebbero andate disperse. il fatto che questi docenti sapessero inquadrare ciò che di promettente c’era in quello che i loro allievi facevano sviluppava in loro la consapevolezza di ciò che avrebbero potuto fare in futuro, consentiva l’emersione di risorse e potenziava i soggetti in formazione. 4.5. Dotati di caratteristiche che si apprezzano più tardi il rigore e la severità di cui abbiamo parlato sopra non sono aspetti che da allievi si riescono ad apprezzare facilmente. in alcuni racconti, i partecipanti alla ricerca nominano i modi bruschi con i quali venivano ripresi dai docenti e anche il ricorso, da parte loro, a vere e proprie punizioni. eppure, per molti intervistati, proprio i docenti più esigenti sono stati quelli che hanno inciso maggiormente sulla loro storia personale: quando eravamo ragazzi, non apprezzavamo sempre il rigore dei nostri professori, ma crescendo mi sono reso conto che il metodo dei salesiani è stato utile (intct26); 74 quando ero a scuola, molti insegnanti mi sembravano burberi; alla fine mi sono reso conto che sono stati quelli che avrebbero contato realmente, che avrebbero lasciato in me l’impronta più profonda, che mi avrebbero marchiato (intFoss5); qualche insegnante era fin troppo esigente, tanto da farsi quasi odiare, però poi mi sono accorto che, mentre prima ero abituato a un tipo di lavoro molto disordinato, proprio quella fermezza nel lavoro, nello studio, mi ha portato a cambiare. c’era l’insegnante buono che però del ragazzo se ne fregava, sembrava buono, bravo, mentre l’insegnante più esigente, che apparentemente ti trattava male, poi, all’occorrenza, ti difendeva. quando sono entrato qua come insegnante, sono stato scelto proprio da quell’insegnante che era stato più esigente con me, con cui avevo avuto più scontri, ma che si era reso conto che mi ero formato bene nel mestiere (intct7); il rapporto con gli insegnanti è stato buono; come sempre capita, c’erano le simpatie e le antipatie, ma questo fa parte della natura umana; poteva esserci l’insegnante antipatico, ma tutti erano professionalmente preparati. Un insegnante che mi è rimasto particolarmente impresso è quello di chimica; io odiavo la chimica e quindi non avevo un ottimo rapporto con questo professore; non era cattivo, solo che la sua materia mi risultava pesante e lui era fin troppo severo; oggi mi rendo conto che studiarla mi è tornato estremamente utile, perché tutto, nel mio lavoro di oggi, gira intorno alla chimica. Mi è rimasto impresso anche il professore di prestampa, A., che era pignolo ed esigente; a quei tempi mi sembrava pesante seguirlo, ma oggi gli sono grato. È stato come un papà che ti rimprovera per insegnarti a non sbagliare. Umanamente mi sono trovato bene (intct21); all’inizio del percorso formativo l’avevo presa male, perché c’era troppa disciplina. nelle ore di officina, gli istruttori erano molto severi […]. Mi ricordo che una volta avevo combinato una stupidaggine; il formatore mi ha tirato addosso un pezzo di ferro; non mi ha colpito, però il gesto mi è rimasto impresso. Tirarmi quel pezzo di ferro era un po’ come dirmi: “Da te questa stupidaggine non me l’aspettavo”; non mi ricordo bene, ma penso di non aver saputo cambiare correttamente le ruote del tornio per fare una filettatura, che è la base di questa disciplina. Devo dire però che dopo, quando sono uscito di qua, mi è servito. quando sono andato a fare il colloquio di lavoro, […] guarda caso, come prova, mi hanno fatto fare una filettatura particolare e l’esaminatore è rimasto impressionato dalla mia abilità; quindi anche quello mi è servito. nell’officina, che si occupava di attrezzature per l’edilizia, mi è venuto tutto facile; dopo un anno ero quasi capo officina; il mestiere lo avevo imparato davvero bene e non ho avuto alcuna difficoltà ad inserirmi nel mondo del lavoro, grazie anche alla fermezza e alla durezza dei formatori […]. quelli del cFP sono gli anni in cui un ragazzo si forma; io non ero tanto contento, i primi mesi, poi mi sono inserito benissimo e quei tre anni mi sono serviti molto, mi hanno formato come persona e come professionista. Ancora oggi mi ritornano in mente molte cose che mi hanno insegnato allora, come il trattare con le persone, l’essere disponibile, il riflettere sempre sulle cose; tutto questo ho cercato di trasmetterlo anche ai miei figli e spero di esserci riuscito […]. la severità, quand’ero ragazzo, mi pesava, però oggi riconosco che mi è stata molto utile. i formatori di allora erano severissimi, forse eccessivamente, però mi hanno formato per intraprendere la mia vita fuori (intct4); a scuola erano i professori a comandare, invece mi hanno detto che oggi in alcune scuole gli allievi comandano più dei professori […]. A volte, quando c’era bisogno, partivano anche delle sberle […]. Da giovane uno pensa che questi professori siano cattivi, però dopo li ricorda in modo positivo (intFoss2); la formazione iniziale è come quando si cresce da piccoli: le prime imbeccate sono quelle che si ricordano per tutta la vita; cioè, se parti bene, se vieni educato bene, magari anche con qualche correzione o punizione inizialmente, poi acquisisci un certo modo di 75 vivere e lo porti per sempre addosso. quando ero dai salesiani, ho avuto anche delle punizioni, ho anche imparato parte della Divina commedia grazie alle punizioni, però l’educazione – e anche le punizioni – mi sono servite per tutta la vita; quando ho incominciato a frequentare l’istituto tecnico industriale, i primi tre anni, ho studiato pochissimo, in quanto molte delle cose le avevo già fatte al cFP (intct5). l’intervento educativo si realizza anche attraverso una certa dialettica di incontro/ scontro con l’altro, che permette al soggetto in formazione di configurare la propria identità. Proprio il contrasto può talvolta costituire la premessa per cammini originali. Sono elementi che però generalmente si riconoscono solo più tardi. i partecipanti alla ricerca spesso riconoscono – anche nel senso che esprimono riconoscenza per questo ai loro docenti di un tempo – di aver avuto bisogno di regole e che, proprio scontrandosi con esse, hanno potuto decidere i propri percorsi successivi. Da questo punto di vista, anche le punizioni hanno consentito loro di crescere. Per certi aspetti, potremmo però anche affermare che i docenti che abitano i ricordi dei nostri ex-allievi, non erano privi di difetti e di lacune e che talvolta proprio questi difetti hanno stimolato gli allievi a ricercare le loro strade e a diventare maestri di se stessi. 4.6. Suggerimenti ai formatori di oggi nelle interviste, i partecipanti hanno avuto la possibilità di formulare anche dei suggerimenti per i formatori di oggi. in genere, propongono quello che loro stessi hanno sperimentato direttamente con i loro docenti di un tempo: ai formatori consiglierei di essere tenaci, di non scoraggiarsi mai. A volte mi è capitato di entrare in urto con i ragazzi; penso che questo capiti a tutti gli insegnanti; da quegli scontri si deve uscire a testa alta, ma è importante anche essere anche comprensivo, bisogna tendere una mano. il carattere dei ragazzi oggi li porta a chiudersi a riccio di fronte a qualsiasi difficoltà; il mio consiglio è di avvicinarsi ai ragazzi a tu per tu, dopo uno scontro, perché loro non lo faranno. Secondo me è importante parlare molto con questi ragazzi, farli riflettere a mente serena, far loro capire gli sbagli che hanno compiuto. io ho avuto questa esperienza e ne sono uscito veramente felice (intct10); ai formatori nuovi, che non sono ex allievi, suggerisco di non avere mai un atteggiamento di supremazia nei riguardi degli allievi, perché il ragazzo che viene da noi ha bisogno di essere capito; si porta dietro un bagaglio enorme di problemi familiari; la maggior parte dei ragazzi che sceglie questo tipo di formazione ha alle spalle problemi familiari, padri in carcere, genitori separati e quant’altro. Se ti metti al loro livello, li capisci e trasmetti loro vicinanza, i ragazzi si aprono e tu puoi avere un certo successo con loro, ma se ti metti un gradino sopra, o addirittura due gradini più in alto, perché tu sei il professore, il ragazzo sente questo distacco e non ti segue più. ci sono tanti ragazzi che cercano in noi la figura di un padre che non hanno più da tempo, o per una separazione o per il carcere, quindi ci prendono a riferimento; magari non darai loro la qualifica, perché hanno problemi didattici gravi, però sicuramente farai breccia nella loro vita. io lavoro qui da trent’anni e, passeggiando con mia moglie per il quartiere, incontro a volte gli ex allievi che mi fanno festa; sono grosse soddisfazioni. questo lo facevano anche i miei formatori, però allora il sistema era diverso; quando io ero allievo, nelle famiglie vigeva 76 la buona educazione; mio padre mi raccomandava sempre di essere rispettoso con i miei insegnanti; adesso questo non c’è più, perché questi ragazzi non hanno più una famiglia alle spalle […]. oggi i giovani vivono realtà diverse e il sistema educativo familiare non tiene più; i ragazzi che vengono nella Formazione Professionale hanno la risposta facile, si mettono subito a confronto, hanno la contestazione innata (intct14); oggi i professori fanno più fatica di un tempo, magari perché sono più anziani, ma anche perché la società è cambiata e noi come genitori siamo cambiati. quando veniamo a fare visita ai professori, notiamo che i ragazzi sono diversi. Traspare in loro il fallimento dei genitori; i professori cercano di essere rigorosi, ma purtroppo non possono fare più di tanto, perché i genitori, invece di spronare i figli a studiare, vanno dai professori per rimproverarli di aver punito il proprio figlio. consiglio ai professori di avere mano ferma verso i ragazzi, anche se capisco che è dura (intct19); ai formatori consiglierei di non sprecare tempo e di insegnare più che possono, perché poi alla fine di quegli anni, i ragazzi andranno a lavorare; non essere dispersivi e insegnare loro cose nuove, che servono per il lavoro e per la vita (intBra5). Anche a fronte di scenari profondamente mutati, a livello sociale e familiare, le strategie che sembrano poter funzionare, sono in fondo le stesse che hanno funzionato nel passato: non scoraggiarsi di fronte agli apparenti insuccessi e coltivare con tenacia la speranza di poter “far breccia” nella vita dei propri allievi; saper combinare fermezza e capacità di entrare con loro in una relazione personale, che li faccia sentire accolti e riconosciuti; rendere il più possibile effettivo il tempo dell’apprendimento, organizzando bene i contesti e scegliendo oggetti utili per il lavoro e per la vita. 5. BILANCI la Formazione Professionale è in qualche modo valutata dai risultati e dalla qualità umana e professionale di coloro che sono stati allievi in quel contesto. non si può riferire la traiettoria o il percorso al solo elemento cFP, ma quella stagione formativa ha avuto una particolare rilevanza nella vita delle persone intervistate e in quello che possiamo a ragione chiamare il loro “successo formativo”. quali sono però i tratti comuni del “successo formativo” che possiamo ricavare dall’analisi dei dati? Al termine delle interviste, i partecipanti hanno spesso rivisto la loro storia in modo panoramico, sottolineando come il cFP sia stato per loro un percorso che, proprio grazie alla concretezza del suo approccio, ha consentito la valorizzazione di talenti che troppo spesso la scuola tende invece a banalizzare o a giudicare inadeguati. 5.1. Indizi di successo formativo il successo formativo – ci raccontano i nostri ex-allievi – è consistito per loro innanzitutto nella possibilità di riuscire non solo nel lavoro ma, più in generale, nella vita. Anche la possibilità di sperimentare un lavoro che piace e la felicità che 77 si lega a questo, rappresentano per loro un indicatore del fatto che il percorso formativo ha avuto successo. infine, nei racconti, è possibile individuare come indicatore di successo formativo la capacità di restituire ad altri ciò che di prezioso si è ricevuto. 5.1.1. Una creativa riuscita nella vita in che misura la Formazione Professionale abbia contribuito al successo formativo si può dire quando, tracciando ad un certo punto una sorta di bilancio riguardo ai vari ambiti della vita, gli ex-allievi constatano che l’esperienza umana e valoriale vissuta al cFP si è quasi riverberata sul resto: voltandomi indietro, posso dire che è stata una bella esperienza e tutte le scelte che io ho fatto nell’ambito della famiglia, dell’educazione dei figli, sono state illuminate da questo spirito […]. Sono contento di quello che ho realizzato. Se guardo quella morsa, quel tavolo, quel lavoro, mi rendo conto di aver fatto varie cose, di aver ad esempio inventato come fare un ingranaggio per catena, con la macchina a controllo numerico, sviluppando un programma al computer; tecnicamente mi sento arrivato. Partendo da quella scintilla che è stata la Formazione Professionale, le cose hanno funzionato anche a livello familiare: ho cinque figli, a cui, vedendo la nostra esperienza, mia e di mia moglie, dobbiamo consigliare di studiare un po’ meno, al contrario di altri genitori. Abbiamo portato quello spirito anche in famiglia. i miei figli non mi vedono mai inoperoso. e questo vale anche per i ragazzi dell’istituto. Gli allievi e gli ex allievi, quando mi incontrano, mi abbracciano, mi salutano affettuosamente, cosa che non succede spesso nelle altre scuole, anche perché i nostri ragazzi sono abbastanza umili, non molto sofisticati, e provengono da zone di catania malandate, quindi esprimono un certo affetto. quando hanno avuto problemi familiari, sono sempre venuti qui per chiedere un consiglio. questa è una soddisfazione, perché significa che si è seminato non solo professionalmente ma anche umanamente (intct7); nella vita raccogliamo tante cose, è come se facessimo un mosaico, raccogliendo i pezzi e mettendoli insieme […]. Al cFP ho imparato un lavoro, ma anche regole di vita e ho ricevuto una formazione umana. non so che cosa sarebbe avvenuto di me, se non avessi frequentato il cFP, che sicuramente mi ha segnato in senso positivo (intct28). l. (intct7) scopre di vivere in famiglia e nel suo lavoro di insegnante lo stesso spirito che ha respirato al cFP. Anche S. (intct28), ricomponendo quasi come in un mosaico i vari aspetti della sua vita, scopre quanto la formazione umana e professionale ricevuta al cFP l’abbia aiutato a realizzarsi. 5.1.2. La possibilità di sperimentare il legame tra lavoro che piace e felicità Un importante indizio di successo formativo e vita riuscita è la possibilità di sperimentare che esiste un legame profondo tra il gusto con cui si fa il proprio lavoro e la possibilità di essere felici21. Molti ex-allievi hanno potuto scoprire questo nesso, almeno in forma germinale, già al cFP: 21 Su questo, cfr. anche GARDneR, 2010. 78 quello dell’elettricista […] è un campo che mi piace; sono orgoglioso della scelta che ho fatto all’epoca. Poi la vita ti può anche portare distante, perché tu puoi anche essere bravo, ma magari non trovi lavoro e allora cambi settore. A noi questo, per fortuna, non è successo, siamo rimasti sempre nello stesso settore. Alla fine eravamo entrati in questa scuola con il progetto e la speranza di proseguire in questo ambito. Probabilmente il successo dipende anche da come vivi l’esperienza e da cosa l’esperienza ti lascia dentro (intct18); la scuola che ho scelto l’ho frequentata perché mi piaceva questo lavoro. ho preso a cuore questo lavoro e oggi mi sento soddisfatto […]. ho un bel ricordo della scuola, mi è rimasta impressa; anche se sono passati più di vent’anni; è un’esperienza che rifarei (intct25); tutto quello che ho fatto nella mia vita lavorativa mi ha dato soddisfazione e lo rifarei. Al cFP ho imparato l’importanza di sapersi rapportare con le altre persone, di comportarsi correttamente, rispettando il prossimo, e penso che questa esperienza mi abbia fatto crescere sia come persona sia come professionista (intct30); sono stato fortunato, mi sono sempre trovato bene, anche quando ho poi intrapreso la mia strada nel mondo del lavoro. Buona parte di quello che so fare oggi l’ho imparato al cFP. È bello ritornare con i ricordi a quel periodo, a quand’ero ragazzino e ogni volta che ci vediamo tra compagni o con gli insegnanti di allora, è una festa (intct20); dopo il cFP ho continuato con l’iTi meccanico e sono uscito bene. Una delle mie idee era di fare il progettista di componenti meccanici, poi ho scelto di fare l’insegnante; all’inizio avevo pensato di farlo solo alcuni anni, per poi fare il progettista; questo lavoro invece mi ha appassionato e non l’ho più abbandonato. Volevo fare anche ingegneria, ma siccome sono il più vecchio di otto figli e a casa mia lavorava solo mio padre, non avevamo grandi possibilità economiche; anche per questo, per dare una mano in casa, sono andato subito a lavorare. ciò che mi ha fatto scegliere di fare questo mestiere è stato il contatto con i ragazzi; per me infatti questo contatto è stimolante; tutti gli anni cambiano gli allievi e io mi affeziono a loro. […] Mi piace fare questo lavoro, lo faccio volentieri e sto bene con loro, anche se lo stipendio non è alto e fuori potrei guadagnare di più; qualche officina mi ha fatto una proposta di lavoro, ma ho scelto questo e ho continuato. il contatto con i ragazzi è per me importantissimo, mi appaga; anche se alla sera arrivo stanco, sono sempre soddisfatto (intBra4); il lavoro mi è sempre piaciuto; noi costruiamo macchine agricole; l’azienda ha sessant’anni di attività; nella nostra tipologia di prodotto, siamo stati i primi in italia per un lungo periodo; a ventiquattro anni ero già capoufficio tecnico. questa è un’azienda a carattere familiare, i dirigenti dovevano essere o laureati o far parte della famiglia imprenditoriale. io sono stato l’unico a non rientrare in questi canoni. Sono diventato dirigente a circa trentasette anni e da lì ho sempre fatto il direttore tecnico di questa azienda. ho girato in lungo e in largo l’italia. conosco abbastanza bene il mondo meccanico e quello agricolo […]. questa azienda, trovandosi in un quartiere popolare, ad alta densità delinquenziale, ha avuto anche dei meriti, in quanto abbiamo preso tanti ragazzini dalla strada inserendoli in organico in un periodo di grande espansione; l’azienda […] è partita con venti dipendenti, per arrivare a duecento. Abbiamo esportato quasi in tutto il mondo le nostre macchine agricole. Adesso i mercati sono in profondissima crisi e il nostro giro d’affari si è ridotto all’area del Mediterraneo. esportiamo in Spagna, Grecia, Portogallo, Malta, Turchia ecc. Abbiamo avuto dei contratti in Ungheria, già al tempo del comunismo, e abbiamo avuto anche la capacità di battere la honda. Adesso la situazione è critica e il fatturato, negli ultimi due anni, è crollato. Abbiamo fatto progetti di ricerca, alcuni dei quali molto importanti, ai quali però non è stato ancora possibile dar seguito avviando la produzione. Abbiamo fatto progetti di ricerca con l’università di catania, con i 79 cui docenti abbiamo sempre avuto rapporti di collaborazione; abbiamo fatto dei progetti che sono stati premiati a vario titolo, soprattutto per l’aspetto dell’innovazione; non abbiamo però ancora la possibilità di trasferire questo nell’ambito della produzione. la nostra principale avversaria è stata la Regione e, nello specifico, il servizio veterinario; abbiamo progettato un caseificio mobile, perché eravamo a conoscenza delle difficoltà che portavano alcuni piccoli allevatori ad abbandonare la produzione casearia per le difficoltà che avevano a rispettare tutte le leggi che ci sono sull’alimentazione. la richiesta dei veterinari, che hanno potere di vita e di morte su questi poveracci che praticano la transumanza, era di fare dei caseifici fissi; noi invece avevamo avuto l’idea di fare dei caseifici mobili, che seguissero le greggi nella transumanza. nonostante tutte le difficoltà, questo rimane uno splendido lavoro (intct5). leggendo i testi dei nostri ex-allievi, vengono in mente le parole di Primo levi ne La chiave a stella: «…l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra» (levi, 1978, p. 81). non emerge solo la soddisfazione di fare un certo tipo di lavoro, ma il gusto di fare un lavoro per gli altri: è il contatto con i giovani allievi che ha fatto appassionare G. (intBra4) all’insegnamento e, nel racconto della sua avventura lavorativa, G. (intct5) sottolinea come la sua impresa abbia contribuito alla crescita del contesto sociale in cui si è impiantata e ancora oggi cerchi di contrastare le difficoltà poste dalla crisi e di rispondere alle esigenze di specifiche categorie di persone, proprio promuovendo ricerca e innovazione. 5.1.3. La possibilità di consegnare ad altri quello che si è ricevuto Molti ex-allievi sono consapevoli dell’importanza di mettere in pratica quello che hanno vissuto al cFP e di consegnare ad altri ciò che loro stessi hanno ricevuto, attivando una sorta di scambio intergenerazionale. Anche questo può essere visto come segno di successo formativo: vivendo in questo ambiente, ne ho assorbito lo stile e, avendolo fatto mio, l’ho trasmesso ai miei allievi. ho lavorato quattro anni come aiuto insegnante e, in quei quattro anni di apprendistato, ho appreso tantissimo; le persone che ho affiancato mi hanno aiutato a crescere. quando poi ho lavorato da solo, ho cercato di trasmettere quello che avevo imparato, questo stile. Ti affezioni e vuoi loro bene, fai tutto per loro, ti dai da fare e non ti arrendi, li prendi uno per uno, impari a conoscerli uno ad uno e a dire a ciascuno la parola che serve a lui. questo rapporto personalizzato è importantissimo, crea un legame di fiducia: l’uno si fida dell’altro e il ragazzo, in questo modo, accetta anche la sgridata, quando ci vuole, e le lodi, quando le merita. questo è lo stile che ho imparato: con me hanno fatto così e io, un po’ alla volta, ho imparato a fare così. Sicuramente c’è stata una continuità tra ciò che ho vissuto come allievo e ciò che vivo come insegnante. Trovo fondamentale il rapporto personalizzato, perché chi viene da noi è un po’ giù, ha bisogno di essere aiutato, seguito e accompagnato in modo particolare; se non si fa così, si perdono. noi qui abbiamo una bassissima percentuale di abbandoni, perché quasi tutti i miei colleghi sono degli ex allievi; abbiamo lavorato insieme e abbiamo cercato di trasmettere questa personalizzazione del percorso formativo […]. non bisogna mai arrendersi o mollare, bisogna cercare sempre di trovare delle strategie che siano efficaci per loro, in modo da far breccia in loro; si tratta di usare vari stili di insegnamento; se un modo non va, bisogna cambiare. così, poco per volta, qualcosa lasci (intBra4); 80 non so chi sarei diventato, che cosa avrei fatto, se non fossi venuto qui. […] Tutto quello che sono oggi come persona lo vedo legato a quell’esperienza. Dico sempre ai ragazzi che, al loro posto, una volta c’ero io e mi sforzo di ricordare quello che provavo e quello che ricevevo dai miei formatori […]. Una volta ho testimoniato in pubblico il sentimento che mi suscita la classe: ogni volta è una specie di innamoramento e, quando vanno via, alla conclusione dei tre anni, è una sofferenza. Praticamente provo lo stesso sentimento di quand’ero ragazzo, la tristezza per la conclusione dell’anno scolastico, questa volta nei panni dell’insegnante […]. il mio orario inizierebbe alle otto, ma io alle sette e cinque sono qua, perché voglio incontrare i ragazzi in cortile; […] per me la ricreazione è un importante momento di incontro con i ragazzi […]. il desiderio di stare qui che sperimentavo da allievo ora la sto provando da docente. […] quando sono con i ragazzi, sono impegnato, ci sono loro, che hanno bisogno di sapere, di conoscere, non solo il mestiere, ma anche altro […]. Durante le vacanze per me è duro rimanere lontano dal centro; i ragazzi sono la mia passione. Mi sento uno strumento che serve a semplificare le cose ai ragazzi; tra di noi si istaurano amicizia e rispetto, da parte mia vero interessamento: se un ragazzo un giorno non viene a scuola, chiamo a casa e mi informo sul perché. Del resto, i miei insegnanti avevano fatto così con me (intct9); quello che i salesiani mi hanno insegnato nel percorso di studio, oggi, cerco di metterlo a frutto nel lavoro. nella vita quell’esperienza mi ha trasformato, anche perché, venendo da un paese distante, ero interno e quindi stavo qui ventiquattr’ore su ventiquattro. inizialmente devo dire che avevo un po’ di timore; ero un ragazzo che andava via da casa a quattordici anni; nel convitto c’erano ragazzi a rischio, che frequentavano la scuola media. io, essendo cresciuto in un paese, non conoscevo queste difficoltà e mi sentivo privilegiato rispetto a quei ragazzi. Poi ho cominciato a capire quello che i salesiani facevano per questi ragazzi e allora ho cominciato a costruire giorno dopo giorno, mattone su mattone, la mia esperienza formativa, sia a livello umano sia a livello tecnico, nella meccanica. Poi sono diventato formatore in questo istituto salesiano e devo dire che il mio impegno al centro cerco di farlo da salesiano: con i ragazzi di oggi ci vuole molta amorevolezza, perché sono ragazzi difficili, non educati, che non hanno il supporto delle famiglie, ma bisogna anche saper separare i sì dai no e dare messaggi fermi e precisi. questo secondo me è formare “da salesiano”; io l’ho imparato qui […]. Mi ha sempre colpito la passione con cui i salesiani guidavano i ragazzi e oggi spero di mettere anch’io la stessa passione nel guidarli, nel cercare di dare il consiglio giusto, il conforto giusto […]. nel mio lavoro ho avuto tante soddisfazioni: molti ragazzi mi hanno confidato problemi seri; vuol dire che si fidano. A loro spesso manca una figura di riferimento, mentre di noi, anche se uno sta poco o per vari motivi se ne va, si ricorda anche dopo anni; significa che abbiamo seminato qualcosa nell’animo di quel ragazzo […]. Sicuramente l’esperienza del cFP ha contribuito in una larga misura alla mia scelta di diventare formatore; hanno contribuito anche la mia famiglia, i miei amici, ma i salesiani hanno lasciato nella mia vita un’impronta particolare, anche per il loro modo di porsi nella vita quotidiana. Mi ritengo una persona fortunata (intct10); non c’è dubbio che quando frequenti un istituto salesiano, recepisci soprattutto le positività e non puoi far altro che trasferire ai tuoi figli o ai parenti quello che hai ricevuto. Anch’io adesso cerco in qualche modo di comportarmi nella stessa maniera, infatti i miei figli hanno un’educazione improntata allo stile salesiano, sono molto calmi, riflessivi (intct6); in azienda, spesso discuto con i dipendenti, perché è l’amicizia che crei a fare la differenza; scherzo di continuo; c’è un’atmosfera familiare e questo deriva da quello che ho imparato al cFP a livello umano. Bisogna puntare anche sull’aspetto professionale, 81 perché si stanno perdendo proprio i lavori manuali, si sta perdendo la gente che sa lavorare con le mani, come gli artigiani. […] la gente lentamente sta abbandonando questo genere di lavori e la Formazione Professionale, come quella che ho vissuto io, serve invece proprio a orientare la generazione dei più giovani ai valori pratici, a usare le mani nei lavori (intFoss7). G. (intBra4), A. (intct9) e P. (intct10) sono diventati a loro volta formatori e cercano di esserlo con la stessa passione che hanno sperimentato nei loro docenti di un tempo. Ma anche la famiglia e l’azienda sono contesti in cui restituire ciò che si è ricevuto. 5.2. Il ruolo riconosciuto all’esperienza del CFP nelle scelte operate i partecipanti attribuiscono all’esperienza del cFP un ruolo cruciale nella loro crescita umana e professionale, che spesso ha assunto i caratteri di una vera e propria svolta o comunque ha aperto nuove possibilità. È qui che si sono create per molti le basi delle scelte successive. 5.2.1. La crescita umana e professionale come abbiamo già ricordato sopra, nel capitolo 2, i partecipanti alla nostra ricerca riconoscono che l’esperienza del cFP ha contribuito alla loro crescita umana e professionale: tutti gli eventi, tutte le cose che ci accadono, nel bene e nel male, ce li portiamo dietro. il cFP mi ha segnato nel bene e io ho buoni ricordi di tutti; […] dal punto di vista della mia crescita umana, prima che professionale, l’esperienza è stata decisiva, più ancora delle altre esperienze che sono venute dopo (intFoss4); l’esperienza al cFP è stata bella, mi è piaciuta sia per gli insegnanti, sia per l’ambiente. Mi è servita tantissimo sia a livello professionale sia a livello umano […]. Tutto quello che ho vissuto al cFP è stato importante per il lavoro che faccio oggi […]. Al cFP ho imparato un mestiere, ma anche la disciplina e i valori umani. È stata una bella esperienza e ne parlo con piacere (intct22); l’esperienza al cFP è stata importante perché mi ha dato la possibilità di imparare a lavorare e di imparare molte altre cose. in laboratorio ho imparato a usare la macchina che adesso uso al lavoro. la formazione mi ha aiutato a sviluppare i saperi professionali ma anche a formarmi come persona, nel rispetto degli orari e delle regole; ci hanno insegnato anche le buone maniere (intct23); ho ricevuto una formazione al lavoro nel settore elettronico, come montatore e riparatore di apparecchiature elettroniche, ma anche una formazione umana. il periodo trascorso al cFP mi ha strutturato, mi ha dato la spinta per immettermi nel mondo del lavoro con delle basi solide (intct28); al cFP ci facevano capire quello che bisognava imparare per proiettarsi verso il lavoro. non è stata una scuola dove l’insegnamento era fine a se stesso, ma un vero e proprio accompagnamento al lavoro. la serietà dei docenti e la loro pretesa di puntualità non erano altro che un modo per prepararci al comportamento che avremo poi dovuto tenere sul posto di lavoro […]. Grazie al cFP e all’insegnamento dei salesiani, oggi, nell’azienda in cui lavoro, sono rispettato e ho una posizione professionale che mi soddisfa (intct13). 82 Gli ex-allievi vedono la loro crescita umana e professionale come direttamente riferibile al cFP, più che ad altre esperienze formative, in contesti formali o informali. È stato un tempo prezioso per apprendere un mestiere, ma anche lo spirito da metterci nel farlo. 5.2.2. Il confronto con la pratica che aiuta a capire le cose Spesso proprio la possibilità di misurarsi con compiti concreti ha consentito ai nostri ex-allievi di sviluppare una comprensione più approfondita delle cose: nell’ambito del lavoro, le esperienze fatte al cFP mi hanno aiutato moltissimo. i miei primi cinque o sei anni ho lavorato sulla misura dei tempi; significava partire dai disegni e fare dei cicli di lavorazione, segnando i tempi che gli operatori dovevano rispettare nella costruzione; se questo non avveniva, si doveva capire il motivo del ritardo. Voleva dire fare dei preventivi del costo industriale del pezzo e, di conseguenza, elaborando tutta la distinta della macchina, calcolare il costo. Pur avendo il progetto di una macchina, devo definirne il prezzo; si tratta di valutare prima quale sarà realmente il prezzo e se questo sarà concorrenziale o no, rispetto ai prezzi di mercato; solo così ha un senso fare questo lavoro […]. Poi ho usato questo modo di lavorare anche per altre ditte. ho fatto dei preventivi per ditte esterne di Brescia, di Varese; si trattava di elaborare dei disegni, fare dei cicli di lavoro, costruire dei preventivi. È stata una crescita continua, ma le basi le ho avute a scuola. Di questo sono orgoglioso […]. È stata una buona scuola, che mi ha fatto diventare uomo. ho finito a diciotto anni, con una maturità e un senso di responsabilità che oggi molti non hanno neanche a venticinque anni. Avendo fatto meccanica […], sono stato formato come tecnico di officina, di conseguenza, quando ho finito, ben presto è venuta fuori la mia sete di lavoro […]. ho parecchi compagni di allora che oggi sono felicemente in pensione e che hanno lavorato alla Fiat; tutti hanno fatto un’ottima carriera, molti sono diventati caporeparto. Del resto, le basi della scuola salesiana erano davvero consistenti. quando sono diventato dirigente, ho preso parecchi ingegneri in officina, dando loro dei lavori di responsabilità, e ho visto una grande difficoltà da parte loro; arrivavano ad una certa età con pochissima esperienza di lavoro pratico; a ventisei, ventisette anni, ormai sei uomo, sei adulto, hai le tue esigenze di vita; dovresti partire, come siamo partiti noi, a dodici anni, con una gavetta di almeno quattro o cinque anni. la scuola professionale serve, è utile, è necessaria per aziende come la nostra, è un tipo di scuola che può formare l’allievo, la persona, l’uomo, anche se, secondo me, oggi, per trasmettere quello che quarant’anni fa si trasmetteva in un anno, ce ne vorrebbero quasi due. […] comunque il ragazzo si forma solo se si mette a confronto con la pratica, altrimenti avrà sempre difficoltà sul lavoro. quando si studia sui libri, si pensa di aver capito tutto, di aver fatto tutto, poi la realtà non è quella. Porto un esempio banale: si insegna a disegnare con il cAD, però una cosa è conoscere come utilizzare il sistema di disegno cAD, un’altra è trovarsi davanti a un computer e dover sviluppare un banale progettino. chi non ha idea di come funzionano le cose, non conosce le basi della tecnologia o come può essere costruito un pezzo, come si sviluppa, ti presenta dei disegni faraonici, con pezzi impossibili da costruire, con costi improponibili, totalmente avulsi dalla realtà (intFoss5); se potessi tornare indietro, rifarei quello che ho fatto, la scuola dei salesiani; poi, nella vita, c’è quello che studia fino a quarant’anni e non gli basta; a me è bastato così […]; stare lì mi è servito tanto per l’esperienza che ho avuto dopo, perché mi ha insegnato a vivere con la gente, a parlare, a condividere le mie idee con altri; del resto, convivevi con cento persone e le conoscevi tutte […]. il lavoro di tornio non è che mi sia servito più di tanto, però mi è servito imparare ad imparare anche dalle piccole cose […]. Tutti i giorni avevo da imparare qualcosa e tutti i giorni c’era gente che ti insegnava qualcosa (intFoss2); 83 grazie al disegno che avevo imparato al cFP, una volta al lavoro, sono passato subito dall’officina all’ufficio; ci pagavano sessanta mila lire al mese e io ero felice, perché pensavo di comprarmi la vespa. Un giorno il direttore tecnico di quell’azienda, che era un bolognese, si rese conto che mi accorgevo degli errori nei disegni, mi chiese se sapevo disegnare e mi mise alla prova; in un paio di giorni gli ho fatto una marea di disegni e da allora sono passato in ufficio […]. indubbiamente la teoria e la pratica imparate al cFP sono state determinanti, non come la musica che avevo studiato alle medie. in musica ci massacravano, ci facevano fare tanto di quel solfeggio, con un tale sadismo, che io oggi la musica la odio. Mentre adoro la meccanica di qualsiasi tipo e branca e la capisco […]. nel percorso che ho fatto, il cFP ha influito notevolmente; è da lì poi che ho trovato la strada. Avevo imparato a pormi degli obiettivi sempre più alti […]; ho avuto un percorso lavorativo fantastico, mi sento gratificato e mi piace il lavoro che faccio […]; quindi sicuramente c’è un rapporto tra il mio percorso formativo e quello che sono diventato, ma, secondo me, la stessa cosa vale per quel mio compagno di scuola che due anni fa è andato in pensione come semplice operaio; non è detto infatti che si debba per forza arrivare a fare il dirigente: lui è tornitore, è una persona corretta e seria, un gran lavoratore; io tutti i prototipi li facevo fare a lui. la base di questa sua abilità era nata al cFP, poi c’è da dire che […] a lui piaceva fare queste cose (intct5). F. (intFoss5) riconosce che l’esperienza del cFP lo ha aiutato ad introdursi nel lavoro e, attraverso il lavoro, anche nel contesto più ampio della vita sociale. D. (intFoss2) afferma che la pratica è servita ad imparare che si può imparare sempre, anche dalle piccole cose, anzi, forse D. ci dice proprio che, al cFP, imparando a svolgere con grande attenzione anche le lavorazioni più semplici, si è allenato a svolgere con facilità anche i lavori più difficili. G. (intct5) ricorda che gli apprendimenti avvenuti al cFP, a contatto con l’esperienza, sono stati molto più efficaci di alcuni apprendimenti scolastici e che gli hanno consentito rapidi avanzamenti nel mondo del lavoro. 5.2.3. Il cambiamento possibile Per vari ex-allievi il cFP ha poi rappresentato lo spazio di un cambiamento decisivo nella propria traiettoria di vita: penso che questa formazione abbia coinciso con una specie di cambiamento di vita; mio padre era contadino, io da piccolo o durante le scuole elementari e medie facevo un’esperienza totalmente diversa. Premetto che avevo fatto dei corsi di studio un po’ atipici: le elementari le ho fatte in una pluriclasse, la scuola media l’ho fatta da privatista, con una maestra che mi ha preparato da esterno, ma poi l’esperienza di vita era totalmente diversa, più isolata, perché stavo in campagna. quindi la scuola professionale è stata un cambiamento di vita perché mi ha proiettato dalla vita isolata di campagna, a una vita sociale con duecento ragazzi, all’incontro scontro con nuove realtà, nuovi caratteri. in alcune cose mi sono trovato anche male. la cosa in cui non sono riuscito è stato lo sport, perché non sapevo fare nulla e quindi in questo caso mi sentivo isolato. Allora mi rifugiavo nello studio e nel lavoro. questo mi ha aiutato nella formazione. Sicuramente c’è un nesso tra la vita di oggi e la formazione che ho avuto (intct7); se non hai le basi che ti fanno crescere come persona, certe scelte non le fai. l’esperienza del cFP è stata molto importante da questo punto di vista. quegli anni mi hanno fatto diventare quello che sono. È stata un’esperienza positiva sia dal punto di vista professionale sia – e soprattutto – dal punto di vista personale; quando sei qui dentro, cambi. esci 84 dalle scuole medie che hai la testa tra le nuvole, non sai cosa vuoi, ed entri in un ambiente in cui i professori hanno la capacità e l’esperienza per farti diventare uomo […]. Mi hanno aiutato a maturare; quando mi confronto con i ragazzi della mia età, vedo che sono cambiato nel modo di pensare e di rapportarmi con le persone; tutto questo grazie all’insegnamento salesiano (intct17); sono cresciuto all’interno dell’istituto salesiano; ho imparato a camminare qua dentro. quando sono arrivato, a quattordici anni, non sapevo nemmeno cosa fosse una macchina utensile; l’ho imparato qui; poi sono stato una persona che non si è mai accontentata e quindi ho continuato fuori il mio approfondimento professionale […]. Sicuramente l’impronta che ho ricevuto al cFP è stata determinante per arrivare a fare l’insegnante e anche per avere un’attività autonoma nell’ambito della meccanica (intct8). Sia che si tratti del passaggio da una vita isolata ad una vita di intense relazioni, sia che si tratti del passaggio del giovane che scopre di diventare gradualmente adulto o del ragazzo che, imparando ad usare una macchina, impara ad imparare, il cFP ha per molti rappresentato uno snodo fondamentale che ha dato spinta al cambiamento. 5.2.4. Il senso di appartenenza Un ultimo aspetto che gli ex-allievi sottolineano è la capacità del cFP di farli sentire parte di una comunità: l’esperienza di allievo ha influenzato le mie scelte successive. Dopo qualche anno che ero stato assunto qui, ho vinto un concorso al comune di catania e ho rifiutato per restare qui […]. Sento il cFP come qualcosa di mio, forse perché l’infanzia e l’adolescenza l’ho trascorsa qui e il centro lo sento come casa mia (intct14); nei venticinque anni in cui sono rimasto nella mia vecchia ditta, il gruppo di quelli che avevano frequentato i salesiani era numeroso. Dopo tanti anni eravamo ancora insieme, in quell’industria; non è che finivi di lavorare e scappavi, andavamo a mangiare insieme, eravamo un gruppo. io ho avuto la fortuna di stare venticinque anni nella stessa industria. in quei venticinque anni ho continuato a coltivare il senso di essere gruppo; ci conoscevamo, eravamo una trentina, ancora tutti insieme fin dagli anni del cFP. Anche se nel frattempo ho girato il mondo, sono rimasto amico intimissimo di tutti loro. questa appartenenza te la porti avanti con orgoglio, nel senso che, quando mi chiedono dove sono andato a scuola, io dico: “Dai salesiani!” (intFo1). Trovarsi con chi ha condiviso la stessa esperienza formativa fa sentire legati da un comune impegno ed è proprio questo che fonda il senso di essere comunità (cum-munus). 5.3. Altri fattori che hanno inciso sulle scelte la formazione è stata importante, ma sul successo formativo ovviamente hanno influito anche altri fattori, in particolare la famiglia di origine e la rete parentale, ma anche le altre esperienze formative vissute: mi rivedo così com’ero venticinque anni fa, spaventato da un mondo che mi sembrava ostile; oggi so che si possono fare grandi passi, quando uno ha la volontà; il corso ti può 85 aiutare, ma anche la famiglia e gli amici; poi sei tu individualmente che devi costruire sulle basi che hai ricevuto (intct21); sulle mie scelte ha influito molto di più l’aspetto dell’oratorio, che quello scolastico. Già da prima del cFP frequentavo l’oratorio e tutto ciò che girava attorno al mondo salesiano. Per me è stato il grande attaccamento alla figura di don Bosco e al mondo dei salesiani che mi ha spinto a buttarmi nel mondo dei giovani. ha influito anche l’esperienza scolastica, però più quella dell’oratorio. Sicuramente ho imparato a lavorare in un certo modo, ho imparato a vivere le esperienze importanti, come ad esempio i momenti di riflessione; ci sono stati momenti molto profondi che hanno segnato la mia vita. c’è stato anche un rafforzamento di molti valori come quello della giustizia, dell’impegno, dell’onestà. i valori però non te li dà solo la scuola, ma un po’ tutti, la famiglia, la scuola, magari quel docente con cui mi confrontavo e anche il contesto scolastico […]. Per me fondamentali sono stati la famiglia e l’ambiente di amicizie legate all’oratorio, ma anche alcune figure sacerdotali sempre del mondo dell’oratorio salesiano che per me sono state importanti riferimenti. quelle figure mi hanno dato tanto; la scuola è stata complementare. ci sono state delle belle amicizie, profonde e oneste, basate su cose che restano nel tempo, grazie alla condivisione di certe esperienze che uniscono molto; sicuramente ho trovato alcuni sacerdoti che sono stati punti di riferimento: scoprire persone che ti sanno ascoltare e che ti sanno dare una visione più ampia delle cose è stato sicuramente molto utile. il fatto che oggi insegni mi è venuto anche dalla scuola, però è venuto maggiormente dall’ambiente in cui vivevo (intFoss8). Tutte le esperienze e tutti gli incontri concorrono a creare le condizioni che mettono ciascuno in grado di assumere su di sé il compito di curare la propria crescita. Per w. (intFoss8) decisive sono state la famiglia di origine e la rete di amicizie costruita nell’ambiente dell’oratorio. 5.4. Criticità Dalle interviste agli ex-allievi emergono anche alcuni chiaroscuri, gli aspetti che, a loro giudizio, non hanno funzionato. Sono questi gli elementi che ci consentono di disegnare un profilo a tutto tondo della loro esperienza formativa. come abbiamo ricordato sopra, anche i problemi e le negatività contribuiscono infatti alla crescita: gli errori possono diventare occasioni per apprendere e le deficienze dei docenti e dei formatori stimoli a diventare maestri di se stessi. Tra le criticità dell’esperienza formativa al cFP che gli ex-allievi sottolineano, alcune sono riferibili all’esperienza passata, altre al contesto odierno. 5.4.1. Criticità di allora Tra le criticità di un tempo, alcuni – soprattutto coloro che hanno vissuto l’esperienza formativa alcuni decenni fa – segnalano il “sistema dell’imposizione” e l’eccesso di severità dei docenti di cFP. Sentiamo ad esempio la voce di e. (intct14): un elemento critico del vecchio sistema dei salesiani era l’imposizione: non la condividevo allora e non la condivido oggi; secondo me il miglior metodo per ottenere qualcosa dai ragazzi è farsi voler bene; solo così riesci a far breccia nelle loro menti; per me questo è avvenuto con qualche salesiano (intct14). 86 Sopra abbiamo sottolineato la capacità, che molti dei docenti di cui ci parlano i nostri ex-allievi avevano, di unire un tratto fermo, o addirittura severo, con la capacità di costruire relazioni calde e personali (cfr. par. 4.3.), ma alcuni partecipanti (ad esempio, S. - intct2 -; cfr. la storia n. 18 nella terza parte di questo lavoro) hanno sofferto questo stile a cui, anche più tardi, non sono riusciti ad attribuire alcun significato, soprattutto quando l’imposizione era fine a se stessa, senza ragione e dunque impossibilitata a trasformarsi in quel limite che aiuta a crescere. Alcuni ex-allievi sottolineano poi che andrebbero potenziati alcuni aspetti culturali che non sempre sono direttamente connettibili con l’esperienza lavorativa: la maggior parte della popolazione che passa di qua, va a lavorare; pochi fanno la pazzia che ho fatto io di cercare di scalare qualche montagna un po’ più alta. le basi sono ben strutturate e un bel po’ di pratica manuale la formazione te la dà; certo, l’aver acquisito una certa manualità non dico che mi ha fatto essere stato più bravo degli altri, ma sicuramente mi ha aiutato. Dalla mia esperienza, posso però dire che ci vorrebbe qualcosa in più nella preparazione umanistica, soprattutto per quanto riguarda l’inglese; ricordo che molti miei compagni avevano difficoltà con la lingua. non era colpa degli insegnanti del cFP, perché l’inglese è una materia che richiede molta dedizione per essere assimilata, poi in realtà tutti sappiamo che per impararlo, come tutte le lingue, bisogna parlarlo. Ricordo però che era una delle materie che costituivano una specie di ostacolo psicologico per molti miei compagni (intFoss4). non è facile trarre dalla pratica tutti gli alimenti culturali che servono per crescere. l. (intFoss4) porta il caso dell’apprendimento della lingua straniera, ma altri potrebbero essere gli esempi. ci sono infine alcuni ex-allievi che rimpiangono di non aver potuto o saputo continuare nella formazione e nello studio: finito il cFP sono andato a lavorare; inizialmente volevo prendere un diploma, poi però sono andato a lavorare. Un po’ mi è dispiaciuto, ogni tanto ci penso, ma ormai sono avviato nel lavoro. non avevo tanta voglia di scuola. la voglia di studiare, quando dovresti averla, non ce l’hai e, quando poi ti viene, non puoi più assecondarla (intBra5). non sono solo le condizioni in cui si cresce, che non sempre sono propizie, ad ostacolare nella crescita. M. (intBra5) sottolinea che ciò che gli è mancato è la volontà o qualcuno che, dandogli fiducia, avesse dissipato i suoi dubbi e lo avesse stimolato ad osare. 5.4.2. Criticità di oggi Tra le criticità che segnano il tempo presente, molti sottolineano i problemi legati alla crisi economica e industriale, rispetto alla quale non è facile dismettere i panni dei semplici spettatori e approntare risposte efficaci: quello che stiamo vivendo è un periodo di crisi profonda in italia, ma se non cerchiamo un po’ tutti di fare la nostra parte, le cose si faranno davvero problematiche: l’industria in genere va via dall’italia; alla fine ciò che insegniamo non può essere concretizzato perché non c’è più industria. questo è il problema che l’italia sta attraversando, speriamo di tornare in un periodo più fiorente e produttivo per il nostro Paese (intct8). 87 Gli ex-allievi di catania, in particolare coloro che sono diventati formatori, danno voce alle difficoltà che in Sicilia toccano profondamente anche il contesto della Formazione Professionale. quello che viene segnalato non è però solo il problema del venir meno dei finanziamenti, è proprio il rischio che si perda un certo spirito: l’etica professionale sembra ormai persa; una volta ci si credeva molto di più, ora vedo un certo lassismo, soprattutto qui al sud. Prima si metteva il ragazzo al primo posto e si cercava di fargli raggiungere mete elevate, adesso molto meno. Mi rendo conto ad esempio che pure io, anni fa, davo molto di più di adesso, perché c’era un contorno diverso, eravamo un gruppetto di insegnanti che, oltre ad essere colleghi, erano anche amici, provenienti tutti dalla stessa formazione, quella formazione rigida che però più tardi abbiamo apprezzato; riuscivamo brillantemente a trascinare i ragazzi. la nuova generazione di insegnanti è molto più distratta e, almeno qui, abbiamo perso tecnicamente. ho visto invece che in altri posti c’è ancora quello spirito che qui si è perso, anche perché hanno un contorno che li favorisce. qui adesso è iniziata la crisi degli stipendi, che arrivano in ritardo, e questo ha portato molti insegnanti, come me, a cercare delle occupazioni fuori e quindi a spostare all’esterno il centro di interesse. nei cFP del nord gli stipendi sono regolari, quindi i docenti hanno un vero e proprio lavoro, poi ogni scuola propone anche corsi serali a pagamento e quindi la vita lavorativa di un insegnante può rimanere tutta all’interno dell’istituto. questo serve sia per elevare la propria professionalità, sia per non farsi distrarre da altri problemi […]. ho l’impressione che un tempo la vita al cFP fosse più ricca; ricordo che allora c’erano circa quaranta salesiani; terminato il periodo di scuola e di lavoro, c’era una vita interna, fatta di animazione, divertimento, cinema, barzellette che si raccontavano in cortile. […] Poi, verso il 1975, è finito l’internato, i salesiani sono diminuiti enormemente, da quaranta sono scesi a dodici, tredici, e piano piano questa vita interna si è persa. Adesso […] non c’è più quella vita interna corposa in cui uno si inzuppava dello spirito salesiano (intct7). l. (intct7) lamenta il fatto che, per molti docenti della Formazione Professionale in Sicilia, sia sempre più difficile dedicarsi completamente al lavoro educativo. la crisi che, per vari motivi, impedisce oggi agli enti di pagare con regolarità lo stipendio ai formatori costringe a cercare altri campi di impegno e inevitabilmente distacca da quello formativo rischiando, assieme al venir meno dei Salesiani, di far perdere lo spirito che caratterizzava un tempo questo tipo di Formazione Professionale. Al di là poi dello specifico contesto siciliano, gli ex-allievi che sono diventati formatori, confrontando la loro esperienza di oggi con quella vissuta quando erano allievi, segnalano la fatica crescente di fare questo lavoro: oggi si ha una risposta minore da parte dei ragazzi; quando prepari i lavori, vedi che sono meno entusiasti, meno motivati a fare qualcosa in più, tendono a fare il minimo indispensabile. c’è meno propensione, anche se noi diciamo loro che sono cose che in futuro serviranno loro. Soprattutto sul controllo numerico, vedo che dovrebbero fare i diagrammi, il libretto, qualcosa di più complicato, che li appassionerebbe un po’ di più, invece si arrendono alla prima difficoltà, non sanno disegnare, non sanno la matematica. non sapendo la matematica, faticano moltissimo a fare i calcoli per trovarsi i punti delle coordinate e si arrendono facilmente, non hanno voglia di combattere, continuano a copiare dagli altri; non provano, non hanno la pazienza di soffrire e provare un pochettino (intBra4); 88 venendo da una famiglia attenta e da un quartiere non molto disagiato, non ho avuto molti problemi, non “marinavo” la scuola, forse mi è capitato una volta soltanto, e qui trovavo una certa continuità educativa. oggi i ragazzi sono diversi; se non stiamo attenti, come genitori, non vanno a scuola sempre e non rispettano l’autorità. Ad esempio, […] può sembrare banale, ma oggi devo battagliare con i ragazzi per far loro portare i compiti, devo discutere con loro, cercare di capire il motivo per cui non li hanno fatti; cerco di far loro capire che, se danno una parola, la devono mantenere, altrimenti non possono farsi rispettare e, facendo leva sull’orgoglio, riesco a farmi ubbidire e devo dire che ho un certo riscontro da parte loro; questo è un punto di orgoglio anche per me. Arrivare qui la mattina ed essere attorniato dai ragazzi, quando sono ancora in macchina, mi dà la carica per iniziare un nuovo giorno con più vigore (intct8); quest’anno è stato un anno di crisi per me, per quanto riguarda l’insegnamento; lo dico senza vergognarmene […]. Penso che sia fondamentale cercare di creare un ambiente serio e sereno, dove si lavora a tal punto che l’allievo che viene qua sta bene e percepisce che il docente che gli sta davanti gli vuole bene; se non si riesce a fare questo, secondo me, non si riesce a fare il novanta per cento del lavoro. È molto difficile fare questo, almeno io l’ho trovato molto difficile, soprattutto con il passare degli anni; l’entusiasmo tende un po’ a calare, i problemi aumentano. Rispetto a vent’anni fa, i problemi sono diversi e sono più tosti: riuscire a mantenere un ruolo sereno e serio non è così facile, perché c’è il ragazzo che ha problemi, non porta i compiti e tu devi telefonare ai genitori ecc. Sicuramente l’insegnante fa fatica e non riesce a essere così sereno e quindi tutto diventa più complicato, nel rapporto tra docente e alunni, e si crea un circolo vizioso. la cosa migliore sarebbe appunto quella di creare un ambiente serio e sereno; bisogna far sì che il docente abbia anche il supporto, il tempo, la modalità di lavorare nel modo più sereno possibile e a volte questo è difficile, sia per i problemi che nascono dalla gestione delle relazioni con i ragazzi, sia per il carico di lavoro che c’è. Facendo un paragone con vent’anni fa, sicuramente una cosa che pesa oggi sono i tempi: allora due insegnanti di laboratorio riuscivano a tenere venti, venticinque ragazzi e a seguirli bene, oggi in laboratorio sei solo e poi devi fare tante altre cose che è giusto che ci siano, però l’insegnante è molto più di corsa rispetto anche solo a dieci anni fa; deve sbrigare incombenze burocratiche che secondo me non aiutano a fare serenamente e bene il proprio lavoro; […] quando un insegnante non è sereno nel suo lavoro, la cosa si ripercuote su tutto il sistema: non lavora bene lui e i ragazzi a loro volta lo percepiscono, nascono ingiustizie e tensioni e tutto si aggrava. non so come risolvere questo problema, però il tempo è un problema da valutare bene […]. Mi è sempre piaciuto molto insegnare, ma in questi ultimi anni faccio sempre più fatica. lo faccio presente perché talvolta sembra che questo non sia un problema; secondo me è molto importante prestare attenzione ai docenti; il fatto di tirare e tirare è un rischio: potrebbero scoppiare. l’insegnamento è un lavoro molto bello, però mentalmente è molto faticoso e quindi la gestione dei docenti, da parte di chi gestisce questo comparto, dev’essere seguita con molta cura, sapendo che, se la qualità del lavoro è positiva, questo si ripercuote su tutto il sistema e anche sui ragazzi (intFoss8). G. (intBra4) e o. (intct8) sottolineano come, rispetto al passato, sia sempre più difficile creare contesti motivanti per gli allievi, anche per i profondi cambiamenti che hanno interessato i contesti familiari. Anche w. (intFoss8) esprime la sua fatica crescente, legata anche all’appesantimento del lavoro dei docenti e a contesti organizzativi che rendono sempre più difficile lavorare in modo sereno. c’è il rischio che tutto questo mini alla base le condizioni che, nel passato, garantivano qualità alla Formazione Professionale. 89 III parte Venti storie esemplari di Gustavo MejiA GoMez e Giuseppe TAcconi in questa sezione, riportiamo senza particolari commenti, un’antologia di venti storie esemplari tra quelle raccolte, elaborate secondo il metodo che abbiamo illustrato nella prima parte di questo lavoro1. Sono storie che parlano da sole. nei loro racconti, gli ex-allievi presentano la loro attività professionale, ma soprattutto raccontano l’esperienza vissuta al cFP, ricostruendo volti, situazioni ed episodi che li hanno segnati. l’ordine che abbiamo scelto per organizzare le storie ripercorre un po’ i temi emersi nella ricerca e presentati nella seconda parte di questo lavoro: si va dalle storie focalizzate sul cFP come ambiente educativo, a quelle che descrivono efficacemente le caratteristiche dell’esperienza formativa, a quelle focalizzate sulle figure di docenti. ogni racconto, in realtà, tiene insieme una molteplicità di elementi. il titolo scelto dà conto di quello che ci è parso il nucleo centrale del racconto stesso, ma nel testo abbiamo spesso inserito anche dei sottotitoli che rendessero più facilmente leggibile il racconto. li presentiamo accompagnandoli da una brevissima introduzione che fornisce informazioni essenziali sul soggetto narrante. 1. IL CFP COME AMBIENTE CHE EDUCA D. (intBra2), che ha concluso il suo percorso al cFP di Bra nel 1996, lavora oggi nello stesso centro, come formatore di area pratica. nel suo racconto descrive il percorso attraverso cui è diventato formatore e l’esperienza che ha vissuto da allievo, in relazione con i suoi docenti di allora, sottolineando in particolare il clima di famiglia e la qualità educativa dell’ambiente. 1 nei risultati dell’analisi dei dati, riportati nella sezione precedente, abbiamo inserito, quando ci sembrava opportuno, il riferimento alle storie. Su come le storie sono state costruite, cfr. il paragrafo 5.2.2. della prima parte. 90 Diventare formatore Sono ex-allievo del cFP, ma anche dell’oratorio e dell’estate ragazzi2. ho vissuto in questo centro, come “animato” e come “animatore”, come studente e adesso come formatore. Dal 2001, ho cominciato a lavorare come assistente di laboratorio, nella meccanica tradizionale, assieme ad un mio vecchio professore. ho fatto per quattro anni laboratorio sulle macchine tradizionali, tornio e fresa, e ho insegnato in aula di tecnologia e in quella di disegno. quando qui a Bra è stato aperto il settore della meccanica auto, mi sono riconvertito, un po’ perché mi è stato chiesto, un po’ per passione mia; oggi sono molto soddisfatto di aver fatto questa scelta, perché mi trovo proprio bene in questo settore; è un ramo dove i ragazzi si appassionano ed è molto bello fare officina con loro, perché li vedo molto motivati, soprattutto se si parla di moto e motorini, che sono un motivo di particolare interesse per loro. ho fatto il cFP qui a Bra per tre anni, come manutentore di macchine utensili; poi non avevo più voglia di studiare e sono andato a lavorare con mio papà, che faceva il muratore. in seguito, mi sono reso conto che un titolo di studio mi sarebbe servito anche per lavorare, allora ho ripreso, ho fatto l’iTi serale e mi sono diplomato. Subito dopo ho lavorato in un’azienda, dove avevo fatto lo stage quand’ero al cFP. Un giorno poi, M.3 mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo provare a stare qualche mese in laboratorio, con i ragazzi; da allora non sono più andato via. È un’esperienza bellissima! quando mi sono diplomato e sono uscito dall’istituto, non avevo alcuna intenzione di venire qua a lavorare; mi piaceva troppo il ramo della meccanica che avevo scelto. Poi, una volta, ero venuto a chiedere a M. se potevo usare il cAD, perché dovevo fare un disegno per una cosa che stavamo facendo con degli amici e, mentre stavo facendo questo lavoretto, lui mi ha informato che stavano cercando un giovane da inserire in laboratorio e mi ha chiesto che cosa ne pensavo, se mi sarebbe piaciuto farlo. io gli ho risposto di sì, che mi sarebbe piaciuto, perché avevo dei bei ricordi; allora lui mi ha detto che a settembre avremmo provato, che sarei stato affiancato dal mio vecchio insegnante e che poi avremmo deciso per il seguito; da allora non sono più andato via. È un lavoro che mi dà parecchie soddisfazioni; sinceramente, dove lavoravo prima, guadagnavo di più, però non avevo le soddisfazioni che ho qua: lavorare con i ragazzi, riconoscere che hai insegnato loro qualcosa. A me stanno molto a cuore i giovani e quindi cerco di instaurare un bel rapporto con loro; ho tanti ex-allievi che mi cercano sempre per farmi gli auguri di compleanno o per scambiare due parole e questa è una cosa che non ha prezzo. non so se mi viene bene e se assomiglio ai miei insegnanti di un tempo, però io ci provo. Mi sono qualificato nel 1996 e, nel 2001, ho cominciato a lavorare qui al cFP. nelle estati, nel tempo libero, lavoravo con mio papà; prima avevo lavorato per quattro anni in un’azienda di torneria meccanica per conto terzi, che mi aveva preso già per gli stage; il cinquanta per cento del lavoro era costituito da prodotti per la BRc, quindi impianti a gas; io mi occupavo di quel reparto e mi sono trovato bene. Mi ricordo che avevo finito la scuola il 18 giugno e che il 20 ero già a lavorare. 2 Si tratta di una proposta di animazione estiva molto presente nei contesti oratoriani. 3 Un suo ex docente del cFP, ndr. D’ora in poi, anche dei docenti che verranno ricordati dai nostri ex-allievi, si riporteranno solo le iniziali del nome. 91 Insegnanti speciali Mi ricordo dei miei insegnanti, soprattutto di alcuni che sono stati gli artefici delle mie scelte; già in seconda avevo voglia di abbandonare la scuola, perché volevo andare a lavorare con mio papà; era quello il mio unico obiettivo. Mi ricordo una sera in cui i miei insegnanti sono venuti a casa mia, a prendere il caffè e mi hanno spiegato un po’ di cose, mi hanno convinto a proseguire e a frequentare il terzo anno. in particolare due di loro: M., al quale mi sento legatissimo, e B.4, al quale sono anche particolarmente legato. Ai tempi quest’ultimo insegnava fisica e meccanica, mentre M. insegnava matematica; oltre all’insegnamento, M. e B. sono stati sempre con me in cortile e quindi sono diventati dei punti di riferimento. Gli altri insegnanti all’apparenza davano meno confidenza, in realtà si mischiavano anche loro con noi in cortile e giocavano con noi. Diciamo però che M. e B. sono quelli che mi hanno lasciato qualcosa in più. È stato bello ritrovarli qui come colleghi. io li vedevo sempre come punti di riferimento, mentre loro mi hanno messo al loro livello. la passione che ho per la meccanica mi spinge a prendere tante iniziative; in questo sono sempre appoggiato da loro. Gli insegnanti di allora erano molto validi e pretendevano davvero tanto; allora protestavo un po’, perché da giovane ti pesa lo studio, ma adesso mi ritrovo tutto quello che loro mi hanno insegnato allora, anche urlando, ogni tanto, e pressandomi. Se oggi ho una professione, è anche grazie all’insistenza continua dei miei formatori di allora. Alla fine della seconda, durante le vacanze, gli insegnanti avevano avuto già sentore che io non volessi più andare a scuola, per andare a lavorare con mio papà. lui desiderava che io tornassi a scuola, ma non mi ha obbligato, mi ha sempre detto il suo parere, ma non mi ha mai imposto il suo volere; allora mi ero quasi convinto ad andare a lavorare. loro invece sono venuti a casa mia e, mentre prendevamo il caffè, mi hanno fatto vedere dei punti di vista che io non avevo considerato: con una qualifica, avrei potuto avere un futuro diverso, non come semplice muratore, sempre fuori al gelo, in balia delle intemperie; mi hanno invogliato anche con la prospettiva di una gita di quattro giorni che, nel successivo anno scolastico, avrebbe avuto Roma come meta; mi ricordo ancora oggi la frase che mi hanno detto: “quest’anno andremo a Roma, staremo tre o quattro giorni; non puoi certo perdere un’opportunità del genere!”. Praticamente mi hanno convinto in tutti i modi possibili. la loro iniziativa è stata fondamentale. Sicuramente l’insegnante che mi è rimasto più impresso è M. È stato lui a convincermi a continuare gli studi e a volermi qua come formatore; quindi ha avuto un ruolo importante. Un altro professore che è stato molto importante è stato il mio professore di officina, G.M., che purtroppo non c’è più; io fra l’altro ho cominciato a lavorare affiancato proprio a lui; poi, nel giro di sei, otto mesi, è venuto a mancare. È stato un colpo duro, perché ero contento di lavorare con lui; era un papà buono, oltre ad essere molto valido come formatore, aveva sempre una buona parola per tutti; il fatto che sia venuto a mancare proprio nel periodo in cui lavoravamo insieme mi ha scosso un pochettino. Penso anche a F.B., non tanto per la materia, che non mi piaceva, anche se lui sapeva insegnarla molto bene, ma per l’esperienza in cortile: la partitina, due tiri a pallone o le chiacchierate che si facevano in cortile. A me la matematica è sempre piaciuta e con M. mi sono trovavo bene: lui sapeva spiegare in modo molto efficace, facendo tanti esempi. la meccanica pura, con tutte le sue formule, non la digerivo proprio. lui sapeva insegnarla bene perché, oltre a fare teoria, faceva tanti esempi pratici, applicati anche a situazioni che si potevano incontrare 4 Si tratta di un secondo docente, ndr. 92 quotidianamente, come il motorino o la bicicletta, quindi era più facile per me imparare e poi magari anche ricordare quello che spiegava. È un metodo che sto adottando anch’io: mi è proprio rimasto dentro il fatto di non fare teoria pura e di evitare le spiegazioni lunghissime, perché, quando vedi che l’attenzione viene a calare, vuol dire che non stai producendo niente. il metodo di fare molti esempi pratici, di spiegare la lezione teorica in officina, facendo qualcosa di pratico, l’ho imparato da B., ottenendo ottimi risultati; se una spiegazione si applica a una cosa che i ragazzi possono toccare con mano, la ricordano facilmente. Clima di famiglia ero un po’ discolo, da ragazzo; mi ricordo che ai miei tempi la scuola era molto seria, i docenti molto severi. in classe eravamo circa trenta, uno più discolo dell’altro! Mi ricordo la fatica che facevano gli insegnanti a tenerci tranquilli; il nostro però era un bel gruppo; con diversi mi ritrovo ancora adesso e alcuni di loro sono diventati per me degli amici veramente importanti. episodi belli di quand’ero allievo ce ne sarebbero tanti, soprattutto in officina: ne combinavamo di tutti i colori! l’aspetto più importante penso sia stato il clima di famiglia; c’era infatti un bel clima al cFP. io ho avuto la fortuna di avere anche una bella famiglia alle spalle e dunque ho vissuto una certa continuità, mentre altri ragazzi, che magari erano un po’ più sfortunati, avevano alle spalle situazioni un po’ precarie e qua al cFP trovavano un bel clima non solo per la formazione, ma anche dal punto di vista umano, perché c’era sempre qualcuno con cui potevi parlare, su cui potevi contare. io, ad esempio, arrivavo da un paesino e, negli anni in cui frequentavo la scuola, mi sono trasferito a Bra; non avevo più il gruppo di amici che avevo prima, quindi ho dovuto ricominciare a tessere rapporti; devo dire che stavo incominciando a fare amicizie sbagliate e che non ho deviato grazie ai salesiani e a quel clima che c’era al cFP. Arrivando da un paesino di campagna, ero un po’ ingenuo e di tante cose, di tante esperienze, non sapevo neanche dell’esistenza; mi sono ritrovato dall’oratorio del paesino a girare per Bra, a non sapere cosa fare e dove andare, a bighellonare per le strade della città facendo il bulletto. Fortunatamente ho trovato l’oratorio, sono entrato nella squadra di calcio della PGS5, facevo l’estate ragazzi, poi l’animatore; diciamo che questa diventò la mia seconda casa. Cosa ho imparato al CFP oltre ad avere imparato la professione di meccanico, penso di aver imparato ad essere un po’ più uomo, rispetto a prima. ho imparato a prendermi le mie responsabilità, ho imparato anche a pregare, cosa anche questa molto importante, che non ero capace di fare. Anche la parolina detta all’orecchio, come faceva don Bosco, l’ho imparata qua. non so se riesco a spiegarmi: avere un occhio di riguardo verso tutti, non essere egoista ecc. Ad esempio, prima, in casa facevo “l’ospite”, mentre, dopo la formazione, ho incominciato a far parte della famiglia e a fare qualche lavoretto anch’io, ad aiutare, magari a rinunciare ad uscire con gli amici per dare una mano in casa, a guardare mia nonna che era ammalata e abitava con noi; tante piccole cose che prima non mi passavano neanche per l’anticamera del cervello. Al centro mi è stata inculcata un’idea diversa che mi sto portando dietro anche adesso. 5 Polisportiva Giovanile Salesiana. 93 L’ambiente che educa il ramo meccanico mi piaceva moltissimo e l’ho scelto io, ma il fatto di venire a scuola dai salesiani è stato voluto dal mio parroco; conoscevo i salesiani come realtà, ma non conoscevo questo ambiente, non sapevo neanche dell’esistenza del cFP. quando il mio parroco me ne ha parlato, dicendo che era un bell’ambiente, mi ha detto che mi sarei trovato bene, che avrei imparato a fare il meccanico, che là c’era anche l’officina. lui conosceva bene l’ambiente, conosceva anche le mie predisposizioni e mi ha convinto a venire qua. A quei tempi, per venire in una scuola salesiana, bisognava essere “raccomandati”; c’erano tante domande e quindi loro davano la precedenza a ragazzi non dico “raccomandati”, ma segnalati dai parroci. Sono entrato grazie al parroco e qui mi sono trovato veramente bene. Penso che tutte le scelte che ho fatto più tardi siano state condizionate da questo ambiente: sia il lavoro, sia il mio stile di vita. Prima di venire dai salesiani, ad esempio, la domenica mattina dormivo, non andavo a messa. Sono così come sono, con pregi e difetti, anche grazie a questo istituto, ai salesiani che ci sono e che c’erano. Purtroppo molti li ho già visti andare via o, ancora peggio, mancare. Sicuramente non deve mai mancare l’ambiente salesiano come lo ricordo io, quindi il cortile, lo stare in mezzo ai ragazzi, il giocare con loro, il vivere anche alcuni momenti fuori dall’aula, insieme a loro, cosa che, ogni tanto, per motivi di burocrazia o per i tempi che sono sempre stretti o per la fretta, viene meno. Magari si tratterebbe di mettere da parte la burocrazia, qualche volta, anche se non si può, altrimenti non arrivano i fondi, non arrivano i corsi; penso che l’aspetto più importante sia stare in cortile con i ragazzi, dire loro una parolina all’orecchio. quando si vede il ragazzo un po’ più triste, è importante provare a parlargli, stare con lui, fare un pochino i papà o meglio ancora i fratelli maggiori. Secondo me, questo è un aspetto che non deve mancare. Poi, in questo centro, la professionalità c’è, gli insegnanti sono validi, sono persone capaci. È emozionante ricordare cose che magari sono in un cassettino riposto del cervello, che non tiri mai fuori. È stato emozionante ricordare i miei insegnanti non come sono oggi, ma come li vedevo allora. Mi ricordo quello che mi hanno dato, quello che mi hanno lasciato, ricordo l’ambiente, questo cortile, non come è adesso, ma come era allora, ricordo i miei insegnanti e la grande pazienza che hanno avuto con me, cosa che allora non notavo, non vedevo; a quel tempo, credevo fossero dei “rompiscatole”, adesso mi rendo conto che stare dall’altra parte è dura, è difficile, perché magari arrivi al mattino coi pensieri tuoi, hai problemi in famiglia, ma non li puoi esternare, perché altrimenti hai già compromesso la mattinata con i ragazzi; devi essere paziente, anche se devi ripetere cinquanta volta le stesse cose, devi fare il sorriso, anche quando non ne hai voglia. Mi sono reso conto di tutte queste cose mettendomi adesso nei loro panni. È dura, però ti dà delle soddisfazioni che nessun’altro lavoro ti dà (intBra2). 2. IL CFP COME CONTESTO IN CUI IMPARARE AD ASSUMERSI RESPONSABILITÀ A. (intVr4) lavora oggi per un’organizzazione non governativa norvegese, la Norwegian Refugee Council (nRc), nella sede colombiana di Bogotà. il suo percorso ha preso avvio nel cFP salesiano “San zeno” di Verona nella prima metà degli Anni ’90. Dopo il cFP e l’istituto tecnico, ha continuato gli studi negli Stati Uniti e in italia. A differenza degli altri, ha inviato per e-mail le sue risposte alle 94 domande dell’intervista. ci offre il ritratto vivace di alcune figure di docenti e di un ambiente educativo complessivo che l’hanno stimolato ad assumersi responsabilità per sé e per gli altri. Ricordo il mio passaggio dall’essere poco più di un ragazzino all’essere adulto. il cFP mi ha permesso di affrontare quel passaggio in un ambiente sano e costruttivo, anche se a quell’età non lo capivo del tutto. l’impegno per il prossimo, in particolare per i giovani, è il messaggio centrale di un centro educativo salesiano. Si tratta di un impegno genuino, basato su una formazione al tempo stesso professionale e umana. il cFP mi ha insegnato a lavorare duro, con impegno e professionalità. la formazione grafica mi ha insegnato molto: pulizia, precisione, ordine, gusto e senso estetico. Un ambiente simile l’ho poi rincontrato nei centri salesiani di mezzo mondo, che ho avuto modo di visitare: USA, Sudan, etiopia, Kenya, Messico, colombia, Timor est. Realtà diverse, culture differenti, ma accomunate dallo stesso denominatore: l’amore per i ragazzi, particolarmente i più disagiati, per dare loro un futuro, basato su un lavoro dignitoso. lo sforzo è quello di prepararli a una vita da adulti responsabili sia in famiglia che nelle loro comunità. l’etica del lavoro, l’importanza della professionalizzazione e della formazione continua, l’onestà, la generosità e l’impegno sociale: questi sono i valori che ho acquisito al cFP. Un’esperienza decisiva di quand’ero al cFP è stata l’incontro con giovani salesiani indiani, africani, sudamericani e filippini, che frequentavano corsi di aggiornamento o erano di passaggio nel nostro centro. Sono stati loro ad aprirmi gli occhi sul mondo: da quegli incontri è scaturito il desiderio di viaggiare, di conoscere il mondo, non da turista, ma per fare qualcosa di importante, per me e per gli altri. nel 1999, un salesiano laico mi ha proposto di trascorrere un’estate in Brasile, da volontario. quell’esperienza è stata fondamentale, nel mio cammino umano e professionale, che mi ha visto perseguire studi prima negli USA e poi in italia e mi ha portato a lavorare in Africa, in europa, in Sudamerica e a visitare mezzo mondo. Senza quegli incontri con i giovani salesiani stranieri e senza quella prima semplice opportunità di fare un’esperienza di volontariato in Brasile, oggi non mi troverei dove sono e non sarei diventato la persona che sono ora. ci sono stati tanti grandi maestri, nella mia esperienza al cFP, persone serie, impegnate, oneste, con personalità differenti, ma tutte con una grande passione per la Formazione Professionale e per i giovani. Mi colpivano la professionalità, l’impegno, la presenza umanamente ricca, tipicamente laica, di diversi salesiani laici, ma anche di giovani insegnanti non salesiani. ho un ricordo speciale di G., forse il meno “tecnico” di tutti gli insegnanti, ma il più dotato di umanità; un salesiano vero, un’anima creativa, dolce e generosa, anche se talvolta perdeva le staffe e si lasciava andare ad un linguaggio “da stamperia”, ambiente dove aveva lavorato per anni, prima di diventare salesiano. ciò che colpisce di G. è la sua dedizione totale per i giovani. Simpatizzava sempre per i giovani “più matti”, le “teste calde”, che spesso finivano nell’ufficio del direttore per motivi disciplinari; uscendo da là, spesso andavano ad incontrare proprio G., nel suo indimenticabile ufficio, che era per noi come uno spazio protetto, dove potevamo fare quattro chiacchiere in pieno relax, sapendo di dialogare non con un professore, ma con un amico. G., seppure avanti in età, era il più moderno degli insegnanti, il più fedele all’idea di Don Bosco di “amare ciò che amano i giovani”. era sempre informato di ciò che sta a cuore ai giovani, attento a mode e sviluppi sociali. ci ha insegnato anche il gusto per il buon vino, per la poesia e per lo stare insieme, in comunità. Vino, poesia, creatività, etica del lavoro, amore per il prossimo: tutto questo fa di G. una persona indimenticabile. questi insegnanti sono stati tra i pochi a sostenere le mie scelte degli ultimi dieci anni, che mi hanno visto trascorrere prolungati periodi all’e95 stero, lontano dalla famiglia e dagli amici. la cosa più importante che ho imparato da loro è l’etica del lavoro: il valore e la cultura del lavoro, l’onestà, la promozione dell’iniziativa personale, che è un valore, ma solo se si accompagna al senso di comunità e all’impegno sociale. nella mia esperienza di lavoro con una ong in Sudan, ricordo l’affermazione di una suora, che mi vedeva spesso in mezzo ai ragazzi e ai bambini sudanesi: “n., sembri più salesiano dei salesiani”. la frase mi colpì molto e mi fece molto piacere. l’anno scorso, durante una visita di monitoraggio in colombia, in qualità di consulente educativo, una collega mi disse: “nessuno degli esperti venuti da fuori ha mai dimostrato tanto entusiasmo e un interesse così genuino nei confronti dei nostri studenti”. credo che queste frasi dicano un po’ il rapporto che c’è tra la mia formazione al cFP e la persona che sono oggi. credo che un cFP salesiano – in qualunque posto del mondo – si debba distinguere per l’altissima professionalità e debba permettere ai giovani di essere competitivi in un mercato del lavoro che cambia in modo vertiginoso. Sono importanti gli investimenti nell’infrastruttura, nelle attrezzature e nelle macchine, ma soprattutto quelli sui formatori, maestri di lavoro e di vita. il profilo degli insegnati di un cFP dev’essere alto; si deve investire su di loro, anche attraverso la formazione continua, e retribuirli bene; la parola chiave è “formatori”, non solo insegnanti, esempi per i ragazzi o, come si dice in inglese, role models; l’ambiente altamente professionale e tecnico dev’essere anche un ambiente umanamente ricco, dove i giovani possano imparare i valori dell’onestà, l’etica, l’impegno sociale e il critical thinking, ovvero la capacità di pensare con la propria testa, di fare domande e non dare nulla per scontato. la Formazione Professionale dev’essere allineata con il mercato del lavoro e innovare in continuazione i mestieri; in quest’epoca di altissima tecnologia, dove nemmeno la laurea è garanzia di lavoro, la Formazione Professionale dev’essere vista non più come un fine, ma come un passaggio formativo che permette al giovane di crescere anche come uomo. ho scritto queste risposte con un sorriso stampato in faccia, ripensando a quegli anni bellissimi e alle persone speciali che ho incontrato al cFP (intVr4). 3. UN APPROCCIO CENTRATO SUL FARE e. (intVr3) ha 45 anni, è ingegnere meccanico e lavora come formatore di area informatica all’istituto salesiano “San zeno” di Verona, dove ha studiato, e in un’altra società, sempre legata ai salesiani. la sua storia racconta come un approccio formativo centrato sul fare stimoli la curiosità di mettersi a cercare. non tutto ciò che si apprende passa dal fare, ma ciò che si impara facendo assume una densità del tutto particolare. compio gli anni fra quindici giorni, il sedici di agosto; non è casuale perché è il giorno della nascita di don Bosco; l’ho scoperto vent’anni dopo aver frequentato il cFP. Attualmente sono un professionista nell’ambito della formazione tecnica, in particolare informatica. Mi occupo di formazione per lavoratori, nell’ambito delle tecnologie informatiche e su come le tecnologie possono essere di supporto alla didattica. lavoro con i salesiani, dove mi sono formato, e con edulife, una società patrocinata dai salesiani. Per quanto riguarda il mio percorso formativo al cFP, mi piace ricordare la figura di un salesiano in particolare, don B. A quel tempo, nel 1978, era direttore del san zeno o del cFP, adesso non ricordo bene, ma comunque era una figura di rife96 rimento. Sono arrivato al san zeno presentato da un parente, don o., un secondo cugino di mio padre; da parte mia non avevo idea di che cosa fare, però mi piacevano le cose pratiche e, anche se l’indicazione di orientamento alle medie, se ricordo bene, era stata per un istituto tecnico, io scelsi il cFP, perché era qualcosa di pratico e mi incuriosivano questi aspetti. c’è da dire che, in quell’anno, della mia classe delle medie, su circa ventisette, avremmo continuato gli studi in tre: qualcuno è andato a lavorare in campagna, perché magari aveva la campagna, e qualcun altro è andato a lavorare in fabbrica, a fare scarpe o cose simili. il fatto che io fossi orientato verso un istituto tecnico e scegliessi il cFP, oggi, sarebbe un po’ strano, mentre a quel tempo era abbastanza normale; si trattava comunque di un modo per continuare nella scuola superiore. il fatto di frequentare il cFP al San zeno, in un contesto salesiano, era comunque orientativo. Ricordo sempre che, come assistente, avevamo don S., altra figura salesiana di riferimento; lui e d. B. mi hanno orientato a seguire, oltre che il cFP, anche l’iTi. Dunque ho fatto il percorso dei tre anni di cFP, fino alla specializzazione, e poi ho continuato alla sera, per altri tre anni, fino al diploma. Al quinto anno, un’altra figura salesiana che ricordo con affetto, don c., mi ha orientato ulteriormente dicendo che – eravamo nel 1984 – sarebbe stato opportuno che avessi continuato gli studi; la scelta cadde su ingegneria meccanica. È stato impegnativo per la mia famiglia, perché non era preparata a un percorso universitario che poi avrei svolto a Milano, però si sono fidati dell’orientamento dei salesiani, che avevano conosciuto anche partecipando al comitato dei genitori, e poi di me; avevamo fatto un patto: “Ti manteniamo, però tu impegnati al massimo e non disperdere energie”. Del cFP ricordo che feci la specializzazione come montatore meccanico e che fui primo assistente; da quell’anno, infatti, il 1980, don B. scelse di coinvolgere gli studenti che si iscrivevano all’iTi serale come assistenti di laboratorio al cFP diurno. quell’anno fu il primo in cui il san zeno scelse di fare questa proposta; io e un mio compagno di classe accettammo. quindi restai molto legato ai salesiani anche durante gli anni della scuola tecnica serale e questo mi diede l’opportunità di fare esperienza nell’ambito della formazione, con ragazzi che avevano uno o due anni in meno di me. Dell’esperienza al cFP poi ricordo il gruppo, la classe, e poi ricordo l’assistente salesiano che ci seguiva; c’era una particolare cura da parte dei salesiani nell’essere proprio di supporto, al di là del percorso scolastico; don S. ci faceva proprio da assistente nelle singole discipline; c’era insomma una specie di orientamento che favoriva la crescita in quel periodo adolescenziale. Ricordo che c’erano i famosi “buongiorno”, cioè un quarto d’ora, una mezz’ora, adesso non ricordo bene, di avvio della giornata, in cui non si iniziava subito con la scuola, ma si faceva una specie di introduzione alla giornata, un avviamento. c’erano poi anche dei momenti extra-scolastici, dove si facevano delle esperienze particolari: ritiri, gite, dove si metteva in evidenza non soltanto il bisogno di contenuti, ma anche di un particolare contesto; si faceva ad esempio una passeggiata, che non era un’attività semplicemente legata a un obiettivo di Formazione Professionale, ma diventava un momento di aggregazione importante, al di fuori della scuola. questa è una caratteristica che vedo anche adesso e che ha una valenza salesiana: il fatto di mettere assieme lavoro, studio e gioco, in modo tale che ogni persona, in questo contesto, trovi il modo di esprimere il meglio di sé. Poi ricordo chiaramente gli aspetti legati al lavoro nel cFP; avendo poi seguito il percorso dell’istituto tecnico e dell’università, mi chiedo quale sia il senso pratico di un ingegnere che ha frequentato solo il liceo; anche se avesse frequentato l’istituto tecnico, non cambierebbe molto: arriva a laurearsi progettando dei componenti, facendo delle scelte tecniche, senza aver mai toccato o provato a montare e smontare qualcosa. ecco, mi sembra una modalità un po’ astratta. io mi ritenevo fortunato del fatto che, quando c’erano delle attività di progettazione nel gruppo di lavoro che avevo all’università, ero io quello che 97 sapeva dare delle indicazioni chiare e operative, perché ero l’unico che aveva un’esperienza di laboratorio – quasi tutti gli altri provenivano dal liceo o dall’istituto tecnico – e questo sicuramente mi avvantaggiava. D’altra parte, però, c’è da dire che ho avuto più difficoltà degli altri nell’imparare a studiare, nel senso che, essendo più dedito alla pratica, poi, di fronte a chi aveva fatto un percorso liceale, più strutturato nel metodo di studio, ero svantaggiato. Però, una volta superato quell’ostacolo, ho condotto e concluso il percorso nei tempi canonici. l’esperienza formativa che ho vissuto al cFP ha sicuramente valorizzato una mia propensione, un mio atteggiamento, un mio modo di pormi, sia nella professione che nella vita, che è molto legato all’esperienza e al rendere pratiche le cose; ho dei punti di vista molto concreti e poco, diciamo così, intellettuali. Sicuramente il cFP ha fatto proprio un approccio che mi ha permesso di realizzarmi al meglio in questo mio modo di pormi; non è detto che sia il migliore, perché poi ci si rende conto dell’importanza che assumono anche gli elementi intellettuali e l’astrazione. nel cFP si è fatto un percorso di studio che potrebbe fare anche un lavoratore: dall’officina può passare ad essere un capo-officina, un perito e poi un progettista ingegnere. Per me, il percorso fatto è stato basilare, importante, perché mi ha permesso di sperimentare e di avere gli approfondimenti successivi e andare a soddisfare tutte le mie curiosità. Mi ricordo ancora quando, dopo che ho fatto il cFP e stavo concludendo l’iTi, ho pensato: “Beh, a questo punto, mica mi fermo! Devo andare avanti, perché devo approfondire questa curiosità che ho di conoscere le cose!”. interessante è stato l’approccio del cFP almeno dal punto di vista emozionale, perché è prevalentemente centrato sul fare; è dal fare che poi nasce la curiosità di capire il perché e, di conseguenza, è il fare che motiva a cercare e anche a studiare; dal fare, che è alla portata di tutti, poi si possono stimolare gli altri interessi che alimentano la motivazione allo studio. Tra l’altro, allora non erano in molti a continuare gli studi; il cFP era considerato una delle opzioni; il liceo, per chi arrivava dalla provincia, come me, era visto come una cosa molto astratta, che prospettava un percorso interminabile; al massimo si poteva considerare l’istituto tecnico. la sensazione è che negli ultimi tempi la situazione sia cambiata: anche chi arriva dalla provincia, per non dire dalla campagna, e va al liceo, cosa va a fare poi, se non va l’università? il modello delle professioni attuali è diverso rispetto a trent’anni fa; allora, la scelta del cFP rientrava nella norma, adesso il cFP è visto come l’ultima spiaggia per chi probabilmente non è portato allo studio. A quel tempo era diverso e probabilmente oggi il cFP assume un valore ancora maggiore di allora, rappresenta quasi l’unica opportunità per chi rischierebbe di non avere altri percorsi di studio. nella mia memoria c’è sicuramente il ricordo della prima lezione di officina con M., altro salesiano, coadiutore, che era tornato da una missione in Vietnam e faceva laboratorio al primo anno; ricordo il primo argomento, al tornio: la ripresa dei giochi dei carrelli. il gioco che la madre vite può avere – poteva anche esserci un errore di mezzo millimetro tra l’avanti e il dietro del carrellino che girava – determinava errori evidenti nelle lavorazioni; mi ricordo chiaramente che M. ci diceva: “Attenzione, ricordatevi…”, perché quelle che avevamo non erano macchine aggiornatissime. Adesso, con le macchine a controllo numerico, ci sono dei sistemi di compensazione. il passaggio dall’avere a disposizione un attrezzo da usare al capire come usarlo, per non commettere errori, è diventato un elemento di stimolo; uno è portato a utilizzare uno strumento pensando che quello che c’è dentro sia un problema che non lo tocca; in realtà è un problema mio anche quello, perché sono io che uso la macchina e devo perciò essere consapevole di come usarla. Un altro passaggio che ricordo, in laboratorio di saldatura, è su una cosa che allora non condividevo, una banalità: dovevamo imparare a saldare con la saldatrice elettrica su lamierini, dovevamo fare un cumulo di lamierini, praticamente, ed era impossibile saldare in elettrico dei lamierini cosi sottili – io dicevo che 98 non era possibile –, ma dovevamo fare così perché dovevamo imparare ad essere precisi. Un altro aspetto che ricordo, sempre in officina, era il montaggio delle apparecchiature, dei trapani; il montaggio doveva essere molto solido, perciò doveva essere fatto con differenza di temperature, riscaldando gli elementi in modo tale che la dilatazione favorisse l’inserimento del perno e poi il raffreddamento andasse a creare un componente più solido. Un’altra cosa che ricordo è che, in aula, quando si entrava nelle materie, diciamo così, umanistiche, l’insegnante di cultura, don R., aveva il suo bel da fare a fare in modo che fossimo interessati ad una materia come quella; però anche lui aveva un certo senso pratico, era comunque salesiano, cresciuto con quella cultura, e trovò il modo per farci piacere un complemento che era di tipo culturale, per avere almeno delle conoscenze umanistiche di base, di italiano ma soprattutto di storia. Ricordo che uno degli argomenti era il sessantotto: è riuscito a coinvolgerci con delle rime; ogni volta che ci trovavamo, raccontavamo, quasi come fosse una poesia, un brano che interpretava un po’ le motivazioni del movimento del sessantotto. Mi ricordo che era quasi una poesia sui conflitti sociali; me ne ricordo ancora un pezzo a memoria. c’era lo sforzo di dare anche delle basi culturali di tipo umanistico, in un contesto molto orientato all’agire, all’operatività. Parlando di don R., ricordo che avevo un compagno di classe con dei problemi di droga; l’unica droga, a quel tempo, era l’eroina; non riusciva a stare attento e provocava; questo spazientiva don R. che un giorno gli diede un ceffone e lo fece andare per terra. lo ricordo come un fatto di folclore, perché poi c’è stata anche una reazione da parte del ragazzo. Fu comunque l’unico momento in cui don R. perse la pazienza. Poi ricordo un altro insegnante, don l.; matematica, primo anno, primo compito in classe: l’unico quattro della mia vita l’ho preso quella volta. ho pensato: “Se comincia così…!”; comunque andò male a tutta la classe. Don T., in tecnologia meccanica, ci dettava, ci faceva scrivere quello che c’era già sul libro, ce lo faceva copiare sul quaderno. Sicuramente una persona che nella mia storia riconosco come esemplare è stato don B. che, proprio per la sua super sensibilità nel gestire le relazioni, ha avuto una forte influenza su di me; ha fatto sorgere un comitato di genitori che animava un po’ il tempo libero e faceva diventare l’ambiente salesiano un contesto dove non c’era solo la scuola ma anche la famiglia: una volta organizzavano la castagnata, una volta il carnevale; a quei tempi, non era scontato. ecco, guardando le cose adesso, da adulto, è proprio quello lo stile con cui io mi approccio alla vita di relazione; sicuramente quello di don B. è stato un esempio: la sua capacità di trovare il buono nelle persone, di credere nelle relazioni e quindi di valorizzarle, di coltivarle, perché prima o poi saranno di aiuto per continuare e per sviluppare ulteriormente una propria visione della vita. questo suo approccio, che tuttora è insuperabile in lui, lo ha portato anche a riuscire in ogni momento a individuare le persone giuste, a contattare le persone giuste affinché alcuni progetti potessero partire, dando fiducia veramente, consapevole che, se anche ci fossero stati degli errori, non sarebbero stati così cruciali ma sarebbero stati normali incidenti di percorso, e riconoscendo che c’era del buono. ecco io mi riconosco in questo atteggiamento; è un po’ l’atteggiamento che è stato importante anche nella storia di don Bosco; è un pezzettino di salesianità che fa parte del mio modo di pormi. Da un punto di vista specificatamente professionale, al cFP ho imparato cose che poi non ho mai applicato nella realtà, perché non ho mai svolto quell’attività; ho fatto uno stage e mi sono anche divertito, ma è scoprire come funzionano e come si fanno funzionare le macchine che mi piace; dal punto di vista prettamente tecnico mi piace, mi soddisfa, nonostante faccia un lavoro che è molto sulle relazioni; essendo un tecnico, un formatore sulle tecnologie, questo mi porta a saperle comunicare con estrema semplicità e in modo che risulta generalmente gradito anche ai partecipanti ai corsi che tengo. Da un punto di vista umano, come scuola di vita, al cFP ho sicuramente imparato un 99 forte senso del rispetto, la valorizzazione delle persone indipendentemente dalla loro capacità di esprimere quello che vogliono, quello che pensano, la capacità di capire e credere che in ogni persona c’è del buono che ha bisogno di essere messo in luce, se già non fosse evidente. questo l’ho visto su di me; è stato l’orientamento che ho ricevuto dai salesiani. la mia famiglia non era di cultura elevata; nel fare le scelte per i figli, per i miei genitori non era facile orientarsi; oggi, le cose sono diverse, forse perché è cambiato il contesto, il livello culturale generale. ho imparato dal cFP che le occasioni non si devono perdere; quando c’è del buono da valorizzare bisogna non aver dubbi nel valorizzarlo. la mia esperienza al cFP ha contribuito al mio sviluppo personale e professionale. Dal punto di vista professionale, vorrei riportare una battuta che ci facevamo sempre con i compagni di classe. S. era entrato all’iTi, senza provenire dal cFP, ed era segnato a vista: “ma tu non hai fatto il cFP!”. era un tipo molto curioso e voleva capire le cose e, quando faceva delle domande, gli rispondevamo: “Sai perché fai queste domande? Perché non hai fatto il cFP!”. Anche oggi, ogni volta che mi fa una domanda, gli ricordo che lui non ha fatto il cFP. questo episodio è rappresentativo del fatto che avevamo consapevolezza del valore di questo approccio molto orientato al fare. È proprio un’esperienza peculiare. nell’approfondimento teorico, uno bene o male si documenta; per carità, non è scontato, però il fare ha bisogno di qualcosa in più, ha bisogno di un contesto, di attrezzature, non è così immediato; mentre il sapere, bene o male, lo puoi ricostruire anche con internet, con la documentazione, con strumenti più accessibili di un laboratorio con le sue attrezzature. questo ci ha permesso di capire le cose non perché le studiavamo, ma perché le usavamo e questo è un aspetto che, io credo, mi ha condizionato positivamente tutta la vita: sono diventato molto pragmatico e riesco a dare delle interpretazioni che chi non ha fatto il cFP qualche volta fatica a cogliere, perché è molto più legato all’astrazione; la mia astrazione invece è molto limitata, a volte me ne accorgo. Per carità, tutto è relativo, però, quando ci sono delle cose pratiche, trovare una soluzione diventa una cosa molto più rapida, molto più veloce per me; quando si hanno dei problemi, ci si rende conto di chi sa risolverli e di chi non ha un approccio orientato alle soluzioni; questo deriva molto dal cFP e comunque è una mia attitudine che il cFP ha potenziato. essere formati sul fare rende più capaci di problem solving, rispetto a una persona che è abituata all’astrazione; chi si è formato più su questo versante, è più portato ad affrontare e risolvere i problemi; d’altra parte, se pensiamo ai percorsi di formazione dei giovani, sono pochissimi i contesti attuali in cui i giovani sono portati a confrontarsi con il fare, perché loro devono confrontarsi normalmente con un testo classico o devono imparare delle teorie, lavorando molto a livello di logica; mio figlio, che ha quindici anni, ha una capacità logica eccezionale, però con lui mi sto preoccupando di tenere aperto un canale anche sul pratico; mettere le cose sul pratico alla fine ti porta a confrontarti con l’esperienza, con contesti reali, e il contesto reale ti porta inevitabilmente a sapere, ad esempio, lo dico banalmente, quanto quella vite vada fissata perché possa funzionare senza rompersi; questo sapere passa dall’esperienza di averla già rotta durante un’attività; il fare ti porta a capire il limite delle cose e ti porta a essere là dove chi non ha fatto l’esperienza pratica non è. non c’è nessun contesto, tranne il cFP, dove si possa fare questo tipo di esperienza. È chiaro che ci sono ambienti dove la capacità di astrazione è rilevante, e in questi uno che ha fatto il cFP si sente meno a suo agio, perché non è stato formato culturalmente a questi elementi, però abbiamo detto che la vita è fatta di quotidianità e di aspetti che, nella maggior parte dei casi, diventa importante risolvere. Di fatto il lavoro che faccio oggi deriva dalla mia storia di formazione: da un lato ho una certa sensibilità nel gestire nel modo migliore possibile le relazioni con le persone e nel fare in modo che da queste relazioni possano emergere ulteriori opportunità, ricchezza e valori; così è stata un po’ l’esperienza che ho 100 vissuto all’interno del contesto salesiano; l’altro aspetto che ho maturato, mettendo insieme anche l’aspetto pragmatico, è la capacità di risolvere situazioni tecniche, ma anche questa capacità di porsi di fronte a qualsiasi tipo di problema, credendo che ci sia una soluzione; si tratta di studiare o di capire dove è la soluzione, ma una soluzione ci deve essere. questo è un aspetto etico e anche pratico, che spesso mi favorisce e quindi diventa un mio modo di pormi; quando mi viene posto un quesito, non dico che non lo so risolvere, ma riesco a dire: “secondo me, la soluzione può essere questa”; a volte la mia risposta non è proprio centrata, ma comunque so cogliere subito d’istinto dove potrebbe essere la soluzione e so assumermi la responsabilità di cercare e di trovare una soluzione. Sono un formatore tecnologico, ma sono anche una persona coinvolta nel fare in modo che le tecnologie possano essere da supporto nella formazione; è l’esperienza che sto facendo, negli ultimi anni, grazie anche all’attività su cui edulife si è focalizzata e su cui finalmente stiamo facendo delle esperienze direttamente con degli insegnanti anche al San zeno; si tratta di cercare il miglior canale di comunicazione con i ragazzi, senza voler mettersi a imporre il proprio. Alla fine il formatore è come uno che deve vendere un prodotto e, se l’altro non lo compra, nel senso che non lo fa proprio, vuol dire che tu non sei capace di venderlo, non che l’altro non è capace di sceglierlo. questa è una sintesi da tecnico, che deriva anche dall’esperienza che sto facendo; la questione è come passare dall’apprendimento all’insegnamento, dalla centralità sugli insegnanti, alla centralità sugli studenti. ecco mi sento di dire ai docenti che chi non si sente di fare questo sforzo – di pensare di essere lui il problema, se un ragazzo non capisce – non impara; il problema non è il ragazzo che non comprende. Da questo punto di vista poi le tecnologie favoriscono, perché i ragazzi sono nati con le tecnologie e quindi, se le utilizziamo, utilizziamo dei canali che favoriranno la loro capacità di comprendere. Facilitano il lavoro dell’insegnante, il lavoro di trasmettere, di vendere il suo prodotto, il contenuto che vuol passare al ragazzo; visto che parliamo di migranti e di nativi, i nativi, in questo caso, sono i ragazzi, mentre i migranti sono gli insegnanti; non ci si deve preoccupare di essere migranti, perché credo che questo sia un passaggio anche per lavorare meglio. ho fatto uno sforzo notevole nel ricordare; lavoro tuttora nella scuola dove ho fatto il cFP e rivedo quasi tutti gli insegnanti che mi hanno formato, per cui da un lato il rischio è che, entrando nell’abitudine, si perdano alcune esperienze. quando incontro un insegnante che non vedo da vent’anni, probabilmente mi si attivano più ricordi. Da un certo punto di vista, mi sembra di aver detto le cose che vivo tutti i giorni, anche se, in realtà, ho dovuto sforzarmi un po’di fronte alle domande, per ridare valore a degli eventi che per me sono diventati scontati. ho cercato di tornare a guardare queste figure con gli occhi con cui li guardavo allora. Simbolicamente, il corridoio della scuola che io attraverso tutti i giorni, mi fa memorizzare immagini che sono attuali. A M. probabilmente quel corridoio fa vedere un’immagine di trent’anni fa, mentre a me quel corridoio oscura il ricordo, perché lo vedo come il contesto attuale e non come era trent’anni fa; quindi forse per me diventa più difficile ricordare quello che è successo trent’anni fa (intVr3). 4. UNA FORMAZIONE CHE INSEGNA A RISOLVERE PROBLEMI D. (intBra6) è un piccolo imprenditore artigiano che ha frequentato il cFP di Bra dal 1987 al 1990. nel suo racconto mette l’accento sul carattere pratico di una formazione che fa diventare capaci di affrontare intelligentemente i problemi. 101 L’attività professionale Faccio l’antennista e mi occupo di tutto ciò che riguarda gli impianti elettronici, dal cancello, all’automazione, agli impianti elettrici. Sono un libero professionista dal 1999. ho cominciato a lavorare presso ditte della zona di Bra come addetto alle macchine utensili, ambito inerente alla formazione che ho ricevuto dai salesiani. Poi ho fatto il militare, come quasi tutti i ragazzi di diciotto anni dei miei anni, e mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto: ho incominciato a montare l’autoradio al colonnello avvicinandomi così alla parte elettronica del mio lavoro. Da militare ero caporale maggiore, addetto alle comunicazioni e quindi, quando facevamo i campi, dovevo allestire le comunicazioni. Poi la passione per queste cose mi ha portato a darmi da fare in questo campo e, a poco a poco, l’hobby si è tramutato in lavoro. quando sono tornato dal militare, sono andato a lavorare per un negozio di elettronica dove sono rimasto per quattro anni; vendevamo un po’ di tutto, dal “bianco”, cioè frigoriferi, lavatrici ecc., al “bruno”, cioè amplificatori, televisori, cellulari. Dopo sei anni, il mio datore di lavoro si è spostato in centro, aprendo un negozio un po’ più di nicchia, solo di telefonini, e allora mi sono trovato senza lavoro. ho preso i cinque milioni di liquidazione e li ho investiti e, piano, piano sono cresciuto, grazie al passa parola di clienti e amici. L’officina del CFP e l’ambiente di lavoro fuori Già negli anni della scuola facevamo degli stage nelle varie ditte di Bra. non guadagnavi niente, però serviva per formarti. c’erano alcuni che andavano in giro per Bra a fare niente, mentre io preferivo lavorare. Anche perché, se non lavori quando sei giovane, poi da grande è più difficile. il mondo del lavoro è diverso dall’officina del cFP, anche perché, nel mondo del lavoro, oltre che della tua formazione, devi interagire con tante persone che arrivano da ambienti diversi e magari vogliono farti le scarpe; allora incominci a farti furbo. Una volta bruciato, la seconda volta fai molta attenzione. Il volontariato ho fatto i primi due anni al cFP qui di Bra e il terzo anno dai salesiani di Fossano; spesso e volentieri ho modo di vedere sia w. che altri professori, M., perché vengo a fare qualche lavoretto qui dai salesiani. comunque, io, w. e B. siamo anche dei “Battuti Bianchi”, una confraternita che fa opere di beneficienza e cerca di aiutare don M. in Africa; abbiamo iniziato ad aiutare, sempre nel nostro piccolo, anche un’associazione che fa servizio per gli handicappati; alcuni confratelli nostri collaborano e allora da due anni a questa parte diamo un po’ in Africa e un po’ lì; quando vai all’associazione, esci con il cuore in mano perché è una realtà non facile. 102 Il clima Sono stato sempre benissimo al cFP, perché la parte della scuola era ben unita a quella del divertimento. Ricordo con piacere don B., che era il direttore di allora. Ricordo le sue tirate d’orecchie a me, perché avevo i capelli lunghi, oppure a quelli che avevano l’orecchino, oppure a noi che fumavamo di nascosto; parliamo del periodo che va dal 1987 al 1990. ho visto che, dopo venti, venticinque anni che sono tornato a fare scuola agli apprendisti elettrici, la realtà dei ragazzi di qua è preoccupante. Per noi i professori erano quasi come i genitori: i genitori ti vedevano quattro ore al giorno, i professori sei, sette ore; avevi rispetto per loro. Se il professore ti rimproverava, tu stavi zitto e andavi per la tua strada con la coda bassa. Adesso trovi persone irrispettose; questo però è un problema comune a tutte le scuole. La formazione pratica la cosa che faceva piacere è che facevi tantissima pratica, mentre nelle scuole più tecniche facevi solo ed esclusivamente teoria e quasi nessun laboratorio. con il senno di poi, dico che, se avessi studiato un po’ di più, nelle materie teoriche, come italiano e fisica, adesso sarebbe meglio; non è che adesso faccia fatica a stilare una lettera, però non mi viene subito. Solo che dico questo a trentasette anni, rispetto ai diciassette che avevo quando frequentavo il cFP. Mi piaceva lavorare in officina, poi mio papà ha sempre lavorato in una ditta di Bra che faceva cavi ponte per la Germania, una ditta che dava da mangiare a quattrocento famiglie al tempo e che più tardi, nell’82, è andata in fallimento. Sono stato sempre in mezzo al ferro; mio padre ha fatto il fabbro, lavori in ferro battuto e simili, quindi per me la scuola era quasi come essere a casa; ho trovato che qui a Bra erano molto più tecnici a livello di macchine utensili, mentre a Fossano erano più avanti con l’elettronica e la pneumatica. qui a Bra tutti i professori erano rigidi, non potevi sgarrare sulle macchine utensili, però poi questo ti tornava utile da grande. quando sei in un’officina grande, piccola o media, ti ritrovi magari i periti che hanno fatto l’iTi, che hanno fatto tanto disegno tecnico. loro però non capiscono che una cosa è disegnare un pezzo e una cosa è farlo; loro sono più teorici. qui, più che altro, parti dalla base, cioè dal pezzo di ferro, che magari G. non sapeva neanche che cosa fosse; per lui il ferro poteva essere quello che c’è nella carne! Da lì comunque cresci perché loro ti insegnano dalla a alla z, però molte cose vanno in automatico, giustamente; cioè, se la classe andava avanti a fare la famosa morsa – chiunque abbia frequentato questo cFP ha fatto la famosa morsa a coda di rondine come esito complessivo di un lavoro durante l’anno –, la lasciavano andare, se non ci riusciva, il professore ti aiutava. Però era bello iniziare da zero, imparare a usare le macchine, incominciare a capire che cosa facevi e non fare solo in automatico ma capendo perché lo facevi, cosa che non è sempre semplice. qui impari a crescere nel lavoro e come persona e impari ad aggiustarti, nel senso che, se trovi un problema, hai più facilità a risolverlo, perché hai conoscenze in più rispetto a un perito che ha studiato l’elettronica solo in teoria. Magari quello sa leggere meglio uno schema elettrico, però, a livello manuale, non sa togliersi dai pasticci. Magari sei in un cantiere e hai qualche problema e devi risolverlo da solo. io l’ho detto a tutti che qui ti insegnano a risolvere i problemi con più facilità rispetto che in altri contesti. nessuno nasce “imparato”, devi comunque crescere, e sono proprio quelle piccole malizie che ti aiutano a crescere. qui ti insegnano ad arrivare al prodotto finito partendo dal ferro 103 grezzo; c’è quello che rompe le scatole all’insegnante per chiedere aiuto; invece a me piaceva annaspare un po’; loro ti aiutano comunque a crescere. Poi, una volta avviata l’attività, facendo un lavoro dalla signora Maria, a mettere a posto il cancello, a mettere a posto la porta, hai la mente molto più sensibile e riesci a spaziare. Se tu hai la mente molto elastica su determinate cose, anche su lavoretti inerenti a cose diverse, e hai la flessibilità di capire la soluzione del problema, anche se non è strettamente legato al tuo lavoro, all’utente finale ti rapporti in maniera diversa; molti invece non rie - scono a uscire dal loro settore. qui fanno in maniera che il tuo cervello riesca a ricevere l’input e a trovare una soluzione al problema che si è posto. Anche scambiando due parole con gli allievi, la cosa che trovo predominante è questa: qui ti formano sul lavoro, ti danno delle basi molto solide – poi la realtà dell’azienda è un po’ diversa –, che vengono assimilate; i ragazzi sono un po’ come i bambini che assorbono come delle spugne; poi ti trovi con un bagaglio importante che ti viene in aiuto davanti ad alcuni problemi, anche senza che tu te ne renda conto. I docenti importantissimo era l’affiatamento che i professori avevano tra loro; erano molto affiatati e gli alunni si trovavano come il bambino con i genitori; se il bambino ha fatto una monelleria, va dalla mamma perché è più buona rispetto al papà; qui, se avevi fatto uno sbaglio da una parte o dall’altra, venivi sempre castigato, ma giustamente. lo facevi una volta, due e poi ti facevi furbo e cercavi di rigare dritto. Una cosa che si deve riconoscere è la disciplina; un ragazzo di quindici, sedici anni, se non gli dai un po’ di disciplina, fa molto in fretta a prendere una strada sbagliata. Tante volte ti facevano storie perché avevi l’orecchino, i capelli troppo lunghi o perché andavi a fumare una sigaretta di nascosto, e andava bene così, perché, vedendo adesso i giovani, posso dire che sono molto poco rispettosi, sia qui che in altre scuole. Tutti i professori erano in gamba, da w. a M. che ci faceva officina; poi c’erano c., M., che ci faceva disegno, D., che adesso è onorevole della Repubblica. Volevamo bene a tutti, perché sono brave persone. quando era giusto, ci rimproveravano e quando era giusto, ci elogiavano. i professori che sono qui comunque hanno il merito di essere coscienziosi; sono sempre dell’entourage dei salesiani, anche se non sono sacerdoti; sono molto coscienziosi e con un cuore grande. Stamattina w. mi ha telefonato per l’intervista e mi ha fatto piacere accontentarlo – piuttosto non vado a casa a mangiare –, non perché mi senta in debito con loro, ma perché mi fa piacere, e poi, quando una persona ha bisogno di una mano, è giusto dargliela. Sono sicuro che anche lui farebbe così per me. Si instaura un rapporto quasi come tra padre e figlio, tra insegnante e allievo; ovviamente nell’arco degli anni ti perdi di vista, però quando ti ritrovi è come ritrovare un amico che era andato via e rivedendolo è tutto come prima. Gli insegnanti che sono in officina mi dicevano che oggi i ragazzi sono meno rispettosi. Tutte le volte che mi chiamano a fare qualche lavoro qui, trovo l’ambiente molto cambiato, non per quanto riguarda i docenti, ma per i ragazzi. Se io penso a come ero alla loro età, c’è molta differenza. i professori adesso, se danno uno scapaccione a un ragazzo, vengono denunciati. 104 La disciplina e il lavoro Al cFP innanzitutto ho imparato la disciplina, perché non sembra ma, rispetto alle superiori, lì c’era davvero disciplina. Premetto che, fin dall’inizio, volevo venire qui al cFP, però il primo anno non c’era posto e allora sono andato all’iTiS, che non era una scuola per me: c’era troppa teoria e poca pratica. qui impari ad essere più disciplinato e poi ti insegnano effettivamente un lavoro. Prima stavo parlando con gente di qui che mi diceva che hanno rinnovato e stanno organizzando i corsi per parrucchiere ecc. Si esce da qui che comunque hai un mestiere; poi dipende da persona a persona, qualcuno ha una marcia in più rispetto ad un altro, però le basi sono state messe, un po’ come le fondamenta di una casa; poi c’è quello che riesce a sfruttarle di più e altri che invece le accantonano. Al cFP ti danno un’infarinatura su tutto, e poi soprattutto in meccanica sono molto preparati. La religione questa esperienza ti fa essere più vicino alla religione, a Dio, a pregare; qui c’erano le messe. Tu capisci che un ragazzino di quattordici anni o quindici anni ha altre cose per la testa, perché pensa al motorino, alla bici. quando uscivi da scuola pensavi a queste cose, allora riesci comunque a crescere anche come persona con determinati valori e quello che hai acquisito lo trasmetti ai figli. Sicuramente è importante tenere ai valori di sempre: mantenere le cose che si stanno facendo, avere tanta pazienza, anche perché i risultati li vedi dopo anni. Se tu fai una statistica di chi è uscito da qua, di che cosa fa o cosa è andato a fare, ti rendi conto se hai lavorato bene o meno bene, però questo si vede molto in avanti. 5. LA FORMAZIONE PRATICA CHE SERVE ANCHE AI DIRIGENTI M. (intFoss6), classe 1965, è ingegnere elettronico e responsabile dell’area tecnica di un’importante azienda meccanica. ha frequentato il cFP di Fossano tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli Anni ’80. nel suo racconto, mette in evidenza quanto la formazione pratica maturata al cFP, per quanto a tratti un po’ ruvida, gli sia servita nella vita personale e professionale. Il percorso formativo e professionale lavoro per un’azienda che fa macchine laser per la lavorazione della lamiera, in particolare il taglio. Sono responsabile dell’assistenza tecnica. oggi sono dirigente, mi occupo di postvendita, gestisco insieme ad altri collaboratori un gruppo elevato di persone sparse in tutto il mondo. Siamo circa trecentocinquanta, con un fatturato notevole, di milioni di euro. Sono un tecnico e ho avuto una formazione molto pratica, che è un po’ la chiave di tutto. Sono diventato manager per forza. Mi è andata bene all’interno dell’azienda, ho avuto la possibilità di seguire una parte molto tecnica, anche dal punto di vista gestionale. ho un senso molto pratico, che mi deriva certo dal carattere, ma anche dalla formazione di base che ho ricevuto, che mi ha permesso di essere una 105 persona molto pratica. lavoro in questa azienda dal 1994. ho fatto il cFP e poi ho proseguito facendo l’integrazione di due anni all’iTiS per poter prendere il diploma di perito meccanico; avevo seguito il corso di congegnatore meccanico. Già al cFP, per poter accedere all’iTiS ho fatto l’esame da privatista; è stata un’esperienza bellissima. Poi mi sono iscritto al Politecnico, ho dovuto fare un corso integrativo di matematica, perché all’iTiS, in quinta, non c’era matematica; è un peccato, perché a me piaceva molto e io andavo bene in quella materia; credo di essere stato il più bravo della classe, fino al quarto anno; il liceo scientifico in matematica ti dà una formazione diversa, più orientata all’università. ho fatto questo corso integrativo gratuito, dopo di che è cominciata l’avventura universitaria. Devo dire che all’inizio ho trovato qualche difficoltà. ho sempre studiato poco, a scuola andavo bene nelle materie tecniche ma non in italiano; del resto, le materie tecniche mi piacevano molto e io imparavo ascoltando le spiegazioni, le interrogazioni; all’iTiS ho vissuto praticamente di rendita, perché il cFP mi ha dato una preparazione veramente forte dal punto di vista tecnico: disegno, meccanica ecc. All’università bisogna studiare, lì non c’è verso di sopravvivere senza studio. io non sono mai stato un grande studioso, ho faticato un pochettino, poi ho cominciato a lavorare già durante gli studi. lavoravo il venerdì e il sabato e poi, durante l’estate, nell’azienda in cui lavorava mio padre. lì ho trovato una persona che mi ha insegnato a fare piccole macchinette elettriche, ma già dall’iTiS ho incominciato ad interessarmi delle cose elettriche. Al Politecnico ho fatto elettronica; ero perito meccanico e mi sono iscritto ad ingegneria elettronica; sono andato fuori corso, anche perché il sabato lavoravo e la domenica riposavo; il mio percorso all’università è stato un po’ lungo e travagliato. Poi sono partito militare e ne ho fatto solo una parte, perché giusto quell’anno sono uscite delle normative che, se avevi dei fratelli che avevano fatto il militare, potevi essere esonerato; sono andato a Fossano, nei carabinieri, e per quei mesi mi hanno pure pagato. Tornato dal militare, ho finito gli esami e nel frattempo ho aiutato mio cognato ad aprire un negozio di componenti audio, che non centrava nulla con il mio percorso di studio, ma mi permetteva di mantenermi i divertimenti e le vacanze. Mi sono laureato in ingegneria elettronica con indirizzo automazione; volevo coniugare la meccanica elettronica con l’automazione; dopo questo ho cominciato a far circolare un poco il curriculum e così sono entrato in azienda. Poi, tranne un piccolo intervallo di otto mesi, sono praticamente sempre rimasto nella stessa azienda. quando ho fatto il colloquio mi hanno detto che bisognava un po’ sporcarsi le mani. A questa affermazione, mi sono cadute le braccia, perché io ho sempre lavorato con le mani e pensavo che con la laurea avrei fatto il progettista. Stiamo parlando del ’93; era veramente un periodo critico, eppure ho trovato subito lavoro in questa azienda, dove mi hanno detto che c’era da lavorare in officina a fare la messa in funzione del collaudo delle macchine a controllo numerico, praticamente dei robot cartesiani. in realtà loro mi hanno preso per farmi fare il responsabile di questo gruppo di persone; infatti dopo pochi mesi sono diventato responsabile; facevo però anche istallazione delle macchine presso i clienti; insomma mi sono fatto una bella gavetta. ho fatto questo mestiere per un paio di anni e poi c’è stato un primo passo verso la progettazione, dopo di che mi sono licenziato; non mi piacevano né il reparto, né il responsabile. ho trovato lavoro in un’altra azienda vicino ad Alba, che faceva automazione; sono andato lì e ho scoperto che fare progettazione forse non mi piaceva come invece pensavo: stare seduto in un ufficio non era per me, io avevo bisogno di muovermi, di vedere le macchine, non riuscivo a stare fermo; dopo qualche mese, già cercavo un altro posto. ogni tanto tornavo nell’azienda di prima a prendere dei documenti e per caso il mio vecchio capo, oggi amministratore delegato, mi ha chiesto come andava; io, che sono una persona abbastanza trasparente, gli dissi come stavano le cose e lui mi fece un’offerta di lavoro come responsabile della qualità dei 106 prodotti; allora sono tornato nell’azienda di prima, ho cominciato ad occuparmi di qualità del prodotto e poi di qualità a livello aziendale; ho fatto qualche anno così, però dal punto di vista tecnico non è che lavorassi molto; incominciavo ad essere un po’ stanco; ad un certo punto si licenziò il responsabile dell’area tecnica e mi chiesero se volevo farlo io; era il settembre del 2001, qualche giorno prima dell’attentato alle torri gemelle; me lo ricordo bene. Sono ancora lì a fare quello; nel frattempo, son cresciuto io, è cresciuta l’azienda, abbiamo aperto molte filiali in tutto il mondo; adesso giro parecchio; anche se a volte mi occupo di dettagli puramente tecnici; il mio è un lavoro prevalentemente gestionale. l’azienda è diventata grande, quindi bisogna fare margini, assicurarsi che i clienti siano contenti, che il prodotto sia sempre a livello ecc. e noi ci divertiamo molto. L’esperienza al CFP Per quel che ricordo, quella del cFP è stata un’esperienza bellissima, anche se molto faticosa, perché abitavo a carmagnola e quindi viaggiavo tutti i giorni: prendevo il treno al mattino, alle sette e venti; alla sera, alle sette meno dieci, salivo sul treno che mi riportava a casa. A casa cenavo e si può dire che in un baleno era già mattina e ora di andare in stazione; da questo punto di vista, il percorso è stato abbastanza impegnativo. Facevamo mediamente mezza giornata in officina e mezza giornata di lezioni in aula. A me piaceva moltissimo l’officina; del resto, sono un “aggiusta tutto” da condomini. Mi piacevano le materie tecniche e, tutto sommato, a scuola andavo bene. non sono uno che riesce a entrare facilmente nei gruppi, non amo l’associazionismo e nemmeno i giochi di gruppo; giravo per i cortili con due o tre amici e venivo sempre sgridato per questo. Più tardi, al Politecnico ho avuto una buona formazione, per carità, che però non mi ha soddisfatto più di tanto; sapevo che mi dovevo laureare, che dovevo finire, e l’ho fatto. Mi è piaciuto di più il cFP; anche all’iTiS mi sono trovato bene, anche se devo dire che ho vissuto di rendita, perché al cFP la formazione che avevo ricevuto era molto robusta sia dal punto di vista pratico – ero il mago dell’officina – sia per quanto riguarda la matematica o le materie come tecnologia e meccanica. questo forse mi ha un po’ penalizzato; abituarmi a vivere di rendita mi ha tolto un po’ la capacità di studiare; quando sono arrivato all’università, ho preso una terribile botta in faccia. Dal punto di vista personale, credo che l’esperienza del cFP sia stata fondamentale. ho una figlia piccola e devo dire che ho un po’ di paura del futuro, della scuola, delle frequentazioni, degli ambienti e delle persone con cui potrebbe entrare in contatto; vedo tante cose che non mi piacciono. Andare in una scuola che ti impegna tutto il giorno e diventa la tua principale occupazione, una scuola cattolica – pur non essendo io molto praticante, sono contentissimo di aver fatto quella scuola – credo che mi abbia favorito. le scuole dei salesiani danno una formazione forte dal punto di vista tecnico, ma anche culturale, nelle materie scolastiche tipiche, e anche dal punto di vista della disciplina. credo che i tre anni passati dai salesiani mi abbiano modellato e mi abbiano dato una formazione tecnica e professionale consistente. Devo dire che ho anche sofferto in quella scuola, che ti fa un po’ la pelle dura. col senno del poi, posso dire di essere contento di averlo farlo, anche se in quel momento mi pesava sapere che i miei compagni del paese a pranzo erano a casa e io invece ero ancora a scuola; questo, quand’ero ragazzo, mi dava un po’ fastidio; oggi però sono contentissimo di avere fatto quel percorso. Mi rendo conto che fare una scuola professionale e poi l’università è un percorso un po’ atipico; vedevo che i miei compagni di università che provenivano dallo scientifico erano molto più preparati di me, con una mentalità diversa, più adatta per quel tipo di studi; erano abituati alla 107 teoria, io invece ero abituato alle cose pratiche. Del resto il cFP non poteva che essere una scuola pratica e per me è stato utile; lavoro in un’azienda che costruisce macchine, per cui per me aver frequentato il cFP è stato un punto di forza, che mi ha guidato all’interno dell’azienda fino ad arrivare alla posizione di dirigente della parte manutenzioni, riparazioni, istallazioni. quella scuola ti dà una formazione di base forte per poter andare a lavorare e oggi non è cosa facile trovare lavoro; secondo me, con una formazione del genere, lo puoi trovare. la conoscenza della lingua è però fondamentale; lavoro in un’azienda in cui la lingua è essenziale: i nostri collaboratori sovente sono stranieri, abbiamo dei colleghi stranieri in azienda che non parlano l’italiano; quindi siamo noi che parliamo in inglese magari in maniera maccheronica; noi oggi tendiamo a scartare le persone che non hanno un minimo di dimestichezza con la lingua inglese. Buona parte del percorso che ho fatto io al cFP si svolgeva in officina, il che ovviamente è fondamentale per andare a lavorare in un’azienda meccanica. I docenti nonostante la scuola fosse dura, mi sono divertito molto; nonostante la mia fosse una scuola cattolica e quindi con regole abbastanza severe, c’è sempre stato un buon clima. io poi sono un tipo che si adatta alla disciplina e non la patisco più di tanto. È una fortuna trovare i compagni giusti, ma il clima complessivo dipende dalla gestione che ne fanno i professori. Ricordo positivamente tutti i professori; erano tutti giovani. Don S. mi piaceva moltissimo come persona, lo ricordo molto volentieri; mi dispiace di non essere più tornato a trovarli, anche perché mi sono trasferito a Torino. erano molto severi, devo dire, soprattutto in officina; mi ricordo che lì c’era un rigore molto elevato, con D. che ci faceva rigare dritto; secondo me questo è utile. in questo periodo faccio diverse selezioni del personale, vedo personale giovane, ragazzi che vogliono fare i tecnici, e devo dire che faccio molta fatica a trovare gente adeguata; spero sempre di trovare gente che arrivi da questo tipo di scuola, perché qui danno un’impronta molto pratica e anche un po’ di disciplina e di regole fanno bene. D. mi è rimasto impresso perché era uno molto duro, ma non cattivo; le sue sfuriate in officina me le ricordo bene; purtroppo non c’è più, è stato vittima di un brutto incidente. lui mi è rimasto impresso e il suo carattere non mi ha mai turbato; qualcun’altro magari ne rimaneva turbato. Mi ricordo bene anche di don S.; io non avevo voglia di studiare italiano, nei temi non ero granché, non mi piaceva studiare storia e questo anche oggi mi penalizza un pochettino nella dialettica; poi, quando sono in giro per il mondo e devo parlare, non dico a folle oceaniche ma a delle platee di persone, ogni tanto mi rendo conto delle mie carenze. Mi ricordo di don S. perché, nonostante ciò, era uno che ci voleva bene, ci sapeva prendere nel modo giusto, aveva un buon carattere. M. me lo ricordo perché la matematica era una delle materie che mi piaceva e lui mi trattava bene; questo è continuato anche all’iTiS; io mi sedevo in un punto ed ero circondato, soprattutto all’iTiS, da quelli più scarsi che si sedevano attorno a me per avere un aiuto; questo mi è rimasto impresso, perché ero come un passa informazioni. Anche A. mi piaceva molto; essendo giovane, aveva un rapporto molto amichevole con noi, però serio. All’iTiS devo dire che la mia era una buona classe; non so se quelli erano anni fortunati, io mi sono sempre trovato attorno brava gente, con la testa apposto, però ho notato la differenza nel rapporto con i professori e nel rispetto verso i professori; tutto al cFP era un po’ diverso. Se, in officina, facevi qualcosa che non andava bene, ti prendevi una sfuriata; faceva il suo effetto. ho dei flash indelebili delle ore di matematica; mi piaceva tanto la geometria; per me era come fare un Sudoku, un gioco. Mi è rimasta impressa anche la tecnologia: mi piaceva ascoltare A. 108 oggi guardo poco la televisione ma, quando lo faccio, mi piace guardare documentari di scienza e tecnologia. All’iTiS i momenti più belli per me erano le lezioni e le interrogazioni; ascoltavo quello che dicevano gli altri e imparavo. la matematica ce l’ho nel sangue; certo la devi studiare ma la devi anche avere un po’ nel sangue; credo che fosse già una mia passione quando sono arrivato al cFP; ovviamente, stimolato nella maniera giusta, questa passione è poi cresciuta in me. Mio padre era un appassionato di bricolage; avevamo una cantina attrezzata di tutto; io andavo con lui in cantina e lì montavamo, smontavamo modificavamo ecc. in matematica andavo già bene alle medie. Abitavamo in val di Susa, andavo in seconda media; un giorno la professoressa, una bella ragazza che ricordo bene, mi chiese di seguirla in una classe terza e mi diede alla lavagna un esercizio chiedendomi di risolverlo e io l’ho risolto; questo per dimostrare a quelli di terza che uno di una classe inferiore riusciva a risolvere un esercizio in cui loro non riuscivano; questo mi ha fatto molto piacere e lo racconto per dire che già la matematica l’avevo nel sangue. Un ambiente come quello, con materie prettamente tecniche, non ha fatto altro che accrescere questa mia passione che poi però ho perso all’università, perché di pratico al Politecnico non c’era nulla; era tutta teoria e per me era come andare contro natura. La formazione pratica che serve anche agli ingegneri io sono laureato, ma credo che la laurea mi sia servita poco; è poco di più di un pezzo di carta; comunque con la laurea, sul lavoro, sono partito da un livello più alto; oggi, nelle aziende, se non sei laureato, è difficile accedere a ruoli manageriali; sotto questo punto di vista, il pezzo di carta mi è servito. ovviamente il Politecnico ti dà una cultura importante ma, se devo dire a cosa mi è servito quello che ho imparato al Politecnico, devo dire che non mi è servito a molto; è stata più utile l’esperienza vissuta al cFP e l’esperienza che ho fatto per conto mio, lavorando sulle macchine. quando ho fatto il colloquio nell’azienda in cui lavoro, mi hanno portato davanti ad una macchina mai vista; mi sono messo lì e il mio interlocutore si è reso conto subito che capivo di che cosa stavamo parlando; avendo io un senso pratico e tecnico molto forte, sono riu - scito subito ad entrare nel vivo delle cose. questo, in un’azienda che fa macchine, mi ha aperto tutte le porte. quando ho fatto il primo colloquio nell’azienda in cui lavoro e mi hanno assunto, mi sono proprio reso conto che quello che ha contato di più, nella mia carriera, sono state proprio la formazione che avevo ricevuto e la pratica che avevo fatto nel lavoro che facevo part-time. quando poi arrivi a ricoprire ruoli manageriali, ad essere responsabile del settore tecnico, comunque la padronanza delle cose tecniche devi averla, per essere credibile. questo l’ho appreso dai miei inizi, dalla Formazione Professionale e dal lavoro che facevo a tempo perso. la formazione che ti dà l’università va in una direzione un po’ diversa da quello che poi serve effettivamente nelle aziende. nella selezione del personale, facendo dei colloqui a dei candidati che si presentano per essere scelti come tecnici, guardo molto la parte informativa, pratica, la capacità di fare ricerca dati. la scuola professionale mi ha aiutato in questo e, se vedo una figura che mi somiglia, sono subito attratto. c’è poi il problema della lingua: se io lavoro in un’azienda multinazionale, devo sapere l’inglese; i tecnici che assumiamo vanno in giro per il mondo. l’inglese io l’ho imparato sul lavoro – lo devi imparare per forza, oppure non campi – e devo dire che ancora oggi, nel 2011, gente che parli l’inglese bene in italia è veramente difficile da trovare. All’epoca in cui io ho fatto il cFP, in quella scuola non c’era proprio la lingua. quando ho terminato gli studi, non sono stato aiutato dai miei genitori; mio padre era impiegato, mia madre operaia, nessuno di loro era in grado di orientarmi sul piano di studi; l’idea di 109 spingermi verso l’università è venuta a me; loro naturalmente erano ben contenti che continuassi a studiare. quando ho finito la scuola dai salesiani, avevo voglia di continuare, di approfondire, non so se in quel momento pensavo all’università, però di sicuro ero molto carico, molto appassionato. Sono uscito dall’iTiS con una motivazione incredibile, forse perché a scuola andavo bene, mi trovavo bene, sono uscito bene; poi mi sentivo molto preparato dal punto di vista tecnico; l’università mi ha un po’ smorzato; magari non è stata l’università, sono solo maturato, invecchiato, però la passione che avevo per le cose tecniche mi ha spinto, tra l’uscita dal cFP e l’iTiS, a pensare ai robot, all’industria; le macchine mi piacevano molto, quindi ho pensato di continuare nell’ambito tecnico, per riuscire a fare della progettazione. oggi sto dietro ad una scrivania ma, se mi mandassero a lavorare su un tornio o una fresa, non avrei alcuna difficoltà; ho usato tutti i tipi di macchina utensile. Se vado in officina, nonostante sia un ingegnere e dicano che gli ingegneri non sanno nulla perché sono poco pratici, me la cavo; i responsabili di officina mi hanno sempre stimato perché avevo una buona conoscenza delle parti meccaniche, delle lavorazioni, anche se noi i lavori prettamente meccanici li facciamo fare fuori; si vede quando uno capisce di che cosa stai parlando; questo, in officina, ha fatto crescere la stima nei miei riguardi e mi ha aiutato poi a crescere all’interno dell’azienda, proprio perché ero sponsorizzato da tanti dell’ambiente officina. io sono un improvvisatore, per questo mi trovo bene nel mio mestiere; sovente vado a trovare clienti “incartati” e mi rivelo un mago nell’inventare qualcosa per individuare un problema nelle macchine o per trovare una soluzione. non sono un gran pianificatore, sono uno che agisce sul momento; infatti faccio bene questo mestiere, l’assistenza tecnica è il mestiere mio. Mi ha un po’ emozionato ricordare l’esperienza del cFP. non ho più frequentato gli ambienti del cFP e quindi mi ha fatto molto piacere ripensare a quei momenti che non ho mai dimenticato perché sono convinto che, almeno nel mio caso, quel percorso sia stato davvero importante. non so che cosa farà mia figlia, ma sarei contento che andasse in una scuola simile, perché ti danno dei valori, oltre a una preparazione tecnica. non sono un cattolico praticante, però penso che una scuola di quel tipo ti insegni i valori della famiglia e il rispetto per le persone, che sono un elemento molto importante per la vita di tutti i giorni. quel tipo di scuola è completo, cerca di darti anche un insegnamento per la vita. nel mio caso devo dire che mi ha dato una buona preparazione, non solo tecnica, anche se quella era la parte che mi piaceva di più. Mi sono molto appassionato delle cose tecniche; oggi mi interessano anche altre cose, la pittura, la musica. Anche se avessi fatto altre scelte, la mia inclinazione sarebbe sempre per cose manuali, pratiche. oggi vivo in una casa con un piccolo giardino; quando devo fare qualche modifica, qualche lavoro in casa, è un gusto per me; questo mi ha molto aiutato anche nel lavoro. oggi è più difficile, per entrare nel management di un’azienda, devi avere delle capacità manageriali diverse, devi essere anche scaltro; io non lo sono molto e non so se ci sia una scuola che te lo insegna. 6. UN PERCORSO FORMATIVO CHE TI AVVICINA AL LAVORO R. (intBa1), che ha seguito i corsi al cFP di Bari nella seconda metà degli Anni ’90, è oggi imprenditore. la sua storia racconta di come la formazione ricevuta l’abbia guidato – e continui oggi a guidarlo – nell’esperienza lavorativa. 110 Dalla formazione al lavoro ho fatto la mia formazione presso il cnoS-FAP di Bari, ma mi piace di più dire dai salesiani. Durante gli studi, tra un intervallo e l’altro, anche grazie ai salesiani, ho avuto l’opportunità di lavorare in alcune aziende, fino a che, nel 1999, alla fine degli studi, dopo uno stage fatto sempre attraverso i salesiani, sono entrato in un’azienda di automazione industriale. ho lavorato per loro per dieci anni, fino a quando ho deciso di avviare un’azienda mia, con le varie responsabilità che questo comporta. ho avviato un’attività di progettazione e realizzazione di parti elettriche e software, adeguati a macchine automatiche, di cui realizziamo i prototipi. non facciamo macchine in serie, ma macchine progettate su richiesta del cliente. con un’azienda che si occupa di meccanica, studiamo e realizziamo questi prototipi: macchine di assemblaggio o macchine di prova. con i miei soci sono sul campo ogni giorno e non credo che smetterò mai, perché ho una vera passione per questo lavoro. Purtroppo, quando hai un’azienda, devi seguire anche l’aspetto commerciale, le relazioni con i clienti, però, se potessi stare impegnato tutto il giorno col mio lavoro di progettazione e sviluppo, per me sarebbe meglio, mi stancherei di meno. ho due soci. Al momento, siamo un’azienda giovane, abbiamo solo due dipendenti, un tecnico, che mi dà una mano per quanto riguarda il reparto macchine e assemblaggio di quadri elettrici, e una ragazza che segue l’amministrazione, le pratiche per l’iSo 2001, dato che siamo certificati; in tutto siamo in cinque. L’esperienza del CFP la cosa più importante, nell’esperienza che ho fatto al cFP, è che ho incontrato persone che mi hanno formato prima come uomo e poi come tecnico. Mi hanno insegnato a vivere. Per quanto già grande, perché ho incominciato gli studi dopo il servizio militare, mi hanno insegnato a vivere, mi hanno insegnato ad approcciare le persone, ad approcciarmi al mondo del lavoro; poi sono stati bravissimi a insegnarmi il mestiere. Avendo frequentato qualche anno le scuole statali, se ha senso fare un paragone, posso dire di aver imparato molto di più dai salesiani che nelle scuole statali. Dai salesiani avevo l’impressione di essere in una grande fabbrica dove, oltre ad avere dei docenti, avevo dei colleghi e dei responsabili, che dovevo rispettare e ascoltare per arrivare a un obiettivo. Sono stati bravi a creare gioco di squadra, a farci approcciare tra colleghi e quindi a farci arrivare a un prodotto, a un progetto, non da soli, ma insieme a qualcuno; abbiamo potuto imparare ad ascoltare e a capire. inoltre dai salesiani ci sono i laboratori e quindi hai la possibilità di mettere subito in pratica quello che studi; hai dei docenti che certo danno importanza all’educazione, al modo di fare, ma fanno anche in modo che quel laboratorio sembri una fabbrica, sembri una vera azienda. quando ti trovi nel mondo del lavoro, ti rendi conto che loro erano riusciti a farti vivere già la stessa situazione. la difficoltà più grossa, per un ragazzo di vent’anni, è proprio quella di inserirsi in un conteso lavorativo. le cose che ho imparato dai salesiani sono riuscito a metterle tutte a frutto. Ancora oggi, sono contento di poter chiamare i miei docenti, che sono felici di rispondermi al telefono, e di chiedere loro consiglio; cioè sono ancora i miei docenti, per fortuna! quando ho la possibilità, un momento libero, li vado a trovare, mi fermo tranquillamente con loro a prendere un caffè e a chiacchierare, unendo l’utile al dilettevole. Mi è servito il gioco di squadra. Adesso sono titolare di un’azienda e non ho smesso di fare gioco di squadra. Al cFP, poi, hanno capito quello che io volevo e mi hanno aiutato a ottenerlo. hanno visto che 111 sono una persona autonoma, ambiziosa, che ha voglia di crescere, di mettersi in gioco. quindi, a parte, ripeto, l’aspetto tecnico, sono stati loro a darmi anche gli stimoli opportuni; chiacchierando con loro, dicendo che volevo avviare un’azienda, dopo circa dieci anni da quando avevo finito il corso, loro mi hanno dato una grossa mano a livello morale, mi hanno aiutato parecchio. non mi hanno mai detto esplicitamente: “Ah sì, avviati un’azienda…”; me l’hanno detto in un altro modo, dandomi dei consigli, fornendomi delle informazioni sui dati positivi e quelli negativi di quell’ambito di lavoro; sono molto informati sul mondo del lavoro, sanno cosa succede, perché lo vivono con i ragazzi e con i genitori dei ragazzi. Una proposta formativa trascurata dalla politica la politica sta danneggiando un po’ quel tipo di proposta. quella scuola formava ottimi tornitori e ottimi fresatori. Perché adesso non li forma più? non si è esaurita l’esigenza di tornitori e di fresatori; ci sono un sacco di ragazzi che vorrebbero fare quei corsi; gli stessi lavoratori dipendenti vorrebbero seguire dei corsi. ci sono tanti ragazzi che la sera finirebbero di lavorare e andrebbero volentieri a fare un corso del genere per migliorarsi. in quella scuola, sono stati fatti tanti investimenti sui macchinari, sui docenti, che sono molto preparati. Perché quei corsi non sono più finanziati? io cito sempre il prof. P., che è un secondo padre per me, però c’è anche il prof. c., che segue i ragazzi per quanto riguarda la tecnica degli impianti. Gli impianti elettrici si fanno ancora, si faranno ancora; adesso si parla di domotica, di controlli elettronici nelle case, il prof. c. potrebbe farlo tranquillamente, è preparatissimo. c’è poi il prof. B., che si occupa di macchine utensili; la Puglia deve produrre; se non vogliamo andare al porto a scaricare, dobbiamo produrre, ci sono un sacco di ragazzi che hanno la possibilità di farlo. c’è chi sceglie di fare il commerciante; però ci sono un sacco di ragazzi che vorrebbero produrre e la scuola statale non ce la fa a prepararli a questo. Tutti i ricordi che ho dei salesiani mi portano sempre a un punto: sono bravi ad approcciarsi al mondo del lavoro. Un ragazzo che esce dalla scuola statale non sa che fare, non ha le idee chiare; nell’esperienza che ho vissuto io, mio papà è stato molto attento al mio percorso lavorativo, mi ha dato un sacco di consigli, ma questo non basta. Una persona, per capire, deve vivere la cosa, parlarne solo non basta. i salesiani sono bravi a prendere dei ragazzi e a formarli, a inserirli nel mondo del lavoro. Sono stati fatti dei corsi post lauream, post diploma; alla fine, questi ragazzi lavorano tutti, anche perché un obiettivo del cnoS-FAP è di sistemarli, di trovare loro il posto di lavoro più adatto. loro imparano a conoscere i ragazzi, quindi sanno più o meno dove indirizzarli. quando mi capita di andare dai salesiani e di non vedere i ragazzi giù nel cortile, di vedere le aule vuote, un po’ mi dispiace e mi chiedo: ma i docenti sono sempre quelli, la segreteria è sempre la stessa, le aule sono sempre quelle, l’attrezzatura sempre quella. che cosa è cambiato? non c’è via di scampo, è cambiata la politica. qualcuno ha deciso che quei corsi non si dovevano più fare ed è peccato. ci sono tante risorse in queste scuole, che ora sono lasciate là, a non fare niente. Dispiace soprattutto per i ragazzi, per quello che potrebbero essere, per quello che potrebbero fare. Da pochi anni, seguo un po’ di politica e penso che quello che sta succedendo a questi ragazzi è colpa dei media, della TV, di quello che ci sta dando la classe politica attuale; non ci stanno offrendo creatività, ma solo fumo negli occhi. Tutti vogliono essere uomini d’affari, tutti vogliono mettersi nel business, tutti vogliono giocare in borsa; ma allora chi lavora? chi crea? chi inventa? questi corsi di formazione non devono smettere di esistere; anzi, io li farei diventare obbligatori, dopo la scuola, non sto scherzando; chi non trova un posto di lavoro dovrebbe andare a fare quei corsi. li 112 stipendierei pure i ragazzi che vanno a fare quei corsi, perché è un lavoro a tutti gli effetti. la scuola è importante, la cultura è importante, perché non si finisce mai di imparare, però poi non meno importante è il rapporto col lavoro. ci vuole qualcuno che ti insegni a capire che cosa vuoi fare nella tua vita e che magari ti faccia capire anche che quello che uno vuole fare è difficile da raggiungere, che bisogna camminare con i piedi per terra. credo in un’italia che crea, che produce, non credo in un’italia solo commerciale, non voglio che diventiamo tutti insieme un grande porto di scaricatori, con tutto il rispetto per chi fa lo scaricatore; per carità, è un lavoro anche quello, però mi piace pensare a un’italia di ragazzi che inventano, appassionati del proprio lavoro, che sia quello di falegname o elettricista o idraulico o fabbro, poco importa; l’essenziale è che siano appassionati del lavoro e non si alzino la mattina solo per fare la giornata e avere uno stipendio a fine mese. Per questo bisogna potenziare le scuole che promuovono tutto ciò. Percorsi personalizzati e orientati all’inserimento lavorativo con i miei insegnanti di allora ho un legame particolare. Di quei docenti ricordo che, quando avevo un dubbio, a loro non facevo mai una domanda diretta. Trovavo risposta alle mie domande solo parlando con loro, durante le ore di laboratorio, mentre si avvitavano dei morsetti o mentre si cercava una soluzione per far muovere una macchina. Si parlava di vari problemi, anche dei problemi personali, che poi si riflettono sempre anche a livello sociale e lavorativo, perché le due sfere sono collegate. non ho mai sentito dire loro una frase del tipo: “Ti consiglio di fare…”, no, ce lo comunicavano attraverso la loro esperienza di vita o magari raccontando qualche episodio da loro vissuto. i ricordi più interessanti che ho riguardano gli stage lavorativi e la forza di questi docenti nell’approcciarsi a un’azienda. Ad esempio, nella mia ex azienda, dove ho lavorato per circa dieci anni, abbiamo fatto uno stage in cui abbiamo programmato il software di una macchina esistente. loro la macchina l’avevano realizzata. noi, con il nostro Pc, abbiamo programmato il software di questa macchina e abbiamo provato prima il software che avevano fatto loro e poi il software che avevamo progettato noi. la gente era incredula perché non esiste – te lo posso garantire – una scuola statale capace di portare un ragazzo in azienda e di fargli progettare il software di una macchina, interfacciando il Pc alla macchina. lo abbiamo fatto noi, ci siamo pagati noi i fili e abbiamo fatto funzionare la macchina. ho conosciuto le scuole statali; anche lì fanno fare degli stage, ma, quando i ragazzi arrivano alla fine, sono demotivati, vogliono fare i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri. non sono esperienze dove il ragazzo arriva, si applica, guarda la macchina, sta con il tecnico a imparare, a maneggiare. i salesiani ci hanno portato a essere partecipi della vita delle aziende. l’esperienza più bella che ricordo, dal punto di vista tecnico, è stata proprio questa, anche perché, dopo aver fatto quello stage, l’azienda ha chiesto di noi, di me e di altri due colleghi. Poi in quell’azienda ci sono rimasto io, mentre gli altri due lavorano in altre aziende. A livello lavorativo è stata una bella soddisfazione, perché alla fine, senza che il prof. P. ci dicesse nulla, abbiamo potuto vedere con i nostri occhi che, quando una persona si applica e si impegna, alla fine, i risultati arrivano. Dopo lo stage, ci hanno chiamato a fare il colloquio di lavoro. Sono fatti, non chiacchiere. Mi è capitata la visita di un istituto tecnico in azienda; avendo avuto esperienza di questi stage, perché li ho vissuti, la prima domanda che ho fatto ai ragazzi è stata: “che cosa volete fare dopo la scuola?”; nessuno mi ha saputo dare una risposta. i ragazzi oggi fanno quello che capita, il commesso, l’agente immobiliare, però non hanno una vera passione lavorativa; si contano sulle dita di una mano i ragazzi che vogliono incre113 mentare il lavoro manuale, il lavoro tecnico, e questa è una cosa che mi rattrista perché, secondo me, la creatività è importante per l’uomo, è uno stimolo per la mente. Al cFP ho imparato molto dal punto di vista tecnico e lavorativo, perché ho avuto docenti preparatissimi. ho imparato molto anche per quanto riguarda l’educazione civica: essere onesto con le persone, con la vita; ho imparato che, se fai bene il tuo dovere, senza voler fare troppi giri o voler fare il furbo, le cose funzionano; ho imparato che nella vita bisogna lavorare ed essere onesti; così si possono raggiungere determinati obiettivi, con il sudore e non imbrogliando il prossimo. questo me l’hanno insegnato i salesiani anche nelle cose piccole: spesso uscivo fuori a fumare; i miei docenti hanno evitato che uscissi fuori a fumare non dicendomi di non uscire, ma appassionandomi al lavoro. io dicevo: “Prof., esco a fumare”, e lui: “Aspetta, aspetta che mò devo spiegare e, se te la perdi, poi come facciamo?”; “Va beh, professò, vado dopo”. All’inizio non era facile: lui mi diceva così e io rispondevo: “no, professò, me lo spieghi dopo”; poi, piano piano, mi sono accorto che non volevo perdere quella parte di lezione e quindi evitavo di andare fuori a fumare. Sono bravissimi in questo. Ancora di più mi hanno insegnato a stare con i piedi per terra: niente è facile, però niente è impossibile, bisogna sudare, lavorare e cercare di raggiungere dei progetti, senza illusioni. Dipende anche dal carattere delle persone; io, ad esempio, sono una persona a cui non piace dire: “Mah, se lo avessi fatto…”, perché non voglio rimpianti: se non è andata bene, pazienza, sono caduto, mi rialzo e ricomincio. c’è il ragazzo che aspira ad avere un posticino di lavoro tranquillo, va bene anche quello; a quel ragazzo i salesiani hanno insegnato come ci si comporta sul posto di lavoro, come avere rispetto dei colleghi. loro praticamente insegnano ad personam, a seconda del ragazzo riescono sempre a dare input e consigli di vita opportuni. La formazione che ho avuto, la persona che sono la Formazione Professionale ha contribuito in buona parte al mio sviluppo successivo. Dopo il servizio militare un’idea mi spaventava: “e ora, che faccio?”; avevo fatto degli errori prima, non avevo concluso le scuole statali, avevo lavoricchiato qua e là. Dopo aver fatto il servizio militare, ti si affaccia la vita, incominci a pensare alle prospettive di lavoro. in quel momento, la possibilità offertami di seguire il corso dai salesiani è stata decisiva. c’è un rapporto stretto tra la formazione e quello che sono diventato adesso. ho chiesto molto spesso ai miei docenti di andare a parlare con i ragazzi, non pagato, ma così, semplicemente offrire loro degli stimoli. in un corso del genere c’è un forte legame tra la vita e quello che si impara, c’è molta umanità, non c’è solo lavoro, non c’è solo l’aspetto tecnico della cosa, c’è molta umanità, e questo stimola i ragazzi. Ai formatori che ho avuto continuo a chiedere consigli: sono anche maestri di vita, oltre che di arte. Ai giovani formatori dico che i ragazzi sono il futuro e i ragazzi di oggi non hanno stimoli, prospettive. li vedo quando vanno a scuola; ho un nipotino che è diventato grande e adesso va alle superiori, per quanto suo papà abbia un’officina e lo zio un’azienda di automazione; lui prende come esempio personaggi dello spettacolo, persone che fanno lavori “puliti”, il commesso, l’agente immobiliare. c’è questa mentalità del “lavoro poco, guadagno tanto”; non è così, la vita non è così. Si tratta di cercare nel contesto formativo di prendere un episodio che succede e di farlo evolvere, di farlo diventare un’esperienza che potrebbe avere una sua ricaduta nel contesto lavorativo; anche le discussioni tra colleghi, durante l’orario scolastico, sono importantissime; si tratta di saper prendere le cose, di rubarle con gli occhi, di portarle a quello che potrebbe succedere in un contesto lavorativo. Tutto questo non è facile! i miei docenti sono riusciti a farlo, lo sanno fare benissimo! natu114 ralmente poi sta al ragazzo cogliere più dati possibili; tante cose le ho ricordate dopo, perché le ho ritrovate dopo e allora sono tornato a scuola a chiedere: “Ma quando mi dicesti che…, forse ti riferivi a questo tipo di fenomeno?” e loro mi hanno tranquillamente rispiegato la cosa, rifatto la lezione. il loro obiettivo è questo: prendere i ragazzi e farli lavorare, ma non farli lavorare per lo stipendio, anche se anche quello è importante. Farli lavorare è importante, perché, solo lavorando, si capisce che non è facile ottenere quello che si desidera, che bisogna sudare, e questa è la prospettiva più importante oggi. Ripeto, nella mentalità della società, della politica, questa prospettiva è andata persa ormai, bisogna recuperarla, ritrovarla, è importantissimo. 7. ALLE PRESE CON LE SFIDE DEL LAVORO, SENZA TANTE TENUTE DI MANO M. (intFo3), classe 1957, ha frequentato dal 1973 al 1975 il cFP di Forlì, con il quale ancora oggi collabora in veste di formatore, pur gestendo una sua attività artigianale. Racconta il valore formativo che per lui ha avuto il lavoro. Al cFP di Forlì ho ricevuto veramente un grande insegnamento, che mi è servito anche dopo, nel percorso per il conseguimento del diploma di scuola media superiore e nell’attività lavorativa iniziata come operaio e proseguita come impiegato. Dal 1986 ho avviato un’attività in proprio nel settore elettrico. Attualmente ho un’azienda individuale artigianale. oltre che dell’attività artigianale, mi occupo anche di formazione nel cFP di Forlì e in un istituto professionale industriale statale. la mia attività principale è quella artigianale; l’altra è un’attività nella quale investo grande passione, perché il contatto con i ragazzi è veramente qualcosa di molto importante, un grandissimo valore aggiunto. la mia esperienza al cFP è iniziata nel 1972; sono passati tantissimi anni, però ricordo che sono stati tre anni in cui ho avuto esperienze veramente positive. era sicuramente una formazione diversa da quella di oggi, una formazione importante dal punto di vista proprio della parte pratica del lavoro; c’era una grande disponibilità da parte del centro e anche da parte di tutta la classe, che ricordo essere stata una delle migliori di quegli anni. Sono rimasto in contatto con i compagni; molti si sono formati come imprenditori nel settore meccanico o in altri settori. Probabilmente erano anni nei quali c’era una situazione che consentiva di crescere e di formarsi in modo diverso da quello che è possibile oggi. Allora venivamo lasciati liberi, nel senso che la nostra mente doveva per forza elaborare un processo; eravamo in una situazione nella quale l’assunzione di responsabilità era completamente diversa da quella possibile oggi. Avevamo veramente la necessità di sviluppare nel nostro pensiero la possibilità di arrivare da un punto “A” a un punto “z”, senza tante tenute di mano, eravamo autonomi, probabilmente perché eravamo anche più responsabili; attualmente credo che questo sia improponibile. È improponibile oggi lasciare un ragazzo da solo, alle prese con una macchina utensile, dicendogli: “questo è il testo, questo è il pezzo che tu, attraverso la tua capacità di elaborare un processo di lavorazione, devi portare a compimento rispetto al disegno che io ti do”. eppure proprio quella responsabilità ha consentito a tutti noi di crescere, di adoperarci nello sviluppo di quello che stavamo facendo di fronte a una macchina utensile; questo non significa, secondo il mio punto di vista, solo stare di fronte a una macchina utensile, ma stare di fronte a tutte le situazioni, cioè trovarsi di fronte al compito di elaborare un pensiero proprio e quindi di agire con la propria testa, cercando di arrivare alla soluzione di un problema. questo mi ha aiutato molto anche in seguito: mi trovavo di fronte a un problema e avevo bi115 sogno di elaborare un processo per arrivare alla soluzione. questo, secondo me, oggi come oggi, è improponibile, perché i ragazzi non sono disponibili ad assumersi neanche un briciolo di responsabilità; se non con rarissime eccezioni, sono portati a essere guidati, a essere in qualche modo accompagnati in questo processo formativo. quando come formatore cerco di portarli verso un processo di responsabilità, nel quale siano loro a trovare una soluzione, personalmente incontro grosse difficoltà. nei tre anni all’interno dell’istituto, ci siamo formati, perché avevamo questo input, anche se chiaramente venivamo guidati dai vari formatori. Allora, con le persone che erano all’interno del centro, avevamo un rapporto diverso da quello che c’è oggi, un rapporto molto rispettoso, nel quale c’erano dei valori che oggi, secondo me, nei ragazzi sono andati perduti, una forma di rispetto, per esempio la capacità di ascoltare qualcuno che aveva più esperienza su una macchina utensile, ma aveva anche la capacità di trasmettere e la voglia di comunicare; dall’altra parte c’era chi assorbiva queste informazioni. ecco io oggi, dico la verità, questo tipo di atteggiamento non lo vedo. Direi che l’esperienza al cFP ha influito in maniera determinante sulle mie scelte future: questo essere continuamente messi alla prova, anche a cinquant’anni, questo dover comunque e sempre mettersi in gioco, assumendosi sempre delle responsabilità, che in alcuni casi possono sembrare esagerate, tutto questo fa parte inscindibile di questo tipo di formazione. Per esempio, doversi in qualche maniera ricostruire un lavoro, un’attività, a cinquant’anni, senza la paura di avvicinarsi a strumenti che possono sembrare dedicati ai giovani – parlo degli strumenti informatici, oppure della realizzazione di reti informatiche – o che possono sembrare qualcosa di inarrivabile, tutto questo mi viene dalla formazione ricevuta. non bisogna aver paura di queste situazioni, bisogna comunque crederci e avere voglia di fare. la persona con la quale sono rimasto più legato è P., che allora era direttore del centro. lui era proprio uno che aveva la dote di coinvolgere; mi ricordo che ci mise in gioco in una simulazione: lui faceva l’imprenditore e noi eravamo praticamente i suoi collaboratori; anche questa è stata un’esperienza fantastica. Poi P. caldeggiava anche altri interessi, in particolare il calcio. Siamo riusciti a formare una squadra di calcio all’interno del cFP; partecipavamo a un campionato del settore giovanile della Federazione nazionale Gioco calcio, cosa che, per quegli anni, era un evento. ci allenavamo nel campo del cFP. Secondo me, queste esperienze si potrebbero proporre anche oggi, però sicuramente si dovrebbe trovare il gruppo giusto, persone motivate e soprattutto rispettose ed educate. Tutto si impernia attorno a questi due valori: il rispetto e l’educazione. Da adolescente venivo da un’esperienza non particolarmente favorevole, in un istituto tecnico; mi ricordo che nel 1971 non l’ho potuto frequentare perché ho avuto un gravissimo incidente stradale ed ero un po’ disorientato; qui ho trovato veramente una guida. Allora, abitavo in un piccolo comune, a cinquanta chilometri da Forlì, quindi facevo un’ora di pullman per arrivare in città e un’ora di pullman per ritornare a casa; ci volevano delle motivazioni e io le motivazioni le ho trovate qui. Per me il cFP è una scuola di serie A. oggi – come dico sempre ai ragazzi – questa scuola è vista non come una scuola di serie B, ma addirittura di c1 o c2, per rifarmi al calcio. È il mio più grosso rammarico. Secondo me, questo è un errore clamoroso, perché queste scuole non sono né di serie B, né di serie c, ma sono scuole di serie A; bisogna lavorare in maniera concreta per riportare questa scuola alla serie A, cioè a quello che si merita. P. si occupava non solo della giornata scolastica, ma anche delle sue passioni, come il calcio, e di altri piccoli interessi, che però in qualche maniera erano coinvolgenti: riusciva, ad esempio, a organizzare persino un torneo di carte al quale partecipavano anche i genitori. c’era poi il coinvolgimento della famiglia nell’ambito scolastico e noi qua arrivavamo con una scuola di serie A; per noi questa era una scuola importante, come lo erano l’istituto tecnico industriale, l’istituto tecnico nautico, la ragioneria, i licei. Sulla corriera che ci portava a Forlì, fre116 quentavamo ragazzi di tutte le scuole, ma non ci sentivamo affatto minorati rispetto agli altri soltanto perché frequentavamo i salesiani. non c’era vergogna né sottomissione. Parliamo del 1972, 1973, 1974, i tre anni in cui ho frequentato l’istituto, e devo dire che, quando mi sono presentato all’esame integrativo per accedere al quarto anno dell’istituto tecnico industriale, in tutte le materie, non ho avuto alcuna difficoltà; ho frequentato il quarto e il quinto anno dell’istituto tecnico industriale senza difficoltà, anzi devo dire che mi sono sentito particolarmente a mio agio; ho superato l’esame in maniera brillante. il primo lavoro come impiegato me lo ha trovato P.; sono stato impiegato in un’azienda nella quale sono rimasto per sette anni, fino a quando non ho intrapreso l’attività di artigiano; facevo l’impiegato ed ero responsabile degli acquisti; sono molto riconoscente a P., anche per la formazione che ho ricevuto in questi sette anni in azienda; in quegli anni era una piccola azienda ma, nel corso di quei sette anni, è diventata l’azienda leader nel suo settore. non ho mai dimenticato quello che mi hanno insegnato i salesiani; cerco, nel limite del possibile, di trasmetterlo anche agli altri, con grande difficoltà, perché a volte mi rendo conto che è davvero difficile con i ragazzi di oggi, però non smetto di battermi. credo sia importante che i formatori abbiano bene in mente quei due valori di cui parlavo prima: rispetto ed educazione; dobbiamo trasmettere ai ragazzi questi valori, essere esigenti nei loro confronti, dimostrare che siamo preparati, che teniamo a loro, che sappiamo essere anche rigidi, quando bisogna essere rigidi, e soprattutto che loro devono imparare a utilizzare la propria testa, devono essere capaci di ragionare con la propria mente, di sviluppare un pensiero personale; dobbiamo insegnare loro quando è necessario dire dei no. concretamente questi valori si trasmettono dimostrando ai ragazzi che sono anche i nostri valori, perché se noi ci rivolgiamo ai ragazzi con male parole, in maniera maleducata, non li salutiamo, oppure li consideriamo come se noi fossimo un gradino sopra e loro a livello del pavimento, non riusciremmo a trasmettere niente. loro lo vedono, si accorgono se mi presento in maniera maleducata o scorretta, se sono sleale nei loro confronti; loro vedono tutto questo prima di quanto noi possiamo percepire, e, se sbagliamo, dobbiamo anche essere umili e chiedere scusa dicendo: “Ragazzi, mi sono sbagliato, ho sbagliato la mia valutazione!”. Anche nei confronti di un ragazzo dobbiamo essere umili al punto da chiedere scusa di fronte a tutti, quando è necessario; dobbiamo prendere posizione, senza paura; in questo dovremmo essere supportati da tutti i professori e dalla direzione; secondo me ci dev’essere un andamento condiviso. Se ovviamente questo andamento univoco non c’è, è ovvio che tutto diventa difficile. È molto difficile per un formatore trovarsi in una scuola nella quale pretendi ma sei l’unico che pretende; alla fine ai ragazzi di questo non interessa e tu sei messo in una situazione un po’ difficile. Rispondere a queste domande ha avuto un effetto particolare su di me, perché non ho mai dimenticato quello che mi hanno insegnato i docenti che ho avuto e l’ho sempre usato proprio come un esempio positivo, da ricordare; avevo quindici, sedici anni allora e, guardandomi indietro oggi, con la mentalità di uno di cinquant’anni, alle volte, mi viene proprio da sorridere. 8. SPAZIO ALL’INIZIATIVA M. (intVr1), classe 1953, ex allievo dell’istituto salesiano San zeno di Verona, è oggi uno stimato imprenditore. ha frequentato il cFP alla fine degli Anni ’60 e racconta come quella esperienza sia stata fondamentale anche per sviluppare quel senso di iniziativa che l’ha poi portato al successo professionale. 117 Una formazione consistente in anni turbolenti Sono entrato al San zeno all’età di sedici anni, quasi diciassette, e ho scelto il settore meccanico. ho finito nel 1970. non erano anni belli, ma l’età ci metteva ugualmente il sorriso sulle labbra. nel 1968 ci sono stati tanti cambiamenti a livello sociale. c’erano rivoluzioni, capelli lunghi, maglioni, minigonne, colori forti, rosso, blu, nero, giallo. Ritengo di essere stato fortunato, di aver potuto, con lo sforzo della mia famiglia, frequentare una buona scuola e di aver poi seguito gli insegnamenti ricevuti dai salesiani. non lo dico per retorica: il cFP è stato per me fondamentale. Vedendo i ragazzi che andiamo a inserire oggi, posso misurarmi: oggi, si presentano da noi giovani con lauree brevi in ingegneria meccanica, giustamente carichi di orgoglio, che però, messi a confronto con le cose, si vede che mancano di formazione. io al cFP ho imparato a usare mani e testa, a ragionare sul perché delle cose, sul perché mettere una mano così o tenere certi atteggiamenti nei confronti delle persone. considero importanti questi corsi di arti e mestieri che, purtroppo, per interessi politici e per la volontà di fare tutte le persone alte uguali, sono stati poco sviluppati, anche se adesso ne paghiamo le conseguenze: abbiamo dei periti, dei tecnici che sono teorici e che non riescono a connettere l’utile e il dilettevole. Uno che faceva, come ho fatto io, il percorso da interno, tornava a casa solamente per le festività natalizie e pasquali. in quegli anni, il mondo stava cambiando in maniera vertiginosa, avevamo vissuto la primavera di Praga, con la resistenza di Dubček, che poi è stata il primo passo verso lo sgretolamento del sistema dell’est, le rivolte studentesche in Francia, la Germania con le sue tute blu in strada, insomma era un momento in cui tutto il mondo europeo si stava muovendo. noi, che avevamo avuto la possibilità di studiare all’interno, avevamo visto poco di quello che stava capitando fuori, però c’eravamo costruiti una buona struttura mentale, un positivo approccio al lavoro, e non eravamo distratti da tante confusioni e – posso dirlo? – dalle minigonne. Uscendo da quel percorso, all’inizio – parlo dei primi Anni Settanta – eravamo un po’ intontiti, un pochino spaesati; personalmente, ero timido nell’approcciare il mondo, però poi, prendendo un po’ di confidenza – parliamo di ragazzi di diciotto, diciannove anni –, eravamo pronti per inserirci in quel mondo; oggi, a diciotto o diciannove anni, non hanno idea, invece io ero già nelle condizioni di avviare un’attività. Parlo per me e parlo anche per buona parte dei miei colleghi, con i quali ho mantenuto i contatti. La formazione al CFP: volti e gesti di figure magistrali la formazione scolastica era consistente. ho avuto come docenti P. e B.6, persone che mi hanno permesso di apprendere, di studiare, don F., con i suoi maledetti fischietti (“maledetti” allora, oggi mi fanno sorridere), c.7, con cui sono tutt’ora in contatto. Sono persone che mi hanno segnato dentro, anche se è passato più di qualche anno; l’anno prossimo saranno quaranta! B. era l’uomo che ci faceva operare sulle macchine e accompagnava i nostri primi passi nella manualità. nascevano tra noi rapporti continuativi che creavano stima, e anche autostima; ad esempio, io avevo il coraggio di affrontare il prof. B.; eravamo ragazzi noi, era ragazzo anche lui e non era proprio dolce, e giustamente, perché doveva anche tenere la disciplina. c. mi è rimasto in 6 P. e B. sono o erano allora Salesiani laici, ndr. 7 Anche c. è un salesiano laico, ndr. 118 mente perché era un po’ esterofilo e aveva in mente gli aerei a reazione; mi diceva: “F., mi fai la trombetta”; gli serviva per il carburatore, per l’iniezione; ti coinvolgeva in progetti che andavano fuori dall’ambito scolastico, nelle ore libere o alla sera o durante il giorno. Mi annoiavo a stare seduto su una panchina o a giocare a ping pong. Trovavo l’utile e il dilettevole nel fare, nell’impiegare il mio tempo in qualcosa di utile; mi piaceva l’iniziativa. Vivendo all’interno, avevamo diverso tempo a disposizione e – non vuol essere una cattiveria – mica potevamo essere tutti i minuti col rosario in mano, con tutto il rispetto per la Madonna! ecco, c. era una persona che guardava più in là e ci coinvolgeva. con B., che insegnava tecnologia e applicazioni manuali, avevo un rapporto più stretto. P., per me, è l’immagine stessa del San zeno: ricordo la sua dolcezza, la sua disponibilità; per la verità, non era sempre dolce, perché, quando qualcosa non girava come doveva girare, lui reagiva con decisione. P. era comunque un ottimo mediatore. Provo un grande affetto per queste persone. c’era A., il cosiddetto “pittore”, che ci insegnava a stuccare e a verniciare, oltre che a saldare. Poi c’era l’“uomo grido”, lo sportivo per antonomasia, don F., con il suo fischietto: fischiava talmente forte che era impossibile non sentirlo addirittura a san Massimo! con il primo fischio chiamava all’adunata e, se col secondo o col terzo non arrivavi, magari ti arrivava una pedata! Perché non piaceva il fischio allora? Primo, perché si smetteva di giocare e, a quell’età, è un problema smettere di giocare, poi perché, da quel momento in avanti, c’era il mutismo, eravamo tutti squadrati, allineati. io non sono un ragazzo da plotone; penso che si possa stare tutti insieme anche facendo un po’ di rumore, ma non ho mai contestato. Mi piaceva invece don F.; era coinvolgente, quando facevamo italiano, al terzo anno; ci dava la spiegazione dei perché. noi dicevamo: “Ma io, quando dovrò scrivere una lettera alla mia fidanzata…”, e lui: “sì, ma se non sai scrivere in italiano…, te la sogni la fidanzata”; insomma ci dava una motivazione per studiare anche l’italiano. Se guardo a quello che ho studiato al cFP, ciò che mi è servito davvero è la tecnica, la meccanica; tutto il resto l’ho dovuto imparare per strada, vivendo giorno per giorno: parlare correttamente in italiano, apprendere il francese ecc.; avevo appreso un po’ di inglese, ma l’ho perso, perché non l’ho più praticato; la lingua spagnola l’ho imparata leggendo il giornale e chiedendo: “Scusa, come si pronuncia?”; oggi, per la mia attività, parlo abbastanza bene sia il francese che lo spagnolo. Al cFP però mi hanno dato le basi per imparare tutto questo. L’ingresso nel mondo del lavoro, senza tagliare i ponti col CFP quello che mi hanno dato al cFP mi sarebbe servito in futuro. Anche certe tirate d’orecchio ricevute al cFP, tre anni dopo, sarebbero state all’ordine del giorno nel mondo in cui stavo per entrare. P. mi ha messo a disposizione il tavolo da disegno, per disegnare i primi componenti di una macchina; mi ha dato i mezzi per pedalare e mi ha detto: “Adesso, se vuoi, pedala te!”, standomi però a guardare da lontano. P. mi ha messo a disposizione l’ambiente dello studio, la tecnologia, il disegno e, finita la scuola, a distanza di due o tre anni, mi ha messo a disposizione il primo tecnigrafo, per fare i disegni della prima coppia conica, che servì poi per fare la nostra prima macchina. conservo ancora oggi quei disegni; per altro, la coppia conica fatta sul disegno era quasi impossibile da montare. P. non ne sapeva nulla, io ne sapevo meno, però, se non altro, i calcoli meccanici, i calcoli di quegli angoli erano giusti, tanto è vero che poi quel pignone corona disegnato lo abbiamo usato per quasi un decennio. Mio papà faceva il rivenditore concessionario di macchine agricole. Sono nato nel 1953, pochi anni dopo la fine della guerra, quando tutto era in movimento e portava allo sviluppo; anche chi faceva il dipendente puro è riuscito in quegli anni a costruirsi 119 la casa, a capitalizzare; non come oggi che è tutto un rischio continuo e le difficoltà sono enormi. Dato che mio papà era già nel settore delle macchine agricole, mi è venuta l’idea di costruire una macchina io. Provando, sbagliando, risbagliando e rifacendo, sono riuscito a mettere insieme una macchina di quelle che sono poi state il mio punto di partenza e sono tuttora il cinquanta per cento del nostro core business. È un concetto di macchina ancora oggi non superato. Da lì sono partito: me la sono disegnata io. ero uscito dalla scuola come operatore macchine utensili, quindi capivo il disegno, ma, non avendo mai fatto un giorno come dipendente presso un’altra azienda, avevo qualche difficoltà a capire e ad entrare nel concetto di organizzazione. Di sbagli ne ho fatti tanti, però mi sono accerchiato di persone in gamba; lo dimostra il fatto che abbiamo collaboratori che lavorano con noi da trenta, trentacinque anni, e tanti altri che abbiamo fatto crescere all’interno dell’azienda. Allora gli step sono stati i seguenti: il cFP, l’ingresso nel mondo del lavoro, per aiutare mio padre in quello che gli serviva, la manutenzione; poi, piano piano, a circa ventun’anni, mi sono messo a progettare il primo erpice rotante, macchina che poi è stata copiata anche da aziende grandi, strutturate e blasonate; sono venuti a prenderla come macchina di riferimento, forse perché abbiamo ottenuto degli standard di sicurezza nei calcoli più alti di quelli ottenuti da coloro che ritenevano di essere maestri; loro hanno toppato, avendo realizzato dei modelli poco affidabili; noi, invece, con la nostra piccola esperienza, siamo cresciuti a poco a poco, come le formiche, però abbiamo acquisito un bagaglio tecnico che ci ha consentito di andare avanti. nel settantotto, abbiamo fatto il primo passo da gigante, abbiamo comprato l’immobile che è la struttura dove siamo in questo momento, ampliata e migliorata. Sono partito con due dipendenti; mi sono spostato da S., in provincia di Verona, che ne avevo sette; oggi qui ce ne sono quaranta, diretti e indiretti, perché abbiamo degli interinali che sono diventati al novanta per cento fissi. il mio attuale impegno l’ho portato avanti fino a un certo punto, poi è venuto avanti mio fratello, guarda caso anche lui uscito dai salesiani; dopo di me, ce ne sarebbe un altro, che però ha fatto l’iTiS; per dire la verità, mio fratello, con tutto il rispetto per la sua capacità inventiva e la buona manualità, di tecnica a casa non ha portato veramente niente, tanto è vero che lui apportava idee per l’applicazione, perché aveva il gusto della creatività, l’occhio e la manualità, ma di mettersi a fare un calcolo per un progetto, come facevo io e come faceva anche, quando poi si è inserito, mio fratello più giovane, neanche a parlarne; devo dire che effettivamente ho notato lo stacco. non ho niente contro l’iTiS, e la scuola che ha frequentato lui, a quell’epoca, era già una buona scuola, però posso dire che solo due su tre abbiamo avuto veramente una formazione tecnica. Adesso ricopro altri ruoli, seguo l’amministrazione e la gestione finanziaria e i commerciali, i collaboratori che abbiamo sparsi quasi in tutto il mondo. Ancora sull’apprendimento al CFP: spazio alla voglia di fare il cFP mi ha permesso di apprendere che cosa sia un ingranaggio, di capire un disegno, di vedere come fare e, se vogliamo, di capire che cos’è un gruppo, di imparare a vivere e convivere con gli altri. non è poco, perché col gruppo ti devi confrontare e, se non hai l’umiltà o la disponibilità ad incontrarti, non puoi costruire accordo. in azienda, non vale l’“io”, tutto è al plurale, perché l’azienda è un gruppo, un “noi”. Adesso lo vedo, con l’inserimento di un figlio direttamente nell’ambito tecnico, un ingegnere con laurea breve, che si sta plasmando, si sta creando un passaggio che non è facile, perché, quando non c’è niente, creare è facile, ma, quando ci sono già degli spigoli, degli angoli fatti, è difficile far girare gli altri attorno, perché gli altri non la vedono tutti allo stesso modo. Al cFP, io non riuscivo a stare fermo; uscire però non si 120 poteva, se non tutti incolonnati; devo confessare che a me questo andava un po’ stretto. in quegli anni, con l’aiuto di un assistente, abbiamo creato il gruppo “Flex”, che aveva anche un suo simbolo. Dicono che sia stato il più bel gruppo che si sia mai formato, e io ero il capo banda. in gruppo, facevamo qualche cosa, facevamo delle bacheche, per mostrare i giornali; le bacheche all’inizio sembravano una stupidaggine, invece dopo un po’ tutti ci chiedevano: “Perché non è ancora uscita la bacheca?”. Per andare a prendere due giornali, B., il consigliere dell’epoca, ci doveva concedere il permesso; avevo il permesso di andare in Borgo Milano, nell’edicola che c’era prima dell’incrocio; mi davano quindici minuti, poi rientravo e insieme componevamo la bacheca. Anche se non ero tanto docile ed ero riluttante a lasciarmi “impostare”, ho ricevuto molto. col gruppo, abbiamo organizzato delle pesche, delle lotterie, delle attività. c’erano dei gruppi a cui piaceva di più fare le orazioni, noi invece eravamo più attivi, a noi piaceva muoverci. Abbiamo fatto gruppo anche con la squadra di basket: siamo riusciti ad arrivare in serie D. Poi abbiamo fatto una squadra di calcio amatoriale, con ragazzi che, se non erano preda della droga, poco ci mancava. negli ultimi anni, quando il gruppo si era plasmato, le sera andavano a dormire in orario opportuno, e non alle due di mattina, perché il giorno dopo dovevamo giocare. qualche cosa mi avranno dato sicuramente anche i fischi, gli obblighi, la disciplina, ma più di tutto lo spazio dato alla nostra iniziativa, alla nostra voglia di fare. lo dico con orgoglio. Per me il cFP è arrivato al momento giusto. Poi c’è stato anche mio papà, che ha avuto il coraggio di lasciarmi provare, di guardarmi e criticarmi – perché era comunque un papà –, ma di lasciarmi anche andare. Da parte mia, ho fatto tesoro di tutto questo, tutto mi ha temprato. non posso dire di non aver mai avuto un battibecco con don F., con P. o con qualche altro salesiano, ma erano battibecchi dovuti a diversità di vedute, perché magari alla sera noi, che avevamo questo gruppo, facevamo degli schiamazzi, nell’ora detta del silenzio, quando c’era il “coprifuoco” e tutti avremmo già dovuto essere a dormire; ma io ragiono e penso anche che era il sessantotto. non mi dispiace niente di quello che ho vissuto; ci sarebbe da scrivere un libro; non mi sono mai annoiato. Andavamo fuori la domenica con le biciclette; ma che biciclette, erano dei rottami di bicicletta! Per fortuna c’erano l’età e le forze adeguate e andavamo con queste biciclette insieme a fare dei giri. Anche se ci sono state delle cose storte, guardando a ritroso il mio film, lo trovo positivo. in sintesi, considero l’esperienza positiva; in quegli anni, abbiamo imparato a vivere in gruppo e a collaborare in gruppo. Anche in camerata avevamo le nostre fazioni, c’era chi andava più d’accordo con uno chi con l’altro; uno era un po’ altezzoso; io venivo da una famiglia semplice; non ho vergogna a dirlo, per farmi studiare, mia nonna passava qualche soldino a mio padre. Penso di aver contraccambiato lo sforzo che ha fatto mio padre. Posso dire che in istituto ho imparato a vivere e a convivere: la mia esistenza era legata ad altre persone. Tecnicamente mi hanno dato molto, ma nei rapporti interpersonali ho avuto ancora di più. ha visto che ricordando piccoli passaggi mi si sono messi a luccicare gli occhi? Contatti mai interrotti non sono uscito dall’istituto chiudendo una porta, l’ho sempre tenuta aperta, tant’è vero che ancora oggi ho contatti con P. per altre istituzioni dei salesiani nel mondo e ho contatti con c., che è un ingegnere, è stato insegnante di mio fratello e ci viene a trovare nelle fiere. non è che ci siamo presi un diploma e siamo andati via. io e gli altri abbiamo preso un diploma, siamo usciti ma abbiamo anche lasciato dentro qualche cosa. Mi dispiace quando capita di non poter andare all’incontro degli ex al121 lievi perché magari sono impegnato in altre faccende. l’unico neo è che, una volta uscito, ho avuto una specie di ribellione interiore ad andare a messa la domenica, perché in istituto avevamo preghiere al mattino, a mezzogiorno, alla sera, ci mancava che ne mettessero a mezzanotte. Dentro di me ribollivo e non ne potevo francamente più. Però adesso, ovunque mi trovi nel mondo, all’occasione entro in una chiesa per un pensiero, un’orazione, quello che è. qualcosa di forte mi è stato trasmesso: forse lo spirito santo o lo spirito di volontà o lo spirito di quegli insegnanti che mi hanno sopportato e supportato. i salesiani sono comunque rimasti nel tempo punti di riferimento: quando ho chiesto qualcosa, mi hanno sempre dato e, quando mi hanno chiesto loro, ho dato io; c’è reciprocità. i grafici si stavano istallando; quando c’ero io, la parte in cui dovevano andare loro non era ancora pronta; il signor P., che era il responsabile dei grafici, mi ha chiesto di costruire le porte da calcio, perché c’erano gli elettromeccanici che si erano insediati da pochissimo, nuovi pure loro, i meccanici che erano già lì e i grafici che si stavano insediando e bisognava costruire altre porte per giocare a calcio nelle ore di ricreazione, dopo pranzo, per l’idea che al san zeno mancano le panchine, anzi proprio non sono previste. ho fatto le porte con quello che c’era; era pressoché impossibile che stessero in piedi, infatti sono durate un anno o due e poi sono state fatte più forti, più robuste. I raccolti di una buona semina Sono andato avanti a testa bassa, facendo qualche progetto, conquistando giorno per giorno la confidenza e la simpatia. ci siamo aperti presto, già nel 1977-78, la strada verso l’estero, e l’estero è stata un’altra scuola di vita. Avere una mentalità preparata – i concetti di correttezza, professionalità, rispetto che ho appreso dai salesiani – sicuramente mi ha aiutato. Andare in Germania o in Francia, a quel tempo, era andare chissà dove, adesso corro in aeroporto perché alle dieci ho l’aereo, all’una devo essere a Parigi; il mondo è cambiato completamente. Avevo un certo bagaglio e un indirizzo che mi ha permesso di arrivare a mete che non avrei mai immaginato. quindici giorni fa è partito un container per la cina, un mercato a cui non avevamo mai guardato, per problemi di competitività, mano d’opera, per il fatto che non hanno leggi, se non per noi. Guardo indietro di trent’anni, in questi anni di attività, nel mercato, siamo considerati tra le aziende che hanno moralità, onestà, correttezza, professionalità e, aspetto non secondario, producono macchine di qualità. Mantenere questo livello non è facile. Sono i raccolti di quello che è stato seminato. Per non cadere, non dobbiamo sederci sugli allori. Abbiamo anche quattro persone che vengono da comunità di recupero; sono più bravi e più responsabili questi di quelli che non hanno avuto un percorso difficile. Devo riconoscere che io ho fatto i dovuti sacrifici e oggi posso dire che è valsa la pena farli. Facendo un lavoro che da un pezzo di ferro grezzo arriva a modellarlo e a farne venire fuori una macchina, devo riconoscere che c’è una relazione tra questo e la mia formazione tecnica. oggi non facciamo più soltanto la meccanica; forniamo aziende straniere che poi vendono con il loro nome. non credo che uno venderebbe anche solo una barretta di cioccolato con il proprio nome, se questo fosse fatto male. qui parliamo di macchine, che quelle aziende vendono in giro per il mondo col loro nome. Per essere arrivati a questo, sicuramente ho a cuore qualcosa di fermo, con questo però non dico di non aver svarioni o tentazioni, ma ho visto che quando usciamo di lato, chiarendo il problema, siamo poi tornati indietro o abbiamo fatto una curva a sinistra e proseguito nuovamente diritto. oggi le macchine non sono più una questione di meccanica ad ingranaggio, ci sono la meccanica idraulica e quella elettronica e oggi chiediamo alle software house che ci facciano dei programmi da appli122 care alle nostre macchine. Abbiamo da tre anni un progetto con un gruppo che fa un trattore che funziona a idrogeno, dall’idrogeno producono forza idraulica e forza elettrica; ovviamente c’è anche qualche cosa di meccanico, perché questo motore, quando gira ha un organo meccanico; abbiamo già una macchina che si collega al satellite; avremo la possibilità di avere un trattore a idrogeno, perfettamente ecologico, e una macchina che può fare determinati tipi di lavori sfruttando l’energia creata dall’idrogeno. non basta più la meccanica – e noi fino a lì ci siamo –, serve l’idraulica ed è minimo un decennio che noi applichiamo idraulica meccanica ed elettronica e siamo stati anche riconosciuti in europa per diverse innovazioni. questo significa evolversi, ma questo percorso lo abbiamo fatto perché ci sono M., S., che si impegnano, A. che fa e quell’altro che fa dell’altro. Allora ne viene fuori una miscela, ne nasce un misto e così ritorniamo ancora al gruppo. credo che l’azienda sia questo, non è “el paron son mi”. Se un mio collega, un concorrente o un dipendente mi fa un’osservazione, devo ascoltare la critica, mediare, vedere fino a che punto c’è una verità, individuare dove c’è da intervenire. Mi creda, non è facile! (intVr1). 9. UNA FORMAZIONE CHE COMUNICA ENTUSIASMO V. (intBa2), 32 anni, è un ingegnere elettronico. Al cFP di Bari, non ha seguito la formazione iniziale, ma un corso di automazione industriale dopo la laurea, tra il 2005 e il 2006. nel suo racconto descrive accuratamente l’approccio induttivo che è stato seguito nel corso, ma anche l’intreccio di competenze tecniche e umane che l’ha autenticamente conquistato e l’ha reso partecipe degli entusiasmi dei suoi formatori. Attualmente lavoro in un’azienda di automazione industriale, come progettista di software. All’inizio il mio ruolo era soltanto quello di progettista elettrico; col passare degli anni, ho assunto il ruolo di analista software per l’automazione di linee di montaggio, sistemi Plc, robot, tutto ciò che rientra nell’automazione industriale. Dopo aver frequentato il corso, ho avuto la fortuna di essere assunto presso una delle aziende in cui avevo fatto lo stage. Proprio lo stage mi ha permesso di farmi conoscere e di mettermi in luce in una di queste realtà e poi di iniziare il mio percorso lavorativo. l’esperienza al cFP è stata abbastanza vasta; la prima cosa che comunque vorrei sottolineare è l’attenzione all’aspetto umano che caratterizzava sia l’ambiente, che le persone con cui ho avuto a che fare. con queste persone ho poi stretto un legame affettivo che continua ancora oggi, cosa che, per come sono fatto io, non è stata semplice. quando ho la possibilità, ritorno con piacere a fare visita al professore che più di tutti ha contribuito al corso che ho frequentato. Mi hanno colpito il modo in cui è stato tenuto il corso e l’entusiasmo che chi lo teneva è riuscito a trasmettermi; credo sia questa la cosa fondamentale. non credo sia facile tenere un corso, riuscendo ad alimentare entusiasmo nelle persone che lo seguono, a stimolare in loro la curiosità di capire, di seguire, fino a non vedere l’ora che torni il giorno dopo per continuare quello che hai lasciato il giorno prima. Una cosa particolare era il suo modo di approcciare le cose, con degli esempi, facendoti vedere le cose nella loro praticità, rendendotele il più semplici possibile e facendoti capire le potenzialità di quello che in quel momento stavi trattando, facendoti venire la voglia di approfondire il tema ulteriormente. Spesso il percorso non terminava in aula; una volta tornato a casa, continuavo ad approfondire. il corso era basato sulla programmazione dei Plc (Programmable logic controller), cioè sui si123 stemi di automazione. Si tratta di sistemi di controllo che vengono programmati e permettono la movimentazione di nastri, di cilindri. la fortuna era di avere un laboratorio attrezzato, che consentiva di provare le cose che ti venivano in mente. Mi veniva stimolata la fantasia di fare una determinata cosa, allora tornavo a casa e continuavo là, pensando a mille soluzioni e progettando; il giorno dopo non vedevo l’ora di provarla, per vedere se effettivamente funzionava. ero molto preso dal fatto di poter mettere subito in pratica quello che scoprivo. questo insegnante, più che arrivare subito alle formule, alle risposte, ci faceva lavorare sul metodo, sui processi, sui passi che dovevamo compiere per arrivare ai risultati, facendoci vedere anche l’importanza di lavorare sul metodo, oltre che di imparare un contenuto o una determinata risposta; è proprio questa la cosa che, da un punto di vista professionale, mi è rimasta più impressa. Per me è molto significativo anche il legame affettivo che è rimasto con il docente. ho perso mio padre quando ero molto piccolo. ho avuto una madre che ha fatto sia da madre che da padre e questo va bene, ma solo fino a quando sei piccolo; quando vai avanti nell’età, hai bisogno di una figura maschile, di polso, che ti dia anche qualche consiglio o meglio che ti porti a ragionare in modo che, alla fine, trovi da solo la risposta a quello che cerchi. quel docente ci portava a ragionare, con la sola sua presenza, facendoci le domande giuste. con lui non c’è stato solo un rapporto di insegnamento; con lui sono riuscito ad avere un rapporto molto più profondo. il fatto di vedere una figura sicura e autorevole mi ha trasmesso tanto. Ritengo che gli esempi siano fondamentali: chiunque va in cerca di un esempio in cui rispecchiarsi per seguirlo. quel rapporto continua anche adesso, anche se non ho la possibilità di vederlo spesso; mi basta quell’oretta, ogni due o tre mesi, quando riesco ad andare a trovarlo. Si parla del lavoro, di come va, si parla di varia umanità. lui era quello che più credeva nel progetto che in quel momento si stava portando avanti; si vedeva che credeva in quello che faceva; ci metteva entusiasmo e lo trasmetteva. Avendo molte ore con noi, era il docente che, più di tutti gli altri, riusciva a istaurare con tutti un rapporto sia tecnico che umano. il mio “sogno” era proprio quello di fare il lavoro che sto facendo. quando ho saputo che c’era la possibilità di fare un corso su questi temi, ho accettato con entusiasmo. il corso mi ha rafforzato e mi ha dato la possibilità di fare cose che, secondo me, non avrei potuto avere in altro modo, proprio per la difficoltà che c’è nel passaggio dal percorso universitario all’attività lavorativa. il corso ci ha fatto vedere com’erano le realtà lavorative e quindi ci ha dato la possibilità di farci un’idea su come approcciarci ad esse. Una cosa è essere chiamato e fare un colloquio, un’altra è fare esperienza all’interno dell’azienda. Se non hai mai avuto nessuna esperienza lavorativa e non sai com’è organizzata un’azienda, ti senti impacciato, non sai cosa dire o non dire. c’è tutto un ambito che abbiamo affrontato durante il percorso formativo su come presentarsi a un colloquio di lavoro, sull’approccio nei confronti della persona che hai di fronte, anche dal punto di vista della gestualità; ti fanno capire quanti aspetti sono valutati quando uno si presenta come candidato per un posto di lavoro. Sono cose che non ti dice nessuno. questa formazione è stata davvero preziosa e utile, mi ha aperto la mente. quando poi mi sono approcciato al mondo del lavoro, ho avuto dei riscontri che mi hanno convinto ancora di più che quella di frequentare il corso era stata un’ottima scelta. Secondo me, in qualsiasi cosa, se ci metti curiosità e il desiderio di tirare fuori il meglio da quello che stai facendo, impari tante cose. Una buona dose di umiltà nell’approcciarmi alle cose appartiene al mio modo di essere. Faccio l’esempio di altri colleghi che hanno partecipato con me al corso: anche loro venivano da un’esperienza universitaria, hanno ritenuto che il corso a loro non avrebbe dato nulla di più rispetto a quello che già sapevano, anzi che fosse una perdita di tempo. in tutta onestà, posso dire che io non ho mai pensato questo, anzi, secondo me, il loro era un modo superficiale di ve124 dere le cose. Alla fine, mentre io adesso lavoro e, con tanta fatica, tanto studio e tanta dedizione, sono cresciuto da un punto di vista professionale, gli altri, che credevano di non aver bisogno del corso, sono ancora lì che non hanno nulla di certo, sono in giro di qua e di là in cerca di un’occupazione. Sono ingegnere elettronico. ho sempre studiato e lavorato perché ho sempre ritenuto importante l’aspetto pratico delle cose. Sono venuto a conoscenza per caso di questo corso, ho visto che l’argomento mi interessava e volevo approfondirlo; sono quindi andato a parlare con il professore responsabile del progetto. il modo in cui mi ha illustrato il progetto, lo scopo, come intendeva condurlo ecc., mi ha talmente entusiasmato che poi ho deciso di partecipare. Soprattutto vedevo che c’era la possibilità di utilizzare i laboratori e quindi di mettere in pratica in modo creativo quello che mi veniva in mente o che avrei potuto imparare dal corso. questa formazione ha influito sulle mie scelte e mi ha aperto una strada; fino a quel momento, avevo solo una vaga idea di quello che avrei potuto fare per realizzarmi nella vita, non avevo strumenti, avevo una vaga idea di quello che mi poteva essere utile. il corso mi ha aperto una porta su come approcciarmi e su quali erano gli strumenti per potersi inserire nel mondo del lavoro. È un’esperienza che cerco di trasmettere agli amici, alle persone che mi stanno vicino, per aiutarle ad avvicinarsi il più possibile al mondo lavorativo. quello che ho imparato cerco di trasmetterlo agli altri. il corso ha accresciuto in me la consapevolezza dei miei mezzi. Se hai la volontà, la passione e la voglia di riuscire a raggiungere un risultato, se non la prima volta, la seconda o la terza riesci. Se ci si approccia alle cose nel modo corretto, vivendole a trecentosessanta gradi, prima o poi riesci. io credo molto nelle sensazioni, nell’empatia, nei legami che si possono creare con le persone. non serve vedersi tutti i giorni; a volte, se si è un po’ riflessivi, basta una parola detta in un certo modo, che già questo ti apre a mille domande. l’approccio che è stato utilizzato con me, è quello che consiglierei anche ad altri. Secondo me non è facile fare l’educatore: hai tante persone, tanti caratteri davanti a te e ognuno recepisce le cose a suo modo; se rimani troppo sull’aspetto formativo, contenutistico, alla fine rendi il percorso noioso e facilmente chi vuole il piatto bello e pronto pone poca attenzione al percorso. Se invece si riesce a trasmettere entusiasmo e voglia d’imparare, di capire che cosa c’è dietro alle cose e come approcciarsi ai problemi, si riesce a fare bene. l’aspetto fondamentale è il rapporto umano che si crea tra le persone. Secondo me, la cosa migliore è riuscire ad avere un rapporto non invasivo; significa non essere diretti nel dire le cose, ma indurre la persona che hai di fronte a riflettere in maniera che si dia da solo le risposte alle sue domande. ecco, secondo me, è questo il massimo che un educatore può ottenere. in questa intervista mi sono sentito a mio agio, tranquillo. Sono una persona che pensa molto al suo percorso, alle cose che ha fatto. quando mi è stato proposto di parlarne, ne ero entusiasta. È bene sottolineare le cose che sono state fatte bene; tutti abbiamo bisogno di sentirci dire “bravi”, di essere riconosciuti nel nostro lavoro; c’è tanto impegno in quello che si fa e una parola buona fa sempre piacere. lo riscontro nel mio lavoro, dove difficilmente si è elogiati, anzi, spesso si cerca proprio di evidenziare le mancanze e, se non si ha un carattere forte, se non si crede in se stessi, diventa difficile affrontare i problemi. Sul lavoro, ti inculcano la sensazione di essere in difetto, ti fanno credere che non stai dando il massimo e che avresti potuto fare di più di quello che hai fatto. Per chi non riesce a tenere sotto controllo questa sensazione, per chi è orgoglioso come me, la cosa è un po’ distruttiva. Diciamo che il corso mi ha aiutato anche in questo. È stato utile sentirmi riconosciuto in quello che facevo di positivo. il corso mi ha permesso di fermarmi, di non avere tutta quella apprensione, quella voglia di dare dei risultati che c’è nel mondo lavorativo (intBa2). 125 10. L’INCONTRO CON INSEGNANTI CHE TI CAMBIANO LA VITA quella che segue è la storia di A. (intBra1), 44 anni, che oggi è insegnante tecnico- pratico in un istituto tecnico e che è stato allievo di un cFP salesiano del Piemonte nei primi Anni ’80. nel suo racconto illustra in modo efficace la sua esperienza formativa mettendo a fuoco quelle figure di insegnanti che gli hanno letteralmente cambiato la vita. Dopo le medie non volevo più andare a scuola. Avevo uno zio con una piccola officina meccanica, che frequentavo fin da piccolissimo, e non vedevo l’ora di andare a lavorare. la scuola non mi aveva mai entusiasmato e, finita la terza media, volevo smettere. i miei dicevano: «Devi continuare!». Abbiamo messo ai voti. loro erano due e io ero uno solo! Perciò ho continuato. Dovendo farlo, ho cercato qualcosa che, facendomi andare avanti, nello stesso tempo, mi avrebbe permesso di lavorare nell’officina meccanica di mio zio. Dai salesiani c’era l’indirizzo meccanico, sia al cFP che all’iTi. Mi hanno detto di cominciare; poi si sarebbe visto se e come proseguire. Fu una scelta sofferta. non ci volevo andare. ho fatto i primi due anni di cFP scoprendo che gli insegnanti potevano essere diversi da come li avevo conosciuti io fino a quel momento. Al cFP ho capito che, se le cose mi venivano offerte in un certo modo, mi interessavano. questo mi ha dato la spinta per passare all’istituto tecnico e continuare la mia formazione. ciò che colpiva di più era il fatto che si condividessero certe cose di fondo. c’erano inevitabili scontri, legati alla differenza di prospettive, però c’era una coerenza su alcuni principi che nessuno metteva in dubbio, che non erano conclamati, ma che tu respiravi entrando. Potevi accettarli o rifiutarli, ma fondamentale era la testimonianza credibile e convinta che ricevevi. Ad esempio, un mese prima di iniziare l’anno arrivò a casa una lettera che diceva: «Guarda che inizi la tua avventura al cFP, ti aspettiamo il primo ottobre...», mentre tutte le altre scuole iniziavano in settembre. Sono venuto con la lettera in mano, chiedendomi come mai la scuola iniziasse il primo ottobre. c’era un caos incredibile, non conoscevo l’ambiente, ho beccato il primo ragazzo che ho trovato in cortile e gli ho chiesto: «Ma qui si comincia il primo ottobre?», «Sì, cominciamo il primo ottobre»; «qui c’è scritto che si fa anche il pomeriggio! », «certo!», «Ma già dal primo ottobre?», «Già incominciamo tardi, vorresti anche che saltassimo i pomeriggi? quando si inizia, si inizia!». Pensai che mi avessero fregato, perché non sapevo dei pomeriggi, poi ho pensato anche che, se uno qualunque degli allievi ti sapeva dare una risposta così, lì erano veramente convinti. ho avuto ottimi insegnanti, persone vere. Secondo me la differenza sta tutta qui: quando ti trovi davanti una persona che non tenta di sembrare quello che non è o di dirti delle cose così, semplicemente perché si deve, ma si mette in gioco personalmente, con tutti i suoi limiti, beh, allora ti cambia la vita. qui ne ho trovato tanti così. Alcuni insegnanti mi sono rimasti impressi anche dal punto di vista fisico. Avevo un insegnante di religione che puzzava di aglio, ma era un insegnante davvero eccezionale. A noi del cFP faceva solo religione, all’iTi faceva chimica, fisica e laboratorio. era di una semplicità sconvolgente, si sapeva mettere alla pari dei ragazzi e, quando spiegava – caspita! –, tu capivi le cose. Del resto, se non le capivi, te le spiegava in piemontese. chi va al cFP spesso ci va perché non è in grado di fare altro o, più precisamente, perché i suoi insegnanti pensano che non sia in grado di fare altro; quindi non è che sia particolarmente motivato o che abbia un’alta stima di sé e ritenga di poter capire. quando trovi un insegnante che magari si mette a gambe in su e a testa in giù, ma le cose te le fa capire, ti cambia un po’ la vita. quando trovi un insegnante che ti dice: «Tu hai il 126 diritto di non capire ed è mio dovere di farti capire», ti cambia la vita. Ti accorgi che non sei un deficiente, che per il professore sei importante! quell’insegnante ha cambiato il mio modo di vedere le cose e l’ha fatto con l’esempio. Aveva un’intelligenza fuori dal comune e, pur di farti capire una cosa, non temeva di ricorrere all’esempio stupido, anche se magari aveva paura che poi tu ripetessi quell’esempio davanti alla commissione d’esame. Secondo me, uno dei punti di forza dei salesiani è da sempre l’attenzione alla persona. nel momento in cui uno si ricorda il tuo nome, tutto cambia. Mi ricordo di un insegnante che durante le interrogazioni si segnava le domande che faceva e le nostre risposte. nelle ultime interrogazioni dell’anno, soprattutto a chi era andato peggio, faceva le domande che aveva già posto in passato e a cui il ragazzo aveva risposto correttamente. questo voleva dire, al di là del fatto se sia giusto o sbagliato, essere attento: «Guarda, ti chiedo una cosa che sai, però dimmela, altrimenti mi metti nei guai!». È un rapporto che va oltre il rapporto di classe, esprime attenzione alla persona, e, quando ti senti guardato come persona, ti cambia la vita. oltre a questo, era importante il fatto che fosse valorizzata anche l’intelligenza delle mani, l’intelligenza del fare. Pativamo tantissimo lo stare nei banchi, la spiegazione solo teorica. All’epoca il cinquanta per cento delle attività erano pratiche; potevi anche essere una scarpa, addormentarti durante le ore di teoria, ma, quando avevi una lima in mano o andavi al trapano e facevi qualcosa di pratico, ti appassionavi, riuscivi a far funzionare qualcosa che non era solo il cervello e questo ti gratificava tantissimo, facevi qualcosa che ti piaceva e su questa cosa che ti piaceva ti davano pure il voto! inoltre, prima che ti arrivasse magari un voto negativo, già ti spiaceva di aver fatto male un lavoro. non è che ti sentivi inferiore perché non avevi capito; sapevi come le cose andavano fatte e ti domandavi perché avevi sbagliato. il voto passava in secondo piano. oggi questa cosa è un po’ più difficile, perché non si possono più fare tutte quelle ore di pratica e, per capire la pratica, c’è bisogno di molte più ore di teoria, con il computer e tutto il resto, però ti garantisco che, quando trovi un ragazzo di quindici, sedici anni, che deve avvitare una vite e non sa da che parte girare, perché non ha mai avvitato una vite in vita sua, allora rivaluti la manualità di tuo nonno, che non aveva neanche la licenza elementare, ma si è costruito tutti i mobili di casa! A me questa cosa piaceva tantissimo: si veniva valutati non solo sulle parole, anche perché all’epoca non ero così allenato a parlare, ero un po’ gnocco, e facevo fatica a tirar fuori i miei pensieri. invece, poter dire: “questo l’ho fatto io!” era una soddisfazione più importante di qualsiasi voto. Un’altra cosa che ha lasciato il segno era il fatto che ci fosse un cortile, dove poter giocare a pallone; non c’era nelle scuole frequentate prima del cFP. entrare al cFP e trovare metri e metri di spazio per correre era una cosa bellissima. Magari io non correvo, però prendevo fiato. Poi trovavi anche l’insegnante più anzianotto, che non era più in grado di fare il portiere e si metteva a preparare i giochini, proprio come don Bosco, con i chiodi piegati, sotto il portico, andando a beccarsi quelli che come me non giocavano a pallone ed erano un po’ persi: «Prova ad attaccare questa cosa, vedi se sei capace...»; io pensavo: «l’ha fatto lui, che ha novant’anni, lo posso fare anch’io!», ma non era così semplice! Anche qui si vede l’attenzione alla persona: per la maggioranza c’era il campo da calcio, ma la minoranza non era abbandonata, c’era qualcuno che ci pensava. non capitava a caso tutto questo, c’era una progettualità, qualcosa di pensato. Mi sono trovato al cFP senza volerlo e ci sono rimasto senza saperlo. questo vuol dire che ci sono stato bene. A volte non puoi dire che cos’è che ti fa star bene; ci stai perché ti senti a casa tua, sostanzialmente. come pure molte volte non sai dire che cosa ti fa stare a disagio, cos’è che ti fa stare male; entri in un posto e speri di uscire al più presto possibile, forse ti danno fastidio il fumo o la musica troppo alta, o il fatto che ci sia gente in piedi, ma poi ti rendi conto che non sono queste cose, è qualcosa di molto più difficile da definire, è l’ambiente 127 che ti fa stare a tuo agio oppure a disagio. il cFP mi aveva messo a mio agio: studiavo poco, stavo attento a scuola e ne avevo a sufficienza, ma facevo parecchie cose: ho fatto un giornalino scolastico, nessuno me lo aveva chiesto, ma io avevo il tempo di farlo, non mi pesava e lo facevo, perché qui mi sentivo bene. Al cFP ritengo di aver imparato a dare dignità al lavoro manuale e alla persona. nella scuola c’erano il primo della classe, la massa dei mediocri e poi lo scarto. Al cFP no, c’era un collage di “scarti” e malgrado tutto c’erano delle persone che si sforzavano di far capire a questi “scarti” innanzitutto che erano persone e non dei “buoni a nulla”, che avevano delle potenzialità, che dovevano farsi rispettare, non stare sempre zitti e subire o peggio passare dall’altra parte e assumere comportamenti violenti. Ricordo che, quando sono entrato al cFP, benché fossi uscito abbastanza bene dalle medie, non ero in grado di prendere un giornale e capirlo, perché non avevo idee mie; forse ero solo giovane, ma anche non adeguatamente preparato. Vedere un insegnante che arriva, dice che ieri sera al telegiornale hanno detto una data cosa, sostiene che secondo lui è una cosa gravissima e chiede il nostro parere a riguardo ti apre. noi eravamo là per fare delle cose e tutto questo ci veniva dato in più, senza che noi lo sapessimo; poi ce lo siamo trovati nel nostro bagaglio. Sono le cose che ti restano, qualunque cosa farai dopo. quando studiavo io, non c’era il computer, la metà delle cose che spiego oggi in classe me le sono studiate per conto mio, perché hanno a che fare con il computer. non è che la scuola deve insegnarti tutto, perché le cose passano e, quando esci dalla scuola, sono già vecchie, ma deve darti un orientamento generale e la capacità di andarti a cercare quello che ti servirà. Se la scuola, compreso il cFP, sa darti questo, vince la sua campagna, perché ha fatto delle persone, non ha fatto degli operai specializzati. Se puntiamo a fare un operaio specializzato, apriamo delle fabbriche, non dei cFP! (intBra1). 11. LA PORTA SEMPRE APERTA c. (intVr5), classe 1954, perito grafico, ex allievo dell’istituto salesiano San zeno di Verona, attualmente è dirigente all’istituto Poligrafico dello Stato. ha frequentato il San zeno alla fine degli Anni ’60. Della sua esperienza formativa ricorda in particolare la competenza e la disponibilità dei suoi docenti. La storia professionale ho avuto esperienze un po’ in tutti i settori della grafica, partendo dall’apprendistato; ho avuto la fortuna di vincere un concorso in Mondadori dove ho lavorato per sette anni; ritengo che sia stata la svolta principale nella mia vita professionale. infatti, per quanto fossimo già periti industriali, specializzati in arte grafica, ci hanno mandato a scuola per altri due anni; in quel tempo avevano assunto diciotto periti, tra elettrici, elettrotecnici, grafici, meccanici, e il progetto era denominato “capi anni ottanta”. ci fecero andare a scuola per due anni consecutivi: quelli che non erano grafici poterono così acquisire conoscenze grafiche, mentre noi grafici – eravamo in tre o quattro – potemmo svilupparle ulteriormente e seguire una scuola psicosociologica, applicata al campo dell’industria grafica, proprio per diventare capaci di gestire le risorse umane all’interno delle strutture della Mondadori. questo ci portò ad avere un elemento in più rispetto agli altri, quando fummo inseriti in Mondadori. il progetto andò molto 128 bene fin quando visse chi, a quel tempo, lo volle, cioè il dottor c., che purtroppo morì durante un viaggio a Roma. Da quel momento, le cose cambiarono: ci fecero la guerra interna e alla fine, da lì, siamo usciti quasi tutti; credo che in Mondadori siano rimasti solo uno o due del gruppo originario. Feci successivamente un’esperienza personale di lavoro in una cartotecnica di Verona, poi mi misi in società con un mio compagno di classe. quella fu una cosa bella ma anche molto limitata per le caratteristiche di entrambi. Andai poi a lavorare a Milano, presso una casa editrice, dove facemmo una grande ristrutturazione. Fu forse il periodo più bello, perché avevamo fiducia da parte del vertice aziendale, tanto che, dopo un anno, fui promosso dirigente ecc. Facemmo, ad esempio, nel ’94, il primo spin-off di azienda grafica, tenemmo solo la casa editrice e demmo fuori tutta la produzione grafica. Da lì andai in un’azienda di Rovigo, poi di nuovo a Verona, poi andai a Milano, a capriolo, nel settore litografica, carte e valori, e da lì mi venne chiesta una consulenza all’istituto Poligrafico dello Stato. Fatta la consulenza, mi chiesero chi avrebbe messo in pratica quello che avevo prospettato teoricamente e mi proposero l’assunzione; dal 15 giugno del 2004, sono all’istituto Poligrafico dello Stato, con la responsabilità centrale di tutti gli stabilimenti del Poligrafico, l’area tecnica, che comprende tutta l’organizzazione e la gestione degli stabilimenti. il Poligrafico ha essenzialmente quattro stabilimenti: lo stabilimento di via Salaria, dove facciamo tutte le produzioni tradizionali, i libri, le riviste, la gazzetta ufficiale, la modulistica; poi abbiamo l’officina carta e valori, dove invece facciamo la produzione di valori, dai passaporti, ai permessi di soggiorno, alla carta d’identità, alle patenti ecc.; poi abbiamo la zecca, che conia la moneta; poi abbiamo uno stabilimento a Foggia, dove abbiamo una cartiera e produciamo la carta che serve ai nostri stabilimenti; non la vendiamo all’esterno. questa è un po’ la mia storia. Formatori che hanno lasciato il segno Dell’esperienza al cFP ho soprattutto il ricordo di persone che ancora adesso porto come esempio ai miei collaboratori, quando ho qualcosa da trasferire loro in positivo, ma anche in famiglia, quando ricordo le esperienze fatte. Ricordo una figura fondamentale – ho ancora le lettere che mi ha mandato quando sono arrivato al Poligrafico –, F., che era un po’ come il mio secondo padre. Figure altrettanto importanti sono state quelle di M., c., R., G. e tutto il personale. Ancora adesso, quando torno a Verona, ci ritroviamo per una cena, ripercorriamo i tempi passati; è stata una formazione importante sia dal punto di vista professionale che, soprattutto, umano. Ricordo le cose che F. sempre ci diceva, non solo a parole: la serietà, la preparazione professionale, il rispetto delle persone, l’importanza di essere sempre propositivi, di cercare sempre il lato positivo della situazione, di tradurre anche la realtà negativa in opportunità, l’umiltà. quando ci ritroviamo tra vecchi compagni, lo ricordiamo sempre; il suo è stato un grande insegnamento. Anche tirare fuori un pochettino di aggressività non sarebbe male, specialmente al giorno d’oggi; noi siamo sempre lì a porgere l’altra guancia. Però non ho rimorsi su questo; per carità, in qualche momento di difficoltà, se avessi reagito, forse sarebbe stato anche meglio, ma non rimpiango quello che ho fatto. F. ci insegnava arte, M. tecnologia, G. laboratorio di rotocalco, anche R. insegnava in laboratorio, c. era nostro docente di tecnologia e anche di laboratorio. Un episodio è ben piantato nella mia memoria: una giornata di riflessione che facemmo con F. ci aveva dato un compito da svolgere, che adesso non ricordo, e noi non l’avevamo fatto; si arrabbiò tanto; non l’avevo mai visto così arrabbiato; penso che ancora oggi chi ha partecipato a quella giornata lo ricordi e, prima di far qualcosa di diverso da quello che si era concordato di fare, ci pensa due volte! non ricordo nello specifico 129 quale fosse l’oggetto, però mi ricordo che si arrabbiò tantissimo; fu una delle poche volte in cui alzò la voce, non offendendo, ma facendoci intendere la sua determinazione a fare quella cosa; penso che F. non abbia mai detto una parolaccia o un insulto in sua vita, però, in quell’occasione, ricordo che era rosso in viso, incazzatissimo, determinato, ed è per questo che ci ricordiamo quella situazione. È stato sicuramente importante avere degli insegnanti che, a livello tecnico, fossero all’avanguardia. la scuola, a quel tempo, era per la grafica un centro di interesse direi europeo, se non addirittura mondiale, perché tutte le nuove istallazioni, le nuove tecnologie venivano portate e sviscerate lì; la scuola diventava un punto di riferimento, specialmente per la Mondadori, per quanto riguarda la formazione del personale e la verifica produttiva delle macchine stesse. Anche Me. e ch. erano persone favolose, che davano tutto per la scuola. A lezione, ch., M., R. arrivavano preparati, documentati, con delle schede, delle proiezioni, dei diagrammi, delle procedure di lavoro, dei flussogrammi perfetti. Te ne innamoravi anche solo a vederli. Adesso, le mie figlie, che vanno anche loro dai salesiani, arrivano a casa con delle fotocopie o degli scritti approssimativi, poco curati. la cura dei materiali che ci davano voleva dire tutta una preparazione di gente che dedicava ventiquattr’ore della propria vita, ogni giorno, a quell’attività. Mi ricordo ch. che, ogni volta che passavi nel corridoio, dove ci sono le vetrate che ti fanno veder dentro, era sempre lì che disegnava, studiava, verificava, metteva, levava ecc. e lo stesso gli altri. i direttori della Mondadori del tempo andavano da lui a chiedere se una cosa doveva essere fatta così o cosà; da F. andavano anche per altre questioni, quelle di carattere psicologico; lui era più addentro su queste cose, su come gestire le persone, i gruppi. Dopo il CFP la mia scelta dopo il cFP è stata abbastanza conseguenziale: ho fatto la scuola grafica e sono andato a fare il grafico; stiamo parlando del ’72; adesso non sarebbe così. Uscito dalla scuola grafica, non ho avuto alcuna difficoltà a trovare lavoro e fortunatamente sono entrato in piccole aziende che mi hanno dato la possibilità di sviluppare le mie competenze; poi ho sempre collaborato con la scuola grafica, tanto più che aiutavo M. e ch. a tenere corsi all’associazione industriale di Modena e in altre circostanze. questo mi ha permesso di avere un arricchimento costante e poi, come ho già detto, la mia grande fortuna è stata l’entrata in Mondadori, perché lì mi hanno fatto fare tutti i reparti e mi hanno concesso di andare ancora a scuola, a perfezionare le nostre competenze, soprattutto riguardo a quegli aspetti che avevo coltivato meno; noi infatti eravamo molto forti sulla parte tecnologica, ma eravamo deboli sulla parte direzionale. La porta sempre aperta Spesso mi chiedo cosa ho imparato al cFP e mi rispondo che le cose più importanti che ho imparato sono state l’umiltà, la voglia di dedicarmi al cento per cento all’attività che svolgo, l’onestà, il rispetto degli altri, l’impegno a non fare mai del male agli altri, ma anche il fatto di essere sempre propositivi e di saper ascoltare. ho imparato ad ascoltare da come loro ci ascoltavano: erano attenti nei nostri confronti, avevano sempre la porta aperta. quando qualcuno aveva un problema, F. lo ascoltava; che fosse giorno o notte, mattina o sera, sabato o domenica, non è mai capitato che avesse mandato via qualcuno, rifiutando di parlargli. Anche quando, una volta uscito dalla 130 scuola, ogni tanto andavo a trovarlo, nonostante lo vedessi pieno di lavoro fin sopra i capelli, mi invitava a sedermi e a parlare, anche se poi magari stava in piedi tutta la notte per recuperare il tempo che gli avevo fatto perdere io; e ovviamente non ero il solo ad andare da lui; si era stata creata davvero una bella atmosfera e lui non diceva mai di no. Spero che ci sia una consequenzialità tra quello che ho ricevuto, quello che ho assorbito là e quello che riesco attualmente a dare. Avvicinare formazione e lavoro Mi piacerebbe – sarebbe un sogno – vedere anche tra i nuovi formatori figure come quelle che ho incontrato io. quando ci troviamo con i vecchi amici di scuola, lo diciamo sempre. in futuro mi piacerebbe anche ritornare alla scuola grafica, nel senso che ho avuto quasi tutto dalla scuola grafica, senza ovviamente considerare la famiglia, i genitori, che pure hanno la loro importanza. Posso dire che, se i genitori hanno avuto un’influenza al cinquanta per cento, sulle scelte future, l’altro cinquanta per cento è di sicuro dovuto alla scuola. Ritengo che sia stata un’importantissima, fondamentale opportunità. Per questo mi piacerebbe che anche altri avessero la stessa opportunità. Mi piacerebbe che i formatori di adesso fossero come quelle figure che ho incontrato io. So che è non è facile e per questo ritengo che persone come noi, un giorno, spero abbastanza vicino, un paio d’ore all’interno della scuola grafica potrebbero ritagliarsele, proprio per cercare di portare l’entusiasmo che abbiamo ricevuto e che ci ha portato avanti per quarant’anni. la differenza tra i salesiani di Verona e i salesiani che sono qui a Roma, dove vanno a scuola le mie figlie, è che i salesiani di Verona avevano un rapporto molto vicino con il mondo del lavoro; eravamo nel mondo del lavoro, andavamo a fare gli stage presso le aziende. quello che invece i giovani oggi vivono nel mondo della scuola è un certo distacco dal mondo del lavoro. Ritengo che riportare ai giovani di oggi le esperienze positive e negative della vita e del lavoro – e, nella vita, come nel lavoro, non va sempre tutto bene – potrebbe essere davvero importante per la loro formazione. Per carità, non dico che si debba fare per dieci ore alla settimana, ma un’ora la settimana, magari l’ultima ora del sabato, che è la più pesante, potrebbe essere anche interessante dedicarla a un contatto vivo col mondo dell’esperienza, attraverso dei testimoni. Gli stage estivi Gli aspetti fondamentali sono il sapere ascoltare, l’umiltà di ascoltare e l’entusiasmo rispetto a ciò che si fa. la scuola grafica contattava delle aziende; noi andavamo là durante i mesi estivi; i mesi di vacanza erano tre, facevamo un mese, un mese e mezzo in azienda, regolarmente assunti a tempo determinato e pagati, tanto per toccare con mano la realtà. quando tu facevi un’operazione in laboratorio, con ch., ci potevi anche impiegare mezza giornata e nessuno ti diceva niente; ma, in azienda, o lo facevi in trenta minuti o lo facevi in trenta minuti! Va bene farlo in venticinque minuti, non in trentuno! la prima esperienza di stage è stata positiva e negativa al tempo stesso; ci andammo io e un mio compagno di classe e potemmo verificarci proprio sul saper ascoltare, sull’umiltà, sull’entusiasmo, sul rispetto, insomma su quello che ci avevano insegnato i salesiani. certo influisce anche il carattere: c’è chi queste cose le può apprezzare ed esternare, quasi fossero naturali, e chi ha più difficoltà a farlo. in quella struttura andammo, come dicevo, io e un mio amico. zitto, zitto, io mi misi a tavolino a fare quello che mi chiedevano; ovviamente, gli altri operai ci trattavano come delle 131 reclute, ci sfottevano; io facevo tutto quello che mi dicevano, cercando di fare buon viso a cattiva sorte; dopo due giorni, sentivo che la difficoltà era superata, tutti mi cercavano e mi chiamavano per svolgere dei lavori; il mio compagno ha cominciato rifiutando ciò che gli veniva chiesto di fare e volendo imporre la sua idea; l’hanno fatto morire; non ha neanche finito il mese e mezzo. È rimasto a casa perché non ne poteva più. ho due figlie, una di diciassette e una di diciannove anni, e spesso mi arrabbio con loro proprio su questi aspetti e dico: “Ma, porca miseria, volete spaccare il mondo e non siete ancora nessuno! cominciate ad apprezzare, cominciate umilmente ad ascoltare, a fare esperienza; solo dopo, potrete dire la vostra!”. Persone equilibrate i nostri insegnanti erano davvero persone equilibrate. Ricordo Me., che è stato un grande collega di ch.; era un uomo piccolino, deciso. Adesso si fa tutto con il digitale, con le telecamere, ma una volta si faceva tutto con le pellicole e le pellicole dovevano stare nelle camere oscure e noi andavamo là a svilupparle; con le pellicole ortocromatiche si usava la luce rossa, ma, con le pellicole pancromatiche, non poteva essere usata nemmeno la luce rossa e dovevamo stare completamente al buio. Un giorno, eravamo dentro a una camera oscura, con l’insegnante guida che ci mostrava come funzionava il processo e come si doveva fare, anche se non si vedeva niente, perché eravamo al buio. eravamo in quattro dentro; figurarsi, a quell’età, in una camera buia: inizia il calcio di uno, la gomitata dell’altro; lui ci intimava di stare fermi, ma niente; ad un certo punto, disse: “chi è che mi sta tirando i capelli?”; figurarsi, noi credevamo di morire, eravamo solo in quattro e non è che potevi scaricare la colpa. Siamo usciti dalla camera buia e si seppe subito chi era stato, ma Me. non si scompose, guardò il ragazzo e disse: “non farlo più!”. Tutto qua; non ci fu alcuna repressione; quel mio amico ci ride ancora adesso, si ricorda ancora l’episodio e ricorda di aver imparato dalla reazione dell’insegnante più di quello che avrebbe imparato se questi l’avesse redarguito (intVr5). 12. L’INCONTRO CON QUALCUNO CAPACE DI LEGGERE IL POSSIBILE R. (intVr2) oggi è un ingegnere aerospaziale di circa quarant’anni, che lavora in una grossa azienda italiana del gruppo Finmeccanica. Sostiene che nel suo percorso formativo è stata decisiva l’esperienza vissuta al cFP salesiano San zeno di Verona, alla fine degli Anni ’80. È in particolare una figura di docente, che risalta nel suo racconto come colui che ha saputo resistere alla tentazione di fermarsi a constatare l’esistente e ha saputo intravedere il possibile. ho trentanove anni e lavoro nel gruppo Finmeccanica, come ingegnere. Dopo il cFP, ho frequentato le scuole serali, ho preso il diploma, sempre qui al San zeno, dopo di che ho intrapreso l’università e mi sono laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano. opero principalmente nell’ambito progettuale, nella funzione ricerca e sviluppo, e seguo aspetti che riguardano anche la parte di programmazione, il controllo dei costi, la gestione delle risorse. l’esperienza al cFP me la porto nel cuore. È 132 una cosa che forse un esterno non capisce, perché pensa che, dopo tante esperienze fatte, uno potrebbe anche dimenticarsene. Un paio di anni fa, mi hanno fatto un’intervista, per la selezione del personale nella società dove attualmente lavoro; mi è stato chiesto di raccontare la mia storia; alla fine mi sono accorto di aver raccontato tutto dell’esperienza del cFP e di aver praticamente trascurato l’università, in cui ero stato impegnato per tanto tempo e che poi evidentemente mi ha dato il titolo che mi ha permesso di entrare nel mondo del lavoro e di occupare il posto che occupo oggi. Posso dire che tutto ciò che faccio oggi si basa su quello che ho ricevuto in quei pochi anni: la capacità di percepire e di vivere il mondo in una maniera produttiva per me stesso, ma anche per gli altri, la capacità di relazionarmi, di cogliere il momento giusto per intervenire; tutto questo l’ho maturato al cFP e mi ha dato una marcia in più nella vita. Sono arrivato al San zeno con una sola richiesta: lavorare nel campo dell’elettromeccanica e non in quello della meccanica. Mi ricordo benissimo che don B. disse a me e ai miei genitori: “non c’è posto nell’elettromeccanica”. io ho puntato i piedi, dicendo: “Allora, la scuola non la faccio!”. i miei genitori si erano sentiti dire dai professori della scuola media che “il ragazzo doveva andare a lavorare”. lo ricordo bene. Devo riconoscere che a quel tempo non avevo, come dire, un indirizzo; mi sentivo proprio perso e anche il desiderio di scegliere l’elettromeccanica, piuttosto che la meccanica, sembrava più un capriccio, visto i risultati che avevo avuto fino a lì. Ad un certo punto, si è liberato un posto nel corso di elettromeccanica e io ho cominciato l’avventura. il primo quadrimestre è andata male. Poi è come se si fosse accesa una scintilla; qualcosa è scattato. All’inizio del percorso ho avuto una serie di guai; i miei genitori erano disperati e io mi vedevo come amorfo. c’è stata una persona di riferimento, per me davvero importante: il direttore del cFP che, pur non essendo un insegnante, era solito parlare con noi ed era molto presente in tutte le occasioni fuori dall’aula. ha avuto l’acutezza di accorgersi del mio stato d’animo e ha messo in atto una serie di strategie, anche personalizzate, cioè calate sui problemi di me come singolo, e so che non l’ha fatto solo con me. Mi ha fatto sentire come una persona che aveva in serbo qualcosa da dare e non l’aveva ancora dimostrato a se stesso, prima ancora che agli altri; lo ha fatto parlando, ascoltandomi, tenendomi una mano sulla spalla. insomma ha saputo capirmi e mi ha anche protetto dagli “attacchi” di chi evidentemente non mi capiva o leggeva solamente il risultato scolastico. qui sta un punto chiave: il voto non è un metro di misura assoluto, non coglie ciò che una persona può dare. quel direttore ha saputo leggere anche il resto, il possibile, e questo mi ha fatto sbloccare e fiorire. l’hanno riconosciuto i miei genitori e chi mi stava attorno e io ho cominciato a vivere in maniera proprio diversa. Riconosco a questa scuola la capacità di far capire a ciascuno che ha dentro qualcosa da tirar fuori. evidentemente, a me serviva che qualcuno mi mettesse una mano sulla spalla e mi dicesse: “Guarda che hai qualcosa dentro che non abbiamo ancora colto, mostracelo!”. ho dei genitori stupendi, che hanno fatto di tutto per me, però io, in campo scolastico, ero un po’ un disastro. il fatto che si sia poi accesa una scintilla mi ha permesso di incominciare a vedere lo studio con altri occhi. Da lì è stato tutto un crescendo. Piano piano ho portato le varie materie alla sufficienza piena. non era tanto una questione di voti. il punto era ciò che vedevo riflesso negli occhi di chi mi seguiva. A smuovermi non fu semplicemente il fatto di vedere che a scuola cominciavo ad andare bene. Mi dava entusiasmo il fatto di scoprire che avevo dentro tante cose da tirar fuori. È stato come se, fino ad allora, fossi rimasto col coperchio chiuso e, ad un certo punto, la pentola si fosse scoperchiata. Potevo finalmente dire la mia e veder apprezzati i risultati dei miei sforzi. Da lì è iniziata la spirale positiva. Sono arrivato al secondo anno e i salesiani mi hanno detto: “Guarda che puoi andare avanti, hai la possibilità di prendere un diploma”. ho sostenuto gli esami di idoneità alla seconda iTi e poi ho proseguito con la scuola se133 rale. Di giorno facevo l’assistente di laboratorio nel cFP e la sera andavo a scuola. Tutto mi metteva nella condizione di dare il meglio di me. ho imparato ad entusiasmarmi delle cose che facevo, ma anche a non accontentarmi di quello che facevo e ad alimentare la voglia di fare sempre meglio. Mi ricordo anche di un professore del primo anno, don P., che vedevo come “il terribile”, per il suo modo di porsi, per la rigidità del suo atteggiamento; l’ho vissuto come uno scoglio, mi faceva paura, lo temevo; non lo avevo capito. Fortunatamente, ho avuto quell’insegnante anche negli anni successivi e finalmente ho capito il suo modo di fare che avevo sempre percepito come estremamente rigido. ero io fuori dal sentiero; quando mi sono messo in carreggiata, ho capito: lui chiedeva un comportamento ben preciso, la puntualità, un modo di studiare che presupponeva un lavoro a casa di un certo tipo, una disciplina che io non avevo. quando mi sono sintonizzato e ho capito che fare così mi portava a dei risultati importanti, per me è stata veramente una soddisfazione; la cosa bella – anche se lui non lo faceva capire – è che è stata una soddisfazione anche per lui. Vedevo che le cose andavano bene, eppure eravamo entrambi le persone di prima, era così lui ed ero così io, con tutti i miei limiti, però evidentemente avevo cambiato il mio modo di lavorare e di veder le cose. Mentre facevo la scuola superiore ho avuto anche la gioia di insegnare a dei ragazzi più giovani di me; insegnavo di giorno e andavo a scuola la sera; avevo un’età che si avvicinava molto alla loro; riconoscevano che utilizzavo due comportamenti diversi, a seconda che ci trovassimo in classe o fuori, al campo sportivo. Anche adesso questo aspetto fa parte di me. Sono tanto accondiscendente nel capire i problemi di una persona, nel cercare di aiutarla, quanto rigoroso sull’aspetto professionale, sul raggiungere un obiettivo assieme. So che questo tratto mi viene riconosciuto dagli altri e che certe cose non si possono acquisire nella maturità, nascono in un certo periodo della vita e in particolari condizioni e poi vengono a far parte di te. Terminata la scuola serale, ho preso il diploma e ho intrapreso il percorso universitario, con sorpresa mia e della mia famiglia. Mi ero diplomato in agosto e ai primi di settembre dovevo presentarmi al Politecnico perché il corso era a numero chiuso e si doveva sostenere un esame; ho superato l’esame e sono entrato al Politecnico. il modo di studiare l’ho imparato qui al cFP e l’ho mantenuto all’università; è difficile trovare le parole per esprimermi; l’università, rispetto alla scuola, ti toglie delle barriere, i confini che la scuola invece fino a quel momento manteneva; ti trovi in un attimo a briglie sciolte ed ecco è a briglie sciolte che si vede se il cavallo sa galoppare e se lo sa fare nel verso giusto, nella giusta direzione. All’università il primo anno eravamo tantissimi; tutti avevano una passione sfrenata per l’aeronautica; io, di per sé, ce l’avevo, però non mi sentivo alla loro altezza; avvertivo proprio una sproporzione tra me e loro, però poi molti di loro si sono persi per strada, si sono ritirati o hanno cambiato facoltà, invece io ho capito che quella era la mia strada e che stavo facendo il passo giusto. ciò che mi ha fatto capire questo è stato tutto ciò che avevo vissuto prima. Forse è anche per questo che provo riconoscenza nei confronti del cFP e dei salesiani. quando la Formazione ha la “F” maiuscola, uno se la porta con sé per il resto della vita. Dal punto di vista religioso, ho passato periodi in cui non ero praticante, ma non ho mai perso la sostanza delle cose: i valori veri, l’aiutare le persone ad essere più sensibili verso i deboli, il rispetto nei confronti degli anziani, per esempio, tutti aspetti che vanno anche al di là dell’aspetto professionale. in tutte queste cose, riconosco una linea di continuità. le basi che ho acquisito al cFP adesso fanno parte del mio bagaglio e del mio modo di essere; sono ciò su cui ho poi costruito tutto il resto, comprese l’università e l’esperienza lavorativa: la capacità di relazionarmi, di cogliere gli eventi, di riconoscerli e di cercare, dove possibile, di indirizzarli in termini di progetto. Probabilmente, all’inizio non lo percepivo. Più vado avanti e più mi accorgo che sto vivendo su quella base. oggi mi accorgo che il mondo del lavoro è fatto di 134 persone che devono collaborare per arrivare ad un obiettivo; senza la collaborazione, non si fa nulla; collaborare richiede atteggiamenti di apertura e la capacità di interpretare quello che ci sta attorno, altrimenti non riusciamo a cogliere il meglio dagli altri; se ti relazioni male, l’altro potrà anche essere il più bravo di questo mondo, ma ti darà solo cose negative e vedrà in te non un traino, ma un muro. Grazie all’esperienza personale e vista l’efficacia che lo stile salesiano ha avuto su di me, non voglio farmi sfuggire l’occasione di utilizzare anch’io ciò che ho imparato a beneficio di altri, di chi mi sta attorno. Al lavoro, vengo riconosciuto proprio per la capacità di dialogare, di ascoltare. Talvolta uno, in mezzo a mille problemi o preso da un obiettivo che deve assolutamente raggiungere, perde di vista tutto il resto e pensa di aver davanti solo delle macchine. io cerco sempre di mettere davanti la persona e questo, devo dire, mi ha portato a risultati davvero apprezzabili. il fatto di vivere ponendosi degli obiettivi chiari, dandosi delle regole semplici, è un valore che ho appreso al cFP e che mi ha contraddistinto nelle esperienze che ho vissuto dopo. ho imparato anche a fare delle scelte ponderate e valutate con equilibrio. questo modo di interpretare le cose, che mi fa rimanere ancorato alla terra, è il valore più importante che ho acquisito al cFP. Ai formatori di oggi direi che è importante che un formatore non si limiti a considerare le mere performance dell’allievo in aula e impari a valutare l’allievo anche sotto altri aspetti, che talvolta sono più importanti della materia stessa. questo è valso per me e credo che ci siano tanti ragazzi, forse oggi più di ieri, che hanno bisogno di questo tipo di formazione. Poi il formatore dev’essere anche una persona che sa entrare in sintonia con l’allievo; se uno rimane distaccato, secondo me, non riesce a trasmettere i principi della materia che sta insegnando. Bisogna sempre aprire un varco relazionale e questo non è facile, anche perché ciascuno di noi ha un suo carattere e a volte è un po’ restio ad aprire nuove relazioni. Però, se uno presta un po’ di attenzione a questo, sono certo che le sue capacità formative migliorano; il resto viene di conseguenza. Mi verrebbe da dire che, se uno riesce ad aprire un canale relazionale con l’allievo, il fatto che questo non conosca qualcosa della materia non è così importante; un’informazione potrà sempre acquisirla successivamente. Al contrario, una persona che entra in aula e si limita a scarabocchiare qualcosa alla lavagna e a dare una scheda ai ragazzi, è difficile che dia un valore aggiunto soprattutto agli allievi che hanno problemi. Avere problemi non significa essere un povero disgraziato; i problemi possono arrivare da mille circostanze, sicuramente anche distanti dall’attività di studio che si sta svolgendo. Un’altra cosa importante per un formatore è sapere apprezzare i miglioramenti che vede nell’allievo, e quindi gioirne; l’allievo che passa dal quattro e mezzo al cinque e mezzo, per fare un esempio, ha fatto un passo avanti che assume un valore non confrontabile con quello che magari passa dall’otto al nove. Per me il formatore è quello lì; insegnanti di altro tipo se ne trovano tanti, ma non si possono chiamare formatori. Rivivo questi momenti con estremo piacere. ci sono certi volti e certi passaggi che ancora mi commuovono. Sono quelli che mi hanno cambiato la vita! (intVr2). 13. RICONOSCIUTO PER NOME la storia riguarda F. (intBs1), che ha 38 anni e dirige un cFP salesiano in una città del nord italia, del quale era stato allievo alla fine degli Anni ’80; sottolinea l’importanza che per lui ha avuto una relazione capace di liberare energie positive e di spronare a dare il meglio di sé. 135 Sono entrato a contatto con il mondo salesiano, dal punto di vista lavorativo, quasi per caso. Tutto è cominciato da una proposta di supplenza da parte del vecchio direttore del cFP, mio ex insegnante nell’area dei linguaggi. Sapendo di una mia posizione lavorativa legata al disegno Autocad, mi aveva chiesto se potevo sostituire un insegnante che era stato mio formatore quando frequentavo il centro. Ricordo benissimo il termine delle mie prime due ore di lezione: ero molto emozionato, perché avevo visto un gruppo di venti ragazzi concentrati su di me, ero riuscito ad attrarli e questo mi dava veramente tanta soddisfazione. Da allievo, ero nel settore meccanico. ho fatto il mio percorso all’interno del cFP e, spinto dai miei formatori, che vedevano delle risorse da spendere in altri percorsi scolastici, ho deciso di proseguire gli studi. Due giorni prima della maturità, ho trovato impiego in un’azienda, come disegnatore. ho lavorato in quell’azienda per due anni, ma c’era in me un’insoddisfazione di fondo; almeno una volta al mese passavo a trovare il vecchio direttore o qualche vecchio insegnante che mi faceva piacere vedere. Forse il fatto di essere riuscito a creare un rapporto che andava di là dalla classica relazione insegnante-allievo mi ha consentito di costruire un futuro più che positivo. Sono per estrazione professionale di ambito meccanico e ho cominciato come formatore in ambito meccanico e poi, per vari motivi, sono diventato coordinatore di settore e successivamente direttore di centro. il mio è un percorso un po’ insolito, che ha spiazzato prima di tutti il sottoscritto; ho scoperto di avere delle competenze che prima non pensavo di avere. il giorno dopo aver conseguito la maturità, ero già in azienda a lavorare; ho fatto lì due anni e qualche mese, ma, in quel momento, ero in una fase di crisi sia dal punto di vista personale che da quello lavorativo. Sentendo il direttore del cFP dei salesiani, avevo ipotizzato di aprire una mia attività, che poi ho anche avviato, in consulenza e gestione della qualità. ho fatto il corso all’interno dell’azienda, dove già facevo il disegnatore; poi mi sono dimesso dall’azienda e ho cominciato a fare il consulente e, parallelamente, il formatore. ho portato avanti l’attività di consulenza fino a quando non mi è stata fatta la proposta di un contratto a trentasei ore settimanali all’interno del cFP. lì mi sono trovato davanti a un bivio: o facevo una scelta legata ad aspetti economici – avevo un buon giro di clienti come consulente – o mollavo tutto per dedicarmi al mondo degli adolescenti che dà più soddisfazione. non sono tutti “pezzi” uguali, ogni ragazzo è diverso e ha qualcosa da insegnarti. Ricordo la pazienza degli insegnanti a livello classe, non soltanto con il sottoscritto. È un aspetto che ho cominciato a valutare solamente dopo essermi inserito in quarta superiore. Mi sono trovato a contatto con una realtà fredda, rispetto a una realtà accogliente come sono stati i primi tre anni al cFP. la cosa che secondo me segna di più un adolescente, un ragazzo in fase di crescita, è il fatto di non essere considerato un numero, ma una persona. Sapevano il tuo nome, questo credo che destabilizzi qualsiasi allievo, ieri come oggi: tu non sei il ragazzo numero tot del registro, ma ti chiami Marco, Paolo; so qual è il tuo vissuto. questo credo che sia l’aspetto fondamentale all’interno del mondo della formazione e della scuola. infatti, oltre il livello di preparazione di un insegnante, quello che poi lascia il segno è l’affetto, il fatto di instaurare un rapporto, di dialogare con loro. io ricordo gli insegnanti che alla fine delle lezioni non avevano alcun problema a confrontarsi con noi; c’era l’insegnante che durante la ricreazione andava dai ragazzi, faceva due battute e chiedeva come stavano; secondo me tutto questo per una persona è fondamentale. Tutto questo l’ho ricevuto al cFP e non ho avuto modo di riscontrarlo in altre realtà; essendo cresciuto all’interno del cFP è lo stesso modo operativo che porto avanti con i miei allievi, ma è anche quello che pretendo dagli insegnanti. nel momento in cui si riesce a instaurare un dialogo, otteniamo qualcosa da questi ragazzi, se tiriamo su un muro, io sono in cattedra e tu sei un uditore, i risultati non sono altrettanto soddisfacenti. la pazienza (è una delle doti fonda136 mentali) perché comunque quello del formatore è un lavoro logorante, pur non essendo classificato come tale; il fatto di avere a che fare con venti, venticinque persone diverse, che si comportano in modo diverso, magari un pochettino sopra le righe, perché il target della Formazione Professionale è quello, è particolarmente duro. il cFP è considerato l’ultima spiaggia, sotto il cFP non c’è nulla, quindi molte volte entrano ragazzi problematici. la capacità degli insegnanti nel riuscire a gestire, ad avere la pazienza di ripetere anche dieci volte lo stesso argomento, fa veramente la differenza ed è quello che personalmente mi ha segnato. i miei insegnanti li ho avuti come colleghi e poi come dipendenti e questa caratteristica fortunatamente nel tempo non è mutata. credo che non ci sia un aspetto particolare che possa andare a segnare la mia crescita professionale. Penso che sia stato il trascorrere giorno per giorno all’interno della realtà formativa e crescere giorno per giorno come la famosa goccia d’acqua che scava la roccia. il mio modo di lavorare è condizionato dal mio pregresso, da ciò che ho vissuto quotidianamente, che poi fa parte della prassi salesiana. Ad esempio il direttore del cFP, al momento di una tua cavolata, di una marachella piuttosto che di episodi non congrui al regolamento, ti toglie il saluto; un ragazzo di quattordici anni lo ghiacci, “ma perché? – il ragazzo si chiede – che cosa avrò mai fatto di così grave da portare questa persona a togliermi il saluto?”. era una strategia portata avanti per cercare di far riflettere il ragazzo. Proprio queste cose, il vivere ogni giorno in questa realtà, dove comunque alcuni valori sono sottolineati, lo stile di famiglia, il fatto di essere sinceri e leali, mi hanno portato a essere il direttore del cFP che sono, nulla di particolare. Sulla mia scelta futura ha influito il fatto di riuscire ad ottenere qualcosa dai ragazzi. il dover lavorare in modo frenetico con l’unico obiettivo di guadagnare il più possibile credo che a un certo punto della vita di una persona possa far crollare tutto; quando invece hai a che fare con la persona, con le sue fragilità, le sue debolezze e criticità, e riesci a vedere che un semino depositato oggi, tra uno o due anni, ti dà un frutto, secondo me, non hai nessun paragone. Forse gioca un ruolo anche la passione di insegnare. in quelle due prime ore di lezione, mi sono reso conto che c’era un gruppo di adolescenti che pendeva dalle mie labbra. non ero l’insegnante di quarant’anni, ma un ragazzo che avrà avuto al massimo dieci anni più di loro, però mi sono sentito accolto e rispettato dalla classe; questo è stato il momento in cui ho pensato di intraprendere questo percorso, tortuoso ma soddisfacente; se tornassi indietro, lo rifarei. l’insegnante che più mi è rimasto impresso e che poi è stato il mio direttore del cFP, era don P. A colpirmi non era solo la sua capacità di interagire con i ragazzi; infatti, era una persona che ti sapeva accogliere; la cosa che più ricordo è che forse è stato l’unico insegnante che ha preteso che i ragazzi della Formazione Professionale imparassero un po’ di latino. Ricordo che nelle ore d’italiano don P. ci parlava di latino, non tanto dal punto di vista teorico, ma ci faceva capire quanto fosse importante l’etimologia delle parole, la radice di una parola; questo era sconvolgente. Un insegnante che si presenta così il primo giorno di scuola all’interno della Formazione Professionale, un po’ il segno te lo lascia; un ragazzo che ha fatto la scelta di frequentare la Formazione Professionale perché non voleva scontrarsi con il latino piuttosto che con altre discipline e che, il primo giorno di scuola, si trova l’insegnante che gli vuole inculcare anche il latino nella Formazione Professionale, è un po’ un paradosso! Poi personalmente credo che sia stato l’insegnante che mi ha lasciato di più un segno perché aveva capacità relazionali. È stato lui a dirmi che, se non avessi continuato gli studi, potevo evitare di farmi vedere al centro. Sembra una frase brutta, ma aveva un suo significato; sapeva dove potevo arrivare e voleva che io arrivassi lì. in questa frase non c’era l’intento di demolire ma di spronare. Dopo tre anni che conosci una persona, capisci il perché di determinate frasi; se me l’avesse detto in prima, forse non sarei qui in questo momento. infatti, prima devi istaurare un rapporto per far capire un messaggio; in prima non lo avrei capito, dopo 137 tre anni di conoscenza della persona, sapendo che una frase simile l’ha detta ad altri ragazzi che come me hanno deciso poi di proseguire il loro percorso di studi; sapevo qual era il suo significato particolare e preciso. era un insegnante che puntava alto e noi eravamo tutti stupiti perché ci aspettavamo qualcuno che tendeva a tenere basse le aspettative. È comune opinione, infatti, che la Formazione Professionale sia una scuola di serie “B”, uno quindi entra nella scuola professionale ipotizzando un determinato percorso, e noi con lui siamo rimasti spiazzati! ha fatto tutto l’anno legato al latino, la sua teoria era sapere il latino per riconoscere la provenienza delle parole e questo davvero spiazza. Se io dovessi dire a un mio allievo che fa lezione d’italiano di prendere il dizionario di latino per cominciare a fare lezione, probabilmente avrei il telefono bollente per le telefonate dei genitori che vorrebbero una spiegazione; ai tempi non era così, si accettava tutto. P. era un insegnante che puntava molto in alto, se non fosse stato così, ripeto, io oggi non sarei qui. Sono approdato alla Formazione Professionale perché sono una persona un po’ testarda, avevo avuto alla scuola media come consiglio di orientamento una scuola come il liceo scientifico, ma io non volevo fare il liceo, perché trovavo poca spendibilità all’interno di questo percorso di studi. non sono mai stato una persona che stava sui libri a studiare per tantissime ore, la mia passione era legata al concreto, mi applicavo nel momento in cui avevo un progetto da realizzare. la mia scelta dunque non è andata su un istituto tecnico, ma sulla Formazione Professionale anche perché conoscevo delle persone che avevano seguito questo percorso e poi mi piaceva molto disegnare dal punto di vista tecnico, tant’é che l’indirizzo che avevo intrapreso era disegnatore meccanico. l’obiettivo di me tredicenne, era quello di fare il disegnatore meccanico, punto. i miei genitori fortunatamente non hanno voluto sindacare, portando avanti un ragionamento del tipo che era una scelta che facevo io e che a loro andava bene qualsiasi strada avessi voluto intraprendere purché la portassi a compimento. questo vuol dire tanto, puntare la pistola a un ragazzo perché la scelta non corrisponde ai canoni portati avanti dalla famiglia, anche perché poi sarebbe un facile insuccesso. (la scelta è stata) assolutamente libera, non di ripiego; sono fiero di dire che sono stato un ragazzo che ha fatto la Formazione Professionale, me ne vanto e lo dico anche ai ragazzi della scuola media quando facciamo orientamento. quella di togliere il saluto è una tecnica sotto alcuni aspetti, ancora praticata; io l’ho sempre vista all’interno di questa struttura salesiana, ma parlando con colleghi, ex allievi provenienti da altre strutture salesiane, anche da loro era applicata. il concetto fondamentale è che, nel momento in cui l’insegnante piuttosto che il coordinatore o il direttore ti toglie il saluto, automaticamente nella testa dell’adolescente scatta il ragionamento del perché di questo comportamento: “cosa avrò fatto di male per meritarmi questo?”. l’avvicinamento poi lo faceva l’allievo perché dopo uno, due giorni che questo non gli parlava andava a chiedere spiegazioni. Secondo me è la tecnica che più di altre disarma le persone. noi siamo abituati a reagire con lavate di capo, punizioni, piuttosto che altre tecniche, quando in realtà togliere il saluto secondo me è ancora la tecnica che lascia qualcosa, fa riflettere il ragazzo; siamo abituati al saluto e quando viene tolto questo è evidente che qualcosa non va. Però c’è il fatto che con il ragazzo si tenta di istaurare un rapporto; il formatore, deve essere insegnante in cattedra e amico in cortile. Se in classe mi hai fatto dannare, come faccio a esserti amico in cortile? Togliendoti il saluto nel momento in cui siamo in cortile, qualcosa farò scaturire nella tua coscienza, ti faccio riflettere. questa tecnica su di me è stata applicata solo un paio di volte perché fortunatamente per i Salesiani non sono stato un grosso problema. A me ha dato molto fastidio e secondo me si tende ad aumentare il problema, il ragazzo crede di avere fatto chissà quale mancanza, poi quando si confronta con l’educatore che ha applicato questa tecnica, ti rendi conto che non è una punizione ma un modo per far riflettere. con qualcuno funziona ancora, se dall’altra parte c’è la predisposizione di osservare, perché a volte, 138 se qualcuno non viene salutato, è anche felice di non esserlo. È una tecnica che deve essere applicata bene e ai soggetti giusti, i ragazzi devi conoscerli assolutamente per applicarla. ho imparato tanto e anche ho sbagliato tanto, ma credo che proprio grazie agli sbagli si possa crescere. quello che sicuramente ho imparato è di non limitarsi all’apparenza, sia da studente sia da insegnante. È semplice etichettare una persona in base al primo approccio, non dandole modo di mostrare effettivamente chi è nel corso del tempo. invece se una persona è paziente e ha modo di ascoltare e di vedere tutte le sfaccettature, ti rendi conto che magari dietro qualcosa di non bello all’apparenza, si nasconde una persona piena di valori. Tutto questo l’ho imparato al cFP. ci sono veramente tantissime cose: la pazienza, l’ascoltare, il controllo delle emozioni, perché poi calato in ogni singola persona, in base al lavoro che svolgi, devi avere i nervi saldi, il cFP mi ha insegnato anche questo, sia da studente ma, soprattutto, da formatore e adesso da direttore, poi ti tempra molte cose ti scorrono via. Ti rendi conto che le priorità vanno ridistribuite, ci sono cose più importanti e meno importanti. Se due anni fa per me la priorità massima era veramente al di sopra di tutto, adesso ho imparato direttamente in campo a gestire questi aspetti. io sono stato uno studente che ha sempre puntato all’eccellenza; a me dava fastidio prendere una valutazione negativa e questo gli insegnanti lo sapevano, era quasi una sfida beccarmi non preparato, non perché era una soddisfazione per loro, ma per farmi scendere nella vita reale e per farmi capire che tutti possono sbagliare, non sempre bisogna puntare alla perfezione perché poi questa è nemica del bene. Da studente ho sempre cercato di fare come ho detto, ma poi quando cerchi di riportare nella vita lavorativa la perfezione, soprattutto in un ruolo di direzione, sai che avere un carico di direzione a ventisei anni, avere davanti centodieci famiglie all’incontro d’inizio anno scolastico che vedono un ragazzo giovane, in quei momenti lì è difficile gestire bene le emozioni! infatti, i primi mesi ho fatto molta fatica, e questa agitazione traspariva anche nell’approccio con le persone. Ma confrontandomi molto con don R., il direttore della casa, pian piano ho imparato. lui mi ha insegnato una cosa bella, molto salesiana, mi ha detto: “la sera quando vai a casa, il mazzo di chiavi dell’ufficio e di tutte le porte di questa grossa struttura, poggiale davanti alla statua della Madonna, vedrai che tutti i problemi te li risolve lei”. non ci credevo, però ho provato, e poi è divenuta convinzione mia anche quest’aspetto, e mi sono abituato ad abbandonare alla Madonna certe emozioni, consapevole di aver fatto di tutto, quindi se riesco ad avere un risultato positivo, bene, se invece non ottengo un risultato positivo, so di avere fatto di tutto per ottenerlo. quindi a tenere a bada le emozioni l’ho imparato direttamente qui, con qualche consiglio, che poi è sempre questo. l’esperienza del cFP ha influito sulla mia crescita personale, perché oggi posso reputarmi, usando un gergo salesiano, uno che tenta di essere un “buon cittadino e un buon cristiano”; mi ritrovo inoltre una base sul rispetto delle persone e delle cose altrui, che magari in altri ambiti scolastici non avrei avuto modo di ottenere. Dal punto di vista professionale sarei ipocrita se dicessi che il cFP non mi ha insegnato nulla. infatti, da studente al cFP poi sono diventato formatore, poi coordinatore e infine direttore, devo tutto al cFP! Forse il punto di forza è stato il fatto di avere avuto la possibilità di avere una visione da due punti di vista diversi: da studente mi sono sentito fortunato di essere al cFP, quindi dal banco verso la cattedra, ma anche dalla cattedra verso il banco. ho visto le sperimentazioni, la struttura com’è cambiata in quindici anni, le persone che sono cambiate, ma anche quelle che sono restate. la vedo veramente come una casa, mi trovo a casa all’interno di questa realtà. Forse il fatto che il primo giorno di scuola ci dicessero “Benvenuti all’interno della casa salesiana”, questo continuare a sentirlo, mi ha portato a restare qua dentro. qualcosa di particolare che abbia determinato la mia scelta, non saprei dire, forse essere circondato da persone valide che non si limitano a fare il loro lavoro, l’insegnante, ma hanno anche un altro obiettivo, cercare di fare del 139 bene alla persona. Se i vari insegnanti che mi circondavano non mi avessero detto di continuare nel mio percorso scolastico, forse non sarei qui, e avrei fatto scelte lavorative completamente diverse, come inizialmente ho fatto. È una sorta di cordone ombelicale, vogliamo usare questo termine, che non tagli così facilmente. Penso ad altri miei compagni di classe, ex allievi che in un modo o nell’altro tornano. cambiano le persone con cui s’interfacciano, parlo dei formatori, di persone salesiane, ma in qualche modo tornano. Magari passano degli anni ma poi tornano, questo potrebbe avermi influenzato. Se dovessi tornare indietro a quando ero studente, sicuramente non avrei detto che da grande sarei diventato un formatore, un insegnante, tanto meno direttore! non si può pretendere di essere un formatore, un coordinatore, un direttore di un cFP, se prima non conosci la realtà in cui sei inserito. Per poterla governare o la conosci oppure è difficile. So di alcuni colleghi che vengono da realtà differenti e sono stati inseriti in questa salesiana e le difficoltà le trovano, perché c’è un ordinamento organizzativo tipico dell’impostazione salesiana, ci sono delle figure tipiche della formazione salesiana, magari non menzionate nei regolamenti regionali. quindi credo che sia stata una continua crescita, devi continuamente aggiornarti, sei quindi in una formazione continua. Direi solamente una cosa, tornare alle origini. il cambiamento che si è avuto nella Formazione Professionale degli ultimi anni ci sta forse staccando dal concetto puro di Formazione Professionale, stiamo diventando troppo scolastici e meno formativi. Mi sento solo di ricordare una frase che diceva don Bosco: «i ragazzi della Formazione Professionale hanno l’intelligenza nelle mani», di non pretendere cose di target troppo elevato. noi non abbiamo a che fare con dei liceali, non abbiamo a che fare con ragazzi di scuole tecniche, non sto però dicendo che sono ragazzi stupidi, sono ragazzi che hanno una modalità di apprendimento diversa, possono tranquillamente arrivare all’obiettivo prefissato da un liceale, piuttosto da un ragazzo dell’istituto tecnico, percorrendo delle strade alternative. Fare quel passo indietro e distaccarci un poco dal mondo della scuola, perché il renderci troppo simili a loro ci fa perdere delle buone prassi che sono quelle del confronto e del dialogo. A scuola sono tutti di fretta, c’è la verifica da correggere, la verifica da fare, il compito da consegnare, andando a perdere così aspetti fondamentali come il confronto con il ragazzo, il dialogo, il sorriso. lasciando da parte il periodo storico-sociologico che stiamo vivendo, secondo me un sorriso in più a un ragazzo farebbe bene. Ai formatori e alla Formazione Professionale in genere dico che se nella società c’è ancora la convinzione che la scuola di formazione sia di serie “B” e se i risultati sono questi, ben venga, anche di serie “c” e di serie “D”. Secondo me parlano le persone che sono uscite da questa realtà; so che sono tante, ne conosco personalmente, e vedo che sono persone affermate, ma non nel senso letterale della parola, sono persone affermate perché felici con se stesse. Poi se siano dei semplici operai, piuttosto che manager di grosse aziende famose, l’importante è che sono riusciti a far quadrare il cerchio. questo è quello che mi sento di dire alla Formazione Professionale, i nostri ragazzi sono veramente i figli di don Bosco, se non li raccogliamo noi questi ragazzi chi lo farebbe? l’intervista è stata tranquilla, nel senso che non c’è stata emozione, perché negli anni precedenti ho imparato a gestirla. Fa piacere avere un momento dove una persona si può fermare e pensare ad alcuni episodi, aneddoti e prassi che momentaneamente aveva cancellato dalla memoria. Forse servirebbe farlo un poco di più, potrebbe essere anche uno spunto per parlare con i ragazzi e trasmettere loro qualcosa di positivo. Mi ha fatto piacere anche perché la vivo tutti giorni; ancora oggi qui ho tre formatori che erano miei ex formatori, quindi qualche battuta ce la facciamo: l’insegnante di disegno un anno fa mi ha portato i miei vecchi disegni che aveva in archivio. È bello, sono bei ricordi, poi vedi quanto le persone ci tengono, perché se dopo quindici anni un insegnante ti porta i disegni, vuol dire che l’interesse verso gli allievi c’è. Sono contentissimo di avere rispolverato questi momenti (intBs1). 140 14. A PARTIRE DA QUELLO CHE UNO SA FARE M. (intBra3) ha oggi 24 anni ed è un giovane docente di tecnologia nel cFP di Bra, in Piemonte, dove egli stesso ha seguito il corso triennale. Ricordando la sua esperienza, mette a fuoco la qualità del rapporto che si crea tra docenti e allievi. Soprattutto ricorda che l’approccio salesiano porta a valorizzare ciascuno per quello che sa fare, mobilitandone le energie verso traguardi sempre più elevati. in questo ambiente, che ha vissuto come familiare, ha potuto maturare la scelta di diventare a sua volta formatore e provare il gusto di un lavoro che piace. ho cominciato la mia esperienza al cFP come docente all’età di venti anni, nel 2007, mio primo anno di codocenza in officina; con il passare degli anni sono diventato formatore di tecnologia. ho fatto i tre anni di formazione qui a Bra e poi ho seguito il quarto e quinto anno all’iPSiA di Savigliano, perché c’era la possibilità del passaggio. Molti si fermano, perché il cambio di scuola li spaventa e li fa desistere dal continuare negli studi, e allora vanno a lavorare. Il rapporto tra allievi e docenti All’interno del cFP non c’è un rapporto tra alunni e docenti, come nelle altre scuole, in cui l’insegnante spiega e, se gli alunni capiscono, bene, altrimenti pazienza. All’interno di queste scuole salesiane, come ho potuto sperimentare io, c’è qualcosa di più nel rapporto tra allievi e docenti: si sta in cortile e si parla non solo di cose di scuola, ma anche di cose personali, si fanno degli incontri extrascolastici, si fanno dei tornei sportivi; tra alunni e insegnanti c’è un bellissimo rapporto. questo legame si instaura già nel primo anno, poi si consolida; in terza, si arriva al punto in cui spesso si diventa anche amici al di fuori della scuola. A partire da quello che sai fare Di quand’ero alunno mi ricordo che per me venire a scuola era un divertimento. quando a quindici anni vai a scuola, non sai che cosa farai dopo, ma segui gli amici. io prima avevo fatto un anno di ragioneria e sono stato bocciato, perché quella scuola non era per me; mi hanno consigliato questa scuola perché c’era molta manualità. ho cominciato che non conoscevo nessuno, ma mi sono trovato benissimo. ho dei fantastici rapporti di amicizia con alcuni ex compagni, con i quali esco ancora oggi. la cosa che mi è rimasta più impressa del cFP è la possibilità che ho avuto di andare quattro settimane in Spagna, per fare uno stage, nell’ambito di uno scambio culturale. era la prima volta che andavo in Spagna; quasi tutte le spese erano a carico del centro. È stata un’esperienza bellissima, che ho fatto in seconda, quando generalmente si poteva fare solo in terza. quell’anno, le terze non erano andate e io ho avuto la possibilità di andare mentre frequentavo ancora la seconda, quindi giovanissimo; ho trascorso quattro settimane in Spagna con alcuni docenti, come il prof. M. o il prof. c., che mi hanno fatto vivere un’esperienza davvero intensa. Un paese bellissimo, una bella casa salesiana. Penso che lo spirito salesiano lo vivi in qualsiasi casa salesiana vai: loro mettono al primo posto le tue capacità, partono da quello che sai fare; non importa quello che non sai fare, si parte da quello che sai fare e poi si va avanti; è 141 un’esperienza bellissima, che si vive in tutte le case salesiane; lo capisci già vedendo la gente ti viene incontro. Mentre i miei compagni erano in ditte dei dintorni, io e altri otto abbiamo avuto la possibilità di fare lo stage all’estero. ho preso l’occasione al volo, siamo partiti nel mese di novembre e abbiamo passato tutto il mese in Spagna. Di quel periodo mi è rimasto in mente anche il fatto di avere dei docenti che, la sera, si fermavano a giocare a pallone o a basket insieme; non riuscivamo mai a batterli e allora battere la squadra dei professori è diventata una meta da conquistare; facevamo tornei su tornei. Per quanto riguarda lo studio, le materie teoriche come italiano, inglese, sicuramente le ho apprese più fuori, quando ho fatto il quarto e quinto anno all’iTiS. nella parte professionale invece ho imparato però moltissimo. Ma al cFP ho imparato anche l’educazione, il rispetto dell’altra persona e il non escludere; da alunno, nella mia classe, c’erano il più bravo e il meno bravo; il meno bravo non veniva messo da parte e, in officina, veniva stimolato a fare quello che sapeva fare. il meno bravo faceva altri lavori, magari in officina non era bravo, mentre in inglese era una cima; venivano evidenziati i suoi punti di forza. qua si prende quello che sai fare, quello che non sai fare lo impari se hai volontà; il fatto di non escludere mai gli altri era un aspetto importante. Puoi essere una frana in officina ed essere invece il migliore a calcio. Puoi dirmi che il gioco non c’entra niente con l’aspetto formativo, però magari quel ragazzo è escluso in officina e poi invece può essere conteso dalle squadre di calcio e questo lo fa sentire importante; fa piacere al ragazzo e fa piacere anche a me, perché vedere un ragazzo in un angolo, escluso da tutti perché non bravo in matematica è brutto. Sapere che è bravo in una materia, che in una certa attività lui dà il massimo ed è bravo, gratifica anche l’insegnante. l’insegnante ad esempio insegna anche solo a fare una tornitura; è una cosa semplicissima, fa tutto la macchina, praticamente, però certi ragazzi che arrivano qua e vedono queste macchine, e magari ne hanno paura, perché si possono bruciare con un truciolo; a fine anno prendono coraggio e lavorano come tutti gli altri, anche se non fanno tutti i pezzi giusti, perché con la paura sbagliano le quote, però solo il fatto di aver vinto la paura e di essere riusciti a prendere in mano la macchina è gratificante. Il lavoro dell’insegnare visto dalla parte dell’allievo e dalla parte dell’insegnante Da alunno non riuscivo a vedere quanto fosse faticoso il lavoro dell’insegnante; pensavo che gli insegnanti arrivassero in classe, leggessero quello che c’era da fare e chi capiva bene chi non capiva amen; invece c’è sotto una grandissima pazienza, che penso sia da pochi. questo lavoro, se non sei paziente, non è fatto per te; la pazienza sta prima di tutto; in una classe ci sono trenta ragazzi e non ce n’è uno che abbia una storia uguale all’altra, quindi non è che puoi fare di tutta l’erba un fascio, bisogna prenderli individualmente. Tutto questo non lo vedi, da alunno, pensi solo a ridere e a scherzare e a far disperare il professore più bravo. quando passi invece dall’altra parte, ti accorgi di come eri; tornassi indietro, non farei gli scherzi stupidi o le prese in giro che facevo, anche perché gli alunni pensano che l’insegnante non senta, invece sente benissimo e spesso deve far finta di niente, altrimenti passerebbe le giornate a dare punizioni; su molte cose deve sorvolare. questo gli alunni non lo capiscono, sono giovani e pensano solo a divertirsi; mentre tu spieghi, loro pensano ad altro, a cosa devono fare il pomeriggio o al fatto che devono mettere a posto la moto, devono uscire con gli amici ecc.; non hanno in testa la scuola. Penso che la scuola ti entri in testa verso i diciassette, diciotto anni, quando cominci a capire che il mondo del la142 voro è duro; in questa scuola si fanno dei periodi di stage e quindi cominci a capire che cosa sia il lavoro; magari fai dei tirocini estivi; quando finisci il terzo anno, hai già fatto degli stage e capisci che andare a lavorare significa stare otto ore, tutti i giorni, in un posto dove magari i colleghi ti prendono in giro o ti assegnano i lavori peggiori perché sei il più giovane e il meno esperto; cominci quindi a pensare che è meglio studiare e magari, un domani, andare lì dentro con un pezzo di carta che dice che sei sì un semplice operaio, ma qualificato e sai cosa stai facendo. Gli alunni cominciano a pensare allo studio quando arrivano in quarta e quinta. Diventare insegnante io non sono laureato, perché pensavo prima di sistemarmi e poi di cominciare uno studio per la laurea, almeno triennale; vien voglia di studiare dopo, perché capisci che, nel mondo del lavoro, se non hai niente in mano che ti qualifichi, non sei nessuno. Prima di lavorare qui, lavoravo il pomeriggio, durante il quarto e quinto anno di scuola; uscivo da scuola all’una e all’una e mezza incominciavo a lavorare. ho lavorato per due anni così, con un contratto part-time, in una ditta che fa lavorazioni con la pietra, sempre in mezzo all’acqua e alla polvere. Poi è arrivata la salvezza: mi hanno chiamato qua, a fine quinta, chiedendomi se volevo fare un colloquio di lavoro. non me lo aspettavo. la scuola ha fatto una cernita tra quelli che avevano finito qui bene gli studi, avevano fatto anche la quarta e la quinta e avevano anche una buona capacità di lavorare. io, mentre studiavo, lavoravo, quindi hanno visto che avevo delle buone capacità e che mi davo da fare. Mi hanno contattato insieme ad altri che, purtroppo per loro, non hanno avuto abbastanza pazienza. Magari nell’insegnare non si sono trovati bene, mentre in altri lavori sono bravissimi, magari hanno delle ditte loro, però, non sanno insegnare; quando si tratta di insegnare, devi esserci portato. Se non sei portato, puoi saper tutto, però non funziona. Se dovessi continuare, non saprei ancora quale facoltà scegliere, ma sicuramente una facoltà umanistica, qualcosa che mi aiuti a capire la gente, i ragazzi, qualcosa che mi aiuti a stare con loro, anche se almeno per ora non ho alcuna difficoltà a farlo, anche per la mia età. Un domani potrei perdere questa capacità e allora essere più preparato psicologicamente potrebbe essere importante. Sulla mia scelta di diventare insegnante ha influito molto l’atteggiamento che gli insegnanti avevano verso noi alunni; questo mi è rimasto particolarmente impresso: era un rapporto non distaccato, non di amicizia, ma di vicinanza, fatto anche di un saper scherzare al momento giusto, negli intervalli o nelle pause che si facevano durante le ore. questo rapporto mi ha colpito; quando mi hanno chiesto se ero disposto a provare a lavorare qui, i primi giorni in cui ho provato, ero giovanissimo, avevo vent’anni e i ragazzi più grandi ne avevano diciotto, quindi tra me e loro non c’era praticamente nessuna distanza, ma già allora notavo che, se davo la confidenza nei momenti giusti e rispettavo anch’io le regole, vedevo che i ragazzi mi seguivano. oggi cerco di mettere in pratica quello che ho imparato: entro in classe, firmo il registro, facciamo insieme due parole e poi iniziamo la lezione. incominciando così, imposto bene la giornata fin dall’inizio e la conduco bene fino alla fine. l’atteggiamento che avevano i miei insegnanti con me adesso io cerco di metterlo in atto con i miei alunni: far prendere bene le ore di lezione, con leggerezza, ma nello stesso tempo lavorando, senza affanno, senza aver fretta ed essere nervosi, però con dedizione e impegno. con calma si fa tutto, non con la fretta. Da quello che ho imparato finora ciò che serve innanzitutto è la pazienza e la capacità di conoscere meglio gli alunni non solo nell’ambito scolastico, ma anche fermandosi con loro all’intervallo, giocando con 143 loro a calciobalilla, fermandosi dopo l’orario scolastico per fare due tiri al pallone. infatti i ragazzi a scuola sono completamente diversi da come sono fuori. questa esperienza l’ho avuto a mia volta, accompagnando i ragazzi in Spagna due anni fa, da docente questa volta; a scuola c’erano due ragazzi che venivano considerati delle teste calde, mentre in Spagna erano due agnellini impauriti, non avevano la mamma che preparava loro la roba, che faceva loro da mangiare, erano persone completamente diverse, dipendevano completamente dagli insegnanti, mentre a scuola venivano visti quasi come dei bulli. conoscere i ragazzi al di fuori dell’ambito scolastico è importantissimo. La combinazione tra lavoro ed educazione che crea opportunità Vedo in giro, nelle aziende, che gli ex alunni salesiani sono un passo avanti rispetto a tutti gli altri. i salesiani infatti la prima cosa che ti insegnano è il lavoro e l’educazione e quest’ultima è una cosa che, nelle altre scuole, non si pensa di insegnare. qua invece, prima di tutto, viene l’educazione: il saper chiedere per favore, il saper chiedere scusa, la disciplina. Proprio il modo in cui viene impostato il rapporto va in questo senso. il lavoro ovviamente è quello che è, sono poche ore in officina alla settimana, ma rispetto alle altre scuole sono tante, circa il trenta per cento, dodici ore alla settimana. nel mondo del lavoro magari lavori otto ore al giorno su una macchina, quindi, dopo un mese che lavori, sai già che cosa fare. Però qui a scuola acquisisci un certo rigore anche imparando a stare attento ad uno che ti spiega e ad ascoltare; a un datore di lavoro questo fa sicuramente piacere. conosco questa zona e so che venire da una scuola dei salesiani fa partire il ragazzo con una marcia in più, perché gli imprenditori sanno che il percorso è impostato in una certa maniera; per apprendere l’utilizzo di una macchina c’è tempo, l’importante è che uno sia educato; il datore di lavoro per prima cosa guarda l’educazione: se il ragazzo sa ascoltare e quanta voglia di fare ha. quindi, buone maniere, serietà, rigore, ma anche saper prendere tutto con un sorriso, alla fine saper perdonare e saper chiedere scusa, perché altrimenti vivi male con te stesso e anche con l’altro. Rigore quindi sì, ma sempre con un sorriso per l’altra persona. Per il mio impegno attuale, penso siano state importanti la parte pratica e la tecnologia, con cui impari a conoscere le macchine teoricamente, a calcolare le velocità che ti servono; questo è il fulcro di questa scuola; le ditte del circondario cercano i ragazzi che escono di qui. Sicuramente è la pratica che ti permette di uscire da qui e di entrare subito nel mondo del lavoro. Volti e gesti di docenti Tra i docenti, mi è rimasta impressa in particolare la professoressa d’inglese; adesso è una mia collega, la signora D.; l’ho avuta il mio ultimo anno, che era il suo primo; era giovanissima anche lei, noi eravamo una classe abbastanza movimentata. il primo giorno che è entrata in classe, si è imposta in maniera talmente rigida, che noi pensavamo che fosse l’insegnante più cattiva del mondo, invece col tempo abbiamo visto che, più noi ci comportavamo bene, più lei diventava morbida, ci dava meno compiti, era più comprensiva. ci ha fatto capire che, se sai dare, ricevi tantissimo. Un altro insegnante che mi è rimasto impresso è M., che già all’epoca era invece il più anziano e che adesso mi fa un po’ da papà; è quello che mi segue un po’ di più e mi dà i consigli giusti rispetto all’insegnamento. quando ero suo alunno, era uno dei più severi profes144 sori, mentre adesso mi trovo molto bene con lui, perché mi sa spiegare, mi sa correggere, come del resto sapeva fare all’epoca. queste sono le due persone di quegli anni che ricordo più intensamente. Un aneddoto riguarda una delle feste di don Bosco; un insegnante, di cui adesso non ricordo più il nome, faceva un gioco che nessuno osava fare: c’era una pallina da prendere in un secchio pieno di farina, ma prima si doveva prendere una mela dentro un secchio d’acqua; nessuno osava mettere la testa dentro il secchio d’acqua. quell’insegnante si è chinato e prima ha preso la mela dentro l’acqua e poi la pallina nella farina e si è riempito di farina. questo mi è rimasto impresso, perché allora ho pensato: «Ma guarda, questo professore, con il ruolo che ha, e pur essendo una persona di una certa età, si mette in gioco davanti a tutti noi...! Perché non lo devo fare anch’io che ho sedici anni? Perché mi devo vergognare davanti ai miei compagni?». Dall’azione di questo insegnante, tutti i ragazzi si sono messi a provare quel gioco. Il CFP, una seconda famiglia la mia crescita professionale e personale è andata a pari passo tra la formazione al cFP e con quella che mi hanno dato i miei genitori; i miei genitori non mi hanno mai lasciato a casa a far niente: o mettevo a posto il giardino o aiutavo mio padre. contemporaneamente la scuola mi dava delle conoscenze a livello pratico, anche se tagliare l’erba con il tornio non c’entrava niente, però vedere i macchinari e i motori mi poteva servire per aggiustare il tagliaerba (mio padre era giardiniere); queste due strade procedevano di pari passo. la voglia di lavorare me l’hanno insegnata i miei genitori, insegnandomi che stare a casa a far nulla è bruttissimo e che si deve aiutare, stirare, lavare i piatti, tagliare l’erba. la scuola mi ha dato delle conoscenze a livello professionale e mi ha fatto crescere. Se non ero in famiglia, ero qua e il cFP è stato come una seconda famiglia. A qualsiasi ora venivi, se non c’erano i docenti, c’erano i salesiani, comunque sempre facce amiche. in oratorio non erano più insegnanti, erano animatori e quindi si poteva scherzare e ridere con loro tranquillamente. queste due famiglie insieme mi hanno fatto crescere, è stata un’ottima strada. Lavorare con gusto Dal punto di vista del lavoro, non ho problemi. c’è gente che non trova lavoro e magari ha fatto cinque anni di università per poter fare un lavoro in cui non ci si sporcano le mani; allora io dico: “non ti lamentare, se non trovi lavoro!”. il lavoro lo cerchi congruente con gli studi che hai fatto, ma, se non lo trovi, ti adatti a fare dell’altro. non puoi dire: “Se non trovo da fare l’insegnante, non lavoro!”. Adeguati anche a lavori diversi, impari molto di più che non stando ad aspettare a casa, che ti si accenda una lampadina e che ti arrivi il lavoro. quando mi hanno proposto questo lavoro, non ci ho pensato neanche un giorno, ho preso un permesso e sono venuto a fare il colloquio, perché sapevo com’era l’ambiente e sapevo com’erano i colleghi. È vero che ci sono sempre alcune piccole magagne tra colleghi, ma comunque si ride, si scherza, si va a mangiare insieme a pranzo, si beve insieme l’aperitivo, c’è proprio un bel clima. essendo il più giovane, sono un po’ rivoluzionario, e quando propongo un’idea nuova, come lo spostamento di qualche macchinario, mi guardano in maniera un po’ strana. Sono il più giovane e ho idee giovani, ovviamente, e il fatto di spostare i torni, ad esempio, li disorienta, però mi trovo benissimo con i miei colleghi; giusta145 mente, ci sono tante teste e tante idee. Se sono educato così, indirizzato al lavoro, lo devo alla mia formazione. Mai dire no al lavoro; se rifiuti un lavoro oggi, ti viene negato un lavoro domani. non si tratta di mettere il lavoro al primo posto però, siccome lavoriamo almeno otto ore al giorno, quindi più del quaranta per cento della giornata, il lavoro assume una parte molto importante nella nostra vita. Prenderlo con leggerezza o prenderlo male, ti fa vivere male. ho provato a lavorare qui e mi è piaciuto molto. Al primo posto, nella mia vita, metto i rapporti con i familiari e con gli amici, anche con i colleghi, perché non avere una vita sociale soddisfacente non fa stare bene. non puoi venire al lavoro pensando a priori che ti stanno antipatiche quattro persone, oppure arrivare a casa e non parlare con tua madre o litigare con gli amici. Magari a casa hai delle liti, però vieni al lavoro e sai che stai bene; secondo me così vieni al lavoro più volentieri; poi con il tempo aggiusti anche le cose a casa, con gli amici; viceversa, se sai che al lavoro hai una discussione, cerchi di far valere le tue ragioni nel modo giusto, se invece hai torto, se hai sbagliato, chiedi scusa; è umano sbagliare e tutto finisce lì. comunque al primo posto metterei il rapporto con la gente in generale e al secondo posto il lavoro, perché è una parte importante della vita di una persona: dieci ore le passi a dormire, non te ne rimangono tante per andare in giro. Se il lavoro non piace e non ti realizza, penso che tu debba cambiarlo senza problema. io, ad esempio, non sarei la classica persona da mettere seduta davanti a un computer, non saprei stare in un ufficio tutto il giorno, come non saprei stare davanti a una macchina a controllo numerico tutto il giorno, a schiacciare un pulsante, per tutta la vita. Un lavoro che ti realizzi, che ti faccia stare bene, indipendentemente da quanto guadagni, è la cosa più preziosa. 15. “IL SEGRETO DEI SALESIANI: LA PASSIONE DI INSEGNARE” A. (intct12), che è stato allievo del cFP di catania alla fine degli Anni ’80 e che oggi è un tecnico affermato, racconta la sua esperienza formativa mettendo l’accento sulla passione educativa dei suoi docenti. Il percorso formativo e lavorativo lavoro come disegnatore nell’ufficio tecnico di una grande azienda. Dopo i tre anni al cFP, ho continuato gli studi fino al diploma; ho fatto anche due anni di università, nella facoltà di biologia, ma nello stesso tempo ho seguito un corso di programmazione sulle macchine a controllo numerico che mi ha fatto scegliere la meccanica e non la biologia, che era una delle mie passioni; nel concreto la meccanica mi dava uno sbocco professionale più certo e immediato rispetto alla biologia, pertanto ho scelto questa strada. l’azienda in cui lavoro progetta profili di alluminio per i serramentisti e per il mercato industriale. le scelte nella vita le fai secondo le competenze che sviluppi; avendo fatto meccanica, ho competenze di meccanica. il mio primo contatto con il lavoro è nato in seguito alla proposta che mi hanno fatto i salesiani di andare a Marsala come operatore per il controllo numerico di alcune macchine. quello è stato il mio trampolino di lancio e oggi lo ricordo con piacere. Ricordo che una sera, durante il corso, venne proposto questo posto di lavoro; non essendo io particolarmente legato alla mia città, mi sono fatto avanti. Mi sono catapultato a Marsala per lanciarmi 146 nel mondo del lavoro; non avevo niente, né una casa, né un posto dove andare. A distanza di quattordici anni, posso dire che, se non avessi fatto quel colpo di testa, forse oggi non sarei qui. Poi ho fatto altre esperienze, questa volta all’estero, interfacciandomi con altri uffici tecnici; non è come stare sempre nello stesso ufficio, davanti allo stesso monitor che ti rovina la vista, lì interagivi con altri ingegneri, con altri modi di approcciarsi al lavoro. Dal mio punto di vista, vedo il mio percorso come una crescita continua. Se non avessi acquisito delle competenze, a cominciare dal cFP, di sicuro oggi non potrei fare quello che faccio. L’esperienza al CFP ho un bellissimo ricordo del cFP; ho impressa nella mente la serietà del corpo docente e anche la loro capacità di trasferire un metodo, che è fondamentale e poi serve. ovviamente, come tutti gli studenti, avevamo delle preferenze per quanto riguarda i professori, ma, nell’insieme, ho un ricordo molto positivo. il segreto dei salesiani era la passione di insegnare, di trasferire il loro sapere. Andando poi in una scuola statale, ho potuto constatare personalmente la differenza tra un istituto dove c’era passione e un istituto dove insegnare era solo un lavoro; ad esempio, se non entravamo e facevamo sciopero, per gli insegnanti della scuola era solo un giorno di assenza, mentre dai salesiani, se un giorno non ti presentavi al cFP, telefonavano a casa per sapere la motivazione dell’assenza. Già da questo si può cogliere la differenza. Al cFP ho appreso il valore dell’esperienza, la comprensione della meccanica, del disegno, la possibilità di vedere cose che non ci sono, ad esempio studiando una tavola con delle sezioni parziali o totali e riuscendo a capire cosa sarebbe stata, senza vederla, l’acquisizione delle basi su come leggere un disegno, proprio quello che faccio oggi. Ricordo un esame con don B., che insegnava chimica e oleodinamica, e la paura pazzesca che avevo di lui; eppure la chimica che mi ha insegnato l’ho ritrovata al quarto e al quinto anno della statale. Ricordo con immenso piacere il prof. V. che per me è stato il perno della casa salesiana di catania; sembrerà strano ma per me il rapporto con lui è stato segnato da un pugno, che quel prof. mi diede “con affetto”, per gli errori che stavo facendo. A volte, in ambito scolastico, ci può essere il classico professore che richiama l’alunno, ma che non influenza il fare del ragazzo; ma, se un professore che mette davvero passione in quello che insegna ti fa un richiamo, lo ricordi. Mi ricordo il prof. B., che insegnava matematica e diritto. la cosa bella erano le lezioni fatte nel concreto, la matematica nel concreto, quello che tu veramente andavi ad applicare, quello che tu utilizzavi; i calcoli matematici teorici, che non andrai mai ad applicare, sono marginali, rispetto a una materia che viene insegnata nel concreto; oggi la studi, domani la applichi; la teoria era fusa alla pratica. Poi c’erano il prof. l. e il prof. P. il prof. P. mi ha fatto molto arrabbiare. G. è stato un insegnante che mi ha avvicinato alla meccanica; al primo anno me ne volevo andare via, perché avevo avuto un insegnante pessimo, che mi aveva fatto allontanare dalla meccanica per il metodo che usava. G. ha avuto la capacità di capire il problema e di risolverlo; credo che un insegnante laureato non ci sarebbe riuscito. Un insegnante al primo anno mi prese la testa e la mise nell’autocentrante perché ne avevo paura; lui stupidamente pensava che, facendo così, mi avrebbe fatto superare questo blocco, invece ne ha generati altri e maggiori. Al primo anno infatti volevo lasciare il cFP, dicendo che, se questa era la meccanica, io non volevo più averci a che fare. Al secondo anno, G., notando come lavoravo alle macchine, un giorno mi chiese il perché della mia paura e io gli raccontai l’episodio che mi era accaduto l’anno prima, con il suo collega; lui molto lentamente ha avuto la capacità di farmi riacquistare la sicurezza per lavorare su quella macchina. 147 Al cFP ho imparato un metodo di lavoro. Mi ricordo anche la cura per l’aspetto cristiano, che è fondamentale. Ricordo la preghiere che facevamo la mattina; a quattordici anni la cosa ti scoccia, oggi la ricordo con piacere; avendo fatto poi il passaggio a una scuola statale, dove queste cose non esistono, quasi ne sentivo la mancanza. quello che sono oggi in gran parte è dovuto al trascorso salesiano, ne sono convinto. Ricordare la mia esperienza mi fa un immenso piacere, perché mi fa rivivere momenti belli. Consigli Ancora oggi frequento i salesiani, per lavoro. le generazioni sono cambiate, vedo il comportamento dei ragazzi in aula oggi e lo confronto al nostro di allora; ne deduco che il corpo docente non è più quello di una volta; quel pugnetto che io ho ricevuto per essere spronato era stato recepito bene da parte mia, anche se mi ero arrabbiato; oggi, se un docente ti dà un pugnetto, deve avere paura delle ritorsioni. Tutto viene ridimensionato e tutto va a perdersi. oggi ai formatori manca un po’ di polso; non riescono a essere incisivi anche a causa delle reazioni dei ragazzi. oggi il docente ha molte più difficoltà a svolgere il suo compito educativo. inoltre, per la maggior parte dei docenti salesiani quello che fanno è una missione, per altri è un semplice lavoro (intct12). 16. FIDUCIA CHE GENERA FIDUCIA M. (intFo3), che oggi è un piccolo imprenditore, ha frequentato il cFP di Forlì negli anni 1973-75. Racconta il rapporto con docenti che dando fiducia consentivano ai loro allievi di alimentare la fiducia in se stessi necessaria per muoversi verso mete sempre ulteriori. La storia professionale Finito il cFP, ho iniziato la mia esperienza lavorativa, prima presso un artigiano, poi da un altro. in seguito, sono stato un anno in un’industria e, appena finito il servizio militare, ho iniziato insieme ad altri la mia esperienza come artigiano indipendente, lavorando per aziende operanti nel settore meccanico. Siamo partiti piano piano, con qualche macchinario che avevamo adoperato a scuola, poi ci siamo evoluti tecnologicamente. Allora siamo partiti in quattro; poi la società ha avuto cambiamenti, uno è uscito, un altro è entrato, fino ad arrivare a oggi. ci siamo spostati due tre volte di capannone, cercando sempre di migliorare e di aumentare anche tecnologicamente, seguendo un po’ le esigenze dell’industria a cui noi ci rivolgevamo per lavorare. Purtroppo, in quegli anni, persi mio padre e rimasi solo con mia madre; per me questo fatto ha inciso su tutto quello che ho fatto, su quella che poi è stata la mia avventura. 148 L’ambiente del CFP Al cFP mi sono trovato in un ambiente familiare, con il direttore che per noi era, pur nella sua non severità, autorevole come un padre. c’erano dei punti ben precisi, delle esigenze ben precise; diciamo che quel direttore era un padre austero, però un padre. non so se è stato quello che mi ha condizionato, ma io mi sono trovato benissimo: arrivavo la mattina, dopo le ore scolastiche c’era la possibilità di fermarsi per il pranzo, il pomeriggio c’erano le attività sportive e attività di ogni genere. Ricordo che in quei tre anni trascorrevo più pomeriggi al cFP che a casa. Per me era un ottimo ambiente, sano, pulito, genuino e, nello stesso tempo, educativo; c’era l’insegnamento, soprattutto negli ambiti in cui noi volevamo imparare, il settore meccanico, ma poi c’era questo mix che mi dava soddisfazione. Fin dall’inizio della mattinata, con il “buongiorno”, il responsabile del mattino ci accoglieva con una frase, con un pensiero; quello era l’avvio della giornata, come potrebbe essere in famiglia, dove i genitori ti accolgono con la colazione pronta e gli scambi di parole prima dell’attività lavorativa e scolastica. qui era la stessa cosa: si arrivava e c’era il “buongiorno”, e venivamo educati un po’ in quelle cose non prettamente scolastiche, cose che riguardavano la vita, il comportamento tra ragazzi o con gli adulti. La giusta misura c’era poi l’attività scolastica: gli insegnanti, con una buona preparazione sia pratica che teorica, ci insegnavano a svolgere il nostro lavoro, quello per cui eravamo venuti in questa scuola. il segreto di tutto era la giusta misura, lì c’era la giusta misura di severità e di relazione; si pretendeva, però poi al pomeriggio ci si ritrovava con gli insegnanti, ma anche con il direttore stesso a giocare insieme. c’era, secondo me, quello che è giusto per i ragazzi: pretendere, insegnare in modo deciso, però nonostante tutto essere non dico amici, ma quasi, messi su tante cose allo stesso livello: quando è il momento, l’insegnante deve fare l’insegnante, l’alunno deve fare l’alunno, però in certi spazi ci può essere il gioco, ci può essere il confrontarsi e mettersi allo stesso piano. Resi consapevoli di poter dare di più Frequentando questi corsi in quegli anni mi sono reso conto che potevo pretendere qualcosina in più da me. Mi rendevo conto che non avevo esperienza, che avevo i miei limiti confrontandomi con le officine che visitavo, però mi rendevo anche conto che, adeguatamente spronato, potevo fare qualcosina in più e non fermarmi, non adattarmi a fare l’operaio, o l’operaio specializzato, senza togliere niente e chi decide di fare questo lavoro, per carità. Però mi ero reso conto che potevo ambire a qualcosina in più, perché ero sempre spronato, incentivato, valorizzato dall’ambiente scolastico, da chi ci insegnava o ci seguiva. Diciamo che queste persone credevano in noi, ci davano fiducia e ci mettevano nelle condizioni di sperimentare che eravamo capaci di dare di più. Faccio una parentesi: ho continuato negli anni a seguire, a venire qui a scuola, a stare nell’ambiente, e mi sembra che adesso ci sia un pochino meno questo, cioè, se in una classe ci sono venti ragazzi, si segue il calendario scolastico, si segue il programma e ok; nei miei anni, chi era voglioso di imparare, chi aveva voglia di fare qualche passo avanti, veniva seguito e appoggiato. Secondo me questo è importante: non adagiarsi, non credere di essere arrivato; non basta fare quel pochino o quel molto, a se149 conda delle caratteristiche della persona, che viene fatto a livello scolastico; se uno ha qualcosa in più, va incentivato, spronato, altrimenti è facile adagiarsi o dire: “Va beh, faccio quello che mi serve e stop”. Mi ricordo che facevamo cose particolari, complesse; tante volte mi fermavo; va beh che giocavo anche a calcio, quindi c’erano gli allenamenti, ma quando avevo tempo mi fermavo qui il pomeriggio e facevamo cose extrascolastiche, perché la scuola te lo permetteva; in altri istituti al pomeriggio la scuola chiudeva e arrivederci. quindi facevamo cose un po’ speciali, cose che erano al di fuori dell’insegnamento scolastico e anche lì ti rendevi conto di quello che sapevi fare, avevi una specie di fotografia di quello che potevi fare. l’essere umano è fatto così: una cosa che gli viene imposta, un programma, la si fa, però senza grande entusiasmo; se invece si lascia spazio anche alla voglia, al desiderio di fare quello che piace, uno ha la possibilità di acquisire un ulteriore bagaglio di esperienza e di professionalità. eravamo quattordicenni, quindicenni; già allora ti rendevi conto delle possibilità; magari c’erano ragazzi molto più bravi di me che hanno cambiato settore o si sono buttati in altri campi. P., durante il “buongiorno” o in orario scolastico, faceva esempi di ex allievi già avviati nel lavoro, faceva esempi di direttori, di responsabili importanti del luogo che avevano frequentato l’istituto salesiano, raggiungendo livelli importanti. era come un calciatore che prende come esempio Maradona o Platini; insomma uno si crea degli obiettivi, dei traguardi, poi sicuramente di Maradona e di Platini ce ne sono stati solo due, però uno si avvicina il più possibile a quello che è il suo obiettivo. eravamo tenuti sempre carichi; ci hanno sempre valorizzati; poi c’è chi l’ha fatto di più e chi l’ha fatto meno. Forse erano anche gli anni giusti; per quanto mi riguarda, ero incentivato a farlo, perché la mia non era certo una famiglia ricca e benestante, che poteva permettere al proprio figlio di non lavorare, se non ne aveva voglia; erano periodi in cui era indispensabile il lavoro; sapendo che era indispensabile, era giusto farlo nei migliori dei modi, in modo piacevole, soddisfacente e, perché no, anche con un certo ritorno economico. Una volta deciso di fare questa scuola, che mi insegnava un determinato lavoro, ho scelto di continuare in questo campo; se non avessi frequentato questa scuola, non avrei intrapreso il lavoro che ho intrapreso. Devo essere sincero, in quegli anni, non conoscevo niente della meccanica, non conoscevo un tornio, non sapevo che cosa fosse una fresatrice, non ne conoscevo proprio l’esistenza; sono venuto a contatto con una cosa completamente nuova, che mi ha appassionato e mi ha permesso di continuare negli anni un lavoro che non ho mai più abbandonato. Docenti esemplari Tra i docenti, ricordo P. per il suo carisma, per le sue capacità, per il lato umano; è una persona speciale, secondo me, piena di doni, un po’ fuori dal comune, sia dal punto di vista umano che di preparazione. Poi ricordo A.: anche lui è stato una colonna portante della scuola in quegli anni e anche dopo; non era un salesiano, era un insegnante di saldatura; purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa, ma era una persona di un’umanità incredibile, una persona squisita; la mattina, quando sapevi che avevi lezione nel suo reparto, eri felice. Poi c’erano altri insegnanti giovani allora che anche adesso continuano a insegnare, molto bravi. Ricordo S., che ci ha lasciati qualche anno fa: era un insegnante severo ma preparatissimo. Durante l’orario scolastico, in classe, è importante che ognuno faccia il suo compito; l’insegnante deve essere bravo a insegnare e l’allievo deve ascoltare e imparare, guai se si invertono le cose o se l’allievo smette di avere rispetto dell’insegnante o l’insegnante non ha rispetto dell’allievo. Alcuni momenti di distensione sono necessari anche durante le ore scolastiche e, se ci sono due ore, non sono due ore di insegnamento continuo; nei momenti di sosta o di rilas150 samento, si può parlare di cose importanti riguardanti chi ti sta vicino; ricordo l’insegnante che ti incontra durante l’intervallo, oppure nel pomeriggio, al di fuori dell’ambiente scolastico, che ha un gesto di affetto o una parola o addirittura un dialogo. Ricordo cioè una persona che ti capisce, che parla con te, che ti segue e magari ti sa dare e dire cose utili. Per me sono cose importanti, perché a quell’età un ragazzo ha la mente talmente aperta, talmente pronta a recepire tutto quello che gli viene detto che incamera tutto ciò che poi gli servirà in futuro; una frase detta, buttata lì da un insegnante che tu stimi molto, può essere una cosa di cui l’insegnante non immagina l’effetto, ma che nel ragazzo rimarrà incisa per sempre. Anche il fatto di raccontare una storia è importante; i ragazzi se la ricordano come esempio per tanti anni. ci sono tantissime cose che mi hanno lasciato il segno, che mi sono state di esempio. Un insegnante insegnava anche se non parlava; bastava vedere il comportamento, il modo di fare, quello che diceva; è importante confrontarsi, parlare, però forse è ancora più importante dare l’esempio. È un problema se uno a parole dice cose bellissime e poi nei fatti è completamente l’opposto; quando c’è coerenza, le cose hanno un altro valore; un insegnante ti dà l’esempio anche e soprattutto praticamente. Se un direttore dicesse che con il prossimo bisogna comportarsi in modo educato, rispettoso, e poi il pomeriggio lo vedessi litigare con un insegnante o con un suo collaboratore, non sarebbe d’esempio! invece, se vedessi un direttore che la mattina parla in un certo modo e poi il pomeriggio incontra gli insegnanti e parla loro come se fossero amici, la cosa è diversa. in questo ambiente c’erano persone che avevano qualcosa di speciale, rispetto alle normali persone che si possono incontrare nella vita di tutti i giorni, in piazza, al bar, girovagando. Mi viene in mente l’esempio di un insegnante di materie umanistiche, don R.: ci insegnava italiano, poi nel pomeriggio ci fermavamo a giocare nel campetto e lui era un fuori classe a giocare a calcio; poi lo vedevi fuori dal campo, fuori dall’insegnamento, tranquillo e magari stava lì a parlare con un ragazzino che ai nostri occhi poteva essere insignificante e invece per lui non lo era. erano persone che sembravano semplici, normalissime, e che invece erano speciali, avevano qualcosa in più. non so se questo abbia potuto influire o abbia condizionato la vita e le scelte di tutti i miei compagni di classe di allora; per me sicuramente sono state di insegnamento e di esempio. La restituzione È quello che io adesso cerco di fare nel rapporto con i miei dipendenti; devo spiegare, devo insegnare, devo pretendere quello che mi serve per la mia officina, ma con uno spirito di collaborazione, mai in modo autoritario o con arroganza. questo è importantissimo, a scuola e nel contesto lavorativo. credo che alla fine i risultati siano concretamente diversi; quello che si ottiene in questo modo è molto superiore a quello che si ottiene in altri modi. la società con gli anni è cambiata; adesso, ad esempio, ho due ragazzi che hanno frequentato la scuola; li abbiamo inseriti come soci perché la mia azienda è rimasta piccola, anche se è cresciuta, e anche a loro sto insegnando questo modo di essere e di fare; ho trovato qualche difficoltà all’inizio, però adesso sembra che abbiano capito; poi tra dieci anni, quando saranno loro a mandare avanti l’azienda, spero che continueranno con questo metodo; agirà anche il loro carattere, la loro personalità e decideranno loro cosa fare. Se invece dell’istituto salesiano avessi frequentato l’iTi o il liceo, non so come sarei stato come persona, non lo potrò mai sapere, però io penso che al cFP mi abbiano insegnato a vivere in modo onesto, in modo corretto, a valorizzare quello che è importante e a valutare meno le cose che non sono importanti. Sembrano insegnamenti superficiali, non determinanti, invece 151 credo che siano davvero importanti. Posso ricordare i valori sulla famiglia, il rispetto, quelle cose che poi in una vita sono fondamentali. quando uno è contento nel suo lavoro, è contento con la propria famiglia, è contento in mezzo agli altri, penso che abbia raggiunto l’ottanta per cento di ciò che si può raggiungere, penso che tutto il resto siano contorni, la ciliegina sulla torta. la mia storia è partita in quegli anni e poi c’è stato anche dell’altro, però diciamo che la parte che ha deciso il mio futuro si è giocata in quegli anni, si è svolta partendo da questa esperienza formativa ed è continuata negli anni nel mondo del lavoro. Sono rimasto sempre attaccato a questo ambiente, sono tornato tantissime volte come esperto esterno, poi ho continuato ad avere contatti. questo sta a dimostrare quanto sia stato importante e come mi sia piaciuto l’ambiente; quando vengo da esterno e mi trovo a insegnare in officina quello che so, quello che ho imparato, quello che sto svolgendo in questo momento, mi dà soddisfazione e cerco di insegnare loro quello che mi è stato insegnato, però aggiungendo, togliendo o modificando, in base a quelle che sono adesso le richieste del mercato o le esigenze delle aziende che ci sono oggi sul nostro territorio; spero di essere loro utile come sono stati utili a me coloro che mi hanno insegnato. Ai formatori di oggi non è facile dare consigli perché stiamo vivendo anni in cui c’è stata un’evoluzione che non c’era mai stata prima. i ragazzi sono diversi, completamente cambiati; non dico che siano meno bravi o più bravi, dico che sono diversi, sono nati in famiglie diverse; le esigenze sicuramente non sono quelle che c’erano negli anni in cui frequentavo io, adesso però posso dire che negli ultimi due anni, c’è stata un’inversione di tendenza: cinque anni fa arrivavano ragazzi che, se trovavano un lavoro, bene, altrimenti, magari non erano tanto incentivati, ma avevano alle spalle una famiglia che poteva permettersi di mantenerli per anni senza stress, senza l’angoscia di dire “Se non trovo lavoro, la mia famiglia è perduta”. Adesso, siamo tornati indietro di vent’anni: vedi i ragazzi, soprattutto quelli extracomunitari, preoccupati, li vedi costretti a lottare per cercare un appartamento in cui vivere o per trovare un lavoro, perché altrimenti vengono rimpatriati. ci sono stati talmente tanti cambiamenti, soprattutto in questi ultimi anni, che è difficile avere una ricetta. oggi si è un po’ presi per il collo, perché il lavoro è quello che è e le esigenze sono impellenti. l’unico suggerimento che mi viene in mente è che la scuola dovrebbe essere un passo avanti, e non è facile, proprio perché ci sono stati grandi cambiamenti. Dovrebbe magari riuscire ad insegnare quello che servirà tra un anno o due ai ragazzi che stanno frequentando e non insegnare cose che magari servivano qualche anno addietro. Faccio un esempio, una ditta ha bisogno di ragazzi che usano determinati strumenti di misura; mi viene in mente il tridimensionale, sono apparecchi che misurano i pezzi con una precisione millesimale; ma i ragazzi preparati per questo non ci sono; sono strumenti indispensabili, che esistono da anni, anche nell’aziendina con cinque, dieci persone; c’era già la necessità di usarli per essere sempre un passo in avanti come qualità. Se noi italiani vogliamo rimanere sul mercato, non dobbiamo contare più sulle quantità o diciamo su lavorazioni grossolane, dobbiamo contare sulla specializzazione, sull’alta precisione, sull’alta qualità dei materiali, degli assemblaggi, dei componenti e quindi dobbiamo raggiungere una preparazione in questo ambito. quindi le officine che si sono adattate in fretta, sia a livello burocratico, con certificazioni che ne dimostrino il reale valore, sia acquisendo personale specializzato, che ne garantisca le qualità esecutrici, rimangono e riescono ancora a lottare sul mercato; le altre sono in difficoltà. ci sono aziende che esistono da trenta, quarant’anni e che sono in declino, invece ci sono aziende che sono 152 nate cinque, dieci anni fa e che si stanno espandendo perché sono già partite con il sistema più adatto ai tempi d’oggi. Bisognerebbe anticipare, fare praticamente quello che non fa la politica; quando la politica riesce a fare una cosa, questa cosa è già sorpassata. questa scuola dovrebbe preparare ragazzi in cose che, se non servono adesso, serviranno tra qualche anno, cioè anticipare i tempi. c’è un dialogo, uno scambio di idee tra scuola e aziende, ci sono gli stage, i tirocini, però vengono fatti solo per i ragazzi; gli insegnanti e naturalmente i tutor vengono a visitare le aziende solo nel periodo di stage e del tirocinio, per verificare che cosa fanno gli allievi. Se venissero più spesso, magari si renderebbero conto dei processi, però ammetto, anch’io, che sto parlando di queste cose, non ricordo di averle dette a un insegnante o a un tutor; forse ne ho accennato a qualcuno, ma in modo molto superficiale. io ne parlo poi come se fosse un attimo fare queste cose, non è facile; la scuola ha i suoi programmi, i suoi andamenti, ha le sue esigenze economiche. Dirli è un attimo, ma attuarli crea un sacco di problemi. Si potrebbero fare qui i primi due anni e magari inserire nel terzo anno di specializzazione qualche cosa di variabile, per puntare all’esigenza del territorio, delle aziende dove i ragazzi possono dare la loro collaborazione. noi ad esempio ci siamo certificati l’anno scorso sia dal punto di vista delle lavorazioni meccaniche e sia come piccoli montaggi industriali, perché adesso le aziende, oltre al pezzo singolo, ci richiedono, dopo l’ordinativo, di consegnare dei piccoli kit, componenti composti da diversi particolari. ci hanno certificato anche come piccoli montaggi; non solo la scuola deve cercare di stare al passo, ma anche noi dobbiamo stare al passo delle grosse aziende. quindi oltre alla parte pratica, si tratta di usare quegli strumenti importantissimi, che sono la parte teorica; io mi sono trovato in difficoltà all’inizio con i ragazzi, e anche quando ho accolto i miei due soci che dicevano: “che cosa serve questo, ma è indispensabile quello che facciamo?”. Probabilmente non è proprio indispensabile, come non è tutto indispensabile quello che si fa quando si viene a scuola; pensiamo alla classica domanda dei ragazzini: “Perché devo imparare l’algebra, perché devo imparare il teorema di Pitagora, a che cosa mi servirà?”. queste sono le domande con cui un insegnante viene martellato: “Perché devo fare questo? A che cosa mi serve? Perché devo fare tutta questa documentazione?”. Probabilmente c’è anche qualcosa di superfluo, che non è indispensabile, però nell’insieme la certificazione è importantissima, perché serve a fare meno errori, a sbagliare meno, quindi ha un ritorno economico: meno errori, meno scarti, meno problematiche con i ritorni, con le contestazioni e poi, cosa più importante, crescita d’immagine. Un’officina che si fa un nome, che nel territorio è considerata un’azienda che qualsiasi cosa gli fai fare, non sbaglia o, se lo fa, sbaglia in una percentuale bassissima è come una scuola che dice: “io preparo gli allievi a un livello tale che, se tu assumi un ragazzo che ha frequentato la nostra scuola, sai che ti dà certe garanzie”. insomma sono cose che camminano di pari passo, se poi si cammina di pari passo confrontandosi, parlandone, è ancora meglio. Ricordare il fatto di ricordare, di rivedere un po’ quello che è stato il percorso della mia vita formativa, lavorativa, fa piacere, come un nonno che si mette a tavola e parla con i suoi figli, con i suoi nipotini e racconta le cose che gli sono successe, gli aneddoti. Si rivedono le cose positive, è più piacevoli. Una chiacchierata così sarà sicuramente utile: ne abbiamo parlato in due, la prossima volta se ne parlerà in tre, sarà riportata a qualcun altro; nel nostro piccolo diventa una specie di passaparola, una specie di informazione per tutti quelli che girono attorno al nostro mondo (intFo3). 153 17. DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE il racconto che segue è tratto dall’intervista con A. (intFoss1), classe 1966, ex-allievo del cFP di Fossano e oggi formatore nello stesso cFP. la storia illustra efficacemente il desiderio – nato già durante l’esperienza formativa – di ridare ad altri quello che si è ricevuto. La storia professionale insegno dal 1999 nel settore metalmeccanico del cFP di Fossano, area pratica: meccanica industriale, officina, tornio, fresa, banco, autocad, disegno, tecnologia. A volte lavoro anche in altri corsi, o in quelli serali, ma quest’anno ho avuto una terza; tra una settimana i miei alunni avranno l’esame di qualifica e concluderanno questo ciclo di tre anni. Prima di venire qua ho fatto alcune esperienze lavorative diverse: una in un’industria a Savigliano, nell’ambito dell’automazione industriale e poi come disegnatore di macchine per la lavorazione del legno; prima ancora ho fatto venti mesi di servizio civile. Dopo i tre anni di medie e i tre di cFP, sempre qui dai salesiani, ho fatto il quarto e quinto anno dell’iTiS. qui dai salesiani ho fatto anche il servizio civile, poi sono andato fuori e poi sono ritornato come insegnante. Dopo la formazione ho trovato subito lavoro, proprio grazie ai salesiani; ho scelto all’inizio la professione del disegnatore perché mi sembrava quella più consona. Sono andato a lavorare a Savignano, ho fatto per due anni il disegnatore, poi ho cambiato e alla fine, quando mi sono trovato davanti alla scelta, ho scelto di venire a lavorare qui; la mia ditta si allontanava da Fossano, avevo avuto la proposta di venire a lavorare alla B., che è una ditta molto conosciuta anche a livello mondiale e costruisce caldaie e macchine per la lavorazione dei mattoni; potevo scegliere tra questa proposta e quella di insegnare. la proposta della ditta, a livello economico, era migliore, però l’esperienza lavorativa che avevo avuto mi aveva insegnato che c’è qualcosa di più importante dei soldi. credo che la mia scelta di adesso sia una vocazione, io almeno la vivo come tale, probabilmente anche per quello che ho vissuto negli anni in cui sono stato qua. nel periodo in cui ho fatto il servizio civile, ero un po’ stufo di quest’ambiente, forse perché era tanto tempo che ero qui; mia madre mi sollecitava a fare domanda come insegnante, ma io ero contrario. ho fatto due anni fuori e poi ancora sei mesi; quando mi sono trovato di nuovo a scegliere se fare il disegnatore e andare a lavorare in un’azienda o venire qua, ho scelto di venire qua; là avevo un posto fisso, qui un contratto di nove mesi. credo di aver fatto la scelta della mia vita. non ero ancora sposato e mi sono detto “Se non lo faccio adesso, non lo faccio più”. credo però che sia stata un po’ come una chiamata. L’esperienza al CFP Mi commuovo a ricordare, perché è stata un’esperienza forte; quando facevo la terza cFP, è stato ucciso D. da due miei compagni di seconda; credo che lui sia stata una figura significativa nella mia vita. io facevo la terza, quelli che lo hanno ucciso facevano la seconda. la persona che è stata uccisa era molto corretta, molto esigente, una persona di fede; si svegliava alle cinque del mattino e spegneva la luce all’una di notte; era uno che ha dato tanto ai ragazzi. la figura di D. è stata per me molto significativa. non ci sono eventi particolari che ricordi; il fatto è che respiri uno stile, 154 un’aria di famiglia; qui ho trovato persone che mi volevano bene; il coinvolgimento emotivo c’è, è inevitabile, anche a distanza di tempo. Ad esempio, mi ricordo che D. si rifaceva a don Bosco per quanto riguardava la ragione; quando parlava di ragione, religione e amorevolezza, apprezzavo in lui il discorso sulla ragione. A volte, da studente, contesti l’insegnante; D., al suo agire nei tuoi riguardi, dava delle motivazioni; erano giuste e quindi tu non potevi fare altro che prenderne atto, anche se non ti piacevano; il suo “no” però era ragionato. questa, secondo me, è una cosa importante, perché le cose imposte non piacciono a nessuno, invece, quando uno ti dice una cosa e c’è una motivazione dietro, se vuoi capire la capisci, ma non puoi dire niente. D. era rigido, ma aveva anche una certa elasticità; don Bosco diceva: “il castigo deve servire a qualcosa, non importa qual è l’entità del castigo, ma deve servire a fare cambiare”. Una volta ero arrivato al terzo voto negativo e dovevo farlo firmare ai miei genitori; mi ricordo che D. mi ha fatto chiamare; allora ero molto timido, adesso sono più estroverso; lui, in quell’occasione, mi disse una frase che ancora oggi ha il suo peso: “A., mi fido di te, so che è un momento difficile, ma sono sicuro che tu ce la possa fare e che supererai questo periodo”. la fiducia è una cosa che ti lega; ti senti in obbligo di non tradire la fiducia che gli altri ripongono in te. io ho poca memoria, penso che alcune situazioni mi siano rimaste impresse dentro perché c’è stato un coinvolgimento emotivo. D. era una persona molto esigente. È strano, io ero un ragazzo molto timido allora e quindi mi sarei dovuto sentire inibito da lui, però forse riuscivo a guardare oltre al ruolo che recitava; allora era anche consigliere e aveva dunque la responsabilità di mantenere la disciplina; traspariva che lo faceva per il nostro bene. come dice don Bosco, “…non basta amare i ragazzi, bisogna far capire loro che sono amati…”; ogni tanto, ai miei ragazzi lo dico: “lo faccio perché vi voglio bene, anche se vi devo sospendere per una settimana, lo faccio per il vostro bene, come un genitore che castiga i figli quando si comportano male”. io da D. ho imparato questo: al di là della scorza dura, c’era a volte la battuta che comunque mi faceva capire che ero amato. Poi ho conosciuto don Al. nell’oratorio, una persona molto esuberante che mi ha tirato fuori; dopo ancora, ho conosciuto don Au. le persone più significative sono state queste tre, anche se in ambiti diversi: D. nell’ambito della scuola, don Al. e don Au., che lo ha sostituito, all’oratorio; don Au. era più anziano però aveva lo stesso spirito di don Al. e, se hai lo spirito, l’età non conta. Mi manca un po’ questa cosa: potrebbe essere una grossa potenzialità per i nostri giovani che spesso non sanno cosa fare, non sanno quale modello seguire, e mi rendo conto che noi siamo il primo modello. Don Al., ad esempio, mi ha tirato fuori dal mio pessimismo, dal mio essere timido; adesso mi trovo a essere una persona completamente diversa rispetto ad allora. ho vissuto in un contesto dove c’erano ragazzi e ragazze e con le ragazze impari anche a interagire con gli altri, a capire che hai delle capacità. Ridare ad altri quello che ho ricevuto quello che ho vissuto io di bello e positivo come allievo poi mi è venuto spontaneo ridarlo; è come un ciclo. Penso di essere qui per quel motivo. Sono un insegnante esigente – me lo dicono sempre – e penso di aver preso questo stile da quella persona che non c’è più, che mi voleva bene ma era molto esigente. con il mio modo di essere e di fare, perché ognuno di noi è diverso, ripropongo lo stesso stile educativo che è stato significativo con me. come insegnante cerco di portare le motivazioni di quello che faccio o propongo; sono molto esigente, però c’è un perché nei miei no, nelle regole che chiedo di rispettare; questo penso di averlo ereditato. Mi rendo conto di fare 155 con i miei allievi come altri hanno fatto con me; con loro adotto lo stesso stile e ottengo lo stesso risultato emotivo; a distanza di anni, ci sono allievi che mi cercano e che si ricordano di questi episodi particolari, com’è successo a me. Tra poco i miei allievi finiranno il loro ciclo, però sono sicuro che con qualcuno rimarrà un legame perché abbiamo vissuto situazioni di vita insieme che inevitabilmente ti insegnano qualcosa. Forse una volta c’erano dei preti che volevano stare con i ragazzi, come diceva don Bosco; adesso li vedo un po’ meno presenti, più stanchi, meno entusiasti. Forse io ho avuto la fortuna, da una parte, ma anche sfortuna, dall’altra, di aver avuto dei preti con una marcia in più, che credevano in quello che facevano. Adesso mi ritrovo dall’altra parte e mi rendo conto che i salesiani sono più stanchi. qualche volta, mi sono trovato io, laico, a dire quello che avrebbe dovuto dire un prete. A me è servito molto l’aspetto religioso, alcuni miei compagni lo rifiutavano, dipende anche dall’età che vivi, e l’adolescenza – si sa – è il momento del rifiuto. ho una forte fede, al di là degli alti e bassi della vita, e questo cerco di testimoniarlo sempre ai miei allievi; spesso dico loro che mi piacerebbe trovarmi con loro per parlare non solo di lavoro ma anche della loro vita. quest’aspetto è rimasto molto impresso in me, ma lo vedevo anche nelle persone che mi educavano. come diceva don Bosco, il miglior modo di educare è l’esempio; questo è ciò che ho ricevuto, anche se me ne sono reso conto dopo, perché a quell’età non sei cosciente di certe cose. Adesso fa parte del mio modo di essere: non dico una cosa che non faccio; è talmente vivo in me questo ricordo che, se una cosa non sono capace di farla, non la faccio, se una cosa non la vivo, non la propongo agli altri, altrimenti non sono credibile. il cFP mi ha anche aperto all’attività ricreativa con i ragazzi; ero molto timido, prima di questa esperienza; fare qualcosa per gli altri, nel volontariato, mi ha dato un indirizzo nella vita. Partendo da questa realtà, restando in quest’ambiente, mi sono trovato in quarta e quinta iTiS a fare tanta fatica, però mi sono reso conto che portavo avanti dei valori che avevo vissuto qui, mi rendevo conto che avevo delle cose dentro che difendevo; questo a sedici anni è notevole, per questo cerco anche di dare ai miei ragazzi qualche cosa in cui credere. quegli anni mi hanno insegnato tanto; sono stato fuori, ho girato, però poi sono tornato qua, forse perché ho capito che dovevo fare qualcosa di più che disegnare; mi mancavano il contatto umano, la relazione con le persone; avevo bisogno di dare qualcosa di mio, anche se l’ho capito dopo. il cFP mi è servito in questo; anche l’oratorio, con l’estate ragazzi, mi ha fatto capire che anch’io avevo qualcosa da dare. quelli di adesso sono tempi diversi da quelli che ho vissuto io; lo spirito salesiano che io allora ho respirato adesso non lo trovo più; i salesiani di oggi sono più pesanti; a volte, mi trovo a fare io i discorsi per loro, mi ritrovo più entusiasta io, che sono laico, di loro. Mi pesa che l’estate ragazzi non si faccia più da due anni; secondo me si potrebbe fare anche con i ragazzi che abbiamo noi; ci sono anche adesso ragazzi splendidi che, come me allora, potrebbero essere messi alla prova e imparare a dare qualcosa a qualcuno; forse così riuscirebbero a capire che hanno delle cose dentro da regalare ad altri. la mia sensibilità, che prima mi pesava tanto, adesso mi è servita; ho dovuto imparare a valorizzarla; ho allenato per dodici o tredici anni delle squadre femminili con successo, forse anche per la mia sensibilità che mi aiuta a capire quella psicologia. Don Al. in questo senso mi ha tirato fuori, in alcuni casi mi ha proprio buttato in mezzo alla mischia; forse era un passaggio necessario, altrimenti non sarei mai uscito; ho capito che lo ha fatto per il mio bene: ha fatto uscire da me cose che io non pensavo neanche di avere dentro. Adesso che sono adulto, dico sempre che bisogna mettere i ragazzi nella situazione giusta; poi loro fanno. Spesso non facciamo loro fare e quindi è ovvio che i risultati non arrivino. ho imparato a vivere in un clima di famiglia; credo che questa sia una famiglia, l’ho sentita così, perché ho percepito l’affetto di 156 molte persone. ho notato questa cosa, ma l’hanno notata anche gli ex allievi che hanno fatto i tre anni qua e poi sono passati all’iTiS; è un abisso! Parlando con loro, a volte, già li anticipo, dicendo le difficoltà che avevo vissuto io e allora scopriamo che sono le stesse. io qui avevo persone che ti rompevano le scatole, dal punto vista dell’allievo, all’iTiS, se vai bene o vai male, difficilmente interessa a qualcuno. qui, quando qualcosa va male, interviene il don, però questo bastonare vuol dire che uno ti vuole bene. io questa cosa all’iTiS l’ho patita molto, non tanto il discorso scolastico, ma avere persone che non si interessavano a me. Solo allora ho capito che al cFP c’erano persone che tenevano a me. Adesso io sono un ex allievo come alcuni dei miei colleghi e notiamo che alcuni dei nuovi colleghi prendono questo compito troppo come un semplice lavoro; manca un po’ quello spirito; io ripeto ai miei allievi, quasi alla nausea, che non importa quello che fai, ma come lo fai; è lo stile con cui fai le cose che dà significato alla tua azione. A volte vado un po’ in crisi su queste cose; si mercifica troppo il lavoro. la persona più importante è il ragazzo, dovrebbe essere al centro di tutto, ma spesso ci mettiamo altro, oppure certe persone svolgono questo lavoro come un qualsiasi altro lavoro e quindi il risultato è diverso, perché manca la motivazione principale con cui don Bosco è partito. Se sono tornato in quest’ambiente, è perché mi ha dato tanto e nello stesso tempo mi ha inculcato dentro il discorso di voler dare a mia volta qualcosa. io ho capito, come dice san Paolo, che “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”; ecco io mi sento in debito, perché ho ricevuto tanto e, stando con i ragazzi, ti accorgi che alcuni di loro non hanno ricevuto niente. Poi io ho avuto un’ottima famiglia alle spalle e questo sicuramente ha inciso sulla mia formazione, perché hanno deciso loro di mandarmi qua e quindi la prima decisione è stata loro. quando fai scuola a certi allievi che non hanno nessuno dietro, ti accorgi anche di questa fortuna, di avere una famiglia; la scelta che poi ho fatto di lavorare in questa scuola mi ha dato qualcosa. ho scelto questa scuola perché, come dice don Bosco, non è una scuola d’élite, è una scuola per gli ultimi; io non ero un fenomeno però la mia strada nella vita l’ho fatta, sono contento; se devo scegliere tra gente d’élite e gente meno abbiente, scelgo sempre quest’ultima, credo che sia una scelta anche cristiana, almeno io cerco sempre di essere fedele a questo modello, e questo mi ha cambiato la vita questo. Se è vero quello che si dice che, dove c’è la tua mente, là c’è anche il tuo cuore, a me capita sovente di pensare ai miei allievi; quando finisco alle cinque e un quarto di lavorare, non chiudo la porta, non è finita. Mia moglie conosce benissimo la passione con cui faccio il mio lavoro; forse è proprio quello uno dei motivi per cui mi ha scelto, il fatto di pensare agli altri e di vivere in modo diverso. Sono sposato, ho due figlie, ho per loro un amore smisurato, ma questo per me non è un lavoro; sì, mi dà da mangiare, però onestamente non guardo la busta paga. la retribuzione è una conseguenza. credo anche che, quando non sarò più in grado di dare, di trasmettere qualcosa, andrò a fare qualcos’altro, ed è giusto così, perché il mio ruolo dev’essere un ruolo educativo, quella è la mia missione, quello il mio prodotto finale: cercare di educare degli allievi, insegnando delle cose, ma insegnando con la vita, come è stato fatto con me. Forse il suggerimento migliore per chi insegna è quello di don Bosco: “…non basta amare i ragazzi, è importante far loro capire che li ami”; questo non è un lavoro come un altro, noi siamo i primi modelli per loro, quindi nel bene e nel male incidiamo sul loro futuro. ognuno di noi, guardando al proprio passato, si ricorda di insegnanti che sono stati significativi, anche se ci hanno fatto dannare per anni; ci sono quelli che hai rifiutato e quelli che hai accettato anche se erano esigenti, perché ti hanno dato qualcosa in più che secondo me era il fattore umano. con i miei allievi sovente faccio vedere la parte personale della mia vita, parlo delle mie figlie, della mia famiglia, perché secondo me è importante far capire 157 che sei un insegnante ma sei anche una persona e che loro ti possono guardare come “modello”. Sono sposato da undici anni e ho cercato di fondare la mia vita su questi valori. Poi è importante anche essere coerenti con quello che dici, essere sinceri con loro, non prenderli in giro; io mi comporto con loro come farei con i miei figli; alla fine è importante voler loro bene e fare il proprio lavoro non perché è un lavoro ma perché ci tieni a loro; poi gli errori li facciamo tutti, l’importante è cercare di fare il meglio possibile per loro. A volte glielo dico, magari glielo dico anche dopo che li ho sgridati, che li ho rimproverati. A volte ci sono stati degli episodi un po’ brutti, però, quando capita, a distanza di qualche giorno, prendo il ragazzo da parte e chiacchieriamo insieme, non lo umilio mai in pubblico; “la parolina nell’orecchio” di don Bosco, secondo me, è la cosa che salva di più i rapporti. con qualche mio allievo attuale con cui ho litigato, ho forse rapporti migliori che con altri; come in famiglia a volte non ci si capisce; lo dico sempre anche a loro che, se c’è qualcosa che non capiscono, che non va, possono venire a parlarne con me, ci si chiarisce; si tratta di essere disponibili. Poi ci vuole misura, perché, se vai troppo incontro a loro, loro ti prendono anche il braccio; loro sanno qual è il limite e oltre non vanno, per il bene del rapporto. con me funziona e credo che sia importante dirlo ai ragazzi; forse è più facile mantenere le distanze, però in questo modo non c’è un rapporto educativo, ma un rapporto esclusivamente scolastico. in educazione, noi insegnanti abbiamo una grossa responsabilità: non possiamo certo colmare il vuoto di quando non c’è una famiglia, però qualcosina possiamo fare. queste cose ogni tanto le dico anche ai miei allievi; un giorno mi ha fermato al mercato un ex allievo dicendomi: “Prof, i rimproveri che mi faceva lei, me ne avesse fatti di più”; mi ha colpito questa cosa, perché questo ragazzo il papà non lo ha mai conosciuto, sua mamma faceva la prostituta; mi ricordo che quando veniva a scuola, a distanza di anni, mi faceva discorsi di fede. Ti rendi conto allora, come dice don Bosco, che “l’importante è seminare”, poi a distanza di tempo il seme fruttifica, com’è successo per me e per lui. ognuno di noi vive nella propria vita delle cose che magari hai visto e sentito tanti anni prima; non bisogna spaventarsi se i ragazzi ti chiudono la porta in faccia, perché ognuno esprime le cose a suo modo anche in base alla situazione, ma poi, a distanza di anni, le cose cambiano. L’intervista in questa intervista mi sono sentito bene, è stata una cosa naturale, perché a questo penso spesso, quando parlo con le persone. È il lavoro con cui ogni giorno mi confronto, quindi ogni giorno mi vengono in mente i modelli che mi hanno dato lo stimolo per essere quello che sono. qui mi sento a casa, non mi sento in imbarazzo; il ricordo mi emoziona, perché l’esperienza del cFP è una cosa che mi ha cambiato la vita. 18. QUANDO ANCHE LE PUNIZIONI AIUTANO A CRESCERE S. (intct2), classe 1974, ha frequentato il corso per elettromeccanici presso il cFP di catania tra il 1988 e il 1992 e oggi è imprenditore. nella sua testimonianza, sottolinea come l’esperienza formativa, per quanto a tratti ruvida, perché basata su un sistema di premi e punizioni, abbia consentito di sviluppare autonomia e senso di autodeterminazione. 158 L’esperienza lavorativa Finite le scuole, ho trovato subito lavoro come apprendista muratore – qui ci sono muri di pietra lavica, non di mattoni –, anche se, per i primi tre mesi, sono rimasto senza stipendio. nel 1993, fui chiamato a fare il servizio militare e anche là ho fatto esperienza nei cantieri: montavo i campi, realizzavo impianti nelle compagnie e facevo parecchie riparazioni e manutenzioni. i miei commilitoni viaggiavano nella classica camionetta militare, mentre io viaggiavo in pullman, con l’aria condizionata o in aereo, perché mi facevano partire prima per allestire il campo e mi facevano tornare per ultimo. quel periodo mi è piaciuto perché, nonostante la mia giovane età, ho svolto in caserma la mansione di elettricista specializzato. Già da ragazzo ero portato verso questo mestiere; a casa facevo piccoli esperimenti. quando sono tornato dal militare, ho ricominciato a lavorare in nero; nel 1994 facevo impianti nei cantieri, nelle palazzine. Dopo due anni, il datore di lavoro mi ha ingaggiato regolarmente; mi sono trovato davvero bene con questa ditta; certo, lavoravo anche il sabato e la domenica, mettevo a disposizione anche la mia macchina per trasportare il materiale di lavoro. la mia tredicesima era di cinquantamila lire, ma non mi lamentavo perché in quel periodo c’era molta crisi ed era difficile trovare un posto di lavoro. Devo dire grazie al mio ex datore di lavoro, che mi portava anche a fare la vendemmia, a curare la campagna, per farmi lavorare quando c’era poco lavoro nei cantieri. Grazie a lui ho imparato a fare tante cose, perché era una persona anziana, all’antica; non gli interessava tanto la mia regolarizzazione, ma il rapporto morale; tante cose le ho apprese da lui. nel 2000 ho fatto una scelta: vedevo che riuscivo a gestire una squadra in un cantiere, in sostanza avevo le funzioni di capocantiere, anche se lo stipendio rimaneva sempre lo stesso. i tempi cambiavano, le spese aumentavano, quindi ho deciso di mettermi in proprio e, dal 5 maggio del 2000, ho iniziato la mia avventura di piccolo imprenditore. Avevo un operaio, poi ne ho assunti due. nel 2002 ho comprato il primo furgone, nel 2004 ho acquistato casa, nel 2005 mi sono sposato. nella ditta intanto gli elettricisti erano diventati quattro e io ho comprato altre due macchine per il lavoro. in quel periodo comincia a diminuire il lavoro e allora ho cercato di trovare i modi per diversificare: nuove soluzioni lavorative, nuova tecnologia; mi informai su come potevo accedere a lavori pubblici, mi procurai i certificati di qualità che mi servivano per accedere ai servizi pubblici. iniziai facendo lavori nelle caserme di polizia, dove c’era manutenzione da fare. ho iniziato con loro nel 2002 e oggi, nel 2011, lavoro ancora per loro. nel 2003 ho cominciato a fare lavori di manutenzione in prefettura, anche in quella di Palermo. Mi attivo per prendermi altri attestati di qualità per la ditta, per avere la possibilità di partecipare a gare pubbliche. È andata bene, infatti, ci siamo aggiudicati un paio di appalti all’anno. nel 2005 inizio a lavorare per Poste italiane, con gare aggiudicate a prezzi elevati e inizio la mia esperienza lavorativa di là dalle mie conoscenze; infatti, mi si affaccia davanti un mondo di tecnologie per me sconosciute; mi sono adoperato per svolgere al meglio questo lavoro. ho assunto altri operai tra i miei ex compagni e non; anche se questi ultimi non rimangono a lungo. il volume d’affari è aumentato, quindi ho ampliato la struttura e le attrezzature e ho cominciato a prendere anche lavori più grossi, come le ristrutturazioni chiavi in mano di enti pubblici; avevo bisogno anche di maestranze edili, che non avendo un appalto diretto non rispettavano mai i termini degli accordi presi con me; ci rimettevo nei lavori oppure andavo a stento alla pari. Stanco di questo, decido di ampliare il mio campo e prendo lavoratori dei vari settori, ingaggiandoli personalmente. nel frattempo il lavoro aumenta perché si sparge la voce che sono un tipo preciso e corretto nell’esecuzione dei lavori, quindi comincio a fare anche lavori privati, ristrutturando ville e palazzi. con159 corro anche a livello regionale e mi aggiudico gare d’appalto anche a Palermo. nel 2009 arriva la felicità della mia vita, mia figlia Sofia. il 6 maggio del 2009, ho avuto un grave incidente cadendo da una scala. Mi sono rotto il gomito destro e l’omero sinistro, sono stato ingessato quaranta giorni, ma, nonostante questo, non mi sono fermato e, con l’aiuto dei miei collaboratori, continuavo ad andare in cantiere anche ingessato; certo quando tornavo a casa nel primo pomeriggio, crollavo, ma l’indomani mattina nonostante tutto ero pronto a ricominciare. nel 2009 mi aggiudico un bel lavoro che ancora sto svolgendo: la ristrutturazione del prospetto esterno di uno dei palazzi più grandi di catania. quest’anno ho fatto un investimento: ho comprato il ponteggio per la ristrutturazione delle facciate, l’anno prima un camion nuovo; ormai con la mia ditta di impianti e costruzioni posso concorrere per appalti di questo tipo in tutta italia, ho raggiunto il numero di quattordici operai, in ufficio lavorano due ingegneri e mia sorella, che è la ragioniera della società e la mia guardaspalle. ora stiamo lavorando bene con gli enti pubblici; l’unico problema che abbiamo sono i pagamenti, che sono sempre in ritardo rispetto alla consegna dei lavori. La formazione al CFP come insegnanti avevo z. di elettromeccanica, V. di matematica, don G. di religione, l. di aggiustaggio, P. di elettronica, l. di saldatura; quello di informatica non lo ricordo perché come professore non mi ha lasciato un buon segno. il primo anno sono stato bocciato, mentre il secondo anno sono stato promosso in tutte le materie con il sette, tranne in religione; don G. mi aveva messo cinque, perché litigavo con i compagni e perché religione non mi piaceva. ero un ragazzo un po’ vivace, non cattivo; tutt’ora non ho peli sulla lingua e, se voglio dire una cosa, la dico tranquillamente. A quei tempi c’era rispetto per i professori, attenzione nelle lezioni, educazione nell’ambiente di lavoro. quando i professori ci mandavano a fare gli stage, c’era rispetto per chi e dove andavamo. Adesso, quando vengono i ragazzi a fare gli stage nella mia ditta, vedo maleducazione e indifferenza; la prima cosa che mi chiedono è se li pagherò e mi riaffiorano alla mente i ricordi di quando ero io al loro posto e non vedevo l’ora di rubare l’esperienza del mio capo cantiere, cercavo in tutti i modi di farmi voler bene, affinché il datore di lavoro vedesse in me qualcosa di speciale per potermi assumere. oggi si guarda solamente alla moneta, ai miei tempi, quando il datore di lavoro ti parlava, tenevi la testa bassa, ora no, i ragazzi vengono con un atteggiamento troppo confidenziale; quando faccio i colloqui di assunzione, mi chiedono solo due cose: quanto prendono al giorno e se il sabato si lavora. io lavoravo anche la domenica, perché mi serviva per apprendere di più. quando andavo a scuola io, gli insegnanti ci insegnavano il rispetto per le persone, anche nel rivolgerci a loro, oggi i ragazzi di sedici anni sono molto più spigliati di noi che ne abbiamo quaranta, forse anche grazie alle nuove tecnologie e all’uso che ne fanno. Alcuni professori erano in grado di farti assimilare a livello di studio anche quello che non ti interessava. Ad esempio, una volta l., insegnante di aggiustaggio, mi disse che avevo la testa dura, perché non mi impegnavo nel lavoro con la lima; mi disse che non capivo nulla e che, se continuavo così, non avrei avuto successo e che non sarei stato capace neanche di pascolare le pecore. c’era chi prendeva questi rimproveri in maniera positiva e cercava di provare che non era vero quello che diceva il professore, c’era invece chi se ne fregava, perché veniva al cFP solo per le ottomila lire al giorno che ci davano; tutti pensavano che ci fossimo iscritti a questa scuola perché c’erano le promozioni facili, cosa non vera. Alla fine dell’anno, vedevo che nelle classi il livello di bocciatura era 160 alto. loro cercavano di farci capire che tutto quello che facevamo, tutto quello che imparavamo, era per noi. io ho imparato saldatura con il professor l., che non c’è più, e soltanto lui riusciva a spiegarmi come mai la saldatura si alzava, perché si doveva saldare in quel modo, la temperatura giusta, il cannello; oggi i datori di lavoro non hanno la pazienza di insegnare in questo modo e nei ragazzi vedono solo la velocità di esecuzione. Un altro professore che mi è rimasto nel cuore è z., che adesso ha la mansione di tutor; era un professore di tecnologia davvero in gamba; il primo anno è stato lui a bocciarmi anche se voleva che capissi il motivo di questa scelta; l’anno dopo, per rivalsa, avevo i voti migliori in tutte le materie, tanto che anche lui rimase colpito. Se ci davano una punizione, ce ne spiegavano il motivo. il mio grande maestro, il mio primo datore di lavoro, mi diceva sempre che era meglio accontentarsi di uno schiaffo, piuttosto che di un rimprovero, perché il dolore dello schiaffo passa subito, il rimprovero, invece, se uno è intelligente, rimane dentro a lungo. nel 2004, 2005, 2006, sono uscite dalla mia ditta persone veramente preparate. Al cFP ho imparato ad avere rispetto delle persone. quando mi davano una punizione – mi buttavano spesso fuori dalla classe perché ero vivace – non lo facevano perché facevo una monelleria con un compagno, ma perché avevo mancanza di rispetto per chi voleva studiare; l’ho capito solo dopo. oggi dico grazie ai professori che facevano questo. la formazione che ho ricevuto mi ha fatto crescere sia a livello professionale che personale; ad esempio, sono andato a fare il militare con un atteggiamento un po’ più calmo, anche grazie a questa educazione che mi ha insegnato che nella vita non si può sempre ottenere tutto quello che si vuole. le scelte successive sono state influenzate dalla mia formazione che mi ha reso determinato; quando sono uscito dalla scuola, ho avuto difficoltà a trovare lavoro; mi appostavo davanti alla casa del mio primo datore di lavoro, chiedendogli un lavoro, fino a quando mi ha preso con lui a lavorare. Ma se io non fossi stato determinato, anche grazie all’educazione che mi aveva dato la scuola, avrei fatto tutt’altro mestiere; allora i miei coetanei, vedendomi in difficoltà, mi consigliavano di andare a fare l’apprendista muratore, mentre io, cocciuto, ero determinato a intraprendere il mestiere per cui avevo studiato. Adesso si vedono i frutti, perché i salesiani mi hanno aiutato a formarmi in modo equilibrato. Poi ho ampliato il mio campo di attività, spostandomi anche sull’edilizia, ma l’ho fatto perché ho visto che il mercato richiedeva questo. la mia determinazione è nata dall’insegnamento che mi hanno dato i docenti che ho avuto; insegnavano per le persone che erano, insegnanti all’antica. Allora, quando finivo la scuola alle due e mezzo, andavo da un falegname a fare un po’ di hobbistica e una volta ho costruito una bacchetta di legno di castagno per il professor z., per indicare alla lavagna le spiegazioni. eppure lui era uno che ci rimproverava spesso. Tuttora siamo amici e, quando ha bisogno, vado a fargli dei lavoretti. oggi, un professore ha paura a rimproverare in maniera forte un ragazzo, perché l’alunno si alza e, se gli va bene, lo denuncia, altrimenti gli dà uno schiaffo. il professor P., di elettronica, ogni volta che facevamo gli stupidi in aula e combinavamo qualche cosa, ci puniva. quando non rispondevamo alle sue domande su chi fosse il colpevole, da buoni siciliani, ci schiaffeggiava; erano schiaffi che ci facevano girare la testa. Tutto questo capitava all’inizio dell’anno; a metà anno, eravamo diventati dei ragazzi modello e le cose che ci spiegava ci rimanevano impresse. Ancora oggi mi ricordo il codice dei colori delle resistenze. Se chiedo ad un ragazzo che oggi esce da qua qual è la legge di ohm, non me la sa dire. Secondo me gli schiaffi di P., per noi che eravamo ragazzini, erano forti, ma per lui erano carezze e tuttora penso che siano state carezze. ho imparato l’autocontrollo. importante era anche il discorso della preghiera al mattino e alla sera, che ho mantenuto anche quando sono uscito da qui, nono stante il cinque in religione. oggi i formatori dovrebbero prendere lezione dai 161 professori di un tempo, imparare qualcosa del vecchio stile, farsi rispettare. il professor P. di elettronica, nonostante la sua severità, era quello che organizzava le partite di calcio; ce le prospettava come premio per un buon rendimento scolastico; quando raggiungevamo una meta come classe, ci portava fuori a cena. Sono contento di avere parlato di questa mia personale esperienza perché mi piace pensare che altri, grazie a questa mia testimonianza, possano sentire dentro la voglia di realizzarsi come me (intct/2). 19. IL RISCHIO DI NON STARE AL PASSO CON I TEMPI T. (intct11), pur svolgendo una sua attività professionale, è attualmente formatore nel cFP di catania, del quale è stato anche allievo. confronta la sua esperienza di allievo con quella di formatore. Sottolinea la continuità di un’attenzione educativa che si esprime nella costruzione di un ambiente caldo e accogliente, ma rileva anche il rischio di una pesante inerzia che impedisce di ricercare nuove strade per rendere affascinante l’apprendimento. insegno nel reparto di meccanica del cFP di Barriera, mi occupo di disegno tecnico e laboratorio di macchine utensili. Fino a qualche anno fa ho fatto anche disegno cAD e informatica, ma negli ultimi anni c’è stata una riduzione dei corsi e quindi l’impegno del personale è stato un po’ rivisto. ho insegnato per lo più a gruppi dei primi anni. Il percorso formativo Dopo la scuola media, ho frequentato un anno l’istituto alberghiero, perché la mia idea era quella di seguire la strada del turismo; pensavo che da grande avrei potuto essere un cuoco o qualcosa del genere. in realtà, fatta questa esperienza, mi sono reso conto che non ero portato per quel mestiere, malgrado andassi bene a scuola. ho chiesto in famiglia di cambiare scuola; mio padre fu molto restio a questa mia scelta, tanto che iniziai il mio primo anno qui al cFP con tre mesi di ritardo. Sono arrivato al terzo anno con estrema facilità e immediatamente dopo ho iniziato a lavorare nel settore, in una piccola officina di carpenteria metallica, un posto brutto e buio, orribile; quando sono arrivato là, mi sono spaventato e ho pensato che fosse come un girone dell’inferno dantesco. comunque cominciai a lavorare e devo dire di aver fatto una buona esperienza. Mi sono affermato nell’ambito delle risorse umane; da lì a poco, infatti, ho cominciato a coordinare una squadra di operai, per quanto fossi il più giovane. Dopo tre anni, ho fatto il servizio militare e quindi ho lasciato quell’azienda; al rientro dal servizio militare, ho deciso di iscrivermi di nuovo a scuola per prendere un diploma; mi sono preparato da esterno, ho fatto gli esami integrativi e successivamente ho conseguito il diploma di geometra. nel frattempo mi offrirono un lavoro in una delle aziende più importanti di catania, come progettista meccanico, e lì cominciai a usare i sistemi che allora erano all’avanguardia, i sistemi cAD; da Roma in giù non li utilizzava nessuno, tranne questa azienda che aveva acquistato, con i fondi della cassa del Mezzogiorno, un sistema di modellazione solida tridimensionale; mi hanno mandato a fare un corso dopo l’assunzione, per utilizzare questo prodotto. Sono ri162 masto in quell’azienda tre anni, poi sono passato in un’altra azienda, sempre del settore metalmeccanico, che mi ha fatto un’offerta migliore. nel frattempo anche dai salesiani di Barriera, si affacciavano queste nuove tecnologie; cercavano un esperto, quindi è nato questo primo contatto, questa possibilità di collaborare nuovamente con i salesiani come insegnante. All’inizio ho lavorato con loro come esperto esterno, nell’attività di docenza nel settore cAD; dopo due anni mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato e oggi mi trovo qua. la scelta di non andare più all’istituto alberghiero è stata fatta con cognizione di causa; non era quello il mestiere che volevo fare. Posso dire che, se non ci fosse stato il cFP, probabilmente non avrei trovato la strada della mia realizzazione. oggi sono quello che volevo essere e ho fatto anche di più di quello che volevo fare, perché, con questa base di partenza, ho migliorato le mie qualità professionali nell’ambito della progettazione meccanica, poi ho sviluppato competenze anche nella progettazione civile, una volta diplomato geometra abilitato all’esercizio dell’attività professionale; quelle conoscenze le spendo oggi anche in un altro ambito, chiaramente incrementate da altri studi; faccio proprio quello che desideravo fare. L’esperienza al CFP Al cFP mi sono trovato subito bene. ciò che ho apprezzato di più è stato il clima di famiglia, il rapporto amichevole con gli insegnanti, le attività pratiche, che erano prevalenti rispetto a quelle teoriche. questi aspetti per me erano importanti ma erano importanti anche l’aspetto religioso, l’impegno nella preghiera, il “buongiorno” al mattino, le attività di catechesi. questo ambiente, questo clima mi hanno fatto sentire subito a casa, a mio agio. la cosa che mi ha colpito maggiormente è stato appunto il clima di famiglia, questo calore intorno agli studenti. era il sistema ad essere vincente. qua mi sono accorto che il sapere è importante e che non bisogna solo saper fare, ma anche saper essere. oggi, ai miei alunni dico che in realtà ho iniziato a studiare quando ho finito di studiare. qui facevo quello che faceva parte del programma, i contenuti didattici prestabiliti che venivano fatti passare, ma, quando ho iniziato a vivere la realtà del lavoro, mi sono accorto che questo non bastava, che bisognava andare oltre. Al cFP ho imparato anche qualcosa sulla serietà del lavoro. c’è un episodio che ricordo con piacere e racconto spesso anche ai miei studenti: il mio insegnante di disegno tecnico di laboratorio macchine utensili, era il prof. V., che ancora oggi, malgrado sia pensionato, continua a collaborare col cFP. Ricordo la prima lezione di disegno tecnico del primo anno: il prof. ci assegnò un disegno veramente banale, da realizzare su un foglio di quaderno a quadretti; ricordo che a casa mi ero impegnato molto per fare questo disegno. il giorno dopo, consegnai questo disegno con orgoglio, dicendo di aver fatto un buon lavoro; lui lo guardò e poi, con accento piemontese, mi disse che era un obbrobrio, lo strappò e lo buttò sul banco. io ci sono rimasto malissimo; lì per lì l’ho odiato e volevo anche arrendermi, poi invece questo ha fatto scattare in me un desiderio di rivalsa e, di lì a poco, ho iniziato a innamorarmi del disegno, tanto che da adulto ho fatto il progettista meccanico per anni. la reazione è molto soggettiva; io ho raccolto la sfida; quel gesto avrebbe potuto anche non generare questo effetto. non so dire se il suo fosse stato un gesto programmato, parte di un disegno, che in seguito avrebbe avuto modo di recuperare, se avesse generato un allontanamento o uno scoraggiamento; nel mio caso, ha stimolato un senso di sfida. Ancora oggi il disegno meccanico è la mia materia e credo che il professore centri, perché mi ha lanciato la sfida; non mi conosceva e quindi non poteva sapere quali fos163 sero le qualità del ragazzo che aveva davanti. queste qualità poi sono venute fuori col tempo. questo professore è stata una figura importante, forse la più importante. Di questa persona ho apprezzato la chiarezza, l’assertività e l’imparzialità, della serie “ti pago per quello che hai fatto e non per quello che sei; hai fatto bene, ti do bene, hai fatto male, ti do male”; questo aspetto è molto importante nella crescita professionale di uno studente. nel valutare il lavoro com’era fatto, lui faceva passare l’importanza della qualità del lavoro; se tu segui un percorso finalizzato a diventare un operaio, un disegnatore, un progettista, sono molto importanti la precisione e la serietà nel mantenere l’impegno: ti assegno un compito, la prossima lezione me lo devi consegnare. il prof. V. era intransigente: se la lezione successiva si doveva portare il compito, bisognava proprio portarlo, altrimenti ci metteva due; secondo me, questa serietà è molto importante. Ritengo di aver imparato la dedizione al lavoro, insieme allo sport, che anche contribuisce parecchio alla formazione di un individuo. Secondo me, sono due attività che vanno di pari passo: nello sport ottieni risultati solo se ti impegni; nella vita e nel lavoro è la stessa cosa: se non ti impegni, non ottieni risultati; questi due aspetti sono fondamentali e ritengo che qui vengano coltivati. I frutti della formazione il fatto di essere formatore è legato all’esperienza che ho fatto dai salesiani; quand’ero studente, accarezzavo già l’idea di stare dall’altra parte della barricata, cioè di fare per altri quello che i salesiani avevano fatto per me. io oggi potrei anche non insegnare, perché nel frattempo mi sono creato un’attività, ma, piuttosto che lasciare completamente questa realtà, ho preferito ridurre al minimo le ore di impegno lavorativo all’interno del centro mantenendo un aggancio e continuando l’attività come insegnante. la formazione che ho ricevuto mi ha fatto crescere e coltivare dei valori che magari avevo già, ma non consolidati. Dal punto di vista professionale, ha contribuito molto innanzitutto in termini di credenziali; il fatto stesso che io o un ragazzo di oggi abbia frequentato un percorso professionale all’interno di una struttura salesiana, è una credenziale che ti apre una porta nel mondo del lavoro; poi è possibile che la porta si chiuda immediatamente dopo, se in quella persona non ci sono i valori di serietà, onestà, professionalità che i salesiani cercano di far maturare. in termini professionali posso dire che tra quello che sono oggi e la mia storia formativa c’è un rapporto molto forte. Uno sguardo critico sul presente i tempi sono cambiati, mentre l’approccio è rimasto uguale: va bene sul piano emozionale, ma non su quello culturale; abbiano incominciato a lavorare sulle nuove tecniche di apprendimento, più interattive; in questo siamo ancora indietro. Ritengo che il nostro modo di fare lezione oggi sia superato, vecchio. Facciamo la classica lezione frontale, utilizziamo la lavagna e gli stessi sistemi che si utilizzavano quarant’anni fa. oggi servono aule multimediali, l’utilizzo di internet, che dev’essere agganciato alla ricerca e utilizzato per stimolare l’apprendimento. Gli elementi di cui parlavo – il clima, l’approccio religioso ecc. – sono ancora forti e significativi, ma, in un momento storico come quello che attraversiamo, non bastano a tenere qua i ragazzi. la dispersione scolastica da noi è altissima, perché, anche se venendo qui trovano un clima accogliente e familiare, i ragazzi trovano un sistema antico. Per esempio, una 164 cosa che personalmente non condivido è che i ragazzi non debbano entrare con l’orecchino, oppure che un ragazzo con un tatuaggio debba essere visto come un poco di buono; personalmente non porto orecchini e non ho tatuaggi, ma, se vedo uno con un tatuaggio o con l’orecchino, lo vedo come persona e non come un poco di buono. quindi, quando dico che siamo rimasti indietro, faccio riferimento anche a questo, oltre che all’aspetto più specificamente didattico. nelle strutture salesiane in genere, continuo a vedere una certa stabilità, cioè si tende a conservare quello che c’era un tempo e si rischia di cadere nella staticità, rischiando di restare fuori dal tempo. ci sono, in molti casi, dei coordinatori di settore che, per quanto bravi e per quanto di buono possano aver fatto nella realtà in cui si trovano, continuano a rimanere dentro gli stessi schemi che avevano trent’anni fa, dando poco spazio a iniziative nuove. Per questo dico che sarebbe opportuno rivedere la modalità. Va bene rapportarsi alla persona con il “buongiorno”, le attività para-formative, l’approccio animativo che abbiamo con i ragazzi – li aiutiamo, li cerchiamo, parliamo loro anche in momenti extra scolastici – ma siamo indietro nella gestione dell’aula. L’intervista Mi sono sentito a mio agio. Parlo con piacere e lo faccio anche quando sono in aula; mi piace condividere con i miei ragazzi il mio percorso formativo o il percorso di altri ex allievi; è un argomento del quale spesso ci troviamo a parlare e a dibattere; ci offre l’occasione per riflettere sulle opportunità che la vita può offrire. non è detto che tutti i nostri ragazzi andranno a fare i tecnici di officina, è possibile che scelgano di diventare magazzinieri, oppure imprenditori in un altro settore, ma quello che hanno fatto qui non va perso (intct11). 20. CREDERE NEL LAVORO PER CRESCERE e. (intct15) ha frequentato il cFP di catania alla fine degli Anni ’70 e oggi è formatore nello stesso centro, pur mantenendo anche una sua attività imprenditoriale. nella sua testimonianza, e. sottolinea come l’esperienza formativa vissuta gli abbia consentito di imparare a “credere” nel lavoro, cioè ad amarlo e a cogliere in esso potenzialità di crescita. i suoi docenti l’hanno guidato in questo sviluppo con un approccio incoraggiante e centrato sul fare. la positività dell’esperienza vissuta non gli impedisce di cogliere alcune criticità legate al presente su cui sarebbe necessario agire per migliorare la qualità della formazione. La formazione e l’attività professionale ho frequentato un corso biennale e poi un corso di specializzazione sull’elettronica. Finito questo corso, ho fatto un’esperienza lavorativa in un’azienda di automazione residenziale: progettavo e realizzavo quadri elettrici per quest’azienda che allora era all’avanguardia, perché in Sicilia era poco diffusa l’automazione residenziale. Fatto questo, ho fatto il servizio militare e, al ritorno, ho avuto il grande piacere di essere 165 accolto dalla famiglia salesiana come docente. Sono entrato come tecnico di laboratorio, perché non ero diplomato, poi con la scuola serale ho ottenuto il diploma e ho potuto insegnare disegno, matematica, elettrotecnica. Per circa quindici anni, ho avuto la soddisfazione di fare un corso che abbiamo esteso a tutta la Regione Sicilia: domotica, automazione residenziale e sistemi di sicurezza. in seguito, ho avuto anche l’opportunità di essere selezionato per essere anche tutor e quindi, da cinque anni, faccio anche questo nel reparto elettromeccanico, con sette corsi, dividendo il mio tempo tra tutoraggio e insegnamento. Da quindici anni ho un’azienda elettrica impegnata in ristrutturazioni chiavi in mano di farmacie, impianti elettrici, impianti domotici, sistemi di telecamere a circuito chiuso. questo mi ha permesso anche di portare nuove tecnologie a scuola, come, del resto, i corsi di aggiornamento estivi mi hanno formato anche su aspetti utili per il lavoro; le due cose – lavoro e formazione – si sono dunque sposate insieme. Tutto quello che ho appreso come bagaglio tecnologico, culturale e formativo l’ho riportato in istituto. lavoro da quindici anni e ho realizzato circa 240 farmacie in Sicilia e in calabria; ho diciotto dipendenti. Credere nel lavoro Mi sono trovato in famiglia e questo mi ha permesso di far sentire in famiglia anche gli allievi che sono venuti in seguito. Avevo un rapporto molto bello con i salesiani e con i docenti; si cresceva insieme e non c’era distacco netto tra docente e allievo. quello che si faceva era un modo per creare insieme l’azione dell’insegnamento e dell’apprendimento. Accanto a me, nel settore elettromeccanico, c’era un salesiano che adesso non c’è più, don l.: era una persona molto in gamba, che credeva in quello che faceva e ci metteva nelle condizioni di credere nel lavoro; questo era fondamentale all’inizio. ero un ragazzo abbastanza bravo a scuola; quando ho finito gli esami, posso dire all’indomani, i salesiani stessi mi hanno mandato a lavorare. Sono riusciti a farmi amare quello che facevo, questo significa per me “credere nel lavoro”; se uno ama quello che fa, tutti gli ostacoli vengono rimossi; se uno non crede, non riuscirà mai a fare. i miei insegnanti erano capaci di farmi credere in quello che facevo. Facevamo anche delle gite, andavamo a visitare delle centrali elettriche, ci spiegavano bene le cose che vedevamo; forse io sono stato fortunato anche perché, essendo nel mondo tecnologico, ero più motivato: è un mondo pieno di sorprese, che, andando avanti, ti prende sempre di più. quando questo passaggio non avviene, abbiamo i malcontenti che si trovano dal barbiere e si lamentano dello stato, del papa, di tutto, perché pensano che non vada bene niente; in realtà, sono loro che non vanno. la sera, quando torno a casa, sono stanco, ma soddisfatto. Penso infatti che, col mio lavoro al cFP, faccio del bene ai ragazzi e, col mio lavoro esterno, do da mangiare a diciotto famiglie e faccio del bene alla mia; l’unico che un po’ ci perde sono io, che sono impegnato dalla mattina alla sera; di questo però sono contento e non mi lamento. Un approccio centrato sul fare i salesiani hanno avuto dalla loro sempre un vantaggio: far passare tutto dall’esperienziale, dal laboratorio; quando si faceva un lavoro, si partiva dall’esperimento che si andava a fare, per poi andare a ritroso e ragionare su tutte le fasi. il lavoro che adesso è stato battezzato come “di gruppo”, allora si faceva naturalmente, senza che ce ne accorgessimo. Si faceva, si lavorava insieme, c’erano le competizioni tra allievi, c’era 166 chi voleva arrivare per primo, chi voleva fare il lavoro meglio di tutti. Mi è rimasto impresso don l., per com’era reale nel suo fare: era un salesiano che amava il fare; anche quando agiva su un problema educativo, dava prima l’esempio e poi interveniva. Dobbiamo pensare che allora, da vero salesiano qual era, dai pezzi di lamiera che rimanevano, faceva le rondelline. È un’immagine che mi è rimasta impressa per dire che dovevamo risparmiare, perché usavamo delle macchine e dei materiali che erano stati comprati con i soldi della Regione. questa è stata una cosa importante: avendo un finanziamento esterno, si cercava di risparmiare su tutto, si costruiva in casa tutto quello che si poteva. Mi ricordo che altri insegnanti, anche loro persone per bene, ci accompagnavano a fare le gite, spiegavano, si interessavano, si facevano in quattro per portarci a visitare la realtà delle cose. L’incoraggiamento Poi c’era l’atto dell’incoraggiamento; la psicologia moderna lo propone, ma i salesiani l’hanno attuato da sempre. non tutti erano così; forse, nel tempo, la nostra mente cancella i ricordi negativi, mentre fissa nella memoria gli elementi positivi e le parole giuste dette al momento giusto. i salesiani, anche se un ragazzo sbagliava, non lo demonizzavano; in qualche maniera, con una pacca sulla spalla, cercavano di farlo ragionare e di farlo ripartire con l’auspicio di non sbagliare più. Anche noi adesso continuiamo a fare così; non abbiamo perso questa filosofia, anzi credo proprio che questo sia uno dei punti fondamentali. Sono contento perché gli allievi del mio corso, forse perché sono fortunato, forse perché ho parecchia esperienza, riescono quasi tutti ad arrivare agli obiettivi. Difficilmente fermo un ragazzo alla fine dell’anno; anche quest’anno sono stati tutti promossi, perché lo meritano, non per una mia leggerezza di giudizio. Anche il tutoraggio mi ha aiutato tanto; per esercitare questa mansione, ho fatto circa un anno di studi di psicologia, che mi hanno permesso di capire cose che prima avvenivano naturalmente e che adesso capisco anche dal punto di vista tecnico. oggi come tutor difficilmente scoraggio, difficilmente mando via un ragazzo, cerco sempre di mediare tutte le situazioni affinché si possa avere un risultato positivo. La trasparenza Particolarmente importanti – nella formazione come nel lavoro – sono stati il rispetto delle persone e la trasparenza; per trasparenza intendo la verità; significa non truffare nessuno, significa che, quando ho un contratto da far firmare, dico al mio committente la realtà delle cose, evidenziando sia gli elementi positivi sia quelli negativi, in modo tale che lui possa scegliere in maniera tranquilla. il ragionamento “alla salesiana”, nel tempo, ti porta alla correttezza, alla trasparenza e alla stima da parte dei terzi. il mio lavoro si basa sul passaparola, non faccio alcun tipo di pubblicità per motivi aziendali; qua siamo in Sicilia, ci sono molti furbacchioni su internet che copiano il marchio ecc.; ce ne sono tanti, quindi non è salutare fare pubblicità. Applico questo anche con gli allievi: “non prendere mai in giro nessuno”, “la trasparenza, con il tempo, paga”, “chi truffa lo fa un paio di volte, ma poi, a lungo termine, viene scoperto”, “conviene sempre essere chiari e trasparenti, dicendo la verità”. 167 Sviluppi imprevedibili non si può dire che uno impari tutto in un solo posto, ad esempio la scuola, c’è anche un DnA, c’è anche una famiglia alle spalle, e spesso partire con una base positiva è davvero un vantaggio. Per me, il fatto di trovare qui al centro una continuità educativa con la mia famiglia è stato importante. la scuola non fa il miracolo, la scuola corregge fin quando può correggere; molto dipende anche dal tempo che si ha a disposizione. io ho avuto degli allievi che sono stati bravi durante l’anno, che andavano bene, ma poi sono andati a fare i rapinatori e qualcuno è finito anche in carcere, ma ho avuto anche allievi che erano partiti male e adesso sono capi d’azienda. Ad esempio, una volta, un mio amico architetto, che era a Roma per la progettazione di una farmacia, ha incontrato un mio ex allievo che dirigeva una ditta elettrica; un altro ex allievo si è aperto un capannone a Misterbianco e costruisce pompe sommerse, quadristica, gruppi elettrogeni. Soddisfazioni ne ho avute tante. Uno scambio arricchente Prima di venire qua, i salesiani mi hanno mandato a Misterbianco dove c’è un altro centro e sono stato io ad aprire il secondo anno elettrico e ad attrezzare il laboratorio; anche qui ho attrezzato il laboratorio del terzo anno. nel tempo abbiamo fatto sempre delle cose per il centro e per i salesiani. All’epoca si respirava un’aria di famiglia; mi ricordo che i docenti venivano anche al pomeriggio a preparare le esercitazioni per i ragazzi, perché quello era l’elemento salesiano trainante. l’elemento salesiano trainante in questo periodo è venuto un po’ meno, anche per motivi di numero. quindi in alcuni reparti manca la figura salesiana; prima c’era più presenza e ognuno era molto più interessato, soprattutto perché i salesiani spendono tutta la loro vita per i giovani e hanno una capacità di coinvolgimento notevole, mentre adesso forse tutto è diventato più formale. Devo sempre ringraziare i salesiani per avermi dato l’opportunità di essere qui, di conoscere don Bosco, ad esempio, di andare a festeggiare il centenario a Torino, alla cattedrale di Maria Ausiliatrice. Si è andati avanti bene, anche se con i limiti delle persone; dove è venuto meno il salesiano, la nostra salesianità ha compensato. Ad esempio, mi è capitato di portare i ragazzi in gita a Roma; in quel momento vivevo l’esperienza del salesiano, perché, mentre nelle prime gite c’era questa figura, che era sempre l’ultimo ad andare a dormire, in quel caso, ero io che facevo le veci del salesiano, quindi ero io ad andare a dormire per ultimo. Devo dire grazie ai salesiani, al di là di come adesso vanno le cose, perché mi hanno messo in condizione di acquisire tecnologie; loro hanno dato a me, io ho dato loro; c’è stato uno scambio positivo. Mi sono trovato benissimo con vari salesiani, ho sempre rispettato tutti e mi sono sempre sentito rispettato da tutti. Prima criticità: il rischio che venga meno un rapporto consistente tra formazione e lavoro l’unico elemento negativo è che, negli ultimi cinque anni, le classi non sono più quelle di una volta: i ragazzi di qualche anno fa volevano raggiungere degli obbiettivi, oggi facciamo più fatica a far loro capire tante cose, ma poi alla fine ci riusciamo. chi entra nel mondo del lavoro, anche se ha frequentato la scuola tecnica, se ha la laurea in ingegneria o il diploma di perito ma non sa muoversi nel mondo esterno, arriva solo fino ad un cer168 to punto. Fuori di qui c’è un mondo che si muove in una certa maniera, molto evoluto, molto imprenditoriale, molto organizzato, e a volte vedo dei colleghi che, nello spiegare alcune cose, insistono su nozioni che i ragazzi nella vita pratica del lavoro non vedranno mai, non incontreranno mai. i docenti dovrebbero essere più realistici, fare un po’ di esperienza nel mondo del lavoro e poi portare il mondo del lavoro all’interno della formazione, altrimenti abbiamo due strade scollate: una praticamente formale, fatta di programmi che sono lontani dalla realtà ecc., l’altra più sostanziale, fatta di lavoro; questa è una fase che purtroppo manca, non per colpa dei miei colleghi, ma per il fatto che, se sono chiamati a fare questo, sanno fare solo questo. Mi raccontava un fotografo che scatta fotografie per “casa Viva” che, all’università di Milano, ci sono dei professionisti che insegnano. Bisogna essere immersi nella realtà. i salesiani partono dai laboratori, elemento principe di questa tipologia di scuola, ma adesso questo elemento primario si è un po’ chiuso perché il mondo tecnologico è andato più avanti e i formatori sono rimasti con la stessa preparazione e gli aggiornamenti dei testi scolastici arrivano dopo cinque anni, quindi l’insegnante, se ha capacità e competenze più moderne, riesce, altrimenti forma persone che sono tecnologicamente indietro, almeno di cinque sei anni. il mio aggiornamento viene dalla scuola, viene dalle fiere campionarie a cui ho partecipato, a Milano, Bologna, Bari, dalle riviste; poi oggi c’è internet, sono andato anche alle fiere di architettura, perché, nel nostro caso, parlando di impiantistica elettrica ancora si fa fatica a parlare di ambiente e si parla ancora di impianti. nella mia attività esterna, su diciotto dipendenti, la metà sono ex allievi; per me è stato facile prendere i ragazzi migliori per la mia attività. Penso che il docente dovrebbe diventare un po’ più imprenditore e cominci a essere messo nelle condizioni di fare delle esperienze all’esterno, perché, se una persona non vive la realtà, ne può parlare ma non sa realmente quali siano le difficoltà che si possono incontrare. Uno può dire tutto quello che vuole, ma fin quando non arriva in cantiere e non si accorge di quali sono le problematiche di un cantiere, come la sicurezza, non riesce ad insegnare in modo efficace. ho sempre insegnato ai miei ragazzi ad avere come obiettivo finale la libera professione, partendo dal presupposto che in Sicilia tanto lavoro non ce n’è, ma che bastano pochi soldi da investire in attrezzatura per cominciare a lavorare; ho sempre dato questo taglio al mio insegnamento. Però, per fare questo, bisogna formare meglio sulla sicurezza, far capire che cos’è un cantiere ecc.; bisognerebbe inserire delle figure tipo commercialista che vengono qui e spiegano loro come si apre una partita iva, cosa serve per crearsi una ditta, a livello di documentazione. Facciamo molte lezioni di fisica, non so quante di elettrotecnica, tantissime di laboratorio, però mai una persona che ti dica come fare per aprire una ditta o che cosa serva per avere un cantiere in sicurezza; questi aspetti non vengono molto sottolineati, quindi l’allievo che esce di qua non si trova pronto per avviare una libera professione e alla fine viene sfruttato da terzi o va a lavorare in altri settori. noi qui non riusciamo a completare quello che è il ciclo formativo ideale, perché i docenti non hanno la consapevolezza di quello che succede fuori; quello che avviene è dinamico, cambia nel tempo, quindi all’interno dei nostri corsi ci vorrebbe una figura come quella di un commercialista che dà lezioni ai ragazzi. nella tecnologia fino a qualche tempo fa, invitavo i rappresentanti di materiale elettrico, in modo tale che i ragazzi conoscessero l’ultimo prodotto. nella nostra scuola questo sta venendo meno; all’esterno, nel mondo del lavoro, i nostri ragazzi sono giudicati per la loro preparazione. Se non hanno una preparazione di qualità, se non sono già tecnici nel vero senso della parola, perché il cliente vuole un tecnico competente, quando le nostre competenze non sono più all’apice, in un mondo tecnologico che cambia in continuazione, i ragazzi non trovano una sistemazione adeguata. quindi bisogna riformare i docenti, far loro fare dei corsi specifici, ognuno nel suo settore, corsi approfonditi e precisi, potenziare il collegamento con le aziende. 169 Seconda criticità: la crisi oggi stiamo facendo questa intervista, ma domani mattina potrei essere in cassa integrazione. non è una cosa simpatica, dopo aver lavorato per ventisette anni. Un’altra lacuna che trovo è che gli stipendi sono troppo bassi e che un docente padre di famiglia non può permettersi di comprare neanche una rivista specializzata per studiare. Più precisamente, in questo periodo, gli stipendi non ci sono proprio e, quando ci sono, sono troppo bassi. Se vuoi arrivare in cattedra preparato, ti devi preparare la lezione; con alcune classi basta la lezione alla lavagna, con altri ci vuole il supporto informatico, tecnologico; soprattutto, bisognerebbe fare in modo di aumentare gli stipendi e portarli a livelli più alti, per permettere ai docenti di fare scuola. L’intervista nell’intervista mi sono sentito tranquillo, perché sono abituato a essere limpido e sincero. non sono una persona che si mette in evidenza, non ho mai detto di essere il più bravo; sono sempre stato a disposizione con umiltà; ciò che conta è avere la coscienza a posto per quanto riguarda le competenze trasmesse. l’importante è fare il proprio dovere con coscienza e onestà (intct15). 171 Conclusione di Giuseppe TAcconi Sebbene non rappresentino conoscenze generalizzabili, i risultati a cui siamo giunti con questa ricerca ci hanno consentito di tratteggiare le caratteristiche riconoscibili di un modello di pratica formativa, attento alle esigenze integrali di crescita dei soggetti in formazione e capace di guidare verso percorsi di successo formativo, attraverso la valorizzazione del lavoro, che contiene molti elementi trasferibili anche ai contesti odierni della Formazione Professionale. È vero che si tratta della Formazione Professionale “salesiana”, che mostra indubbiamente tratti peculiari, ma i racconti degli ex-allievi, proprio fornendocene un ritratto a tutto tondo, che ne evidenzia i chiaroscuri, ci salvaguardano dal rischio di una lettura edulcorata e ci consentono di confrontarci con dimensioni profonde dei processi del formare e del formarsi1. Si è trattato in sostanza di capire che cosa, nell’esperienza formativa che i partecipanti alla ricerca hanno vissuto, ha funzionato e li ha guidati a realizzarsi nella vita e dunque potrebbe forse funzionare anche per altri, in altri contesti. Siamo convinti che l’esperienza di Formazione Professionale che i nostri ex-allievi hanno vissuto e narrato e che noi abbiamo cercato di ricostruire possa insomma interrogare anche le pratiche formative odierne e fornire a chi opera nella Formazione Professionale, ma anche ai decisori politici e in genere a chi ha responsabilità sui Sistemi formativi, indicazioni utili a migliorare la formazione stessa. qui di seguito mi limito ad offrire qualche riflessione conclusiva sul concetto di “successo formativo”, su ciò che può fare davvero la differenza nel dare qualità alla Formazione Professionale e sul carattere del tipo di ricerca che abbiamo condotto. 1. SUCCESSO FORMATIVO E VITA RIUSCITA il lavoro di raccolta di “storie di successo formativo” si presta innanzitutto ad una riflessione di sintesi su che cosa significhi “successo formativo” che, come abbiamo visto nei racconti degli ex-allievi, non è solo – o tanto – il successo scolastico o quello economico, ma più globalmente la “riuscita” nella vita. 1 Una frase del tipo “Tutto questo è molto bello, ma succede solo dai salesiani”, che potrebbe sembrare compiacente, impedirebbe in realtà di cogliere il potenziale trasferibile che i risultati di questa ricerca possono assumere anche per gli altri contesti della Formazione Professionale. 172 “Successo formativo” è un concetto di difficile definizione. nella riflessione educativa, la coppia successo-insuccesso indica sommariamente gli esiti possibili di un percorso di formazione. Ma quella di “successo” è una categoria ambigua, che può essere fraintesa nel senso della gara, della competizione e, oggi sempre di più, anche dei riflettori e dei palcoscenici. A questo riguardo, Fernando Bárcena e joan-carles Mèlich osservano che la parola “successo” viene enfatizzata in educazione: «nel mondo della pedagogia esiste una relazione molto stretta tra l’apprendimento e il successo. Tutti, genitori e professori, sembrano aspettarsi che l’apprendimento dei propri figli o alunni abbia successo. o che essi, come risultato di un buon apprendimento, riescano ad avere successo nel futuro. le nostre società moderne danno un’estrema importanza al successo. questo viene associato di solito ad un guadagno. ha successo chi esce vincitore da una battaglia. oggi si tratta di una battaglia che si definisce in termini di competitività e anche di una formazione per la competitività, per essere competitivi. questa è la filosofia della modernità» (Bárcena, Mèlich 2009, p. 138). Anche Mario Giacomo Dutto, al termine di una recente intensa riflessione sulla scuola, si chiede che cosa si debba intendere per successo formativo: «arrivare a un diploma, aver garantito l’accesso a una università di prestigio, trovare un ingresso nelle professioni o non piuttosto riuscire, con l’aiuto di un docente equilibrato, a scoprire e coltivare i propri veri interessi» (Dutto, 2013, p. 237). il banco di prova del successo formativo non è dato solo dal destino scolastico, ma dalla possibilità di realizzare e coltivare le proprie inclinazioni; e questo vale per tutti, ma soprattutto per coloro che partono da un contesto sociale, culturale ed economico che molto spesso incide negativamente sulle possibilità di riuscita nella vita. come abbiamo visto nella ricerca, la maggior parte dei protagonisti delle nostre storie non ha raggiunto facilmente il “successo” o una buona riuscita nella vita. hanno dovuto confrontarsi con l’esperienza del limite e scontrarsi con varie profezie di insuccesso pronunciate nei loro confronti, che ponevano pesanti ipoteche sul loro percorso; nel loro caso, poi il successo non è consistito nel raggiungimento di obiettivi che altri prevedevano opportuni per loro, ma nella scoperta di ciò che essi stessi desideravano. i loro racconti ci rivelano che al cFP è stato possibile vivere un’esperienza formativa che, proprio attraverso l’esperienza del lavoro, consentisse loro di incontrare se stessi, di diventare attori del proprio destino, di imparare a esporsi e a rischiare, ma anche a costruire legami e relazioni con gli altri, scoprendo il lavoro come occasione di umanizzazione e di costruzione di un tessuto sociale di relazioni solidali. A partire da questa esperienza è stato per loro possibile una messa in moto che ha consentito il raggiungimento di altri traguardi significativi per loro e per i loro contesti di vita e di lavoro. la ricerca e i racconti che abbiamo raccolto guidano allora verso un’estensione del significato di “successo formativo” a qualcosa di più ampio del semplice successo personale, scolastico, professionale o economico che sia, a qualcosa che ha a 173 che fare anche con la possibilità di restituire ad altri i valori che si sono ricevuti rivitalizzandoli proprio in quest’opera di restituzione. in un contesto come quello italiano, in cui il principale fattore predittivo rispetto al successo scolastico o formativo rimane lo status socio-economico dei genitori (Dutto, 2013), i casi esplorati dimostrano che un percorso formativo ben costruito può sfondare ogni profezia negativa e aprire reali possibilità di costruzione delle basi per una vita riuscita, a livello personale e sociale. 2. CIÒ CHE FA DAVVERO LA DIFFERENZA la ricerca ha cercato, inoltre, come afferma efficacemente Mario Giacomo Dutto, di riconoscere e mettere in risalto «… la forza d’animo di quegli studenti che riescono contro tutte le previsioni di insuccesso e l’alchimia di quegli insegnanti che ridanno futuro a studenti incerti, demotivati, sull’orlo dell’abbandono» (Dutto, 2013, p. 9). A partire da una considerazione attenta delle storie raccolte, ci sentiamo di concludere che l’elemento davvero discriminante, ciò che sembra fare davvero la differenza nei percorsi formativi e dunque nella possibilità di creare condizioni perché avvenga apprendimento e si giunga al successo formativo, non è tanto la tipologia di offerta formativa – cioè che questa sia riferibile al sistema dell’istruzione superiore o a quello dell’istruzione e Formazione Professionale regionale (ieFP) – ma la qualità del percorso formativo che i singoli riescono a vivere, anche grazie alle relazioni che adulti significativi instaurano con loro. ci interessava dare evidenza al fatto che, anche in un contesto spesso considerato deprivato e difficile, come quello dei cFP, si trovano testimonianze delle potenzialità che una formazione di qualità può avere2. Molto del futuro di ognuno dei nostri intervistati si è deciso negli ambienti – aule, laboratori, cortili – di quei cFP. Per loro, la Formazione Professionale iniziale ha rappresentato un percorso capace di ridare speranza e di orientare fattivamente a quell’impegno che la realizza. quelli descritti sono «processi formativi contraddistinti da un alto gradiente pratico» (Pastore, 2012, p. 82), diversi da quelli solo scolastici, meno lineari e prevedibili. nelle storie di vita dei partecipanti alla nostra ricerca, tali processi sono stati efficaci, perché hanno predisposto contesti di apprendimento ricchi di attività e interazioni e hanno accompagnato processi riflessivi che hanno consentito ai soggetti di dare significato al lavoro e di avvicinare la cultura in esso presente. nei cFP salesiani, i partecipanti alla ricerca hanno potuto riscoprire il lavoro come risorsa formativa ma anche, più ampiamente, educativa e valoriale. e questo può insegnare molto, in un tempo come il nostro, in cui l’orizzonte della crisi rende proprio il lavoro un’esperienza sempre più evanescente e contrastata. 2 Testimonianze di questo si hanno anche nel contesto americano. cfr. Kozol, 2001. 174 la ricerca ci orienta dunque a far leva sulla responsabilità delle istituzioni, delle parti sociali e della società civile, per generare un’azione congiunta, sul piano delle politiche formative e del lavoro, che aiuti a valorizzare la valenza altamente formativa del lavoro stesso e delle istituzioni formative che fanno perno su un’esperienza di lavoro intelligentemente riflettuta. Sarebbero perciò auspicabili politiche formative capaci di riconoscere il valore aggiunto che le proposte formative dei cFP possono avere in ordine alla formazione dei soggetti, uscendo da una prospettiva svalutante che guarda ai cFP solo come a forme depotenziate di formazione, destinate agli “scarti” del sistema dell’istruzione. Siamo insomma convinti che ambienti formativi come quelli descritti, a partire dall’esperienza dei soggetti che hanno partecipato alla nostra ricerca, rappresentino un autentico capitale sociale. 3. LA RICERCA SULLE STORIE DEGLI EX-ALLIEVI COME RICERCA SULLA PRATICA FORMATIVA A PARTIRE DAL RICORDO DI FIGURE ESEMPLARI DI DOCENTI come abbiamo affermato nell’introduzione, anche questa ricerca, come altre svolte in passato (cfr. Tacconi, Mejia Gomez, 2010; Tacconi, 2011a; 2011b; 2011c), può essere vista come una ricerca sui docenti della Formazione Professionale. questa volta, però, a differenza delle altre, è stata ascoltata come “fonte” la voce degli allievi, anziché quella dei docenti stessi. la ricerca ha infatti consentito di mettere a fuoco quegli atteggiamenti e quelle azioni dei docenti che gli ex-allievi, riandando alla loro memoria del cFP, riconoscono essere state efficaci, quelle azioni che hanno smosso in loro qualcosa, che spesso li hanno letteralmente accesi e “messi in moto”. nella memoria di molti dei nostri ex-allievi resta infatti vivo il ricordo di quei formatori che li hanno saputi scuotere dal torpore e che hanno lasciato in loro un segno. A questo “lasciare un segno”, del resto, richiama la stessa etimologia del verbo insegnare. Spesso poi i docenti incontrati al cFP sono rimasti un riferimento nitido e costante anche per la vita da adulti degli ex-allievi. la loro lezione sembra dunque non essere andata dispersa3. i formatori sono generalmente consapevoli che il successo o l’insuccesso della propria azione non possono essere misurati nei tempi del contatto diretto con gli allievi4. È la vita, sono i contesti in cui essi si troveranno a vivere che faranno scattare quelle consapevolezze a cui il formatore mira durante la sua attività formativa. 3 qualcosa del genere afferma lo scrittore elias canetti di un insegnante di cui è stato allievo: «Divenne un’atmosfera molto speciale quella in cui lui mi portava con sé, e le ali che egli mi diede per questi viaggi senza che io me ne accorgessi mi restarono attaccate anche quando lui mi ebbe lasciato; così volai io stesso in quel mondo e mi ci aggirai stupefatto» (canetti 1980, p. 329). 4 È quanto emerge, ad esempio, a più riprese nella ricerca svolta con i docenti del cnoS-FAP. cfr. Tacconi 2011c. 175 la ricerca, questa volta, ci ha però permesso di seguire proprio le traiettorie che gli allievi di un tempo riconducono a quell’apertura di orizzonti che è stata loro offerta dai loro formatori nel contesto della Formazione Professionale iniziale e l’impressione complessiva che ne abbiamo ricavato è che gli ex-allievi abbiano efficacemente riconosciuto come i docenti incontrati al cFP siano diventati un punto di riferimento importante nella loro vita perché li hanno saputi coinvolgere in un’impresa collettiva di valore. i valori vissuti in prima persona da quei docenti ci appaiono ora davanti agli occhi come trasformati nelle “storie di valore” che gli exallievi ci hanno narrato. quando gli ex-allievi parlano dei loro professori non lo fanno genericamente, ne riprendono caratteristiche specifiche: i tratti del volto, lo sguardo, il tono di voce, i gesti. la ricerca ci restituisce pertanto una galleria di personaggi. Tra i tratti dei docenti che gli ex-allievi ricordano, spicca quello che potremmo chiamare “amore educativo”, che faceva sentire gli allievi accettati e dava loro una buona base per sviluppare fiducia in se stessi. Sembra proprio che questi educatori siano riusciti nella loro impresa proprio perché hanno lasciato i loro allievi liberi di imparare, accettando anche il rischio dell’insuccesso. non si sono rassegnati di fronte al fatto che i loro allievi non volessero imparare, ma hanno cercato con ostinazione di agire sulle condizioni perché potesse darsi apprendimento. Matthew crawford, in un libro sul lavoro manuale, dedica un intero capitolo a Tom hull, insegnante di area tecnica (saldatura, meccanica ecc.) in una scuola superiore, che tra le altre cose raccoglie storie di successo di ex-allievi e le invia, insieme ad altri testi, ai suoi ex-allievi, attraverso una newsletter trimestrale: «un numero recente parlava di un suo antico studente, Kyle cox, saldatore e fabbro presso la Tarheel Aluminium, che hull ritrovò presso il porto di charleston mentre era intento alla costruzione di una chiatta battipali completamente in alluminio. cox racconta che il lavoro cambia ogni giorno, e che per questo gli piace. inoltre ama essere “utile al mondo”» (crawford, 2011, p. 14). crawford osserva che hull rivela un atteggiamento umanistico verso la formazione tecnica e professionale ed esprime la sensazione che egli abbia saputo «non soltanto indicare ai suoi studenti un mezzo per guadagnarsi il pane, ma anche per fermare il loro sguardo su quel che è giusto e buono nella vita» (ibid. p. 15). questo sembra valere un po’ anche per i docenti che i partecipanti alla nostra ricerca hanno incontrato sulla loro strada. Davvero, potremmo concludere con hansen, «the moral is in the practice» (hansen, 1998). 177 Bibliografia ATKinSon R. (2002), L’intervista narrativa. Raccontare la storia di sé nella ricerca formativa, organizzativa e sociale, Raffaello cortina editore, Milano. BAGni G., conSeRVA R. (2005), Insegnare a chi non vuole imparare. Lettere dalla scuola, sulla scuola e su Bateson, eGA, Torino. BáRcenA F., MÈlich j.-c. (2009), L’educazione come evento etico. Natalità, narrazione e ospitalità, lAS, Roma. BATini F. (2010), L’orientamento narrativo e le competenze chiave, in Batini F., Giusti S., a cura di, Imparare dalle narrazioni, Unicopli, Milano, pp. 41-57. BATini F., GiUSTi S. (2010), a cura di, Imparare dalle narrazioni, Unicopli, Milano. BeRnARDo Di chiARAVAlle (2006), Sermoni sul Cantico dei Cantici, vol. 5/1: i-XXXV, trad. it. a cura di M. Fioroni e A. Montanari, città nuova, Roma 2006 [op. or. 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Gli obiettivi e il focus della ricerca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 3. i partecipanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11 4. il metodo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 5. le fasi della ricerca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 5.1. La raccolta dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15 5.1.1. Sollecitazioni delicate a ricordare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16 5.1.2. l’intervista narrativa come momento riflessivo e trasformativo . . . . 17 5.2. L’analisi dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19 5.2.1. l’analisi dei dati secondo un approccio grounded oriented . . . . . . . . 19 5.2.2. la costruzione delle storie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 5.3. L’interpretazione dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23 5.4. La scrittura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24 ii. Seconda Parte: I TEMI EMERGENTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 1. l’ambiente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 1.1. Tempi e contesti differenti ma ambienti formativi simili . . . . . . . . . . . . . . . . 28 1.2. Il CFP come ambiente che educa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 1.3. Un clima di famiglia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32 2. la formazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 2.1. Una formazione personale che passa attraverso la Formazione Professionale 33 2.1.1. imparare il lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34 2.1.2. imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: gli oggetti di apprendimento 35 a) l’apprendimento di saperi intrecciati alla pratica . . . . . . . . . . . . . 36 b) l’apprendimento di un metodo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 c) lo sviluppo di competenze personali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 d) l’apprendimento del gusto di un lavoro ben fatto . . . . . . . . . . . . 39 2.1.3. imparare dal lavoro e attraverso il lavoro: le strategie formative . . . 41 a) Apprendere facendo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 b) Una didattica centrata sul laboratorio e sulla realizzazione di capolavori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44 180 c) Una didattica centrata sulle relazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48 d) la possibilità di intrecciare apprendimento formale ed esperienza lavorativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48 2.2. Una formazione che mobilita energie e aiuta a trasformare anche l’insuccesso in occasione di apprendimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 2.2.1. Dall’insuccesso scolastico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50 2.2.2. Al successo formativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50 2.3. Una formazione che orienta alla vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 2.3.1. l’orientamento al lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52 2.3.2. l’orientamento a proseguire nel cammino formativo . . . . . . . . . . . . 52 2.3.3. l’orientamento esistenziale e l’educazione al senso della vita . . . . . 53 3. l’accompagnamento all’inserimento lavorativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 3.1. L’aiuto a trovare un lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 3.2. Lo stimolo a mettersi in proprio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 3.3. L’offerta di un posto di lavoro al CFP . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 3.4. L’attivazione della rete degli ex-allievi per il lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 4. Tratti e ritratti di formatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 4.1. Adulti significativi e disponibili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60 4.2. Testimoni appassionati del proprio lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 4.3. capaci di coniugare rigore e cordialità, competenza professionale e cura relazionale e umana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67 4.3.1. Amichevoli ed esigenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67 4.3.2. Preparati e benevoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 4.3.3. capaci di far rispettare le regole . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 4.4. Scopritori di talenti e rigeneratori di energie spente . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 4.5. Dotati di caratteristiche che si apprezzano più tardi . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 4.6. Suggerimenti ai formatori di oggi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 5. Bilanci . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 76 5.1. Indizi di successo formativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 76 5.1.1. Una creativa riuscita nella vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 5.1.2. la possibilità di sperimentare il legame tra lavoro che piace e felicità 77 5.1.3. la possibilità di consegnare ad altri quello che si è ricevuto . . . . . . 79 5.2. Il ruolo riconosciuto all’esperienza del CFP nelle scelte operate . . . . . . . . 81 5.2.1. la crescita umana e professionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 81 5.2.2. il confronto con la pratica che aiuta a capire le cose . . . . . . . . . . . . . 82 5.2.3. il cambiamento possibile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 83 5.2.4. il senso di appartenenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84 5.3. Altri fattori che hanno inciso sulle scelte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84 5.4. Criticità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 5.4.1. criticità di allora . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 5.4.2. criticità di oggi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86 iii. Terza Parte: VENTI STORIE ESEMPLARI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 1. il cFP come ambiente che educa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 2. il cFP come contesto in cui imparare ad assumersi responsabilità . . . . . . . . . . . 93 181 3. Un approccio centrato sul fare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 4. Una formazione che insegna a risolvere problemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 5. la formazione pratica che serve anche ai dirigenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 6. Un percorso formativo che ti avvicina al lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 7. Alle prese con le sfide del lavoro, senza tante tenute di mano . . . . . . . . . . . . . . . 114 8. Spazio all’iniziativa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 116 9. Una formazione che comunica entusiasmo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 122 10. l’incontro con insegnanti che ti cambiano la vita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 125 11. la porta sempre aperta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 127 12. l’incontro con qualcuno capace di leggere il possibile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 131 13. Riconosciuto per nome . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134 14. A partire da quello che uno sa fare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 140 15. “il segreto dei salesiani: la passione di insegnare” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 16. Fiducia che genera fiducia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 17. Di generazione in generazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 18. quando anche le punizioni aiutano a crescere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157 19. il rischio di non stare al passo con i tempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 161 20. credere nel lavoro per crescere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 164 CONCLUSIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 171 1. Successo formativo e vita riuscita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 171 2. ciò che fa davvero la differenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 173 3. la ricerca sulle storie degli ex-allievi come ricerca sulla pratica formativa a partire dal ricordo di figure esemplari di docenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 174 BIBLIOGRAFIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 177 183 Pubblicazioni nella collana del CNOS-FAP e del CIOFS/FP “STUDI, PROGETTI, ESPERIENZE PER UNA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE” ISSN 1972-3032 Sezione “Studi” 2002 MALIZIA G. - NICOLI D. - PIERONI V. (a cura di), Ricerca azione di supporto alla sperimentazione della FPI secondo il modello CNOS-FAP e CIOFS/FP. Rapporto finale, 2002 2003 CIOFS/FP (a cura di), Atti del XIV seminario di formazione europea. 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